C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso, nella mente delle donne americane. è una strana inquietudine, un senso di insoddisfazione che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla metà del ventesimo secolo (...) esperti sostenevano che il compito di queste donne era cercare la realizzazione della loro personalità come mogli e madri.
Queste donne impararono a compatire quelle donne nevrotiche, poco femminili e infelici che volevano fare le poetesse, le scienziate o essere presidentesse di qualche associazione. Appresero che le donne veramente femminili non desiderano perseguire una professione, ricevere un'istruzione superiore, esercitare i loro diritti politici: che cioè non desiderano quell'indipendenza e quelle prospettive per cui le femministe d'altri tempi avevano combattuto.
(...) Non si chiedeva loro che dedicare la vita, sin dall'infanzia, a trovare un marito e a partorire figli.
Nota di Lunaria: fa riflettere che a pagina 15 l'Autrice, parlando di America degli anni '50, abbia scritto che "negli ospedali ci furono casi di donne che stavano morendo di cancro, le quali rifiutarono un farmaco che aveva qualche probabilità di salvar loro la vita, e questo perché era stato loro detto che i suoi effetti secondari avrebbero potuto danneggiare la femminilità"
A me non viene difficile crederlo. Quando una donna è incapace di avere un proprio Io a prescindere da quello che gli altri\l'altro\la società dirà di lei e su di lei, ci si lascia condizionare fino alla morte nel lasciarsi plasmare così come gli altri ci vogliono e ci dicono di essere. La grande Mary Daly lo aveva capito alla perfezione, che il punto di tutta la questione è questo. https://intervistemetal.blogspot.com/2020/04/i-capolavori-di-mary-daly.html
Ancor prima che la violenza fisica (che spesso è una fatalità che non si può prevedere e non si può evitare, neanche con tutto il proprio impegno, e che, ad ogni modo, non può venir debellata) a rendere soggetta e manipolabile la donna è la mancanza di un EGO. Per questo Mary Daly diceva che l'unico peccato delle donne, l'unica cosa di cui dobbiamo vergognarci, è la mancanza di Ego.
"Le donne sono state condizionate a considerare riprovevole ogni atto che affermi il valore dell'ego femminile. L'ambizione femminile può "passare" solo quando viene diluita nell'ambizione vicaria tramite il maschio o per conto dei valori patriarcali. Per controbattere questa autosvalutazione di massa le donne dovranno costruire l'orgoglio femminile, alzando i nostri standard relativi a quanto è bello essere donna. Il nostro fallimento è consistito nel non aver affermato attivamente l'ego femminile. Se dobbiamo vergognarci di qualcosa, è di questo."
Carla Lonzi parlerebbe anche di colonizzazione delle idee dell'altro nel cervello della donna.
La casalinga del quartiere residenziale piacevole: era questa l'immagine ideale delle giovani americane (...) era sana, bella, istruita, preoccupata solo del benessere del marito e dei figli, interessata solo alla casa (...) questa mistica della realizzazione della personalità femminile divenne uno dei temi centrali della civiltà americana. (...) Se una donna si sentiva in tensione, ormai sapeva che doveva ricercarne le cause nel matrimonio o in se stessa. Le altre donne erano soddisfatte della loro vita, pensava; si vergognava talmente di ammettere la sua insoddisfazione che non ne parlava mai con le amiche, per cui non veniva mai a sapere che tante altre donne condividevano il suo stato d'animo. (...) Taluni dicevano che era il vecchio problema: l'istruzione. Le donne erano sempre più istruite e, naturalmente, ciò le rendeva infelici nel ruolo di casalinga"
[La donna] non ha una personalità se non come moglie e madre. Non sa che cosa è all'infuori di questi suoi ruoli. Passa tutto il giorno ad aspettare che il marito torni a casa per consentirle di sentirsi viva (...)
è terribile per le donne giacere lì, una notte dopo l'altra, ad aspettare che il marito consenta loro di sentirsi vive. (...) Molte donne di casa prendevano tranquillanti come fossero state pasticche per la tosse.
"Ti svegli la mattina e ti sembra che non valga la pena di trascinarti lungo un altro dei soliti giorni. Però prendi un tranquillante perché così non importa troppo se non vale la pena."
è facile individuare i precisi dettagli che costituiscono la trappola in cui è presa la donna di casa normale, i continui impegni che l'assillano. Ma le catene che davvero la imprigionano sono catene create dalla sua mente e dal suo spirito. Sono catene fatte di idee sbagliate e di fatti male interpretati, di verità incomplete e di scelte illusorie. Non si vedono facilmente e non si riesce facilmente a farle cadere. (...) Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice "Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa."
Il penoso silenzio venato di senso di colpa, e l'enorme sollievo che si prova quando un sentimento viene finalmente esternato, sono indizi psicologici ben noti. Quale bisogno, quale parte di se stesse tendono oggi a reprimere tante donne? In quest'epoca post-freudiana la prima cosa a cui si pensa è il sesso. Ma questo nuovo turbamento delle donne non sembra legato al sesso: e infatti le donne ne parlano con molta più riluttanza. E allora c'è forse un altro bisogno, una parte di sé che le donne hanno seppellito tanto profondamente quanto le donne vittoriane avevano seppellito la sessualità? (...) L'immagine della donna che emerge [dalle riviste americane anni Sessanta] è giovane e frivola, infantile, morbida e fragile, passiva; soddisfatta di un mondo composto di camera e cucina, sesso, bambini e casa. La sola impresa, la sola meta che è consentita alla donna è la caccia al maschio. Nel mondo delle riviste, le donne attendono alle faccende domestiche e tengono bello il proprio corpo per conquistare e conservare l'uomo.
[un certo editore di riviste] parlò delle esigenze della grande rivista femminile che dirigeva: "Le nostre lettrici sono donne di casa e non fanno altro. Non si interessano delle grandi questioni pubbliche del giorno. Non si interessano delle faccende nazionali o internazionali.
Si interessano solo della famiglia e della casa." (...) Mentre ascoltavo, mi ritornò alla mente una frase tedesca "Kinder, Kuche, Kirche" [bambini, cucina, chiesa] cioè lo slogan con cui i nazisti decretarono che le donne dovevano di nuovo esser confinate nel loro ruolo biologico (...)
Nel 1949 (...) tutte le riviste si ispiravano a "Modern Woman: the lost sex" di Farnham e Lundberg che già nel 1942 aveva ammonito che le professioni e l'istruzione superiore stavano portando ad una "mascolinizzazione delle donne, che avrebbe avuto conseguenze terribilmente pericolose sulla famiglia, sui figli e sulla capacità della donna, nonché del marito, di raggiungere la soddisfazione sessuale."
La mistica femminile afferma che il valore più alto e l'unico impegno possibile per la donna è la realizzazione della sua femminilità. (...)
Alla radice delle difficoltà delle donne sta il fatto che in passato esse hanno invidiato gli uomini, e hanno cercato di essere come loro, invece di accettare la propria natura, che può realizzarsi solo nella passività sessuale, nel dominio del maschio e nell'amore materno. (...) La nuova mistica fa della madre-casalinga, che non ha mai avuto la possibilità di essere qualcos'altro, il modello per tutte le donne; essa presuppone che per quanto riguarda le donne, la storia abbia raggiunto hic et nunc una conclusione definitiva e gloriosa. In sostanza trasforma certi aspetti concreti, finiti, quotidiani dell'esistenza femminile - quale è stata vissuta finora da donne la cui vita si limitava per necessità al cucinare, al pulire, al lavare, al partorire, all'allevare figli - in una religione, in un modello secondo cui ora tutte le donne dovrebbero vivere, se non vogliono negare la propria femminilità. (...) Le donne devono continuare a partorire figli, perché la mistica della femminilità afferma che per la donna è questo il solo modo di essere una protagonista.
Anche in passato l'immagine della donna era spaccata in due: la donna buona e pura sul piedistallo, e la prostituta dei desideri della carne (*)
La nuova spaccatura apre una prospettiva diversa: di qui la donna femminile, la cui bontà include i desideri della carne, di lì la donna che lavora autonomamente, la cui negatività comprende ogni aspirazione ad una personalità autosufficiente. (...) l'indipendenza, l'insoddisfazione spirituale, il sentimento di una personalità propria debbono essere esorcizzati per conquistare o conservare l'amore del marito o del figlio.
La fase finale, in senso quasi letterale, è la scomparsa totale della protagonista come personalità distinta e come soggetto di una propria vicenda. Lo sbocco finale si chiama "togetherness", uno stato in cui la donna non ha alcuna personalità indipendente: esiste solo per il marito e i figli, e tramite il marito e i figli.
[è da notare] che si rimproverava alle donne di costringere i mariti a sbrigare faccende domestiche invece di lasciare che si dedicassero alla nazione e ai problemi del mondo. Perché, si chiedeva, uomini che avevano capacità di statisti, antropologi, fisici, poeti, dovevano lavare i piatti e cambiare i pannolini ai neonati le sere dei giorni feriali e durante i weekends quando avrebbero potuto adoperare quelle ore per svolgere impegni più importanti per la società? (...)
