Gender si fermò in cima al nudo pendio, si asciugò la fronte arrossata e grondante di sudore sotto l'ampia tesa del cappello, e si voltò a guardare i suoi quarantanove prigionieri. Nudi e neri, stavano risalendo a passo lento e strascicato l'antico e stretto sentiero degli schiavi che attraversava la giungla. Quarantanove uomini catturati per mano stessa di Gender e imprigionati con un collare ad un'unica, lunga catena, destinati a lavorare nella sua piantagione al di là dell'oceano...
Gender sorrise scostando lievemente i baffi spioventi e sparuti, un ghigno cupo di avido trionfo.
Da anni aveva sognato e fatto piani per quell'avventura, come altri uomini avevano sognato e fatto piani per viaggi avventurosi in Europa, pellegrinaggi santi o ritorni ai beneamati luoghi d'origine. Aveva detto a se stesso che sarebbe stato un affare assai vantaggioso e pratico. Gli schiavi passavano per così tante mani: il razziatore, il carovaniere, l'agente di terra, il capitano della nave negriera, il trafficante a New Orleans o all'Havana o a Charleston, dove viveva.
Ciascuna di quelle mani avide si sarebbe impossessata di un profitto considerevole, e tutti gli utili dovevano provenire, in ultima analisi, dal prezzo pagato dal proprietario della piantagione. Ma lui, Gender, si era recato in Africa da solo, con la propria nave; con una dozzina di fedeli ruffiani del Benguela era riuscito a penetrare nella regione del Bihé-Bailundu, aveva saccheggiato un villaggio e catturato quarantanove indigeni tra la notte e l'alba. Soltanto un collare della lunga catena con cui li aveva imprigionati rimaneva vuoto, ma Gender era sicuro di riuscire a utilizzare anche quello prima di raggiungere la nave. Grazie a Dio, riusciva a far soldi in quel modo, quasi coniandoli da sé: ne valeva sempre la pena per un colono di Charleston del 1853.
Così egli ragionava tra sé e sé, e questo credeva in realtà, ma ciò che gli procurava una gioia genuina era nascosto nel cantuccio più nero del suo cuore.
Aveva concepito quella razzia al villaggio per seguire un istinto che si nutriva di crudeltà e desiderio di dominio. Un uomo meno violento e crudele si sarebbe ritenuto soddisfatto di cacciare leoni o elefanti, ma Gender doveva cacciare uomini in carne e ossa.
A dire la verità, il denaro ricavato o risparmiato dal viaggio sarebbe stato poca cosa, ammesso che fossero riusciti a ricavarne o a risparmiarne.
Ma la soddisfazione sarebbe stata comunque enorme. Ogni giorno il suo ampio torace si sarebbe dilatato nel percorrere con lo sguardo con la sua proprietà, scorgendovi gli schiavi zappare il cotone sulla spiaggia o potare le piante dell'indaco: i suoi 49 schiavi, catturati, imbarcati e addestrati dalle sue stesse grandi e forti mani, assai più eloquenti nella loro sfrenata certezza di possesso di tutte le teste di animali feroci che giravano nei negozi degli imbalsamatori.
Improvvisamente, qualcosa gli ronzò nelle orecchie, simile al ritmico ronzio di uno sciame di api. Gli uomini stavano mormorando sommessamente una canzone.
Proveniva dalla lunga colonna degli schiavi dai volti tormentati. Gender li fissò, e diede fiato ad una delle imprecazioni che teneva sempre sulla punta della lingua.
"Silva!", gridò.
Il portoghese scarno che camminava, libero, alla testa della colonna, si girò e si avvicinò a Gender.
"Patrao?", chiese rispettosamente, con un sorriso bianco e luccicante che si apriva in un viso color nocciola.
"Che cosa stanno cantando?", chiese Gender. "Non credevo che avessero motivi per farlo."
"è una canzone che cantano gli schiavi, patrao"; la mano affusolata di Silva con il braccialetto d'argento al polso, fece un aggraziato gesto di commiato.
"Non è niente. Una di quelle cose che gli indigeni si inventano e cantano mentre camminano o lavorano."
