Analisi ai personaggi di "La Gerusalemme Liberata"

Non sono proprio una fanatica del Rinascimento, ma di tanto in tanto mi piace approfondire la coppia Tasso\Ariosto e scrivere qualcosa anche su di loro.

Per cui, con somma gioia dei vari e tanti personaggi che starnazzano dicendo "Non hai mai letto un libro! Non conosci niente di teologia e letteratura cristiana!"


Tutti personaggi che NON si sono ancora resi conto che se c'è proprio una fanatica del collezionismo di libri cristiani (quelli scritti benissimo e quelli scritti malissimo) sono proprio io







Ecco qui una serie di scritti sui personaggi principali della "Gerusalemme Liberata".

Iniziamo da Armida, poi via via riporterò anche gli altri.

Qui trovate l'analisi ad "Aminta" che è una delle opere del Tasso che prediligo (più l'"Aminta" che non la "Gerusalemme Liberata", in realtà, sarà per la tematica paganeggiante e silvana...) https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/10/riassunto-e-commento-dellaminta-di.html

Poi appena possibile tratterò a fondo anche le poesie di Tasso... così come le rime dell'Ariosto.. anche se qualcosa ho già fatto uscire https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/10/commento-qual-rugiada-o-qual-pianto-di.html http://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/torquato-tasso.html

Qui ho riportato le poesie del Rinascimento sugli altri autori, meno famosi della coppia Tasso&Ariosto, che prediligo https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/gli-uomini-del-rinascimento.html dove dimostravo che le celebri bionde di adesso non leggono Tasso, perciò... tutte le odi e gli inni rinascimentali scritti in onore delle bionde devono essere riscritti in lode di Me.


Qui trovate l'arte rinascimentale: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/arte-rinascimentale.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/07/altra-arte-rinascimentale.html 

Le poetesse del Seicento: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html

e qui l'Ariosto, che sennò si sente messo da parte: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/lorlando-furioso-riassunto.html

Qui trovate le incisioni più belle dedicate alle opere di Tasso e Ariosto, ma ne ho diverse altre da pubblicare... https://intervistemetal.blogspot.com/2019/08/dipinti-e-incisioni-depoca-dedicate-ai.html

Più in generale, sarà divertente linkare questo post al prossimo somaro che raglia che "Non hai mai letto un libro e non conosci niente di noi cristiani! Non ti credo, te lo sei inventata tu!"


Sfido a trovare il cristianucolo che ha la mia collezione di materiale Tassiano e conosce altrettanto bene l'opera di Tasso!

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Info tratte da




ARMIDA LA SEDUTTRICE

La battaglia infuria sotto le mura di Gerusalemme.  I guerrieri cristiani si battono con coraggio, sostenuti dalla loro fede e da Dio. Anche i pagani ricevono un aiuto ultraterreno: Satana stesso decide di intervenire nella lotta scatenando i suoi demoni contro i soldati di Cristo.




Qui trovate altre raffigurazioni artistiche di Satana e i suoi aspetti simbolici: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/11/i-tanti-aspetti-simbolici-di-satana.html

Li riunisce a consiglio e li sprona ad agire ricordando la terribile condizione a cui li ha condannati il Dio dei cristiani: erano angeli, una volta, e Dio li sprofondò all'inferno... (Nota di Lunaria: e dopo qualche tempo, il dio dei cristiani condannò la Donna alla sottomissione e all'obbedienza al maschio, come predicava l'apostolo paolo...)

Per ispirazione di un demone, il re di Damasco, Idraòte, un mago, invia al campo cristiano la nipote Armida, bellissima ed esperta di arti magiche... la vittima più illustre del suo fascino sarà Rinaldo, che per seguirla resterà lontano dalla guerra. Armida è ispirata a personaggi dei classici omerici come Calipso, Circe e Didone.

Lo scopo di Armida è di distrarre i cristiani, attirandoli con la sua bellezza e le sue lusinghe:

"Usa ogn'arte la donna, onde sia còlto 

ne la sua rete alcun novello amante:

né con tutti, né sempre un stesso volto

serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.

