Visto che ho trovato queste belle immagini sul Settecento, ripubbico un'introduzione alla poesia del Settecento, che anni fa avevo pubblicato sul mio blog di poesia.
Il Settecento mi piace molto (non come l'Ottocento che è il mio secolo preferito, il Settecento lo metterei al secondo posto), ha gettato i semi dell'Ateismo e dell'Anticlericalismo (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/12/giannone-meslier-de-sade-de-la-barre-e.html) poi lo trovo molto erotico e galante e gli abiti femminili sono bellissimi.
In effetti le mie fantasticherie riguardano di più Vittorio Alfieri (https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/search?q=alfieri) ma anche immaginare di avere Metastasio (https://poesiamondiale.blogspot.com/2015/08/poesia-italiana-del-1700.html) ai miei piedi, intento ad adorarMi, è eroticamente biblioeccitante...
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Paolo Rolli è stato il maggior esponente dell'Arcadia, quel movimento poetico italiano sorto nel '700. Il programma dell'Arcadia ha i suoi ideali precursori in alcuni poeti che già nel Seicento disdegnavano il concettismo barocco, al quale rimproveravano la stravaganza nella scelta degli argomenti e le cadute di gusto. Essi si impegnarono a ridare dignità e vigore al modello petrarchesco e teorizzano una poesia piacevole, basata su temi sinceri, non convenzionali, e al tempo stesso di un'originalità non esasperata. Tra coloro che interpretano con particolare sensibilità i motivi ai quali si è accennato e che anticipano le istanze di rinnovamento degli Arcadi, occupano un posto di rilievo Gian Vincenzo Gravina e Francesco de Lemene (che, in maturità, tenderà a proporre argomenti dal tono moraleggiante e sentenzioso).
La data di nascita del movimento si fa risalire al 5 ottobre 1690, quando un gruppo di intellettuali e scrittori in polemica con il "malgusto barocco", fonda a Roma l'Arcadia, un'Accademia Letteraria che costituisce per molti aspetti l'espressione più importante della poesia del '700.
I fondatori dell'Arcadia sono quattordici: Gian Vincenzo Gravina, Giambattista Felice Zappi, Giovan Mario Crescimbeni, Lorenzo Magalatti, Vincenzo da Filicaia, Apostolo Zeno, Scipione Maffei, Ludovico Antonio Muratori, Giambattista Vico.
L'Arcadia si propone un rigido cerimoniale e dichiara la sua fedeltà alla tradizione bucolica, rilevabile nel nome stesso, che è quello della mitica regione greca abitata da poeti-pastori; i soci assumono pseudonimi d'origine pastorale e il luogo di raduno viene chiamato Bosco Parrasio. L'Accademia ha come insegna la siringa di Pan coronata di alloro e pino e per protettore gesù bambino perché "secondo la tradizione, i pastori furono i primi ad adorarlo"; come patrona o basilissa, la Regina Cristina di Svezia, al cui salotto letterario erano appartenuti alcuni dei fondatori.
Anche se i cerimoniali pastoriali dell'Arcadia suscitarono già all'epoca critiche e parodie (1), l'Arcadia ha una funzione importante nella storia della Letteratura Italiana: regolò in modo organico quell'orientamento verso la poesia bucolica promosso dal Sannazaro (2), la cui prima manifestazione si era avuta sul finire del '500 con i drammi pastorali "Aminta" del Tasso e "Pastor fido" del Guarini, e inoltre l'Arcadia compie un'opera capillare di organizzazione della cultura, perché apre succursali ovunque e raggiunge zone rimaste ai margini del dibattito intellettuale o addirittura escluse da esso come l'Abruzzo, la Sardegna o il Trentino. Alla magniloquenza barocca l'Arcadia contrappone modi espressivi limpidi e scorrevoli, che valorizzano la chiarezza del lessico e della sintassi e tendono a dare eleganza e nitore ai versi; il motto degli Arcadi potrebbe essere "correttezza e leggiadria": per gli Arcadi la poesia deve essere uno strumento piacevole che abbia però il vero come oggetto e scopo. La produzione arcadica ha come primo modello Petrarca; seguono i poeti greci Pindaro, Anacreonte, Teocrito, Orazio e Virgilio. I temi fissi sono quelli idilliaco-pastorali, che si risolvono in immagini semplici e circoscritte, in piccole scene aggraziate, ma prive di un reale spessore e di scavo psicologico; anche i momenti di maggior tensione emotiva si alleggeriscono e si stemperano nel gusto sentimentale; del resto il difetto della poesia Arcadica era quello di vedere il tutto come un piacevole ornamento e un pretesto mondano e galante.
Tuttavia, in seguito a differenti vedute, l'Arcadia si scinderà in due: un gruppo di fuoriusciti, guidati dal Gravina, fondano l'Accademia dei Quirini, che però avrà vita breve e sarà riassorbita nell'Arcadia alla morte del Gravina stesso (1718). Le maggiori personalità della poesia del tempo furono Pietro Metastasio e Paolo Rolli. Derivazioni arcadiche si avranno anche nel Leopardi, nel Manzoni e nel Carducci.
