Introduzione all'Arte Africana (e all'Arte Moderna, e al Face Painting nel Black Metal...)

Nota bene: parlare di Arte Africana nel dettaglio porterebbe via dozzine di post. Questo scritto va a vedersi come "sguardo riassuntivo"; mi piacerebbe anche riportare qualche info sulla magia africana... Ragioni di tempo per la connessione internet (dannatissima chiavetta!) mi portano a mettere solo qualche immagine, a mo' di esempio che "riassuma il tutto"; ovviamente l'Arte Africana tradizionale è decisamente più vasta che non le poche immagini che scelgo di mettere!

P.s. lo so, è un tipico articolo da Lunaria xD "Black Metal, Arte Africana e Arte Moderna insieme?!?", penserà il 99% delle persone che leggeranno il titolo... Ma state un po' a vedere, qual'è il filo conduttore di tutto...

E intanto ascoltatevi i Demogoroth Satanum



 


Bibliografia consultata:


L'Arte Africana ha un effetto spiazzante, per l'osservatore occidentale abituato ai dipinti di un Raffaello o di un Van Gogh.
Più affascinante, invece, è agli occhi di chi già apprezza Modigliani o il Cubismo di Picasso e di Braque (questo perché il Cubismo è figlio dell'Arte Africana https://intervistemetal.blogspot.com/2020/11/introduzione-al-cubismo.html).
Per poterla apprezzare bisogna imparare a "dimenticarsi" delle prospettive pittoriche occidentali, delle proporzioni occidentali, del "bello" secondo i nostri canoni artistici.

Pensi alla perfezione scultorea e ti vengono subito in mente Michelangelo o Bernini. Sì, quelli sono capolavori di pura perfezione, simmetria e proporzione. 


Ma lo scopo dell'Arte Africana (o Arte Etnica, Tribale, se vogliamo riferirci all'arte delle Hawaii, dell'Oceania ecc.) non è lo scopo che si erano prefissi Michelangelo e Bernini (e viceversa). Non perché gli anonimi artisti africani non fossero in grado di scolpire e dare forma ad un corpo proporzionato, ma perché non erano interessati al realismo, al rappresentare "una copia del Vero", come non lo erano gli artisti moderni. (https://intervistemetal.blogspot.com/2020/11/introduzione-alla-scultura-di-henry.html)

Volete scandalizzarvi? Ebbene, lo sapete qual'è il mio pittore preferito? Quello che realmente "mi lacera dentro" facendomi percepire la disperazione dell'esistenza umana?


Franz Kline.





Certo che sì, impazzisco per le tele di Kline. E apprezzo anche Vedova e certe opere di Hartung, Soulages, de Kooning.
Mi emozionano facendomi assaporare tutta l'angoscia, l'accasciamento e la disperazione ma "a distanza di sicurezza" perché tali emozioni restano fissate sulla tela senza danneggiarmi.

Qualcosa che gli artisti figurativi, i Michelangelo, i Raffaello, i Bernini, non potrebbero mai farmi sentire.

Certo, lo so, chi non ama l'Arte Moderna dirà che Franz Kline dipingeva scarabocchi neri su sfondo bianco. Che tutti sono capaci, così. Che non è arte, perché arte significa fare quello che facevano Michelangelo e Raffaello.
Certo, è così, i dipinti di Franz Kline sono scarabocchi. Niente che abbia a che vedere con studi prospettici e di proporzioni!
Ma sono scarabocchi che "incidono dentro", almeno le persone, tipo me, predisposte ad emozionarsi per quello.
Del resto, disegnando, anch'io prediligo forme astratte. E non perché mettendomi dietro non saprei disegnare "un corpo umano" (al contrario, ho disegnato corpi umani per ben 5 anni di scuola)  




Semplicemente, questo tipo di raffigurazione non va bene per esprimere certe emozioni. è funzionale ad esprimere un abbigliamento, un'idea di look, ma non un'emozione come la tristezza, l'angoscia ecc.

Per questo l'Arte Etnica\Tribale è anticipatrice della nostra Arte Moderna (nei suoi tanti generi: Futurismo, Astrattismo, Spazialismo, Cubismo, Espressionismo, Arte Povera, Arte Informale ecc.): sono ambedue "attitudini artistiche" che vanno oltre e fanno a meno di ciò che è reale e che percepiamo con gli occhi, perché rappresentano l'essenza subliminale di qualcosa, o come l'artista la "sente".

Anche le persone sofferenti di schizofrenia hanno dipinto dei quadri dalle forme e dai colori che "scavano dentro", quando li osservi.




Un paesaggio di Canaletto o di Friedrich, certamente, è perfetto parlando di prospettiva, resa del colore, proporzioni



Comunica bellezza fine a se stessa. Ma questi artisti non avrebbero mai potuto comunicare quelle emozioni, astratte, che hanno a che vedere con il dolore, con la disperazione, il tormento, l'angoscia. Difatti, questo tipo di emozioni le comunica l'Arte Moderna proprio perché fa a meno delle strutture codificate delle proporzioni e della perfezione formale per andare oltre, per destrutturare e sovente abolire "l'apparenza, la consuetudine, l'abitudine" nel vedere le cose così come sono, nella realtà. Del resto l'Arte Moderna nasce dopo la fotografia, che aveva reso obsoleto il dipinto: per immortalare qualcuno bastava una foto.

