Storia (horror) dell'aborto (parte 1)


Curiosamente,  su una cosa sono d'accordo con i cristiani: prima di parlare di aborto bisognerebbe farsi una cultura sulla cosa, non solo storica (conoscendo l'evoluzione delle stesse tecniche abortiste) ma anche visiva (visionando cosa effettivamente è, all'atto pratico, l'aborto). Da libera pensatrice che non ha problemi (e paure...) a visionare bene gli argomenti nella loro completezza (quindi "non solo quello che piace a me" ma anche soprattutto "quello che non mi piace") ho notato anch'io che solitamente chi è favore dell'aborto ignora:
1) la storia
2) le tecniche o comunque la modalità in cui si svolge

Quindi, effettivamente non sempre gli abortisti sono corretti ed esaustivi nel mostrare anche queste cose che vedrete qui sotto. 
Penso che una persona adulta, matura e razionale, prima di fare scelte (quali che siano), debba essere sempre informata PRIMA sulle cose, sugli aspetti, TUTTI gli aspetti, i pro e i contro, non solo "aspetti parziali", "riassunti", "ridimensionati". Conoscere bene tutti gli aspetti permette di fare scelte LIBERE, PONDERATE, CONSAPEVOLI E CONSENZIENTI. Idem dicasi, come dicevo, per chi vuole usufruire di psicofarmaci. Liberissimi di strafarvi di zoloft, ma prima di imbottirvi di quella roba, bisognerebbe conoscere bene TUTTI gli effetti collaterali, e leggere bene TUTTO il materiale, e non solo quello scritto dagli psichiatri...  (o neanche quello, perché c'è gente che abusa di psicofarmaci senza manco farsi una cultura sulle cose, onde poi lamentarsi e piangere quando subiscono danni gravi: "non me l'avevano detto! non lo sapevo!")

Per cui, do spazio a queste riflessioni perché effettivamente credo anch'io, come lo credono tanti cristiani, che molte donne che abortiscono queste cose non le sanno (perché, in primis, non si informano sulle cose e più in generale perché manca una cultura su questo argomento)

Tuttavia, se per questo aspetto sono d'accordo con i cristiani (che sull'argomento dell'aborto hanno conoscenze approfondite... un po' meno sulla storia della loro religione e sulla loro teologia, eh! quella non la conoscono...) faccio anche notare (come qualche abortista fa notare) che molto spesso gli attivisti cristiani pro-life si sono spinti ad uccidere medici, infermieri, donne, facendo stragi (piazzando bombe o facendo sparatorie) nelle cliniche. è il cosiddetto terrorismo cristiano, di cui si parla pochissimo, ma è una piaga negli Stati Uniti (ma ci sono anche dei gruppi terroristi cristiani africani che fanno guerriglia contro i gruppi islamici africani) per cui, se da una parte sono d'accordo con i cristiani quando si lamentano di venir silenziati e censurati non appena mostrano certe foto sanguinolente, di cosa poi effettivamente è l'aborto (e su questo sono d'accordo con loro, è indice di disonestà culturale il silenziarli e censurarli a priori e magari usare un linguaggio contraffatto per parlare di queste cose)

dall'altra ricordo a questi cristiani messi a tacere che anche loro dovrebbero:

1) fare informazione su quei terroristi cristiani pro-life che hanno fatto stragi
2) fare informazione su quello che la loro teologia cristiana ha detto sulla donna e della donna.

Altrimenti non ci si può lamentare di essere silenziati e messi a tacere dagli abortisti (e questo, effettivamente, avviene, e io lo riconosco) se però poi gli stessi cristiani censurano e silenziano chiunque parli di terrorismo cristiano e misoginia cristiana.

Altrimenti, anche la loro visione dell'aborto è parziale e non è completa.