Infine, parlando di Arcadia, si deve ricordare che anche in musica il tema delle stagioni e l'arte descrittiva ha innumerevoli riprese e basterà citare Vivaldi.
Qui di seguito riporto i versi più belli di Paolo Rolli
"Elegie alla primavera"
O amica degli amanti, primavera,
dolce principio de' miei puri affetti,
cui forse oblio non porterà mai sera,
teco una volta sola i miei diletti
nacquero insieme con l'erbett'e i fiori:
ahimè, chi sa che in vano io non t'aspetti!
Dal verde bosco fra gli opachi orrori
grato era il legger sulle prische carte
le vaghe istorie degli antichi amori,
già da i latini eterni ingegni sparte,
e da quelli che dopo Italia ornaro
con lo splendor della poetic'arte;
sul margine d'un rio garrulo e chiaro,
ove l'ombre cadean da un'elce annosa,
quanto mai grato era il seder del paro,
e quivi invèr la fresca aura odorosa
volger il viso e tesser lieti insieme
vari discorsi di piacevol cosa!
[...]
Ma se a te giunge e il tuo bel volto scorge
e teco parla, sol poich'è partita,
che tacque ciò che dir volea, s'accorge.
E s'io la sgrido poi perché smarrita
siasi dinanzi a te, ch'eran, risponde,
i più cari momenti di sua vita.
Altri così, che d'eloquenza abbonde,
avanti a re cui preparò gran cose,
vinto dal regio aspetto si confonde.
Or che le vaghe impallidite rose
del tuo viso riveston quel colore
che sul verde degli anni d'Amor vi pose,
deh fa' che sazio di lor vita il core
parta da te sovente! In vano è nato,
se vive chiuso in folta siepe un fiore.
"Nel partir dal patrio suolo"
Nel partir dal patrio suolo
con Amor pur meco viene
la memoria del mio bene
che m'è forza abbandonar;
a Partenope men volo,
indi solco il mar Tirreno;
e afferrando il tosco seno,
rendo grazie a' dei del mar.
Varco i gelidi Appennini,
Adria scorro e il suol lombardo,
e dovunque o penso o guardo
veggio e sento Amor con me;
ma l'orror de' gioghi alpini
lo sgomenta e lo ritiene:
la memoria del mio bene
vien, ma seco Amor non è.
[...]
Vaghe ninfe manierose
veggo in riva a i galli fiumi,
vive, allegre, nere i lumi,
lusinghiere e tutte ardir:
colorite, spiritose,
movon l'animo a vaghezza;
ma d'Amor non va la frezza
dove nascon i sospir.
[...]
"Solitario bosco ombroso"
Solitario bosco ombroso
a te viene afflitto cor
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in quest'orror.
Ogni oggetto ch'altrui piace,
per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
sono io stesso in odio a me.
La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante, è forse qui?
Ahi! la cerco in ogni loco;
e pur so ch'ella partì.
Quante volte, o fronde grate,
la vostr'ombra ne coprì!
Corse d'ore sì beate
quanto rapido fuggì!
Dite almeno, amiche fronde,
se il mio ben più rivedrò;
ah!che l'eco mi risponde,
e mi par che dica: "No".
Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà:
un sospir dell'idolo mio,
che mi dice: "Tornerà".
Ah, ch'è il suon del rio, che frange
tra quei sassi il fresco umor;
e non mormora, ma piange
per pietà del mio dolor.
Ma se torna, vano e tardo
il ritorno, oh dei! sarà;
ché pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà.
"Ruscelletto, a far soggiorno"
Ruscelletto, a far soggiorno
teco io torno, sai perché?
A sfogar crudel tormento
col lamento vengo a te.
Sai che assiso in questa sponda
presso all'onda meco un dì,
Silvio al credulo mio core
giurò amore, e dir s'udì:
"Questo rio tornando al monte
la sua fonte rivedrà
pria che manchi, o pastorella,
la mia bella fedeltà"
[...]
Qualche altro autore
In effetti, per essere oneste, il '700 italiano non brilla per la Poesia, tranne qualche eccezione (Monti, Alfieri, Foscolo...) in quanto al giorno d'oggi, specie per i "poeti minori", tutto suona "anacronistico" se non "ridicolo" (certi sonetti di atmosfere bucoliche e di ninfe e dee amoreggianti nei boschetti). Però, questi versi che ho trascritto, mi erano piaciuti perché in qualche modo erano abbastanza oscuri, quasi un preludio al Romanticismo Nero.
Assolutamente fantastica la Poetessa Diodata Saluzzo Roero, con una Poesia che anticipa di molto le atmosfere gotiche del 1800 sui castelli in rovina!
Giuseppe Parini
"La caduta"
"Quando Orion dal cielo
declinando imperversa,
e pioggia e nevi e gelo
sopra la terra ottenebrata versa [...]"
