Le origini della mafia: dal 1861 ad oggi

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La mafia è contemporanea all'Unità d'Italia, nel 1861.
 

Ha a che vedere con il latifondo (tratto principale dell'economia siciliana), con contadini miserabili (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/09/litalia-meridionale-nel-1861-e-lunita.html), la cui disperazione alimenta il fenomeno del brigantaggio (stroncato nel sangue), 
https://intervistemetal.blogspot.com/2020/02/il-brigantaggio.html
ma anche con la nobiltà terriera che voleva a tutti i costi mantenere in vigore un sistema feudale. Fra questi personaggi coinvolti spicca il ceto dei "massari", "campieri", "gabelloti" (gabellotti) e la piccola e media borghesia rurale. Questi personaggi svolgono funzioni di controllo e gestione\intermediazione della proprietà. Si sottraggono, quindi, da ogni forma di controllo esterno e dettano una propria legge.

Il massaro e il gabellotto (cioè l'imprenditore che prende a gabella, in fitto, un fondo non suo e lo gestisce), accompagnati da sgherri al loro servizio, molto spesso pregiudicati e fuorilegge, terrorizzavano i contadini, intimorivano i proprietari nobili e spesso facevano affari ed erano collusi anche con briganti e gendarmi, amministrando a modo loro la giustizia.



I contadini "baciavano le mani" in segno di reverenza ai massari che li sfruttavano e si illudevano che potessero rappresentare una difesa allo strapotere dei feudatari.

I proprietari di feudo odiavano i massari ma non potevano farne a meno, considerandoli una difesa contro la violenza delle masse di miserabili e lasciando a loro "il lavoro sporco".

I briganti, ladri e contadini miserabili che provano rancore avevano anche loro rapporti di affari o collaborativi con massari e campieri, sorta di "borghesi di campagna" che proteggevano i briganti, servendosi di loro contro baroni e contadini anche se non esitavano a sottometterli per dimostrare a tutti gli abitanti del feudo chi comanda.

Sono questi massari e gabellotti gli "antenati" dei mafiosi; un'economia semi-feudale, governata da intermediatori che all'occorrenza usano le maniere forti, sia per amministrare la giustizia, sia per la regolazione dei meccanismi tributari, in una società arcaica, che lo Stato italiano di recente formazione ancora non riesce a controllare.

E quindi, questa classe di personaggi svolge funzioni che sono tipiche dello Stato (la violenza legale, cioè le sanzioni e l'esecuzione delle norme giuridiche e la riscossione dei tributi), essendo allo stesso tempo mafiosi, imprenditori, organizzatori dell'economia e della gestione della stessa, gendarmi, giudici ed esattori delle tasse, prelevando quote di ricchezza dal lavoro altrui.

Se ne potrebbe concludere che la mafia nascesse in un contesto arretrato lasciato solo a se stesso, e che si facesse carico di carenze da parte dello Stato in questione.

La mafia era quindi un fenomeno tipico del feudo e del latifondo siciliano, in zone come Palermo e le ricche terre confinanti, dove secoli di tecnologia agraria hanno creato sistemi che regolavano l'acqua per gli agrumenti, fissando i prezzi delle transazioni stagionali.
La mafia nell'Ottocento gestiva anche la zona zolfifera e le miniere (Nota di Lunaria: narrata, e resa immortale, nel racconto magistrale di Verga, "Rosso Malpelo", che oltre a testimoniare le durissime condizioni di lavoro nelle cave siciliane, era incentrato soprattutto sul lavoro minorile). La mafia era diffusa ovunque, anche tra le associazioni di mulattieri che portavano i loro prodotti, dal grano allo zolfo (Nota di Lunaria: vedi il romanzo "I Malavoglia"), dai luoghi di produzione a quelli di imbarco.
Gestisce persino il contrabbando, le bische e la prostituzione.

è un fenomeno prettamente rurale, ma anche cittadino, gestendo amministrazione e direzione, tribunali e centrali di polizia, beneficiando di permessi, regolamenti e favori politici che solo la dimensione cittadina può concedere.

