Inferni Solipsistici: riflessioni esistenziali

Alcuni miei scritti di riflessione esistenziale dedicati ai filosofi da cui ho attinto idee, riflessioni, rielaborazioni e conforto e che mi hanno permesso di rielaborare i miei personali dolori. 

"E Tu, Cielo.... oh! d'un pianto                                        
Di stelle lo inondi                                                                 
quest'atomo opaco del male!"
(Giovanni Pascoli "X Agosto")


"Scrivere significa fare nel fallimento l'esperienza dell'essere" (Joseph Conrad)

E se l'atomo opaco del male non fosse il mondo\l'universo ma l'essere umano?
Se appunto ciascuno di noi, per il solo fatto di essere un umano, fosse un atomo opaco e sbiadito, una particella misera ed accasciata?


Da sempre cerchiamo risposte esistenziali o una comunione col divino (preghiera o creazione artistica) che ci faccia ascendere dalla condizione animalesca ed istintuale da cui proveniamo.
Fin da piccoli veniamo convinti a pensare che le cose abbiano un senso, un perché; scansiamo temi scomodi come la morte, il dolore, la sofferenza e la malattia, eppure ne siamo circondati, "soffocati", ci culliamo nell'idea che saremo risparmiati da "tutto ciò che è negativo", che niente di doloroso ci sfiorerà mai, e qualora capitasse, ci illudiamo che tutto passi in breve tempo, che il tutto si risolva, che a tutto ci sia una soluzione.

"Il sonno della ragione partorisce mostri".
No, è il sonno dell'autoconsapevolezza che partorisce mostri, è quando ci ostiniamo a crederci figli di dio, creature privilegiate nell'intera creazione, destinati a un'eternità di amore-felicità che ci fa illudere perniciosamente, e tanto più ci si autoconvincerà di "io merito amore e rispetto", tanto più si cadrà nell'abisso al primo malessere esistenziale.
La verità è che siamo particelle di polvere, un nulla prima della nascita, un qualcosa ("una passione inutile") durante il breve divenire della vita corporea, e un nulla di putrefazione e decomposizione dopo la morte fisica.
Non siamo meritevoli a priori di nessun diritto alla felicità, al benessere, all'amore, viviamo disperdendoci in attimi fugaci di gioia, subito pagata nel sangue, tutto ciò che ci circonda è catastrofe e sfacelo, rovina e nulla.

A che scopo costruire se qualsiasi gesto si rivela irrilevante?
Mancando il concetto di "persistenza di eternità" alla vita fisica ne consegue che fare o non fare è la stessa identica cosa. Tutto è un agire affannosamente inutile, tutto è rivolta contro un Nulla che cancellerà anche quel poco di buono che avremmo eretto.
In definitiva, non esiste nessun divenire, perché manca l'eternità per rapportare il concetto di durata, e degli esseri si può solamente affermare che provvisoriamente escono dal nulla, diventando un qualcosa, e rientrano nel nulla dell'oblio.

Tutto è mestizia universale, e quando essa ci contamina, ne diventiamo infetti e corrotti.
Tanto il corpo quanto l'anima ne recano le stigmate purulente, quanto più si è accasciati nell'abisso, tanto più si cercherà di trascinare gli altri con noi nella disfatta.
La sussistenza del dolore egocentrico è tale che non concepisce niente al di fuori di se stesso, per cui non solo dal dolore altrui non ne verremo coinvolti (se non per gioirne o appropriarcene), ma anche, tenderemo a sviluppare una strana superbia, un Ego intriso di sofferenza che vorrebbe, se solo esistesse, porsi di traverso persino a dio, in un atto di sfida, di perenne manifestazione di sé.

Un dolore ripetuto ogni secondo, un dolore trascinato, genera assuefazione.
L'assuefazione genera l'atarassia.
L'atarassia conduce alla pace; essendone assuefatta, quasi non lo sento più questo dolore acuto e persistente.
Più il dolore persiste, e più ci rende assuefatti e addomesticati ad esso.
L'intensità, variando poco, nel corso del tempo, rende l'effetto del dolore "uno stato abituale", tanto che questo dolore diventa persistente e complessivo.
Un'altra conseguenza è che si tende ad avvicinarsi alle altre forme di dolore con autoreferenzialità, rifacendosi sempre e solo al proprio dolore individualistico.
Si fagocita il dolore altrui per meglio assaporare il proprio, modulando a proprio "gusto e consumo" le mestizie altrui. Questa è un'ulteriore prova al fatto che l'automatismo del dolore egocentrico è tale che non percepisce niente al di fuori del suo continuo rivelarsi; tanti inferni solipsistici in cui non si può non annegare, in cui si annega soli, incomunicati.