L'Arte Tribale e l'Arte Moderna estetizzano anche "il brutto" e l'orrido. Propongono proporzioni pazzesche, "cacofoniche", stridenti, assurde, forme smembrate, deformate. OSANO FARLO. Sì, questa è un'attitudine (nichilista, perché no) che si riscontra anche nei generi musicali estremi che vanno oltre la "perfezione formale e piacevole" della musica Pop o Classica. Prendete generi di musica elitaria come il Black Metal, il Brutal Death Metal, il Power Noise. Tutti mondi musicali che hanno reso "il cacofonico" qualcosa di artistico e figo, usando e modulando suoni stridenti, gutturali, sconnessi, primitivi.

Certo, Mozart componeva ottima musica, perfetta nei tempi, nelle note ecc.
Ma Mozart con la sua musica così perfetta non poteva e non può esprimere l'inferno dannato che esprimono i Morbid Angel di "Altars of Madness"!


 E l'essere umano (e la vita) non è certamente e solamente "amore e felicità e benessere". C'è anche un lato torbido, marcio, disfattista, morboso che deve essere espresso ed incanalato. Per essere esorcizzato, naturalmente, dopo che è stato espresso "immediatamente, spontaneamente" in tutta la sua aggressività o angoscia. è per questo che molto spesso generi di musica paradossalmente giudicati nefasti hanno una valenza catartica e "taumaturgica".
Per questo che quando si è arrabbiati fa stare bene sfogarsi ascoltando roba del tipo "Reign in Blood" degli Slayer.  







Album che avrebbe poco senso, come colonna sonora, se volessimo "gustarci" un momento di rilassamento o di tenerezza.
Ma infatti! La funzione degli Slayer non è quella di "musicare ed esprimere" amore, relax, dolcezza; per queste emozioni c'è altro, e ben venga che esistano tantissimi tipi di musica! A ciascuna situazione ed emozione la sua colonna sonora!

Questo è vero parlando anche di Depressive Black Metal o Funeral Doom Metal; a suicidarsi sono soprattutto persone che neanche sanno che esista questa musica e che "covano dentro", senza saperla esorcizzare o tenere sotto controllo, l'angoscia e il disfattismo, il tutto, quasi sempre, aggravato dall'uso di psicofarmaci (che sono veleni). Sembrerà paradossale, ma è così. A suicidarsi sono molto più le persone che "non esprimono mai niente di sconveniente", che non chi si guarda tutti i giorni immagini di teschi, nodi scorsoi, tombe e ha Xasthur https://www.youtube.com/watch?v=7ZOpIhVkWFo 

gli Happy Days https://www.youtube.com/watch?v=z5GcI1gbqWA
o gli Shape of Despair https://www.youtube.com/watch?v=NcLxr3KpvR0
di sottofondo mentre legge Cioran. 


Io stessa riesco abbastanza a "traslare e a trasferire" ciò che è negativo, doloroso, frustrante ed angosciante ascoltando certe cose.
Statisticamente parlando, è davvero basso il numero di serial killer e stupratori "che ascoltavano metal estremo". Sì, lo so, la propaganda cristiana fa credere esattamente il contrario, sventolando lo spauracchio della "bestia di satana", che appunto fa parte della minoranza.



 Chi ha visionato libri come questi:

sa benissimo che i serial killer più celebri erano, esteticamente e musicalmente, tutto l'opposto dell'immagine da clichè delle "bestie di Satana". 

L'Arte Tribale ad un primo sguardo disorienta, anzi, "fa proprio schifo".
Esattamente come l'Arte Moderna.
Però, quando la si studia e si aprono gli orizzonti mentali andando oltre il perfezionismo formale, ecco che queste forme di arte diventano vive, vibranti, significanti. E, a piccole dosi, "calandoci" nel contesto, riusciamo a capire cosa esprime, cosa significa.

Qui di seguito trovate un'introduzione di base almeno per inquadrare nella giusta ottica l'Arte Africana, la cui comprensione è data dalla conoscenza almeno sommaria del pensiero religioso africano. Anche se di per sé il termine "Arte Africana" è già errato: infatti esiste una molteplicità di "Arti Africane", a seconda dell'etnia che ha scolpito la tal statuetta o il tale manufatto. Ma elencare tutte le differenze estetiche e culturali da etnia ad etnia ci porterebbe via molto tempo; per questo uso il termine al singolare.

Ovviamente, come approfondimento per il contesto animista-magico africano resta fondamentale questo libro:



Infine ricordiamo almeno quattro esempi moderni di estetica\arte africana nella musica Metal\Dark Wave:

i D-Fe, soprattutto nel video "Kemite"


 hanno "slipknotizzato" la cultura africana! GENIALI!!!

