Recensione a "Barbablu" di Amélie Nothomb


Trama: Saturnine, giovane ragazza belga, cerca un alloggio a Parigi. Trova, per una cifra modesta, un sontuoso appartamento da condividere con l'eccentrico proprietario, il Grande di Spagna don Elemirio Nibal y Milcar. Ma Saturnine non sa che otto donne hanno abitato, prima di lei, in quella magnifica casa, che hanno indossato abiti dai colori meravigliosi creati dalle mani di don Elemirio e che di loro nessuno ha più notizie. 

Un romanzo che rivendica il diritto ad avere dei segreti e che indaga i meccanismi dell'amore, il cannibalismo sentimentale e la doppiezza della natura umana.


Recensione di Lunaria: rivisitazione della celebre fiaba "Barbablu", qui interpretata in un contesto moderno (una giovane cerca un appartamento, lo trova, ma non può entrare nella camera oscura) e con un taglio "teatrale" (la vicenda si snoda per 103 pagine di dialoghi continui del "botta e risposta" dei due protagonisti) che alterna un registro espressivo tragicomico ad uno surreale, creando un'atmosfera molto beckettiana. E difatti, si ha la sensazione che sia stato pensato più come testo teatrale (e che come tale, renda al meglio su un palcoscenico) che non come romanzo.

"Questo è l'ingresso della camera oscura, dove sviluppo le mie fotografie. Non è chiusa a chiave, una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe"

Pervaso anche da una leggera tensione erotica (nonostante Elemirio non sfiori neanche con un dito Saturnine e lei scelga di restare nell'appartamento proprio per questo) che sfocia nel macabro di una necrofilia "soft" (già nella fiaba originale, del resto, così come il lettore già sa che le mogli precedenti sono state uccise) e più in generale, quasi come una parodia della società del lusso (i due non fanno altro che bere costosissimi champagne) e con una propria "cromoestetica" (i colori sono tra le chiavi di lettura della vicenda) ,"Barbablu" resta una riproposizione interessante e nello stesso tempo graffiante, che consiglio di leggere.


Una pagina tratta dal "Gattopardo"

Quando la famiglia si fu messa in carrozza (la guazza aveva reso umidi i cuscini) Don Fabrizio disse che sarebbe tornato a casa a piedi; un po' di fresco gli avrebbe fatto bene, aveva un'ombra di mal di capo. La verità era che voleva attingere un po' di conforto guardando le stelle.

Ve n'era ancora qualcuna proprio su, allo zenith. Come sempre il vederle lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi. Nelle strade vi era di già un po' di movimento: qualche carro con cumuli d'immondizia alti quattro volte l'asinello grigio che li trascinava.

Un lungo barroccio scoperto portava accatastati i buoi uccisi poco prima al macello, già fatti a quarti e che esibivano i loro meccanismi più intimi con l'impudicizia della morte. A intervalli una qualche goccia rossa e densa cadeva sul selciato. Da una viuzza traversa intravide la parte orientale del cielo, al disopra del mare. Venere stava lì, avvolta nel suo turbante di vapori autunnali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo. Don Fabrizio sospirò. Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero, lontano dai torsoli e dal sangue, nella propria regione di perenne certezza?













Ricordi d'infanzia... (8) Isa e Bea, Barbara





conservo ancora il ciondolo a forma di spirale che avevano messo in allegato in uno dei primi numeri...è stato uno dei miei primi gioielli!