Riscoprendo i Sobre Nocturne!

Sobre Nocturne! Riscoperti da questa recensione "vintage", non avendo memoria di loro, sono andata a cercarli su youtube... e, sorpresa! 


Mi hanno subito conquistato con il loro Gothic Metal "operistico" (ma che non eccede mai diventando vero e proprio Symphonic Metal, anche grazie ai tempi piuttosto "lenti" e alla registrazione un po' "vintage e ovattata", come piace a me) che ricorda i primi Tristania (quelli del Capolavoro "Widow's weeds") e soprattutto Haggard e i Therion della svolta Gothic operistica.

https://www.youtube.com/watch?v=XseYgbEQLzM

Un gruppo uscito nel 1996 che purtroppo all'epoca di questo "Serpentine Dreamweaver" nel 1999 (corredato da una copertina troppo striminzita che non rende appieno le atmosfere del disco, però!) 


non ha avuto "la giusta visibilità" che gli avrebbe permesso di spiccare insieme a Therion ed Haggard nella scena Gothic Metal\proto Symphonic Metal.

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Da riscoprire oggi, ringraziando anche chi li ha caricati su YT, permettendo che questa piccola gemma non andasse perduta. 🥹

Ringraziando chi usa i social network in modo intelligente, al contrario dei pincopallini che si impegnano per rendere YT un vespasiano, con il preciso intento di inquinare ed intossicare tutto quanto di culturale e costruttivo si fa (in una marea di kitch e pacchianeria trash che ormai è la prassi dei social network).

Perciò, se già vi piacciono gli Haggard e i Therion andrete a colpo sicuro con i Sobre Nocturne. 

Se li vedo a qualche banchetto alle fiere del disco li acquisterò sicuramente perché questo loro album che ho sentito "in formato virtuale su YT" mi è piaciuto davvero tanto e non sarebbe male aggiungerlo alla mia discografia di classici del Gothic Metal.

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Commento introduttivo al "Marchese di Roccaverdina"

Info tratte da

"Il Marchese di Roccaverdina", il romanzo più famoso di Luigi Capuana fu ispirato alla vita sentimentale dell'autore: infatti, dal 1875 al 1892 Capuana ebbe una relazione con Giuseppina, una giovane domestica; dalla loro relazione nacquero diversi figli, tutti alloggiati all'ospizio dei trovatelli.

Poi fu lo stesso Capuano a sistemare Giuseppina con un matrimonio di convenienza.

A questa donna, Capuana indirizzò diverse lettere d'amore in dialetto.

Nell'episodio autobiografico di Capuana si rispecchia lo scenario sociale cupo e drammatico che è il naturale orizzonte di tanta narrativa siciliana dell'epoca del Verismo, uno scenario di ardenti passioni e penosi segreti, di grida del cuore e di silenzi; inoltre vi è racchiusa la traccia della vicenda del romanzo. 

"Il Marchese di Roccaverdina" venne pubblicato vent'anni più tardi dei "I Malavoglia" e conclude l'esperienza della narrativa verista; il romanzo di Capuana è per molti aspetti il romanzo-tipo del Verismo ma in esso confluiscono anche elementi del romanzo psicologico.

Una delle ambizioni più evidenti di Capuana era quella di far coesistere il modello del romanzo naturalistico con inserti di moderna e tormentata psicologia.

Il punto di partenza del romanzo è di stampo veristico-naturalista: la Sicilia fosca ed immobile, con i solitari paesaggi, le campagne arse solcate da aride e sassose mulattiere, i palazzi padronali alteri, una società divisa rigidamente in ceti segnati da destini incomunicanti, la rassegnazione silenziosa dei poveri, fa da sfondo per tutta la prima parte del romanzo.

Ecco come si presenta Agrippina, la ragazza di cui il marchese ha fatto un'amante sottomessa e fedele: "Vestita a lutto, avviluppata nell'ampia mantellina di panno nero che le copriva la fonte, lasciando scorgere, tra le falde tenute strette con le due mani sul mento, appena gli occhi, il naso, la bocca."

Il nero di cui è avvolta suggerisce il senso di una tragedia tacita e antica (del resto, sul finale, compare la pazzia), il cui unico compenso è la dedizione assoluta dell'offerta d'amore.

Il marchese, quando se ne deve liberare, la dà in sposa ad un suo fido fattore, ma impone una condizione inumana: dovranno vivere in castità.

Quando sospetta che il giuramento sia stato infranto, il marchese uccide il marito e lascia che del delitto sia accusato un innocente.

