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Dracula: il libro della sceneggiatura del film

Il romanzo basato sulla sceneggiatura del film "Dracula" di F.F.Coppola NON è basato sul romanzo di Stoker e a tratti si discosta anche dal film come lo conosciamo: è una rilettura, più che non una riproposizione pedissequa del Capolavoro di Stoker... anche questa versione "alternativa" del suo romanzo mi è piaciuto molto! 💜😍

(...) in penombra dove il caso l'aveva condotto era, o meglio, era stata, una cappella. Il luogo appariva assai antico, come minimo risalente al quindicesimo secolo. Larghi tratti delle pareti apparivano scavati in quelle che Harker presto riconobbe come nicchie sepolcrali, loculi sopraelevati; e davanti a un'alta finestra dall'antica vetrata ancora intatta, un semplice altare (scolpita sul suo fronte distinse la parola DRACULEA) sosteneva una grande croce in legno. La parte interiore dell'alto simbolo istoriato era tutta macchiata di sangue rappreso. Per qualche motivo, guardando quella croce dimenticata, gli occhi di Harker si riempirono di lacrime e portò la mano al collo come per cercare il piccolo crocifisso d'argento che non c'era più. In alcuni punti il pavimento di quella buia stanza cavernosa era stato divelto da tempo, e affiorava la terra sottostante, nerastra e come morta. Qualcuno aveva da poco scavato in quel terreno esposto: c'erano delle pale di fabbricazione recente e un badile. E lungo tutto il pavimento dissestato, sistemate in fila, c'erano altre casse di legno, con quella singolare forma di feretro, che evidentemente attendevano di essere caricate sui carri. Una delle casse, con il coperchio al suo posto ma non ancora inchiodato come nelle altre, era in posizione appartata a una certa distanza dal gruppo. (...) Avvicinatosi alla bara che stava un po' discosta dalle altre, Harker afferrò il coperchio, non ancora bloccato, e lo sollevò. Quando lo sguardo gli cadde sul suo contenuto, rimase paralizzato dalla paura e dall'orrore. Dracula, ammantato in una veste adorna di ricami d'oro e ingioiellata, lo stava fissando da lì dentro.




"Il Re in Giallo", lo pseudobiblion citato in "Il Fiume dei Sogni Notturni" (e non solo)

NOTA BENE: Questa premessa è stata scritta prima che mi regalassero il libro...

Premessa: non sono mai riuscita a trovare "Il Re in Giallo" di Chambers… lo conobbi, di fama (famigerata?) anni fa, leggendo un paio di racconti che lo menzionavano (uno di questi è "Il fiume dei sogni notturni" di Karl E. Wagner, l'altro racconto purtroppo non sono riuscita a ritrovarlo... lo avevo letto su una qualche antologia horror) e qualche commento critico che lo citava come una sorta di "pseudobiblion" molto disturbante e funesto; mi è sempre rimasto in testa, per via del titolo bizzarro (il colore giallo non è di certo associabile alla letteratura horror, che, anzi, viene ben rappresentata da colori come il nero, il rosso, il viola...) e della sua molto difficile reperibilità (per lo meno se, come la sottoscritta, i libri li si compra esclusivamente "dal vivo", niente acquisti online)

Comunque, il titolo mi restò in testa, e rimase lì, a stazionare nella lista mentale di cose che prima o poi dovrò\dovrei fare\trovare\avere.

Gli anni passarono, trovai questo o quello, ma nessun Re in Giallo, men che meno qualcuno che lo conoscesse.

Di recente, ho avuto modo di parlare con una persona che non solo lo conosceva, il Re in Giallo, ma lo ha persino nella sua biblioteca! 

E così, sono andata a ripescare il racconto "apocrifo" dove, per la prima volta, vidi citato il Re in Giallo (l'antologia "Terrore!" pubblicata nel 1996 e che io lessi da ragazzina, penso sia stata proprio la mia prima antologia di racconti dell'orrore!) e riporto qui gli stralci dove è citato.

Non sto a spiegare il perché e il percome, ma per una serie di motivi il Re in Giallo lo collegherò per sempre al Black Metal. (😆)

***

"Il Fiume dei Sogni Notturni" basato su un sogno avuto dallo scrittore questa storia deve molto al "The King in Yellow" di Robert W.Chambers, ma fu respinta dall'editore perché troppo esplicita dal punto di vista sessuale. 

"Vorresti leggere per me, mia cara? Lo trovo così rilassante per il corpo e così stimolante per la mente. Ho occupato troppo del tempo che Camilla avrebbe dovuto dedicare ad altri lavori facendola leggere per me per ore e ore."

"Certo". Cassilda ricambiò il sorriso di Camilla quando questa entrò nel salottino per ritirare le tazze del tè.

Dalla sua gioia risultava evidente che la cameriera aveva ascoltato dall'ingresso. 

"Cosa vuole che le legga?"

"Quel libro laggiù vicino al lume."

La signora Castaigne indicò un libro rilegato in tela gialla.

"è un dramma recente... un'opera curiosa, come ti accorgerai subito. Camilla me lo stava leggendo la sera che sei arrivata da noi."

Mentre prendeva il libro, Cressilda sperimentò di nuovo la strana sensazione di "déja-vu" e si chiese se avesse mai letto prima "The King in Yellow" e dove.

"Credo che siamo pronte per leggere il secondo atto", le disse la signora Castaigne.


***

"Non riuscivo ancora a dormire", confessò Cassilda sedendosi sul letto. "Stavo leggendo."

Camilla le porse il tonico.

"Fammi vedere. Ah, sì. Che libro malvagio da leggere a letto!"

"Hai letto "The King in Yellow"?"

"L'ho letto tutto ad alta voce alla signora, e più di una volta. è il suo preferito."

"è immorale, ed è peggio che immorale impregnare una simile decadenza con un fascino così irresistibile. Non riesco a capire come si sia potuto permettere che fosse pubblicato. L'autore doveva essere pazzo per mettere per iscritto questi pensieri."

"Eppure, tu l'hai letto."

Cassilda le fece posto sull'orlo del letto.

"Il suo fascino è una tentazione troppo grande per resistervi. Volevo leggere ancora un po' dopo che la signora Castaigne mi ha dato la buona notte."

"Era il libro di Constance."

Camilla si appoggiò ai cuscini vicinissima a lei.

"Forse è per questo che Madame la ama tanto."

Cassilda aprì il volume rilegato in giallo alla pagina che stava leggendo.

Camilla insinuò la testa bionda sulla sua spalla per leggere insieme a lei.

Si era tolta il busto, e la sua figura formosa premeva contro la camicia ornata di nastri.

Cassilda, in camicia da notte, si sentì quasi uno spaventapasseri confrontando il suo piccolo seno con quello dell'altra ragazza.

"Non è strano?" osservò. "Qui in questo dramma decadente leggiamo di Cassilda e Camilla."

"Mi chiedo quanto noi due somigliamo a loro", rise Camilla.

"Erano amiche molto affezionate."

"E così anche noi, no?"

"Vorrei proprio che lo fossimo."

"Ma non hai letto più in là del secondo atto, cara Cassilda. 

Come puoi sapere quale potrebbe essere il loro destino?"

"Oh, Camilla!" Cassilda appoggiò il viso sui seni profumati di Camilla. 

"Non prendermi in giro!"

La ragazza bionda la strinse con ardore, carezzandole la schiena. 

"Povera Cassilda sperduta!"

***

"Cos'è questo?"

Sotto i libri cartonati c'era un volumetto con la copertina rigida, rilegato in tela gialla, segnato dal tempo.

"Anche questo è della biblioteca dei ricoverati, suppongo. Nel corso degli anni sono stati regalati libri di tutti i generi e se i ricoverati non li fanno a pezzi, rimangono negli scaffali per l'eternità."

"The King in Yellow", lesse la dottoressa sul dorso, e aprì il libro. 

Sul frontespizio c'era un nome scritto a penna con una calligrafia deliziosa: Constance Castaigne.

(...) La psichiatra diede un'occhiata alle ultime righe prima di chiudere il libro.

CASSILDA:  Ti dico che sono perduta! Completamente perduta!

CAMILLA: (anche lei in preda al terrore): Hai visto il Re…?

CASSILDA: E lui mi ha privata della facoltà di dirigere i miei sogni o di sfuggire loro…




Recensione a ''Il Segreto di Golgotha Falls''

Trama: Quale strano potere si è impadronito della chiesa di Golgotha Falls, dove terribili ed inesplicabili eventi hanno sconvolto l'ordine naturale delle cose? L'ultimo sacerdote che settant'anni prima aveva cercato di resistere al tremendo assalto era stato spinto alla follia e infine al suicidio, vittima di una presenza insinuatasi non solo nella sua chiesa, ma nelle pieghe della sua mente razionale e nei profondi recessi della sua anima. Ora, vari decenni dopo, all'alba del Secondo Millennio, un  altro prete è giunto a Golgotha Falls per affrontare il segreto della chiesa abbandonata. Ma egli non è solo, perché con lui vi sono anche due ricercatori del paranormale, decisi ad investigare con il rigore del metodo scientifico… ed essi si ritroveranno protagonisti di una battaglia di epiche proporzioni, dove Scienza e Fede sono entrambe preda di una soverchiante forza maligna che minaccia la distruzione fisica e spirituale di tutto ciò che incontra…

Recensione di Lunaria: Romanzo notevole, che affronta il tema dell'infestazione diabolica in una chiesa (trattato in pochi film: che io sappia, solo in "Il Signore del Male" di Carpenter e "La Chiesa" di Soavi)  Infestazione che poi si propaga, possedendo alcuni dei protagonisti, spingendoli al delirio. Intanto, un'intera cittadina assiste ai segni premonitori dell'Apocalisse. La prima parte è la migliore (l'antefatto e l'arrivo degli studiosi e del prete nella chiesa infestata), davvero terrorizzante come atmosfera (il terrore sta tutto nei dettagli, partendo dalla muffa che si propaga sui muri per finire con gli animali, preda anche loro di inquietudine) poi il romanzo comincia ad afflosciarsi, perdendo mordente e diventando piuttosto ripetitivo, e purtroppo si trascina così fino alla fine (349 pagine): la sensazione è che se fosse durato 200 pagine di meno, sarebbe stato più agevole.