Comunque, l'aspetto paradossale del fenomeno non è tanto il fatto che esistessero deputati, giudici e alte autorità in rapporti con i mafiosi o mafiosi essi stessi, ma che la popolazione siciliana non soltanto non si ribellasse a questi aguzzini prepotenti, ma riconoscesse un "rispetto, prestigio", implicitamente o esplicitamente, ai mafiosi in questione. Ed è proprio questa la differenza tra "comune criminale" e mafioso, nel contesto siciliano: che il primo è bollato come tale e disapprovato, il secondo no.


I BEATI PAOLI: ALLE ORIGINI DELLA MAFIA?

Le origini della mafia si perdono nell'antica storia siciliana più rurale (1) e anche la mancanza di documenti storicamente attendibili ha la sua importanza.
Fin dal suo apparire, infatti, la mafia è caratterizzata dall'ombra, dal silenzio e dall'assenza di scrittura.
Il termine, comunque, appare nel 1862: lo si trova usato da un autore teatrale, Giuseppe Rizzotto, nella commedia "I mafiusi di la Vicaria", un'opera incentrata sulla vita dei reclusi nelle carceri palermitane.
L'autore testimonia che questi prigionieri avevano una propria società segreta, e non sono neanche tanto esclusi dalla rivoluzione che proprio in quegli anni portava all'Unità d'Italia.


Nel 1868 la parola mafia è registrata in un vocabolario siciliano e significa "braveria, baldanza, spocchia".
Più tardi verrà usato come equivalente di camorra, tipica delle carceri napoletane.

Ma da cosa deriva il termine mafia?
Secondo alcuni, dal latino "vafer\vaferosus", astuto, o dal francese "meffler" o "maufer", divinità del male, o all'arabo "màhfal", adunanza, riunione; o da "mahiàs", spacconeria, o ancora, da 'afa, preservare, proteggere qualcuno da qualcosa.

Gli studiosi propendono per l'origine araba della parola, ma l'etnologo Giuseppe Pitrè sostenne che nei primi decenni del XIX secolo nel borgo marinaro di Palermo, la parola mafia indicava "bellezza, grandiosità, perfezione, eccellenza nel suo genere... sicurtà d'animo e in eccesso di questa, ribaldezza, ma non mai braveria in cattivo senso, non mai arroganza, non mai tracotanza. L'uomo di mafia o mafioso, inteso in questo senso naturale e proprio, non dovrebbe metter paura a nessuno perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi."
In realtà, in quel tipo di società, si "diventava uomini d'onore" più offendendo gli altri (giustificando faide e omicidi per ogni offesa, vera o presunta, a sé e ai propri familiari) che difendendo se stessi.
I primi facinorosi mafiosi iniziano formare sette, gruppi, cosche per sostenersi l'un con l'altro; credono che la violenza sia un valore socialmente ed economicamente rilevante e che una frammentazione di poteri rende ancora più forti delle persone riunite da regole segrete.

Inizialmente, questi piccoli gruppi si radicano nei territori siciliani (i mafiosi possono farsi temere solo dove sono conosciuti)
La differenza tra il criminale comune e il mafioso è che il primo si nasconde, mentre il mafioso esercita un ruolo visibile nella società; in caso di omicidio, il mafioso farà intervenire "i suoi amici" che intimoriranno i testimoni, i magistrati e forniranno l'alibi al colpevole, che così sarà scagionato e potrà mostrarsi ai compaesani, vantandosi di aver ucciso e di averla fatta franca: la gente lo temerà ancora di più.

è negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia che nasce la simbologia mafiosa: il mito del mafioso "giusto e uomo d'ordine", legato al rispetto della famiglia e della dignità virile, difensore della Sicilia contro i soprusi. Tutti questi stereotipi sono falsità, perché non è mai esistita una "mafia buona".
Nel periodo attorno il 1871, diversi questori si servivano dei mafiosi per combattere altri mafiosi; tutto questo unito all'idea popolare che la mafia fosse meglio del Governo italiano percepito come "straniero e ingiusto" e ai difensori dei mafiosi che li ritenevano i realizzatori di certe aspirazioni popolari, ha radicato l'idea di mafia come parte della "sicilianità".
La mafia riprese la simbologia e i rituali segreti simili a quelli religiosi e massonici.