Or tien pudica il guardo in sé raccolto,

or lo rivolge cupido e vagante:

la sferza in quelli, il freno adopra in questi,

come lor vede in amar lenti o presti.

Se scorge alcun che dal suo amor ritiri

l'alma, e il pensier per diffidenza affrene

gli apre un benigno riso, e in dolci giri

volge le luci in lui liete e serene:

e così i pigri e timidi desiri

sprona, ed affida la dubbiosa speme;

ed infiammando l'amorose voglie

sgombra quel gel che la paura accoglie.

Ad altri poi, ch'audace il segno varca

scorto da cieco e temerario duce,

de' cari detti e de' begli occhi è parca,

e in lui timore e riverenza induce.

Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca,

pur anco un raggio di pietà  riluce;

sì ch'altri teme ben, ma non dispera;

e più s'invoglia, quanto appar più altera."

Parafrasi in italiano corrente:

"La donna usa ogni arte possibile, per cogliere nella sua rete altri nuovi innamorati: non mostra lo stesso volto in ogni momento, né con tutti, ma cambia spesso aspetto e modo di fare. A volte tiene lo sguardo pudicamente raccolto, a volte lo mostra desideroso e svagato: con alcuni adopera la sferza, con altri il freno, se li vede lenti o troppo focosi nell'innamorarsi. Se vede che qualcuno tiene lontano il cuore dal suo amore, o per diffidenza frena il desiderio di innamorarsi, gli rivolge un gentile sorriso, e dolcemente lo guarda con occhi lieti e sereni: e così riesce a spronare i desideri lenti e timidi e alimenta le speranze frenate da dubbio; e infiammando i desideri d'amore scioglie quel gelo che la paura ha creato. Con altri, che audacemente varcano il segno del rispetto, spinti come sono dal cieco e temerario sentimento che li guida, è avara di dolci parole e di sguardi gentili e li induce al timore e alla reverenza. Ma insieme allo sdegno, che traspare dalla fronte aggrottata, splende anche un raggio di pietà: e così quelli si intimidiscono, ma non disperano: anzi, quanto più essa si mostra altera, tanto più si infiammano"

Se consideriamo "La Gerusalemme Liberata" nel suo aspetto di poema religioso, ci appare evidente il significato simbolico del personaggio di Armida.

La bella incantatrice, di cui si servono le potenze infernali per sgretolare le schiere cristiane, è un'immagine di ciò che possiamo chiamare la bellezza del Male: rappresenta tutto ciò che il Male ha di lusinghiero e di affascinante (Nota di Lunaria: ovviamente, questa è l'idea misogina cristiana della donna, che la considera una "ianua inferi", una porta che permette l'arrivo dei demoni sulla Terra e che, in quanto meretrice, tenta l'uomo e lo distoglie dal dio padre...)

Non è un caso che il Tasso ce la presenti subito dopo aver descritto l'orrore del concilio infernale: il Male non ha solo un aspetto ripugnante, ma ha anche un'altra faccia dalla quale è più difficile difendersi. Nel descrivere il portamento di Armida, il sottile gioco amoroso degli sguardi, dei sorrisi, delle lusinghe era del resto ben noto a un uomo che passò la sua vita a contatto con lo sfarzo di un ambiente mondano e raffinato.

Armida, giunta al cospetto di Goffredo di Buglione e degli altri condottieri, racconta una fantasiosa storia: il malvagio zio Idraòte le ha usurpato il regno perché ha rifiutato di sposare il figlio di lui, vizioso e crudele; ha dovuto fuggire e ora è sola e indifesa. Armida spera, quindi, nello spirito cavalleresco dei crociati: è certa che le presteranno una parte dell'esercito per aiutarla a riconquistare il trono. E infatti, tutti i condottieri crociati, affascinati dalla bellezza di Armida sono pronti a concederle l'aiuto. Ma Goffredo, proteso verso la propria missione di liberatore del Santo Sepolcro, non si lascia convincere: l'aiuterà, ma solo dopo aver conquistato Gerusalemme; la sua decisione scontenta tutti i crociati. Oltre a Goffredo, solo un altro cavaliere resiste al fascino di Armida: Tancredi, che è innamorato di Clorinda e non fa che pensare a lei. Comunque, nonostante l'opposizione di Tancredi e Goffredo, il piano di Armida riesce in ugual modo: incapaci di dominarsi, sedotti da lei, i cavalieri arrivano ad accusare Goffredo di crudeltà, perché non concede loro di partire in aiuto della donna. Alla fine Goffredo è costretto ad una concessione: la principessa potrà partire con dieci fra i migliori cavalieri, che saranno scelti da colui che verrà eletto, da tutti, capo della spedizione. Una furiosa rivalità si scatena fra i cavalieri, anche se prima dell'arrivo della donna erano legati da vincoli di fraterna amicizia;  e i due cavalieri rimasti in lizza per l'incarico, Gernando di Norvegia e Rinaldo, arrivano a sfidarsi a duello. Rinaldo, reso succube dalla passione per Armida, si scatena e uccide Gernando.