"Golgotha Falls, 1890, nord Massachusetts. La città si erge si un avvallamento di terreno arido e duro; l'acqua stagnante che la circonda pullula di insetti e minuscoli animali strisciano tra le basse canne di colore marrone scuro. Il Siloam, un piccolo torrente carico dei detriti del vecchio mulino un tempo destinato alla lavorazione della lana scorre nelle immediate vicinanze. Proprio in quel punto, sullo strato di argilla, i mercanti cattolici della vicina città di Lawrence decisero di erigere la loro chiesa. Una volta iniziati gli scavi, la terra mostrò una consistenza sabbiosa. Numerosi scheletri di Indiani, morti e sepolti nella nuda terra chissà quanto tempo prima, vennero riesumati ed allontanati coi carri. (...) La costruzione che si ergeva in quel miasma era un bell'edificio dal campanile bianco. I lillà frusciavano al vento e le api ronzavano dalle piccole finestre di stile gotico. Disegni di luce ornavano come ali di farfalla il pavimento di legno lucido. Alle pareti bianche erano appese a distanza regolare numerose tavole che raffiguravano la Passione. La chiesa era sovrastata dalla torre del campanile, la cui voce cavernosa riecheggiava cupa, annunciando una nuova presenza a Golgotha Falls." 



"Il Cuscino di Piume" (racconto horror)

La luna di miele di Alicia fu un'estenuante altalena di batticuori e delusioni.

Bionda, timida, con un viso d'angelo, aveva coltivato sogni romantici, da ragazzina qual era, sul matrimonio e sul suo ruolo di sposa: il ruvido carattere del marito li ridimensionò piuttosto in fretta. Lo amava molto lo stesso, benché non potesse impedirsi di rabbrividire quando, rincasando a notte fonda, spiava l'imponente statua del suo Jordan alla fioca luce di un lampione; era capace di starsene in silenzio per ore, senza rivolgerle una sola parola anche se ne era profondamente invaghito.

Era uno di quegli uomini che non amano rivelare i propri sentimenti.

Comunque, vissero per tre mesi - si erano sposati in aprile - in una nuvola rosa.

Certo, ad Alicia sarebbe piaciuto che suo marito le dimostrasse un po' più di tenerezza, ma dovette imparare a controllare anche le sue effusioni amorose che sembravano non accordarsi con i modi compassati e impassibili di Jordan.

La casa in cui vivevano inquietava non poco la bella Alicia che ne provava quasi soggezione. Il biancore del patio silenzioso - ornato da fregi, colonne e statue di marmi - le suggeriva la strana immagine di un palazzo stregato; le ampie stanze decorate a stucchi, lo spento splendore delle pareti spoglie, accentuavano la sgradevole impressione di gelida freddezza.

Passando da una stanza all'altra poteva udire il suono dei propri passi riverberato in mille echi segreti dai corridoi cavernosi e le sembrava di vivere in una casa abbandonata da tempo immemorabile.

Giunse l'autunno e Alicia cercava ancora di abituarsi al suo singolare nido d'amore.

Si era imposta, quando il marito non c'era, di non lasciarsi suggestionare dalla misteriosa atmosfera della casa. Le sembrava di cogliere una sfumatura di ostilità nel profondo silenzio che vi regnava e a volte si sentiva come la bella addormentata: tornava in vita ogni sera, al rientro di Jordan, e durante il giorno trascorreva le ore in uno stato vagamente letargico, impedendosi di pensare.

Non c'era nulla di strano nel fatto che dimagrisse; colpita da un lieve attacco di influenza sembrava tuttavia che il suo fisico non volesse saperne di reagire.

Finalmente, un pomeriggio, appoggiandosi al braccia del marito, uscì a far due passi in giardino.

Si guardava intorno svogliatamente, sentendosi debole.

Inaspettatamente, Jordan le accarezzò i capelli teneramente, e Alicia scoppiò in lacrime, gettandogli le braccia al collo.

Pianse a lungo, dando sfogo alle lacrime trattenute per mesi. Lui continuava ad accarezzarla in silenzio.

Lo sfogo le fece bene, e nascose il volto pallido nell'incavo formato dal colle e dalle ampie spalle di Jordan.

Quello fu l'ultimo giorno in cui Alicia si sentì abbastanza in forze per trascorrere qualche ora alzata. Il mattino seguente si svegliò esausta. Jordan fece venire il suo medico che la esaminò scrupolosamente, prescrivendole riposo assoluto.

"Non capisco", disse a Jordan sulla porta di casa.

"è tremendamente debole eppure non riesco a spiegarmi il suo stato di prostrazione. Niente vomito, né diarrea... Chiamatemi se anche domani si sveglia sentendosi debole ed esausta."

Il giorno dopo, le condizione di salute di Alicia erano peggiorate. Il medico tenne un consulto con alcuni colleghi; si trovarono d'accordo sulla diagnosi: anemia acuta.

Ma quanto alle cause della malattia, brancolavano nel buio più assoluto.

Tuttavia era evidente che Alicia stava morendo.

Nella sua camera la luce era accesa giorno e notte e il silenzio della casa sembrava essersi fatto ancora più glaciale.

Passavano ore senza che si udisse il più piccolo suono.

Alicia era sprofondata in un vero e proprio stato letargico, Jordan si era installato in un salottino attiguo alla camera; misurava la stanza a lenti passi, andando su e giù per ore e ore.

Di quando in quando entrava nella stanza della moglie, continuando a passeggiare nervoso e dandole occhiate ansiose.

Lo spesso tappeto attutiva il suono dei suoi passi.

Era molto preoccupato.

Improvvisamente, Alicia cominciò ad avere delle allucinazioni; vaghe fantasticherie in cui le sembrava di fluttuare nell'aria.

Fissava con gli occhi sbarrati i disegni del tappeto accanto al suo letto.

Una notte la sua attenzione si concentrò su un certo motivo ornamentale del tappeto: le parve di fluttuare nell'aria e poi di abbassarsi fin sopra il disegno.

Stava per urlare, mentre il sudore le scorreva copioso sul viso.

Ma il grido le morì in gola.

Riuscì a bisbigliare soltanto "Jordan! Jordan!" continuando a fissare terrorizzata il tappeto.

Jordan la udì, perché la porta era socchiusa, e si precipitò in camera.

Quando Alicia lo vide, gettò un rauco grido di paura.

"Alica! Cara, sono io, Jordan!"

Lo fissò senza vederlo e il suo sguardo si posò ancora su un certo punto del tappeto.

Poi lo osservò di nuovo e, dopo qualche istante, lo riconobbe.

Evidentemente era tornata in sé.

Gli sorrise, stringendogli le mani, tremando.

Non se ne distaccò per quasi un'ora.

In una delle allucinazioni che la tormentavano più spesso, uno strano essere antropomorfo, forse una scimmia, la fissava dal tappeto, bilanciandosi sulle dita.

I dottori tornarono a visitare Alicia, ma invano.

Si rendevano conto chiaramente che la vita la stava abbandonando, giorno dopo giorno, ora dopo ora, ma non potevano farci nulla.

Né capivano perché.

Nel loro ultimo consulto le testarono inutilmente il polso, auscultarono gravemente i fievoli battiti del suo cuore, la osservarono a lungo, in silenzio, scossero il capo e uscirono dalla camera.

"Ancora pochi giorni…" 

Un noto specialista disse a Jordan, non riuscendo a continuare davanti alla sua espressione affranta.

"è un caso inesplicabile. Possiamo fare ben poco..."

"Eravate la mia ultima speranza!", esclamò Jordan picchiando il pugno sul tavolo. I medici se ne andarono.

L'anemia di Alicia stava raggiungendo la fase critica; entrò in delirio.

La malattia le concedeva qualche minuto di lucidità soltanto sul far del mattino. Era sempre più pallida, come se ogni goccia del suo sangue le venisse prosciugata inesorabilmente.

Quando si svegliava dal profondo torpore in cui trascorreva tristemente i suoi ultimi giorni, giaceva immobile sul letto con l'impressione che un peso intollerabile le gravasse sulla testa e sul petto.

Passarono tre giorni e le sue condizioni peggiorarono ancora.

Poteva a stento muovere debolmente la testa.

Non voleva che nessuno toccasse il suo letto, neanche per rimboccarle la coperta.

I suoi terrori crepuscolari la assediavano sotto forma di mostri che si trascinavano lentamente verso il suo letto, arrampicandosi sulla coperta e talvolta infilandosi sotto il cuscino.

Poi perse conoscenza.

Trascorse altri due giorni in un muto delirio; poco prima della fine gettò un grido straziante riecheggiato dalle bianche pareti della stanza e del corridoio.

Morì senza aver ripreso conoscenza.

Più tardi, quando la domestica si recò nella stanza per disfare il letto vuoto, osservò perplessa il cuscino.

"Signore!", chiamò Jordan che, instupidito dal dolore, sedeva immobile nel salottino attiguo alla camera della povera moglie. "Signore! Venite, ci sono delle strane macchie sul cuscino, sembrano sangue!"

Jordan si riscosse bruscamente e in un attimo raggiunse la domestica. Aveva ragione. Nell'incavo del cuscino, lasciato dalla testa di Alicia, c'erano due piccole macchie scure.

"Sembrano provocate da punture di spillo", disse la domestica dopo un attimo di esitazione.

"Prendete quel cuscino e portatelo qui, in piena luce", rispose Jordan.

La domestica prese il cuscino ma subito lo lasciò cadere fissandolo terrorizzata.

Era pallida e tremante come se avesse visto uno spettro.

Senza sapere perché, Jordan sentì i capelli rizzarglisi sulla nuca.

"Cosa c'è?", riuscì a chiederle con un filo di voce.

"è... è molto pesante, ecco", balbettò la domestica, continuando a tremare.

Jordan si fece coraggio e raccolse il cuscino; in effetti era straordinariamente pesante. Lo portò sul tavolo del salottino e, con un gesto rabbioso, strappò la federa e il tessuto di cotone che conteneva le piume.

La domestica urlò, coprendosi il viso con le mani.

Nel fondo del cuscino, seminascosto dalle piume, qualcosa muoveva lentamente lunghe zampe pelose; era un animale mostruoso, una sorta di palla viscida e nerastra, tanto gonfia che non riusciva a distinguerne la bocca.