Gender colpì lo stivale con la frusta di pelle di ippopotamo che teneva in mano. Il sole del pomeriggio, scivolando lungo gli imponenti alberi della giungla, accendeva pallidi e freddi bagliori nei suoi sottili occhi azzurri. "Cosa dice quella canzone?", insistette.
I due si avvicinarono alla carovana mentre, incitati da una dozzina di negri dal cappello rosso, gli uomini avanzavano faticosamente lungo il sentiero.
"è soltanto una canzone cantata dagli schiavi, patrao", ripeté Silva. "Significa pressappoco: anche se mi porti via incatenato, quando morirò sarò libero. Tornerò per stregarti e ucciderti."
Il corpo pesante di Gender sembrò dilatarsi, e i suoi occhi si socchiusero. "E così, è questo che cantano, hmmm?"
Lanciò un'altra imprecazione. "Ascolta!"
L'infelice processione stava intonando un breve ritornello ritmato: "Hailowa - Genda! Haipana! Genda!"
"Genda, quello è il mio nome", sbraitò il colono.
"Stanno cantando qualcosa su di me, vero?"
Silva fece un altro gesto fluido, ma Gender gli sventolò la frusta sotto il naso. "Non cercare di prendermi in giro. Non sono un bambino che si può circuire così facilmente. Che cosa stanno cantando su di me?"
"Niente di importante, patrao", si affrettò a rassicurarlo Silva. "Potrebbe essere qualcosa come Stregherò Gender, ucciderò Gender"
"Allora mi minacciano!"
Un rossore si diffuse sul grande viso di Gender. Corse verso i neri in catene e li frustò con tutta la forza che aveva nel braccio. La canzone si mutò in disperati gemiti di dolore.
"Vi darò io una bella lezione di musica!", infuriò Gender, e fustigò gli uomini agitandosi per tutta la lunghezza della colonna, fino a quando fu coperto di sudore per lo sforzo.
Ma non appena Gender si voltò, la canzone riprese.
"Hailowa Genda! Haipana Genda!"
Girandosi di scatto, Gender inferse una nuova pioggia di frustate. Anche Silva, affrettandosi ad assecondarlo, frustò gli schiavi e li insultò nella loro stessa lingua. Ma quando entrambi furono esausti, i prigionieri ripreso il mormorio, sommessamente ma ostinatamente, la medesima cantilena.
"Lasciali piagnucolare", ansimò Gender alla fine. "Una canzone non ha mai ammazzato nessuno."
Silva rise nervosamente. "Certo che no, patrao. Questa è solo una stupida credenza indigena."
"Intendi dire che pensano che una canzone possa uccidere?"
"Sì, e anche di più. Dicono che se cantano tutti insieme e pensano tutti ad una persona odiata, i loro pensieri e il loro odio diventerà una vera e propria forza capace di colpire e di punire al posto loro."
"Sciocchezze!", sbottò Gender.
Ma quando quella notte si accamparono, Gender dormì solo a tratti un sonno turbato, e nei suoi sogni udì una canzone che si faceva sempre più profonda e pensante, fino a diventare visibile come una nuvola densa e scura che lo sommergeva.
La nave che Gender aveva noleggiato per la spedizione giaceva in un estuario paludoso, lontano da qualsiasi città costiera. Quando caricò le merci a bordo, l'alba si profilò stranamente fiammeggiante e minacciosa. Dunlapp, il vecchio capitano che avrebbe comandato in sua vece, lo raggiunse in cabina.
"Tutto pronto, signore?" chiese a Gender. "Possiamo salpare con la marea. C'è un sacco di posto nella stiva per quella marmaglia che ha portato. Dirò agli uomini di togliergli i ferri."
"Al contrario", esclamò Gender, "Dite agli uomini di ammanettare tutti gli schiavi, uno per uno."
Dunlapp guardò Gender stupito. "Ma questa non è una buona cosa per i negri. Quando sono in catene si ammalano, non mangiano. A volte finiscono per morire."
"Ti pagherò bene, Capitano", tuonò Gender. "Ma non per darmi dei consigli. Ascolta quei selvaggi."
Dunlapp si mise in ascolto. Un lamento li raggiunse.
"Hanno cantato quella maledetta canzone su di me per tutta la strada fino alla costa", spiegò Gender. "Sanno che la odio... Li ho frustati giorno dopo giorno... ma continuano a cantarla. Non toglierete loro le catene fino a quando non staranno zitti."