 




 i Vodun sono ispirati dal Voodoo
https://intervistemetal.blogspot.com/2014/11/vodun-heavy-afro-soul-psych-band.html








Sulle copertine di album fantastici come "Mandylion" dei The Gathering e "Juju" dei Siouxsie and the Banshees compare una maschera africana


 Anche i Lamentu hanno citato l'estetica africana


La produzione d'Arte Africana originariamente non era pensata come "arte", secondo i nostri paradigmi; aveva uno scopo rituale, religioso, terapeutico, e non era pensata per "restare immobile per decorare".
Le maschere e le statuette non erano fatte "per restare immobili e fini a se stesse" ma per danzare, far manifestare gli spiriti, essere al centro delle offerte sacrificali.
Oggigiorno l'arte africana "pensata per gli occidentali" ha perso questa sua valenza originale; è pensata per decorare pareti e mensole o per essere esposta in qualche museo.
Tuttavia, pur diventando "oggetto d'arte fine a se stesso" svuotato di ogni funzione rituale, l'arte africana è ancora capace di spiazzarci, mettendo in crisi i nostri preconcetti su ciò che è "arte e artistico", di come "va fatta una scultura", secondo proporzioni e prospettive codificate e immutabili.
Insomma, l'Arte Tribale mette in crisi la realtà, così come la percepiscono i nostri occhi, e mette in discussione la sua rappresentazione (che, "per essere bella" deve essere "fotografica", ricalcando l'aspetto che appare ai nostri occhi dell'oggetto o del soggetto che si decide di rappresentare)

Senza addentrarci nelle varie etnie e nelle differenze artistiche che le differenziano le une dalle altre, diciamo che in Africa la pittura non è mai stata molto praticata: non esiste, nella mentalità africana tradizionale, "l'idea di quadro, di dipinto incorniciato alla parete".
Non c'è neppure una rappresentazione scenica della realtà, l'imitazione di essa, la verosomiglianza. Non esiste neppure la pittura paesaggistica. L'Arte Africana ha sempre prediletto la scultura, ma gli artisti non si sono mai firmati e spesso molte opere sono andate perdute perché ad essere usato era il legno, facilmente deperibile. Non era importante "la scultura in sé" ma la funzione a cui era originariamente dedicata: propiziare la fertilità dei campi, la maternità e la caccia, guarire le persone, stabilire contatti con gli Dei e gli Antenati.
Anche per via del fatto che la mentalità africana predilige la dimensione ciclica del tempo (reincarnazione, continui ritorni) e non la successione lineare (che è alla base del progresso occidentale) la scultura africana è sempre stata basata su materiali deperibili come il legno o le fibre vegetali. L'artista africano non ha utilizzato volontariamente materiali più resistenti e duraturi come la pietra; e non certamente perché non avessero pietre!, ma perché la deperibilità dell'oggetto era considerata un valore; d'altra parte per alcune etnie africane come quella dei Dogon, anche le maschere "morivano" e venivano sepolte in "cimiteri di maschere" o insieme al loro proprietario.
L'uso di materiali come l'avorio o i metalli si accompagnava molto di più alle forme monarchiche africane, e servivano a rimarcare la stabilità di potere e la memoria dinastica.

Quelli che a noi sembrano dei difetti (rilievi molto incisi, teste allungate ecc.) in realtà sono la rappresentazione idealizzata di ciò che è ritenuto "sexy" nell'estetica africana (o che serviva da "prova di coraggio" e\o di appartenenza etnica) come crani allungati o scarificazioni della pelle.



Le stesse deformazioni tipiche della scultura africana, in realtà, sono rappresentate volutamente ed ingigantite: questo perché non si rappresenta un essere umano o l'animale in sé ma le divinità o gli antenati. Una statua sproporzionata serve proprio ad indicare che il soggetto rappresentato non è "una semplice persona" ma un qualcuno che sfugge alla percezione umana, un qualcuno che sfugge e resta al di là della forma materiale che lo "cattura". (1)
 

Scopo dell'arte africana non è ritrarre la realtà, ma potenziare certi effetti sulla realtà. Creare forme serve a creare "moltiplicatori" di forza vitale che pervade il cosmo.


 Per giunta, nell'arte africana ciò che a noi appare minaccioso ha tutt'altra valenza. è il caso delle maschere con le corna (da noi "associate al diavolo")


o delle sculture congolesi (nkisi) trafitte da innumerevoli chiodi. Tra le varie ipotesi, oltre alla funzione "taumaturgica", si è ipotizzato che fu proprio il cristianesimo ad ispirare queste statuette, che sarebbero nient'altro che "l'esagerazione per eccesso" delle immagini dei martiri cristiani e dello stesso gesù cristo in croce!




 Le corna, invece, hanno spesso una valenza di potenza o in certi casi persino di fertilità: alludono alla spinta verso l'alto degli steli di miglio!

Peraltro, erano presenti anche in altre culture e venivano associate alla figura femminile, insieme alla mezzaluna (corna e mezzaluna sono equivalenti, perché molto simili):












Per questo, per comprendere l'Arte Africana non basta guardarla: bisogna anche studiare il simbolismo che si nasconde dietro un certo tipo di fattezze e particolari!
Per esempio, la scure, che da noi non ha alcun rimando simbolico, in Africa rimanda immediatamente al dio del tuono Shango e quindi anche al temporale, al tuono (essendo Shango un dio della tempesta) e alla virilità (Shango è maschio)



Il dio del tuono (quasi sicuramente un antenato divinizzato) insegna che la forza, per essere feconda, deve essere controllata: e la sacerdotessa di Shango mantiene in equilibrio sulla propria testa le due lame della scure di Shango.
 




Le maschere bianche allungate dai tratti sottili (maschere ngil) che ai nostri occhi suggeriscono "tranquillità" erano invece terrorizzanti per i Fang, perché il bianco e le guance scavate rimandavano alla morte e queste maschere venivano usate per colpire i colpevoli di stregoneria.

Maschere femminili con "rotolini di ciccia" sul collo stanno a significare buona salute e condizione sociale agiata!


Ma gli stessi "rotolini" in un piano simbolico ancora più astratto, rimandano all'incresparsi delle acque dalle quali emergono gli spiriti-maschere.

