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"Il Monaco" di Lewis: gli stralci più belli


Riletto in questi mesi e in versione completa (l'avevo letto da ragazzina ma era in versione compendiata) Davvero bello ed iconico, al netto di qualche prolissità tipica dello stile letterario del tempo... intanto, ecco le pagine più iconiche!

"Un riposo che corteggiai invano. L'agitazione che mi sentivo in petto cacciò via il sonno. Con la mente irrequieta, nonostante la spossatezza fisica, mi rigiravo nel letto finché l'orologio da un campanile vicino non suonò l'una. Ascoltando il vacuo rintocco funereo, e udendolo smorzarsi al vento, sentii un gelo improvviso diffondermisi in corpo. Rabbrividii senza saperne il perché; la fronte mi grondava, madida di sudore freddo, e i capelli mi si rizzarono in testa. Udii d'improvviso un passo lento e greve salire la scala. Balzai dal letto con un movimento involontario e tirai la cortina. Un'unica lampada di giunco che brillava sul focolare spandeva un debole lucore per la stanza, tappezzata di arazzi. La porta si spalancò con violenza. Entrò una figura e mi si accostò al letto a passi misurati e solenni. Esaminai con apprensione e tremore la mia visitatrice notturna. Onnipotente Iddio, era la monaca insanguinata! La compagna che avevo perduto! Aveva il viso ancora velato, ma non reggeva più né lampada né coltello. Sollevò il velo lentamente. Quale vista non si presentò allora ai miei occhi allibiti! Avevo di fronte a me un cadavere animato. Aveva il volto emaciato e consunto; guance e labbra esangui; il pallore della morte pervadeva le sue fattezze; e gli occhi che mi fissavano intenti erano spenti e atoni. Guardai lo spettro con indescrivibile orrore. Il sangue mi si gelò nelle vene. Avrei voluto chiamare aiuto, ma il suono mi morì nella gola prima di valicare le labbra. I nervi paralizzati dall'impotenza, rimasi nello stesso atteggiamento, inanimato al pari di una statua."

"Seguimi!", intimò al monaco con voce bassa e solenne. "Tutto è pronto!" Ubbidendole si sentiva tremare in ogni parte del corpo. Matilda lo condusse attraverso vari passaggi angusti; e mentre camminavano, da ogni lato i raggi della lampada mettevano in mostra gli oggetti più disgustosi: teschi, ossa, lapidi mortuarie e figure il cui sguardo sembrava fissarli accendendosi di orrore e di sorpresa. Giunsero finalmente a un'ampia caverna dal soffitto così alto che l'occhio cercava invano di scorgerlo. Una profonda oscurità aleggiava nel vano; umidi vapori percossero con un senso di freddo il cuore del monaco che tristemente ascoltò l'ululo della raffica del vento echeggiare per le volte solitarie." 

"Ambrosio trovò dunque l'uscio (non era sprangato), lo spalancò e discese nel sotterraneo. Si accostò all'umile tomba nella quale riposava Antonia. Si era munito di una sbarra di ferro e di piccone: precauzione che non si dimostrò necessaria. La grata era assicurata dall'esterno, e non troppo solidamente: Ambrosio la sollevò e, collocata la lampada sull'orlo, si chinò in silenzio sulla tomba. Accanto a tre corpi putridi in via di dissoluzione giaceva la bella addormentata. Un rosso vivo, presagio della vita che stava per rianimarla, già le si era diffuso per le gote; e così, avvolta nel sudario, distesa nel catafalco, sembrava sorridere alle immagini di morte che la circondavano. Lo sguardo fisso alle ossa fradice e alle figure ripugnanti che forse erano state altrettanto belle e dolci, Ambrosio ripensò ad Elvira, da lui ridotta in quel medesimo stato. (...) La sollevò, tuttora inerte, dalla tomba: sedutosi su una panchina di pietra e reggendola tra le braccia Ambrosio spiò ansiosamente i primi sintomi del suo risvegliarsi alla vita. A stento era capace di raffrenare le proprie passioni e di astenersi dal godere di lei ancora inanimata."

"Passò un'ora intera prima che fossi ritornata abbastanza in me da poter esaminare gli oggetti che mi circondavano. Mi trovai distesa sopra una specie di giaciglio di vimini munito di sei manici che dovevano esser serviti alle monache per trasportarmi sul luogo della sepoltura. Ero coperta da un drappo di lino: avevo dei fiori appassiti sparsi sul corpo. Da un lato avevo un piccolo crocifisso di legno, dall'altro un rosario a grossi grani. (...) Un fioco balenio di luce, che scendeva attraverso le sbarre, mi permise di scorgere gli orrori da cui ero circondata. Ero oppressa da un odore soffocante e pestifero. (...) Nonostante l'imputridimento scorsi una testa umana in cui riconobbi i lineamenti di una monaca morta qualche mese prima. La gettai via da me, e ricaddi quasi inanimata sul mio catafalco. Quando mi tornarono le forze, tale circostanza e il sapermi attorniata dai cadaveri ripugnanti e corrotti delle mie compagne, mi accrebbe la brama di sfuggire a quell'orribile prigione. (...) Sospesa alla volta da una catena di ferro, una lampada sepolcrale spandeva per il sotterraneo la sua cupa luce. Dappertutto si vedevano emblemi mortuari, teschi, scapole, femori e altre vestigia della mortalità umana, disseminavano il suolo ammuffito. Ogni tomba era ornata da una gran croce." 

Per approfondimenti, vedi: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2018/01/il-romanzo-nero-3-matthew-gregory-lewis.html

Ringrazio Andrea per le illustrazioni d'epoca 💜

Matilde minaccia di uccidersi al cospetto di Ambrosio

Matilde evoca Lucifero per conferire il potere ad Ambrosio di sedurre Antonia

Il Fantasma della Monaca Insanguinata

Ambrosio uccide Antonia nella cripta

Satana uccide Ambrosio


Dracula: il libro della sceneggiatura del film

Il romanzo basato sulla sceneggiatura del film "Dracula" di F.F.Coppola NON è basato sul romanzo di Stoker e a tratti si discosta anche dal film come lo conosciamo: è una rilettura, più che non una riproposizione pedissequa del Capolavoro di Stoker... anche questa versione "alternativa" del suo romanzo mi è piaciuto molto! 💜😍

(...) in penombra dove il caso l'aveva condotto era, o meglio, era stata, una cappella. Il luogo appariva assai antico, come minimo risalente al quindicesimo secolo. Larghi tratti delle pareti apparivano scavati in quelle che Harker presto riconobbe come nicchie sepolcrali, loculi sopraelevati; e davanti a un'alta finestra dall'antica vetrata ancora intatta, un semplice altare (scolpita sul suo fronte distinse la parola DRACULEA) sosteneva una grande croce in legno. La parte interiore dell'alto simbolo istoriato era tutta macchiata di sangue rappreso. Per qualche motivo, guardando quella croce dimenticata, gli occhi di Harker si riempirono di lacrime e portò la mano al collo come per cercare il piccolo crocifisso d'argento che non c'era più. In alcuni punti il pavimento di quella buia stanza cavernosa era stato divelto da tempo, e affiorava la terra sottostante, nerastra e come morta. Qualcuno aveva da poco scavato in quel terreno esposto: c'erano delle pale di fabbricazione recente e un badile. E lungo tutto il pavimento dissestato, sistemate in fila, c'erano altre casse di legno, con quella singolare forma di feretro, che evidentemente attendevano di essere caricate sui carri. Una delle casse, con il coperchio al suo posto ma non ancora inchiodato come nelle altre, era in posizione appartata a una certa distanza dal gruppo. (...) Avvicinatosi alla bara che stava un po' discosta dalle altre, Harker afferrò il coperchio, non ancora bloccato, e lo sollevò. Quando lo sguardo gli cadde sul suo contenuto, rimase paralizzato dalla paura e dall'orrore. Dracula, ammantato in una veste adorna di ricami d'oro e ingioiellata, lo stava fissando da lì dentro.