Questo genera angoscia?
Sì, ma solo se si cerca di andare contro questo stato, solo se si cerca di non farsi travolgere.
Accettando questa presa di posizione "si soffre e non è possibile non soffrire altrimenti", considerando, per conforto, che un dolore vale l'altro e che se ora non soffrissi per questo motivo preciso, soffrirei comunque per un altro motivo, ci si chiude in una solitudine annientante che libera da qualsiasi paura esterna. Paventando solo il mio male, arrivo a porlo come unico mio Ego e, assimilandolo, erigo sulle rovine dell'ego precedente - un ego che era felice, sereno, tranquillo, forse - un nuovo Io alla luce di una nuova consapevolezza esistenziale forgiata dalla certezza che:

1) Non è possibile non soffrire.
2) Hai sofferto, dunque hai capito. Hai visto la realtà, il mondo, dio, con altri occhi, attraverso le lenti che il tuo proprio dolore ti ha posto sugli occhi, in modo brutale e irruento (nessuna precognizione al riguardo, niente ci anticipa il dolore: ne veniamo stuprati senza che egli si presenti neppure per nome)
L'Io si decompone in dolori e sofferenze incomunicabili.
Infinite cicatrici esistenziali che ad occhi estranei saranno invisibili o appena notate, e che al contrario persistono dentro di noi, incapaci di negarle, incapaci di sopprimerle (facendo parte di noi, nel profondo, come possono essere annullate? Sono il proprio Io, lo si può annullare? Per quanto sfiancante e disgustoso... queste negatività persistono, persistono, persistono...)
Siamo Dismorfofobia dolente, contratta, sfociante nel Nulla dell'inazione.
Si agisce, si crea un qualcosa, il tempo passa, tutto viene corroso.
Non si agisce, il tempo passa comunque, e in egual modo non otteniamo nulla.
Manca il fine ultimo, il senso ultimo all'agire.
Perché fare qualcosa se tutto diventa polvere?
Quali conseguenze attendere nel crescendo sfaticante di rivolte inutili, sfiancanti?

Rimane il baratro delle scelte da compiere
"Scelgo questo", "Scelgo quello", ma qualsiasi cosa io scelga è la stessa cosa, lo stesso evento che non porterà a niente. Tutto si equivale, in fondo.
La fissità costante del dolore è tale che non solo dopo anni genera assuefazione, ma che tale dolore sarà anche caricato di un particolare significato, valenza e superbia che avrà senso solo per chi ne è succube, in un' ascesi verso il peggio che raggiungerà vertici sommi di abissale disperazione.
Qualsiasi parola, immagine, persino suoni, non riuscirà mai ad esprimere l'essenza e la valenza del proprio dolore.

Manca a priori la condivisione dell'esperienza dolorosa vissuta nel profondo, da un Ego all'altro.
è evidente che nessuna speculazione basata sull'ipocrisia dell'empatia può portare alla comprensione del mio dolore alla coscienza altrui. Al massimo, posso solo autoanalizzarlo nella solitudine di me stessa con me stessa, rielaborando concetti altrui, adattandoli al mio caso.
Questa "rilettura di ciò che sta in me attraverso parole altrui, che fungono da lente " è differente dall'andare a chiedere pareri altrui sotto le spregevoli chimere dell'empatia e della "comprensione altruistica", in quanto sono io, e solo io, colei che seleziona e sceglie via via, rielaborando al mio caso, ciò che mi rappresenta, e non devo giustificazioni a nessuno del perché e del percome io scelga ed eriga a mio vessillo una frase, una parola, un concetto; nessuno può farlo al posto mio, perché nessuno visse-vive-vivrà con ciò che vivo io (così come io non vivo quello che capita ad altri come lo vivono in loro stessi). Solo io ne sono la sorgente, l'abisso, la consapevolezza egotica.
Gli eventi dolorosi si riconducono quindi ad eventi incomunicabili, casuali, non correlati, compresi e supportati da nessuna comprensione ed empatia esterna.


"L'INANITà"

Attesa.
Precarietà.
Disgregazione.
Dissoluzione.

Sono gli aspetti lancinanti della condizione umana.