Notte dopo notte, dacché Alicia aveva cominciato a dormire in quel letto, l'immonda abominazione aveva furtivamente applicato la sua bocca - o meglio, la sua proboscide - alle tempie della ragazza, succhiandole il sangue.

La puntura era quasi invisibile. 

Finché Alicia era stata in grado di alzarsi, la cosa mostruosa aveva necessariamente dovuto limitare le sue vampiresche incursioni.

Ma da quando la ragazza non aveva più potuto lasciare il letto, la situazione era diventata pressoché continua e vertiginosa.

E in pochi giorni il mostro le aveva succhiato ogni goccia di sangue e con esso la vita.

Questi parassiti degli uccelli, solitamente minuscoli nel loro ambiente naturale, in determinate e propizie condizioni possono raggiungere proporzioni enormi.

Il sangue umano li attira particolarmente, e non è infrequente si annidino nei cuscini di piume.

 

"L'Albero" (racconto horror)

Realizzato in collaborazione con Elena!


"Com'è rosso quel sommacco!".

Irene Barton stava dicendo una serie di cose ovvie, infilando un luogo comune dietro l'altro, perché l'albero le riportava in mente ricordi sgradevoli. 

La sua ospite, che non ne era al corrente, continuò imperterrita:

"Sai, Irene, quell'albero mi fa venire i brividi! Non saprei dirti perché, salvo che, uhm, ecco non è un buon albero. Guarda le foglie: sapresti dirmi perché diventano rosse in pieno agosto anziché in ottobre?"

"Certo che ti frullano in testa idee ben strane, May! È un comunissimo albero, benché mi faccia pensare a cose tristi. Il povero Spot, sai. Lo abbiamo sepolto ai piedi dell'albero due giorni fa. Vieni, ti mostro la sua tomba".

Le due donne lasciarono la terrazza dove aveva avuto luogo la breve conversazione e attraversarono lentamente il prato alla cui estremità, singolarmente solitario, cresceva il sommacco. La signora Watcombe, che aveva dimostrato tanto interesse per l'albero, chiese se si trattasse effettivamente di un sommacco, perché le foglie le sembravano "strane" ed i rami tanto contorti e bitorzoluti da renderlo quasi irriconoscibile. 

Viste più da vicino, le foglie erano screziate di uno spento color cremisi ed apparivano insolitamente carnose come se la loro crescita rigogliosa denotasse un alcunché di insano nella pianta.

Sostarono qualche istante in silenzio osservando la patetica e piccola tomba; poi la signora Watcombe, con gesto fulmineo, raccolse qualcosa ai piedi dell'albero.

"Irene, guarda! Un tordo morto. Povera bestiola! Che splendide piume e com'è leggero!"

La signora Barton osservò il tordo corrugando le sopracciglia.

"Senti, May, non riesco a capire che cosa stia capitando agli uccelli, a meno che qualcuno non li avveleni. Non facciamo che trovare uccelli morti in giardino, e di solito proprio sotto quest'albero o molto vicino".

È dubbio che la signora Watcombe la ascoltasse; quel mattino sembrava particolarmente distratta e svagata. Stava studiando con aria assorta i rami contorti del sommacco.

"Curioso, davvero curioso, che le foglie cambino colore in questo periodo dell'anno", borbottò. "Mi fa venire in mente la malattia della povera Geraldine. Quest'albero esercitava un fascino straordinario su di lei, come sai. Anche allora, benché si fosse in giugno, le foglie erano già scarlatte. 

Ricordo che non aveva neanche finito di fiorire".

"Mia cara May, questa mattina sembra tu abbia in testa soltanto foglie rosse", le rispose Irene incerta se irritarsi o sorridere delle fisime dell'amica.

"Non capisco perché ti interessi tanto il colore delle foglie. Se proprio lo vuoi sapere, si tratta di un effetto del caldo torrido di questi giorni, perché quando ho sepolto il povero, vecchio Spot non una sola foglia era rossa".

La conversazione continuò su questo tono per un po' e, benché si rendesse conto della banalità di quei discorsi, Irene continuò a pensare alla fatale malattia della cugina anche quando la signora Watcombe se ne fu andata. 

La tragica notizia era stata un vero e proprio fulmine a ciel sereno. La povera Geraldine, una donna così forte, se n'era andata da un giorno all'altro stroncata da anemia perniciosa.

Sembrava incredibile che la malattia l'avesse portata via in pochi giorni, ancora nel fiore degli anni.

Quell'evento luttuoso aveva avuto un risvolto positivo per Irene e suo marito che avevano potuto lasciare il loro appartamento di periferia, avendo ereditato da Geraldine la sua splendida tenuta di campagna, Cleeve Grange. 

Fin dal primo giorno ogni cosa l'aveva riempita di meraviglia e di ammirazione, e si era sentita come una dama nel suo castello. Era felice di vivere là, mentre suo marito Hilary non si era ancora familiarizzato con il posto, dato che gli affari lo trattenevano quasi sempre a Londra.

Nei giorni seguenti, trascorse molto tempo risistemando la nuova casa: spostò quadri e mobili, cambiò le tende. Circa una settimana dopo la visita dell'amica, vide che le foglie del sommacco erano tornate verdi, benché fossero un po' sciupate come se la pianta avesse bisogno d'acqua. 

Irene se ne accorse perché si recava ogni giorno sulla piccola tomba del cagnolino, cercando di farvi attecchire dei fiori; ma, a dispetto dei suoi sforzi, non volevano saperne di mettere radici. Sotto il sommacco non cresceva nulla, neanche un filo d'erba. 

In un momento di depressione, pensò che soltanto la morte allignava in quell'angolo del giardino, anche se non aveva più trovato uccelli morti, dopo quello scoperto dalla signora Watcombe.

Una sera, poiché in casa il caldo era insopportabile, uscì a passeggiare in giardino, e si diresse meccanicamente verso la piccola tomba sotto il sommacco. 

All'incerta luce della luna, il tronco contorto ed i rami del vecchio albero le suggerirono l'immagine di un rustico sedile e, sentendosi stanca, si arrampicò facilmente sul tronco, sistemandosi comodamente nell'incavo formato dalla biforcazione dei rami.

Inspirò profondamente l'aria della notte che sembrava più fresca tra le fronde dell'albero. Si assopì quasi subito e fece un sogno singolarmente vivido: Hilary, concluso un affare a Londra, ritornava a casa; era sera, lo incontrava nei pressi del castello del giardino, e lui la stringeva forte tra le braccia.

Poi, impercettibilmente, il sogno si trasformò in un incubo. Il cielo si fece minacciosamente nero, la stretta delle braccia allarmante, mentre il volto chino sul suo collo per baciarla non era più quello di Hilary, ma una faccia lasciva, malvagia, rugosa e deforme come il tronco di un albero segnato dalle intemperie. Agghiacciata dall'orrore, Irene lottò con tutte le sue forze per sottrarsi a quella stretta mostruosa e si svegliò di colpo gettando un grido. 

Per qualche istante il terrore dell'incubo continuò a sopraffarla, e le sembrava che le braccia la stritolassero in una morsa irresistibile. 

Finalmente si destò del tutto, scese dall'albero in fretta, attraversò di corsa il prato, raggiungendo la rassicurante porta di casa.

Il mattino dopo, la signora Watcombe tornò a trovarla. 

La osservava perplessa.

"Irene, come sei pallida. Ti senti bene?"

"Si, si, è soltanto un po' di stanchezza, sai, il caldo di questi giorni".

La signora Watcombe continuava a studiarla preoccupata, perché il pallore del volto di Irene era davvero impressionante. Per contrasto, una piccola macchia rossa spiccava vistosamente sul suo collo esile, qualche centimetro al di sotto dell'orecchio.

Irene, indovinando la domanda dell'amica, le disse:

"Mi fa un po' male. Devo essermi graffiata ieri sera, quando mi sono addormentata sul sommacco".

"Addormentata sul sommacco!" ripetè la signora Watcombe sorpresa. 

"Davvero curioso. Capitava anche alla povera Geraldine prima di ammalarsi, benché alla fine fosse letteralmente terrorizzata da quell'albero. Incredibile: guarda, le foglie sono di nuovo rosse!".

Irene osservo l'albero con una vaga ripugnanza.

La signora Watcombe aveva ragione: le foglie carnose, singolarmente rigogliose, avevano assunto una colorazione scarlatta. 

"Ah!" bisbigliò Irene visibilmente turbata e, volgendo le spalle al sommacco, si affrettò a raggiungere la casa. "Mi fa tornare in mente un incubo spaventoso: sono ancora scossa. Vieni, andiamo dentro e parliamo d'altro".

Anche quel giorno il caldo fu insopportabile, e a sera una quiete innaturale gravava sulla campagna riarsa, facendo presagire un violento temporale.

Non si udiva il canto di un uccello, non un alito di vento accarezzava le fronde degli alberi, ogni cosa, immobile e silenziosa, sembrava attendere la pioggia ristoratrice.

L'intervallo fra la cena e l'ora di andare a letto è particolarmente noioso per chi è abituato a stare in compagnia, ed Irene, rimasta sola, si sentì particolarmente nervosa, molto più del solito. 

Una cappa d'afa ristagnava sulla casa e, benché porte e finestre fossero spalancate, le sembrava di annaspare in cerca d'un filo d'aria; a un certo punto, non potendone più uscì in giardino. 

L'orizzonte era illuminato da vividi lampi, segno che il temporale si stava avvicinando. Non sapendo che fare, passeggiava stancamente, fermandosi, a volte, ad ascoltare l'eco di un tuono in lontananza. 

Alla fine, quasi senza accorgersene, si ritrovò davanti alla piccola tomba di Spot.

Si sentì ancora più sola e qualche lacrima le rigò il volto, ripensando al cagnolino morto.

Spinta da un misterioso impulso, Irene si arrampicò un'altra volta sull'albero; forse pensava di trovarvi un po' di frescura. In effetti, comodamente seduta nell'incavo dei rami, ben presto chinò il capo addormentandosi. In seguito, non avrebbe saputo dire se si fosse trattato di un incubo o di un sogno ad occhi aperti, nel torbido languire del dormiveglia.

Rifece il sogno della sera prima, ma questa volta fu più spaventoso, perché non ebbe inizio con la rassicurante immagine del giovane marito. 