Auspico che si faccia la corretta informazione su questo argomento, sia da parte degli abortisti sia da parte dei cristiani pro-life. Quindi diamo spazio ad una storia dell'aborto, ai gravi danni fisici che comporta, al dibattito etico (argomenti che qualche volta vengono taciuti, omessi o censurati dagli abortisti) ma non dimenticatevi, cari cristiani, di aggiungere anche il discorso della violenza dei pro-life contro dottori, infermieri, donne (e anche se non c'entrano in questo argomento, anche contro i gay, trans, lesbiche e afroamericani, parlando di Christian Identity e KKK) e un'analisi alla misoginia cristiana (perché non si può non parlare di "ruolo della donna in rapporto all'uomo, così come lo postula la bibbia e\o l'hanno postulato i teologi)

Verissimo che i cristiani\pro-life vengono censurati dagli abortisti; ma è altresì vero che gli stessi cristiani pro-life censurano e silenziano chi parla di misoginia cristiana, anche in riferimento al PERCHé, per l'ideologia cristiana\monoteista, la donna DEVE restare incinta e al perché, sempre per l'ideologia cristiana\monoteista, la suddetta donna non ha "un'identità propria e autonoma" ma deve dipendere dall'uomo, sempre e comunque, SPECIALMENTE parlando di rapporto sessuale "aperto alla vita". Perché chi conosce la teologia e la storia della chiesa lo sa benissimo cosa si è sostenuto (e si sostiene ancora, anche se con paroline meno cruente...) su questo argomento...

Per cui è doveroso parlare di come viene eseguito l'aborto e mostrare foto sanguinolente (e se qualche sito laico, ateo ecc. non ve le pubblica ha torto marcio ed è scorretto e disinformante) ma è anche doveroso, cari cristiani, tirare fuori quelle pagine dell'Aquino (e molti altri) su certe cosine che sono state dette e fatte sulle donne e contro le donne, cosine che voi non pubblicate, anzi NEGATE (onde poi lamentarvi della censura contro di voi) quando uno dei vostri grandi problemi - tra gli altri - è anche quello dello stupro coniugale cristiano, connesso proprio al discorso dell'aborto, peraltro (ma non siete voi a dare voce alle suddette donne cristiane stuprate nel mentre che il marito applica san paolo alla lettera, eh?!). Per cui, iniziate a fare informazione certosina anche su questo aspetto della vostra ideologia, e non solo sull'aborto... se volete davvero essere corretti intellettualmente parlando.

Intanto vediamo il materiale cristiano che ho selezionato, che riporta il loro punto di vista.

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Materiale per riflettere tratto da

 http://antimassoneria.altervista.org/wp-content/uploads/2016/02/ABORTO-UNA-STORIA-DIMENTICATA-GIANLUCA-GATTA.pdf

Tecniche traumatiche 

Le donne del XIX secolo avevano a disposizione il precipitato di secoli e secoli di cultura popolare e medica in campo di aborto volontario e terapeutico; potevano dunque operare una scelta tra un'ampia gamma di metodi più o meno adeguati. In genere si preferivano inizialmente sperimentare i mezzi meno aggressivi (e dunque meno efficaci) per poi passare solo in un secondo momento a quelli più pericolosi (e per questo anche più efficaci). Era come voler afferrare qualche cosa di irrangiungibile salendo i pioli di una scala da dove, man mano che si procede, è più semplice ottenere il risultato voluto ma da cui è anche più pericoloso cadere. Se si tiene conto del fatto che le sostanze emmenagoghe, allora utilizzatissime, non fanno altro che provocare l'efflusso sanguigno, imitando così un aborto spontaneo, per mezzo di un vero e proprio avvelenamento che nei casi più gravi può portare alla tomba, si comprende con che spirito di vera e propria sfida alla morte le donne si decidessero ad abortire. A quanto pare però questo "svantaggio" (tutto sommato solo eventuale, anche se molto probabile) in prospettiva era meno pesante da sopportare psicologicamente che lo svantaggio derivante dalle condizioni economiche aggravate per un figlio in più - è da ricordare che erano soprattutto le operaie ad abortire - o dalla riprovazione morale per la scoperta tangibile e viva di un rapporto extramatrimoniale. Il metodo più blando che si conoscesse era il bagno caldo fino alla cintola. Se non funzionava vi si aggiungeva a volte della senape in polvere. Ma ovviamente tutto si risolveva in un nulla di fatto - il bagno fino alla cintola è forse l'unico metodo di cui si può assicurare la completa inutilità - per cui si passava in breve alla fase successiva: i traumi esterni all'utero. I sistemi erano disparati. Ci si legava la pancia il più stretto possibile, e questo poteva servire anche per celare la gravidanza; ci si dava colpi al ventre, direttamente con il mattarello o facendosi cadere da solai e scale a pioli; si saltava dalle sedie; si sollevavano e trasportavano oggetti pesanti. Non bisogna certo credere che le donne facessero questo tutte da sole, non accadeva di rado che venissero "aiutate" in ciò dai propri mariti o amanti. Intorno al 1860 un contadino della Loira venne giudicato dalla corte d'assise di quel dipartimento per aver scaraventato da cavallo a terra per ben due volte la propria domestica nel tentativo di provocarle un aborto, non riuscendovi aveva poi provato con delle pagnotte bollenti sull'addome. Risultato: il bambino nacque sanissimo dopo pochi mesi. L'unica tecnica efficace tra quelle traumatiche erano comunque i massaggi dell'addome, di cui rimarrà memoria concreta fino ad anni recenti. Nel 1930 Vuka, una contadina serba, dopo la morte della figlia di cinque anni, fece voto di non avere più bambini. Come prestare fede a un tale proposito? Semplicemente abortendo massaggiandosi da sola il ventre e facendo bollire delle erbe il cui vapore serviva a "far venire via" il feto. Ancora oggi, comunque, presso alcune tribù del Terzo Mondo la tecnica del massaggio è utilizzata sistematicamente e con successo dalle levatrici indigene.