"Il Giorno: La Notte"
Ma la notte segue sue leggi inviolabili e declina con tacit'ombra sopra l'emisfero; e il rugiadoso piè lenta movendo rimescola i colori vari infiniti, e via gli sgombra con l'immenso lembo di cosa in cosa; e suora de la morte, un aspetto indistinto, un solo volto al suolo ai vegetanti, agli animali, ai grandi ed a la plebe equa permette; e i nudi insieme e li dipinti vasi de le belle confonde, e i cenci e l'oro: né veder mi concede all'aere cieco qual de' cocchi si parta, o qual rimanga solo all'ombre segrete; e a me di mano tolto il pennello, il mio Signore avvolge per entro al tenebroso umido velo.
Ludovico Savioli Fontana
"...Così velate e pallide, in neri manti avvolte, per l'aria bruna appaiono le afflitte ombre insepolte..."
Diodata Saluzzo Roero "Rovine"
Ombre degli avi
per la notte tacita al raggio estivo
di cadente luna,
v'odo fra' sassi diroccati fremere,
che il tempo aduna incerte l'ombre nella vasta
ed arida strada segnata dall'età funesta,
tremante, affretto che dei prischi secoli
l'orror sol resta.
Oh come brune l'alte cime
incurvansi de' larghi muri,
ove penetra appena di Luna
un raggio,
che la dubbia e pallida luce
qui mena perchè ferrate le finestre
altissime, ed è merlata la superba torre?
[...]
Pensiero funesto,
in me chi mai ridestasti?
Fuggiam dalle fatali alte rovine.
Raggio di notte,
tu la via rischiarami
fra sassi e spine.
Luca Antonio Pagnini "L'Inverno ovvero Dafne"
[...] Muse, mio dolce amore,
i vitrei fonti abbandonate
e voi, ninfe e silvani,
ghirlande di cipresso a me recate,
voi i lacrimosi amor d'idali mirti
fat'ombra al rio,
frangete gli archi al suolo,
qual già in morte d'Adone,
e su quel marmo sensibile al dolor
con gli aurei dardi, inutil peso
ormai scolpite un carme:
"Natura cangi aspetto, e per dolore
in tenebroso velo gemmano e terra e cielo
... Non v'ha riparo de' suoi vari incanti
natura si spoglia in fosche nubi
s'involve il sol, le desolate piante
mostrano il gel, che i rami imperla e sparso
di vizze fronde è il suo funereo letto."
Note:
(1) Giuseppe Baretti li definiva "fanfaluche" e "quegli amanti d'inutili notizie, che, non sapendo come adoperar bene il tempo, lo impiegano a imparare delle corbellerie, e che bramano di essere informati di quella celebratissima letteraria fanciullaggine chiamata Arcadia"
(2) Poeta del '400; ne riporto qualche verso
Sovra una verde riva
di chiare e lucide onde
in un bel bosco di fioretti adorno,
vidi di bianca oliva
ornato e d'altre fronde
un pastor, che 'n su l'alba appiè d'un orno
cantava il terzo giorno
del mese inanzi aprile:
a cui li vaghi ucelli
di sopra gli arboscelli
con voce rispondean dolce e gentile:
et ei rivolto al sole,
dicea queste parole:
- Apri l'uscio per tempo,
leggiadro almo Pastore,
e fa vermiglio il ciel col chiaro raggio,
mostrane inanzi tempo
con natural colore
un bel fiorito e dilettoso maggio,
tien più alto il viaggio,
acciò che tua sorella (1)
più che l'usato dorma,
e poi per la sua orma
se ne vegna pian pian ciascuna stella: (2)
ché, se ben ti ramenti,
guardasti i bianchi armenti.
Valli vicine, e rupi,
cipressi, almi et abeti,
porgete orecchie a le mie basse rime;
[...]
Mentre per questi monti
andran le fiere errando,
e gli alti pini aràn (3) pungenti foglie;
mentre li vivi fonti
correran murmurando
ne l'alto mar che con amor li accoglie:
mentre fra speme e doglie
vivran gli amanti in terra [...]
(1) riferito alla Luna
(2) acciò che le stelle via via la seguano
(3) avranno
Come notturno ucel nemico al sole (1)
lasso, vo io per luoghi oscuri e foschi,
mentre scorgo il dì chiaro in su la terra;
poi quando al mondo sopravien la sera,
non com'altri animai (2) m'acqueta il sonno,
ma allor mi desto a pianger per le piagge.
Se mai quest'occhi tra boschetti o piagge,
ove no splenda con suoi raggi il sole,
stanchi di lacrimar mi chiude il sonno,
vision crude et error (3) vani e foschi
m'attristan sì, ch'io già pavento a sera,
per tema di dormir, gittarmi a terra.
(1) della luce solare
(2) esseri viventi
(3) fantasie, immaginazioni
è questo il legno (1) che del sacro sangue resperso
(2) fu.
Nel benedetto giorno che fuggì vinto, con paura e scorno,
quel falso, antico, alpestro e rigido angue (3).