"Il Re in Giallo", lo pseudobiblion citato in "Il Fiume dei Sogni Notturni" (e non solo)

NOTA BENE: Questa premessa è stata scritta prima che mi regalassero il libro...

Premessa: non sono mai riuscita a trovare "Il Re in Giallo" di Chambers… lo conobbi, di fama (famigerata?) anni fa, leggendo un paio di racconti che lo menzionavano (uno di questi è "Il fiume dei sogni notturni" di Karl E. Wagner, l'altro racconto purtroppo non sono riuscita a ritrovarlo... lo avevo letto su una qualche antologia horror) e qualche commento critico che lo citava come una sorta di "pseudobiblion" molto disturbante e funesto; mi è sempre rimasto in testa, per via del titolo bizzarro (il colore giallo non è di certo associabile alla letteratura horror, che, anzi, viene ben rappresentata da colori come il nero, il rosso, il viola...) e della sua molto difficile reperibilità (per lo meno se, come la sottoscritta, i libri li si compra esclusivamente "dal vivo", niente acquisti online)

Comunque, il titolo mi restò in testa, e rimase lì, a stazionare nella lista mentale di cose che prima o poi dovrò\dovrei fare\trovare\avere.

Gli anni passarono, trovai questo o quello, ma nessun Re in Giallo, men che meno qualcuno che lo conoscesse.

Di recente, ho avuto modo di parlare con una persona che non solo lo conosceva, il Re in Giallo, ma lo ha persino nella sua biblioteca! 

E così, sono andata a ripescare il racconto "apocrifo" dove, per la prima volta, vidi citato il Re in Giallo (l'antologia "Terrore!" pubblicata nel 1996 e che io lessi da ragazzina, penso sia stata proprio la mia prima antologia di racconti dell'orrore!) e riporto qui gli stralci dove è citato.

Non sto a spiegare il perché e il percome, ma per una serie di motivi il Re in Giallo lo collegherò per sempre al Black Metal. (😆)

***

"Il Fiume dei Sogni Notturni" basato su un sogno avuto dallo scrittore questa storia deve molto al "The King in Yellow" di Robert W.Chambers, ma fu respinta dall'editore perché troppo esplicita dal punto di vista sessuale. 

"Vorresti leggere per me, mia cara? Lo trovo così rilassante per il corpo e così stimolante per la mente. Ho occupato troppo del tempo che Camilla avrebbe dovuto dedicare ad altri lavori facendola leggere per me per ore e ore."

"Certo". Cassilda ricambiò il sorriso di Camilla quando questa entrò nel salottino per ritirare le tazze del tè.

Dalla sua gioia risultava evidente che la cameriera aveva ascoltato dall'ingresso. 

"Cosa vuole che le legga?"

"Quel libro laggiù vicino al lume."

La signora Castaigne indicò un libro rilegato in tela gialla.

"è un dramma recente... un'opera curiosa, come ti accorgerai subito. Camilla me lo stava leggendo la sera che sei arrivata da noi."

Mentre prendeva il libro, Cressilda sperimentò di nuovo la strana sensazione di "déja-vu" e si chiese se avesse mai letto prima "The King in Yellow" e dove.

"Credo che siamo pronte per leggere il secondo atto", le disse la signora Castaigne.


***

"Non riuscivo ancora a dormire", confessò Cassilda sedendosi sul letto. "Stavo leggendo."

Camilla le porse il tonico.

"Fammi vedere. Ah, sì. Che libro malvagio da leggere a letto!"

"Hai letto "The King in Yellow"?"

"L'ho letto tutto ad alta voce alla signora, e più di una volta. è il suo preferito."

"è immorale, ed è peggio che immorale impregnare una simile decadenza con un fascino così irresistibile. Non riesco a capire come si sia potuto permettere che fosse pubblicato. L'autore doveva essere pazzo per mettere per iscritto questi pensieri."

"Eppure, tu l'hai letto."

Cassilda le fece posto sull'orlo del letto.

"Il suo fascino è una tentazione troppo grande per resistervi. Volevo leggere ancora un po' dopo che la signora Castaigne mi ha dato la buona notte."

"Era il libro di Constance."

Camilla si appoggiò ai cuscini vicinissima a lei.

"Forse è per questo che Madame la ama tanto."

Cassilda aprì il volume rilegato in giallo alla pagina che stava leggendo.

Camilla insinuò la testa bionda sulla sua spalla per leggere insieme a lei.

Si era tolta il busto, e la sua figura formosa premeva contro la camicia ornata di nastri.

Cassilda, in camicia da notte, si sentì quasi uno spaventapasseri confrontando il suo piccolo seno con quello dell'altra ragazza.

"Non è strano?" osservò. "Qui in questo dramma decadente leggiamo di Cassilda e Camilla."

"Mi chiedo quanto noi due somigliamo a loro", rise Camilla.

"Erano amiche molto affezionate."

"E così anche noi, no?"

"Vorrei proprio che lo fossimo."

"Ma non hai letto più in là del secondo atto, cara Cassilda. 

Come puoi sapere quale potrebbe essere il loro destino?"

"Oh, Camilla!" Cassilda appoggiò il viso sui seni profumati di Camilla. 

"Non prendermi in giro!"

La ragazza bionda la strinse con ardore, carezzandole la schiena. 

"Povera Cassilda sperduta!"

***

"Cos'è questo?"

Sotto i libri cartonati c'era un volumetto con la copertina rigida, rilegato in tela gialla, segnato dal tempo.

"Anche questo è della biblioteca dei ricoverati, suppongo. Nel corso degli anni sono stati regalati libri di tutti i generi e se i ricoverati non li fanno a pezzi, rimangono negli scaffali per l'eternità."

"The King in Yellow", lesse la dottoressa sul dorso, e aprì il libro. 

Sul frontespizio c'era un nome scritto a penna con una calligrafia deliziosa: Constance Castaigne.

(...) La psichiatra diede un'occhiata alle ultime righe prima di chiudere il libro.

CASSILDA:  Ti dico che sono perduta! Completamente perduta!

CAMILLA: (anche lei in preda al terrore): Hai visto il Re…?

