Le Sepolture a Sesto Calende e ad Arsago Seprio

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Nell'estremità meridionale del Lago Maggiore, dove il Ticino esce per diventare fiume maestoso, si sviluppò 3000 anni fa una civiltà del ferro con caratteristiche originali, denominata "Civiltà di Golasecca".

Numerose testimonianze di questa civiltà, come i corredi funerari, sono esposte nel museo di Sesto Calende: sulle sponde del Ticino sono state scoperte oltre 20000 molte delle quali con oggetti che si pensava potessero servire al morto nell'aldilà: questi oggetti venivano spezzati, per "ucciderli" e liberare "l'anima" dell'oggetto, che avrebbe seguito il defunto nel mondo dei morti.

Isolata nel verde, si trova la chiesetta di San Vincenzo, che risale al XI secolo e fu usato come lazzaretto durante la peste. Questa località era zona sacra fin dai tempi preistorici: si riunivano le tribù per le danze sacre e si portano le giovani spose perché la Dea Venere le rendesse fertili.

Poco lontano, in una radura tra i boschi, c'è il gigantesco masso erratico, che ricorda una testa di falco: gli antichi popoli di Golasecca la usavano come altare e luogo di culto. La zona è chiamata "Locca" da "Locum", il luogo dei convegni di culti.

I vecchi di Sesto ricordavano la leggenda della "Chioccia d'oro" che si riferiva ad una Dea di pietra, simbolo di fertilità.


Altro approfondimento su Sesto Calende

A Sesto Calende, in località Locca (da "locum", luogo sacro dei convegni di culto), a nord dell'abitato, si raggiunge la chiesa di S. Donato di Scozola, un antico monastero benedettino; proseguendo, e girando a sinistra, si arriva tra i prati ai margini di un bosco dove sorge l'oratorio di S.Vincenzo, del XI secolo. La località era ritenuta sacra fin dalla Preistoria: si riunivano le tribù per le danze e i riti di fertilità.

Poco lontano, in una radura tra i boschi, vi è un gigantesco masso erratico che ricorda una testa di falco. La rocca venne scolpita dai popoli di Golasecca (1), che la utilizzavano come altare e luogo di culto. 

A Sesto Calende, presso il Ticino, si può vedere un masso erratico che ricorda una gallina che cova i pulcini: si raccontava la leggenda della "chioccia d'oro" che si riferiva ad una Dea di pietra, simbolo di fertilità.

(1) Reperti della Cultura di Golasecca vennero trovati a Castelletto Ticino, Borgo Ticino, Varallo Pombia, Sesto Calende, Somma Lombardo, Vergiate e Golasecca. Sulla piazza di Golasecca sono state lasciate due tombe dell'Età del Ferro.

 

Arsago Seprio

All'inizio del '700 il Prevosto di Arsago Seprio era a capo di una Pieve che comprendeva le chiese di Albusciago, Casorate, Castelnovate, Crugnola, Menzago, Montonate, Mornago, Quinzano, Sumirago, Vinago, Vizzola. A quel tempo erano già scomparse le chiese di S.Giacomo (al centro del paese), S.Michele (ubicata verso Mezzana Superiore, poi Somma Lombardo), S.Ambrogio nella campagna a sud del paese.

A quel tempo i preti erano sepolti al di sotto del pavimento della chiesa che li aveva ospitati in vita, e se possibile, venivano sepolti nelle chiese, in cripte o loculi scavati nella terra, sotto il pavimento, in un lungo corridoio al quale si accedeva da una botola.

Dove lo spazio mancava, come ad Arsago, solo i preti erano sepolti sotto il pavimento, i fedeli erano interrati in un campo a ridosso dell'edificio (l'attuale sagrato a nord della Basilica, caratterizzato dalla croce eretta nel 1646) 

Quello dello spazzacamino era un mestiere diffuso in un'epoca in cui non esisteva altro riscaldamento a parte il focolare domestico. Le incrostazioni del camino potevano prendere fuoco mettendo in pericolo l'edificio. Solo le persone magre ed allenate potevano lavorare come spazzacamini: provenivano dalle valli dell'Alto Verbano e giravano a coppie, vestiti di nero. Proprio perché magri e abituati a stare nell'oscurità in luoghi stretti, erano impiegati anche per evacuare i sepolcri delle chiese. Da un'annotazione del "Cronicon" di Arsago Seprio: "1729. Di notte li spazzacamini di Val Verzasca furono incaricati di evacuare i sepolcri della chiesa, meno quelli dei sacerdoti. Ebbero lire 55 per quest'opera di due notti. Le ossa furono seppellite nel cimitero della chiesa poco longi della croce che si innalza nel mezzo."

















Masnago: le origini pagane della chiesa

Nota: non mi ricordo da che libro ho tratto queste info, probabilmente questo

ma non ne sono sicura perché non potevo portarmi a casa questi libri (sono solo per la consultazione in sede, in biblioteca) e ho preso appunti molto velocemente.