Pareva che nessuno si ricordasse che una volta s'era creduto che le donne avessero la capacità e l'intelligenza per diventare statisti, poeti e fisici. (...) Scrivendo di un'attrice per una rivista femminile, si doveva presentarla nel suo aspetto di madre o donna di casa. Non veniva mai mostrata mentre lavorava o raggiungeva il successo se non quando alla fine lo pagava perdendo il marito o il figlio oppure ammetteva in qualche altro modo di essere fallita come donna.
[scontato dire] che questa immagine di donna madre-casalinga era stata creata in gran parte da scrittori e redattori.
Una di queste donne dichiarava: "Per la madre l'allattamento al seno diventa un complemento dell'atto di creazione. Acuisce il suo senso di soddisfazione e le consente di entrare in un rapporto più vicino alla perfezione di qualsiasi altro che una donna possa sperare di raggiungere (...) la maternità è un modo di vita. Essa dà alla donna la possibilità di esprimere la sua intera personalità, grazie ai teneri sentimenti, agli atteggiamenti di protezione, all'amore senza riserve della donna materna." (...) Ed ecco poi, in brillante e sorridente contrasto [alle donne "mascolinizzate" che si sono dedicati ad altro che non fosse la maternità], le nuove mogli massaie con la loro "eccezionale femminilità, ricettività e passività implicite nel loro sesso", preoccupate dalla propria bellezza e della propria capacità di partorire e allevare figli, sono "donne femminili con atteggiamenti veramente femminili, ammirate dagli uomini per la loro capacità miracolosa, divina, strepitosa di portare le gonne, con tutte le implicazioni di questo fatto." (...) Graziosamente [questo tipo di donna] lascia i posti più importanti agli uomini. Questa meravigliosa creatura si sposa, inoltre, in giovane età, partorisce più figli e appare molto più femminile della ragazza "emancipata" degli anni Venti o Trenta (...) se oggi [la donna] compie una scelta tradizionale e si dedica amorosamente a un giardino e ad una messe abbondante di figli, merita più lode che in passato."
[...] Quando una mistica è forte, trasforma i fatti nei miti che le convengono. S'alimenta degli stessi fatti che potrebbero contraddirla, e si diffonde in ogni angolo della società, ingannando anche i critici di quest'ultima. Adlai Stevenson, in un discorso pronunciato allo Smith College nel 1955, in occasione del conferimento delle lauree, annoverò "tra le crisi del nostro tempo" il desiderio delle donne istruite di avere un proprio peso politico. [un altro commentatore osservava che] "penso che possiate far molto per risolvere la nostra crisi restando nell'umile ruolo di casalinghe. Non credo di potervi augurare una vocazione migliore."
Nella mistica della femminilità la donna non ha altro modo di sognare intorno alla creazione o intorno al futuro. Non può nemmeno sognare di se stessa, se non come madre dei suoi figli e moglie di suo marito.
Una giovane donna dichiara: "Se lui non vuole che io porti un certo colore o un certo tipo di vestito, allora non lo voglio nemmeno io.
Il fatto è che tutto ciò che ha voluto lui è anche quello che voglio anch'io... non credo nei matrimoni su un piede di parità"
Nella logica della mistica della femminilità per una donna come questa, che non ha propri desideri, che si definisce solo moglie e madre, non esiste alcun problema. Il problema, se esiste, può essere solo dei figli o del marito.
[Paradossalmente un marito commenta]: "due persone non possono diventare una nel senso che intende Mary. è già a prima vista totalmente ridicolo. E inoltre non mi va. Non voglio essere così legato ad un'altra persona da non poter avere un pensiero mio o da non poter fare una cosa che sia mia." [appunto, come facevo notare prima. Alla lunga venir accudito da una badante che ogni 5 secondi ti sta col fiato sul collo è umiliante, asfissiante e noioso anche per un uomo perché una persona rispettosa, indipendente ed equilibrata non desidera affatto avere al suo fianco un automa mentecatto]
Oggi [1963] le riviste a larga diffusione si trovano tutte in difficoltà (...) per assicurarsi il maggior numero possibile di potenziali clienti. è forse questa frenetica corsa a costringere i creatori dell'immagine a vedere le donne solo come compratrici? Li costringe forse a tentare di svuotare i cervelli femminili da ogni altro pensiero?
L'amore, i bambini e la casa sono gran belle cose, ma non esauriscono il mondo: perché le donne dovrebbero esser disposte ad accettare questa immagine di una vita dimezzata al posto di una partecipazione integrale al destino umano? (...) Il vero mistero sta qui: per quale ragione tante donne americane dotate di capacità e istruzione adatte a scoprire e creare si sono ritirate nella casa, a cercare nel lavoro casalingo e nell'allevamento dei figli dei significati che non possono avere?
Negli anni in cui stavamo diventando adulte, non riuscivamo a immaginare noi stesse al di là dei 21 anni. La mia generazione non aveva un'immagine del proprio futuro: del proprio futuro di donne.
(...) Non sono mai riuscita a spiegarmi la ragione per cui feci quella rinuncia [la borsa di studio]; vivevo nel presente lavorando nel giornalismo, ma senza alcun piano particolare. Mi sono sposata, ho avuto dei figli, ho vissuto come una donna di casa dei suburbi secondo la mistica della femminilità. Solo dopo molto tempo ho affrontato quel problema, che ancora mi tormentava, e ho trovato una soluzione.
Ecco cosa mi disse una signora sposata a un medico e madre di tre figli, 15 anni dopo aver lasciato l'università:
"La tragedia è che nessuno ci ha mai detto chiaro e tondo di decidere che cosa volevamo fare della nostra vita, a parte l'esser mogli e madri. Ho affrontato il problema soltanto a 36 anni, quando mio marito ormai era troppo preso dalla sua professione per potersi occupare di me la sera. I tre ragazzi stavano a scuola tutto il giorno (...) Da bambina avevo sempre saputo che sarei cresciuta e andata al college e che poi mi sarei sposata, e che una ragazza non ha bisogno di pensare ad altro. In seguito il marito determina e riempie la nostra vita. Solo quando cominciai a sentirmi terribilmente sola mi resi conto che dovevo crearmi una mia vita. Dovevo ancora decidere che cosa volevo essere."
La mistica della femminilità consente e persino incoraggia le donne a ignorare la questione della loro identità. Essa sostiene che alla domanda "chi sono io?" possono rispondere "la moglie di Tom"\"la madre di Mary". Ma credo che la mistica non avrebbe un tale potere sulle donne americane se esse non avessero paura di affrontare questo vuoto che si para loro davanti dopo i ventun anni (...) Nella mia generazione eravamo in molte a renderci conto che non volevamo essere come le nostre madri. Non potevamo fare a meno di constatare la loro delusione (...) Molte madri non volevano nemmeno loro che le figlie crescessero prendendo a modello la loro vita.
Una ragazza fa notare: "Ormai esco con tanti ragazzi e mi costa uno sforzo perché non mi sento me stessa con loro. (...) Non mi piace pensare di diventare adulta (...) Non riesco ad immaginarmi sposata e madre, perché mi sembra che non mi permetterebbe di avere una personalità mia"
e parlando di sua madre, osserva: "Sembra che non esista. Mia madre non serve che a pulire la casa. (...) Mi viene la paura di assomigliare a mia madre (...) forse finirò per diventare come lei. E questo mi terrorizza."
Quasi tutte le nostre madri erano donne di casa, anche se molte avevano cominciato a svolgere una professione, o avevano desiderato svolgerla o si erano rammaricate di avervi dovuto rinunciare. Qualunque cosa ci dicessero, noi sapevamo che le loro vite erano vuote. Non volevamo essere come loro, ma quale altro modello ci si offriva? (...) Non si vedevano casi di donne che adoperassero il cervello, avessero un loro posto nel mondo e al tempo stesso amassero e avessero figli.
Se questo terrore fosse il terrore della libertà di decidere della propria vita senza che ci sia nessuno che prescriva la direzione da prendere?
E se quelle che scelgono la via dell'adattamento femminile si stessero puramente e semplicemente rifiutando di crescere, di affrontare la questione della propria identità?
Una donna, madre di sei figli, osserva: "Vorrei aver impostato la mia vita in modo più profondo e creativo, e non essermi fidanzata e sposata a diciannove anni. Dal momento che mi immaginavo che il matrimonio fosse una cosa ideale e che il marito sarebbe stato una creatura devota al cento per cento, è stato uno choc scoprire che le cose non stanno così"
[le donne] non avevano che da attendere di essere scelte, e poi attendere ancora, finché il marito, i figli e la nuova casa avessero determinato il contenuto della loro vita. Sono queste le donne che sentono di più il problema di cui parliamo.
(...) Per le vecchie convinzioni e per la nuova mistica della femminilità le donne non sono tenute a diventare adulte, a scegliere un'identità umana. L'anatomia è il destino della donna, dichiarano i teorici della femminilità: l'identità della donna è determinata dal suo carattere biologico.
Negli ultimi anni si è irriso al femminismo come ad una barzelletta. Lottando perché la donna potesse partecipare alle attività principali e alle decisioni fondamentali della società su un piede di parità con gli uomini,
si pensava che le donne negassero la loro natura di donne, che poteva realizzarsi solo con la passività sessuale, l'accettazione del dominio del maschio e le cure materne.
