Penso che il destino degli uomini sarebbe ancora più crudele di quanto già sia, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro tutte le cose che avvengono in questo mondo. La nostra vita si svolge nei confini di una pacifica isola d'ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell'infinito, e non credo che ci convenga spingerci troppo lontano da essa. Finora le scienze, progredendo passo passo nel campo d'azione proprio a ciascuna, non ci hanno arrecato troppo danno: ma un giorno o l'altro, quando infine si riuniranno le varie parti del sapere, oggi ancora sparse qua e là, si presenterà ai nostri occhi una visione talmente terrificante della realtà e della terribile parte che noi abbiamo in essa, che se non impazziremo dinanzi a una simile rivelazione, tenteremo di fuggire quella vista mortale rifugiandoci nell'oscurità di un nuovo Medioevo.
I teosofi non hanno potuto che affacciare vaghe ipotesi sulla immane vastità del ciclo cosmico, di cui il nostro mondo e la razza umana non sono che momenti effimeri. E le loro allusioni alla sopravvivenza di strani esseri, che esistevano prima dell'uomo, ci gelerebbe il sangue nelle vene, se non fosse per il blando ottimismo di cui, del tutto ingiustificatamente, si rivestono.
Comunque non è di là che mi giunge quell'unica, folgorante immagine di epoche proibite, che mi dà i brividi quando ci penso, e mi fa impazzire quando la sogno. Quell'immagine, come avviene ogni volta che una verità temuta si lascia intravedere, scaturì improvvisa dal casuale incontro di cose che fino ad allora erano rimaste separate, e precisamente da un vecchio articolo di giornale e dagli appunti di un professore che oggi non è più.
Mi auguro che nessun altro mai riesca a completare il quadro; ed è certo che, se vivrò, non aggiungerò mai di mia volontà un altro anello ad una catena già così spaventosa. Del resto suppongo che lo stesso professore non avesse intenzione di rivelare ciò che sapeva, e che avrebbe certo distrutto i suoi appunti, se la morte non lo avesse colto all'improvviso.
La cosa, per quanto mi riguarda, cominciò nell'inverno del 1926-1927, in seguito alla morte del mio prozio Angell, insigne professore di lingue semitiche all'università di Providence, nel Rhode Island.
Il professore Angell era considerato un'autorità in fatto di iscrizioni antiche e molto spesso direttori di importanti musei erano ricorsi al suo sapere. Per questo credo che la sua morte, avvenuta quando egli aveva ormai 92 anni, sia ancor presente nel ricordo di molti.
Nella sua città, l'eco che essa suscitò fu accresciuto dalle cause misteriose che la provocarono. Quando morì, era sceso da pochi minuti dal battello di Newport: cadde a terra d'improvviso, come raccontarono i testimoni, dopo essere stato urtato da un negro, forse un marinaio sbucato da uno di quei vicoletti bui e misteriosi, così frequenti sul ripido pendio della collina, e precisamente da quello che dal porto conduceva alla casa del defunto, in Williams Street.
I medici non riuscirono a scoprire la causa della morte di mio zio: dopo lunghe discussioni, ancora perplessi, finirono per concludere che la fine era da attribuirsi a una lesione al cuore, causatagli dall'avere affrontato a un passo troppo sostenuto per un uomo della sua età quella salita così ripida. A quell'epoca io non ebbi alcun motivo per non accettare la loro diagnosi, ma di recente ho cominciato ad avere dei dubbi... e forse qualcosa di più che semplici dubbi.
Quale unico erede ed esecutore testamentario del professore, che era morto vedovo e senza figli, fu mio compito esaminare a fondo le sue carte; trasportai dunque a Boston, a casa mia, tutti gli incartamenti e le cassette raccolti nel suo studio. Gran parte del materiale che riordinai sarà pubblicato tra qualche tempo dalla Società Archeologica Americana; ci fu però, tra le altre, una cassetta che mi lasciò profondamente perplesso, e, senza il minimo desiderio di mostrarla ad altri. Era chiusa a chiave, e tentai invano di forzarla finché non mi venne in mente di esaminare l'anello portachiavi che il professore teneva sempre in tasca. Riuscii così ad aprirla, ma solo per trovarmi di fronte a un ostacolo ancora più complicato e certamente più misterioso del primo. Quale mai poteva essere, infatti, il significato dello strano bassorilievo di argilla che vi trovai, insieme a un fascio di appunti disordinati e a numerosi ritagli di giornale?