CASSILDA: E lui mi ha privata della facoltà di dirigere i miei sogni o di sfuggire loro…


"Perché il Re Giallo non è solo una tragedia maledetta, che getta nella follia chiunque osi leggerla: i dieci racconti che la compongono esplorano le dinamiche sociali e psicologiche di una generazione minacciata dalla violenza e dall'incertezza del futuro, sospesa tra frammentazione e ricerca di identità."


"La Canzone di Cassilda", Atto I, Scena 2

Le nuvole si infrangono come onde lungo la costa,

i Soli gemelli affondano nel lago

mentre le ombre si allungano 

a Carcosa.

Strana è la notte dove si levano stelle nere,

e lune mai viste solcano i cieli

ma ancora più misteriosa è la perduta Carcosa.

Le Iadi canteranno canzoni,

dove si agitano al vento i cenci del Re

ma qui moriranno inascoltate

mentre Carcosa si spegne.

Canto dell'anima mia, la voce è morta;

muori anche tu, silenzioso, come lacrime mai piante

destinate a seccarsi e perire

nella perduta Carcosa.


"Durante la convalescenza avevo acquistato e letto per la prima volta il Re Giallo. Ricordo che, dopo aver terminato il primo atto, avevo pensato che sarebbe stato meglio smettere. Mi ero alzato, avevo gettato il libro nel camino; il volume, tuttavia, aveva colpito la grata ed era caduto aperto, illuminato dalle fiamme. Se non avessi gettato una rapida occhiata alle prime parole del secondo atto, non lo avrei mai finito ma, mentre mi chinavo per raccoglierlo, gli occhi si posarono su quella pagina e con un grido di terrore, che forse nasceva da una gioia così intensa da eccitare ogni mia fibra, sottrassi quella "cosa" ai carboni ardenti per poi trascinarmi tremando fino al letto; lessi e rilessi quelle pagine e piansi, risi e tremai in preda a un orrore che a volte mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove nel cielo risplendono stelle nere e dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, quando i Soli gemelli affondano nel lago di Hali: la mia mente conserverà per sempre il ricordo della Maschera Pallida. Prego che Dio maledica l'autore, così come quest'ultimo ha gettato la sua maledizione sul mondo con tale magnifica, stupenda creazione, terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità, un mondo che ora trema davanti al Re Giallo. Quando il governo francese fece distruggere le copie tradotte appena giunte a Parigi, Londra ovviamente divenne bramosa di leggerlo. Tutti sanno come il libro si sia diffuso quale una pestilenza di città in città, da un continente all'altro, proibito qui, sequestrato là, denunciato dalla stampa e dalla Chiesa, censurato perfino dai più estremisti dei letterati anarchici."


Recensione a ''Il Segreto di Golgotha Falls''

Trama: Quale strano potere si è impadronito della chiesa di Golgotha Falls, dove terribili ed inesplicabili eventi hanno sconvolto l'ordine naturale delle cose? L'ultimo sacerdote che settant'anni prima aveva cercato di resistere al tremendo assalto era stato spinto alla follia e infine al suicidio, vittima di una presenza insinuatasi non solo nella sua chiesa, ma nelle pieghe della sua mente razionale e nei profondi recessi della sua anima. Ora, vari decenni dopo, all'alba del Secondo Millennio, un  altro prete è giunto a Golgotha Falls per affrontare il segreto della chiesa abbandonata. Ma egli non è solo, perché con lui vi sono anche due ricercatori del paranormale, decisi ad investigare con il rigore del metodo scientifico… ed essi si ritroveranno protagonisti di una battaglia di epiche proporzioni, dove Scienza e Fede sono entrambe preda di una soverchiante forza maligna che minaccia la distruzione fisica e spirituale di tutto ciò che incontra…

Recensione di Lunaria: Romanzo notevole, che affronta il tema dell'infestazione diabolica in una chiesa (trattato in pochi film: che io sappia, solo in "Il Signore del Male" di Carpenter e "La Chiesa" di Soavi)  Infestazione che poi si propaga, possedendo alcuni dei protagonisti, spingendoli al delirio. Intanto, un'intera cittadina assiste ai segni premonitori dell'Apocalisse. La prima parte è la migliore (l'antefatto e l'arrivo degli studiosi e del prete nella chiesa infestata), davvero terrorizzante come atmosfera (il terrore sta tutto nei dettagli, partendo dalla muffa che si propaga sui muri per finire con gli animali, preda anche loro di inquietudine) poi il romanzo comincia ad afflosciarsi, perdendo mordente e diventando piuttosto ripetitivo, e purtroppo si trascina così fino alla fine (349 pagine): la sensazione è che se fosse durato 200 pagine di meno, sarebbe stato più agevole.

"Golgotha Falls, 1890, nord Massachusetts. La città si erge si un avvallamento di terreno arido e duro; l'acqua stagnante che la circonda pullula di insetti e minuscoli animali strisciano tra le basse canne di colore marrone scuro. Il Siloam, un piccolo torrente carico dei detriti del vecchio mulino un tempo destinato alla lavorazione della lana scorre nelle immediate vicinanze. Proprio in quel punto, sullo strato di argilla, i mercanti cattolici della vicina città di Lawrence decisero di erigere la loro chiesa. Una volta iniziati gli scavi, la terra mostrò una consistenza sabbiosa. Numerosi scheletri di Indiani, morti e sepolti nella nuda terra chissà quanto tempo prima, vennero riesumati ed allontanati coi carri. (...) La costruzione che si ergeva in quel miasma era un bell'edificio dal campanile bianco. I lillà frusciavano al vento e le api ronzavano dalle piccole finestre di stile gotico. Disegni di luce ornavano come ali di farfalla il pavimento di legno lucido. Alle pareti bianche erano appese a distanza regolare numerose tavole che raffiguravano la Passione. La chiesa era sovrastata dalla torre del campanile, la cui voce cavernosa riecheggiava cupa, annunciando una nuova presenza a Golgotha Falls." 



"Il Cuscino di Piume" (racconto horror)

La luna di miele di Alicia fu un'estenuante altalena di batticuori e delusioni.

Bionda, timida, con un viso d'angelo, aveva coltivato sogni romantici, da ragazzina qual era, sul matrimonio e sul suo ruolo di sposa: il ruvido carattere del marito li ridimensionò piuttosto in fretta. Lo amava molto lo stesso, benché non potesse impedirsi di rabbrividire quando, rincasando a notte fonda, spiava l'imponente statua del suo Jordan alla fioca luce di un lampione; era capace di starsene in silenzio per ore, senza rivolgerle una sola parola anche se ne era profondamente invaghito.

Era uno di quegli uomini che non amano rivelare i propri sentimenti.

Comunque, vissero per tre mesi - si erano sposati in aprile - in una nuvola rosa.

Certo, ad Alicia sarebbe piaciuto che suo marito le dimostrasse un po' più di tenerezza, ma dovette imparare a controllare anche le sue effusioni amorose che sembravano non accordarsi con i modi compassati e impassibili di Jordan.

La casa in cui vivevano inquietava non poco la bella Alicia che ne provava quasi soggezione. Il biancore del patio silenzioso - ornato da fregi, colonne e statue di marmi - le suggeriva la strana immagine di un palazzo stregato; le ampie stanze decorate a stucchi, lo spento splendore delle pareti spoglie, accentuavano la sgradevole impressione di gelida freddezza.