Il loro [delle prime femministe] è stato un atto di ribellione, una violenta negazione dell'identità della donna come a quel tempo veniva prospettata. Fu l'esigenza di una nuova identità a spingere queste donne a cercare nuove vie per la donna.
Il problema dell'identità era veramente nuovo, allora, per la donna, e le femministe erano delle pioniere che si trovavano all'estremo limite dell'evoluzione femminile. Dovevano dimostrare che le donne erano umane, spezzare quella figuretta che rappresentava la donna ideale, prima ancora di poter cominciare a lottare per i diritti di cui le donne avevano bisogno per poter diventare umanamente eguali agli uomini.
A quell'epoca la donna era considerata dall'uomo così totalmente un oggetto, così inesistente come soggetto, che non ci si attendeva nemmeno che godesse o partecipasse all'atto sessuale.
è così difficile comprendere che l'emancipazione, il diritto alla piena umanità ebbe per generazioni di donne ancora viventi o da poco scomparse [nota: il libro è del 1963] un'importanza tale da meritare la decisione di fare a pugni, andare in prigione, persino morire?
Ibsen vide benissimo che questo era il senso del femminismo. Quando in "Casa di Bambola" disse, nel 1879, che la donna non era altro che un essere umano, toccò un tasto nuovo per la letteratura; e migliaia di donne del ceto medio europeo ed americano si riconobbero in Nora:
"Sei sempre stato tanto gentile con me. Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Sono stata la tua moglie-bambola, come prima ero stata la figlia-bambola di papà. E qui i bambini sono stati le mie bambole [...] ed è per questo che ora ti lascerò. Debbo reggermi proprio da sola per potermi capire a fondo."
Il marito ricorda a Nora "che i più sacri doveri della donna" sono quelli verso il marito e i figli. E Nora risponde:
"Credo che prima d'ogni altra cosa sono un essere umano ragionevole, proprio come te".
Una delle ragioni per cui la mistica della femminilità predomina è che pochissime donne sotto i quarant'anni conoscono i fatti del movimento per i diritti delle donne.
Le prime donne che parlarono in pubblico, in America, a favore dei diritti della donna (Fanny Wright, figlia di un nobile scozzese, Ernestine Rose, figlia di un rabbino) vennero chiamate "la rossa sgualdrina dell'infedeltà" e "la donna mille volte inferiore ad una prostituta".
Ad ogni passo le femministe si trovarono di fronte all'accusa che stavano violando la natura data da Dio alle donne. Per frenare l'emancipazione delle donne, si ricorda che "un potere più alto di quello che emana i nostri atti legislativi ha stabilito che l'uomo e la donna non saranno eguali"
Il mito che queste donne fossero dei mostri innaturali si basava sull'idea che la distruzione della subordinazione della donna avrebbe distrutto la famiglia e reso schiavi gli uomini.
[...] Nel voltare le spalle alle vecchie immagini della donna, nel lottare per liberare se stesse e tutte le donne, alcune di loro diventarono donne nuove, diventarono degli esseri umani completi.
Lucy Stone si ribellava al fatto di essere femmina, se questo voleva dire essere umile quando lo diceva la bibbia.
Risparmiò per nove anni consecutivi un dollaro a settimana fino a che potè andare al college. Voleva prepararsi a perorare "non solo la causa degli schiavi, ma quella di tutta l'umanità sofferente. E soprattutto volevo adoperarmi per l'elevazione del mio sesso".
Lucy Stone tenne conferenze per l'abolizione della schiavitù e per i diritti delle donne. Affrontava uomini che la minacciavano con bastoni, le tiravano in testa messali e uova e una volta in pieno inverno infransero il vetro di una finestra e le diressero addosso un getto d'acqua ghiacciata.
Quando si sposò, conservò il suo cognome per timore che diventare moglie significasse morire come persona.
Nel 1855 in uno dei suoi discorsi più commoventi disse: "Sin dai primi anni di cui conservo memoria, sono stata una donna delusa. Quando con i miei fratelli tendevo la mano verso le fonti della conoscenza, mi si rimproverava dicendo "Non è adatto a te; non è cosa da donna". Nell'istruzione, nel matrimonio, nella religione, in tutto quanto la delusione è il destino della donna. Sarà compito della mia vita approfondire nel cuore di ogni donna la delusione finché non sia più disposta ad inchinarsi ad essa."
è un fatto innegabile che organizzando e raccogliendo firme e parlando a favore della liberazione degli schiavi, le donne americane impararono a liberare se stesse. Le donne che parteciparono all'underground railroad, o che si adoperarono in altro modo per liberare gli schiavi, non rimasero più le stesse di prima.
Ernestine Rose, figlia di un rabbino, si ribellò contro la dottrina della sua religione che decretava l'inferiorità della donna;
ricevette l'educazione al libero pensiero dal filosofo utopista Robert Owen. Sfidò anche il costume religioso ortodosso per sposare l'uomo che amava. Insistette sempre, anche nei momenti più amari della lotta per i diritti della donna, che il nemico non era l'uomo: "Non lottiamo contro l'uomo, ma soltanto contro principi sbagliati"
Queste donne straordinarie (Lucy Stone, Elizabeth Stanton, Ernestine Rose, Sojourner Truth...) non solamente conquistarono dei diritti formali: si liberarono anche dell'ombra del disprezzo e dell'autodisprezzo che aveva gravato sulla donna per secoli.
Tuttavia, molto spesso erano osteggiate anche dalle stesse donne.
Così Ida Alexis Ross Wyley ricorda gli anni della lotta:
"Le donne che se ne stettero in disparte - e mi dispiace dire che erano la maggioranza - si fecero donnette ancor più del solito, e odiarono quelle che lottavano con la velenosa rabbia dell'invidia"
è proprio lo stesso vecchio ideale che ha tenuto in trappola per secoli le donne e ha spinto le femministe alla ribellione.
Per approfondimenti: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/le-prime-attiviste-nel-settecento-le.html
Vedi anche:
Per approfondimenti sulla misoginia rivolta alla sessualità e al piacere femminile, leggete questo libro
https://intervistemetal.blogspot.com/2018/12/blog-post.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/10/infibulazione-e-clitoridectomia.html
Riporto qualche stralcio:
"L'onore di un uomo in una società organizzata in clan - e queste società gravitavano perlopiù attorno agli uomini - risiede nella sua autorità. Gli uomini devono essere guerrieri, e per loro la vergogna consiste nell'essere considerati deboli. Le donne sono quelle che mettono al mondo e crescono gli uomini, e l'onore risiede nella loro purezza, nella loro sottomissione e nella loro obbedienza, mentre la loro vergogna è essere sessualmente impure, e questo è il peccato peggiore, perché la disobbedienza sessuale di una donna macchia lei, le sorelle e la madre nonché i parenti maschi che hanno il dovere di controllarla.
Controllare la sessualità delle donne e limitare la possibilità degli uomini di avvicinarle sessualmente è il punto principale del codice d'onore."
"Un forte elemento di potere come la verginità di una musulmana ha anche un grande valore come merce, il che significa che la verginità è soprattutto un affare da uomini: le figlie sono esche per stringere alleanze (Nota di Lunaria: anche la verginità di imene di maria è un affare dei maschi: i dogmi mariani e la riflessione mariologica di questo imene intatto prima della fecondazione, durante il parto e dopo sono stati tutti postulati da maschi, spesso misogini). La notte delle nozze deve esserci il sangue dell'imene rotto, altrimenti la sposa sarà condannata come sgualdrina. "
"Perfino oggi la verginità è il perno dell'educazione di una donna musulmana. Crescendo mi venne insegnato che è più importante restare vergine che restare viva: meglio morire che essere violentata (Nota di Lunaria: stesso identico pensiero per le sante come Maria Goretti).
Il sesso prima del matrimonio è un crimine impensabile; ogni ragazza musulmana sa che il suo valore si basa quasi esclusivamente sull'imene, la parte del corpo più importante anche del cervello o degli arti. Una volta che l'imene è rotto, una ragazza è un oggetto usato, sciupato, sudicio."
"Il velo musulmano, i diversi tipi di maschere, bavagli e burqa, sono tutte gradazioni di schiavitù mentale. Se si deve chiedere il permesso di uscire di casa e se, quando lo si fa, ci si deve sempre nascondere dietro spesse cortine, vergognandosi del proprio corpo, soffocando i propri desideri, quant'è piccolo lo spazio della vita che si può definire proprio?
Il velo marchia deliberatamente le donne come proprietà privata e riservata, come non persone. Il velo separa gli uomini dalle donne e dal mondo; le limita, le confina, le educa alla docilità.
Una mente può essere confinata, proprio come un corpo, e un velo musulmano impedisce sia la visuale, sia la libera scelta; è il marchio di una specie di apartheid: non il dominio di una razza, ma di un sesso."
"Una religione, l'islam, basata su un libro, il corano, che nega alle donne i fondamentali diritti umani, è arretrata e sostenerlo non è un insulto [o islamofobia, accusa che ora va di moda rivolgere] ma un'opinione."