Gli ecbolici, sostanze utili a favorire i parti difficili per la loro attività di impulso sulle contrazioni uterine, venivano impiegati per causare l'aborto di un prematuro tramite l'induzione di forti contrazioni. Erano quattro le sostanze abortive più utilizzate: segala cornuta, ruta, olio di tanaceto e sabina. La segala cornuta era conosciuta in Francia col nome di "polvere dell'utero" e in Germania come Kindesmord (soppressione del bambino). La natura abortiva era dunque ben nota, anche se probabilmente era poco usata perchè agisce nell'utero solo verso il termine della gravidanza. Le ostetriche già da tempo la utilizzavano per rafforzare le contrazioni dell'utero durante il travaglio o per facilitare l'espulsione della placenta: il passo verso l'utilizzo a fini abortivi era dunque breve. Negli Stati Uniti c'era anche chi affermava che la segala cornuta fosse un cattivo abortivo per le donne di colore, mentre per le bianche (più forti?) aveva avuto successo anche in gravidanze avanzate. Per quanto riguarda la ruta basti la seguente vicenda. Nel 1878 si presentò presso lo studio del dott. Hélie di Nantes una ragazza di sedici anni incinta di tre o quattro mesi che chiedeva di essere aiutata ad abortire. Il medico, ovviamente, si rifiutò; allora la ragazza rispose che avrebbe fatto tutta da sola e sarebbe ritornata poi ad aborto fatto. Due settimane dopo ritornò che non era più incinta e alle domande del dottore rispose che aveva "preso tre radici fresche di ruta, all'incirca delle dimensioni di un dito, le aveva affettate e bollite in un litro e mezzo d'acqua, fino a ridurla a tre tazze, che aveva bevuto subito quella sera. Erano seguiti un terribile dolore di stomaco, vomito e nausea" dopodichè abortì nel giro di 48 ore. L'olio di tanaceto era la sostanza più utilizzata per l'aborto negli Stati Uniti. Il suo impiego assai diffuso stranamente discorda con la sua natura - oggi conosciuta - di veleno mortale. Comunque, nonostante tutto, sappiamo che le schiave di colore degli Stati del Sud assumevano spesso tanaceto, coltivato normalmente negli orti, per abortire. Era inoltre noto in Messico dove lo utilizzavano gli spagnoli e gli indiani della costa. La sabina veniva coltivata in Europa negli orti delle levatrici o dei barbieri, ma ve n'era anche in alcuni orti botanici pubblici. In certi parchi però - vista la natura abortiva degli estratti - le piante venivano cinte da staccionate per impedirne il "saccheggio"; in Franconia nel 1791 e in Austria nel 1807 ne venne addirittura proibita la coltivazione. Tutte queste "erbe" mietevano comunque molte vittime tra le utilizzatrici. Il motivo preponderante era sicuramente la poca "scientificità" delle applicazioni: alcune levatrici consigliavano per un pronto risultato di berne due, tre tazze di decotto in un solo pomeriggio mentre altre, al contrario, propendevano per una consumazione in più giorni. Inoltre la presenza dei principi attivi poteva variare a seconda del tempo di conservazione della pianta e, nell'utilizzarla, della sua ebollizione; la loro quantità poteva poi variare di anno in anno a seconda che la stagione fosse stata piovosa o secca. Vi erano troppe variabili da controllare per assicurare un sistematico risultato: una donna, utilizzando gli stessi mezzi e le stesse procedure, poteva un anno accusare semplicemente forti dolori allo stomaco, l'anno dopo non sentire nulla (e magari portare a termine la gravidanza) e l'anno successivo morire per intossicazione.