Passando da una stanza all'altra poteva udire il suono dei propri passi riverberato in mille echi segreti dai corridoi cavernosi e le sembrava di vivere in una casa abbandonata da tempo immemorabile.

Giunse l'autunno e Alicia cercava ancora di abituarsi al suo singolare nido d'amore.

Si era imposta, quando il marito non c'era, di non lasciarsi suggestionare dalla misteriosa atmosfera della casa. Le sembrava di cogliere una sfumatura di ostilità nel profondo silenzio che vi regnava e a volte si sentiva come la bella addormentata: tornava in vita ogni sera, al rientro di Jordan, e durante il giorno trascorreva le ore in uno stato vagamente letargico, impedendosi di pensare.

Non c'era nulla di strano nel fatto che dimagrisse; colpita da un lieve attacco di influenza sembrava tuttavia che il suo fisico non volesse saperne di reagire.

Finalmente, un pomeriggio, appoggiandosi al braccia del marito, uscì a far due passi in giardino.

Si guardava intorno svogliatamente, sentendosi debole.

Inaspettatamente, Jordan le accarezzò i capelli teneramente, e Alicia scoppiò in lacrime, gettandogli le braccia al collo.

Pianse a lungo, dando sfogo alle lacrime trattenute per mesi. Lui continuava ad accarezzarla in silenzio.

Lo sfogo le fece bene, e nascose il volto pallido nell'incavo formato dal colle e dalle ampie spalle di Jordan.

Quello fu l'ultimo giorno in cui Alicia si sentì abbastanza in forze per trascorrere qualche ora alzata. Il mattino seguente si svegliò esausta. Jordan fece venire il suo medico che la esaminò scrupolosamente, prescrivendole riposo assoluto.

"Non capisco", disse a Jordan sulla porta di casa.

"è tremendamente debole eppure non riesco a spiegarmi il suo stato di prostrazione. Niente vomito, né diarrea... Chiamatemi se anche domani si sveglia sentendosi debole ed esausta."

Il giorno dopo, le condizione di salute di Alicia erano peggiorate. Il medico tenne un consulto con alcuni colleghi; si trovarono d'accordo sulla diagnosi: anemia acuta.

Ma quanto alle cause della malattia, brancolavano nel buio più assoluto.

Tuttavia era evidente che Alicia stava morendo.

Nella sua camera la luce era accesa giorno e notte e il silenzio della casa sembrava essersi fatto ancora più glaciale.

Passavano ore senza che si udisse il più piccolo suono.

Alicia era sprofondata in un vero e proprio stato letargico, Jordan si era installato in un salottino attiguo alla camera; misurava la stanza a lenti passi, andando su e giù per ore e ore.

Di quando in quando entrava nella stanza della moglie, continuando a passeggiare nervoso e dandole occhiate ansiose.

Lo spesso tappeto attutiva il suono dei suoi passi.

Era molto preoccupato.

Improvvisamente, Alicia cominciò ad avere delle allucinazioni; vaghe fantasticherie in cui le sembrava di fluttuare nell'aria.

Fissava con gli occhi sbarrati i disegni del tappeto accanto al suo letto.

Una notte la sua attenzione si concentrò su un certo motivo ornamentale del tappeto: le parve di fluttuare nell'aria e poi di abbassarsi fin sopra il disegno.

Stava per urlare, mentre il sudore le scorreva copioso sul viso.

Ma il grido le morì in gola.

Riuscì a bisbigliare soltanto "Jordan! Jordan!" continuando a fissare terrorizzata il tappeto.

Jordan la udì, perché la porta era socchiusa, e si precipitò in camera.

Quando Alicia lo vide, gettò un rauco grido di paura.

"Alica! Cara, sono io, Jordan!"

Lo fissò senza vederlo e il suo sguardo si posò ancora su un certo punto del tappeto.

Poi lo osservò di nuovo e, dopo qualche istante, lo riconobbe.

Evidentemente era tornata in sé.

Gli sorrise, stringendogli le mani, tremando.

Non se ne distaccò per quasi un'ora.

In una delle allucinazioni che la tormentavano più spesso, uno strano essere antropomorfo, forse una scimmia, la fissava dal tappeto, bilanciandosi sulle dita.

I dottori tornarono a visitare Alicia, ma invano.

Si rendevano conto chiaramente che la vita la stava abbandonando, giorno dopo giorno, ora dopo ora, ma non potevano farci nulla.

Né capivano perché.

Nel loro ultimo consulto le testarono inutilmente il polso, auscultarono gravemente i fievoli battiti del suo cuore, la osservarono a lungo, in silenzio, scossero il capo e uscirono dalla camera.

"Ancora pochi giorni…" 

Un noto specialista disse a Jordan, non riuscendo a continuare davanti alla sua espressione affranta.

"è un caso inesplicabile. Possiamo fare ben poco..."

"Eravate la mia ultima speranza!", esclamò Jordan picchiando il pugno sul tavolo. I medici se ne andarono.

L'anemia di Alicia stava raggiungendo la fase critica; entrò in delirio.

La malattia le concedeva qualche minuto di lucidità soltanto sul far del mattino. Era sempre più pallida, come se ogni goccia del suo sangue le venisse prosciugata inesorabilmente.

Quando si svegliava dal profondo torpore in cui trascorreva tristemente i suoi ultimi giorni, giaceva immobile sul letto con l'impressione che un peso intollerabile le gravasse sulla testa e sul petto.

Passarono tre giorni e le sue condizioni peggiorarono ancora.

Poteva a stento muovere debolmente la testa.

Non voleva che nessuno toccasse il suo letto, neanche per rimboccarle la coperta.

I suoi terrori crepuscolari la assediavano sotto forma di mostri che si trascinavano lentamente verso il suo letto, arrampicandosi sulla coperta e talvolta infilandosi sotto il cuscino.

Poi perse conoscenza.

Trascorse altri due giorni in un muto delirio; poco prima della fine gettò un grido straziante riecheggiato dalle bianche pareti della stanza e del corridoio.

Morì senza aver ripreso conoscenza.

Più tardi, quando la domestica si recò nella stanza per disfare il letto vuoto, osservò perplessa il cuscino.

"Signore!", chiamò Jordan che, instupidito dal dolore, sedeva immobile nel salottino attiguo alla camera della povera moglie. "Signore! Venite, ci sono delle strane macchie sul cuscino, sembrano sangue!"

Jordan si riscosse bruscamente e in un attimo raggiunse la domestica. Aveva ragione. Nell'incavo del cuscino, lasciato dalla testa di Alicia, c'erano due piccole macchie scure.

"Sembrano provocate da punture di spillo", disse la domestica dopo un attimo di esitazione.

"Prendete quel cuscino e portatelo qui, in piena luce", rispose Jordan.

La domestica prese il cuscino ma subito lo lasciò cadere fissandolo terrorizzata.

Era pallida e tremante come se avesse visto uno spettro.

Senza sapere perché, Jordan sentì i capelli rizzarglisi sulla nuca.

"Cosa c'è?", riuscì a chiederle con un filo di voce.

"è... è molto pesante, ecco", balbettò la domestica, continuando a tremare.