Braccia fortissime, simili a robusti rami, la stringevano in una morsa terribile, tanto che le sembrava di non riuscire neanche a respirare. Il volto orrendo, devastato dal vizio e dalla malvagità, era chino sul suo collo bianco come una fiera sulla preda. 

Labbra immonde e fetide cominciarono a mordicchiarle la pelle... 

Lottò disperatamente, pazzamente, e le parve che i rami dell'albero, dotati di una misteriosa vitalità, la avviluppassero in una morsa mortale, lacerandole gli abiti. 

Un dolore acuto, provocato da qualcosa - forse un ramo - che le si stava conficcando nel collo, la aiutò a riscuotersi dall'incubo terrificante. 

Fu il suo stesso urlo a svegliarla e, nel medesimo istante, il fragore di un tuono dissolse completamente l'orrida immagine. 

Fuggì in casa sotto una pioggia scrosciante.

Guadagnato l'uscio e giunta trafelata in salotto, Irene si lasciò cadere in una poltrona, annaspando disperatamente per riempirsi i polmoni d'aria: le sembrava di non riuscire a respirare. Finalmente, fresche folate d'aria resero l'atmosfera più sopportabile, ma trascorse più di un'ora prima che trovasse la forza di alzarsi per salire in camera, trascinandosi penosamente per le scale. 

Raggiunta la stanza, Irene fu sconvolta da una scoperta tremenda. 

Lo specchio le rimandava un'immagine quasi irriconoscibile: era tanto pallida da sembrare completamente dissanguata, gli occhi febbricitanti erano cerchiati da occhiaie violacee, le labbra esangui, profonde rughe la facevano sembrare invecchiata di colpo.

Sul collo bianchissimo spiccava un grumo di sangue secco, dove il giorno prima c'era la macchia rossastra che tanto le doleva. Gli abiti erano stracciati.

Prese uno specchio da toilette per esaminare meglio la piccola ferita che sembrava esserle stata inferta dai denti aguzzi di qualche animale. Massaggiandola delicatamente con le dita, sentì un dolore lancinante…

La signora Watcombe, irrompendo in cucina la mattina seguente per proporre ad Irene una gita nei dintorni, rimase senza fiato vedendo l'aspetto spaventoso dell'amica e insistette per portarla subito da un medico.

Agitatissima, volle ad ogni costo esaminare attentamente la ferita sul collo di Irene, e quindi la accompagnò dal dottore del paese.

Questi sembrò singolarmente colpito dal malanno della sua nuova paziente, ma dichiarò che si trattava di una sciocchezza, ancorché ritenesse indispensabile bendare la ferita.

Giudicò invece più preoccupanti le condizioni di salute di Irene: a suo giudizio, essa soffriva di anemia.

Le consigliò riposo assoluto, nutrimento abbondante, finestre spalancate per respirare sempre aria fresca, e le prescrisse una quantità di tonici e di pillole vitaminiche.

Tuttavia, nonostante il medico si sforzasse di non apparire turbato, era evidente che le condizioni di salute di Irene lo preoccupavano, sicché né le due donne né l'uomo di scienza erano completamente soddisfatti.

Inoltre, non riuscì proprio a rassicurare la sua paziente; Irene era certa di non soffrire di anemia, mentre la signora Watcombe, dal canto suo, era ossessionata da oscuri presagi, indefinibili, ma non per questo meno inquietanti.

Più tardi, salutò Irene come se fosse l'ultima volta che la vedeva e questo non contribuì certo a rassicurare l'amica.

Andandosene, notò che il vecchio sommacco era sempre più rosso e le foglie oscenamente carnose e gonfie, proprio come all'epoca della fatale malattia di Geraldine.

"Detesto quell'albero mostruoso!", borbottò.

Quindi, scossa da un'improvvisa premonizione, sussurrò fra sé e sé: "Suo marito deve sapere. Gli telegrafo immediatamente."

Irene, con un comportamento tipicamente femminile, mise a frutto la forzata inattività, progettando una ristrutturazione del solaio, l'unica parte della sua nuova casa che non aveva ancora "esplorato" come si deve.

Tra le cose inutili e bizzarre che lo riempivano e che avrebbe dovuto gettare nella spazzatura, scovò un piccolo quaderno, apparentemente mai usato.

Spinta dalla curiosità, lo raccolse dall'angolo polveroso dov'era finito e lo sfogliò stancamente.

Fu sorpresa di apprendere, da una breve annotazione, che era appartenuto a sua cugina, la quale intendeva usarlo come diario.

C'era una data - che si riferiva proprio a pochi giorni prima della scomparsa della povera ragazza - ma non vi era stata effettuata nessun'altra annotazione, benché scoprisse che le prime due pagine del quaderno erano state strappate.

Stava per riporlo dove lo aveva trovato, quando un pezzetto di carta scivolò fuori dalla copertina inferiore, fluttuando fino a posarsi ai suoi piedi.

Lo raccolse ed impietrì, rimanendo senza fiato leggendo le parole che la cugina vi aveva scritto: "...sommacco mi affascina..."

Quella frase si adattava perfettamente anche a lei.

Era evidente che si trattava del vecchio sommacco solitario all'estremità del giardino; e, non poteva negarlo, la affascinava oscuramente, benché, fino a quel preciso istante, non se ne fosse resa conto.

Raccolto di nuovo il quaderno, sfogliandolo accuratamente con mani tremanti, e, nascosti fra le ultime pagine, scoprì i minuti frammenti di alcuni fogli strappati, evidentemente le prime due pagine di un diario. Esaminò ansiosamente i pezzetti di carta: su alcuni poteva leggere qualche breve parola o parte di una frase, ma altri, più grandi, promettevano maggiori ragguagli sugli ultimi giorni della cugina.

Se li cacciò in tasca frettolosamente e, in preda a uno strano presentimento, si recò di corsa al suo scrittoio trascorrendo il resto del pomeriggio cercando di rimettere insieme le pagine strappate.

Nel frattempo, la signora Watcombe continuava a tormentarsi pensando all'improvvisa malattia di Irene.

Il suo pallore, la sua apatia, la strana ferita sul collo, la allarmavano grandemente, perché erano esattamente gli stessi sintomi accusati da Geraldine pochi giorni prima di morire.

Desiderò ardentemente che il medico condotto del paese non fosse andato in ferie, perché il sostituto, che aveva visitato Irene, non le dava nessun affidamento, e in quei frangenti paziente, parenti e amici avevano bisogno di certezze, non di frasi vaghe.

Sentendosi responsabile di Irene, in quanto sua amica, telegrafò ad Hilary, dicendogli della sua improvvisa malattia e avvertendolo di tornare senza indugi.

Il telegramma giunse puntualmente a destinazione, preoccupandolo assai, cosicché lasciò Londra immediatamente, raggiungendo il paese con il primo treno.

Quella sera era già a Cleeve Grange.

"Dov'è mia moglie?", chiese subito alla domestica appena entrato in casa.

"Di sopra. Si sentiva stanca e ha detto che voleva stendersi un po' a letto."

Salì di corsa nella stanza di Irene, ma vide che era vuota.

Suonò, chiamando la servitù. In un batter d'occhio nella casa regnò una confusione indescrivibile, perché tutti insieme cominciarono a cercare Irene, setacciando l'edificio da cima a fondo.

Nessuna traccia della giovane donna.

Pensando che potesse essere andata a far visita alla signora Watcombe, Hilary stava per avviarsi a quella volta, quando la domestica gli annunciò che la signora Watcombe lo attendeva in salotto.

"Ho visto passare un taxi...", cominciò, ma Hilary la interruppe bruscamente:

"Dov'è Irene?"

"Irene? Mio caro Hilary, ma non è qui?"

"No. Non riusciamo a trovarla. Ho pensato fosse venuta da te."

La signora Watcombe lo fissava sbalordita. Poi impallidì, gridando: "è su quell'albero! Ne sono certa! Presto, Hilary!"

Si lanciò di corsa sul prato, diretta verso il sommacco, seguita dall'uomo.

La notte era particolarmente buia, e un vento fortissimo li sferzava violentemente. Inciamparono più volte, ma finalmente distinsero il vestito bianco di Irene che risaltava come una macchia chiara sullo sfondo nero del cielo e dell'albero. Giunti a piedi del sommacco, aguzzarono la vista, videro che la donna giaceva profondamente addormentata fra i rami. 

Hilary e la signora Watcombe in un attimo le furono accanto; il vento faceva oscillare violentemente il vecchio albero, ed entrambi provarono la sgradevole impressione di dover, letteralmente, strappare la donna all'abbraccio del sommacco. 

Finalmente riuscirono a riportarla a terra e, guadagnato il sicuro riparo di casa, la deposero su un divano. Sembrava svenuta, più che addormentata, era pallida come una morta, ed il viso sconvolto rivelava una profonda sofferenza ed un grande terrore. 

La fasciatura era sparita e la ferita sul collo si era riaperta, umida di sangue.

Hilary si precipitò a cercare il medico, mentre la signora Watcombe e i domestici portarono Irene in camera sua. Passarono diverse ore prima che riprendesse conoscenza, e, per tutto questo lasso di tempo, il dottore vietò ad Hilary di entrare in camera. Sconcertato e addolorato, si trascinava da una stanza all'altra, finché la sua attenzione fu attratta da alcuni pezzi di carta sulla scrivania nello studio della moglie. Vide che aveva cercato di rimettere insieme dei fogli strappati. Non era riuscita a completare quel paziente lavoro, ma quanto poté leggere, bastò a sconvolgerlo completamente:

"...Il rustico sedile naturale formato dal tronco e dai rami del vecchio sommacco mi affascina. A volte mi ritrovo sull'albero senza accorgermene o vi vengo trascinata contro la mia volontà. Qui ho delle visioni terrificanti! Mi sembra di sprofondare nei più cupi abissi del terrore.  Questi incubi cominciano a tormentarmi anche quando non mi trovo sull'albero, e mi sento ogni giorno più debole. Il dottor H. parla di anemia…"

Irene non era andata oltre ed Hilary, senza sapere bene perché, decise di portare a termine quello spaventoso puzzle. Prima che finisse albeggiava.

Stanco ed intirizzito, stava per alzarsi dalla sedia quando udì bussare alla porta, ed entrò la signora Watcombe.

"Irene sta meglio", gli disse subito. "Ora dorme e questa volta è immersa in un sonno naturale. Il dottor Thomson dice che non corre alcun pericolo immediato, ma è molto debole e ha perso parecchio sangue".