Tecniche strumentali


Se nemmeno con l'ausilio della tradizione botanica si risolveva la situazione allora l'extrema ratio era l'utilizzo dei mezzi strumentali. Erano di solito poco utilizzati perchè molto pericolosi. Innanzi tutto perchè vi erano maggiori pericoli di infezioni e mutilazioni che non utilizzando altri mezzi; inoltre anche a causa dell'ignoranza diffusa (da cui non erano esclusi i medici) sull'anatomia dell'utero e sui processi vaginali che spesso portava a tragiche conseguenze. Un caso accaduto in Germania citato nel libro di Shorter valga ad esemplificazione di tutti: un sarto apprendista, volendo fare abortire la sua ragazza, per prima cosa si diede da fare pestandole con i piedi la pancia; vedendo che ciò non aveva portato a niente prese un grosso paio di forbici, di quelle che utilizzava per tagliare i tessuti, le infilò nella vagina della ragazza e cominciò a muoverle aprendole e chiudendole allo scopo di "tagliarle il filo della vita": si può solo immaginare quale fine abbia fatto la ragazza. I due metodi più usati erano quelli di perforazione e quelli irrigatori. I metodi di perforazione operavano di solito sul sacco amniotico perforandolo, appunto, tramite un oggetto appuntito che, se in tempi più lontani poteva essere anche una semplice penna d'oca, successivamente fu sostituita da fili di ferro inseriti in cateteri cavi (per stimolare le doglie). Dopo l'invenzione della vulcanizzazione della gomma da parte di Charles Goodyear nel 1839 si cominciarono a produrre cateteri di gomma: con una mano si comprimeva l'addome e, tenendo con l'altra il catetere, lentamente, con un movimento rotatorio in avanti, si faceva dilatare gradualmente la cervice finchè non si rompeva il sacco amniotico e cominciava a fuoriuscire un liquido sanguinolento, dimostrazione del successo dell'operazione. I metodi irrigatori erano conosciuti fin dai tempi di Ippocrate, che utilizzava a tal proposito una vescica di maiale. Successivamente vennero introdotti clisteri di metallo e di vetro, ma solo dopo l'invenzione di Goodyear si costruirono due strumenti fondamentali d'uso semplice e "domestico": 1) contenitore d'acqua + tubo di gomma + beccuccio di metallo, osso o gomma dura. A metà del tubo una pompetta permetteva di creare una differenza di pressione che faceva espellere l'acqua dal beccuccio nell'utero; 2) pompetta "a vite" + beccuccio lungo e ricurvo. In entrambi i casi, il getto d'acqua provocava aborto per irritazione o a causa di un vero e proprio distacco della placenta dalle pareti uterine. Ma i problemi non erano nonostante tutto superati: si verificava a volte la perforazione delle pareti della vagina o dell'utero; spesso il mancato dosaggio di energia nel premere la "pompetta" portava a peritonite (perchè l'acqua penetrava nelle tube di fallopio e nel peritoneo) o a embolia aerea (perchè una bolla d'aria poteva insinuarsi inavvertitamente nella pompetta ed essere trasportata attraverso il sangue nel cuore o nei polmoni). Nonostante tutto, i metodi irrigatori saranno per tutto il XIX sec. al centro dell'attenzione degli abortisti, prima utilizzati dalle ostetriche poi anche in privato dalle stesse donne che volevano abortire. Dal 1900 al 1925 le irrigazioni erano divenute la tecnica più popolare per abortire autonomamente. Un operaio di Lüdenscheid volle far abortire sua moglie e comprò allo scopo un irrigatore "Piccadilly" da un compagno di lavoro - sappiamo questo dal medico che poi dovette curare la perforazione dell'utero della donna - il che dimostra come fosse alla portata di tutti e di tutte le "tasche".