Jordan si fece coraggio e raccolse il cuscino; in effetti era straordinariamente pesante. Lo portò sul tavolo del salottino e, con un gesto rabbioso, strappò la federa e il tessuto di cotone che conteneva le piume.

La domestica urlò, coprendosi il viso con le mani.

Nel fondo del cuscino, seminascosto dalle piume, qualcosa muoveva lentamente lunghe zampe pelose; era un animale mostruoso, una sorta di palla viscida e nerastra, tanto gonfia che non riusciva a distinguerne la bocca.

Notte dopo notte, dacché Alicia aveva cominciato a dormire in quel letto, l'immonda abominazione aveva furtivamente applicato la sua bocca - o meglio, la sua proboscide - alle tempie della ragazza, succhiandole il sangue.

La puntura era quasi invisibile. 

Finché Alicia era stata in grado di alzarsi, la cosa mostruosa aveva necessariamente dovuto limitare le sue vampiresche incursioni.

Ma da quando la ragazza non aveva più potuto lasciare il letto, la situazione era diventata pressoché continua e vertiginosa.

E in pochi giorni il mostro le aveva succhiato ogni goccia di sangue e con esso la vita.

Questi parassiti degli uccelli, solitamente minuscoli nel loro ambiente naturale, in determinate e propizie condizioni possono raggiungere proporzioni enormi.

Il sangue umano li attira particolarmente, e non è infrequente si annidino nei cuscini di piume.

 

"L'Albero" (racconto horror)

Realizzato in collaborazione con Elena!


"Com'è rosso quel sommacco!".

Irene Barton stava dicendo una serie di cose ovvie, infilando un luogo comune dietro l'altro, perché l'albero le riportava in mente ricordi sgradevoli. 

La sua ospite, che non ne era al corrente, continuò imperterrita:

"Sai, Irene, quell'albero mi fa venire i brividi! Non saprei dirti perché, salvo che, uhm, ecco non è un buon albero. Guarda le foglie: sapresti dirmi perché diventano rosse in pieno agosto anziché in ottobre?"

"Certo che ti frullano in testa idee ben strane, May! È un comunissimo albero, benché mi faccia pensare a cose tristi. Il povero Spot, sai. Lo abbiamo sepolto ai piedi dell'albero due giorni fa. Vieni, ti mostro la sua tomba".

Le due donne lasciarono la terrazza dove aveva avuto luogo la breve conversazione e attraversarono lentamente il prato alla cui estremità, singolarmente solitario, cresceva il sommacco. La signora Watcombe, che aveva dimostrato tanto interesse per l'albero, chiese se si trattasse effettivamente di un sommacco, perché le foglie le sembravano "strane" ed i rami tanto contorti e bitorzoluti da renderlo quasi irriconoscibile. 

Viste più da vicino, le foglie erano screziate di uno spento color cremisi ed apparivano insolitamente carnose come se la loro crescita rigogliosa denotasse un alcunché di insano nella pianta.

Sostarono qualche istante in silenzio osservando la patetica e piccola tomba; poi la signora Watcombe, con gesto fulmineo, raccolse qualcosa ai piedi dell'albero.

"Irene, guarda! Un tordo morto. Povera bestiola! Che splendide piume e com'è leggero!"

La signora Barton osservò il tordo corrugando le sopracciglia.

"Senti, May, non riesco a capire che cosa stia capitando agli uccelli, a meno che qualcuno non li avveleni. Non facciamo che trovare uccelli morti in giardino, e di solito proprio sotto quest'albero o molto vicino".

È dubbio che la signora Watcombe la ascoltasse; quel mattino sembrava particolarmente distratta e svagata. Stava studiando con aria assorta i rami contorti del sommacco.

"Curioso, davvero curioso, che le foglie cambino colore in questo periodo dell'anno", borbottò. "Mi fa venire in mente la malattia della povera Geraldine. Quest'albero esercitava un fascino straordinario su di lei, come sai. Anche allora, benché si fosse in giugno, le foglie erano già scarlatte. 

Ricordo che non aveva neanche finito di fiorire".

"Mia cara May, questa mattina sembra tu abbia in testa soltanto foglie rosse", le rispose Irene incerta se irritarsi o sorridere delle fisime dell'amica.

"Non capisco perché ti interessi tanto il colore delle foglie. Se proprio lo vuoi sapere, si tratta di un effetto del caldo torrido di questi giorni, perché quando ho sepolto il povero, vecchio Spot non una sola foglia era rossa".

La conversazione continuò su questo tono per un po' e, benché si rendesse conto della banalità di quei discorsi, Irene continuò a pensare alla fatale malattia della cugina anche quando la signora Watcombe se ne fu andata. 

La tragica notizia era stata un vero e proprio fulmine a ciel sereno. La povera Geraldine, una donna così forte, se n'era andata da un giorno all'altro stroncata da anemia perniciosa.

Sembrava incredibile che la malattia l'avesse portata via in pochi giorni, ancora nel fiore degli anni.

Quell'evento luttuoso aveva avuto un risvolto positivo per Irene e suo marito che avevano potuto lasciare il loro appartamento di periferia, avendo ereditato da Geraldine la sua splendida tenuta di campagna, Cleeve Grange. 

Fin dal primo giorno ogni cosa l'aveva riempita di meraviglia e di ammirazione, e si era sentita come una dama nel suo castello. Era felice di vivere là, mentre suo marito Hilary non si era ancora familiarizzato con il posto, dato che gli affari lo trattenevano quasi sempre a Londra.

Nei giorni seguenti, trascorse molto tempo risistemando la nuova casa: spostò quadri e mobili, cambiò le tende. Circa una settimana dopo la visita dell'amica, vide che le foglie del sommacco erano tornate verdi, benché fossero un po' sciupate come se la pianta avesse bisogno d'acqua. 

Irene se ne accorse perché si recava ogni giorno sulla piccola tomba del cagnolino, cercando di farvi attecchire dei fiori; ma, a dispetto dei suoi sforzi, non volevano saperne di mettere radici. Sotto il sommacco non cresceva nulla, neanche un filo d'erba. 

In un momento di depressione, pensò che soltanto la morte allignava in quell'angolo del giardino, anche se non aveva più trovato uccelli morti, dopo quello scoperto dalla signora Watcombe.

Una sera, poiché in casa il caldo era insopportabile, uscì a passeggiare in giardino, e si diresse meccanicamente verso la piccola tomba sotto il sommacco. 

All'incerta luce della luna, il tronco contorto ed i rami del vecchio albero le suggerirono l'immagine di un rustico sedile e, sentendosi stanca, si arrampicò facilmente sul tronco, sistemandosi comodamente nell'incavo formato dalla biforcazione dei rami.

Inspirò profondamente l'aria della notte che sembrava più fresca tra le fronde dell'albero. Si assopì quasi subito e fece un sogno singolarmente vivido: Hilary, concluso un affare a Londra, ritornava a casa; era sera, lo incontrava nei pressi del castello del giardino, e lui la stringeva forte tra le braccia.