"Un cader fragile di foglie" senza nessuno scopo che non sia l'assistere alla propria disfatta;
nessun altro scopo che non sia il dover morire (si veda a tal punto il ruolo della morte nella prospettiva cristiana: sacrificio-dono di sé-redenzione/espiazione "nel sangue dell'agnello innocente")
perché vivere, o più precisamente, sopravvivere, è solo l'incessante dover morire.

Se c'è una verità nella Bibbia, è proprio quel "polvere sei e polvere ritornerai" come esprime del resto anche lo stesso nome "Adam", "terriccio", "argilla"; polvere pensante, cosciente, ecco cos'è l'essere umano.
Polvere pensante, esposta continuamente a scelte da compiere (e ricordiamo il geniale paradosso sartreiano "se anche si sceglie di non scegliere, si è scelto comunque; non si può non scegliere")
ma in qualche modo, è proprio l'azione, il dover agire, a procurare l'angoscia maggiore, e del resto, è proprio agendo che si prospetta la scelta di agire per il bene o per il male.

Se poi sono credente, e convinta della presenza ultraterrena di un dio onnipotente e giudice, ecco che mi si prospettano due modi d'essere agli antipodi: beatitudine o dannazione eterna.
Ma la quintessenza della questione consiste nel capire che queste due situazioni non si esauriscono nella condizione di "luogo", bensì di proprio essere, di ipseità: Io rendo me stessa il mio cielo o il mio inferno, per citare il passo cruciale dell'ultimo atto del dramma "I Masnadieri" di Schiller.
è questa la seconda certezza esistenziale.
La prima è: "Un giorno, morirò. Cesserò di esistere, tutta la complessità del mio essere, l'unicità della mia persona, cesserà di esistere; tutto ciò per cui mi sarò esaltata, tutto ciò per cui avrò sofferto, diventerà polvere."
Di fronte ad una prospettiva religiosa, di premio o castigo ultraterreno, non si può che augurarsi che per davvero non esista nessuna persistenza dell'anima: come conciliare un eterno inferno solipsistico con la supposta benevolenza di dio?

Pensiamo anche al noto paradosso teologico: "I beati, come potranno godere appieno della felicità paradisiaca, di fronte allo spettacolo della sofferenza eterna dei dannati, fosse anche per la dannazione di una sola anima?".
O ammettiamo piuttosto che "tutti saremo salvati" (e anche in questo caso, ne consegue un'inutilità dell'agire, e del merito personale) o più cinicamente, affermare, come Severino, che "l'essere stato patito del dolore" non può venire riscattato in nessun modo (dovremmo anche chiederci, a tal proposito, se è intenzione del creatore renderci immemori e quindi, una volta dimenticate le miserie subite e patite nella nostra vita terrena, accettare con gioia esaltata la nostra condizione di beati...)

Ma questi non sono gli unici paradossi teologici; pensiamo anche a quelli "spinosi", come la predestinazione, la dispensazione gratuita della grazia "ma non per tutti", la questione della presenza del male in dio, o comunque, col suo consenso apparente, se non compiacimento (da vedere, al riguardo, il sanguinoso dio di vendetta, furore e guerra, che domina tutte le vicende dell'Antico Testamento).

Una prospettiva atea ci libera dell'impaccio e dell'imbarazzo di simili questioni, ma non è in grado, al riguardo, di proporre e di dare un senso alla vita, più precisamente, al perché "devo trascinarmi giorno dopo giorno, con un'unica meta certa: la tomba" quando in egual modo, agendo o no, facendo del bene o no, ne consegue che non ottengo comunque nulla (si obietterà che "agire bene" è il presupposto essenziale per una convivenza tra individui, la creazione di una società, ma partendo dal presupposto che a priori non ci sia di nessuna utilità la vita "in comune", cade anche questa obiezione.)
"Una soluzione" potrebbe essere quella di vivere la bellezza dell'attimo, ma viverla appieno; sarà paradossale, ma quei pochi attimi di gioia vengono apprezzati veramente solo da chi costantemente si ripete "memento mori".
D'altraparte, non siamo che burattini, marionette alla mercé di forze più grandi di noi (dio, fato, destino, natura matrigna... in qualsiasi modo lo si chiami, il concetto resta immutato) sulle quali non possiamo agire, se non con una percentuale molto bassa - o pressoché inesistente - di "libero arbitrio".
è questo che bisogna comprendere:
la vita stessa è a priori inanità, e in qualsiasi modo noi scegliamo di viverla, ci attende lo stesso destino universale: la democrazia della dissoluzione, l'uguaglianza della decomposizione.
Ora siamo un qualcosa, siamo donne, siamo uomini, siamo ricchi, siamo poveri e via dicendo, presto non saremo più nulla.