I mezzi chimici inorganici utilizzati oggi hanno come precursori storici certe sostanze medicinali (arsenico, piombo, fosforo, chinino e apiolo) che, a cavallo tra il secolo scorso e il nostro, trovarono ampio consenso tra le ostetriche e coloro che volevano abortire. Furono due i fenomeni che fecero calare il piatto della bilancia a favore dei mezzi chimici e, viceversa, a fare dimenticare quelli meccanici: a) l'inesistenza dell'attività "invasiva" tipica dei mezzi meccanici. La donna ingeriva, in genere, il prodotto chimico ed era sicura dell'effetto abortivo senza preoccupazione di perforazioni, infezioni, emorragie o embolie (anche se poteva morire per intossicazione); b) il fenomeno dell'inurbamento. La gente cominciava a staccarsi fisicamente dalla campagna per approdare in città dove i ritmi, e la vita in genere, erano diversi e si poteva sentire maggiormente il distacco dalla tradizione popolare, che prediligeva le "erbe" o i mezzi traumatici, pur essendo pericolosi. Si rispose così in una duplice direzione. Da una parte vennero immesse sul mercato farmacologico sostanze abortive, semplice adulterazione di quelle tradizionali (es. sabina e zafferano) - vennero commercializzate anche certe pillole abortive che avevano una minima percentuale di sabina o apiolo (sostanza che si trova nell'olio di prezzemolo) unitamente a una gran quantità di lassativi, alcool o sali di ferro la cui inutilità era quasi certa - e dall'altra le popolane si diedero da fare per "scoprire" da sè nuove sostanze. Il primo composto inorganico ad avere successo fu l'arsenico. Era così di moda che in Svezia venne usato tra il 1851 e il 1880 causando circa il 30% degli aborti, pur essendo sfociati quasi tutti nella morte della donna. Fu per questo che venne ben presto abbandonato e sostituito dal fosforo: il cui uso inizia nel 1833 con l'invenzione dei fiammiferi: le donne grattavano le capocchie di circa un centinaio di fiammiferi, poi mischiavano il tutto con caffè liquido e se lo bevevano. Sempre secondo le statistiche svedesi, tra il 1851 e il 1903 si verificarono oltre 1400 casi di aborto tentato con il fosforo: solo dieci donne sopravvissero. In Germania, nel 1907, venne addirittura vietata la produzione di fiammiferi con la capocchia di fosforo. Perchè così tante morti? In molti casi accadeva che la donna ingerisse dosi talmente piccole di fosforo da non mettere in pericolo la propria vita, e così alla volta successiva riprovava. Ma bastava un minimo sbaglio nel dosaggio, cosa molto facile, per portare al cimitero. Non si aveva l'opportunità di imparare. Il piombo fu utilizzato come abortivo sotto il tacito consenso dei farmacisti, anche se era fortemente censurato dai medici, fino al 1930. Era la base fondamentale del "diachylon" conosciuto in Inghilterra sotto il nome di "bastone nero" perchè il farmacista ne traeva i pezzi da un grosso blocco di colore nero. Era una sostanza composta da piombo, olio d'oliva e strutto che serviva a tenere ferme le fasciature o immobilizzare le costole rotte (noto fin dai tempi degli antichi greci, dai quali prese poi il nome). Le donne lo acquistavano con la scusa di preparare fasciature e invece ne traevano minuscole palline che poi inghiottivano per abortire. Un ginecologo di Stettino, G. Schwarzwaeller, spiega come riconoscere le donne che hanno ingerito piombo:

"guardatele le gengive: si vedrà una riga blu. Quando entrerà nell'ambulatorio sarà pallida, avrà il polso regolare, non avrà febbre, il ventre sarà sensibile se premuto, e soffrirà di forti dolori addominali. Nessun altro sintomo, tranne che ha appena abortito o abortirà di lì a poco"

Negli anni '20 in Inghilterra la legislazione ne limitò la vendita a quella sottoforma di bastoncelli, le donne cominciarono così a grattarlo dalle fasciature o a rivolgersi verso altri mezzi più reperibili. La storia del chinino e dell'apiolo è per certi versi simile, nel senso che in entrambi le proprietà emmenagoghe furono scoperte quasi per caso. Nel XVII secolo nel Sudamerica si scoprì che la corteccia polverizzata dell'albero della cincona, il cui principio attivo principale è il chinino, abbassava la febbre dei malati di malaria. Nel 1814 se ne scoprirono le doti di regolatore dell'attività mestruale. Poco dopo la metà del 1800 si cominciò a sperimentare il chinino sugli animali, sui quali stimolava le doglie e rafforzava il tono della muscolatura uterina. Verso il 1880 cominciò a diffondersi il chinino come sostanza abortiva. Il grande decollo si ebbe però poco prima della seconda guerra mondiale quando, in Inghilterra, il chinino veniva venduto a sette scellini e mezzo in pacchetti da cinquanta pillole e divenne l'abortivo più utilizzato insieme all'apiolo. Gli effetti erano diversi a seconda della quantità assunta: in piccole dosi provocava contrazioni uterine; in dosi più grosse provocava l'effetto opposto. Per cui si ebbero casi di donne morte per avvelenamento di chinino che erano ancora incinte. L'apiolo è una sostanza che si trova nell'olio di prezzemolo, il quale era, ed è, il vegetale più conosciuto a livello popolare per le notevoli capacità abortive e afrodisiache. In Germania si poteva sentire il seguente proverbio: "il prezzemolo aiuta l'uomo a montare a cavallo [perchè afrodisiaco] e la donna ad andare sottoterra [perchè abortivo]". A Brema si poteva sentire cantare la seguente filastrocca:

Petersiljen, Soppenkruut, Wasst in usem Garen, Use Antjen de is Bruut, Schal nig lang meer Warten, Dat se na der Karken geit Un den Rock in Folen sleit.

[Prezzemolo, prezzemolo, buono per la pappa cresce nell'orto di mamma Annina sarà presto una sposina. Meglio non aspettare molto se vuole andare in chiesa senza una spina nella pancina]

Anche il prezzemolo fu inizialmente utile per curare la febbre malarica. Quando nel 1849 venne indetto a Parigi un concorso a premi in chimica per la miglior sostanza che sostituisse il chinino nella cura della malaria, due medici parigini presentarono l'apiolo (semi di prezzemolo trattati con alcool o etere). Il caso volle che alcune malate di malaria fossero sofferenti tra l'altro di amenorrea. Si scoprì così che, tra gli effetti secondari, l'apiolo regolarizzava le mestruazioni: era stato scoperto un nuovo emmenagogo. L'apiolo si diffuse a tal punto che moltissime case farmaceutiche cominciarono ad annoverarlo nei loro listini sotto i più svariati nomi (Ergapiol, Apergol, Salutol), e veniva venduto senza bisogno di prescrizione medica.


I mezzi fisici

Sono quelli che ci interessano più da vicino in questa sede in quanto legati da un anello di congiunzione naturale con il passato. I mezzi chimici tradizionali sono del tutto scomparsi nella pratica medica attuale, sostituiti da abortivi sofisticati che chiunque può procurarsi con modica spesa. I mezzi fisici mantengono invece pressoché immutati il "campo", sia nell'ambito medico che popolare: negli anni '60 si poteva ancora sentire parlare di mammane che, con ferri da calza, spazzolini per i denti e quant'altro, rovinavano irrimediabilmente l'utero alle donne; ancora oggi c'è chi crede nei bagni caldi, nei forti sforzi fisici, nei salti; l'aborto praticato negli ospedali italiani sotto l'egida della legge 194 sull'interruzione di gravidanza, in genere, è quello ottenuto mediante smembramento del feto con ferri appositi e successivo raschiamento o aspirazione.
- aspirazione (12 settimane dopo l'ultima mestruazione). Si dilata il collo dell'utero con cannule di plastica del diametro di pochi millimetri, ognuna leggermente più grande della precedente poi si introduce un tubo di plastica collegato a una pompa aspirante la quale, con un movimento orizzontale, risucchia l'embrione e tutto il materiale fetale all'esterno;
- raschiamento (stessi tempi dell'aspirazione). La dilatazione dell'utero si effettua nelle stesse modalità dell'aspirazione, successivamente però si estrae l'embrione e il resto del materiale attraverso un raschietto a forma di cucchiaio;
- aspirazione e raschiamento (dalle 12 alle 16 settimane dall'ultima mestruazione). Si combinano le due tecniche precedenti; - iniezione salina (dopo le 16 settimane). Si introduce un lungo ago nell'addome in modo da penetrare nel sacco amniotico da dove si aspira un po' di liquido e lo si sostituisce con un'uguale quantità di concetrazione salina. Questa, alterando l'equilibrio chimico dell'ambiente circostante, uccide il nascituro. Il bambino viene espulso con le stesse modalità dell'aborto spontaneo dopo 8-15 ore dall'intervento;
- isteretomia (dopo 20 settimane). Non è da confondere con l'isterectomia, che è l'asportazione dell'utero. Con l'isteretomia invece si effettua una sorta di taglio cesareo dopodiché si asporta manualmente il nascituro. Riguardo a questa ultima tecnica abortiva è bene rendere noto che a 21 settimane (circa 5 mesi dal concepimento) il nascituro è perfettamente formato e addirittura capace di sopravvivere al di fuori del ventre materno, se aiutato con opportune cure. A tal riguardo un caso clamoroso si verificò nel giugno 1988 a Pavia. Al Policlinico S.Matteo i medici avevano deciso di provocare un aborto perchè non riuscivano più a sentire il battito cardiaco del nascituro, che aveva allora 4 mesi e mezzo. Appena fuori il bambino cominciò a urlare, fu messo allora in incubatrice dove restò fino ai nove mesi. Un'altra vicenda, conclusasi questa volta tragicamente, riguarda invece il famoso caso della clinica Mangiagalli a Milano. Nel settembre 1987 venne abortito un bambino di 21 settimane perchè affetto da sindrome di Klinefelter (che porta a sterilità): era ancora vivo quando venne tagliato il cordone ombelicale ma venne lasciato morire. Una vicenda simile accadde a Londra un mese prima, nel luglio 1987: una bambina, abortita alla 21° settimana, aveva cominciato a respirare ma venne abbandonata su un vassoio di metallo in sala operatoria; morì dopo tre ore, dopodiché venne chiusa in un sacco e buttata in un inceneritore.