Poi, impercettibilmente, il sogno si trasformò in un incubo. Il cielo si fece minacciosamente nero, la stretta delle braccia allarmante, mentre il volto chino sul suo collo per baciarla non era più quello di Hilary, ma una faccia lasciva, malvagia, rugosa e deforme come il tronco di un albero segnato dalle intemperie. Agghiacciata dall'orrore, Irene lottò con tutte le sue forze per sottrarsi a quella stretta mostruosa e si svegliò di colpo gettando un grido. 

Per qualche istante il terrore dell'incubo continuò a sopraffarla, e le sembrava che le braccia la stritolassero in una morsa irresistibile. 

Finalmente si destò del tutto, scese dall'albero in fretta, attraversò di corsa il prato, raggiungendo la rassicurante porta di casa.

Il mattino dopo, la signora Watcombe tornò a trovarla. 

La osservava perplessa.

"Irene, come sei pallida. Ti senti bene?"

"Si, si, è soltanto un po' di stanchezza, sai, il caldo di questi giorni".

La signora Watcombe continuava a studiarla preoccupata, perché il pallore del volto di Irene era davvero impressionante. Per contrasto, una piccola macchia rossa spiccava vistosamente sul suo collo esile, qualche centimetro al di sotto dell'orecchio.

Irene, indovinando la domanda dell'amica, le disse:

"Mi fa un po' male. Devo essermi graffiata ieri sera, quando mi sono addormentata sul sommacco".

"Addormentata sul sommacco!" ripetè la signora Watcombe sorpresa. 

"Davvero curioso. Capitava anche alla povera Geraldine prima di ammalarsi, benché alla fine fosse letteralmente terrorizzata da quell'albero. Incredibile: guarda, le foglie sono di nuovo rosse!".

Irene osservo l'albero con una vaga ripugnanza.

La signora Watcombe aveva ragione: le foglie carnose, singolarmente rigogliose, avevano assunto una colorazione scarlatta. 

"Ah!" bisbigliò Irene visibilmente turbata e, volgendo le spalle al sommacco, si affrettò a raggiungere la casa. "Mi fa tornare in mente un incubo spaventoso: sono ancora scossa. Vieni, andiamo dentro e parliamo d'altro".

Anche quel giorno il caldo fu insopportabile, e a sera una quiete innaturale gravava sulla campagna riarsa, facendo presagire un violento temporale.

Non si udiva il canto di un uccello, non un alito di vento accarezzava le fronde degli alberi, ogni cosa, immobile e silenziosa, sembrava attendere la pioggia ristoratrice.

L'intervallo fra la cena e l'ora di andare a letto è particolarmente noioso per chi è abituato a stare in compagnia, ed Irene, rimasta sola, si sentì particolarmente nervosa, molto più del solito. 

Una cappa d'afa ristagnava sulla casa e, benché porte e finestre fossero spalancate, le sembrava di annaspare in cerca d'un filo d'aria; a un certo punto, non potendone più uscì in giardino. 

L'orizzonte era illuminato da vividi lampi, segno che il temporale si stava avvicinando. Non sapendo che fare, passeggiava stancamente, fermandosi, a volte, ad ascoltare l'eco di un tuono in lontananza. 

Alla fine, quasi senza accorgersene, si ritrovò davanti alla piccola tomba di Spot.

Si sentì ancora più sola e qualche lacrima le rigò il volto, ripensando al cagnolino morto.

Spinta da un misterioso impulso, Irene si arrampicò un'altra volta sull'albero; forse pensava di trovarvi un po' di frescura. In effetti, comodamente seduta nell'incavo dei rami, ben presto chinò il capo addormentandosi. In seguito, non avrebbe saputo dire se si fosse trattato di un incubo o di un sogno ad occhi aperti, nel torbido languire del dormiveglia.

Rifece il sogno della sera prima, ma questa volta fu più spaventoso, perché non ebbe inizio con la rassicurante immagine del giovane marito. 

Braccia fortissime, simili a robusti rami, la stringevano in una morsa terribile, tanto che le sembrava di non riuscire neanche a respirare. Il volto orrendo, devastato dal vizio e dalla malvagità, era chino sul suo collo bianco come una fiera sulla preda. 

Labbra immonde e fetide cominciarono a mordicchiarle la pelle... 

Lottò disperatamente, pazzamente, e le parve che i rami dell'albero, dotati di una misteriosa vitalità, la avviluppassero in una morsa mortale, lacerandole gli abiti. 

Un dolore acuto, provocato da qualcosa - forse un ramo - che le si stava conficcando nel collo, la aiutò a riscuotersi dall'incubo terrificante. 

Fu il suo stesso urlo a svegliarla e, nel medesimo istante, il fragore di un tuono dissolse completamente l'orrida immagine. 

Fuggì in casa sotto una pioggia scrosciante.

Guadagnato l'uscio e giunta trafelata in salotto, Irene si lasciò cadere in una poltrona, annaspando disperatamente per riempirsi i polmoni d'aria: le sembrava di non riuscire a respirare. Finalmente, fresche folate d'aria resero l'atmosfera più sopportabile, ma trascorse più di un'ora prima che trovasse la forza di alzarsi per salire in camera, trascinandosi penosamente per le scale. 

Raggiunta la stanza, Irene fu sconvolta da una scoperta tremenda. 

Lo specchio le rimandava un'immagine quasi irriconoscibile: era tanto pallida da sembrare completamente dissanguata, gli occhi febbricitanti erano cerchiati da occhiaie violacee, le labbra esangui, profonde rughe la facevano sembrare invecchiata di colpo.

Sul collo bianchissimo spiccava un grumo di sangue secco, dove il giorno prima c'era la macchia rossastra che tanto le doleva. Gli abiti erano stracciati.

Prese uno specchio da toilette per esaminare meglio la piccola ferita che sembrava esserle stata inferta dai denti aguzzi di qualche animale. Massaggiandola delicatamente con le dita, sentì un dolore lancinante…

La signora Watcombe, irrompendo in cucina la mattina seguente per proporre ad Irene una gita nei dintorni, rimase senza fiato vedendo l'aspetto spaventoso dell'amica e insistette per portarla subito da un medico.

Agitatissima, volle ad ogni costo esaminare attentamente la ferita sul collo di Irene, e quindi la accompagnò dal dottore del paese.

Questi sembrò singolarmente colpito dal malanno della sua nuova paziente, ma dichiarò che si trattava di una sciocchezza, ancorché ritenesse indispensabile bendare la ferita.

Giudicò invece più preoccupanti le condizioni di salute di Irene: a suo giudizio, essa soffriva di anemia.

Le consigliò riposo assoluto, nutrimento abbondante, finestre spalancate per respirare sempre aria fresca, e le prescrisse una quantità di tonici e di pillole vitaminiche.

Tuttavia, nonostante il medico si sforzasse di non apparire turbato, era evidente che le condizioni di salute di Irene lo preoccupavano, sicché né le due donne né l'uomo di scienza erano completamente soddisfatti.

Inoltre, non riuscì proprio a rassicurare la sua paziente; Irene era certa di non soffrire di anemia, mentre la signora Watcombe, dal canto suo, era ossessionata da oscuri presagi, indefinibili, ma non per questo meno inquietanti.