Dunlapp si inchinò in segno di sottomissione e si allontanò per impartire gli ultimi ordini prima della partenza. Più tardi, quando salparono, raggiunse Gender sul ponte di poppa.
"Anche a me sembra che siano piuttosto testardi con quella cantilena", osservò.
"Ho sentito dire", replicò Gender, "che cantano insieme perché pensano che molte voci e cuori infondano potere all'odio, o ad altri sentimenti". Si accigliò. "Fantasie pagane!"
Dunlapp fissò alcuni gabbiani bianchi sopra la cresta delle onde.
"Potrebbe esserci qualcosa di vero in questa credenza, signor Gender; a volte è così nella fede dei popoli selvaggi. Ascolti bene, ho visto più di millecinquecento maomettani pregare tutti insieme nelle regioni barbare. Quando si inchinano, il rumore di tutte quelle teste che si appoggiano al solo risuona come lo schianto di un'enorme roccia. E quando si rialzano, il movimento dei loro indumenti produce un sibilo simile alle raffiche di una burrasca. Non ho potuto impedirmi di pensare che quella loro preghiera avesse una qualche forza."
"Non sono che idiozie da selvaggi", interloquì Gender, assottigliando nervosamente le labbra.
"Be', anche in territori cristiani abbiamo qualche esempio, signore", proseguì Dunlapp. "Se ci pensa bene, una folla potrebbe essere capace di infuriarsi e di bruciare o impiccare qualcuno. Ma un uomo solo, potrebbe farlo? Ogni singolo uomo di quella folle potrebbe farlo? No, ma insieme il loro odio e la loro risolutezza diventano..."
"Non è affatto la stessa cosa" lo interruppe bruscamente Gender. "Gradirei cambiare argomento."
Il pomeriggio seguente, una vela bianca scivolò sull'orizzonte dietro di loro. Sull'albero maestro brillava una piccola macchia di colore. Il capitano Dunlapp osservò attraverso un telescopio, e imprecò con una tipica bestemmia da uomo di mare.
"Una nave da guerra britannica", annunciò. "Ci sta inseguendo."
"E allora?", chiese Gender.
"Ma non capisce, signore? L'Inghilterra ha giurato di abolire il commercio di schiavi. Se ci acciuffano con questo carico di uomini, sarà la fine per noi."
Poco dopo, gemette in preda all'apprensione.
"Ci stanno superando. Ecco il segnale di fermarci e di aspettarli. Dobbiamo farlo, signore?"
Gender scrollò violentemente la testa.
"Non noi! Fagli vedere come ce la filiamo, capitano."
"Ci prenderanno. Navigano a tre piedi contro i nostri due."
"Non prima che faccia buio", disse Gender. "Quando scenderanno le tenebre, troveremo un mezzo per... rendere meno evidente il nostro imbarazzo."
E così la nave con il suo carico di schiavi si diede alla fuga, inseguita da quella inglese. Nell'arco di un'ora, il sole era sceso sull'orizzonte, e Gender sorrideva sinistramente.
"Tra pochi minuti sarà buio", disse a Dunlapp. "Non appena sarai sicuro che non possano più distinguere quello che facciamo a bordo con cannocchiali o cose simili, fai salire gli schiavi sul ponte."
Nella luce del crepuscolo i quarantanove prigionieri erano allineati lungo la battagliola. Nonostante le catene che imprigionavano loro collo e caviglie, gli uomini non avevano né una postura né uno sguardo servile. Uno di essi iniziò a cantare e gli altri gli fecero eco, mormorando la canzone che li aveva accompagnati lungo il sentiero.
"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"
"Continuate pure a cantare", sbottò Gender, e si diresse all'estremità della fila di schiavi, a prua. In quel punto giaceva il collare vuoto.
Gender lo afferrò e piegandosi oltre la battagliola, lo agganciò all'anello di una pesante ancora che ondeggiava sopra il gancio di un mulinello.
Poi si voltò di nuovo e guardò la linea degli schiavi dalla quale si levava il canto lamentoso.
"Fatevi un bel bagno per rinfrescare i bollori", li schernì Gender, e liberò il moschettone.
