Demonologia Vedica


Prima di vedere gli aspetti distruttori di Kali e Shiva, un breve accenno alla "demonologia" vedica. 

Nell'India antica l'energia negativa è incarnata già nei Veda negli Asura, termine che originariamente significava "signore potente, dio". Asura è soprattutto il potere di creare e provocare le creazioni a mezzo della forza magica e dell'illusione delle esistenze. E, poiché di questo potere si servono anche i nemici degli Dei e degli uomini, generando illusorie immagini della loro forza, nella storia religiosa posteriore il termine Asura venne ad indentificare i demoni, portatori di un mondo di tenebre che si oppone al mondo di luce. Spesso il potere demoniaco è rappresentato da esseri personali o neutri, designanti il rischio e le conseguenze del rischio. I demoni hanno aspetto misto, in composizioni teriomorfiche orrifiche, in forme antropomorfiche, nelle quali le strutture umane vengono confuse, capovolte, annullate nella loro armonia funzionale (demoni a tre teste o senza testa, senza gambe e dita), quasi ad indicare il riaffiorare di uno stato di caos, di discriminazione, di opposizione all'ordine.




Gli Asura, nel valore demoniaco, sono l'illusione magica trascinante, il potere taumaturgico nefasto, la felicità inesistente perché non sostanziale. Raksas sono gli spiriti del male in genere, Pishaca sono i lemuri che divorano la carne dei cadaveri, Yathudhamas sono i demoni che intervengono nel rito sacrificale rendendolo vano ed inefficace, ma anche gli ispiratori degli stregoni. Arbudi è il Signore del campo di battaglia che sparge la morte. Vrta è il mitico drago serpente che impedisce alla pioggia di scendere e che Indra (*) uccide. I demoni portano morte e malattie, disonestà, violenza; tormentano in particolar modo le partorienti, le giovani spose, inaridiscono le forze vitali, la vegetazione. E perciò il fedele per difendersi da loro si affida alle potenze divine e luminose, ad Agni, distruttore igneo dei demoni, ad Indra, a Soma: "Oh Indra e Soma, bruciate il demone, reprimetelo..."
 