Qui il mio Signor lasciò la spoglia esangue tornando al suo celeste alto soggiorno, e scolorissi il santo viso adorno, come purpureo fior, che inciso, langue.
(1) la Croce
(2) cosparso
(3) il Serpente, ovvero il Diavolo
Ecco che un'altravolta, o piagge apriche, (1)
udrete il pianto e i gravi miei lamenti;
udrete, selve, i dolorosi accenti
e 'l tristo suon de le querele (2) antiche.
Udrai tu, mar, le usate mie fatiche,
e i pesci al mio lagnar staranno intenti;
staran pietose a' miei sospiri ardenti
quest'aure, che mi fur gran tempo amiche.
E se di ver amor qualche scintilla
vive fra questi sassi, avran mercede (3)
del cor, che desiando arde e sfavilla.
Ma, lasso, a me che val, se già nol crede,
quella ch'i' sol vorrei, vèr me (4) tranquilla
né le lacrime mie m'acquistan fede? (5)
(1) spiagge soleggiate
(2) lamentele
(3) pietà
(4) verso di me
(5) fiducia
APPROFONDIMENTO: "LA LOCANDIERA" DI GOLDONI
Info tratte da
La più celebre delle commedie goldoniane fu rappresentata a Venezia nel 1753 ottenendo subito un trionfale successo. Il fascino di questo testo non nasce né dall'intreccio, tutto sommato abbastanza statico, né dal linguaggio che non si scosta dal consueto impasto goldoniano, né dal contesto che presentandosi come fiorentino, ci riporta in realtà al clima veneziano di tante altre commedie. Il vero motivo che rende "La Locandiera" un capolavoro ancora oggi attualissimo sta nel personaggio di Mirandolina, nella ricchezza e nella complessità del suo carattere ambiguo. Il Goldoni aveva già affrontato il tema della donna in altre commedie, ma senza mai andare oltre la manifestazione di una istintiva simpatia per la femminilità, resa nelle sue prerogative di saggezza e graziosa malizia, contrapposte alla goffaggine maschile. Nella "Locandiera", invece, il personaggio è scandagliato in profondità, attraverso un'analisi psicologica che mette in luce le caratteristiche contradditorie e non immediatamente riconducibili ad una definizione complessiva.
Chi è Mirandolina? La critica si è a lungo esercitata nel tentativo di precisare i contorni del personaggio: di volta in volta la locandiera è apparsa come l'incarnazione di una donna libera e spregiudicata, oppure come un simbolo di anticonformismo apparente che alla fine accetta un conformistico rientro nell'ordine o come un'accorta calcolatrice che conduce il gioco nella maniera a lei più vantaggiosa (*). Tutte queste interpretazioni contengono una parte di verità ma nessuna riesce a compendiare in modo soddisfacente le ambiguità del personaggio: la lettura in chiave femminista, oltre ad essere storicamente forzata, è anche contraddetta dalla scelta finale di sposare Fabrizio e rinunciare così al privilegio dell'indipendenza; a sua volta l'interpretazione moralistica urta con la simpatia che l'autore dimostra per il personaggio e per la sua deliziosa civetteria; poco convincente appare anche l'interpretazione "economica" poiché la scelta più utilitaristica sarebbe stata accettare la protezione del ricco conte d'Albafiorita. In realtà in Mirandolina si assommano e si coniugano tutte queste connotazioni facendone l'eroina del buon senso: in quest'ottica, l'ambiguità del personaggio può essere interpretata come "duttilità", ossia sapersi adattare con un compromesso equilibrato alle esigenze della vita. Per contro, tutti gli altri personaggi manifestano una psicologia "rigida" e unidimensionale (l'esibizionismo del conte, la fissazione aristocratica del marchese, la misoginia del cavaliere, la gelosia di Fabrizio) che li rende subalterni e perdenti. Il fatto che, poi, la rigidità sia una caratteristica eminentemente maschile, non è la dimostrazione di un preteso "femminismo" del Goldoni, ma più semplicemente il risultato della sua capacità di osservare e riprodurre la realtà senza nessuna esigenza di trarne delle conclusioni apodittiche e delle leggi universali.
Il "monologo" di Mirandolina:
"Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l'arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto di volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiero capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s'abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. è nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che sono nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura."