Purtroppo Masnago non l'ho mai visto, quindi non posso neanche allegare foto della chiesa in questione...


Origini della chiesa di Masnago

A Masnago, nel luogo dove venne costruita la chiesa dell'Immacolata, sorgeva un tempio pagano dedicato al dio Giove.

Con la cristianizzazione, fu dedicato a San Pietro; nel 1529 venne abbattuto e le mura tronche servirono come fondamenta per la costruzione di quella che divenne la chiesetta dell'Immacolata.

Sul tronco murario che fa da base al pilastro di destra che regge l'architrave si trova, come graffito, il nome di Don Marco Giovenzati, il primo parroco di Masnago.

Nel 1600, la chiesa era dotata di un prezioso altare in legno (sostituito nel 1836, in marmo, a causa dei tarli) e di affreschi alle pareti, dipinti dal pittore Valtorta. 



Il primo "Diabolik" che ho letto!

Ne vendono veramente tantissimi nei mercatini dell'usato, ma non l'avevo mai letto... così mi sono detta "pescane uno a caso, tra le copertine che ti piacciono di più" e ho scelto questo:


L'ho scelto perché trasmetteva quelle vibrazioni alla "Castello di Otranto" 😋


In realtà la trama è più ispirata a "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie (con i personaggi invitati al castello che vengono fatti fuori uno ad uno)

Mi è piaciuto molto, così mi sono comprata anche il numero 1 e il 2, in un formato tipo "rilegato"


Ma devo ancora leggerli... ho poi scoperto, leggendo l'introduzione alla raccolta, che esiste pure una "DiabolikA", LOL 😂

Comunque le copertine di questi fumetti erano davvero molto belle!





Recensione a "Barbablu" di Amélie Nothomb


Trama: Saturnine, giovane ragazza belga, cerca un alloggio a Parigi. Trova, per una cifra modesta, un sontuoso appartamento da condividere con l'eccentrico proprietario, il Grande di Spagna don Elemirio Nibal y Milcar. Ma Saturnine non sa che otto donne hanno abitato, prima di lei, in quella magnifica casa, che hanno indossato abiti dai colori meravigliosi creati dalle mani di don Elemirio e che di loro nessuno ha più notizie. 

Un romanzo che rivendica il diritto ad avere dei segreti e che indaga i meccanismi dell'amore, il cannibalismo sentimentale e la doppiezza della natura umana.


Recensione di Lunaria: rivisitazione della celebre fiaba "Barbablu", qui interpretata in un contesto moderno (una giovane cerca un appartamento, lo trova, ma non può entrare nella camera oscura) e con un taglio "teatrale" (la vicenda si snoda per 103 pagine di dialoghi continui del "botta e risposta" dei due protagonisti) che alterna un registro espressivo tragicomico ad uno surreale, creando un'atmosfera molto beckettiana. E difatti, si ha la sensazione che sia stato pensato più come testo teatrale (e che come tale, renda al meglio su un palcoscenico) che non come romanzo.

"Questo è l'ingresso della camera oscura, dove sviluppo le mie fotografie. Non è chiusa a chiave, una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe"

Pervaso anche da una leggera tensione erotica (nonostante Elemirio non sfiori neanche con un dito Saturnine e lei scelga di restare nell'appartamento proprio per questo) che sfocia nel macabro di una necrofilia "soft" (già nella fiaba originale, del resto, così come il lettore già sa che le mogli precedenti sono state uccise) e più in generale, quasi come una parodia della società del lusso (i due non fanno altro che bere costosissimi champagne) e con una propria "cromoestetica" (i colori sono tra le chiavi di lettura della vicenda) ,"Barbablu" resta una riproposizione interessante e nello stesso tempo graffiante, che consiglio di leggere.


Una pagina tratta dal "Gattopardo"

Quando la famiglia si fu messa in carrozza (la guazza aveva reso umidi i cuscini) Don Fabrizio disse che sarebbe tornato a casa a piedi; un po' di fresco gli avrebbe fatto bene, aveva un'ombra di mal di capo. La verità era che voleva attingere un po' di conforto guardando le stelle.

Ve n'era ancora qualcuna proprio su, allo zenith. Come sempre il vederle lo rianimò; erano lontane, onnipotenti e nello stesso tempo tanto docili ai suoi calcoli; proprio il contrario degli uomini, troppo vicini sempre, deboli e pur tanto riottosi. Nelle strade vi era di già un po' di movimento: qualche carro con cumuli d'immondizia alti quattro volte l'asinello grigio che li trascinava.

Un lungo barroccio scoperto portava accatastati i buoi uccisi poco prima al macello, già fatti a quarti e che esibivano i loro meccanismi più intimi con l'impudicizia della morte. A intervalli una qualche goccia rossa e densa cadeva sul selciato. Da una viuzza traversa intravide la parte orientale del cielo, al disopra del mare. Venere stava lì, avvolta nel suo turbante di vapori autunnali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo. Don Fabrizio sospirò. Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero, lontano dai torsoli e dal sangue, nella propria regione di perenne certezza?