Né cessò mai, fin che nel seno

immersa gli ebbe una volta e due la féra

spada.

Cade il meschin su la ferita, e versa

gli spiriti e l'alma fuor per doppia strada.

L'arme ripone ancor di sangue

aspersa

il vincitor, né sovra lui più bada;

ma si rivolge altrove, e insieme spoglia 

l'animo crudo e l'adirata voglia.


Parafrasi:

E non si fermò fin che non gli ebbe immersa nel petto una volta, due volte, furiosamente, la spada. Il poveretto cadde dalla parte dove era stato ferito, e lo spirito della vita gli fuggì via dalle due piaghe aperte. Il vincitore rinfodera l'arma ancora bagnata di sangue e non si cura dello sconfitto; ma  si rivolge altrove, si libera dalla  crudeltà e dall'ira che l'avevano spinto.

Ma dopo i colpi inferti con furia cieca, l'ira di Rinaldo sbollisce: è incapace di comprendere come possa aver ucciso un uomo che gli era stato amico, un cavaliere che portava sul petto lo stesso segno sacro della Croce.


ERMINIA DOLENTE

Il gesto di Rinaldo è quello che ha le conseguenze più gravi tra le avversità che colpiranno le armate cristiane: una legge proibisce il duello tra i crociati e condanna a morte i colpevoli. Per cui, Rinaldo deve fuggire e l'esercito dei crociati resta privo del suo paladino più valoroso.
Quando Armida lascia il campo con i dieci cavalieri, altri la seguono di nascosto: così l'esercito dei cristiani viene decimato nel numero e iniziano a serpeggiare sfiducia e paura.
Intanto, i pagani attendono rinforzi ma non danno battaglia, anche se Argante e Tancredi si battono:

Vinta de l'ira è la ragione e l'arte,
e le forze il furor ministra e cresce.
Sempre che scende il ferro, o fòra o parte
o piastra o maglia; e colpo in van non esce.
Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte
di sangue, e 'l sangue co' l sudor si mesce.
Lampo nel fiammeggiar, nel romor 
tuono, fulmini nel ferir le spade sono.

Parafrasi in italiano corrente:

L'ira prevale sulla prudenza e sul rispetto
delle regole schermistiche,
e la rabbia sola dosa le forze e le accresce.
Ogni volta che la spada cala giù, fora o taglia
una piastra o una maglia (della corazza)
non c'è colpo che cada a vuoto.
Il terreno è cosparso di frammenti di armi
e le armi di sangue, e il sangue si mescola al sudore.
Le spade sembrano lampi per il loro fiammeggiare,
tuoni per il fragore che fanno, fulmini per le ferite che infliggono.

Il duello di Tancredi e Argante che viene interrotto al calare della sera, è stato seguito soprattutto da una donna, che ha assistito al combattimento dall'alto delle mura assediate: è Erminia, una giovane principessa pagana, per qualche tempo prigioniera dei cristiani, finché Tancredi le ha ridato la libertà.