(*) Nota di Lunaria:
tentando un confronto ardito, si potrebbe far notare che anche i personaggi femminili di de Sade sono contraddittori (come del resto, lo era l'autore, che ho commentato in un precedente post a lui dedicato) e incarnano in sé questi dualismi. Difatti, nell'opera omnia di de Sade si passa da picchi altissimi di misoginia e sadismo a frasi e monito che di fatto anticipano il femminismo, persino nelle sue forme radicali: le eroine sadiane sanno essere libere, spregiudicate, esigono orgasmi e piacere, discettano di filosofia con una competenza persino superiore a quella degli uomini (e si percepisce l'ammirazione e la simpatia dello stesso de Sade, nel tratteggiare queste sue eroine, "nuovi modelli di femminilità" nel microcosmo sadiano), sono anticlericali e spezzano le catene della superstizione religiosa cristiana: Juliette, la Dubois, Delmonse, sono essenzialmente donne autonome, indipendenti, fiere, gaudenti, realizzate, di successo (spesso, persino orgogliose della loro bruttezza!) e per niente intimorite dagli uomini, ma sanno anche essere (o meglio l'autore fa loro essere) brutalizzate, schiavizzate, annichilite dall'insaziabile vigore sessuale maschile - che in de Sade appare quasi sempre stupratore, "bulimico e fagocitante", soprattutto sulle "agnelle sacrificali" a là Justine, prototipo della perfetta vergine martire di cristiana memoria, la donna angelicata (anche questa, come "la strega virago castratrice", proiezione della psiche maschile), la "Maria Goretti" sempre vergine lietamente obbediente e remissiva anche di fronte alle ingiustizie, vissute proprio come ulteriori occasioni di santità; vergine martire che esiste solo per ricevere infiniti stupri, infiniti supplizi per prolungare, ad infinitum et ad libitum, le perenni erezioni e le abbondanti eiaculazioni maschili (si intende: sempre nel microcosmo ideato da de Sade, il cui eccesso è la norma) di fronte a una carne verginale macellata, e che pure si rigenera in tutto il suo candore pagina dopo pagina, brutalità dopo brutalità (Justine infatti appare sempre fresca e perfettamente conservata, mai ammaccata e sfiorita neppure di fronte a stupri brutali) per far sì che la Mattanza possa proseguire di nuovo, e ancora, ancora, ancora. Di fatto, l'eroismo da martire di Justine c'è (ed esiste) proprio perché un maschio sadiano l'abusa senza pietà ed è in quell'abuso che l'agnella immacolata-Justine può di fatto essere e rivelarsi. Anzi, meglio ancora, raggiungere la vetta sublime di abnegazione femminile: perdonare lo stupratore dello stupro e della brutalità commessa, realizzando la Catarsi del Maschile, che deve pur togliersi di dosso l'olezzo del cadavere femminile dissacrato dallo scempio fallico (e per pochi secondi di piacere spermatico) che giace accasciato lì accanto.
Questo, per quanto riguarda le donne-vittime sacrificali da immolare nei libri di de Sade; ma in un certo senso, anche le Juliette (prototipo della donna "sgualdrinisticamente felice" ovvero la cagna, altra fantasia maschile che concepisce la femmina in un aut aut perenne e inconciliabile, o cagna insaziabile o vergine asessuata e il guaio è che la stessa donna ignora di essere solo una proiezione maschile ingabbiata in queste due prospettive...) sono soggette a prevaricazioni maschili, qualche volta, ma la differenza è che in un certo senso annullano lo stupro, accettandolo come "legge di natura" e cercando di trarvi qualche "guizzo di piacere" anche nella malasorte.
Ma al di là di questo aspetto complesso dell'ideologia sul Femminile di de Sade, che qui ho sintetizzato (sarebbe lungo riportare pagine e pagine di dialoghi e di personaggi, data la mole dell'opera sadiana) frasi come queste:
"Bisogna guardarsi bene dal credere", aggiunse, "che sia il matrimonio a render felice una fanciulla; sottomessa alla legge dell'imene, essa non può aspettarsi, in cambio delle molte tristezza da patire, che ben pochi piaceri; mentre, abbandonandosi al libertinaggio, può sempre cautelarsi contro le cattiverie dell'amante, o consolarsi avendone molti."
"Quel che conduce alla vera felicità non è dunque che l'apparenza di quella virtù a cui i ridicoli pregiudizi degli uomini hanno condannato il nostro sesso."
"Le virtù, le religioni, sono soltanto freni popolari che i filosofi disprezzano e si fanno gioco di infrangere."
"Come può una fanciulla esser tanto ingenua da credere che la virtù dipenda dalla maggiore o minore apertura di una delle parti del corpo? E che importa agli uomini o a Dio che quella parte sia intatta o sciupata?"
mi pare si possano adattare bene anche al carattere della Mirandolina di Goldoni (e probabilmente anche di femministe radicali), anche se meno esplicita, sessuata e anticlericale delle eroine sadiane.
Quando Mirandolina, nel suo monologo, afferma "Eppure se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei (...) A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo a mia libertà", antepone il suo Io alle esigenze dell'altro (maschio), e in questo atto, si afferma, stirnerianamente, come Io singolo, anzi un Io Unico, che non si piega a nessuno; è un aspetto molto "artemideo", questo, di vergine Artemide che basta a se stessa, se non volessimo comunque citare il Singolo, l'Unico di Stirner.
Eppure, Mirandolina, come tutte le donne eterosessuali, resta soggetta al "bisogno di piacere ai maschi, per poter essere un Io"; infatti dopo aver mostrato il suo lato da "Artemide", di vergine autonoma (del resto, l'orgasmo clitorideo non è fallico ed è totalmente ego-ista), fa emergere l'aspetto civettuolo, bisognoso delle conferme maschili, e, per averle, è disposta anche a sottomettersi perché non sopporta di non piacere a un maschio: "E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? (...) disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. (...) mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano (...) Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne."