Altro libro consigliato: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/02/marilyn-french.html
Per un'analisi alla misoginia psicanalitica, sociologica, religiosa ed economica: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/03/la-misoginia-di-freud-di-talcott.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2020/03/dogma-violenza-intolleranza.html
Per concludere, una curiosità: chi si ricorda del pop anni Novanta (che era infinitamente migliore di quello di adesso https://intervistemetal.blogspot.com/2016/06/tenere-il-pop-dei-90s-nel-palmo-della.html
https://ricordideglianninovanta.blogspot.com/2015/03/la-musica-e-il-look.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2018/09/il-cioe-di-una-volta-e-quello-di-adesso.html) si ricorderà anche della reginetta del Pop, Britney Spears...
Ebbene, nel video di "If U seek Amy"
"Per le teoriche del femminismo, ma anche per Engels, essere donna vuol dire automaticamente fare parte del proletariato anche se si appartiene alla classe borghese, perché in ogni caso si ha un padrone che comanda e anche nell'ambito dello yacht e delle vacanze alle isole Vergini non si ha né autonomia, né scelta."
Per un'analisi alla misoginia psicanalitica, sociologica, religiosa ed economica: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/03/la-misoginia-di-freud-di-talcott.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2020/03/dogma-violenza-intolleranza.html
Per concludere, una curiosità: chi si ricorda del pop anni Novanta (che era infinitamente migliore di quello di adesso https://intervistemetal.blogspot.com/2016/06/tenere-il-pop-dei-90s-nel-palmo-della.html
https://ricordideglianninovanta.blogspot.com/2015/03/la-musica-e-il-look.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2018/09/il-cioe-di-una-volta-e-quello-di-adesso.html) si ricorderà anche della reginetta del Pop, Britney Spears...
Ebbene, nel video di "If U seek Amy"
compare proprio un riferimento al libro "La mistica della femminilità": dal minuto 2.11 Britney "si traveste" da perfetta casalinga americana anni '50-'60, uscendo dalla casa in compagnia del marito e di due pargoli, tenendo in mano "la torta di mele" (celebre stereotipo della perfetta mogliettina americana) e presentandosi tutta sorridente ai giornalisti che la fotografano; il video mostra la femminilità come "dualista" (idea patriarcale per eccellenza): la donna fatale e sessuata, vogliosa, seducente, lasciva (in tutta la prima parte del video Britney si aggira ballando e sculettando con malizia da una stanza all'altra, con vari personaggi che le si affollano intorno e il tutto suggerisce l'idea di promiscuità e di "orgia") e la donna casta, pudica, moglie e madre devota; una femminilità (artefatta, perché basata sui dettami patriarcali) in entrambi i casi, una femminilità "aut aut" che deve essere una cosa o l'altra, o bianca o nera, o casta o lussuriosa, o benevola o malevola, o Eva o Maria, o santa o p*ttana, non conoscendo "le sfumature".
APPROFONDIMENTO tratto da
"La donna, "mobile", per gli uomini (che hanno inventato la femminilità) è, di fatto, ancor oggi, per responsabilità degli uomini (che hanno stabilito le norme della sua normalità) "immobile".
Per questo l'inquietudine della donna è esplosa negli anni '70 come fenomeno sociale.
"Poiché dei lati negativi del matrimonio si sa tutto, poiché il matrimonio non è più l'unica salvezza poiché il mondo è solo un lungo lamento di mogli picchiate e abbandonate, mogli tradite e annoiate, mogli insoddisfatte e nevrotiche, mogli che vorrebbero solo non essere sposate (...) Diventare una signora, avere un marito, è una necessità talmente impastata con la mentalità femminile che ancora oggi non sposarsi è un fallimento, una disgrazia, una malattia infettiva. Cosa succeder dopo le nozze non è importante: quello che conta è valicare il burrone tra il non essere e l'essere sposata. (...) Se si è ancora signorine attorno ai trena si comincia a boccheggiare. è allora che viene buono tutto. Il brutto, povero sconosciuto antipatico conformista debole senza posto idiota eccetera, purché si decida a sposarla. (...) E poi nella convivenza, l'irritazione irrefrenabile, il disgusto del letto, il disprezzo furente, la noia acre, la disperazione. Tutte cose che il disgraziato, innocente marito pagherà ogni giorno (...) al punto da chiedersi come mai, eppure mi amava tanto, mi ha sposato così volentieri."
"Eppure nell'amarezza del matrimonio che si è sbagliato sapendo di sbagliare c'è una certezza: che malgrado tutto essere malmaritata è meglio che essere felicemente sola."
"A parte la congenita fame di matrimonio che è di quasi tutte le donne tranne poche elette, è vero che ancora oggi non sposarsi, restare zitelle, costituisce una condizione di inferiorità, un marchio di emarginazione."
"Scusa, signora o signorina? è la frase con cui sempre ci si rivolge ad una donna che non orti evidenti segni matrimoniali (vere molto vistose, pancione, sguardo allucinato)
Nessuno si sogna di chiedere a un uomo: signore o signorino? perché quello che conta in lui, in un approccio superficiale, è altro: chi è, cosa fa e solo in caso di sopravvenuta intimità, verrà in mente di informarsi sui suoi dati anagrafici. (...) Per una donna non conta chi è, né cosa fa, né tanto meno cosa pensa o cosa vuole, ma la possibilità di collocarla tra quelle che ce l'hanno fatta e possono contare su un appoggio virile e quelle che non ce l'hanno ancora fatta, non ce la fanno, e secondo l'età, non ce la faranno mai. (...) Il signora o signorina è una stupidaggine, (...) non è che una delle mille piccole vessazioni cui va incontro la zitella (...) Tutto quello che fa la zitella assume sempre un significato fosco, riprovevole… Se ha un grande amore con un uomo spostato è "l'altra", cioè la cattiva, se ha tanti amici è una donnaccia. La vita sessuale di una zitella, sia che l'abbia o no, interessa molto di più di quella di una donna sposata.
(...) In ogni caso, ogni gesto, ogni atteggiamento della zitella sarà riferito al suo zitellaggio: alza la voce perché è isterica, si arrabbia perché non ha quella roba lì, hai visto come guarda i pantaloni del ragioniere, la darà o non la darà, si vede che le manca il maschio.
I buoni d'animo si commuoveranno davanti alla sua solitudine, anche se la sua vita è un turbine di amici e inviti e impegni (Nota di Lunaria: vale anche per le donne senza figli, pure sposate, che non hanno voluto procreare)
E non importa se nessuno è più solo della donna sposata tra il russare del marito e la fuga dei figli: essa è Sposata, perciò anagraficamente in compagnia. (...)
Lo stato di invidiabile benessere della zitella autosufficiente, che si mantiene col suo lavoro, che riduce il suo lavoro di casalinga a pochi gesti essenziali, che ha tutto il tempo per sé non graffia di un millimetro la certezza che sposarsi è l'unico scopo, l'unica meta, l'unica riuscita di una donna. (...)
è talmente difficile essere signorina senza che la cosa venga continuamente ricordata come un'anomalia, che anche le nuove signorine, cioè quelle che dopo anni di odio matrimoniale hanno conosciuto la gloriosa liberazione del divorzio, continuano non solo a farsi chiamare signora, ma si dimenticano anche di buttar via il cognome dell'ex odiato marito."
"Perciò è impensabile che una donna rinunci alle glorie del matrimonio: se non si sposa, vuol dire soltanto che Lui (sempre maiuscolo, nei manuali femminili) un Lui qualunque, un Lui di scarto, un Lui veramente inesistente, non l'ha voluta. La più fortunata, la meno vessata delle zitelle è quindi quella meno brutta. (...) Qui tutto è chiaro e facile: non è stata voluta perché è molto brutta. Bisogna capirla, bisogna compatirla, certo poteva segarsi il naso e perdere 80 chili, metterci insomma della buona volontà, ma infine è sempre una vittima della natura matrigna."
"Un'altra fortunata è la Fidanzata che non Dimentica, la Fidanzata Vedova, la Fidanzata di un Solo Amore: il luminoso faro della sua vita è morto 10, 20, 50 anni fa, in guerra, per malattia, ucciso dai parenti di lei per questioni di dote. Nessuno era come lui: lei quindi non ha più potuto sposare nessun altro, ha votato tutta la sua vita alla cara memoria. Lei deve sempre vestire di nero, avere una lacrima nello sguardo fiero, portare al collo un medaglione col ritratto dell'Amato a colori grande come una sveglia. Sarà capita e perdonata."
Ormai è come una pestilenza, una invasione degli ultracorpi.
Non c'è uomo che non debba inghiottire la sua dose di sconforto, di sperdimento, di rimpianto, di rabbia, per colpa di una pazza, ingrata, isterica, svergognata, deficiente, lesbica, str*nza, ninfomane, che non tenta in qualche modo di imbrattargli il suo paesaggio umano, di inquinargli l'ordine naturale delle cose, di sgretolargli i suoi semplici, giusti concetti sulla donna, di invelenirgli l'unica certezza che ha: che essere uomo è meglio che essere donna e che questo fatto lo mette di colpo dalla parte dei padroni, anche quando non c'è uomo di cui non subisca, tremando, l'autorità.
Ma dove stanno andando a finire le donne vere, le donne come la mamma e come la nonna oppure le donne funeste e voluttuose, insomma le donne? Le donne grate o docili, ripudiate o pentite, felici o disperate, a seconda del destino deciso dagli uomini?