L'ancora cadde. Lo schiavo più vicino venne trascinato con essa, e così seguirono gli schiavi dopo di lui. Gli altri videro, urlarono e cercarono di abbracciarsi, quasi a proteggersi contro il destino avverso; ma i compagni che erano già finiti sott'acqua erano troppo pesanti per loro. Rapidamente, uno dopo l'altro i prigionieri balzarono dal ponte e finirono in acqua. Gender si sporse e guardò l'ultimo uomo inabissarsi.
"Mio Dio, signore!" esclamò Dunlapp con voce roca.
Gender gli si parò dinnanzi con fare quasi minaccioso.
"Che cos'altro si poteva fare, hmmmm? Sei stato tu a dire che non avremmo potuto sperare alcuna pietà dagli inglesi."
La notte trascorse, e alle prime grigie luci dell'alba la nave inglese li aveva raggiunti. Una voce che parlava in un megafono li chiamò a distanza; quindi una palla di cannone scavalcò la prua. Al compiaciuto cenno di assenso di Gender, Dunlapp ordinò ai suoi uomini di mettersi alla cappa. Una barca venne calata in acqua dalla nave degli inseguitori, e in breve tempo un ufficiale britannico e quattro marinai si issarono a bordo.
Inchinandosi con falsa riverenza, Gender invitò il drappello a perquisire la nave. Così fecero, e ritornarono sul ponte con la coda tra le gambe.
"Dunque signore", si rivolse Gender all'ufficiale, "non crede di dovermi delle scuse?"
L'uomo si fece pallido. I suoi tratti erano magri e netti e aveva una dentatura forte e bianca. "Non posso fare quello che mi chiede", disse in tono sommesso ma funesto. "Non ho trovato schiavi, ma ne ho sentito l'odore. Erano a bordo di questa nave non più di dodici ore fa."
"E dove sarebbero adesso?", lo derise Gender.
"Sappiamo entrambi dove sono", fu la risposta. "Se potessi provare in un tribunale ciò che mi suggerisce il mio intuito, lei si imbarcherebbe subito con me per l'Inghilterra. Molto probabilmente, verrebbe impiccato dai pennoni della mia stessa nave."
"Ha approfittato troppo dell'ospitalità, signore", replicò seccamente Gender.
"Me ne vado. Ma mi sono procurato il suo nome e quello della sua città. Da qui mi dirigerò a Madeira, dove incrocerò un battello postale diretto ad ovest, verso Savannah. Quel battello recherà una lettera ad un mio amico di Charleston, e i vostri vicini sapranno che cos'è accaduto sulla vostra imbarcazione."
"Sbalordirete gente che ha alle proprie dipendenze degli schiavi con una storia di schiavi?", chiese Gender, con quello che considerava un sottile buonumore.
"Una cosa è mettere a lavorare degli uomini nei campi di cotone, un'altra strapparli dalle loro abitazioni, raggrupparli come animali in catene a bordo di una fetida nave, e annegarli per sottrarsi alla giusta punizione della legge."
L'ufficiale sputò sul ponte. "Buon giorno, assassino. Sappia che tutta Charleston saprà che cosa ha fatto."
La piantagione di Gender occupava una grande isola circondata da ripide scogliere alla foce di un fiume, e guardava verso l'Atlantico.
Solitamente era quella che veniva definita un'isola paradisiaca, persino dai seguaci più esigenti di Chateaubriand e Rousseau; ma in quella prima notte da quando aveva fatto ritorno, Gender odiava i campi e il paesaggio di acqua fresca e salata.
La sua abitazione, posta su una lingua di terra rivolta verso il mare, risuonava del borbottio delle sue imprecazioni mentre reclamava la cena e mangiava voracemente ma senza gustare il cibo.
Con una voce che vibrava di rabbia, esclamò che non si sarebbe recato a Charleston mai più.
A quel proposito, in effetti avrebbe fatto bene a starsene alla larga per qualche tempo. L'ufficiale britannico aveva tenuto fede alla sua promessa, e tutta la città era venuta a conoscenza del viaggio in Africa di Gender e di quello che aveva fatto.
Con una perversa scrupolosità morale che andava oltre la comprensione del colono, tutti coloro che avevano saputo erano pieni di disgusto invece che di ammirazione.