Già: "Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne", è questo che muove le donne ad "essere sessualmente servili alle esigenze maschili", per godere, di riflesso, dell'essere apprezzata e "messa sul piedistallo" da queste preferenze maschili, che pure si contestano a parole. In tal senso è vero che non esiste l'amore (men che meno quello idealizzato dalla poesia), e i rapporti tra i sessi sono rapporti di potere, in primis, nel "tirare la corda".
Dopo questa rivelazione al fulmicotone sull'indole femminile più vera e cruda, Goldoni ci concede uno sprazzo di Ginocentrismo che ci fa sorridere di gusto, dopo tanti secoli di invettive misogine contro le donne: "Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che sono nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura".
Già: per Mirandolina, le donne sono, anzi, usando il collettivo che tutte ci include "siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura"; e notare bene che Mirandolina non dice "che sia stata creata da Dio", citando, forse inconsciamente (anche nello stesso Goldoni?), quell'ateismo sadiano che affermava:
"Cessa di credere a questo Dio fantastico, bambina mia; non è mai esistito. La natura basta a se stessa; non ha bisogno di un motore; questo motore, gratuitamente supposto, non è che una decomposizione delle sue stesse forze, non è se non quello che noi diciamo a scuola una petizione di principio. Un Dio presuppone una creazione, vale a dire un istante in cui non c'era nulla, oppure un istante in cui tutto fu nel caos. Se l'uno o l'altro di questi stati era un male, perché il vostro stupido Dio ha permesso che sussistesse? Era un bene? Perché lo cambiò? Ma se ora è tutto bene, il vostro Dio non ha più nulla da fare; se è inutile, può essere potente? Se non è potente, può essere Dio? Può meritare il nostro omaggio? Se la natura si muove incessantemente, in una parola, a cosa serve il motore? E se il motore agisce sulla materia muovendola, come mai non è materia esso stesso? [...] Cosa direste di un uomo che fosse giusto come lo è il vostro Dio? è onnipotente, aggiungete. Ma, in questo stato, il male dunque gli è gradito, perché esiste sulla terra in quantità infinitamente maggiore del bene; e tuttavia lo lascia sussistere. Non c'è dunque una via di mezzo, qui: o il male gli è gradito o non ha il potere di opporvisi e, nell'un caso come nell'altro, non devo pentirmi di esservi incline; infatti, se non può impedirlo, certamente io non posso essere più forte di lui; e se gli è gradito, io non devo annientarlo in me. è immutabile, voi dite ancora: e tuttavia lo vedo cambiare cinque o sei volte di popolo, di legge, di volontà, di sentimento [...] Si freme di orrore, vedendo la quantità di ridicolaggini e di incoerenze da voi attribuite a questo fantasma, esaminando a piacimento tutte le qualità ridicole e contraddittorie con le quali i suoi sostenitori sono costretti a rivestirlo per farne un essere accettabile, senza riflettere che più lo complicano, più lo rendono inconcepibile, più lo giustificano, più lo sviliscono. Verificate, Justine, verificate come tutti i suoi attributi si distruggono e si consumano reciprocamente; e dovrete riconoscere che questo essere esecrabile, nato dalla paura degli uni, dalla furbizia degli altri, e dall'ignoranza di tutti, non è che una rivoltante banalità che non merita da parte nostra un solo istante di fede, né un solo istante di rispetto; una stravaganza pietosa che ripugna all'intelletto, che rivolta lo stomaco, e che è uscita dalle tenebre solo per il tormento e l'umiliazione dell'uomo."
ma anche il femminismo radicale di una Mary Daly in "Al di là di Dio Padre", che negando il dio maschile (proiezione fallica del maschio che glorifica il suo sesso nella sfera trascendentale), di fatto, afferma la Donna.
Mirandolina (l'Autore? "Mirandolina c'est moi?") in un sol colpo, con la frase "siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura", di fatto, demolisce l'idea di un dio paterno che crea la femmina (derivata dal maschio, anzi dalla sua costola e niente di più che scarto e particola di lui...) e afferma una Genesi Ginocentrica con la "bella madre natura" ipostatizzata come Dea Creatrice che rimpiazza il dio monoteista e che crea "la miglior cosa": la Donna, appunto.
Ma il trionfo è solo illusorio, non abbiano paura e non gridino allo scandalo i retrogradi misogini che da sempre hanno le redini del tutto, su questa terra: il vostro ordine non viene minimamente scalfito, al contrario: ne esce rafforzato.
Mirandolina stessa (e quindi la donna...), pur concedendosi una fantasia ginocentrica di adulazione superba di Sé (qui useremmo pure volentieri la definizione di "puro satanismo laveyano" se - ahimè - anche questo sistema filosofico non fosse stato ideato da un maschio e non portasse l'impronta fallica...) in realtà da se stessa, non sapendo vincere e mettere a tacere quel "bisogno estremo di disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. (...) mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano (...) Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne", che di fatto, se fosse messo a tacere, la libererebbe dal dominio androcentrico, si oggettifica e accetta - di nuovo - tacitamente il dominio androcentrico.