(*) Indra è il Dio nazionale dell'India antica, delle genti arie che conquistarono il territorio e vinsero le popolazioni non arie autoctone che vennero rappresentate come demoni Dasa. L'arma di Indra è il vajra; Indra uccide Vrtr, il serpente dragone che richiudeva le acque, stando disteso sulle nubi; Indra lo uccide con un colpo di vajra, liberando le acque che si trasformano in fiumi fecondanti la terra. Questa è la spiegazione mitologica che gli antichi diedero agli improvvisi acquazzoni che interrompevano, d'improvviso, la continuata siccità.
Mircea Eliade, a proposito del vajra, scrive: Gli EMBLEMI metafisici custoditi e difesi da serpenti, si trasformano in OGGETTI concreti che si trovano sulla fronte, nell'occhio o nel gozzo dei serpenti. Quel che in origine era pregiato come SEGNO dell'assoluto, assume più tardi  -  per altri strati sociali o in seguito a degradazione del significato -  valori magici, medicinali, estetici. In India, ad esempio, il diamante passava per emblema della realtà assoluta; il suo nome "vajra" era anche il nome del fulmine, simbolo di Indra, emblema dell'essenza incorruttibile. In questo complesso teorico -  forza, incorruttibilità, lampo, manifestazione cosmica della virilità  -  il diamante era consacrato in quanto, nell'ordine mineralogico, incarnava queste essenze. Nel quadro dell'altro complesso teorico, quello della valorizzazione ‘popolare’  della realtà assoluta, custodita da un mostro, il diamante era pregiato per la sua discendenza dai serpenti. Alla stessa discendenza (ora degradata a livelli sempre più bassi) il diamante doveva le sue proprietà magiche e medicinali: preservava dall'avvelenamento e dai serpenti, come tante altre ‘pietre dei serpenti’ ("carbunculus", "borax", il "bezoar", eccetera). Un certo numero di queste ‘pietre dei serpenti’ furono realmente tolte dalla testa di serpenti, ove talvolta si trovano concrezioni dure e pietrose. MA VE LE HANNO TROVATE SOLTANTO PERCHE' VE LE AVEVANO CERCATE. La credenza nella ‘pietra dei serpenti’ si trova su di un'estensione immensa, eppure è molto recente, e limitata a certe zone, l'osservazione di concrescenze dure e petrose nei serpenti; insomma, è rarissimo che una ‘pietra dei serpenti’ sia realmente una pietra estratta dalla testa di un serpente. La stragrande maggioranza delle altre pietre magiche e medicinali, abbiano o no una nomenclatura serpentina, hanno relazioni svariate coi serpenti in virtù di un mito originale, riducibile, come abbiamo detto, a un tema metafisico: ‘il mostro custode degli emblemi dell'immortalità’. Non c'è dubbio che molte leggende e superstizioni sono derivate non direttamente dalla formula mitica primordiale, ma invece dalle innumerevoli varianti laterali o ‘degradate’, alle quali la prima formula ha dato origine.
E, commentando il binomio Cielo-Indra:
Come esempio caratteristico della prima classe  -  i sovrani e i custodi delle leggi  -  citiamo T'ien, Varuna, Ahura Mazda. La seconda classe  -  quella dei ‘fecondatori’  -  è morfologicamente più ricca. Ma in tutte le figure che si raccolgono sotto questo titolo, notiamo le costanti seguenti: la ierogamia con la Dea Terra; il tuono, la tempesta e la pioggia; le relazioni rituali e mistiche col toro. Fra gli dèi della seconda classe  -  ‘fecondatori’ ma anche a dèi della tempesta’ -  si possono citare Zeus, Min e il dio ittita, ma anche Parjanya, Indra, Rudra, Hadad, Ba'al, Juppiter Dolichenus, Thor; in breve i cosiddetti dèi della tempesta. Ciascuna delle divinità citate ha naturalmente la sua ‘storia’, che la distingue più o meno nettamente dal suo vicino nella serie; nella loro ‘composizione’, come si dice con visione chimica della mitologia, entrano diversi componenti. Ma ci rappresenteremo tutto questo più chiaramente quando studieremo anche la ‘forma’ del dio, e non soltanto la sua ‘forza’. Per ora, in questo paragrafo, ci occuperemo anzitutto dei loro elementi d'unità, delle loro valenze comuni. I più importanti sono: la forza generatrice (onde la relazione col toro, rappresentando spesso la Terra sotto forma di vacca), il tuono e la pioggia; in una parola, le epifanie della forza e della violenza, molle indispensabili delle energie che garantiscono la fertilità biocosmica. Le divinità dell'atmosfera sono, senza dubbio, specializzazioni delle divinità celesti; ma la specializzazione, per eccessiva che sia, non giunge ad abolire il loro carattere uranico. Siamo così condotti a classificare le divinità cosiddette della tempesta accanto alle divinità celesti propriamente dette; nelle une e nelle altre troviamo gli stessi prestigi e gli stessi attributi.
In un certo senso, gli Dei della tempesta, che portavano la pioggia sulla Madre Terra erano visti come fecondatori, spermatici.
"Quando, oh Indra, uccidesti il primo nato dei serpi e poi sventasti le malie dei maliardi, generando così il sole, il cielo, l'aurora": all'incantesimo dell'infecondità si sostituisce l'energia attiva fecondante: l'uccisione del mostro interrompe la malia del male.
Aspetti negativi ha Rudra, i cui tratti sono molto incerti nel Rigveda. è personaggio terrifico, pieno di collera violenta, distruttore, portatore dei mali, accompagnatore di una schiera di demoni-cinghiale di colore rosso, procedente da settentrione, sul carro, con frecce, lancia ed arco. Come uragano violento, flagella e devasta i campi e gli uomini. è invocato anche al plurale e i Rudra infatti sono schiere di potenze nefaste che lo accompagnano. Il nome potrebbe derivare da "Rud", urlare, piangere, o da "ludda", crudele. Tuttavia era adorato, oltre che temuto, e attraverso gli inni si cercava si "rabbonirlo". Dopo essere disceso dalle sue montagne, appare, in forma orrifica, rosso vivo, con il collo blu, coperto da una pelliccia verde, alle donne che portano l'acqua. Cacciatore violento, abita nelle foreste ed è invocato come signore delle bestie. Diviene quindi il protettore dei cacciatori ma anche di tutti coloro che vivono allo stato selvaggio: briganti, assalitori.

Nota di Lunaria: questi aspetti, anche se "attenuati" un poco, sono stati trasferiti su Shiva: anche lui Dio che discende dalle montagne, gira per le selve, "Signore degli animali" che ama apparire alle donne.






Shiva è un Dio che condensa in sé molti aspetti, sui quali ci sarebbe davvero moltissimo da scrivere; mi limito ad evidenziare i principali. In un mito, Shiva ingoia il pesce Kalakata, e questo pesce, nei Purana (1) rappresenta la volontà di morte delle creature. Si spiega anche così il colore blu del collo di Shiva che è equivalente cromatico della dissoluzione  cadaverica. 
 
(1) I "testi antichi", divisi in maggiori e minori: contengono racconti di creazione, incarnazioni divine, genealogie, culti.