Il capitano Hogue si era rifiutato di bere con lui alla Jefferson House.
Il suo più vecchio amico, Lloyd Davis di Davis Township, aveva attraversato la strada per evitare di incontrarlo.
Persino il reverendo Dottor Lockin si era voltato freddamente dall'altra parte quando lo aveva visto passare, e giravano voci che il reverendo avesse tenuto un sermone che accusava i saccheggiatori e rapitori di povera gente indifesa.
Che cosa diavolo avevano tutti?, si chiese selvaggiamente Gender tra sé e sé; in fondo, anche gli uomini che lo evitavano e lo snobbavano avevano degli schiavi.
Era addirittura possibile che alcuni di loro tenessero schiavi che venivano freschi freschi da villaggi assaliti e depredati dell'Equador… Era sleale! Eppure non poteva fare a meno di sentire l'animosità di molti cuori adirati che gli pesavano sulla coscienza.
"Brutus", si rivolse allo schiavo che stava riassettando la tavola.
"Credi che l'odio possa assumere una qualche forma?"
"Odio, Marsa?". Il viso scuro dello schiavo era solennemente rispettoso.
"Sì, Odio, di molte persone insieme."
Gender sapeva che non poteva fare troppo affidamento su uno schiavo, e scelse attentamente le proprie parole.
"Supponi che molte persone odino la stessa cosa, e forse cantano una canzone su questa cosa..."
"Oh, sì, Marsa", annuì Brutus. "Ho sentito dire questo, da vecchio nonno, quando io piccolo. Lui vivere in Africa, lui diceva molte volte loro possono far morire con una canzone."
"Far morire con una canzone?" ripeté Gender. "E come?"
"Loto cantare che lo uccidono. Dopo un poco, forse giorni interi, lui morire..."
"Chiudi il becco, furfante negro!"
Gender si alzò di scatto dalla sedia e si attaccò ad una bottiglia.
"Hai sentito raccontare questa storia da qualche parte e adesso osi cercare di darmela a bere!"
Brutus scomparve dalla stanza, spaventato a morte.
Gender cercò di inseguirlo, ma ci ripensò e percorse a passi pesanti il salotto.
La vasta sala rivestita di pannelli marroni sembrava rimandargli un'eco ancora più greve dei suoi passi.
Le finestre si riempivano con le prime ombre dell'oscurità, e una lampada sospesa proiettava raggi di tremula luce gialla negli angoli della stanza.
Sul tavolo centrale si trovava della posta, un giornale piegato e una lettera.
Gender si versò del whisky da una caraffa, lo mescolò con acqua fresca e si lasciò cadere su una sedia. Per prima cosa aprì la lettera.
"Proprietà Stirling" recava il mittente in alto sul foglio.
Il cuore di Gender ebbe un sussulto. Evelyn Stirling… aveva riposto le sue speranze su di lei… ma quella missiva era scritta con pugno maschile e con una calligrafia decisa e affrettata.
Signore,
circostanze di cui sono venuto a conoscenza mi obbligano doverosamente ad ordinarle di non rivolgere più attenzioni a mia figlia.
Gli occhi di Gender si adombrarono per la rabbia. Un altro risultato della lettera dell'ufficiale inglese, non aveva alcun dubbio.
Ho manifestato a mia figlia il desiderio che non intrattenga ulteriori comunicazioni con lei, e sono stato sufficientemente esplicito nel convincerla di quanto Lei sia indegno della sua stima e attenzione.
è superfluo da parte mia fornirle i motivi che mi hanno indotto a questa conclusione, e posso solo aggiungere che niente di ciò che Lei dirà o farà potrà mutare il mio giudizio.
In fede, GIUDICE FORRESTER STIRLING
Gender inghiottì d'un sorso una parte del suo drink, e appallottolò la lettera in una mano. Così, quello era il bel modo di interferire del giudice... Sembrava quasi che avesse copiato quella lettera da un manuale per padri severi.
Nella sua mante, Gender cominciò a formulare una lettera che gli rispondesse per le rime.
Signore, La sua spietata ed arbitraria lettera ammette un'unica risposta. In qualità di gentiluomo volgarmente maltrattato, chiedo soddisfazione sul campo dell'onore. Tutti gli accordi sono rimessi nelle mani di...