Dopo queste domande dovrebbe subentrare il ragionevole dubbio: ma sono mai veramente esistite queste donne esemplari, le buone e le cattive, le sante e le peccatrici, tutte in via di dolorosa estinzione?
"Quella che oggi si definisce natura della donna è una cosa eminentemente artificiale, il risultato di una repressione coattiva in certe direzioni, di una stimolazione innaturale in altre. Si può affermare senza esitazioni che nessuna altra classe di creature asservite ha visto il proprio carattere così completamente deformato rispetto alle sue proporzioni naturali, dal rapporto con i padroni" (John Stuart Mill, 1869)
"Quanto più la liberazione delle donne trova e troverà nuovi simboli di Dio, tanto più ci costringerà a riesaminare anche la cristologia.
Per secoli essa non è stata altro che un'estensione di Dio, l'onnipotente maschio. è stato un assunto implicito o spesso esplicito dei teologi che Dio non si sarebbe degnato di incarnarsi in un corpo di donna... La percezione liberante deve dunque porre una seria questione all'idea di un'unica incarnazione divina in un essere umano di sesso maschile" (Basil Moore, 1973)
L'ignoranza può essere utile, e non solo perché un cervello di donna scrupolosamente spolverato di ogni pensiero e ogni informazione era ed è ancora [il libro è del 1973] considerato spesso la dote più ambita di una sposa perfetta. Non sapere quasi nulla di quello che è stato detto in centinaia di anni sulla natura biologica, intellettuale, spirituale, sociale eccetera della donna permette di non crearsi dei dubbi. Del resto proibizioni e concessioni alle donne, decisioni, leggi, scoperte, studi, definizioni delle donne e perciò contro le donne le hanno fatte sempre gli uomini: gente completamente di parte, insomma, ben interessata a non crearsi complicazioni, soddisfatta di giudicare secondo un concetto tutto suo quello che doveva essere una donna senza mai chiederle il parere e al massimo senza mai tenerne conto.
Per capire il disorientamento di molti uomini di oggi bisogna non dimenticare che l'inferiorità della donna, la sua posizione inesistente nella vita sociale ed economica, la sua funzione esclusivamente sessuale (buona come madre, cattiva come
prostituta) e servile sono stati da sempre un'invenzione, una
politica così ben congegnata da sembrare naturali ed indiscutibili:
"La superiorità dell'uomo sulla donna è fondata su leggi troppo solide, né vi è virtù femminile che possa farlo crollare. Iddio così volle e le leggi di natura sanzionarono quel divino decreto." (Battistelli Mercuri, "Sulla educazione della donna" 1877)
Tutti i giochi sono già stati fatti: la religione, la cultura, la storia, il pensiero, le gerarchie, le leggi, il potere insomma sono in mano agli altri. L'unica porta rimasta aperta, l'unica possibilità di sopravvivenza è quella di accettare la sconfitta (...) adattarsi alle pretese del padrone che come è ovvio vuole che la sua vita sia facilitata e non complicata dalle femmine. è lui che detta le regole. La femminilità deve essere tutto ciò che dà meno fastidio, che serve di più, che lo fa sentire più importante e più grande, che rafforza il suo potere. Diventano così femminili la sottomissione, la fragilità, l'arrendevolezza. La femminilità diventa adattarsi a uno dei bisogni degli uomini: monaca, madre di numerosa prole, casalinga e prostituta, sono tutti ruoli di servizio al maschio.
Gestita in questo modo, ingabbiata in questi ruoli, sempre amputata di qualcosa, della sua sessualità vera, del suo desiderio di sfuggire al dominio maschile, la donna è molto più governabile.
è a questa donna inventata nei secoli che gli uomini non riescono a rinunciare e se una creatura di sesso femminile non rientra nel facile schema tramandato per loro comodità, essa viene giudicata non femminile e perciò non tollerabile.
"Lo scopo luminoso della vita di una donna è quello di diventare una Mamma: che scriva un libro o scopra una stella, che diventi capo di Stato o inventi un farmaco essenziale, essa non conoscerà la vera felicità, avrà fallito lo scopo della sua vita se non diventerà mamma. (...) La propria identità resta saldamente legata alla procreazione [si diventa mamme, poi nonne, poi bisnonne] Una donna che non possa definirsi come madre e come nonna dovrà sempre rispondere di questa sua mutilazione poiché sino alla morte le verrà chiesto quanti figli ha e come mai non ne ha avuti. La maternità è l'unica cosa che ci si aspetta da una donna, tutto il resto sono deviazioni, riempitivi, fastidi, surrogati che non bastano a renderla utile. La maternità è anche la sua unica gloria, quella che la mette in grado di essere rispettata e onorata, purché questo meraviglioso fatto della natura misteriosa avvenga dentro il matrimoni, purché cioè la mamma sia la portatrice del figlio che appartiene all'uomo cui lei appartiene. La maternità diventa una colpa, un peccato, una vergogna, un disonore se è voluta o ineluttabilmente subita da una donna non sposata. Il che vuol dire che non è sublime essere mamma in generale ma esserlo dentro certi limiti sociali. Come dice Simone de Beauvoir, la maternità è pr la donna una convenzione, non un fatto naturale. (...) Ma fare i bambini non vuole dire avere istinto materno." (...) "Ovunque i bambini sono usati come simbolo della felicità presente nell'amore tra coniugi (...) Così una donna diventa madre: il bambino avrà il difficile compito di dare uno scopo alla sua vita (...) dovrà ripagarla del lavoro che ha lasciato, della carriera che non ha saputo fare, delle noie della sua vita da casalinga, della delusione della vita a due, della sua frigidità o indifferenza del marito. (...) Una donna diventa una buona madre di bambini serene se è già lei una donna felice, completa, che non aspetta dalla maternità l'equilibrio e la gioia di cui si sente defraudata."
"Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell'immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. è una mostruosa catena... "(Sibilla Aleramo, "Una donna", 1906)
"Adattarsi alle pretese del padrone che come è ovvio vuole che la sia vita sia facilitata e non complicata dalle femmine. è lui che detta le regole. La femminilità deve essere tutto ciò che meno da fastidio, che serve di più, che lo fa sentire più importante e più grande, che rafforza il suo potere, che gli concede di coltivare la parte di se stesso di cui si vergogna di più, affibiandola però come essenziale alla sua parte negativa, la donna. Diventano così femminili la sottomissione, la fragilità, l'arrendevolezza; diventa femminile occuparsi dei lavori non maschili, cioè più sgradevoli e senza soddisfazione, e essere al servizio di tutti gli uomini della propria famiglia; diventa femminile non sapere, non conoscere, non potersi occupare di niente che non sia utile al consumo quotidiano e inutile o superfluo ai grandi avvenimenti; diventa femminile essere fragile, sventata, romantica se si serve nella casta dominante, o essere capace delle più dure fatiche, delle più degradanti umiliazioni, delle più acri privazioni se si serve nella casta dominata. La femminilità diventa adattarsi a uno dei bisogni degli uomini. Essere monaca e espiare nella solitudine e nella macerazione il peccato di essere nonostante tutto ancora misteriosa, ancora il simbolo del peccato. Essere madre e assicurare l'efficienza di un servizio di produzione ed allevamento della prole, un premio già di per sé talmente grande da dovere eterna riconoscenza al magnanimo donatore. Essere prostituta, cioè essere la gioia sessuale dell'uomo accettando su di sé la colpa, marchiata dal disprezzo e dall'emarginazione. Gestita in questo modo, così incanalata, così sempre amputata di qualcosa, o della sessualità o del suo desiderio di generare o del suo bisogno di sfuggire comunque a un dominio maschile, la donna è molto più governabile, è sicuramente non pericolosa, non può ficcare il naso nella storia, nel potere, nella sua stessa vita / Una donna che accetta la passione di un uomo può essere colpevole di avergli ceduto, di non aver chissà perchè resistito. Una donna che si rifiuta è colpevole di costringere l'uomo ad andare con altre donne. La moglie troppo calda è colpevole del complesso di inferiorità del marito. Una donna fredda è colpevole di portare il marito all'impotenza. Una prostituta è colpevole di trovarsi sulla strada e di far peccare l'uomo. Una donna che corteggia un uomo è colpevole di averlo sedotto. Una ragazza che resta incinta è colpevole di non essere stata attenta. Una moglie che non ha figli è colpevole di sterilità. Per tutti i bambini che non crescono perfettamente per gli adulti diventati omosessuali o asociali o fascisti o ladri o impotenti, la colpevole è sempre la madre, cioè la donna."
è certamente vero che nascere donna, a tutti i livelli, è una menomazione: ma è evidente che in questa menomazione c'è chi ci sta benissimo.
La ricchissima, la ricca, la poco ricca che vuole essere più ricca, qualunque donna creda nella ricchezza come unica liberazione, appartiene a un gruppo sociale su cui non si può contare.
Nota di Lunaria: ma anche le Caterina da Siena sono donne sulle quali non si può contare, perché non mettono in dubbio il maschilismo religioso, ma anzi, fanno propaganda al sistema concettuale androcentrico.
La nemica più accesa dell'emancipazione femminile è la donna
emancipata, la donna arrivata. La grande giornalista, la grande
architetto, la grande politica, la grande docente universitaria ce
l'hanno fatta nel mondo degli uomini: sono eccezioni e alla
loro eccezionalità ci tengono. Le altre donne non sono sorelle,
sono le altre; i veri fratelli, i complici sono gli uomini.