Più tardi, salutò Irene come se fosse l'ultima volta che la vedeva e questo non contribuì certo a rassicurare l'amica.

Andandosene, notò che il vecchio sommacco era sempre più rosso e le foglie oscenamente carnose e gonfie, proprio come all'epoca della fatale malattia di Geraldine.

"Detesto quell'albero mostruoso!", borbottò.

Quindi, scossa da un'improvvisa premonizione, sussurrò fra sé e sé: "Suo marito deve sapere. Gli telegrafo immediatamente."

Irene, con un comportamento tipicamente femminile, mise a frutto la forzata inattività, progettando una ristrutturazione del solaio, l'unica parte della sua nuova casa che non aveva ancora "esplorato" come si deve.

Tra le cose inutili e bizzarre che lo riempivano e che avrebbe dovuto gettare nella spazzatura, scovò un piccolo quaderno, apparentemente mai usato.

Spinta dalla curiosità, lo raccolse dall'angolo polveroso dov'era finito e lo sfogliò stancamente.

Fu sorpresa di apprendere, da una breve annotazione, che era appartenuto a sua cugina, la quale intendeva usarlo come diario.

C'era una data - che si riferiva proprio a pochi giorni prima della scomparsa della povera ragazza - ma non vi era stata effettuata nessun'altra annotazione, benché scoprisse che le prime due pagine del quaderno erano state strappate.

Stava per riporlo dove lo aveva trovato, quando un pezzetto di carta scivolò fuori dalla copertina inferiore, fluttuando fino a posarsi ai suoi piedi.

Lo raccolse ed impietrì, rimanendo senza fiato leggendo le parole che la cugina vi aveva scritto: "...sommacco mi affascina..."

Quella frase si adattava perfettamente anche a lei.

Era evidente che si trattava del vecchio sommacco solitario all'estremità del giardino; e, non poteva negarlo, la affascinava oscuramente, benché, fino a quel preciso istante, non se ne fosse resa conto.

Raccolto di nuovo il quaderno, sfogliandolo accuratamente con mani tremanti, e, nascosti fra le ultime pagine, scoprì i minuti frammenti di alcuni fogli strappati, evidentemente le prime due pagine di un diario. Esaminò ansiosamente i pezzetti di carta: su alcuni poteva leggere qualche breve parola o parte di una frase, ma altri, più grandi, promettevano maggiori ragguagli sugli ultimi giorni della cugina.

Se li cacciò in tasca frettolosamente e, in preda a uno strano presentimento, si recò di corsa al suo scrittoio trascorrendo il resto del pomeriggio cercando di rimettere insieme le pagine strappate.

Nel frattempo, la signora Watcombe continuava a tormentarsi pensando all'improvvisa malattia di Irene.

Il suo pallore, la sua apatia, la strana ferita sul collo, la allarmavano grandemente, perché erano esattamente gli stessi sintomi accusati da Geraldine pochi giorni prima di morire.

Desiderò ardentemente che il medico condotto del paese non fosse andato in ferie, perché il sostituto, che aveva visitato Irene, non le dava nessun affidamento, e in quei frangenti paziente, parenti e amici avevano bisogno di certezze, non di frasi vaghe.

Sentendosi responsabile di Irene, in quanto sua amica, telegrafò ad Hilary, dicendogli della sua improvvisa malattia e avvertendolo di tornare senza indugi.

Il telegramma giunse puntualmente a destinazione, preoccupandolo assai, cosicché lasciò Londra immediatamente, raggiungendo il paese con il primo treno.

Quella sera era già a Cleeve Grange.

"Dov'è mia moglie?", chiese subito alla domestica appena entrato in casa.

"Di sopra. Si sentiva stanca e ha detto che voleva stendersi un po' a letto."

Salì di corsa nella stanza di Irene, ma vide che era vuota.

Suonò, chiamando la servitù. In un batter d'occhio nella casa regnò una confusione indescrivibile, perché tutti insieme cominciarono a cercare Irene, setacciando l'edificio da cima a fondo.

Nessuna traccia della giovane donna.

Pensando che potesse essere andata a far visita alla signora Watcombe, Hilary stava per avviarsi a quella volta, quando la domestica gli annunciò che la signora Watcombe lo attendeva in salotto.

"Ho visto passare un taxi...", cominciò, ma Hilary la interruppe bruscamente:

"Dov'è Irene?"

"Irene? Mio caro Hilary, ma non è qui?"

"No. Non riusciamo a trovarla. Ho pensato fosse venuta da te."

La signora Watcombe lo fissava sbalordita. Poi impallidì, gridando: "è su quell'albero! Ne sono certa! Presto, Hilary!"

Si lanciò di corsa sul prato, diretta verso il sommacco, seguita dall'uomo.

La notte era particolarmente buia, e un vento fortissimo li sferzava violentemente. Inciamparono più volte, ma finalmente distinsero il vestito bianco di Irene che risaltava come una macchia chiara sullo sfondo nero del cielo e dell'albero. Giunti a piedi del sommacco, aguzzarono la vista, videro che la donna giaceva profondamente addormentata fra i rami. 

Hilary e la signora Watcombe in un attimo le furono accanto; il vento faceva oscillare violentemente il vecchio albero, ed entrambi provarono la sgradevole impressione di dover, letteralmente, strappare la donna all'abbraccio del sommacco. 

Finalmente riuscirono a riportarla a terra e, guadagnato il sicuro riparo di casa, la deposero su un divano. Sembrava svenuta, più che addormentata, era pallida come una morta, ed il viso sconvolto rivelava una profonda sofferenza ed un grande terrore. 

La fasciatura era sparita e la ferita sul collo si era riaperta, umida di sangue.

Hilary si precipitò a cercare il medico, mentre la signora Watcombe e i domestici portarono Irene in camera sua. Passarono diverse ore prima che riprendesse conoscenza, e, per tutto questo lasso di tempo, il dottore vietò ad Hilary di entrare in camera. Sconcertato e addolorato, si trascinava da una stanza all'altra, finché la sua attenzione fu attratta da alcuni pezzi di carta sulla scrivania nello studio della moglie. Vide che aveva cercato di rimettere insieme dei fogli strappati. Non era riuscita a completare quel paziente lavoro, ma quanto poté leggere, bastò a sconvolgerlo completamente:

"...Il rustico sedile naturale formato dal tronco e dai rami del vecchio sommacco mi affascina. A volte mi ritrovo sull'albero senza accorgermene o vi vengo trascinata contro la mia volontà. Qui ho delle visioni terrificanti! Mi sembra di sprofondare nei più cupi abissi del terrore.  Questi incubi cominciano a tormentarmi anche quando non mi trovo sull'albero, e mi sento ogni giorno più debole. Il dottor H. parla di anemia…"

Irene non era andata oltre ed Hilary, senza sapere bene perché, decise di portare a termine quello spaventoso puzzle. Prima che finisse albeggiava.

Stanco ed intirizzito, stava per alzarsi dalla sedia quando udì bussare alla porta, ed entrò la signora Watcombe.

"Irene sta meglio", gli disse subito. "Ora dorme e questa volta è immersa in un sonno naturale. Il dottor Thomson dice che non corre alcun pericolo immediato, ma è molto debole e ha perso parecchio sangue".