L'aborto, dal punto di vista della donna (autodeterminazione\affrancamento dallo sfruttamento procreativo)

Parlare di condizioni della donna genericamente riferendosi ad antica Grecia o antica Roma non è che una finzione storica. Se si pensa infatti alla rivoluzione culturale avvenuta negli ultimi 50 anni in Italia, non si può che sorridere alla pretesa di schematizzare in poche righe un millennio di storia culturale dell'antichità. In questo capitolo si cercherà dunque di mettere in luce quelle caratteristiche del rapporto uomo-donna nel mondo greco romano che non sono mutate nel tempo, o lo sono solamente in minima parte: si tratta di un precipitato accumulatosi nei secoli e di cui ci rimane memoria ancora oggi, nel nostro vivere quotidiano. L'utilità di una simile digressione sta nell'importanza che ha avuto in un recente passato e mantiene tutt'oggi lo studio della condizione femminile per esaminarne il rapporto con l'aborto. L'introduzione in Italia della legge sull'interruzione della gravidanza ebbe a supporto, tra le altre motivazioni politiche e sociali, quello che il movimento femminista di allora chiamava "ricatto procreativo". In sintesi si trattava di questo: mettere al mondo dei figli rende la donna socialmente debole in quanto costretta a spendere energie e tempo nella loro educazione e custodia dipendendo così economicamente dall'uomo; per superare questo stato di inferiorità si teorizzava allora la necessità di sciogliere il ricatto procreativo trasferendo completamente nelle mani della donna la libertà di scegliere se e quando fare figli. L'aborto diveniva così uno dei mezzi di cui la donna avrebbe potuto legittimamente servirsi per non partorire. Ma l'aborto è capace di riscattare effettivamente la donna dallo stato di inferiorità?


(Nota di Lunaria: si tenga presente comunque, che, per mere concezioni culturali, una donna pagana di secoli fa, una donna indios ed una donna nostra contemporanea di cultura cattolica NON possono percepire l'aborto allo stesso modo; è evidente che lo stesso atto di abortire viene "visto e decodificato" in maniera differente a seconda del contesto culturale di appartenenza; è noto poi che certe società come quella spartana, romana, indios, cinese ecc. legittimassero, anzi, molto spesso quasi obbligavano persino all'infanticidio, specialmente delle femmine e\o dei maschi disabili; a questo aggiungiamo che anche l'atto stesso di partorire varia da cultura a cultura: si pensi per esempio alla cultura africana, dove le donne partoriscono con dolori atroci - spesso il bambino nasce morto, soffocato - per via della mutilazione genitale femminile che ha deformato la vagina, ostruendo il passaggio del nascituro, o ancora, alle superstizioni legati all'impurità del parto, tipiche dell'ebraismo o di società animiste, dove la donna che ha partorito, o la donna con mestruazioni, viene persino segregata "in quarantena"; in società del genere è probabile che una donna per evitare il parto sia più propensa a ricorrere all'aborto)
 
Infine, una vicenda che fa riflettere.