Affliggersi per questo o quest'altro dolore, il credere che a tutto ci sia rimedio, l'illusione di meritarsi a priori il diritto a un benessere psico-fisico, è quanto di più controproducente si possa fare; è una battaglia sterile, pura utopia, miraggio nel deserto, destinato allo scacco.
Nessun libero arbitrio che non sia la sterile ripetizione di errori passati, nessun agire che non sia l'incapacità di sottrarsi al proprio disagio, alle proprie tare esistenziali. La sterile, grottesca ripetizione sfiancante dello stigma della rovina che fiancheggia l'intera condizione umana.
Meglio accettare eroicamente che questo o quello, questo o quest'altro, è del tutto irrilevante, e l'unica cosa per cui vale la pena supplicare, se si è credenti, è "dio, donami la pace per non sussistere più, né all'inferno, né in paradiso".
Tenebra malarica è ciò che contamina il corpo, mestizia ciò che infetta l'anima.
Ciascuno di noi, nel profondo di se stesso, sarà capace di dare il nome effettivo al proprio dolore esistenziale, sia esso ascrivibile alla sfera corporale, o a quella "spirituale", o ad entrambe, nessuna migliore medicina esistenziale che non sia quella del cinismo, rivolgendoci direttamente alla causa dei propri mali, per ridimensionarla alla luce di questo mantra esistenziale:

"Non tu in quanto tu, mio disagio esistenziale, mi rovini l'esistenza, ma l'atto stesso di esistere, la condizione di vita in sé: penso dunque sono - esisto dunque soffro".
Spero di aver dimostrato come sia possibile placare, se non del tutto, almeno temporaneamente, quel mostro che assume una valenza polisemantica a seconda del vissuto di ciascuno di noi, e che rientra sotto il nome di Disperazione.

"UNA VIA ATEA ALLA REDENZIONE: LA COLPA E IL RIMORSO"

Dopo Incomunicabilità e Inanità, la condizione umana è subordinata anche alla Colpa e al Rimorso, mannaia che colpisce corpo, spirito, Io.
Vi è una sorta di dissacrante uguaglianza nella ripartizione della Colpa:
Siamo tutti colpevoli di qualcosa nei confronti di qualcuno.

- Colpevoli di arricchirci a scapito di qualcun altro (pensiamo a una rapina che finisce in omicidio)
- Colpevoli di violentare fisicamente/verbalmente qualcun altro (da intendersi anche in senso figurato, pensiamo per esempio a situazioni di mobbing in ufficio, o al bullismo nelle scuole)
- Colpevoli di salvaguardare il nostro benessere a scapito di qualcun altro (per esempio, il benessere di pochi privilegiati in Europa a scapito della stragrande maggioranza di poveri del "Terzo mondo")
- Colpevoli di non saperci sottrarre (pensiamo a situazioni di dipendenza e di abuso di sostanze quali droga o alcool)