A quale amico avrebbe potuto affidare quel messaggio di sfida? Sembrava che improvvisamente fosse rimasto a corto di amici. Bevve altro whisky allungato con acqua, e strappò la carta in cui era avvolto il giornale.
Era una pubblicazione del Massachusetts, e all'incirca in fondo alla prima pagina vi era una grande croce di inchiostro, usata per richiamare l'attenzione su qualcosa in particolare.
Si trattava di una poesia, evidentemente, divisa in strofe di quattro versi.
Il titolo non gli diceva nulla… "I Testimoni". Autore, Henry W. Longfellow.
Gender lo identificò vagamente come imbrattacarte di scadenti versi abolizionisti.
Perché mai quella poesia era raccomandata ad un colono del sud?
Nei vasti domini dell'Oceano
sepolti nelle sabbie
giacciono scheletri incatenati
con mani e piedi chiusi nei ceppi.
Gender bestemmiò di nuovo, ma l'imprecazione gli tremò sulle labbra.
I suoi occhi si fermarono su una strofa più sotto.
Queste sono le ossa degli Schiavi
che brillano nell'abisso,
che gemono dalla voragine delle onde...
A Gender sembrava quasi di udire, e non solo di leggere, quel lamento.
Balzò in piedi, lasciando cadere il giornale e il bicchiere. Le sue labbra sottili si schiusero, le orecchie si tesero. Il suono era debole, ma inconfondibile: molte voci cantavano.
Forse i negri nelle baracche? Eppure nessun negro della sua piantagione avrebbe potuto conoscere quella canzone. Il lamentoso ritornello iniziò: "Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"
I baffi sottili del colono si rizzarono come quelli di un felino.
Quella era certamente il raffinato estremo a cui avevano portato la sua persecuzione, quella strana cantilena sotto i davanzali delle sue finestre.
Ora il suono si era fatto più intenso.
Stregherò, ucciderò… ma chi mai avrebbe potuto conoscere quel modo feroce di prendersi gioco di lui?
L'equipaggio della sua nave certo; avevano udito quel canto sulla labbra avvizzite degli indigeni nel momento stesso in cui si erano inabissati. E quando la nave era arrivata a Charleston, senza alcun profitto di cui far vanto, Gender non li aveva licenziati con un bel gruzzolo che li avrebbe certamente fatti tacere.
Quei marinai disgustosi dovevano essersi risentiti. Lo avevano dunque seguito e avevano intonato quella sadica serenata.
Gender fece rapidamente il giro del tavolo e si diresse alla finestra. Tirò la tenda con tanta violenza che quasi ruppe i vetri, e si sporse con fare selvaggio.
Il canto si interruppe all'istante, e Gender poté solo scorgere il declivio della propria terra affacciata sul mare, fino al promontorio che sovrastava le acque. Oltre a questo si apriva una distesa di onde, illuminate a tratti da una grande luna giallo-arancione, che persino ora faceva alzare la rumorosa marea fino ai piedi della scogliera.
Lì non c'erano alberi né cespugli in cui i fantomatici autori di quel tiro mancino si sarebbero potuti nascondere; ora, improvvisamente silenziosi, dovevano trovarsi in una barca sotto la scogliera.
Gender attraversò la stanza a passi furiosi, spalancò la porta quasi scardinandola, e corse verso il fiume. Si fermò sul ciglio della scogliera.
Non si vedeva niente né sotto di lui né in lontananza.
Quei mascalzoni, se erano stati lì, se l'erano già data a gambe.
Gender ringhiò inferocito, fulminò con lo sguardo l'oscurità che lo circondava e tornò a casa. Entrò di nuovo in salotto, abbassò la tenda e cercò nuovamente la sua sedia. Scegliendo un altro bicchiere, si mise a mischiare whisky e acqua.
Ma si interruppe ben presto a metà.
Eccola di nuovo, quella canzone, adesso più vicina.
Gender si alzò, fece un passo in direzione della finestra, poi ci ripensò. Aveva già dato un avvertimento ai visitatori, e loro si erano nascosti. Perché non lasciare che si avvicinassero e sperimentassero direttamente la violenza che Gender non vedeva l'ora di riversare su qualche creatura vivente?