Corleone, Sicilia, 27 novembre 1989. Maria Mannina, 36 anni, madre di tre figli e incinta del quarto, di ceto medio-alto, muore dopo aver ingerito ripetutamente a scopo abortivo un decotto a base di prezzemolo. Due giorni prima era stata portata all'ospedale Villa Sofia di Palermo e mantenuta in sala di rianimazione. Quella mattina non riusciva a stare in piedi, accusava vertigini e aveva braccia e gambe intorpidite, poi era seguita la perdita di conoscenza. Dopo 48 ore il sangue non coagulava più. Ogni organo vitale era praticamente impregnato di veleno. Infine: il decesso. La decisione di abortire era stata presa con il marito, Nunzio Vernagallo, titolare di un'officina meccanica, per timore di vedere aggravata la propria malattia ai reni e per la stanchezza di allevare altri figli. Si discusse molto a suo tempo sulle cause di una tale morte. Sui giornali, e in Parlamento, ci si spaccò inevitabilmente tra abortisti e antiabortisti dandosi reciprocamente la colpa per quello che era accaduto. I primi denunciavano lo stato di ignoranza di certa parte della popolazione sulle possibilità offerte dalla legge 194 sull'interruzione di gravidanza; i secondi viceversa sollevavano l'inutilità di una legge che, pur nelle intenzioni, non risolveva i problemi degli aborti clandestini. Polemiche inutili, perchè in verità la battaglia non si combatteva sul piano dell'utilità di una legge ma sulla concezione che si aveva della vita intrauterina e della sua salvaguardia.

Aggiungo anche una setta eretica cristiana poco nota, che sembra che praticasse una sorta di rito cannibalico con i feti. Dico sembra, perché similmente a quanto detto per altre sette di eretici, tale accusa potrebbe anche essere stata inventata di sana pianta per diffamare un gruppo di sovversivi che venivano giudicati pericolosi per l'autorità ecclesiastica. Potrebbe essere vero che effettivamente praticassero una sessualità libera e sfrenata, ma forse l'accusa di cannibalismo potrebbe essere un'esagerazione usata per screditarli, anche perché tali accuse, suppergiù, vengono ripetute anche per altri gruppi ereticali (catari, valdesi, bogomili, libero spirito ecc.)

Il vescovo Epifanio nel 374 d.C. circa scrisse un libro (lo Scrigno antieresie) nel quale raccoglieva tutte le manifestazioni di religiosità antitetiche rispetto al vero cristianesimo. Vi si parlava, fra l'altro, dell'eresia gnostica dei Borboriti i quali si cibavano a fini rituali di feti abortiti:

"E perciò leggendo nei libri arcani "vidi un albero con dodici frutti all'anno e mi disse 'questa è la pianta della vita'"[si tratta di un brano dell'Apocalisse (22.2), nda] essi intendono per allegoria il flusso mestruale femminile. Nei reciproci congiungimenti non vogliono procreazioni. Non infatti a scopo generativo è da essi praticata la fornicazione, bensì per il piacere, il diavolo prendendosi gioco di tal gente e irridendo l'immagine di Dio formata. Ma per realizzare il piacere, accolgono in se stessi il seme della loro depravazione, non eiaculando per far figli, ma ingoiando essi il prodotto della loro sconcezza. Se poi alcuno di loro preferisca spandere il getto con scarico naturale, e la donna resti incinta, senti cosa ancora più terribile questa gente ardisce fare. Fatto uscire l'embrione quando al momento opportuno vi abbiano posto mano, prendono questo feto espulso e col pestello lo battono in un mortaio, e mescolandoci miele e pepe ed alcuni altri aromi e profumi per non averne disgusto, così tutti insieme convenuti i tiasoti [= seguaci di Dioniso] di questa accolta di porci e cani prendono ciascuno con le dita un po' del bimbo maciullato. E compiuta così la antropofagia, rivolgono poi a Dio una preghiera che dice: non fummo delusi dal signore del desiderio, ma raccogliemmo il peccato del fratello. E proprio questo reputano perfetta Pasqua "