COLPEVOLI DI ESISTERE in definitiva.
La Colpa si abbatte, e successivamente, si avverte il Rimorso, e per alcuni, la gogna dell'Espiazione.
Ora, la Teologia Cristiana ha da sempre posto il concetto di Colpa -conseguenza del Peccato Originale a cui l'essere umano ha dato pieno e libero consenso spontaneo "nell'accettare la mela" - Colpa vista come la caduta da uno stato di grazia e benessere -"Amicizia col Creatore"- reso efficacemente dal Giardino dell'Eden (da intendersi quindi, come Paradiso, Inferno, Purgatorio, come stato d'essere e non luogo fisico e concreto....).
Con l'infrazione del divieto di "non mangiare" (accedere quindi alla Sapienza, alla Libertà di "faccio quello che mi pare, scelgo da me ciò che è bene da ciò che è male"), proposto dal Creatore-Legislatore, la necessità di "un pagamento" attuato attraverso la sofferenza e la morte che vengono a colpire l'intero creato come giusti castighi di un Dio sdegnato e collerico, ma, essendo altresì buono e amorevole, disposto ad accettare l'espiazione di un Messia, Redentore (poco importa a fine di questo studio stabilire se Cristo sia Dio stesso oppure "un suo subordinato" concetto presente in molte "eresie"...) che morendo - il sangue dell'Agnello, la purezza - espii e tolga i peccati del mondo agli occhi del Dio Padre-Tremendo ma Amorevole.
La morte dell'Uno Innocente evita l'ecatombe generale (si veda a tal proposito quelle correnti cristiane fondamentaliste basate su "Gesù è morto per te! Ha patito al posto tuo!").
Colpa - Espiazione (che si attua per tutti, in misura diversa fino all'arrivo del) -Redentore - Riscatto (siamo resi puri di nuovo, meritevoli di Paradiso)
Questo, nell'ottica cristiana.
Ma in un'ottica di non adesione al credo cristiano semplificato in "non credo in Dio", "Dio ama tutti, eccetto me", "non è Dio che non mi perdona, sono io a non volermi perdonare" ne consegue che, mancando la fiducia e la piena adesione intellettuale-spirituale a un Redentore, viene a mancare la Redenzione e Il Riscatto (semplificando: "Ora sto vivendo male, soffro, ma Dio avrà pietà di me e da morto, vivrò in Paradiso" contrapposto a "Ora sto vivendo male, soffro, ma non esiste alcun dio, e se esiste mi condannerà all'Inferno perché non credo in lui/vivo senza seguire le sue direttive. Non c'è comunque speranza per me")
Da qui, la vita vista come colpa, in un oscillare perpetuo tra rimorso ed espiazione, che non acquista mai un senso definitivo, totalizzante, a meno che non ci si definisca da se stessi, mancando un dio a cui dare questa incombenza, Carnefici e Redentori.
Credo che il bisogno di perdono sua un bisogno umano, avvertito da chiunque.
A mio parere, chi, per scelta personale, non abbia la forza, la convinzione necessaria a credere in un dio (quale che sia), potrebbe trovare conforto sublimando il bisogno di perdono nell'opera artistica:
Musica - Arte - Letteratura diventano le chiavi per rappresentare il proprio dolore, il proprio malessere, e cauterizzarlo.
Sulla tela, sul foglio di carta, nella successione delle note, la colpa, "il peccato" viene confinato e in qualche modo, ridimensionato.
La nostra "espiazione" passa quindi attraverso Lo Sguardo dello Spettatore: una Moltitudine di Sguardi che, limitandoci nella fissità di un ruolo, ci "solleva" dal cappio teso e penzolante, dalla mannaia pronta a colpire, dalla pioggia di lapilli di Sodoma e Gomorra.
La nostra opera artistica, simulacro della nostra colpa, diventa quindi la catarsi, il mezzo attraverso cui il Giudizio Altrui ci limita, ci analizza, ci plasma attraverso infiniti pareri e critiche.
Pensiamo come una canzone possa dare sensazioni di tristezza, malinconia, o al contrario, di pace.
E successivamente, l'Artista dichiara: "L'ho composta in un periodo cupo della mia vita" oppure "L'ho composta quando ero al culmine della gioia", mentre a noi ascoltatori, quindi Giudizio-Sull'-Artista, trasmetteva tutt'altro.
Un Significato "originale, unico, ben preciso" dato dall'Artista alla sua creazione, Giudizio dai molteplici risvolti quello dato dal Pubblico.
"Si è" al modo di essere visti in cui Gli Altri ci vedono.


L 'IRRILEVANZA

"Non siamo altro che una probabilità dell'esistenza; la nostra vita... un'equivoco di possibilità concesse " (A'isha Arna'ut,  Poetessa Siriana)