Erminia si è innamorata follemente di Tancredi, così bello e gentile, che l'ha trattata come un'ospite e non come una prigioniera, e non ha mai smesso di ardere d'amore per lui.
Erminia è esperta e conosce le erbe medicinali e così quando le chiederanno di curare le ferite di Argante non si rifiuterà, ma allo stesso tempo ella ama Tancredi e il suo animo è turbato dal duello: "... fan dubbia contesa entro al suo cuore\due potenti nemici: Onore e Amore"
Erminia decide di fuggire da Gerusalemme e sottrae l'armatura di Clorinda per non essere fermata alle porte.
Le guardie la lasciano passare e appena fuori dalla città, Erminia corre al campo cristiano.
è stata preceduta dal suo paggio, che avverte Tancredi che "una donna pagana si è offerta di curarlo" e la fanciulla attende il suo ritorno con ansia:

Ma ella in tanto impaziente a cui 
troppo ogni indugio par noioso e greve 
numera fra se stessa i passi altrui,
e pensa: or giunge, or entra, or tornar deve.
E già le sembra, e se ne duol, colui
men del solito assai spedito e levi.
Spingesi al fine inanti e 'n parte ascende
onde comincia a discoprir le tende.
Era la notte e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna;
e già spargea rai luminosi e gelo 
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co'l cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una;
e secretarii del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
Poi, rimirando il campo, ella dicea:
o belle a gli occhi miei tende latine!
aura spira da voi che mi ricrea,
e mi conforta pur che m'avvicine:
così a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.

Parafrasi in italiano corrente:

Ma intanto, ella, impaziente, e alla quale
ogni indugio sembra troppo esasperante e insopportabile canta mentalmente i passi del paggio, e pensa: ecco, ora arriva, ora entra, ora deve tornare.
E già le sembra, e ne è addolorata, che quello 
sia molto meno veloce del solito.
Alla fine, si spinge avanti (da sola) e sale
fino a un punto dal quale può vedere l'inizio dell'accampamento.
Era notte: ed essa spiegava
il suo velo di chiare stelle senza nessuna nube;
già la luna sorgente spandeva i suoi raggi di luce
e un freddo chiarore come di vivide perle.
La donna innamorata andava sfogando
col cielo tutte le sue ardenti passioni;
e rendeva testimoni del suo amore, 
nato da tanto tempo,
i muti campi e il silenzio confortante della natura.
Poi, guardando verso il campo, ella diceva:
o tende latine, così care ai miei occhi!
Da voi spira un'atmosfera che mi riconforta
sempre più man mano che mi avvicino:
possa il cielo dare pace
alla mia vita travagliata e sbagliata;
io la cerco soltanto in voi, e mi pare
di poterla trovare soltanto in mezzo alle armi.

L'episodio di Erminia fuggitiva è uno dei più belli di tutto il poema.
La natura malinconica del Tasso e la sua predilizione per personaggi dolci e infelici appaiono evidenti in questi versi: egli circonda la sua eroina più amata di un alone di pallida luce lunare e spiega il suo canto con una soavità e una tenerezza che saprà ritrovare soltanto in poche altre occasioni: l'attesa fremente, l'abbandono silenzioso all'incanto della notte, l'invocazione appassionata alle luci lontane dell'accampamento, dove giace gravemente ferito Tancredi: il dramma di Erminia è tutto in questi tre momenti, che il poeta evoca senza mai uscire da una misura perfetta, senza neppure sfiorare la retorica o l'artificio.
Il personaggio e la situazione stessa sono talmente aderenti all'indole più profonda del poeta che il verso esce dalla sua penna senza nessun bisogno di essere "trovato", con una sua fluida e sincera armonia.
Lasciando il suo rifugio, Erminia si è portata allo scoperto.
Sotto la luce lunare, l'armatura che indossa la fa scambiare per Clorinda da alcuni guerrieri cristiani che si precipitano verso di lei e la fanciulla, incapace di combattere, sprona il cavallo per fuggire.
Vaga a lungo nella notte fonda, alla fine si addormenta, sfinita, al risveglio si trova in una valle abitata da alcuni pastori, che l'accolgono nelle loro capanne; e per molto tempo Erminia divide con essi la loro vita semplice, ma neppure questo riesce a farle dimenticare l'uomo amato.
Quando il paggio di Erminia ha detto a Tancredi che una donna pagana veniva per curarlo, egli ha subito pensato a Clorinda, e la sua speranza diventa certezza quando gli uomini gli riferiscono di aver visto la guerriera... in realtà, era Erminia travestita con l'armatura di Clorinda!
Tancredi, allora, va alla ricerca di Clorinda, ma si perde in una fitta selva, in un luogo sconosciuto. 
Improvvisamente gli appare un uomo a cavallo: gli chiede di aiutarlo a ritrovare la strada per il campo, ma l'uomo è un demonio in forma umana e lo conduce a un castello dove gli viene teso un agguato: Tancredi viene rinchiuso in una profonda segreta.
Il castello è quello di Armida la maga, e lei ha condotto lì anche gli altri cavalieri; anche il principe normanno è alla sua mercé e la sua cattura segna l'inizio di diverse sciagure per i crociati: le potenze infernali scatenano una tempesta che sconvolge il campo; a seminare il terrore giunge la notizia che è stato trovato, senza testa e senza mani, il cadavere di Rinaldo e l'esercito pagano, guidato da Argante e da Clorinda, attacca i crociati con una violenza spaventosa; con loro combatte anche Solimano, il re dei Turchi: spodestato dai cristiani, egli ha fatto della lotta contro di loro la sua ragione di vita.
Quando la battaglia, con l'aiuto delle potenze celesti, volge al termine, i pagani sono risospinti verso le mura ma Solimano non cessa di riaffermare la sua volontà di battersi fino alla fine.