Maschere dal forte sviluppo verticale che venivano fatte danzare in circolo richiamavano il collegamento tra la terra e il cielo, mentre il movimento circolare cui erano sottoposte richiamavano il gesto della creazione da parte di Dio.
Per rappresentare "l'arrivo dei bianchi colonizzatori" vennero incise delle pitture rupestri dove, su un cavallo, veniva rappresentato un uomo occidentale armato di un lunghissimo fucile, più lungo del cavallo e dello stesso uomo! è evidente il terrore che gli africani provarono di fronte al fucile maneggiato dall'uomo bianco.

Nell'arte dei Luba compare quasi esclusivamente la figura femminile, rappresentata nella statuaria, nei poggiatesta, nei seggi, nei supporti per le frecce ecc., assolvendo un ruolo funzionale (l'oggetto usato per uno scopo) ma anche simbolico: è l'antenata che sorregge il discendente, dandogli aiuto e protezione, così come ne sostiene il corpo negli sgabelli e nei poggiatesta.




è proprio questa "catena di rimandi simbolici" che viene ignorata da un osservatore occidentale pigro, che non abbia voglia di approfondire il significato simbolico africano leggendo libri. Le arti primitive (cioè di società animiste) hanno molti più significati e allegorie dell'arte occidentale tradizionale che si "accontenta" di rappresentare un paesaggio (e la cosa finisce lì). Invece nelle maschere e nelle statuette ciascun particolare e dettaglio rimanda ad un "macrocosmo" di significati! Che restano sconosciuti fin tanto che non si studia a fondo queste cose.
Persino la disposizione delle capanne è simbolica! Molto spesso, le capanne venivano costruite seguendo una disposizione antropomorfa, per formare un corpo umano disteso; camere e granai venivano disposti dove si era calcolato che ci fossero gli organi genitali della figura umana "disegnata" dalla posizione delle abitazioni. Ai nostri occhi questi villaggi sembrano privi di monumentalità, ma questo perché a priori non sappiamo che gli africani per edificare un villaggio seguivano uno schema abitativo antropomorfo e che aggiungevano o toglievano stanze a seconda che la famiglia crescesse o si ridimensionasse. La "crescita" e il "ritirarsi" delle strutture abitative servivano a rappresentare le varie fasi della vita di una persona.
Le capanne per le donne mestruate erano situate ad est e ad ovest, immaginate come le mani del villaggio; gli altari erano posti ai "piedi" della figura antropomorfa rappresentata con la disposizione delle casupole; il palazzo dell'assemblea del consiglio era la testa, ed era verso nord e le residenze del re e dei notabili erano messe in basso, perché le alture erano associate a ciò che faceva paura e alla stregoneria.
Nell'architettura islamica-sudanese, i minareti delle moschee da cui si proiettano bastoni non solo rinforzano la tenuta dell'edificio ma rimandano anche ai rami dell'albero, quindi alla rinascita; il mausoleo dell'Askia Muhamed a Gao (impero Songhay, XV-XVI secolo) presenta analogie con le ziggurat mesopotamiche.

Curiosamente, molto spesso i bambini africani cresciuti nei contesti animisti diventano adulti quando riescono a capire che sotto la maschera che danza ci sono uomini: le maschere infatti appaiono nei contesti rituali di iniziazione e di passaggio. La maschera è strumento e luogo di potere, che si esercita assumendo una nuova e spesso terribile identità.

A tal fine, si potrebbe far notare che nel Black Metal il face painting ha una valenza altamente simbolica: ci si dipinge il volto di bianco e nero perché scenograficamente si deve incarnare il proprio lato oscuro, la propria furia, ribellione e potenza "demoniaca" (in opposizione al dio monoteista, percepito come tiranno e despota). 





 Pitture facciali della Papua Nuova Guinea e dell'Africa:






 Appena possibile riporterò anche un mio scritto inerente il Black Metal suonato dalle donne. ^_^


 In tal senso, la maschera tribale e il trucco facciale hanno la stessa funzione psichica e catartica. Questo modo di esprimerci in realtà lo facciamo quasi tutti nella vita di tutti i giorni, anche se non ce ne rendiamo conto e spesso lo facciamo in maniera meno "teatrale"; a me capita di usare un certo rossetto o monile se mi sento "più o meno introspettiva" in un certo giorno. Ma pensiamo anche ai personaggi molto noti dei fumetti (Batman, Superman, Sailor Moon ecc.): essi hanno tutti "un certo tipo di look" che sfoggiano "quando si sono trasformati" abbandonando temporaneamente la loro identità umana (fragile e limitata) per assumere un'identità caricata di potenza. In particolar modo Sailor Moon esprime al meglio questa valenza: nella vita di tutti i giorni è Bunny, studentessa imbranata e svogliata; quando assume il travestimento di Sailor Moon diventa una guerriera piena di forza e di capacità.
 

Internet e la realtà virtuale dei social network poi hanno fatto assumere a quasi tutti "molte identità" da usare in maniera fittizia. Non c'è niente di male a "giocare" con molteplici lati espressivi e psichici (e con l'edonismo da social network che si nutre di like, di condivisioni e di foto ritoccate con photoshop) a patto di restare consapevoli dei propri limiti e di non confondere realtà virtuale con realtà vera ed effettiva.