"May, dimmi, che significa tutto ciò secondo te? Perché Irene si è ammalata tutto d'un tratto? è sempre stata una ragazza sanissima. Non riesco proprio a capire!"

La signora Watcombe lo guardava con un'espressione innaturalmente grave.

"Anche il dottore confessa di non capirci granché", gli rispose stancamente. "Tutti i sintomi stanno ad indicare che ha subito una forte perdita di sangue, anche se nei casi di anemia acuta o perniciosa..."

"Cristo! Ma non vorrai dirmi che soffre dello stesso male della povera Geraldinе? Non posso crederci!"

"Neanch'io, se è per questo. Oh, Hilary, dimmi pure che sono pazza, ma secondo me c'è di mezzo qualcosa di misterioso; qualche maligna influenza è all'opera. 

Tre giorni fa Irene scoppiava di salute e lo stesso Geraldine prima di ammalarsi improvvisamente. E i loro due casi sembrano identici... Irene ha cercato di dirmi qualcosa riguardo un certo diario, ma era troppo esausta per parlare".

"Un diario? Pensi si tratti del diario di Geraldine? Di certo si riferiva ad esso. Ho appena finito di rimetterlo insieme, ma, francamente, mi sembra proprio senza capo né coda".

La signora Watcombe scorse in fretta il foglio rappezzato con la colla che Hilary le porse; poi lo rilesse con grande attenzione.

"Senti, Hilary! Questo passaggio mi sembra molto significativo":

"... Il dottor H. parla di anemia. Prego il cielo abbia ragione, perché a volte i miei pensieri sembrano procedere in una strana e terribile direzione; se avessi il coraggio di confidarmi con qualcuno, di certo direbbe che sto impazzendo. Devo lottare da sola, aggrappandomi all'idea che non è insolito, in persone affette da anemia, coltivare insane fantasie. Se soltanto non avessi letto quelle orribili ed insinuanti parole nel Barrett..."

"Barrett? Che intende dire, May?"

"Aspetta un attimo. Barrett? Ma sì, forse si riferisce a "Traditions of the County" del Barrett. Ho notato che in biblioteca ce n'è una copia. Vieni, andiamo a controllare. Può darsi si riveli una traccia utile."

Trovarono subito il libro, che si aprì alla pagina cui si riferiva Geraldine; infatti aveva sottolineato con la matita un passaggio abbastanza lungo.

"... A Cleeve mi narrarono un'altra di quelle singolari tradizioni che ormai stanno scomparendo rapidamente, con il diffondersi dell'istruzione. Aveva a che fare con l'antica credenza nei vampiri, spiriti di morti malvagi, che di notte potevano assumere forma umana vagando nel paese in cerca di vittime. Le persone sospettate di essere vampiri venivano sepolte con la bocca imbottita d'aglio e veniva loro trapassato il cuore con un paletto di legno per renderle inoffensive, o, quanto meno, per evitare che si allontanassero dal luogo della sepoltura. Circa trent'anni fa, un vecchio mi indicò un albero che si diceva fosse cresciuto da un paletto siffatto. Per quanto ricordo, si trattava di una singolare varietà di sommacco nel giardino del vecchio Grange..."

"Vieni, usciamo", disse la signora Watcombe rompendo il pesante silenzio che gravava nella stanza. "Voglio che tu veda quell'albero".

L'alba imporporava il cielo e i cespugli, le piante, i fiori e la rugiada assumevano una dolce sfumatura rosata. 

Soltanto il solitario sommacco, cupo e minaccioso, sembrava non partecipare al tripudio della natura che si stava risvegliando.

Durante la notte la disgustosa colorazione scarlatta delle foglie si era accentuata, tronco e rami risultavano innaturalmente rigogliosi, quasi gonfi, e, nell'insieme, l'albero aveva un aspetto oscenamente carnoso. 

La signora Watcombe, osservandolo di lontano, esclamò con voce rauca e impaurita: "Guarda, Hilary! Era proprio così quando... quando morì Geraldine!"

Al cader della notte, l'estremità del giardino appariva stranamente nuda e spoglia. Al posto del vecchio albero c'era un enorme mucchio di ceneri ardenti - enorme perché il sommacco era troppo gonfio di una linfa viscosa e nerastra per bruciare senza l'aiuto di una gran quantità di legna secca.

Passarono molte settimane prima che Irene recuperasse forza sufficiente per recarsi a visitare la piccola tomba di Spot. 

E rimase sbalordita scoprendo che il posto era quasi completamente ricoperto da piantine di aglio.

Più tardi Hilary le spiegò che era l'unica pianta ad aver attecchito dove cresceva il sommacco.


APPROFONDIMENTO SUL SOMMACCO

Info tratte da

Nota di Lunaria: non so in altre regioni d'Italia, ma dove sto io (Lombardia) questa pianta è praticamente ovunque, cresce allo stato brado anche all'interno dei giardini delle fabbriche\luoghi abbandonati.

Il Sommacco appartiene alla famiglia delle Anacardiacee; è originario degli Stati Uniti orientali. Questa famiglia comprende due generi coltivati, il Rhus e il Cotinus.

Il Rhus comprende 150 specie di alberi, arbusti e piante rampicanti. Rhus coriaria è detto "il Sommacco dei conciatori" ed è ricco di tannino, che causa intossicazione.

Il fogliame del genere Rhus assume tonalità calde rosso-arancione in autunno; i ramoscelli ricordano le corna dei cervi.

Il Sommacco della Virginia può raggiungere i 4 o 6 metri, acquisendo una forma ad ombrello.

I rami contengono un succo denso e bianco.

Le foglie sono lunghe, composte da foglioline lanceolate ed ellittiche di color verde chiaro.

I fiori sono raccolti in grappoli terminali, di colore giallo e danno frutti a forma di pigna.

La versione Laciniata ha foglie composte, che possono arrivare a 50 cm, che conferiscono l'aspetto di felce.

è resistente ad insetti e malattie e si adatta a terreni aridi, ma per prosperare richiede molto sole.

è una pianta tossica, quindi non deve essere toccata dai bambini.







L'abominevole Dottor Phibes

Un nugolo di pipistrelli affamati entra nella camera dove dorme un medico, gli si precipita addosso, lo sbrana vivo… Un altro medico riceve la visita di un misterioso sconosciuto che applica un bizzarro marchingegno alle sue vene e gli toglie tutto il sangue in corpo…

Un'infermiera viene sommersa da un getto di clorofilla e divorata da un nugolo di ferocissime cavallette…

E intanto, nella sua eccentrica casa, il dottor Phibes suona l'organo e ascolta la musica di un'orchestra di manichini.

Il dottor Phibes: ma dovrebbe essere morto.

Oppure è vivo? Oppure è un morto vivente o qualcosa di ancora più spaventoso?

Sui medici di Londra si sono scatenate le dieci maledizioni del Vecchio Testamento, attuate da un genio del delitto che non conosce ostacoli.

Perché il colpevole è l'abominevole dottor Phibes, e Phibes non ha paura della morte.

è già morto.

Tra poco, compiuta la vendetta, si unirà nel sonno eterno alla sua adorata moglie…