Breve storia della pena di morte e della tortura

Info tratte da


e quelle che ho tratto dai manifesti esposti al Museo della Tortura, che ho visto alcuni anni fa

"è errato immaginarsi la tortura come un fatto storico, come un'usanza di tempi passati e\o di determinati luoghi, come una procedura da allora superata con l'evoluzione sociale, politica e morale.

In realtà la tortura non conosce epoca, non esige né ambienti né mezzi particolari, e non deriva dalla volontà del potere, tanto secolare come religioso.

Far soffrire un'altra persona pare sia una necessità irreprimibile dell'essere umano. Per questa ragione la tortura ha sempre avuto i suoi apologeti che nei secoli hanno escogitato giustificazioni o razionalizzazioni giuridiche e morali. Sono spiegazioni ben strutturate sulla necessità di eliminare certi elementi nocivi della società, allegando questioni di purezza, ordine pubblico, di Stato e addirittura di fede.

Ed è solo in base a questa considerazione che si può comprendere e collocare nella giusta prospettiva la natura e la storia della tortura. 

La malvagità umana, il piacere per il dolore altrui, il desiderio di imporre i nostri criteri ai più senza rispettare la libertà degli altri non è il patrimonio di un'epoca ma forma parte della storia dell'umanità.

L'intento della Mostra è proprio questo: scioccare l'opinione pubblica in modo talmente profondo da provocare un moto istintivo repulsa civile; renderla consapevole che l'errore sta nell'uomo e che può vincerlo solo con l'intelligenza e l'eterna vigilanza. […] Sono ancora 140 i Paesi del mondo dove attualmente hanno luogo gravi violazioni dei diritti umani. […] Di tortura però oggi non se ne parla quasi più, l'argomento ci lascia alquanto indifferenti tanto la consideriamo distante dal nostro mondo, dalla nostra cultura. Eppure la tortura fiorisce oggi in ogni parte del mondo, perfezionata dall'elettronica, dalla farmacologia e dalla psiconeurologia. […] Mettere a tacere la verità sul passato induce un sonno che presto riporta agli errori del passato. è bene invece che la società veda e rifletta su queste cose che risvegliano non la coscienza sadica ma la coscienza civile."

La società ha il diritto di mettere a morte qualcuno che ha commesso gravi delitti?

Di questo problema si iniziò a discutere nel Settecento, specialmente quando Cesare Beccaria, un illuminista, pubblicò nel 1764 un opuscolo che fece scalpore: "Dei delitti e delle pene"

Beccaria era contro la pena di morte (come altri autori del suo tempo, come Marie-Jean-Antoine-Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet, matematico, filosofo, enciclopedista, membro dell'Accademia delle Scienze, anti-schiavista e a favore dell'emancipazione della donna. Nota di Lunaria https://intervistemetal.blogspot.com/2021/07/etta-palm-margaret-fuller-nicolas-de.html)

Anticamente, la morte era prescritta come castigo, così come la "veritatis indagatio per tormentum", cioè la tortura da usarsi "per la confessione".  Altri castighi erano la galera, il bando, l'ammenda, la confessione pubblica, la frusta. Alcune persone erano condannate a morte per impiccagione, altri erano condannati ad avere la mano tagliata, la lingua tagliata o bucata, altri ad avere le ossa spezzate, altri ad essere strangolati, smembrati (da dei cavalli che avrebbero "tirato" il corpo), decapitati o bruciati. 

















Le condanne a morte si svolgevano in pubblico, e dovevano essere terrorizzanti, perché l'esempio doveva servire da lezione. Beccaria condannò duramente questa visione vendicativa della giustizia, oltre ad essere contro la tortura usata come mezzo di indagine: gli appariva un anacronismo di una società medievale dove l'accusato era sottoposto all'ordalia. Per Beccaria era ingiusto tormentare un innocente e ogni uomo era tale fino a che i delitti dei quali era accusato non fossero stati provati. Per Beccaria, più che non la pena di morte, sarebbero state utili pene detentive molto lunghe, come i lavori forzati; in nessun modo lo Stato avrebbe potuto diventare assassino a sua volta, punendo un assassino. Più che non punire il reo dopo il delitto, per Beccaria si sarebbe dovuto prevenire i delitti, agendo su quelle condizioni, come la povertà, che potevano essere alla base dei delitti.

Beccaria ricevette critiche anche da altri illuministi e pensatori del suo tempo, soprattutto perché il suo pensiero si basava su due presupposti:

1) tutti gli uomini erano uguali (uguaglianza naturale) di fronte alla Legge

2) il delitto e la pena non erano da considerarsi come peccati, ovvero come violazioni di una legge data da Dio, ma come infrazioni di un ordine terreno.

Fu Pietro Leopoldo di Toscana il primo a riformare il sistema penale nel 1786, abolendo la pena di morte e rendendo più miti le pene.

BREVE STORIA DELLA TORTURA E DELLA PENA DI MORTE

Nel XV e XVI secolo la Chiesa condannava alla tortura e poi al rogo sia gli eretici sia le persone accusate di essere streghe e maghi.

Durante la Rivoluzione Francese, uomini, donne e bambini si radunavano intorno al patibolo per assistere alle esecuzioni capitali. La ghigliottina venne usata per la prima volta nel 1792, per estendere a tutti i condannati un'esecuzione giudicata "non infamante e rapida", per consentire una morte istantanea. La ghigliottina era, quindi, considerata "con intenti egualitari". I reati politici, a Londra, erano puniti con la gogna. Le pene non corporali erano accompagnate da pene accessorie, come la berlina: il condannato era legato al palo o alla gogna, ed esposto al pubblico scherno. Si potevano anche marchiare la fronte o la spalla con un marchio impresso a fuoco: così, il corpo del criminale, avrebbe portato per sempre il segno della colpa commessa.









































































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