Dopo L'Incomunicabilità, L'Inanità, La Colpa, un altro elemento che caratterizza l'esistenza umana è l'Irrilevanza; Irrilevanza di tutte le prese di posizione, di fede e degli ideali di fronte a quello che resta l'evento fondamentale del vivere umano: la Morte.
In genere, con fare consolatorio, si tende a vedere la Morte come:
⦁ Fine dell'esistenza umana, quindi, la cessione del dolore, più che della felicità, sempre breve e passeggera; questa presa di posizione, più pietistica, può essere la visione atea della morte, vista non solo come "traguardo" inevitabile (ma l'essere umano, potrebbe sopportare davvero l'eternità, in fondo?) ma anche, come "medicina al dolore del corpo e della mente": da qui anche la battaglia ideologica e civile per testamento biologico o eutanasia/suicidio assistito (che chi scrive, approva, e si augura di vederlo riconosciuto, prima o poi, come diritto civile) 
⦁ Evento cruciale per  la salvezza dell'anima, se si è credenti e praticanti.
Nel primo caso, ciascuno, nel suo intimo, potrebbe scegliere, autonomamente, se aspettare la fine naturale o scegliere da sé quando "è il momento di andare", magari al culmine di una vita piena e realizzata, volendo evitare la decadenza e l'angoscia della vecchiaia o gli strascichi di una malattia debilitante; il caso Welby o di Eluana Englaro sono emblematici, al riguardo, perché non solo esiste il diritto a tutelare la vita, se desiderato, ma anche il diritto di disporre di se stessi a seconda della propria volontà o sensibilità (cosa c'è di più nostro che non sia il nostro corpo? Non spetta a ciascuno di noi decidere di ciò che è la nostra unica proprietà?)
Nel secondo caso, che tocca la sensibilità soprattutto di quanti hanno fede nel trascendente, e ancor di più, di coloro che si arrogano il diritto di pontificare su ciò che è Bene e Male, Giusto o Ingiusto, tra chi andrà in Paradiso e chi no, "divertendosi" a dividere in categorie dualiste l'umanità intera, si può solo affermare, sensatamente, che sarebbe più di buon gusto mantenere prudenza e scetticismo, visto che nessuno di noi ha mai visto coi propri occhi l'aldilà.
Di fronte a questa constatazione logica, non ci si può erigere a Giudici di ciò che è o non è la verità, dal momento che, non solo non è certa una vita dopo la morte, ma neppure è certa l'esistenza di un Creatore-Legislatore di ciò che è Bene o Male.
Per questo, di fronte all' "Io so di non sapere cosa c'è dopo la morte", e di fronte alla constatazione che la vita, l'esistenza umana, non è nient'altro che un groviglio di possibilità più o meno "infinite" o eclettiche, più o meno concesse e libere, che portano TUTTE, in qualsiasi modo le si viva, in ugual modo, alla stessa meta (la Tomba), a prescindere dalla via che si scelga o si debba percorrere, non si capisce perché un'idea dovrebbe valere più di un'altra, nel caso specifico, perché un Redentore dovrebbe "essere più vero" di un Altro: mancando la sicurezza a priori di ciò che si sta affermando, magari con tanta verve patristica, condita da una buona dose di arroganza da "Io sono la Via, la Verità e la Vita".
Una verità vale l'altra, un'idea piuttosto che un'altra si equivale. Tutto concorre allo stesso identico, democratico, universalmente diffuso destino di putrefazione.
Gesù Cristo vale tanto quanto un Filo d'Erba, se l'animista trova il suo conforto esistenziale nell'adorazione del Filo d'Erba.
Chi può affermare che la propria visione esistenziale sia quella valida, per tutti?
Tanto più sensato sarebbe affermare che ciascuno viva con la sua propria verità, adatta a lui, che potrebbe essere quella del Cristianesimo, piuttosto che la Via dell'Ateismo o persino del Nichilismo più Dissacrante.
Affermare l'Inanità e l'Irrilevanza di qualsiasi punto di vista, accettare questo o quel valore a seconda "di come ci gira", se non serve a "trovare un senso esistenziale" che scongiuri l'angoscia che è il fondamento del nostro essere, se non altro, non ci fa sfigurare in saccenza ed arroganza davvero lontane dall'"empatia" umana che certi convertiti professano di avere.
 "Dio ha creato la Verità con molte porte, per accogliere ogni credente che bussi" diceva Kahlil Gibran.


Letture consigliate:
Per un approfondimento strettamente legato alla disperazione, al dolore, alla vacuità dell'esistenza, direi di leggere tutte le opere di Cioran, in particolare:
- Cioran: "Al Culmine della Disperazione"
- Cioran: "Sommario di Decomposizione"
- Cioran:  "L'inconveniente di essere nati"
- Cioran: "La Caduta nel tempo"


Altri autori che mi hanno molto influenzata:

- Kierkegaard: "La Malattia Mortale"
- Jankélévitch: "La Morte"
- Luigi Pareyson: "Ontologia della libertà"
- Sergio Quinzio: "La Croce e il Nulla"
- Aleksandr Herzen: "Dall'altra sponda"
- Cyril Vernon Connolly: "La Tomba Inquieta"
- Stanislaw Jerzy Lec: "Pensieri Spettinati"
- Max Stirner: "L'Unico e la sua proprietà"


Tra le donne, Mary Daly è stata quella più anticristiana tra tutte, e tra i suoi libri apprezzo in particolar modo "La chiesa e il secondo sesso" e "Al di là di dio padre".