Metal & Interviste
Nellie Bly
Nel 1887, la reporter Nellie Bly (pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran), fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell'isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. Nel suo reportage, Nellie racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci.
Grazie al suo reportage, gli istituti di igiene mentale vennero riformati; Nellie Bly è considerata la prima giornalista investigativa.
Dal capitolo 1
"Era il 22 settembre quando mi fu chiesto dal direttore del World se fossi disposta a farmi internare in uno degli istituti femminili di igiene mentale di New York, allo scopo di scrivere un resoconto completo e veritiero sul trattamento delle pazienti lì recluse, su metodi di gestione della struttura e altro ancora. (...) Sarei dunque riuscita a rimanere almeno una settimana all'interno del manicomio dell'isola Blackwell, mi fu chiesto?
Risposi che potevo e che l'avrei fatto. E mantenni l'impegno preso."
"Non potevo sapere che, avuto accesso a quel manicomio, come all'epoca potevo soltanto sperare, la mia esperienza sarebbe andata ben oltre la semplice descrizione della vita che vi si conduceva. Di certo, non immaginavo che un simile istituto potesse essere gestito in modo così inadeguato e che sotto il suo tetto crudeltà inimmaginabili venissero quotidianamente perpetrate ai danni di fragili pazienti incapaci di reagire."
"Vi è una cosa, soprattutto, che mi lascia oltremodo perplessa: nel momento stesso in cui fui internata, cessai di atteggiarmi a pazza e mi comportai in modo assolutamente ordinario. E tuttavia, più parlavo e agivo razionalmente, più ero ritenuta afflitta da follia da tutti, ad eccezione di un medico, la cui gentilezza e cordialità resterà per sempre impressa nel mio cuore."
Pagine 41-42
"Mentre così riflettevo, arrivò una tarchiata infermiera dalla pelle chiara, che, indossata la cuffia, disse a Miss Ball che poteva andare a pranzo. Poi, rivoltasi a me, mi ordinò sgarbatamente: "Togli il cappello!"
"Non devo togliere il cappello", risposi, "sto aspettando la barca per tornare a casa."
Miss Scott, questo era il nome della brusca infermiera, si prese la briga di informarmi: "Ebbene, non andrai a casa; è bene che tu lo sappia a questo punto. Ti trovi in un istituto per persone malate di mente. (...) Ora: puoi toglierti il cappello di tua spontanea volontà o dovrò usare la forza e, se non riuscirò a farlo sa sola, suonerò il campanello per chiedere assistenza. Cosa mi dici?"
"Non voglio, ho freddo e desidero tenere il cappello. Non potete obbligarmi."
"Ti darò qualche altro minuto, poi dovrò ricorrere alla forza e ti assicuro che non sarà piacevole."
"Se mi strappa via il cappello, io farò altrettanto con la sua cuffia."
(...) Mi decisi a togliere cappello e guanti per poi sedere silenziosa, lo sguardo fisso nel vuoto."
Pagina 43
"Tutte le finestre del salone erano aperte e un gelido vento filtrava all'interno (...) Se le altre pazienti, al pari mio, erano scosse da incontenibili brividi, le infermiere, imbacuccate in indumenti pesanti, parevano perfettamente a loro agio."
Pagina 45
"Sono ormai convinta che, se si escludono i casi di persone violente, nessun dottore abbia realmente la capacità di comprendere se una persona sia o meno malata di mente."
Pagina 55
"In quel drammatico contesto, pensai, perfino camminare verso la forca sarebbe stato preferibile a una condanna a vita in quel grigio sarcofago in cui si apprestavano ad essere seppellite. (...) Mentre superavamo una bassa palazzina, fummo raggiunte da un fetore tale da essere costrette a trattenere il fiato. Con orrore realizzai che non si trattava d'altro se non della cucina in cui quelli che sarebbero divenuti i nostri pasti venivano preparati."
Pagina 56
"Sospinte in uno stretto vestibolo, chiusero a chiave la porta. Devo ammettere che, avvertendo il sordo scatto della serratura, pur consapevole della mia perfetta normalità e del fatto che in pochi giorni avrei ottenuto il mio rilascio, fui prossima ad un attacco di panico. Per la prima volta avvertii tutto il peso di essere giudicata folle da quattro esperti psichiatri e rinchiusa dietro le sbarre di un manicomio, circondata giorno e notte da persone realmente afflitte da malattie mentali; percepii, come mai prima di quel momento, l'angoscia suscitata dal ritrovarmi costretta a mangiare e dormire con queste donne e di essere reputata loro pari."
Pagina 58
"Questa donna [una straniera], prelevata senza il suo consenso dal mondo solo perché straniera e priva di risorse, era stata spedita in un manicomio senza avere alcuna possibilità di provare la sua "normalità". Come era possibile che quella creatura si ritrovasse segregata a vita senza che neppure le venisse spiegato, nella sua lingua, il motivo di una simile reclusione, quando perfino ai criminali veniva data l'occasione di dimostrare la propria innocenza?"
[All'epoca non era raro che le donne solo perché povere o straniere o perché ripudiate dal marito o ancora perché reagivano con eccessivo fervore a molestie o abusi subiti, finissero internate in manicomio]
Pagina 75
"Quando poi, rivoltandolo [un pezzo di pane non imburrato] vi trovai assiepato il nido di un ragno, non potei fare a meno di rinunciarvi, rivolgendo la mia attenzione al porridge. Purtroppo anch'esso si presentava, perfino dall'odore, prossimo alla putrefazione"
Pagina 83
"Vidi le infermiere portare dentro una donna che riconobbi dalla voce essere colei che per tutta la notte aveva invocato la morte. Si trattava di una signora anziana, sui settant'anni, non vedente (...) A stento mi trattenni dal prenderle [le infermiere] a calci, nel vederle prendersi gioco di lei, lasciandola camminare alla cieca nel salotto e scoppiando a ridere ogniqualvolta ella andava a sbattere contro qualche ostacolo"
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