Per inciso, queste amare e ciniche riflessioni (si vede che sono cresciuta a pane e Cioran, eh?) mi fanno tornare in mente la celebre scena del balletto di Rita Hayworth in "Gilda": all'apogeo del suo trionfo, come una Dea, adorata da una platea di maschi a lei completamente devoti e sottomessi (s'intende: perché lei è straordinariamente bella e loro sono eccitati) poco dopo viene strattonata e schiaffeggiata. Non le resta che piangere, Virgo Addolorata, dopo aver gustato il trionfo, l'essersi, per qualche minuto, librata al di sopra del dominio androcentrico ed essere diventata lei stessa una Dea, adorata e al centro di tutto (e qui riecheggia l'eco di Mirandolina: "Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne"). Il ritorno alla cruda realtà, che tuttavia ci dobbiamo far andare bene in ugual modo, le è appunto dato da quello schiaffo mascolino che le ricorda che lei no, lei non è "Ipostaticamente Divina", malgrado, per tutto il tempo del balletto, si fosse sentita tale:
Ma Goldoni non è Shakespeare e non è Alfieri, non è dramma e tragedia, non è lacrime, omicidio e suicidio imbellettati con un alto registro linguistico, non vi sono "albe in sanguinoso ammanto" che anticipano e fanno da preludio ad un agonizzante dolore e al suicidio disperato, per cui in "La Locandiera" noi non troviamo quello schiaffo mascolino che rimetta le cose a posto, facendo grondare sangue e lacrime, quando Mirandolina pensa: "Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata [...] A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo a mia libertà", calando la maschera, liberandosi dall'ipocrisia delle buone maniere e dando un pugno in faccia allo spettatore maschile che non si aspetta, in fin dei conti, che una creatura così debole, menomata e difettosa (Aristotele dixit), completamente priva di storia e di iniziativa, possa poi ideare chissà quale arzigogolato e machiavellico sistema di rivolta, per prendersi il potere.
In Goldoni, che mira al divertimento del pubblico creando scene ideali di frivolezze settecentesche, non troviamo una sana e robusta dose di realtà.
Per questo Mirandolina resta immensamente meno reale di una Rita Hayworth in "Gilda" come "Diva Bambola e Donna che subisce lo schiaffo mascolino", per quanto i critici possano poi commentare che Mirandolina "è un personaggio che esprime perfettamente l'intelligenza, l'autonomia e la consapevolezza della donna del Settecento. Un personaggio simbolo di un'intera civiltà, una sorta di concentrato di tutte le creature femminili precedenti, oltre che l'espressione di una teatralità che ha cambiato radicalmente la storia della drammaturgia e dello spettacolo", Mirandolina resta comunque "appartata" dalla condizione femminile reale perché pur condensando in sé (e affermandolo spietatamente senza ipocrisie, segno che l'Autore conosceva davvero bene l'indole femminile) il desiderio inconfessato di dominare il dominatore, anzi, di essere da lui ammirata e vezzeggiata, non riporta e non incarna gli altrettanti lati tragici e patetici della condizione femminile: il sangue prima mestruale e poi d'imene che condiziona - a suggello dell'inferiorità - l'intera esistenza femminile, rapportata al volere assoluto del maschio di ottenere piacere straziando l'anatomia femminile verginale (e in tal senso, "la prima volta" appare spesso come un esercizio di bassa macelleria con una lei urlante e imbrattata di sangue che ha come unico pensiero non un travolgente orgasmo ma un più banale "speriamo di non essere rimasta incinta" un secondo dopo che il lui di turno ha schizzato), l'odio di sé, l'incapacità di "sfogare la rabbia", l'ancestrale paura di venir aggredita, sono tutti aspetti femminili che Mirandolina non ha.
(ma, surreale paradosso, i clienti delle prostitute, che pure hanno un totale potere, avendone comprato, almeno temporaneamente, la carne su cui sfogare i loro bisogni, non si lamentano spesso di essere loro, gli sfruttati? Anzi, i drogati, schiavi del loro bisogno sessuale compulsivo di avere sesso?)
Come già commentavo nello scritto su de Sade, il disagio esistenziale del rapporto tra i sessi, del relazionarsi con l'Altro-da-sé che ha un io-suo-proprio (maledizione e fardello psico-fisico dal quale solo i necrofili sono esentati perché è consolatorio e infinitamente meno stressante maneggiare e manipolare degli Ego che ormai non hanno più alcun guizzo di dissenso...) è sempre quello del vedere che la realtà non si adegua al tuo ideale:
Il Sadista Libertino, L'Unico Stirneriano, personaggi non realizzabili nella realtà per l'incapacità di adeguare la realtà (cause, effetti, ordine, leggi fisiche...) al modello della loro fantasia.