Si spostò, non per andare alla finestra, ma ad una mensola dalla parte opposta. Da una custodia di legno scuro e ben lucidato estrasse una pistola, quindi un'altra. Erano armi da duello, finemente lavorate, con grilletti sensibilissimi; e Gender era un tiratore scelto. Con la consueta rapidità di movimenti, versò della polvere vetrosa da una borraccia, scoperchiò due proiettili di piombo, e mise le capsule a percussione sui foconi.
Tornando alla sedia, mise le armi sul tavolo centrale, poi si alzò in punta di piedi per spegnere la lampada appesa alla parete.
Nella stanza rimase una sola luce accesa, quella di una candela vicino alla porta, che Gender portò alla finestra, mettendola su una mensola. Si sedette nuovamente al centro della stanza oscura e impugnò le pistole.
Adesso la canzone era più forte, come se fosse intonata da molte voci.
"Hailowa - Genda! Haipana- Genda!"
Indubbiamente gli autori dello scherzo si trovavano sulla terraferma adesso, dopo essere giunti sulla sommità della scogliera.
Adesso sarebbe stato possibile scorgerli, Gender ne era sicuro, dalla finestra.
Si sentì del sudore sulla mascella, e alzò una manica per asciugarsi. Stavano cercando di spaventarlo, hmmm? Cantando di stregoneria e uccisioni? Ebbene, gli avrebbe fatto vedere chi era il vero assassino.
Le voci si erano fatte più vicine, erano fuori dalla casa. Strano come i marinai, o chiunque fosse, avessero imparato quel canto così bene!
Gli ricordò il sentiero degli schiavi, la giungla, la lunga processione dei prigionieri che cantavano sommessamente.
Ma non era il momento per pigre fantasticherie su scene svanite.
Il silenzio era calato di nuovo, e Gender poteva soltanto indovinare la presenza di molte creature all'esterno.
Scratch-scratch-scratch: assomigliava allo strisciare furtivo del serpente su un ramo scabro.
Quello scricchiolio proveniva dalla finestra dove qualcosa venne improvvisamente illuminato dalla luce della candela.
Gender fissò lo sguardo, alzando le pistole.
Il palmo di una mano, grigia come un pesce, si posò sul vetro.
Era umida; Gender poteva vedere lo sgocciolio dell'acqua colare lungo il vetro.
Qualcosa tintinnò, quasi musicalmente. Un'altra mano raggiunse quella posata contro il vetro, e tra le due mani oscillarono gli anelli di una catena.
Era uno scherzo diabolico, maledettamente elaborato, pensò Gender nel parossismo della rabbia. Persino le catene, per simulare meglio la realtà… Ma mentre fissava seppe, in un attimo di terrore che gli staccò la carne dalle ossa, che non si trattava affatto di uno scherzo.
Un viso era stato illuminato dalla luce della candela, anch'esso premuto contro il vetro tra i due palmi.
La pelle era più scura di quella delle mani, di un colore sporco, simile all'ardesia. Ma non era il colore di qualcosa di morto, non con quegli occhi vitrei e fissi che si muovevano lentamente nelle orbite coperte di vesciche… non morto, sebbene fosse fetido e umido, le sue labbra carnose fossero aperte, e le alghe fossero incollate alle gote, anche se le narici schiacciate sembravano sgretolate e morsicate dai pesci. Quegli occhi indagavano qua e là, spostandosi dal pavimento alle pareti del salotto.
Poi si fermarono sul viso di Gender.
Era come se dell'acqua di mare stagnante gli fosse gocciolata addosso investendolo con un soffio di putredine, ma la sua mano destra impugnava saldamente la pistola. Prese la mira e fece fuoco.
Il vetro si infranse con fragore, sparpagliandosi in mille frammenti sul pavimento sotto il davanzale.
Gender fece un passo avanti, lasciò cadere la pistola scarica sul tavolo e afferrò quella carica. Con un paio di balzi fu alla finestra, prima di indietreggiare.
Il viso non era caduto. Continuava a fissarlo a circa un metro di distanza. Tra gli occhi fissi e vivi vi era un buco nero e rotondo in cui era scomparso il proiettile. Ma quella cosa rimaneva in piedi senza batter ciglio, quasi serenamente. Le sue mani si muovevano lentamente, metodicamente, per togliere le schegge di vetro residue.