L'ambiguità mafiosa, che presentava i mafiosi ora come servi dei potenti, ora come difensori dei più deboli, ora come strumento di controllo sociale del territorio (laddove lo Stato è inesistente) è servita o per negare la mafia oppure per considerarla "positiva": il mafioso si presenta come "ottimo padre di famiglia" ma la prassi mafiosa è sempre stata quella di uccidere anche gli stessi membri della famiglia (fratelli che uccidono fratelli e cugini che uccidono cugini)
Il prestigio di una cosca è dato dal rispetto di cui gode il capo, dalla sua capacità di colpire, ma anche dalle protezioni di cui può godere. Un mafioso potente può far uccidere e può riversare sui suoi amici tanti favori. E i beneficati prima o poi dovranno ricambiare il favore. L'industria della violenza privata piega e usa i pubblici poteri.
Il modello del successo mafioso appare prestigioso, e sono molti i violenti e i delinquenti che tentano questa via di ascesa.
All'interno della cosca le rivalità sono continue e ogni cosca ha un suo territorio di radicamento nel quale esercita la sua influenza, che può essere sfidata da altre cosche desiderose di espansione territoriale.
Quando un nuovo membro si affilia alla cosca si ricorre a riti: il neofita, con un rituale di tipo iniziatico, presta un giuramento. Si ferisce o si punge: col suo sangue bagna un'immaginetta sacra e la fa bruciare tra le mani chiuse a coppa, giurando che è pronto ad essere distrutto come quell'immagine se mai dovesse tradire i compagni o disubbidire agli ordini.

(Nota di Lunaria: molti anni fa, in tv, vidi l'inizio di un film intitolato "E venne il giorno dei limoni neri": si vedeva proprio questo rituale; peccato che poi non ho potuto vederlo tutto, come film, visto che lo fecero alle 3 del mattino e io il giorno dopo dovevo andare a scuola!)

In realtà, non vi è coesione. Nel primo decennio dopo l'Unità il numero degli omicidi in Sicilia fu altissimo, perché si uccideva anche per un minimo sgarbo, e quindi si innescava una spirale di violenza.

UCCISI DA COSA NOSTRA

Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, direttore del Banco di Sicilia e sindaco di Palermo fu ucciso a colpi di pugnale nel 1893: è il primo delitto di mafia a cui viene data risonanza in tutta Italia; aveva cercato di buttare fuori di Banco mafiosi e politici corrotti.



Anche Pio La Torre, segretario regionale del P.C.I siciliano fu assassinato il 30 aprile 1982 insieme al suo autista Rosario di Salvo. Era promotore di una legge che colpiva gli arricchimenti illeciti della mafia e premeva perché fosse accellerata la nomina del generale Dalla Chiesa a prefetto di Palermo.
Lo stesso Carlo Alberto della Chiesa venne ucciso dopo i suoi cento giorni da prefetto, mentre Libero Grassi fu il primo imprenditore a rifiutarsi di pagare il pizzo e a denunciare pubblicamente di essere vittima di ricatti: per questo venne ucciso. 



Infine, concludiamo con la definizione di Leonardo Sciascia: "La mafia è un'associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato"

Glossario

Cosca: gruppo mafioso; letteralmente "cosca" indica la foglia del carciofo e significa che i mafiosi sono legati l'uno agli altri.
Campiere: guardiano armato che nelle campagne svolgeva funzioni di polizia privata. Elemento della catena\protezione tipica della mafia.
Gabellotto: affittuario, imprenditore agricolo che prende in gestione un fondo a gabella impegnandosi a pagare un canone annuale.
Annacarsi: letteralmente ancheggiarsi, assumere un'andatura fra il minaccioso e il vanitoso che era tipica dei bravacci e degli "uomini d'onore"; alle origini della mafia si poteva leggere "s'annaca" cioè "si mostra mafioso"
Cascittuni: spia della polizia
Pizzu: pizzo, la tangente imposta a chiunque svolga un'attività economica; il mafioso la chiede perché vuole "vagnarisi 'u pizzu", cioè partecipare al guadagno degli altri.
Scassapagghiara: ladruncolo di campagna, "scassapagliaio"
Sparafucile: sicario
Coppula storta: mafioso che porta la coppola un po' girata per mostrarsi spavaldo
Pezzu di novanta: capomafia
Astutari: uccidere
Manutengolo: chi, senza partecipare direttamente alle azioni dei briganti, li sosteneva
Panza: tempra, carattere
Omo di panza: chi sa mantenere un segreto e non cede alle pressioni degli inquirenti
Prisintusu: presuntuoso; riferito ai giudici e ai magistrati
Bona manu: riscatto da pagare per riavere il bestiame rubato
Carrubi: carabinieri
Muffutu: delatore ("uno che ha fatto la muffa")
Parrassai: avvocato difensore ("uno che parla molto")
Quacquaraquà: persona da nulla
Ucciarduni: Ucciardone, carcere di Palermo, così chiamato perché costruito su un campo di cardi (chardon in francese)
Baccagghiu: baccaglio, gergo della malavita.