L'arte africana contemporanea e l'etichetta di "africanità"

Fin qui, abbiamo parlato di Arte Africana animista; oggigiorno però le Arti Africane sono cambiate; o si è passati alla pittura o ci si è adeguati alle richieste turistiche o la conversione all'islam (e al cristianesimo soprattutto evangelico) ha portato al divieto di rappresentazione di divinità africane e persino alla loro distruzione.
Del resto, molti africani potrebbero trovare frustrante essere obbligati, sempre e comunque dalle aspettative occidentali, a proporre sempre un tipo di arte "folkloristicamente africana"; è un po' come se gli artisti europei fossero obbligati, sempre e comunque, a rappresentare l'arte classica greca perché "quella era la tradizione".
Niente impedisce che un artista africano nostro contemporaneo scelga di esprimersi usando uno stile occidentale (2) piuttosto che africano. Ma è vero anche il contrario, perché impedire ad artisti europei di scegliere di rappresentare una scultura secondo i canoni africani?
Bisogna anche essere consapevoli che un artista africano potrebbe trovare frustrante e limitante "sentire addosso" il peso della "rappresentazione dell'africanità", dovendo "auto-ingabbiarsi" in un'arte che alla lunga diventerebbe stereotipo. Questo è un punto di vista espresso da certi artisti e critici d'arte africani con una certa polemica, nel loro voler essere considerati "artisti" senza la qualificazione (aggiunta da noi) "di Arte Africana", anche se questa polemica non arriva al punto di rivendicare "un'arte anti-arte africana".
In quest'ottica, parlare di Arte Africana non ha senso, perché questi artisti vogliono essere considerati artisti e basta, nati o vissuti in Africa, ma senza per questo essere obbligati a "parentele artistiche": l'influsso artistico non si eredita, si sceglie.
Del resto questo è valido anche per la musica: un afroamericano non deve per forza amare o suonare Rap, un europeo non deve per forza amare o suonare Rock, un abitante del Sud Italia non deve per forza amare e suonare la tarantella o la tammurriata, non tutti gli italiani mangiano sempre la pizza, e via dicendo.
Quindi, alcuni artisti africani vogliono semplicemente esprimersi artisticamente, con una propria libertà creativa, senza essere fissati, dallo sguardo altrui, in un'identità ed etichetta prescrittiva: "africanità", "tradizione africana" e simili. Potrebbero anche rifiutare la "panafricanità" e volersi disfare dell'"artafricanismo" soprattutto se già stereotipato e banalizzato dallo sguardo occidentale.
Un'altra tendenza dell'arte africana è quella di modernizzare la tradizione: per esempio, su un palo in onore degli antenati si mettono anche le sculture di calciatori e jazzisti famosi.
 


(1) Anche perché quando avevano voglia di rappresentare qualcosa in maniera realistica, più vicino ai nostri canoni artistici, lo facevano: si osservino, ad esempio, le teste Ife, in Nigeria, in ottone o terracotta, che non presentano alcuna "esagerazione" o "deformazione" ma sono copie verosimili di teste umane, probabilmente di re.


 Anche nella placca del palazzo della città di Benin, che mostra un cacciatore con arco e freccia, vi è una prospettiva: l'albero sta dietro il cacciatore intento a prendere la mira.

Inoltre, si tenga presente che alcuni europei del Rinascimento commissionavano ad artisti africani i cosiddetti "avori afro-portoghesi": cucchiai, saliere e corni d'avorio che andavano ad arricchire "le stanze delle meraviglie" delle corti rinascimentali. In questo genere di manufatti compaiono elementi iconografici europei e persino asiatici: elefanti con palanchino sul dorso, draghi, sirene, arpie, unicorni, centauri.
Infine, ricordiamo anche i monili come collane e pendenti, soprattutto in Ghana, realizzati in oro e finemente incisi.

Oggigiorno particolarmente celebri e famose sono le bamboline Ashanti della fertilità (Akua ba), che presentano diversi stili: da una forma a croce minimalista a forme più antropomorfe, persino inanellate con orecchini, bracciali o cavigliere. Sono facilmente riconoscibili perché hanno una testa molto rotonda e gigantesca, con occhi a fessura e grandi arcate sopraccigliari. 







 Queste bamboline servono a propiziare la fertilità in una donna e molto probabilmente l'ankh egizio deriva proprio dalla bambolina ashanti.




 (2) è il caso di Owusu-Ankomah, che ha realizzato un acrilico su tela con segni che attingono dalla tradizione ashanti e giapponese a quella dei graffiti preistorici e metropolitani, nelle quali "vengono celate" forme umane, o Romuald Hazoumé che realizza maschere con bidoni, taniche di benzina e contenitori. Questi artisti mostrano un'influenza artistica moderna (Astrattismo e Dadaismo)

Infine, una galleria con alcune delle mie immagini preferite, parlando di Arte Africana. In assoluto, comunque, le mie preferite sono le bamboline Ashanti.













Libri consigliati:






APPROFONDIMENTO, tratto da




Frantz Fanon esercitò una grande suggestione sul movimento giovanile del '68; simboleggiava un profeta della violenza contro gli oppressi, battistrada di una cultura "altra" rispetto a quella bianco-capitalistica, sostenitore del rifiuto totale dell'Occidente.