Gender tremò nell'esatto punto in cui si trovava, incapace per il momento di ordinare al suo corpo di indietreggiare. Spuntarono le spalle che appartenevano a quel viso. Erano nude, bagnate e intensamente scure, simili all'oscurità stessa, e facevano tintinnare il collare sotto il mento molle.
Improvvisamente, le due mani sbucarono nella stanza, con i palmi simili al dorso di pesci morti aperte verso Gender.
L'uomo lanciò un urlo, e riuscì finalmente a correre via.
Quando si girò, il canto riprese di nuovo, altisonante e orribilmente spavaldo, per nulla simile al tono sommesso degli schiavi miserabili.
Gender raggiunse la porta d'uscita che dava verso il mare, la aprì, e il suo sguardo cadde su un insieme di figure nere e bagnate, legate di catene, che lo aspettavano. Gridò di nuovo, e cercò di richiudere la porta.
Non poté: una mano era incollata contro lo stipite… una moltitudine di mani.
Il legno si copriva di scure dita luccicanti. Gender lasciò la maniglia, e cercò di fuggire all'interno della casa.
Qualcosa lo afferrò per il cappotto, qualcosa che non aveva il coraggio di identificare. Dibattendosi come una furia per liberarsi, piroettò attraverso la porta d'ingresso e uscì all'aperto, immergendosi nel paesaggio illuminato dalla luna.
Era circondato da figure, figure nere, nude, bagnate; morti per ciò che riguardava i volti incavati e i muscoli flaccidi, ma orribilmente vivi per gli occhi, le mani tremanti e le bocche mollemente aperte che davano forma alle parole stranamente primitive del canto; figure singole, eppure tutte legate insieme per mezzo di una grande catena e dei collari, figure simili ad un pesce ripugnante preso all'amo da un diabolico pescatore.
Gender vide tutto questo in un momento di panico, inondato dalla luce lunare, mentre si sentiva soffocare e vomitava per il puzzo nauseabondo di morte che sentiva, un odore denso come nebbia.
E, nonostante ciò, cercò di scappare, ma quelle figure si muovevano intorno a lui in un crescendo angoscioso, impedendogli la ritirata verso la piantagione. Un intrico di mani si tendeva verso di lui, mani incatenate e gocciolanti. L'unico pensiero di cui si sentiva capace Gender era di sfuggire al contatto con quelle dita inzuppate, e vi era un'unica via aperta… la via del mare.
Corse verso l'orlo della scogliera. Sarebbe saltato in acqua, allontanandosi a nuoto.
Ma quelle figure pazzesche lo inseguirono e lo raggiunsero, circondandolo. Gender si ricordò che aveva una pistola carica, e fece fuoco in quella massa oscura. Ma non servì a nulla. Avrebbe dovuto saperlo che quei colpi non sarebbero serviti a nulla.
Qualcosa lo stava afferrando. Un grande artiglio che non aveva niente di umano, forse? No, era un collare metallico legato ad un pezzo di catena, un collare che un tempo era stato stretto ad un'ancora e aveva trascinato nelle profondità degli abissi una fila di uomini incatenati.
Si spalancò su di lui, sorretto da molte mani gocciolanti. Gender cercò di scansarsi, ma il collare si richiuse intorno al suo collo, chiudendosi di scatto.
Era freddo… o scottava?
Gender seppe, mentre l'orrore scolpiva vividamente quella consapevolezza nel suo cuore, che infine era un tutt'uno con quella grande processione incatenata.
"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"
Gender ritrovò un filo di voce: "No! No!", supplicò, "No, nel nome di..."
Ma non fece in tempo a pronunciare il nome di Dio.
All'improvviso, quella moltitudine si mosse all'unisono fino all'orlo della scogliera.
Un solo grido lamentoso si sollevò da tutte quelle gole morte mentre si tuffavano nelle onde sottostanti.
Gender non sentì lo strattone della catena che lo trascinava, solo.
Non sentì neppure l'acqua che si richiudeva sopra la sua testa.

















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