(1) Ancor prima della mafia si potrebbe citare la setta dei
Beati Paoli, un gruppo di giustizieri-sicari, formatisi a Palermo, col nome di Vendicosi, nel XII secolo; tuttavia non abbiamo fonti certe, a parte uno scritto di Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca.


Secondo la sua testimonianza, la setta si sarebbe formata come reazione allo strapotere e ai soprusi dei nobili che amministravano direttamente anche la giustizia criminale nei loro feudi.
Anche Giuseppe Pitrè (1841-1916) nel suo libro sulla mafia cita i Beati Paoli "che avevano le loro grotte paurose ed impenetrabili presso il giardino detto della Cuncuma. Essiri di la Cuncuma, essere del tal numero de' tristi, della cosca, aver l'arte e l'attitudine d'ingannare e prevedere gli inganni, esser furbo, ecc. A Palermo nel giardino della Cuncuma, vi era una grand'hosteria, et ivi giuntavano li guappi e taglia cantuni"
Secondo la testimonianza del marchese di Villabianca, i Beati Paoli sarebbero stati una setta di sicari che si riuniva in gran segreto (dopo la mezzanotte, al lume delle candele e incappucciati di nero) nelle cripte del quartiere del Capo per organizzare i loro crimini; sembra che fossero collegati al beato Francesco da Paola, patrono del regno di Napoli e Sicilia: gli aderenti della consorteria potevano circolare vestiti come i suoi minimi, frequentare le chiese e fare «cunciura» nei sotterranei; il loro covo era accessibile attraverso una cripta esistente nella chiesa palermitana di Santa Maria di Gesù al Capo (o Santa Maruzza ri Canceddi) che si affacciava sulla piazza.
Sembra che usassero come emblema una croce sovrastata da due spade incrociate.
Non tutti gli studiosi credono che i Beati Paoli siano all'origine della mafia ma il pentito Tommaso Buscetta dichiarò che «La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi [...]: abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri».
Nell'immaginario popolare e leggendario, comunque, i Beati Paoli sono stati immaginati come dei Robin Hood siciliani, esattamente come i briganti idealizzati.












APPROFONDIMENTO SULLA CAMORRA

La camorra napoletana, esattamente come la mafia siciliana, è un fenomeno nato nell'Ottocento e che si attirò fin da subito l'attenzione dal Governo.
Divenne visibile nel 1820 perché i camorristi ostentavano la loro ricchezza e prepotenza e poi perché, a differenza dei mafiosi, scrivevano le loro regole, imitando la moda del tempo che voleva che i liberali italiani scrivessero statuti.

La camorra storica si presentava come un'organizzazione centralizzata, con gerarchie e ramificata nelle carceri e nei quartieri popolari di Napoli, che poteva contare su un consenso sociale nella plebe: qualche studioso ipotizza che la camorra fosse una specie di carboneria dei poveri.
Agli inizi, la camorra (che ha diversi rituali di affiliazione, esattamente come le altre società segrete) si presentava col nome di "Bella Società Riformata" o "Società dell'Umirtà". In realtà, i suoi appartenenti al di fuori di "Dio, dei santi e dei propri capi" non riconoscevano nessuna autorità ed esercitavano un potere esclusivo nei quartieri popolari; dal punto di vista camorristico, l'onore è inteso come capacità di farsi rispettare che ogni uomo deve avere basandosi sulle proprie forze: da qui l'esaltazione del coraggio e della capacità di esercitare il potere e la violenza, senza mai ricorrere allo Stato.