Fanon nasce nel 1925 a Fort de France, nell'isola di Martinica, colonia francese delle Piccole Antille.
Al liceo ha come insegnante Aimé Césaire, il famoso poeta surrealista del gruppo "Présence Africaine", che diventa un punto di riferimento per la sua formazione.
Nel '46, a Lione, Fanon studia medicina e partecipa a diverse iniziative, come la redazione di un giornale ciclostilato in cui si batte per la solidarietà e l'unità di tutti i popoli di colore posti sotto il dominio francese.
Conosce Sartre e diversi leader dei movimenti di liberazione e di indipendenza africana. Muore di leucemia nel 1961.  





I primi scritti di Fanon: il razzismo come negazione dell'uomo


Gli scritti più noti di Fanon sono "Le syndrome nord-africain", in cui viene esaminato il rapporto razzista che si crea tra il medico europeo e il paziente nord-africano; "I dannati della terra" e "Il negro e l'altro", che affrontano il rapporto razziale tra il nero e il bianco che ben si può definire come "negazione dell'uomo".

Il "Negro e l'altro" si regge su uno schema dialettico, su cui vengono poste le basi del problema razziale e le prospettive della lotta per superarlo. Tale schema rimanda allo studio di Hegel della "Fenomenologia dello Spirito", mediato dall'influenza di Sartre.
Il libro affronta anche il tema del razzismo e dei rapporti psicologici che si creano tra discriminati e discriminatori, basato sulla negazione dell'uomo, e l'argomentazione sui rapporti psicologici tra nero e bianco.

"La coscienza di sé è in se stessa e per se stessa quando e perché ella è in se stessa e per se stessa per un'altra coscienza di sé; vale a dire che esiste in quanto essere riconosciuto"
Questo passo di Hegel proposto da Fanon nel punultimo capitolo del "Il nero e l'altro" illumina tutto il testo rivelando lo schema dialettico su cui si regge.
L'analisi di Fanon parte da un modello astratto del rapporto intersoggettivo umano: originariamente la coscienza di sé del singolo coglie l'esistenza dell'altro come ostacolo; da questo incontro-contrapposizione scaturisce il movimento verso l'altro; esso è il desiderio, "prima tappa della vita che conduce alla dignità dello spirito (Hegel)".
La coscienza di sé, muovendosi verso l'altro, accetta di rischiare se stessa nel rapporto intersoggettivo, accetta la dialettica dell'esistenza; la reciprocità nei rapporti umani è la conquista, l'obiettivo e il risultato della dialettica e della lotta.
(il linguaggio che viene usato da Fanon tiene presente Sarte ed Hegel)
Ma il modello non corrisponde alla realtà dei fatti umani perché questi sono dominati dalla mistificazione che trasforma i rapporti tra uomini in rapporti alienati fra "razze". Questa mistificazione ha una storia: il nero, oppresso, sfruttato, schiavo, è stato un giorno "riconosciuto" dall'altro (il padrone) senza lotta, quando l'altro ha unilateralmente affermato l'uguaglianza e la dignità di ogni uomo. Il tal modo il rapporto padrone-schiavo non ha generato la sua sintesi dialettica ma una maggiore mistificazione per cui mentre formalmente non esiste più il padrone né lo schiavo, di fatto nulla è cambiato. "Il nero", scrive Fanon, "è passato da un modo di vivere all'altro, non da una vita a un'altra".
Più esplicitamente, è avvenuto che la società dei bianchi-padroni ha dato libertà formale ai neri-schiavi affermando l'uguaglianza astratta di tutti gli uomini, ma ciò è avvenuto su un piano mistificato, senza lotta. Non vi è stato quindi un riconoscimento reale, la schiavitù è restata ma è stata nascosta dalle parole.
è così che la legge afferma l'uguaglianza degli uomini, ma l'evidenza ne afferma la diversità. Lo schiavo non esiste più, ma il razzismo e il colonialismo esistono. Essi negano l'uomo. Infatti "[...] l'uomo è un sì che vibra alle armonie cosmiche... il nero non è un uomo... il nero è un uomo nero... sradicato, confuso, condannato a vedere dissolversi una dopo l'altra le verità da lui elaborate.... in virtù di una serie di aberrazioni affettive si è stabilito dentro a un universo e da questo universo circoscritto bisognerà pure farlo uscire..."
Il nero dunque non è un uomo [...] viene al mondo cercando un senso alle cose, vuole essere un uomo in mezzo agli altri uomini, [...] ma si scopre oggetto. L'altro lo fissa e lo oggettivizza, e l'altro è il bianco. Lo sguardo del bianco dunque lo "pietrifica".
[...] tutta la sua storia, vista dall'altro gli è stata gettata addosso: antropofagia, arretratezza mentale, feticismo, tare razziali...l'altro gli crea un carcere, in cui il nero è costretto a rimanere rinchiuso. Egli è inferiore.
[...] L'altro non è un "uomo", è il bianco, ed egli si nega come uomo mentre nega l'altrui umanità; l'altro è un razzista, ed è "il razzista che crea l'inferiorità", "è il razzista che crea l'inferiorizzato"
[...] Al nero resta una possibilità di scelta: l'accettazione della prigione del bianco o un'altra strada più difficile da percorrere: la lotta per la liberazione dell'umanità:
"Non ho che una via: sorvolare questo assurdo dramma che gli altri mi hanno fabbricato intorno, scartare questi due termini ugualmente inaccettabili, negritudine ed integrazione nella società bianca, e tendere all'universale attraverso un particolare umano" (Fanon)