"May, dimmi, che significa tutto ciò secondo te? Perché Irene si è ammalata tutto d'un tratto? è sempre stata una ragazza sanissima. Non riesco proprio a capire!"

La signora Watcombe lo guardava con un'espressione innaturalmente grave.

"Anche il dottore confessa di non capirci granché", gli rispose stancamente. "Tutti i sintomi stanno ad indicare che ha subito una forte perdita di sangue, anche se nei casi di anemia acuta o perniciosa..."

"Cristo! Ma non vorrai dirmi che soffre dello stesso male della povera Geraldinе? Non posso crederci!"

"Neanch'io, se è per questo. Oh, Hilary, dimmi pure che sono pazza, ma secondo me c'è di mezzo qualcosa di misterioso; qualche maligna influenza è all'opera. 

Tre giorni fa Irene scoppiava di salute e lo stesso Geraldine prima di ammalarsi improvvisamente. E i loro due casi sembrano identici... Irene ha cercato di dirmi qualcosa riguardo un certo diario, ma era troppo esausta per parlare".

"Un diario? Pensi si tratti del diario di Geraldine? Di certo si riferiva ad esso. Ho appena finito di rimetterlo insieme, ma, francamente, mi sembra proprio senza capo né coda".

La signora Watcombe scorse in fretta il foglio rappezzato con la colla che Hilary le porse; poi lo rilesse con grande attenzione.

"Senti, Hilary! Questo passaggio mi sembra molto significativo":

"... Il dottor H. parla di anemia. Prego il cielo abbia ragione, perché a volte i miei pensieri sembrano procedere in una strana e terribile direzione; se avessi il coraggio di confidarmi con qualcuno, di certo direbbe che sto impazzendo. Devo lottare da sola, aggrappandomi all'idea che non è insolito, in persone affette da anemia, coltivare insane fantasie. Se soltanto non avessi letto quelle orribili ed insinuanti parole nel Barrett..."

"Barrett? Che intende dire, May?"

"Aspetta un attimo. Barrett? Ma sì, forse si riferisce a "Traditions of the County" del Barrett. Ho notato che in biblioteca ce n'è una copia. Vieni, andiamo a controllare. Può darsi si riveli una traccia utile."

Trovarono subito il libro, che si aprì alla pagina cui si riferiva Geraldine; infatti aveva sottolineato con la matita un passaggio abbastanza lungo.

"... A Cleeve mi narrarono un'altra di quelle singolari tradizioni che ormai stanno scomparendo rapidamente, con il diffondersi dell'istruzione. Aveva a che fare con l'antica credenza nei vampiri, spiriti di morti malvagi, che di notte potevano assumere forma umana vagando nel paese in cerca di vittime. Le persone sospettate di essere vampiri venivano sepolte con la bocca imbottita d'aglio e veniva loro trapassato il cuore con un paletto di legno per renderle inoffensive, o, quanto meno, per evitare che si allontanassero dal luogo della sepoltura. Circa trent'anni fa, un vecchio mi indicò un albero che si diceva fosse cresciuto da un paletto siffatto. Per quanto ricordo, si trattava di una singolare varietà di sommacco nel giardino del vecchio Grange..."

"Vieni, usciamo", disse la signora Watcombe rompendo il pesante silenzio che gravava nella stanza. "Voglio che tu veda quell'albero".

L'alba imporporava il cielo e i cespugli, le piante, i fiori e la rugiada assumevano una dolce sfumatura rosata. 

Soltanto il solitario sommacco, cupo e minaccioso, sembrava non partecipare al tripudio della natura che si stava risvegliando.

Durante la notte la disgustosa colorazione scarlatta delle foglie si era accentuata, tronco e rami risultavano innaturalmente rigogliosi, quasi gonfi, e, nell'insieme, l'albero aveva un aspetto oscenamente carnoso. 

La signora Watcombe, osservandolo di lontano, esclamò con voce rauca e impaurita: "Guarda, Hilary! Era proprio così quando... quando morì Geraldine!"

Al cader della notte, l'estremità del giardino appariva stranamente nuda e spoglia. Al posto del vecchio albero c'era un enorme mucchio di ceneri ardenti - enorme perché il sommacco era troppo gonfio di una linfa viscosa e nerastra per bruciare senza l'aiuto di una gran quantità di legna secca.

Passarono molte settimane prima che Irene recuperasse forza sufficiente per recarsi a visitare la piccola tomba di Spot. 

E rimase sbalordita scoprendo che il posto era quasi completamente ricoperto da piantine di aglio.

Più tardi Hilary le spiegò che era l'unica pianta ad aver attecchito dove cresceva il sommacco.


APPROFONDIMENTO SUL SOMMACCO

Info tratte da

Nota di Lunaria: non so in altre regioni d'Italia, ma dove sto io (Lombardia) questa pianta è praticamente ovunque, cresce allo stato brado anche all'interno dei giardini delle fabbriche\luoghi abbandonati.

Il Sommacco appartiene alla famiglia delle Anacardiacee; è originario degli Stati Uniti orientali. Questa famiglia comprende due generi coltivati, il Rhus e il Cotinus.

Il Rhus comprende 150 specie di alberi, arbusti e piante rampicanti. Rhus coriaria è detto "il Sommacco dei conciatori" ed è ricco di tannino, che causa intossicazione.

Il fogliame del genere Rhus assume tonalità calde rosso-arancione in autunno; i ramoscelli ricordano le corna dei cervi.

Il Sommacco della Virginia può raggiungere i 4 o 6 metri, acquisendo una forma ad ombrello.

I rami contengono un succo denso e bianco.

Le foglie sono lunghe, composte da foglioline lanceolate ed ellittiche di color verde chiaro.

I fiori sono raccolti in grappoli terminali, di colore giallo e danno frutti a forma di pigna.

La versione Laciniata ha foglie composte, che possono arrivare a 50 cm, che conferiscono l'aspetto di felce.

è resistente ad insetti e malattie e si adatta a terreni aridi, ma per prosperare richiede molto sole.

è una pianta tossica, quindi non deve essere toccata dai bambini.







L'abominevole Dottor Phibes

Un nugolo di pipistrelli affamati entra nella camera dove dorme un medico, gli si precipita addosso, lo sbrana vivo… Un altro medico riceve la visita di un misterioso sconosciuto che applica un bizzarro marchingegno alle sue vene e gli toglie tutto il sangue in corpo…

Un'infermiera viene sommersa da un getto di clorofilla e divorata da un nugolo di ferocissime cavallette…

E intanto, nella sua eccentrica casa, il dottor Phibes suona l'organo e ascolta la musica di un'orchestra di manichini.

Il dottor Phibes: ma dovrebbe essere morto.

Oppure è vivo? Oppure è un morto vivente o qualcosa di ancora più spaventoso?

Sui medici di Londra si sono scatenate le dieci maledizioni del Vecchio Testamento, attuate da un genio del delitto che non conosce ostacoli.

Perché il colpevole è l'abominevole dottor Phibes, e Phibes non ha paura della morte.

è già morto.

Tra poco, compiuta la vendetta, si unirà nel sonno eterno alla sua adorata moglie…





I Figli della Paura

Una sanguinosa rivoluzione ha scardinato il regime di Ceausescu rivelando all'occidente le terribili miserie tenute nascoste dal feroce dittatore. Migliaia di bambini abbandonati giacciono in orfanotrofi lager, e tra essi un neonato il cui organismo nasconde un inquietante segreto, capace forse di svelare la cura per gravi malattie del sangue. Ma la giovane dottoressa che l'ha adottato non sa che il piccolo è legato a una misteriosa setta, guidata da un essere immortale che per secoli ha terrorizzato la Romania.

Ora questo antico, innominabile orrore, si prepara a scatenare la sua blasfema minaccia sul mondo intero.

"Io non piansi. Ricordo quanto fosse freddo quell'inverno, come fosse strano il cibo, e come i servitori che si occupavano di noi chiudessero a chiave la porta del nostro appartamento, non appena il sole calava - molto presto - dietro le cime di quella regione montana."

La Canzone degli Schiavi (horror)

Gender si fermò in cima al nudo pendio, si asciugò la fronte arrossata e grondante di sudore sotto l'ampia tesa del cappello, e si voltò a guardare i suoi quarantanove prigionieri. Nudi e neri, stavano risalendo a passo lento e strascicato l'antico e stretto sentiero degli schiavi che attraversava la giungla. Quarantanove uomini catturati per mano stessa di Gender e imprigionati con un collare ad un'unica, lunga catena, destinati a lavorare nella sua piantagione al di là dell'oceano...

Gender sorrise scostando lievemente i baffi spioventi e sparuti, un ghigno cupo di avido trionfo.

Da anni aveva sognato e fatto piani per quell'avventura, come altri uomini avevano sognato e fatto piani per viaggi avventurosi in Europa, pellegrinaggi santi o ritorni ai beneamati luoghi d'origine. Aveva detto a se stesso che sarebbe stato un affare assai vantaggioso e pratico. Gli schiavi passavano per così tante mani: il razziatore, il carovaniere, l'agente di terra, il capitano della nave negriera, il trafficante a New Orleans o all'Havana o a Charleston, dove viveva.

Ciascuna di quelle mani avide si sarebbe impossessata di un profitto considerevole, e tutti gli utili dovevano provenire, in ultima analisi, dal prezzo pagato dal proprietario della piantagione. Ma lui, Gender, si era recato in Africa da solo, con la propria nave; con una dozzina di fedeli ruffiani del Benguela era riuscito a penetrare nella regione del Bihé-Bailundu, aveva saccheggiato un villaggio e catturato quarantanove indigeni tra la notte e l'alba. Soltanto un collare della lunga catena con cui li aveva imprigionati rimaneva vuoto, ma Gender era sicuro di riuscire a utilizzare anche quello prima di raggiungere la nave. Grazie a Dio, riusciva a far soldi in quel modo, quasi coniandoli da sé: ne valeva sempre la pena per un colono di Charleston del 1853.

Così egli ragionava tra sé e sé, e questo credeva in realtà, ma ciò che gli procurava una gioia genuina era nascosto nel cantuccio più nero del suo cuore.