Qualcuno ha osservato che la camorra (1), sotto certi aspetti, è stato un fenomeno di massa e di classe, segnato dall'illegalità e sfociato nella malavita.
L'identica cosa è stata osservata anche per la mafia.
Ma mentre la mafia è nata dalla borghesia rurale, la camorra è stata creata dagli appartenenti del ceto più povero della società urbana napoletana.

(1) Il termine "camorra" sembra derivi da una corta giacchetta di panno ruvido della quale erano vestiti sia i mercanti armati pisani (mezzi pirati) del '400, sia i banditi spagnoli; secondo altri, il termine indicherebbe il barattolo dentro il quale si raccolgono le monete estorte. In spagnolo il termine significa rissa, lite. Molti studiosi notano delle continuità fra forme di criminalità organizzate tipiche della Spagna e la camorra napoletana: la Società della Guardugna (Garduña) era una consorteria di ladri, rapinatori e sfruttatori di donne la cui struttura gerarchica e i regolamenti sarebbero stati imitati dalla primordiale camorra.
Comunque, i camorristi si vantavano delle loro ascendenze spagnole, richiamandosi alla cavalleria iberica.
C'è da dire, però, che per gli studiosi spagnoli è esattamente il contrario, e sarebbe il termine "camorra" ad essere passato in Spagna, e non viceversa.
Comunque, la parola venne usata in un atto napoletano del 1735 per indicare una casa da gioco autorizzata, nei dintorni del Palazzo Reale: probabilmente indicava un tipo di gioco e anche la quota che la casa da gioco tratteneva sulle puntate dei giocatori. Secondo le parole di un pentito dei primi del '900, la parola "camorra" derivava dal cognome di uno spagnolo, Ramon Gamur, che finì in carcere a Napoli e fece proselitismo tra i detenuti.

Da un'osservazione di uno scrittore dell'epoca: "Mantenuti deliberatamente in uno stato di superstizione, di ignoranza, di totale miseria, condannati a vegetare in condizioni igieniche degne di tribù trogloditiche e sterminati periodicamente da micidiali epidemie, quando a sgomentarli non siano le eruzioni del Vesuvio, i napoletani finiscono per ridursi alla funzione marginale del coro, un coro vociante, pittoresco ma non normalmente inoffensivo nel dramma che si recita a loro spese tra "sedili", castelli e palazzi viceregnali." (Ghirelli)

L'emersione della camorra è stata molto veloce: nel 1820 sono attestate le prime notizie relative ai processi, e poco dopo si conosce anche il "frieno" cioè il "regolamento, lo statuto".
Nel corso di una riunione di camorristi avvenuta il 12 settembre 1842 ne venne letto uno: "Lo Statuto della Bella Società Riformata" o "Società dell'Umirtà", "Annurata suggietà" (onorata società) cioè la camorra.
Della società facevano parte gli uomini "che avevano cuore", cioè coraggio, allo scopo di aiutarsi e sostenersi.
L'organizzazione si compone di una Società Maggiore, della quale fanno parte i compagni camorristi, e di una Società Minore, della quale fanno parte i più giovani, i picciotti e giovanotti onorati (aspiranti).
La Società Riformata ha un solo capo: il capintesta, che viene eletto fra i camorristi più noti per audacia e fermezza.
La Società si articola in "paranze" (per i camorristi) e in "chiorme" (per i picciotti) operanti nei dodici quartieri nella quale era divisa Napoli.
I dodici quartieri esprimevano nell'antica strutturazione del potere legale napoletano, il parlamento cittadino (i Sedili): la camorra voleva imitare il potere legale tenendo come base territoriale la stessa suddivisione.
Le parole paranza e chiorma sono di origine marinara (significano "imbarcazione da pesca" o "piccolo cabotaggio" o ciurma) e la camorra li prende dalla realtà del contrabbando.
Tra i riti iniziatici (similmente a come era in uso presso la mafia), l'aspirante affiliato doveva ingaggiare un duello con il coltello, nel quale si doveva colpire al braccio, al terzo colpo, un camorrista anziano e leccare la ferita. Il rito si svolgeva nei pressi di una trattoria e poi tutti andavano a mangiare.
I camorristi erano anche tatuati: sigle, simboli, nudi femminili, nomi di donne, sirene, motti. 
I rituali scimmiottavano simbologia e simboli di antichi ordini cavallereschi o delle società massoniche e carbonare.
In sintesi, un gruppo camorristico, nella sua struttura-base, è formato da un capo, un contaiuolo, un camorrista di giornata.
Omertà, disciplina e silenzio sono le regole, come l'obbedienza totale alle decisioni dei capi e dei tribunali interni che si chiamano "mamma" per i giovani e "gran mamma" per i camorristi delle paranze. La "gran mamma" è presieduta dal capintesta, "la mamma" dal capintrito.
Lo scontro tra camorristi che vogliono eliminare rivali è detto "zumpata" (2) e l'arma usata era il coltello; questa pratica camorristica deriva dal duello che era in uso presso i nobili.
La "zumpata" è preceduta dal "dichiaramento" che è una sfida.
Nella camorra storica, questi duelli erano una cosa comune di ogni giorno, tra quartiere e quartiere.
Quando la "mamma" e "gran mamma" stabilivano punizioni, le commissionavano ai picciotti desiderosi di dimostrare la loro lealtà, ma cercavano anche di limitare gli scontri tra affiliati per mantenere un minimo di compattezza.
Di tutti i proventi dell'organizzazione un quarto andava al capintesta, il resto era diviso fra i compagni in forme ineguali secondo il grado di ciascuno; il rimanente andava ai carcerati a ai loro familiari. Questi carcerati appena potevano organizzavano anche il racket dell'estorsione in galera, quindi erano autosufficienti dal punto di vista economico; spesso estorcevano il denaro agli altri detenuti dicendo che sarebbe servito per comperare l'olio destinato alla lampada della Madonna.