Questa è la strada di Fanon. Per realizzarla, il nero dovrà uccidere il bianco che è dentro di lui, e quindi uccidere anche il bianco come altro che lo disumanizza e si disumanizza, uccidere il razzismo.
Per il nero, la cui alienazione e nevrosi sono causate dalla cultura dell'altro, da cui ha attinto l'ansia di diventare bianco, scartata l'illusione momentanea della "négritude" e rifiutata la possibilità di cercarsi uno spazio nel mondo precostituito del bianco resta infatti una sola via giusta: "è l'ambiente, la società che sono responsabili della tua mistificazione" (*)
Mistificazione razziale e azione liberatrice sono i passaggi della dialettica della liberazione;
Fanon non fu tenero con i suoi compatrioti, i neri delle Antille che si sentivano "più bianchi degli africani" e dopo l'accentuarsi dell'oppressione razzista si riscopre nero e vuole sentirsi solidale con l'Africa; ma allora "egli sente la disperazione. Ossessionato dall'impurità, oppresso dall'errore, segnato dalla colpevolezza, egli vive il dramma di non essere né nero né bianco."

Per Fanon, la mistificazione non morde dove l'oppressione è senza veli, ridotta all'osso della sua inumanità: "In Africa, la discriminazione era reale. Laggiù il nero, l'africano, l'indigeno, lo sporco erano reietti, disprezzati, maledetti. Laggiù vi era amputazione, vi era negazione di umanità [...] In America, il nero lotta ed è combattuto, lì sul campo di battaglia limitato ai 4 angoli da ventine di neri impiccati per i testicoli [...]."

Fanon tiene anche presente la diversità del compito dell'intelletuale nero rispetto a quello delle masse nere oppresse. Il primo è alienato culturalmente, per le seconde l'alienazione è fisica e totale. Il nero oppresso e sfruttato "non potrà che concepire la propria esistenza sotto la specie di una battaglia condotta contro lo sfruttamento, la miseria e la fame."
"Il problema nero non si risolve attraverso i neri che vivono tra i bianchi ma bensì attraverso i neri sfruttati, schiavizzati, disprezzati da una società capitalista, colonialista, incidentalmente bianca."

(Nota di Lunaria: tutto questo ragionamento è valido anche parlando di androcentrismo e misoginia, laddove la donna si faccia reificare ed ingabbiare dallo sguardo del maschio patriarcale)

Ma Fanon ha studiato anche il problema razziale sotto il profilo del linguaggio rifacendosi alla borghesia delle Antille che non usa il creolo "salvo che nei rapporti con i domestici". Ciò avviene poiché il possesso della lingua francese è ritenuto garanzia di status, di rispettabilità. L'antilliano desidera parlare il francese perché il sistema coloniale bianco ha generato in lui un complesso di inferiorità, e a questo complesso fa riscontro il complesso di superiorità del bianco verificabile sempre al livello del linguaggio; il linguaggio del bianco definisce il posto del nero.

(parlando della condizione maschio-femmina, il linguaggio è androcentrico: è scontato riferirsi a dio come "dio padre", "cristo redentore" e non "dea madre"; quanto al cristo redentore, non esiste neanche un'alternativa al femminile. Inoltre, è tipico dei misogini ricordare alle donne che "non hanno mai fatto la storia", quando Gaspara Stampa scriveva tanto quanto Tasso e l'Ariosto, e l'invenzione del romanzo gotico va a Ann Radcliffe e non a Poe, che è successivo... nonostante si possano citare dozzine di scrittrici e pittrici, che hanno fatto arte tanto quanto i maschi, nella percezione comune resta sempre l'idea che "la cultura l'hanno fatta i maschi"; dall'esistenza dei Mozart, dei Dante, dei Manzoni, i misogini traggono "la prova della loro superiorità", anche se ovviamente, non hanno altrettanto talento, ma si sentono accomunati a costoro solo per il fatto che possiedono gli stessi attributi genitali. Che poi a Mozart si possa affiancare una Francesca Caccini, a Dante una Christine de Pizan, a Manzoni una Ann Radcliffe è qualcosa che i misogini non vogliono proprio ficcarsi in testa)

Fanon analizza anche i rapporti tra i sessi, studiando il fenomeno delle donne di colore che aspirano alla "lattificazione attraverso l'amore del bianco" e degli uomini neri che attraverso la donna bianca tentano di provare la propria "umanità-bianchità".

Il nero vive all'interno di un mondo simbolico bianco. [...] Essendo il colore della pelle una costante irriducibile, il dramma si riproduce in continuazione e i complessi del nero vengono "trasferiti" continuamente nei rapporti intersoggettivi, per cui "se la struttura psichica si rivela fragile, si assiste al crollo dell'Io. Il nero cessa di comportarsi come individuo azionale.
Lo scopo della sua azione sarà l'altro [sotto forma del bianco] perché solo l'altro può valorizzarlo"

Ciò dimostra come esista una complessa schiavitù del nero causata dall'imposizione culturale tipica del dominio coloniale.

Anche lo stereotipo che attribuisce al nero una straordinaria potenza sessuale è causato dal fatto che il nero, nella psiche bianca, si identifica con la sessualità, il biologico: vi è un'identificazione nero-pene. Ma nell'inconscio del bianco il nero non è solo "sesso", è anche "male"; il nero come l'ebreo svolgono la funzione di capro espiatorio dell'aggressività sociale. Nell'inconscio collettivo dell'"Homo occidentalis", il nero simboleggia il male, il peccato, il negativo

(*) Che, ad un livello estremo, prevede, come unica soluzione, la misantropia e l'auto-isolamento.
 