Aveva concepito quella razzia al villaggio per seguire un istinto che si nutriva di crudeltà e desiderio di dominio. Un uomo meno violento e crudele si sarebbe ritenuto soddisfatto di cacciare leoni o elefanti, ma Gender doveva cacciare uomini in carne  e ossa.

A dire la verità, il denaro ricavato o risparmiato dal viaggio sarebbe stato poca cosa, ammesso che fossero riusciti a ricavarne o a risparmiarne.

Ma la soddisfazione sarebbe stata comunque enorme. Ogni giorno il suo ampio torace si sarebbe dilatato nel percorrere con lo sguardo con la sua proprietà, scorgendovi gli schiavi zappare il cotone sulla spiaggia o potare le piante dell'indaco: i suoi 49 schiavi, catturati, imbarcati e addestrati dalle sue stesse grandi e forti mani, assai più eloquenti nella loro sfrenata certezza di possesso di tutte le teste di animali feroci che giravano nei negozi degli imbalsamatori.

Improvvisamente, qualcosa gli ronzò nelle orecchie, simile al ritmico ronzio di uno sciame di api. Gli uomini stavano mormorando sommessamente una canzone.

Proveniva dalla lunga colonna degli schiavi dai volti tormentati. Gender li fissò, e diede fiato ad una delle imprecazioni che teneva sempre sulla punta della lingua.

"Silva!", gridò.

Il portoghese scarno che camminava, libero, alla testa della colonna, si girò e si avvicinò a Gender.

"Patrao?", chiese rispettosamente, con un sorriso bianco e luccicante che si apriva in un viso color nocciola.

"Che cosa stanno cantando?", chiese Gender. "Non credevo che avessero motivi per farlo."

"è una canzone che cantano gli schiavi, patrao"; la mano affusolata di Silva con il braccialetto d'argento al polso, fece un aggraziato gesto di commiato.

"Non è niente. Una di quelle cose che gli indigeni si inventano e cantano mentre camminano o lavorano."

Gender colpì lo stivale con la frusta di pelle di ippopotamo che teneva in mano. Il sole del pomeriggio, scivolando lungo gli imponenti alberi della giungla, accendeva pallidi e freddi bagliori nei suoi sottili occhi azzurri. "Cosa dice quella canzone?", insistette.

I due si avvicinarono alla carovana mentre, incitati da una dozzina di negri dal cappello rosso, gli uomini avanzavano faticosamente lungo il sentiero.

"è soltanto una canzone cantata dagli schiavi, patrao", ripeté Silva. "Significa pressappoco: anche se mi porti via incatenato, quando morirò sarò libero. Tornerò per stregarti e ucciderti."

Il corpo pesante di Gender sembrò dilatarsi, e i suoi occhi si socchiusero. "E così, è questo che cantano, hmmm?"

Lanciò un'altra imprecazione. "Ascolta!"

L'infelice processione stava intonando un breve ritornello ritmato: "Hailowa - Genda! Haipana! Genda!"

"Genda, quello è il mio nome", sbraitò il colono.

"Stanno cantando qualcosa su di me, vero?"

Silva fece un altro gesto fluido, ma Gender gli sventolò la frusta sotto il naso. "Non cercare di prendermi in giro. Non sono un bambino che si può circuire così facilmente. Che cosa stanno cantando su di me?"

"Niente di importante, patrao", si affrettò a rassicurarlo Silva. "Potrebbe essere qualcosa come Stregherò Gender, ucciderò Gender"

"Allora mi minacciano!"

Un rossore si diffuse sul grande viso di Gender. Corse verso i neri in catene e li frustò con tutta la forza che aveva nel braccio. La canzone si mutò in disperati gemiti di dolore.

"Vi darò io una bella lezione di musica!", infuriò Gender, e fustigò gli uomini agitandosi per tutta la lunghezza della colonna, fino a quando fu coperto di sudore per lo sforzo.

Ma non appena Gender si voltò, la canzone riprese.

"Hailowa Genda! Haipana Genda!"

Girandosi di scatto, Gender inferse una nuova pioggia di frustate. Anche Silva, affrettandosi ad assecondarlo, frustò gli schiavi e li insultò nella loro stessa lingua. Ma quando entrambi furono esausti, i prigionieri ripreso il mormorio, sommessamente ma ostinatamente, la medesima cantilena.

"Lasciali piagnucolare", ansimò Gender alla fine. "Una canzone non ha mai ammazzato nessuno."

Silva rise nervosamente. "Certo che no, patrao. Questa è solo una stupida credenza indigena."

"Intendi dire che pensano che una canzone possa uccidere?"

"Sì, e anche di più. Dicono che se cantano tutti insieme e pensano tutti ad una persona odiata, i loro pensieri e il loro odio diventerà una vera e propria forza capace di colpire e di punire al posto loro."

"Sciocchezze!", sbottò Gender.

Ma quando quella notte si accamparono, Gender dormì solo a tratti un sonno turbato, e nei suoi sogni udì una canzone che si faceva sempre più profonda e pensante, fino a diventare visibile come una nuvola densa e scura che lo sommergeva.

La nave che Gender aveva noleggiato per la spedizione giaceva in un estuario paludoso, lontano da qualsiasi città costiera. Quando caricò le merci a bordo, l'alba si profilò stranamente fiammeggiante e minacciosa. Dunlapp, il vecchio capitano che avrebbe comandato in sua vece, lo raggiunse in cabina.

"Tutto pronto, signore?" chiese a Gender. "Possiamo salpare con la marea. C'è un sacco di posto nella stiva per quella marmaglia che ha portato. Dirò agli uomini di togliergli i ferri."

"Al contrario", esclamò Gender, "Dite agli uomini di ammanettare tutti gli schiavi, uno per uno."

Dunlapp guardò Gender stupito. "Ma questa non è una buona cosa per i negri. Quando sono in catene si ammalano, non mangiano. A volte finiscono per morire."

"Ti pagherò bene, Capitano", tuonò Gender. "Ma non per darmi dei consigli. Ascolta quei selvaggi." 

Dunlapp si mise in ascolto. Un lamento li raggiunse.

"Hanno cantato quella maledetta canzone su di me per tutta la strada fino alla costa", spiegò Gender. "Sanno che la odio... Li ho frustati giorno dopo giorno... ma continuano a cantarla. Non toglierete loro le catene fino a quando non staranno zitti."

Dunlapp si inchinò in segno di sottomissione e si allontanò per impartire gli ultimi ordini prima della partenza. Più tardi, quando salparono, raggiunse Gender sul ponte di poppa.

"Anche a me sembra che siano piuttosto testardi con quella cantilena", osservò.

"Ho sentito dire", replicò Gender, "che cantano insieme perché pensano che molte voci e cuori infondano potere all'odio, o ad altri sentimenti". Si accigliò. "Fantasie pagane!"

Dunlapp fissò alcuni gabbiani bianchi sopra la cresta delle onde.

"Potrebbe esserci qualcosa di vero in questa credenza, signor Gender; a volte è così nella fede dei popoli selvaggi. Ascolti bene, ho visto più di millecinquecento maomettani pregare tutti insieme nelle regioni barbare. Quando si inchinano, il rumore di tutte quelle teste che si appoggiano al solo risuona come lo schianto di un'enorme roccia. E quando si rialzano, il movimento dei loro indumenti produce un sibilo simile alle raffiche di una burrasca. Non ho potuto impedirmi di pensare che quella loro preghiera avesse una qualche forza."

"Non sono che idiozie da selvaggi", interloquì Gender, assottigliando nervosamente le labbra.

"Be', anche in territori cristiani abbiamo qualche esempio, signore", proseguì Dunlapp. "Se ci pensa bene, una folla potrebbe essere capace di infuriarsi e di bruciare o impiccare qualcuno. Ma un uomo solo, potrebbe farlo? Ogni singolo uomo di quella folle potrebbe farlo? No, ma insieme il loro odio e la loro risolutezza diventano..."

"Non è affatto la stessa cosa" lo interruppe bruscamente Gender. "Gradirei cambiare argomento."

Il pomeriggio seguente, una vela bianca scivolò sull'orizzonte dietro di loro. Sull'albero maestro brillava una piccola macchia di colore. Il capitano Dunlapp osservò attraverso un telescopio, e imprecò con una tipica bestemmia da uomo di mare.

"Una nave da guerra britannica", annunciò. "Ci sta inseguendo."

"E allora?", chiese Gender.

"Ma non capisce, signore? L'Inghilterra ha giurato di abolire il commercio di schiavi. Se ci acciuffano con questo carico di uomini, sarà la fine per noi."

Poco dopo, gemette in preda all'apprensione.

"Ci stanno superando. Ecco il segnale di fermarci e di aspettarli. Dobbiamo farlo, signore?"

Gender scrollò violentemente la testa. 

"Non noi! Fagli vedere come ce la filiamo, capitano."

"Ci prenderanno. Navigano a tre piedi contro i nostri due."

"Non prima che faccia buio", disse Gender. "Quando scenderanno le tenebre, troveremo un mezzo per... rendere meno evidente il nostro imbarazzo."

E così la nave con il suo carico di schiavi si diede alla fuga, inseguita da quella inglese. Nell'arco di un'ora, il sole era sceso sull'orizzonte, e Gender sorrideva sinistramente.

"Tra pochi minuti sarà buio", disse a Dunlapp. "Non appena sarai sicuro che non possano più distinguere quello che facciamo a bordo con cannocchiali o cose simili, fai salire gli schiavi sul ponte."

Nella luce del crepuscolo i quarantanove prigionieri erano allineati lungo la battagliola. Nonostante le catene che imprigionavano loro collo e caviglie, gli uomini non avevano né una postura né uno sguardo servile. Uno di essi iniziò a cantare e gli altri gli fecero eco, mormorando la canzone che li aveva accompagnati lungo il sentiero.

"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

"Continuate pure a cantare", sbottò Gender, e si diresse all'estremità della fila di schiavi, a prua. In quel punto giaceva il collare vuoto.

Gender lo afferrò e piegandosi oltre la battagliola, lo agganciò all'anello di una pesante ancora che ondeggiava sopra il gancio di un mulinello.

Poi si voltò di nuovo e guardò la linea degli schiavi dalla quale si levava il canto lamentoso.

"Fatevi un bel bagno per rinfrescare i bollori", li schernì Gender, e liberò il moschettone.