A quel punto, nel romanzo inizia la virata psicologica, il flusso di coscienza e il rimorso che perseguitano il marchese.

Le luci del dramma si spostano dallo scenario arcaico della Sicilia agrario-feudale al travaglio di un'anima che corre verso la dannazione; al quadro sociale, si sostituisce la psicologia del rimorso.

Negatagli l'assoluzione del confessore, il marchese prima cerca conforto nello spiritismo (Nota di Lunaria: e purtroppo Capuana qui non sviluppa, come avrebbe potuto, una vena gotica-spettrale che avrebbe reso il romanzo più cupo) e poi attraverso il matrimonio, un nuovo status, ma è tutto inutile; e qui inizia la terza fase del romanzo, dove a poco a poco fa capolino l'ombra della follia, mitigata in parte dalla ricomparsa di Agrippina, che non più "donna che infiamma la lussuria", ma donna di pietà che assiste, misericordiosa, il marchese ormai preda del delirio.

Agrippina, sacerdotessa della pietà, che "bacia e ribacia quelle mani quasi inerte, che avevano ammazzato per gelosia di lei... grata e orgogliosa di essere stata amata fino a quel punto dal marchese di Roccaverdina", alla fine trascinata via, e, ancora una volta, rassegnata a quel che il destino aveva scelto per lei, sempre fedele fino all'abnegazione più totale, all'uomo che prima si era incapricciato di lei, poi l'aveva data via.

"Uscì fuori, oltre la cinta degli eucalipti, su la linea dei seminati che già incominciavano a ingiallire. Mai egli non aveva visto tale meraviglioso spettacolo di sano rigoglio. Le spighe si piegavano in cima dei pedali del grano così alti da nascondere un uomo a cavallo che si fosse inoltrato in mezzo ad essi; e i seminati si stendevano a perdita d'occhio, da ogni parte della pianura, ondeggiando dolcemente fino a piè delle colline attorno a Ràbbato. Là i vigneti nereggiavano in grandi scacchi, col fitto fogliame, e gli ulivi arrampicati per l'erta, macchinosi, protendevano i rami in basso quasi volessero toccare il terreno. Ma quelle vigne ch'egli sapeva cariche di piccoli grappoli che tra qualche mese si sarebbero ingrossati e anneriti o ambrati sotto il benefico calore del sole; ma quegli uliveti che, avuta una felicissima fioritura, erano già onusti di frutti inverdicanti lietamente per la maturazione, non gli producevano, quel giorno, nessuna impressione di gioia; quasi vigne ed uliveti non avessero poi dovuto dar lavoro alle macine, agli strettoi, ai pigiatoi, e riempire i coppi e le botti. Perché questo scorato presentimento? Non sapeva spiegarselo."

Ovviamente rivendicato con... https://www.youtube.com/watch?v=mGSTGwcGono


Scenari industriali in Lombardia

 

































Nellie Bly


Nel 1887, la reporter Nellie Bly (pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran), fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell'isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. Nel suo reportage, Nellie racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci.

Grazie al suo reportage, gli istituti di igiene mentale vennero riformati; Nellie Bly è considerata la prima giornalista investigativa.

Dal capitolo 1

"Era il 22 settembre quando mi fu chiesto dal direttore del World se fossi disposta a farmi internare in uno degli istituti femminili di igiene mentale di New York, allo scopo di scrivere un resoconto completo e veritiero sul trattamento delle pazienti lì recluse, su metodi di gestione della struttura e altro ancora. (...) Sarei dunque riuscita a rimanere almeno una settimana all'interno del manicomio dell'isola Blackwell, mi fu chiesto?

Risposi che potevo e che l'avrei fatto. E mantenni l'impegno preso."

"Non potevo sapere che, avuto accesso a quel manicomio, come all'epoca potevo soltanto sperare, la mia esperienza sarebbe andata ben oltre la semplice descrizione della vita che vi si conduceva. Di certo, non immaginavo che un simile istituto potesse essere gestito in modo così inadeguato e che sotto il suo tetto crudeltà inimmaginabili venissero quotidianamente perpetrate ai danni di fragili pazienti incapaci di reagire."

"Vi è una cosa, soprattutto, che mi lascia oltremodo perplessa: nel momento stesso in cui fui internata, cessai di atteggiarmi a pazza e mi comportai in modo assolutamente ordinario. E tuttavia, più parlavo e agivo razionalmente, più ero ritenuta afflitta da follia da tutti, ad eccezione di un medico, la cui gentilezza e cordialità resterà per sempre impressa nel mio cuore."