Nell'aspetto di principio della morte Shiva è identificato con Kala, il Tempo, e prende anche il nome di Hara, lo Sradicatore, e Bhirava, il Crudele.
Analoghe ambivalenze nelle quali bene e male, demoniaco e divino vengono a fondersi, appaiono nella figura della Grande Madre induistica. Le Grandi Madri non sono separate dai loro Dei-amanti e assumono la forma di Shakti o di metà femminile dei singoli Dei.
Si qualificano nella dualità di matrice cosmica e generante e di potenza di distruzione e disfacimento.
La Grande Madre agisce come sentimento ambivalente, attrazione e repulsione, ora benigna e datrice di vita, gioia, fecondità, ora, invece, impeto di morte e distruzione, divoratrice di mondi e uomini.




La Grande Dea ambivalente trova la sua espressione più eminente nella sposa o Shakti di Shiva, la quale assume molti nomi.
La polarità negativa si esprime in rappresentazioni che si compiacciono di metterne in luce le caratteristiche orrifiche, distruttrici e nefande.
Si passa dalla Dea Benefica (Parvati) a quella orrida (*), con la figura di Durga, sposa di Shiva, il cui nome significa L'Inaccessibile, L'Inavvicinabile:




(*) Nota di Lunaria: non sono d'accordo col termine usato dall'autore dello scritto: Durga non è affatto orrida, anzi, è bellissima, pur avendo un carattere guerriero.



Rappresenta molto di più "una sorta di intervallo" nella trasformazione da Parvati a Kali (Lei sì di aspetto orrido e, spessissimo, anche seducente, sebbene mantenga sempre una forma selvaggia e indomabile), passando per Durga.
Per quanto non manchino rappresentazioni della bruttezza ostentata di Kali e persino della trasandatezza (appare gonfia e flaccida)



indubbiamente in Lei trapela anche un fascino seducente, ammaliante: un certo fascino sessuale dato dalle forme del seno, del ventre, della vagina, tutte orgogliosamente esposte in modo "sfacciato".
è piuttosto un fascino indomito, una femminilità primordiale, che non ha paura di "essere femminile" al 100% anche se in quell'"essere femminile" al 100% ci sono anche tratti estetici "brutti".
In un certo senso, nell'ottica di rivisitazione moderna dell'archetipo di Kali, questa Dea ci invita ad accettarci, così come siamo, anche se siamo (o ci vediamo) dimesse, trasandate, brutte, sfatte, cascanti. Kali, in tale aspetto, magnifica e divinizza quindi un femminile selvaggio e trasandato, un po' come Ecate/Cailleach, magnificano la vecchiaia... pertanto sono Dee (archetipi) che possono aiutare l'autostima femminile e l'accettazione psico-fisica di sé.

Durga si presenta nelle due epifanie di Kali, la Nera, e di Mahakali, la Grande Nera. Nella prima epifania ha colore nero, è senza orecchi, porta lo spiedo e il cranio. Come Mahakali regge nelle 4 mani il coltello, la ciotola per l'acqua, lo scudo, il cranio, mentre ha il collo circondato da una collana di teschi:



Nota di Lunaria: il simbolismo/archetipo della collana è ravvisabile anche nell'altra Dea Madre Terribile: l'azteca Coatlicue (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/il-serpente-coatl-il-pantheon.html)



Un gigantesco monolito di ben 2,57 metri! La Dea porta al collo una collana di teschi, cuori e mani mozzate. I piedi sono artigliati, come quelli di Lilith...



e, come Kali, anche Coatlicue è dotata di un gonnellino: di serpenti! Mentre Kali ne sfoggia uno di braccia mozzate!
Kali-Mahakali hanno particolare importanza perché connesse a dottrine e tecniche salvifiche di auto-annullamento; a volte la Dea appare scarnificata e in forma di scheletro, in diretto riferimento alle energie di disfacimento, di carnale dissoluzione e di imputridimento che conclude i cicli vitali e cosmici.
Seduta su un mucchio di cadaveri Ella è Camunda; 
a volte rappresentata in atto di unirsi al cadavere o danzare su di esso, e, nel suo aspetto di Chinnamasta, "dalla testa tagliata" (forse un riferimento agli antichi sacrifici umani).
Nell'iconografia Camunda è rappresentata scarnificata, con 12 mani, delle quali le 6 di destra portano il coltello, il tamburo, un lembo di pelle di elefante, una freccia, una spada e la sesta mano è atteggiata in segno di esaudimento. Anche le sei di sinistra portano l'arco, il lembo di pelle, il teschio, dei cadaveri, il tridente e la sesta mano è portata alle labbra, indicando il segno di silenzio. Analoghe a Camunda sono Krsodari, "Quella che ha il ventre sparuto" e Dantuca "Quella che possiede grandi denti", simboli della carestia e della pestilenza.


Per approfondimenti sull'Induismo\Storia dell'India vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/induismo.html