Nota di Lunaria: riporto il Canto VII dove Erminia, fuggendo, arriva da alcuni pastori, presso i quali dimora.

Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo è scorta; (1)
Né più governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor che in sua balìa la porta,
ch'alfin da gli occhi altrui pur si dilegua; (2)
ed è soverchio omai ch'altri la segua.

1) è condotta.
2) Il soggetto è Erminia.


Erminia fu citata anche dal poeta secentesco Gabriello Chiambrera nel suo poemetto "L'Erminia" (basato sui personaggi del Torquato Tasso)

"Ed ecco Erminia, che in negletti veli, sangue real, quasi lugubre ancella, li move incontra, e colle ciglia oscure di lagrimosa nube, a lui s'inchina [a Tancredi] e dolente il saluta...

Qui è descritto il suicidio di Erminia:

"Va per aspre pendici e va per monti, nociv'erbe cogliendo, ond'ella preme licor temuto di mortal veleno (1)
... e le purpuree labbra del tosco asperse (2) e quell'orrido succo mandò nel petto a saziarne il core."

(1) raccoglie erbe velenose e le spreme per ricavarne un veleno
(2) e beve il veleno


CLORINDA MORENTE

Quando la battaglia si interrompe in seguito al sopraggiungere delle tenebre, i pagani si riuniscono per tenere consiglio.



Il pericolo maggiore, a loro parere, è costituito dalla grande torre mobile di cui dispongono i crociati: una poderosa macchina da guerra, che fa pendere l'equilibrio delle forze dalla loro parte.
Bisogna tentare una sortita per incendiarla ed è un'impresa rischiosa.
Clorinda, scontenta di essere stata tutto il giorno a combattere dall'alto delle mura, senza uscire in campo aperto, decide di rischiare la sortita notturna.
Argante vuole accompagnarla e ottengono l'autorizzazione da Aladino.
Mentre Clorinda si prepara vestendo armi scure per non essere riconosciuta, le si avvicina il vecchio cortigiano Arsète, che intuisce che Clorinda ha poche probabiltà di tornare e questo lo induce a confidare alla donna un segreto a lungo celato: anche se è sempre vissuta tra i pagani, è cristiana di nascita.


Clorinda resta molto turbata ma vuole comunque combattere per difendere la religione in cui è cresciuta e parte con Argante.

La sortita riesce: la torre è incendiata e distrutta, ma viene dato l'allarme e una schiera di cristiani guidata da Tancredi accorre.
Argante riesce a riparare dietro le mura ma Clorinda viene sorpresa da Tancredi che, non riconoscendola, credendola un guerriero, la sfida a duello.
 