Salendo la scala della sua fortuna resterà trepida, sottomessa,
grata: conscia di dover essere comunque una donna come la
pensano gli uomini, cioè una persona leggermente inferiore
anche se molto dotata e fortunata.
Alle categorie che rifiutano l'emancipazione o non sono in grado di accettarla bisogna aggiungere quella vastissima delle donne che hanno puntato tutto sull'unica strada che conoscevano, il matrimonio e la maternità e che dopo aver conquistato tutte le postazioni indicate come necessarie alla vittoria, si trovano sposate, madri e inesorabilmente infelici. Il dubbio di aver sbagliato, di essersi annullate inutilmente, ogni tanto le travolge. Ma riconoscere che non ne valeva la pena, che bisognava mantenere qualcosa di sé per gli anni bui e acri, vorrebbe dire buttare le proprie medaglie meritate ma non più riconosciute nel c*sso.
Meglio allora rinnegare ogni possibilità di errore, ritenersi le sole ad aver compiuto la meravigliosa missione della donna, sposa e madre.
La paura di non essere più niente, merce finita dal rigattiere e
non richiesta da nessuno, ombre non ascoltate perché non hanno niente da dire, attrezzi inservibili in un mondo che continua ad accoppiarsi e generare senza di loro le incallisce ancora di più nella certezza di essere state nel giusto. Esse devono perciò rifiutare un'ideologia che mette in dubbio la verità dell'angelo del focolare e della regina della casa, la loro sola verità. Il loro odio per chi parlerà di un modo diverso di essere donna, forse meno infelice, sarà enorme. Saranno madri che non perdoneranno alle figlie di scegliere una vita opposta alla loro.
La normalità delle donne è stata definita dagli uomini, i limiti della normalità femminile sono perciò molto più ristretti di quella maschile.
Cioè: una donna si comporta in modo anormale non solo quando fa cose che sono anormali anche per gli uomini ma anche quando non fa cose che gli uomini hanno stabilito normali per lei.
Una donna normale non dà fastidio e sta al suo posto: il suo posto geografico è la casa, quello sociale è quello che occupano il padre o il marito.
Una donna normale è sempre un gradino sotto: è sempre meno attiva, meno intelligente, meno colta, meno intraprendente, meno forte, meno brava se non proprio di tutti gli uomini, almeno degli uomini della sua vita.
Una donna normale è remissiva, dolce, passiva, ubbidiente, piena di rispetto e ammirazione per gli uomini.
Una donna normale sa che il suo destino biologico è quello di invidiare forsennatamente il pene e di soffrire tutta la vita di questa mutilazione, di questa mancanza che definisce la superiorità degli uomini e l'inferiorità delle donne. Guai a contrastare questa eccezionale scoperta di Freud da cui si parte sempre quando si psicanalizza una donna (...) Una donna normale sa che lo scopo luminoso della sua vita è servire l'uomo, a letto, in cucina, in tutti i compiti più fastidiosi. (...)
Una donna normale è felice solo quando può completare la sua natura femminile e dedicarsi a un marito, a una casa, ai bambini. Una donna normale anche quando lavora resta femminile, cioè servile, ha mansioni secondarie che risolvono problemi di servizio (dattilografa, commessa, segretaria) o vocazione materna (insegnante d'asilo, elementare, assistente sociale, infermiera).
Una donna normale non fa carriera o ne fa solo un po', non dirige, non comanda, non decide.
(...) è normale la donna ossessionata dalla sua bellezza, è anormale una donna che trascura la sua bellezza.
è anormale la donna che cerca conforto alla sua nevrosi nel bere, perché bere è maschile. è normale la donna che tenta il suicidio e non ci riesce perché dà l'ennesima prova della sua debolezza e della sua incapacità di fare qualcosa con successo, è anormale la donna che tenta il suicidio e ci riesce perché il suicidio riuscito, come tutte le imprese affrontate e compiute, è una prerogativa virile.
Nei manicomi e case di cura per malattie mentali ci sono più donne che uomini: le ragioni che catalogano come schizofrenica o psicotica o pazza una donna sono più numerose che per gli uomini. Ogni infrazione al codice della femminilità può essere giudicata una manifestazione di pericolosità. (...) Anche la psichiatria è razzista o sessista: è una scienza, o un potere, che lavora sui luoghi comuni maschili della femminilità.
"Si fa qualcosa di più della semplice resistenza, si fa della vera e propria rivoluzione scoprendo la Sorellanza: la necessaria, importante, solidarietà tra donne. Certo non è facile vincere la secolare diffidenza, l'innaturale gelosia ed ostilità che divide le donne. Ma non si tratta di strapparsi l'ambita preda, il maschio che magari cederebbe anche volentieri. Si tratta di unirsi per conquistare un potere."
"Un altro modo è quello di ricordarsi che le donne sono più della metà di elettori [Nota di Lunaria: e mettendo il discorso sulle religioni, le donne sono più della metà dei fedeli]. Esse hanno quindi nelle loro mani un grande potere. Abituate da secoli a diffidare delle eventuali rivali, a vedere nell'uomo il padrone, o meglio il gestore del potere, le donne stesse non hanno molta fiducia nelle donne che fanno politica [o la religione patriarcale]. In parte possono avere ragione, poiché la maggior parte delle donne nei partiti fanno la politica del partito [o seguono i precetti religiosi maschili] e quasi mai una politica femminile [e quasi mai una religione al femminile, nonostante esista la Wicca Dianica]."
"Da sempre esistono parole come fratellanza, fraternità, fraterno, persino fratricidio: ma non si conosce l'uso di parole come sorellanza, sorellità, sorerno, sorrelicidio. Segno evidente che né la complicità né l'affetto né l'eventualità di sbranarsi è mai stato previsto o ritenuto valido, sino a tenerne conto, tra donne. Impedendo la vera sorellanza, limitando i legami tra donne a fatti di sofferta omosessualità o superficiali scambi casalinghi, gli uomini sono sempre riusciti a domare ogni rivolta domestica, a isolare e ridicolizzare ogni protesta, a spegnere nel silenzio ogni desiderio di cambiare le cose, a impedire che l'amicizia femminile diventasse vera e si trasformasse in una forza."
"Un gesto di solidarietà rivoluzionaria è quella di rivolgersi sempre alle donne che hanno un potere o svolgono una professione [donne che studiano teologia femminista] è un modo di allargare il potere delle donne, di preparare lo spazio perché le nostre figlie abbiano sempre più potere."
"In quanto donne, noi viviamo forme specifiche di oppressione di cui soltanto noi abbiamo esperienze" (Cerchio spezzato, primo documento 1970)
"Quando una donna fa della resistenza, spezza il cerchio eterno che la chiude in casa, stabilisce un rapporto di solidarietà con le altre donne, quando non accetta come certo e inevitabile tutto quello che le hanno insegnato a credere come femminile, fa e magari non se ne rende conto, e forse non le piace saperlo, del femminismo."
Qualche stralcio inerente la misoginia che ha condizionato duemila anni di umanità:
"Con il riconoscimento della ferita al suo narcisismo si produce nella donna - in modo simile a una cicatrice - un senso di inferiorità. Dopo che essa è andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del pene considerandola come una punizione personale e ha compreso la generalità di questo carattere sessuale, comincia a condividere il disprezzo dell'uomo per questo sesso minorato in un punto decisivo..." (Sigmund Freud "Alcune conseguenze psichiche delle differenze anatomiche tra i sessi" 1925)
"La moderna psicologia femminile riflette una condizione di privazione e di assenza di potere. Molti tratti femminili di intrinseco valore come l'intuito e la compassione si sono probabilmente sviluppati attraverso colpe o necessità imposte dall'uomo, piuttosto che predisposizione biologica o libera scelta. Il talento emotivo femminile va visto in termini del prezzo estorto dal sessismo" (Phillis Chesler, "Donne e Follia" 1972)
L’altro espediente, proposto ancora oggi, è quello di mutilare e reprimere la donna attraverso la figura della casta Maria. Figura asessuata, sempre vergine, modello ideale per legittimare il controllo sul corpo e sulla vita delle donne, a partire dalla famiglia, dal clan, con la complicità delle donne stesse che, vittime dell’educazione familiare, religiosa e del condizionamento sociale, ne introiettano la figura e la trasmettono alle figlie. In alcune donne, per derive culturali ed educative che limitano l'autostima, manca la capacità di assegnarsi da se stesse valore. Da qui, la ricerca del compiacimento dell'altro, secondo un concetto che aveva trattato anche Sartre, al riguardo, focalizzandosi sullo sguardo dell'Altro come unico garante della mia esistenza, del mio "esserci". Da qui, la smania di ottenere l'agognata approvazione maschile, si è disposte ad ogni servilismo rinnegando se stesse (si veda tutta l'educazione sessuale cristiana al riguardo, la catechesi degli sposi). Probabilmente, assistere alla continua degradazione, annichilimento, sfiancamento, asservimento della donna è una delle soddisfazioni più profonde che l'uomo oppressore possa avere, ovverossia la garanzia costantemente visibile e rinnovata del suo potere. Diventa quindi necessaria, fondamentale, la visione dell'Altro, il suo sguardo è la garanzia del mio valore. E il compiacimento dell'Altro passa per il rinnegamento di se stesse (sia le parti positive sia quelle negative o che si vedono tali, perché è la perdita dei propri lati negativi che si ricerca negli occhi dell'Altro), per essere plasmate secondo i suoi voleri, direttive, capricci.