L'ancora cadde. Lo schiavo più vicino venne trascinato con essa, e così seguirono gli schiavi dopo di lui. Gli altri videro, urlarono e cercarono di abbracciarsi, quasi a proteggersi contro il destino avverso; ma i compagni che erano già finiti sott'acqua erano troppo pesanti per loro. Rapidamente, uno dopo l'altro i prigionieri balzarono dal ponte e finirono in acqua. Gender si sporse e guardò l'ultimo uomo inabissarsi.

"Mio Dio, signore!" esclamò Dunlapp con voce roca.

Gender gli si parò dinnanzi con fare quasi minaccioso.

"Che cos'altro si poteva fare, hmmmm? Sei stato tu a dire che non avremmo potuto sperare alcuna pietà dagli inglesi."

La notte trascorse, e alle prime grigie luci dell'alba la nave inglese li aveva raggiunti. Una voce che parlava in un megafono li chiamò a distanza; quindi una palla di cannone scavalcò la prua. Al compiaciuto cenno di assenso di Gender, Dunlapp ordinò ai suoi uomini di mettersi alla cappa. Una barca venne calata in acqua dalla nave degli inseguitori, e in breve tempo un ufficiale britannico e quattro marinai si issarono a bordo.

Inchinandosi con falsa riverenza, Gender invitò il drappello a perquisire la nave. Così fecero, e ritornarono sul ponte con la coda tra le gambe.

"Dunque signore", si rivolse Gender all'ufficiale, "non crede di dovermi delle scuse?"

L'uomo si fece pallido. I suoi tratti erano magri e netti e aveva una dentatura forte e bianca. "Non posso fare quello che mi chiede", disse in tono sommesso ma funesto. "Non ho trovato schiavi, ma ne ho sentito l'odore. Erano a bordo di questa nave non più di dodici ore fa."

"E dove sarebbero adesso?", lo derise Gender.

"Sappiamo entrambi dove sono", fu la risposta. "Se potessi provare in un tribunale ciò che mi suggerisce il mio intuito, lei si imbarcherebbe subito con me per l'Inghilterra. Molto probabilmente, verrebbe impiccato dai pennoni della mia stessa nave."

"Ha approfittato troppo dell'ospitalità, signore", replicò seccamente Gender.

"Me ne vado. Ma mi sono procurato il suo nome e quello della sua città. Da qui mi dirigerò a Madeira, dove incrocerò un battello postale diretto ad ovest, verso Savannah. Quel battello recherà una lettera ad un mio amico di Charleston, e i vostri vicini sapranno che cos'è accaduto sulla vostra imbarcazione." 

"Sbalordirete gente che ha alle proprie dipendenze degli schiavi con una storia di schiavi?", chiese Gender, con quello che considerava un sottile buonumore.

"Una cosa è mettere a lavorare degli uomini nei campi di cotone, un'altra strapparli dalle loro abitazioni, raggrupparli come animali in catene a bordo di una fetida nave, e annegarli per sottrarsi alla giusta punizione della legge."

L'ufficiale sputò sul ponte. "Buon giorno, assassino. Sappia che tutta Charleston saprà che cosa ha fatto."

La piantagione di Gender occupava una grande isola circondata da ripide scogliere alla foce di un fiume, e guardava verso l'Atlantico.

Solitamente era quella che veniva definita un'isola paradisiaca, persino dai seguaci più esigenti di Chateaubriand e Rousseau; ma in quella prima notte da quando aveva fatto ritorno, Gender odiava i campi e il paesaggio di acqua fresca e salata.

La sua abitazione, posta su una lingua di terra rivolta verso il mare, risuonava del borbottio delle sue imprecazioni mentre reclamava la cena e mangiava voracemente ma senza gustare il cibo.

Con una voce che vibrava di rabbia, esclamò che non si sarebbe recato a Charleston mai più.

A quel proposito, in effetti avrebbe fatto bene a starsene alla larga per qualche tempo. L'ufficiale britannico aveva tenuto fede alla sua promessa, e tutta la città era venuta a conoscenza del viaggio in Africa di Gender e di quello che aveva fatto.

Con una perversa scrupolosità morale che andava oltre la comprensione del colono, tutti coloro che avevano saputo erano pieni di disgusto invece che di ammirazione.

Il capitano Hogue si era rifiutato di bere con lui alla Jefferson House.

Il suo più vecchio amico, Lloyd Davis di Davis Township, aveva attraversato la strada per evitare di incontrarlo.

Persino il reverendo Dottor Lockin si era voltato freddamente dall'altra parte quando lo aveva visto passare, e giravano voci che il reverendo avesse tenuto un sermone che accusava i saccheggiatori e rapitori di povera gente indifesa.

Che cosa diavolo avevano tutti?, si chiese selvaggiamente Gender tra sé e sé; in fondo, anche gli uomini che lo evitavano e lo snobbavano avevano degli schiavi.

Era addirittura possibile che alcuni di loro tenessero schiavi che venivano freschi freschi da villaggi assaliti e depredati dell'Equador… Era sleale! Eppure non poteva fare a meno di sentire l'animosità di molti cuori adirati che gli pesavano sulla coscienza.

"Brutus", si rivolse allo schiavo che stava riassettando la tavola. 

"Credi che l'odio possa assumere una qualche forma?"

"Odio, Marsa?". Il viso scuro dello schiavo era solennemente rispettoso.

"Sì, Odio, di molte persone insieme."

Gender sapeva che non poteva fare troppo affidamento su uno schiavo, e scelse attentamente le proprie parole.

"Supponi che molte persone odino la stessa cosa, e forse cantano una canzone su questa cosa..."

"Oh, sì, Marsa", annuì Brutus. "Ho sentito dire questo, da vecchio nonno, quando io piccolo. Lui vivere in Africa, lui diceva molte volte loro possono far morire con una canzone."

"Far morire con una canzone?" ripeté Gender. "E come?"

"Loto cantare che lo uccidono. Dopo un poco, forse giorni interi, lui morire..."

"Chiudi il becco, furfante negro!"

Gender si alzò di scatto dalla sedia e si attaccò ad una bottiglia.

"Hai sentito raccontare questa storia da qualche parte e adesso osi cercare di darmela a bere!"

Brutus scomparve dalla stanza, spaventato a morte.

Gender cercò di inseguirlo, ma ci ripensò e percorse a passi pesanti il salotto.

La vasta sala rivestita di pannelli marroni sembrava rimandargli un'eco ancora più greve dei suoi passi.

Le finestre si riempivano con le prime ombre dell'oscurità, e una lampada sospesa proiettava raggi di tremula luce gialla negli angoli della stanza.

Sul tavolo centrale si trovava della posta, un giornale piegato e una lettera.

Gender si versò del whisky da una caraffa, lo mescolò con acqua fresca e si lasciò cadere su una sedia. Per prima cosa aprì la lettera.

"Proprietà Stirling" recava il mittente in alto sul foglio.

Il cuore di Gender ebbe un sussulto. Evelyn Stirling… aveva riposto le sue speranze su di lei… ma quella missiva era scritta con pugno maschile e con una calligrafia decisa e affrettata.


Signore,

circostanze di cui sono venuto a conoscenza mi obbligano doverosamente ad ordinarle di non rivolgere più attenzioni a mia figlia.


Gli occhi di Gender si adombrarono per la rabbia. Un altro risultato della lettera dell'ufficiale inglese, non aveva alcun dubbio.


Ho manifestato a mia figlia il desiderio che non intrattenga ulteriori comunicazioni con lei, e sono stato sufficientemente esplicito nel convincerla di quanto Lei sia indegno della sua stima e attenzione.

è superfluo da parte mia fornirle i motivi che mi hanno indotto a questa conclusione, e posso solo aggiungere che niente di ciò che Lei dirà o farà potrà mutare il mio giudizio.

In fede, GIUDICE FORRESTER STIRLING


Gender inghiottì d'un sorso una parte del suo drink, e appallottolò la lettera in una mano. Così, quello era il bel modo di interferire del giudice... Sembrava quasi che avesse copiato quella lettera da un manuale per padri severi.

Nella sua mante, Gender cominciò a formulare una lettera che gli rispondesse per le rime.


Signore, La sua spietata ed arbitraria lettera ammette un'unica risposta. In qualità di gentiluomo volgarmente maltrattato, chiedo soddisfazione sul campo dell'onore. Tutti gli accordi sono rimessi nelle mani di...


A quale amico avrebbe potuto affidare quel messaggio di sfida? Sembrava che improvvisamente fosse rimasto a corto di amici. Bevve altro whisky allungato con acqua, e strappò la carta in cui era avvolto il giornale.

Era una pubblicazione del Massachusetts, e all'incirca in fondo alla prima pagina vi era una grande croce di inchiostro, usata per richiamare l'attenzione su qualcosa in particolare.

Si trattava di una poesia, evidentemente, divisa in strofe di quattro versi.

Il titolo non gli diceva nulla… "I Testimoni". Autore, Henry W. Longfellow.

Gender lo identificò vagamente come imbrattacarte di scadenti versi abolizionisti.

Perché mai quella poesia era raccomandata ad un colono del sud?


Nei vasti domini dell'Oceano

sepolti nelle sabbie

giacciono scheletri incatenati

con mani e piedi chiusi nei ceppi.


Gender bestemmiò di nuovo, ma l'imprecazione gli tremò sulle labbra.

I suoi occhi si fermarono su una strofa più sotto.


Queste sono le ossa degli Schiavi

che brillano nell'abisso,

che gemono dalla voragine delle onde...


A Gender sembrava quasi di udire, e non solo di leggere, quel lamento.

Balzò in piedi, lasciando cadere il giornale e il bicchiere. Le sue labbra sottili si schiusero, le orecchie si tesero. Il suono era debole, ma inconfondibile: molte voci cantavano.

Forse i negri nelle baracche? Eppure nessun negro della sua piantagione avrebbe potuto conoscere quella canzone. Il lamentoso ritornello iniziò: "Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

I baffi sottili del colono si rizzarono come quelli di un felino.

Quella era certamente il raffinato estremo a cui avevano portato la sua persecuzione, quella strana cantilena sotto i davanzali delle sue finestre.

Ora il suono si era fatto più intenso.

Stregherò, ucciderò… ma chi mai avrebbe potuto conoscere quel modo feroce di prendersi gioco di lui?