Dalle fonti storiche, veniamo a sapere che i primi camorristi "braveggiavano nelle taverne, nei bordelli, taglieggiavano le case da gioco, i negozianti, i contadini"; pretendevano la tangente (la "camorra") sul gioco d'azzardo e sulla prostituzione, ma anche su chiunque eserciti un mestiere, dai facchini ai commercianti, includendo i contadini.
Secondo la "morale camorrista" le somme di denaro messe insieme con l'estorsione devono essere usate alla "mutua assistenza" fra i "compagni onorati".
Come gli affiliati della Garduña spagnola, i camorristi si mettevano al servizio dei potenti come sicari; nello stesso momento, durante le rivolte, potevano interpretare ora i capi dei rivoltosi ora gli uomini d'ordine. (*)
Qualche studioso ha ipotizzato che la camorra sia stata la continuazione dei gruppi armati dei lazzari: certi vizi delle soldatesche spagnole vennero ereditati dai lazzari.
Il termine "guappo" che significa "uomo di rispetto" (in passato, non indicava un camorrista) ha origine da "guapo", ovvero l'affiliato della 
Garduña.
Miguel de Cervantes raccontava di una consorteria di prepotenti che, in carcere, richiedeva una tangente per l'olio della lampada della Madonna.

(*) Le autorità borboniche tolleravano la camorra a patto che limitasse la sua prevaricazione sui poveri, non occupandosi di politica e aiutasse di tanto in tanto la polizia a tenere a bada i liberali.
Agli inizi, per la struttura, le camorre ricordavano la mafia rurale siciliana, legate all'esercizio di un mestiere o un'attività do produzione.
Così come in Sicilia c'erano le organizzazioni degli zolfatari, dei mulattieri, del commercio degli agrumi, intorno a Napoli c'erano le camorre dei bufalari, dei facchini, degli scaricatori di porto, che intervenivano nelle fasi di commercializzazione, fissando i prezzi 

Una differenza importante tra mafia e camorra, è che i camorristi si vantavano di essere stati in carcere, vantandosi delle detenzioni subite; i mafiosi invece facevano il possibile per evitarlo e consideravano più onorevole riuscire ad evitare la detenzione.
In origine, la camorra, molto più della mafia, ostentava in maniera esibizionista di aver fatto soldi, mentre la mafia era più riservata; è anche per questi motivi che le due organizzazioni non hanno mai collaborato molto.  
Spacciandosi per difensori dei valori tradizionali, dispensatori di sussidi, personaggi potenti in scenari di miseria, diventavano anche modelli di ascesa sociale.