Clorinda accetta e la lotta è subito violentissima:

Non schivar, non parar, non ritirarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non dànno i colpi or finti, or pieni or scarsi;
toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; il piè d'orma non parte:
sempre è il piè fermo, e la man
sempre in moto;
né scende taglio in van, né punta a vòto.
L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l'onta rinnova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s'aggiunge a cagion nova.
D'or in or più si mesce, e più ristretta
si fa la pugna: e spada oprar non giova;
dansi co' pomi, e, infelloniti e crudi,
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.
Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia; ed altrettante
da que' nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fièr nemico, e non d'amante.
Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge
con molte piaghe: e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

"Amico, hai vinto: io ti perdon...
perdona tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma sì: deh! per lei prega, e dona
battesimo a me ch'ogni mia colpa lave."
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende, ed ogni sdegno
ammorza e gli occhi a lagrimar gli invoglia
e sforza.
D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a' gigli sarian miste viole:
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e 'l sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, in vece di parole,
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

Parafrasi in italiano corrente:

Nessuno dei due tenta di schivare i colpi dell'altro o di pararli,
o di farsi indietro; nel loro duello non c'è posto per l'abilità.
Non fanno finte, né danno colpi di forza diversa: la poca luce
e il furore che li invade impediscono loro
di tener conto delle regole schermistiche.
Si odono le spade urtarsi a metà delle lame,
con suono orribile; i piedi non si muovono
da dove sono: restano
sempre nello stesso posto, e solo le mani
son sempre in movimento;
i colpi, sia di taglio che di punta, non vanno mai a vuoto.
La rabbia di ogni colpo ricevuto li spinge a cercare vendetta,
e, compiendo questa vendetta, rinfocolano la rabbia;
e così, ad ogni ferita essi sentono un nuovo stimolo,
una nuova ragione di battersi sempre più furiosamente.
La lotta si fa sempre più confusa e ravvicinata;
non basta più usare la spada; si colpiscono anche con le impugnature,
e poi, ormai inferociti e dimentichi delle leggi cavalleresche,
si urtano vicendevolmente con gli elmi e con gli scudi.

"Amico, hai vinto, io ti perdono... perdona anche tu,
non al mio corpo che non ha paura di nulla,
ma alla mia anima: prega per essa, e dammi il battesimo che laverà ogni mio peccato."
In questa frase appena sospirata c'è qualcosa
di così dolce, di così soave, che scende
nel cuore di lui, e fa sbollire tutta la sua ira,
e costringe i suoi occhi a versare lacrime di commozione.
Essa ha il viso soffuso di un pallore che la fa più bella, 
come se un mazzo di violette fosse misto a dei gigli.
Ha gli occhi fissi al cielo: e il cielo stesso
e il sole sembrano volgersi su di lei per la pietà che ispira;
alzando la mano nuda e fredda verso il cavaliere,
con quel gesto, senza bisogno di parole,
essa gli dà il suo pegno di pace. In questo modo
la bella donna muore; e sembra che si sia soltanto addormentata.

Questo non è che un estratto del brano del duello e della morte di Clorinda: i 160 versi di questo episodio sono tra i più belli del poema, per l'ispirazione che sostiene sempre il poeta e per la commozione che ci sa comunicare.
Tancredi e Clorinda sono i suoi eroi prediletti e nel cantare il tragico epilogo della loro storia il Tasso raggiunge un altissimo livello di poesia.
Il duello è descritto con toni di estrema violenza, e non solo per una ragione narrativa (si tratta di due fortissimi combattenti: l'uno inferocito per la grave perdita inflitta ai suoi con la distruzione della torre, l'altra spinta dalla disperazione di chi da di non avere scampo); c'è anche e soprattutto una ragione psicologica e poetica.
Tancredi ignora ciò che noi sappiamo e l'accanimento con cui colpisce la donna che ama ci muove ad una grande pietà per questo personaggio tragico ed infelice.
La ferocia dello scontro serve ad accentuare, per contrasto, l'atmosfera di dolorosa serenità in cui avviene il trapasso di Clorinda, che segna il punto culminante dell'episodio e l'eroina vi appare come trasfigurata: guerriera e pagana in vita, nell'istante della morte ella ritrova tutta la dolcezza della sua femminilità e tutta la pace dell'anima, che si è riappaccificata col Cielo (Nota di Lunaria: ovviamente questo è il pensiero cristiano...)







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