L'equipaggio della sua nave certo; avevano udito quel canto sulla labbra avvizzite degli indigeni nel momento stesso in cui si erano inabissati. E quando la nave era arrivata a Charleston, senza alcun profitto di cui far vanto, Gender non li aveva licenziati con un bel gruzzolo che li avrebbe certamente fatti tacere.

Quei marinai disgustosi dovevano essersi risentiti. Lo avevano dunque seguito e avevano intonato quella sadica serenata.

Gender fece rapidamente il giro del tavolo e si diresse alla finestra. Tirò la tenda con tanta violenza che quasi ruppe i vetri, e si sporse con fare selvaggio.

Il canto si interruppe all'istante, e Gender poté solo scorgere il declivio della propria terra affacciata sul mare, fino al promontorio che sovrastava le acque. Oltre a questo si apriva una distesa di onde, illuminate a tratti da una grande luna giallo-arancione, che persino ora faceva alzare la rumorosa marea fino ai piedi della scogliera.

Lì non c'erano alberi né cespugli in cui i fantomatici autori di quel tiro mancino si sarebbero potuti nascondere; ora, improvvisamente silenziosi, dovevano trovarsi in una barca sotto la scogliera.

Gender attraversò la stanza a passi furiosi, spalancò la porta quasi scardinandola, e corse verso il fiume. Si fermò sul ciglio della scogliera.

Non si vedeva niente né sotto di lui né in lontananza.

Quei mascalzoni, se erano stati lì, se l'erano già data a gambe.

Gender ringhiò inferocito, fulminò con lo sguardo l'oscurità che lo circondava e tornò a casa. Entrò di nuovo in salotto, abbassò la tenda e cercò nuovamente la sua sedia. Scegliendo un altro bicchiere, si mise a mischiare whisky e acqua.

Ma si interruppe ben presto a metà.

Eccola di nuovo, quella canzone, adesso più vicina.

Gender si alzò, fece un passo in direzione della finestra, poi ci ripensò. Aveva già dato un avvertimento ai visitatori, e loro si erano nascosti. Perché non lasciare che si avvicinassero e sperimentassero direttamente la violenza che Gender non vedeva l'ora di riversare su qualche creatura vivente?

Si spostò, non per andare alla finestra, ma ad una mensola dalla parte opposta. Da una custodia di legno scuro e ben lucidato estrasse una pistola, quindi un'altra. Erano armi da duello, finemente lavorate, con grilletti sensibilissimi; e Gender era un tiratore scelto. Con la consueta rapidità di movimenti, versò della polvere vetrosa da una borraccia, scoperchiò due proiettili di piombo, e mise le capsule a percussione sui foconi.

Tornando alla sedia, mise le armi sul tavolo centrale, poi si alzò in punta di piedi per spegnere la lampada appesa alla parete.

Nella stanza rimase una sola luce accesa, quella di una candela vicino alla porta, che Gender portò alla finestra, mettendola su una mensola. Si sedette nuovamente al centro della stanza oscura e impugnò le pistole.

Adesso la canzone era più forte, come se fosse intonata da molte voci.

"Hailowa - Genda! Haipana- Genda!"

Indubbiamente gli autori dello scherzo si trovavano sulla terraferma adesso, dopo essere giunti sulla sommità della scogliera.

Adesso sarebbe stato possibile scorgerli, Gender ne era sicuro, dalla finestra.

Si sentì del sudore sulla mascella, e alzò una manica per asciugarsi. Stavano cercando di spaventarlo, hmmm? Cantando di stregoneria e uccisioni? Ebbene, gli avrebbe fatto vedere chi era il vero assassino.

Le voci si erano fatte più vicine, erano fuori dalla casa. Strano come i marinai, o chiunque fosse, avessero imparato quel canto così bene!

Gli ricordò il sentiero degli schiavi, la giungla, la lunga processione dei prigionieri che cantavano sommessamente.

Ma non era il momento per pigre fantasticherie su scene svanite.

Il silenzio era calato di nuovo, e Gender poteva soltanto indovinare la presenza di molte creature all'esterno.

Scratch-scratch-scratch: assomigliava allo strisciare furtivo del serpente su un ramo scabro.

Quello scricchiolio proveniva dalla finestra dove qualcosa venne improvvisamente illuminato dalla luce della candela.

Gender fissò lo sguardo, alzando le pistole.

Il palmo di una mano, grigia come un pesce, si posò sul vetro.

Era umida; Gender poteva vedere lo sgocciolio dell'acqua colare lungo il vetro.

Qualcosa tintinnò, quasi musicalmente. Un'altra mano raggiunse quella posata contro il vetro, e tra le due mani oscillarono gli anelli di una catena.

Era uno scherzo diabolico, maledettamente elaborato, pensò Gender nel parossismo della rabbia. Persino le catene, per simulare meglio la realtà… Ma mentre fissava seppe, in un attimo di terrore che gli staccò la carne dalle ossa, che non si trattava affatto di uno scherzo.

Un viso era stato illuminato dalla luce della candela, anch'esso premuto contro il vetro tra i due palmi.

La pelle era più scura di quella delle mani, di un colore sporco, simile all'ardesia. Ma non era il colore di qualcosa di morto, non con quegli occhi vitrei e fissi che si muovevano lentamente nelle orbite coperte di vesciche… non morto, sebbene fosse fetido e umido, le sue labbra carnose fossero aperte, e le alghe fossero incollate alle gote, anche se le narici schiacciate sembravano sgretolate e morsicate dai pesci. Quegli occhi indagavano qua e là, spostandosi dal pavimento alle pareti del salotto.

Poi si fermarono sul viso di Gender.

Era come se dell'acqua di mare stagnante gli fosse gocciolata addosso investendolo con un soffio di putredine, ma la sua mano destra impugnava saldamente la pistola. Prese la mira e fece fuoco.

Il vetro si infranse con fragore, sparpagliandosi in mille frammenti sul pavimento sotto il davanzale.

Gender fece un passo avanti, lasciò cadere la pistola scarica sul tavolo e afferrò quella carica. Con un paio di balzi fu alla finestra, prima di indietreggiare.

Il viso non era caduto. Continuava a fissarlo a circa un metro di distanza. Tra gli occhi fissi e vivi vi era un buco nero e rotondo in cui era scomparso il proiettile. Ma quella cosa rimaneva in piedi senza batter ciglio, quasi serenamente. Le sue mani si muovevano lentamente, metodicamente, per togliere le schegge di vetro residue.

Gender tremò nell'esatto punto in cui si trovava, incapace per il momento di ordinare al suo corpo di indietreggiare. Spuntarono le spalle che appartenevano a quel viso. Erano nude, bagnate e intensamente scure, simili all'oscurità stessa, e facevano tintinnare il collare sotto il mento molle.

Improvvisamente, le due mani sbucarono nella stanza, con i palmi simili al dorso di pesci morti aperte verso Gender.

L'uomo lanciò un urlo, e riuscì finalmente a correre via.

Quando si girò, il canto riprese di nuovo, altisonante e orribilmente spavaldo, per nulla simile al tono sommesso degli schiavi miserabili.

Gender raggiunse la porta d'uscita che dava verso il mare, la aprì, e il suo sguardo cadde su un insieme di figure nere e bagnate, legate di catene, che lo aspettavano. Gridò di nuovo, e cercò di richiudere la porta.

Non poté: una mano era incollata contro lo stipite… una moltitudine di mani.

Il legno si copriva di scure dita luccicanti. Gender lasciò la maniglia, e cercò di fuggire all'interno della casa.

Qualcosa lo afferrò per il cappotto, qualcosa che non aveva il coraggio di identificare. Dibattendosi come una furia per liberarsi, piroettò attraverso la porta d'ingresso e uscì all'aperto, immergendosi nel paesaggio illuminato dalla luna.

Era circondato da figure, figure nere, nude, bagnate; morti per ciò che riguardava i volti incavati e i muscoli flaccidi, ma orribilmente vivi per gli occhi, le mani tremanti e le bocche mollemente aperte che davano forma alle parole stranamente primitive del canto; figure singole, eppure tutte legate insieme per mezzo di una grande catena e dei collari, figure simili ad un pesce ripugnante preso all'amo da un diabolico pescatore.

Gender vide tutto questo in un momento di panico, inondato dalla luce lunare, mentre si sentiva soffocare e vomitava per il puzzo nauseabondo di morte che sentiva, un odore denso come nebbia.

E, nonostante ciò, cercò di scappare, ma quelle figure si muovevano intorno a lui in un crescendo angoscioso, impedendogli la ritirata verso la piantagione. Un intrico di mani si tendeva verso di lui, mani incatenate e gocciolanti. L'unico pensiero di cui si sentiva capace Gender era di sfuggire al contatto con quelle dita inzuppate, e vi era un'unica via aperta… la via del mare.

Corse verso l'orlo della scogliera. Sarebbe saltato in acqua, allontanandosi a nuoto.

Ma quelle figure pazzesche lo inseguirono e lo raggiunsero, circondandolo. Gender si ricordò che aveva una pistola carica, e fece fuoco in quella massa oscura. Ma non servì a nulla. Avrebbe dovuto saperlo che quei colpi non sarebbero serviti a nulla.

Qualcosa lo stava afferrando. Un grande artiglio che non aveva niente di umano, forse? No, era un collare metallico legato ad un pezzo di catena, un collare che un tempo era stato stretto ad un'ancora e aveva trascinato nelle profondità degli abissi una fila di uomini incatenati.

Si spalancò su di lui, sorretto da molte mani gocciolanti. Gender cercò di scansarsi, ma il collare si richiuse intorno al suo collo, chiudendosi di scatto.

Era freddo… o scottava?

Gender seppe, mentre l'orrore scolpiva vividamente quella consapevolezza nel suo cuore, che infine era un tutt'uno con quella grande processione incatenata.

"Hailowa - Genda! Haipana - Genda!"

Gender ritrovò un filo di voce: "No! No!", supplicò, "No, nel nome di..."

Ma non fece in tempo a pronunciare il nome di Dio.

All'improvviso, quella moltitudine si mosse all'unisono fino all'orlo della scogliera.

Un solo grido lamentoso si sollevò da tutte quelle gole morte mentre si tuffavano nelle onde sottostanti.

Gender non sentì lo strattone della catena che lo trascinava, solo.

Non sentì neppure l'acqua che si richiudeva sopra la sua testa.