(2) Da "zumpare", che in dialetto significa "saltare"

Dalla relazione sulla camorra della commissione parlamentare antimafia del 1993: "La camorra, a differenza di Cosa Nostra, non contrappone un ordine alternativo a quello dello Stato, ma governa il disordine sociale... La camorra è un sodalizio criminoso che ha per scopo un lucro illecito e che si esercita da uomini feroci sui deboli per mezzo delle minacce e della violenza."

Qualche statistica di omicidi a sfondo camorristico:

1976: 49 omicidi
Anni Ottanta: 1797
1982: 265 omicidi
1990: 230 omicidi
1991: 233 omicidi
1992: 174 omicidi  

Glossario del gergo camorristico:

- Agnello: persona derubata
- Baito: truffa
- Barattolo: cassa comune, l'insieme dei denari accumulati con l'estorsione. La distribuzione delle quote per ciascun camorrista avveniva alla domenica; il contaiuolo aiutato dal capo carusiello teneva i registri del "barattolo"
- Bruffo: oggetto rubato
- Freddare: uccidere. Parola inventata dai camorrista, poi entrata nel gergo giornalistico e comune.
- Guappo: dallo spagnolo "guapo", coraggioso, bello, prestante. All'inizio, non significava sempre e comunque camorrista, ma "uomo che sa farsi rispettare".
- Guappo e' cartone: giovane che si dà grandi arie ma si rivela un codardo
- Infamità: il tradimento verso la camorra, ovvero la collaborazione con le forze di polizia.
- Martino: il coltello, chiamato anche "punta" o "misericordia". L'ammartinato era l'uomo che girava armato.
- Osso, Mastrosso e Carcagnosso: personaggi immaginari, fratelli spagnoli che secondo la leggenda, uccisero un nobile che aveva approfittato della loro sorella. Avevano lasciato la Spagna e giunti in Italia fondarono la mafia, la camorra e l' 'ndrangheta.
- Picciotteria: il termine, usato agli inizi, per definire l' 'ndrangheta.
- Picciotto: il ragazzo, il garzone, i giovani con ambizioni criminali. Quando compiva qualche azione di rilievo, diventava "picciotto di sgarro"
- Santista: termine che indica un grado intermedio nella gerarchia camorristica-mafiosa, ma viene dall''ndrangheta calabrese.
Hanno la stessa origine i termini "vangelista" e "trequartino"
- Sgarro: presente in diversi dialetti meridionali, significa errore, ma anche danno, guasto, atto violento, offesa, che va punita; ma chi compie uno sgarro e la fa franca, dimostra di essere un uomo di rispetto.
- Tirata di coltello: duello rusticano col coltello. Anticamente, prima di essere ammesso, il picciotto doveva dimostrare il proprio valore sfidando un camorrista, ma lo scontro aveva valore simbolico e dimostrativo ed era detto "tirata di musco"
- Tufa: pistola. Il revolver era chiamato "tic tac"
- Baccaglio: gergo cifrato della malavita utilizzabile ovunque, grazie ai contatti avvenuti nelle carceri


Per approfondire il contesto culturale siciliano:

Su Verga: https://intervistemetal.blogspot.com/2018/07/giovanni-verga-1-i-romanzi-e-vita-dei.html

Qui trovate un'analisi alla condizione della donna siciliana:




Altro libro di una scrittrice siciliana che consiglio:


I grandi pittori del Meridione: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/07/ottocento-italiano-1-i-pittori.html

SPECIFICHIAMO che nella Sicilia di venti o trent'anni fa anche un uomo che "non fosse cristiano" (ateo, satanista, pagano, wiccan, metallaro...) poteva essere pestato e stigmatizzato e io me le ricordo le testimonianze di quei ragazzi del Sud Italia che scrivevano alla posta di Metal Shock\Metal Hammer raccontando di quello che dovevano subire se solo osavano mettersi una t-shirt dei Metallica (probabilmente uno che se ne girasse con la croce al contrario o un pentagramma al collo sarebbe stato linciato in piazza). 
Idem parlando di omosessuali e\o chiunque vivesse una sessualità "non etero al modo che piace ai cristiani" o di una donna "che mettesse i pantaloni o la minigonna o fosse truccata"

Sud e Magia: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/sud-e-magia.html

Vorrei anche recensire Leonardo Sciascia, ovviamente...