Padroni assoluti delle e nelle loro fantasticherie, ma succubi dei limiti reali. Possono forse Il Feroce Sadista Libertino, il Megalomane Unico Stirneriano, sovvertire le leggi di natura fisiche, chimiche, temporali? Possono forse sovvertire, soggiogare la gravità, il moto cosmico dei pianeti, far sì che quanto avvenuto non sia successo?
Del resto, è anche vero che spesso si nega Dio solo per la frustrazione di non poter essere al suo posto e si inveisce contro di lui per la stanchezza del fardello dell'Io, da portare, anzi, da trascinare in una creazione che - come ben aveva notato Cioran - ha come scopo solo il "far svagare Dio": "La sola ragione di essere di noi creature è di distrarre il Creatore...", di un dio annoiato che ha "contratto se stesso" nello Zim-zum per far posto alla creazione...
E il "ritorno al conforme" di Mirandolina, che, alla fine, sceglie di sposarsi con l'anonimo Fabrizio va (forse...) visto come atto di stanchezza: malgrado per tutta la commedia sia stata quasi sempre lei a condurre il gioco (facendo credere agli uomini coinvolti il contrario) alla fine, probabilmente stanca e sfiancata, fedele al motto cioraniano del "Anche quando non accade niente, tutto sembra di troppo. Che dire allora in presenza di un avvenimento?", accetta ciò che viene come viene, e siccome un'estrema indipendenza dai capricci e precetti altrui si tradurrebbe come "una vita da misantropa", Mirandolina sceglie "il meno peggio": un uomo che, senza particolare potere e prestigio, poco incisivo, non potrà mai diventare un marito oppressivo. Le apparenze sociali sono salve, il compromesso è servito, non vale davvero la pena cambiare le cose, facendo proprio quell'impeto di rivolta nichilistica alla Turgenev, "Questo non è più affar nostro... da prima bisogna far piazza pulita" ... no, no, passare il pesticida sulla Tenia del sistema androcentrico è davvero troppo sfiancante; non vale la pena neanche il tentativo:
Mirandolina: "Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimanti, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito..."
Fabrizio: Vi darò la mano... ma poi...
Mirandolina: "Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me ti amerò sempre, sarai l'anima mia"
Conte: "Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l'abilità di condur gli uomini dove volete"
Mirandolina: "Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell'onestà [...]"
Per cui al grido ego-ginocentrico mirandolesco del: "A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo a mia libertà", che parrebbe preludio alla definitiva liberazione femminile dal fardello della Reificazione, ritorniamo sempre allo sconfitto e masochisticamente femminile: "Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne", e tutto questo, nel giro di un secondo, in poche righe dello stesso monologo.
Ancora una volta, intravedo la fiumana di Ego femminili raschiati via, di Ego femminili abortiti o macellati, nel rapporto con l'Altro. Siamo falcidiate via, il nostro Ego non riesce neanche ad essere partorito e ad emettere un primo, flebile, vagito, che già è abortito, e giace, informe ed accasciato, nelle pozze di sangue caldo, le Esigenze dell'Altro, da soddisfare. Non c'è via di scampo, né fisica né psichica. Possiamo tentare rivolte, e qualche volta riusciamo a vincere solo per qualche ora, ma verremo sempre falcidiate via.
Conscia del fatto che è impossibile sottrarsi da questo meccanismo coartato della Reificazione coatta, Mirandolina, alla fine, messa alle strette, nella stanchezza esistenziale, sceglie "il meno peggio". Scegliere devi pur scegliere, lo sapeva bene Sartre, anche se non scegli, scegli in ugual modo e la tua atrofia è comunque una scelta. E siccome per essere un Io femminile, percepito (esse est percipi) devi pur scegliere qualcuno che ti guardi (perché ex nihilo nihil), tanto vale accasarti col meno peggio.
Lieto fine, inno all'amore?
Piuttosto, cristallina e nichilistica constatazione (per quanto velata da commedia frivola settecentesca) che, in artìculo mortis, siamo e resteremo comunque sole e che avremo speso una vita nel tentativo assurdo di farci percepire dall'Altro.
Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/larchitettura-e-gli-arredamenti-nel.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/12/introduzione-alla-pittura-italiana-del.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/09/settecento-in-musica.html https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/rococo.html https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/breve-introduzione-al-neoclassicismo.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2021/01/le-scenografie-del-settecento.html
Per gli aristotelici misogini, quelli del mantra "ma le donne non hanno mai scritto niente, eh eh!", il Settecento pullula di scrittrici e attiviste... certo, per saperlo non devi avere letto solo aristotele onde poi andare in giro per il web a fare il pavone sputasentenze spacciandoti per grande dotto... ché ti va anche bene se ciarli sui siti frequentati da ignoranti che applaudono alle tue corbellerie... fino a che non trovi una Lunaria che ti fa fare la figura che meriti di fare...
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/12/le-prime-attiviste-nel-settecento-le.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/09/per-la-liberta-la-ragione-e-il.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2021/05/le-signore-dei-salotti-letterari.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2021/05/le-donne-nella-rivoluzione-francese.html


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