Il fondamento umanistico percorre la ricerca di Fanon; a "L'essere e il nulla" Fanon è direttamente debitore di varie analisi, anche se le trasferisce in un contesto diverso. Senza dubbio, l'incontro tra il nero e l'altro rimanda all'analisi sartriana dell'esistenza degli Altri. Sartre aveva sviluppato in questo contesto delle osservazioni sul linguaggio inteso come "essere per l'altro"; sullo sguardo dell'altro che "coglie il sè oggettivo" escluso alla portata del soggetto; sul corpo, contingenza determinata da vari fattori, tra i quali l'etnia. Tutti questi temi ritornano in Fanon e vengono applicati all'indagine dell'esperienza vissuta dal nero.
Si possono trovare anche altri recuperi dell'analisi sartriana, come la nozione di tempo e di amore, anche se Fanon predilige il problema dell'azione e della libertà, una delle questioni principali del pensiero sartriano.
In "L'essere e il nulla" Sartre aveva analizzato l'azione come fenomeno intenzionale, che nasce in corrispondenza di una mancanza; l'azione non è altro che l'essere dell'uomo, e in questa equazione di essere e d'agire si colloca la libertà e il "progetto" umano. L'uomo, per Sartre, è libero, anzi è condannato ad essere libero, ad essere causa del suo futuro. Ma questa libertà comporta la sua responsabilità: "L'uomo, essendo condannato ad essere libero, porta il peso del mondo tutto intero sulle sue spalle: egli è responsabile del mondo e di se stesso in quanto modo d'essere" (Nota di Lunaria: questa, in fondo, è ancora una prospettiva androcentrica; soprattutto perché l'uomo ha sempre sentito l'esigenza di definire la donna e di reificarla in un dato ruolo\indole\aspettativa; sembra che in quest'ottica "l'uomo maschio sia responsabile del mondo e di se stesso, nonché del definire la donna"; l'unica responsabilità della donna è quella di aderire al ruolo pre-confezionato per lei dall'uomo e incarnarlo appieno)
Questi concetti d'azione, libertà e responsabilità dell'uomo, sono sia la base dell'impegno politico di Sartre sia quella dell'interesse di Fanon per il pensiero sartriano.

La trattazione del problema razziale porta Fanon su un terreno del tutto diverso rispetto a quello di Sartre. Per Fanon il rapporto con l'altro non è un qualsiasi rapporto intersoggettivo, ma un rapporto razzista: "il bianco non è soltanto l'altro, ma il padrone reale o immaginario"
Sia Fanon sia Sartre individuano il "perché" della discriminazione non nelle caratteristiche del discriminato ma nello stesso discriminatore: per Sartre è l'antisemita che crea l'ebreo; per Fanon è il razzista che crea l'inferiorizzato (e per Thomas Szasz è lo psichiatra che crea il pazzo; è l'inquisitore che crea la strega e l'eretico. Nota di Lunaria)
Ma Fanon fa notare che tra il nero e l'ebreo, il nero sta peggio perché pur esistendo l'antisemitismo, l'ebreo passa inosservato, essendo bianco, può essere ignorato nella sua "ebreità"; il nero invece non può sottrarsi al colore della sua pelle.
Inoltre ci sono anche identificazioni incosce: per Fanon, l'ebreo è identificato col denaro, il nero con il sesso.
(Nota di Lunaria: anche oggigiorno; vedi epiteti palesemente sessisti e sessualizzanti come "big bamboo" che vengono dati agli africani; o l'idea, tanto cara ai nazifascisti, che "vogliano portarci via le nostre donne". Comunque c'è da dire che i più denigrati in assoluto non sono gli africani, ma gli aborigeni, su cui pende di continuo l'accusa di essere "uomini di Neanderthal" perché esteticamente hanno fronte prominente, occhi infossati, grandi nasi e corporeità piuttosto massiccia, anche nelle donne)

Fanon definisce il rapporto bianco-nero come un'imposizione, come la vicenda di una cultura che ne schiaccia un'altra: l'imposizione della cultura bianca alla cultura malgascia, per esempio, non è stata un'aggiunta né un'acculturazione, è stata invece una cancellazione della cultura malgascia, una destrutturazione. (Nota di Lunaria: ciò è sicuramente vero, ma si tenga però presente che le culture tradizionali africane non avevano e ancora non hanno la concezione della "parità tra uomo e donna", oltre alle pratiche cruente delle mutilazioni, non solo genitali, che venivano imposte su bambini, bambine, ragazzini, ragazzine, uomini e donne, a scopo estetico, magico-superstizioso o di controllo della sessualità femminile. è indubbio che la parità uomo e donna è stata creata nel solo Occidente e che è stata "esportata" dai bianchi, qualche volta, stranamente, persino dai cristiani; è il caso della missionaria Annalena Tonelli che venne uccisa alcuni anni fa perché aiutava le donne ad evitare l'infibulazione. Annalena Tonelli apparteneva ad una religione sessista, ma nel suo agire contro l'infibulazione si ravvisa una visione dei genitali femminili che appartiene più al femminismo che non al cristianesimo; si potrebbe citare anche il caso dell'India: la pratica orribile del bruciare le donne vedove - spesso ragazzine - sulla pira funebre del marito è stata proibita proprio dagli inglesi, che ne rimasero inorriditi)


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