"Come in tutte le chiese dei santi le donne tacciano nelle assemblee, poiché non è permesso loro di prendere la parola: esse si tengano nella sottomissione così come prescrive anche la Legge. Se vogliono istruirsi su qualche punto, interroghino a casa il loro marito, poichè è sconveniente che una donna parli in un'assemblea"(San Paolo)
"La superiorità dell'uomo sulla donna è fondata su leggi troppo solide, né vi è virtù femminile che possa farlo crollare. Iddio così volle e le leggi di natura sanzionarono quel divino decreto." (Battistelli Mercuri, "Sulla educazione della donna" 1877)
"Preferirei però mille volte una fanciulla casalinga allevata in semplicità piuttosto che una dama colta, con tanti grilli da intellettuale per il capo, che trasformerebbe la mia casa in un circolo letterario per farsene presidentessa. La donna intellettuale è un flagello per il marito, per i figli, per gli amici, per la servitù, per chiunque. " (Jean-Jacques Rousseau, "Emilio o dell'educazione", 1762)
"Quello che oggi si definisce natura della donna è una cosa eminentemente artificiale, il risultato di una repressione coattiva in certe direzioni, di una stimolazione innaturale in altre. Si può affermare senza esitazioni che nessuna altra classe di creature asservite ha visto il proprio carattere così completamente deformato rispetto alle sue proporzioni naturali, dal rapporto coi padroni." (John Stuart Mill, "Della soggezione delle donne" 1869)
"La femmina è femmina per la sua assenza di qualità. Dobbiamo tenere conto che il carattere delle donne è per natura difettoso e incompleto" (Aristotele)
"C'è un principio buono che ha creato l'ordine, la luce e l'uomo e un principio cattivo che ha creato il caos, le tenebre, e la donna" (Pitagora)
"Gli ebrei ci hanno rubato le donne con le formule della democrazia sessuale. Noi, i giovani, dobbiamo metterci in marcia per uccidere il drago, in modo che possiamo nuovamente conquistare la cosa più sacra del mondo, la donna come ancella e come schiava" (Gottfried Feder, "pensatore" nazista, 1932)
Infine, un breve accenno all'uso sessista e discriminatorio della grammatica, già trattato da diverse Autrici, che influenza a livello subliminale le donne. (Si veda la proposta di certe teologhe, ovviamente rigettata, di adottare oltre al termine "Dio" l'equivalente "Dia").
Info tratte da
ANDROCENTRISMO NEL LINGUAGGIO
Pertanto, al di là della polivalenza rappresentativa delle figure che infinitamente si dispiega nella vicenda ermeneutica, il quadro simbolico che la sostiene rimane il medesimo: in esso un soggetto maschile, che si pretende neutro/universale, dice la sua centralità e disloca intorno a sé un senso del mondo a sua misura figurato e nelle sue figure rivelantesi.
Un senso nel quale anche le figure femminili trovano dunque posto in riferimento al soggetto maschile stesso che le decide.Per Zeus ci sarà così Era, per Ulisse Penelope, per Faust Margherita, per Don Giovanni Zerlina e molte altre.
Non che la coppia, nuziale o amorosa, sia la sola regola: abbondano figure di madri, figlie e vergini, né mancano figure di incantatrici dissolute emule di Circe, ma il quadro simbolico costante è appunto quello che decide la rappresentazione del femminile sulla centralità maschile, di modo che, inesorabilmente, ogni figura di donna si trova a giocare un ruolo il cui senso sta nei codici patriarcali che glielo hanno assegnato. Per gli uomini dunque un teatro di figure nel quale è la loro soggettività quella che viene chiamata a riconoscersi, per le donne il medesimo teatro imposto da un soggetto maschile, e nel quale esse non sono soggetto bensì oggetto del pensiero altrui.
Il fatto recente dell'emancipazione femminile complica poi ulteriormente la cosa, perché essendo state le donne ammesse (per l'egualitario principio secondo il quale esse sono come gli uomini nonostante siano donne) nelle officine del pensiero, si ammette anche che ne condividano ora pienamente le incarnazioni figurali: visto che il pensiero, pur essendo di marchio maschile, ha appunto valenza neutro/universale, ossia visto che la vicenda spirituale degli uomini è vicenda dell'Uomo inteso come genere umano. Può pertanto capire che una lavoratrice dell'intelletto, sentendosi partecipe del destino d'Occidente, sia chiamata a riconoscersi nel segno che vi imprimono Prometeo, Ulisse o Faust, pur non condividendo una sessuazione la quale, del resto, in questo preteso quadro universale appunto non conta.
Quel che in ogni caso resta fermo è che una donna, pensata dall'uomo a sua immagine e dissimiglianza, non ha figura che la traduca come soggettività femminile capace di darsi forma in un ordine simbolico proprio, trovandosi al contrario già raffigurata e costretta a riconoscersi nell'immaginario dell'altro.
Cosicché l'esercizio di ritrovare la propria soggettività, per adattamento e correzione, nei sogni di onnipotenza della mente maschile, si rivela per le donne inutilmente faticoso. L'inutile fatica rimanda infatti solo immagini di costitutiva estraneità, e alla soggettività femminile che cerca figure vengono incontro stereotipi di un'antica deportazione nel destino dell'uomo.
è così inevitabile che qualcuna cominci sempre più con insistenza a domandarsi: fino a che punto Prometeo, Ulisse mi rimandano in qualche modo immagini sensate della mia incarnata esistenza femminile? O rimanendo nell'ambito del mio genere, fino a che punto Penelope o Circe corrispondono alla mia esperienza?
La domanda è ovviamente retorica quando appunto sia posta nell'orizzonte della soggettività femminile, perché questa nega all'ordine simbolico patriarcale proprio la sua pretesa di dar figura al senso dell'intero genere umano e alle donne in quanto sua funzionale sottospecie.
è dunque la centralità del soggetto maschile che qui viene negata nelle sue pretese universalistiche, ma di conseguenza viene messa in crisi l'intera impalcatura simbolica della cultura occidentale nelle sue figure maschili, e soprattutto, femminili.
Nel vasto repertorio della tradizione letteraria-simbolica nessuna figura può risultare adeguata alla soggettività femminile perché questa tradizione presenta figure maschili di uomini e figure di donne pensate dagli uomini.
Altri stralci utili per riflettere:
“L’ordine simbolico patriarcale si fonda su una logica assai singolare che, a dispetto del fatto che gli esseri umani sono dell’uno o dell’altro sesso, assume il solo sesso maschile come paradigma dell’intero genero umano (...) Ciò che è d’importanza fondamentale per il nostro discorso è che Dio viene identificato col polo maschile di queste dualità. Così dal lato positivo e superiore abbiamo Dio, spirito, ragione, storia, uomo e dal lato negativo e inferiore mondo, natura, corpo, caducità, donna. Nell’ordine simbolico cristiano tali polarità si reggono sulla distinzione e distanza tra Dio e il mondo (...) La distanza tra Creatore e creatura è stato tradotta nei termini della dicotomia sessuale in modo che al maschio vengono attribuite caratteristiche “divine” e alla femmina caratteristiche “del mondo”. Ovvero “il concetto ontologico è utilizzato in modo sessista”.
Questo significa che tutto ciò che appartiene alla sfera del divino è declinato al maschile e tutto ciò che appartiene alla sfera del creato, la terra, la natura, il popolo di Dio, la chiesa, viene declinata al femminile. Non è difficile vedere come in un ordine simbolico del genere il dominio della terra ordinato da Dio nel primo capitolo della Genesi è diventato (al terzo capitolo) il dominio sulla donna da parte dell’uomo. “Posto il sesso maschile come rappresentativo dell’umano in quanto umano, il sesso femminile risulta non pienamente umano, ossia umano ma di grado inferiore, incompiuto”.
Riflessioni di Mary Daly tratte da "Al di là di dio padre":
"In un contesto sessista, i sistemi simbolici e gli apparati concettuali sono stati creati dai maschi; non rispecchiano l'esperienza delle donne, ma piuttosto operano nel senso di falsificare la nostra immagine di noi stesse e del nostro vissuto."
"Le donne sono state condizionate a considerare riprovevole ogni atto che affermi il valore dell'ego femminile. L'ambizione femminile può "passare" solo quando viene diluita nell'ambizione vicaria tramite il maschio o per conto dei valori patriarcali. Per controbattere questa autosvalutazione di massa le donne dovranno costruire l'orgoglio femminile, alzando i nostri standard relativi a quanto è bello essere donna. Il nostro fallimento è consistito nel non aver affermato attivamente l'ego femminile. Se dobbiamo vergognarci di qualcosa, è di questo."
"Non è tuttora insolito che preti e ministri cristiani, posti di fronte al discorso della liberazione della donna, traggano argomenti a sostegno della supremazia maschile dall'affermazione che Dio "si incarnò" esclusivamente in un maschio. In effetti la stessa tradizione cristologica tende a giustificare tali conclusioni.