Pagine 41-42

"Mentre così riflettevo, arrivò una tarchiata infermiera dalla pelle chiara, che, indossata la cuffia, disse a Miss Ball che poteva andare a pranzo. Poi, rivoltasi a me, mi ordinò sgarbatamente: "Togli il cappello!"

"Non devo togliere il cappello", risposi, "sto aspettando la barca per tornare a casa."

Miss Scott, questo era il nome della brusca infermiera, si prese la briga di informarmi: "Ebbene, non andrai a casa; è bene che tu lo sappia a questo punto. Ti trovi in un istituto per persone malate di mente. (...) Ora: puoi toglierti il cappello di tua spontanea volontà o dovrò usare la forza e, se non riuscirò a farlo sa sola, suonerò il campanello per chiedere assistenza. Cosa mi dici?"

"Non voglio, ho freddo e desidero tenere il cappello. Non potete obbligarmi."

"Ti darò qualche altro minuto, poi dovrò ricorrere alla forza e ti assicuro che non sarà piacevole."

"Se mi strappa via il cappello, io farò altrettanto con la sua cuffia."

(...) Mi decisi a togliere cappello e guanti per poi sedere silenziosa, lo sguardo fisso nel vuoto."

Pagina 43

"Tutte le finestre del salone erano aperte e un gelido vento filtrava all'interno (...) Se le altre pazienti, al pari mio, erano scosse da incontenibili brividi, le infermiere, imbacuccate in indumenti pesanti, parevano perfettamente a loro agio."

Pagina 45

"Sono ormai convinta che, se si escludono i casi di persone violente, nessun dottore abbia realmente la capacità di comprendere se una persona sia o meno malata di mente."

Pagina 55

"In quel drammatico contesto, pensai, perfino camminare verso la forca sarebbe stato preferibile a una condanna a vita in quel grigio sarcofago in cui si apprestavano ad essere seppellite. (...) Mentre superavamo una bassa palazzina, fummo raggiunte da un fetore tale da essere costrette a trattenere il fiato. Con orrore realizzai che non si trattava d'altro se non della cucina in cui quelli che sarebbero divenuti i nostri pasti venivano preparati."

Pagina 56

"Sospinte in uno stretto vestibolo, chiusero a chiave la porta. Devo ammettere che, avvertendo il sordo scatto della serratura, pur consapevole della mia perfetta normalità e del fatto che in pochi giorni avrei ottenuto il mio rilascio, fui prossima ad un attacco di panico. Per la prima volta avvertii tutto il peso di essere giudicata folle da quattro esperti psichiatri e rinchiusa dietro le sbarre di un manicomio, circondata giorno e notte da persone realmente afflitte da malattie mentali; percepii, come mai prima di quel momento, l'angoscia suscitata dal ritrovarmi costretta a mangiare e dormire con queste donne e di essere reputata loro pari."

Pagina 58 

"Questa donna [una straniera], prelevata senza il suo consenso dal mondo solo perché straniera e priva di risorse, era stata spedita in un manicomio senza avere alcuna possibilità di provare la sua "normalità". Come era possibile che quella creatura si ritrovasse segregata a vita senza che neppure le venisse spiegato, nella sua lingua, il motivo di una simile reclusione, quando perfino ai criminali veniva data l'occasione di dimostrare la propria innocenza?"

[All'epoca non era raro che le donne solo perché povere o straniere o perché ripudiate dal marito o ancora perché reagivano con eccessivo fervore a molestie o abusi subiti, finissero internate in manicomio]

Pagina 75 

"Quando poi, rivoltandolo [un pezzo di pane non imburrato] vi trovai assiepato il nido di un ragno, non potei fare a meno di rinunciarvi, rivolgendo la mia attenzione al porridge. Purtroppo anch'esso si presentava, perfino dall'odore, prossimo alla putrefazione"

Pagina 83

"Vidi le infermiere portare dentro una donna che riconobbi dalla voce essere colei che per tutta la notte aveva invocato la morte. Si trattava di una signora anziana, sui settant'anni, non vedente (...) A stento mi trattenni dal prenderle [le infermiere] a calci, nel vederle prendersi gioco di lei, lasciandola camminare alla cieca nel salotto e scoppiando a ridere ogniqualvolta ella andava a sbattere contro qualche ostacolo"