Il presupposto implicito - e spesso esplicito - presente per tutti questi secoli nella mente dei teologi è che la divinità non poteva degnarsi di "incarnarsi" nel "sesso inferiore" e il "fatto" che "egli" non lo abbia fatto conferma ovviamente la superiorità maschile. Venendo meno il consenso delle donne alla supremazia maschile, questi tradizionali presupposti cominciano a traballare.(Nota di Lunaria: si vedano Sprenger e Kramer nel "Malleus Maleficarum": "E sia benedetto l'Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello [la stregoneria]. Egli ha infatti voluto nascere e soffrire per noi in questo sesso, e perciò lo ha privilegiato")
"L'idea di un salvatore unico di sesso maschile può essere vista come un'ulteriore legittimazione della supremazia del maschio (...) In regime di patriarcato un simbolo maschile sembra proprio il meno indicato ad interpretare il ruolo di liberatore del genere umano dal peccato originale del sessismo. L'immagine stessa è unilaterale per quanto concerne l'identità sessuale, e lo è proprio dal lato sbagliato, perché non contraddice il sessismo e glorifica la mascolinità."
"Ho già osservato che il testo paolino "in Cristo non c'è... maschio né femmina", funziona in questo modo, perché semplicemente e palesemente ignora il fatto che Cristo è un simbolo maschile e perciò a tale livello esclude la femmina."
Altre riflessioni
Purtroppo molte parole che usiamo anche tutti i giorni hanno una chiara derivazione patriarcale, essendo state inventate secoli fa, in contesti misogini e sessisti. Il problema del sessismo delle parole può essere superato solo coniando neologismi; tuttavia, inventare parole nuove "depurandole" dall'origine patriarcale (nel quale comunque siamo immerse e ancora intrise, delle volte) non è affatto facile; per questo, pur sapendo che il problema del sessismo linguistico è ancora presente, è utile prendere consapevolezza dei concetti patriarcali di certe parole, di modo da usarle specificando un diverso significato.
"vergine": il termine è indubbiamente patriarcale. In effetti, etichettare una donna con questa parola sta a significare che "la donna in questione non è ancora proprietà di un uomo". La parola serviva, quindi, agli uomini patriarcali per indicare delle femmine (selezionandole e "buttando via" quelle non vergini) che venivano viste come "intatto possesso", future mogli, "non violate da altri uomini".Il cristianesimo ha portato la misoginia insita in questa parola (che definisce una donna in relazione ad un uomo suo possessore e defloratore) al suo apice: "la vergine Maria", vergine eterna perché "possesso esclusivo del maschio dio padre."
Oggigiorno il termine, per fortuna, ha perso, nel mondo occidentale, almeno in parte, la valenza del "possesso maschile della e sulla donna", però è sempre bene tenere presente "da dove deriva" (insieme all'altrettanto atroce "illibata" o "inviolata", che servono ad enfatizzare il fatto che una donna "già deflorata" è ormai "guastata, violata, merce scaduta").
Anche il termine "madre" aveva in origine una valenza misogina. La madre, nei contesti antichi (e nei contesti attuali di paesi molto poveri) non era altro che un contenitore "per far germogliare il seme maschile". Un "recipiente", quindi una cosa.
Miti come "Zeus che si cuce il feto di Dioniso nella coscia" per "portare a termine la gravidanza", lascerebbero anche intendere una certa invidia maschile per la capacità della donna di "generare la vita". Anche per questo motivo un uomo patriarcale "desidera che la sua donna sforni un maschio": dare la vita ad una femmina sarebbe giudicato "potenza materna che replica se stessa dando la vita ad un'altra donna"; la donna, per piacere ed essere approvata dal patriarcato, "deve generare solo maschi". Ho già parlato a lungo di come Tommaso d'Aquino riprenda questa idea dagli antichi pagani misogini, e spieghi la nascita delle femmine, "cioè di maschi malriusciti e difettosi" come causati dall'azione dei "venti australi" che "guastano i feti"; feti che se non fossero stati rovinati, sarebbero poi nati come maschi (perfetti); la femmina, nel pensiero dell'Aquino e simili, è uno sgorbio della natura, un qualcosa che avrebbe dovuto essere maschio ma si è rovinato e quindi è nato come maschio malriuscito e malformato.
In particolare, si sovrappone l'idea antica che "la Madre Terra genera frutti" e "la donna è un campo che l'uomo può arare per seminare il seme maschile": il risultato è "il figlio maschio\frutto-figlio del padre".
Inoltre, il termine "anthropos", che dovrebbe indicare l'uomo inteso come "genere umano" (mentre i greci per indicare la dualità maschio-femmina usavano il termine "aner-gyne") è comunque sessualizzato al maschile: i testi antichi descrivono l'anthropos con attributi maschili, tanto da lasciar intendere che la donna non sia "propriamente un anthropos" ma piuttosto un'anthropos di genere inferiore rispetto all'anthropos "perfetto": l'uomo maschio. Gli stessi aristotele e Tommaso d'Aquino utilizzano l'anthropos in tal senso, considerando la donna come una sotto-specie di anthropos, decisamente malriuscito e imperfetto rispetto al prototipo perfetto: la donna, nell'ideologia aristotelica e poi cristiana, è quindi "un maschio malriuscito". I cristiani ovviamente, rispetto ad aristotele, peggiorano il concetto introducendo l'incarnazione del loro dio nel solo maschio: funzionale a lasciar intendere che "non era da Dio nascere femmina... è un sesso spregevole, difettoso, impuro"; e infatti Dio non è nato "anche sotto forma di femmina" e il fatto che il dio in questione non lo ha fatto è la dimostrazione che la femmina è materiale di scarto, non degno abbastanza da essere assunto, anche lei, come incarnazione di Dio "sulla terra" in forma di FigliA.
Il termine "uomo" per riferirsi all'umanità è sbagliato perché ancora prende come modello di riferimento l'uomo maschio: è meglio, parlando di donne, evitare il termine generico di "uomo" (anche "esseri umani" è sessualizzato al maschile) ed evitare anche il grecismo "anthropos": meglio usare il termine "ginocentrico", per riferirsi al femminile e alle donne.
L'autrice per parlare di linguaggio sessuato al maschile (da intendersi anche per le donne) usa un'espressione che trovo molto calzante: "grande misfatto che sostiene l'arroganza universalistica dell'ordine patriarcale"
Una tale arroganza la troviamo anche nell'ambito monoteista (e non potrebbe essere altrimenti!), laddove il loro profeta maschio o il loro redentore maschio vengono imposti anche alle donne e ci si aspetta che tali simbolismi maschili siano più-che-accettati dalle donne stesse che "dovrebbero trovare naturale e congeniale" venir rappresentate (anzi, eseguire gli ordini) del profeta maschio, dell'apostolo maschio, del dio maschile. Anzi, secondo i cristiani una donna dovrebbe trovare edificante persino "essere salvata dal dio maschio gesù, vero dio e vero uomo", come recita il concetto di ipostasi. Del resto "Cur deus homo?", perché dio si è fatto uomo?, si chiedono i teologi cristiani, i nomi che contano, i grandi nomi di super VIP della teologia: oh, si rispondono i teologi maschi gongolando, dio si è fatto uomo perché l'uomo potesse diventare dio.
APPROFONDIMENTO TRATTO DA
Ogni movimento di liberazione contro un sistema oppressivo va nel senso della storia. Ogni gruppo oppresso deve prendere coscienza della propria oppressione e assumersi, in prima persona, la propria lotta. è la prima condizione della rivoluzione. E la teoria emergerà dalla pratica.
Noi donne dobbiamo fare i conti con un problema specifico nella sua specificità. Esiste una cultura che deve venire alla luce attraverso di noi; non possiamo ancora definirla perché è un potenziale non sfruttato (Nota di Lunaria: il libro è del 1971; nel 1968 Mary Daly aveva già iniziato a demolire gran parte della teologia cristiana; le Autrici che lo scrivevano probabilmente ancora non avevano dato uno sguardo alle nuove forme di spiritualità femminile che emergevano, non solo dopo la critica della Daly, ma anche in riferimento al movimento wiccan; oggi sappiamo bene che diverse donne portavano avanti il movimento Wicca al femminile, un movimento che è in costante divenire https://intervistemetal.blogspot.com/2019/10/wicca-le-frasi-piu-belle.html).
Abbiamo preso coscienza del fatto che toccava a noi assumerci il peso della nostra liberazione. Solo l'oppresso può analizzare e teorizzare la sua oppressione e di conseguenza scegliere i metodi della lotta. Si è verificato che nelle assemblee miste, le donne non si sentono libere di esprimere la propria rivolta in presenza dei compagni.
"L'affetto materno è stato per tanto tempo sentimentalizzato dagli uomini, i quali hanno istintivamente in esso il mezzo per mantenere un predominio, che adesso ci vuole un certo sforzo per arrivare a sapere ciò che le donne sentono veramente (...) Sino a che le donne saranno in qualche modo soggette, non possono essere oneste con se stesse, ma debbono dire di risentire quelle emozioni che piacciono al maschio." (Bertrand Russell)
GALLERIA DI FOTO D'EPOCA (1974)