Possibile che mio zio, in quell'ultimo periodo della sua vita si fosse lasciato andare fino a prestare fede alle mistificazioni più grossolane? Decisi di ricercare lo stravagante scultore che ritenevo responsabile di aver provocato questo evidente sconvolgimento della pace spirituale di un povero vecchio.
Il bassorilievo aveva all'incirca la forma di un rettangolo: non era più spesso di tre centimetri, e aveva una superficie di dodici per quindici centimetri. Era chiaro che si trattava di un oggetto di fattura moderna, benché i rilievi che portava di moderno non avessero proprio nulla se infatti le stravaganze del cubismo e del futurismo sono infinite e non conoscono limiti, ben di rado esse riproducono quella segreta regolarità che si nasconde nelle antiche scritture pittografiche o geroglifiche. Capivo che quel groviglio di disegni doveva costituire una sorta di scrittura, ma nonostante la familiarità che avevo acquisito con le carte e le varie collezioni di mio zio, non mi riusciva di identificare la specie e nemmeno di collegarla a qualcosa che, seppure vagamente, le fosse affine.
Sopra una serie di segni di apparenza geroglifica, stava una figura ritratta con intenti evidentemente figurativi, benché il modo impressionistico con cui era stata eseguita non permettesse a chi la osservava di farsi un'idea molto chiara della sua natura. Sembrava rappresentare una specie di mostro, o forse ne era soltanto un simbolo, e la sua forma non poteva essere nata che da una fantasia malata. Non mi allontanerò certo troppo dallo spirito di quella strana figura dicendo che in essa la mia sbrigliata immaginazione credette di vedere, allo stesso tempo, una piovra, un drago e una caricatura umana.
Aveva una testa rotonda, irta di tentacoli e posta su di un corpo grottesco e squamoso, da cui spuntavano due ali rudimentali: e c'era qualcosa, in quell'insieme, che rendeva la figura quanto mai spaventosa e ripugnante. Sullo sfondo si intravedevano, appena abbozzate, le linee architettoniche di imponenti costruzioni.
Gli scritti che accompagnavano questo strano oggetto, a parte un fascio di ritagli di giornale, erano tutti di pugno del professor Angell e non avevano alcuna pretesa letteraria. Quello che pareva essere il documento di maggiore importanza portava l'intestazione IL CULTO DI CTHULHU, scritta in stampatello e con caratteri molto chiari, evidentemente per evitare che l'inusitata parola potesse venire letta in modo sbagliato. Il manoscritto era diviso in due parti [...] Gli altri fogli non contenevano che brevi annotazioni: alcuni raccontavano strani sogni fatti da diverse persone; altri erano citazioni da libri e riviste teosofiche (in particolar modo da "L'Atlantide e la Lemuria scomparsa" di W. Scott-Elliott); il resto erano accenni ed antiche società segrete e a culti misteriosi, con riferimenti ad opere ben note tra gli studiosi di mitologia e antropologia, come "Il ramo d'oro" di Frazer e "Magie e sortilegi nell'Europa occidentale" della Murray.
In quanto ai ritagli di giornale, per la maggior parte riguardavano casi di pazzia furiosa o manifestazioni di follia collettiva, verificatisi nella primavera del 1925.
La prima metà del manoscritto principale narrava una storia assai strana. Il 1° marzo 1925 un giovane snello e bruno, dall'aria agitata, si era presentato al professor Angell recando con sé lo strano bassorilievo, di così recente fattura da essere ancora umido.
Il suo biglietto da visita portava il nome di Henry A. Wilocox. Mio zio lo conosceva vagamente: sapeva che apparteneva a una ottima famiglia, che aveva studiato scultura all'istituto di Belle Arti di Rhode Island, e che abitava da solo in un appartamento della Gilles House, nei pressi dell'istituto. Wilcox era un giovane precoce, di riconosciuto talento, ma decisamente eccentrico, che fin dall'infanzia si era fatto notare per la sua abitudine di raccontare storie immaginose e fantastici sogni. Si autodefiniva "psichicamente ipersensibile", ma, per gli altri inquilini del palazzo, era semplicemente "un originale".
Essendo sempre vissuto piuttosto appartato, era diventato, a poco a poco, uno straniero nella sua stessa città, e ormai non era più in relazione che con uno sparuto gruppo di esteti di altri centri. Perfino il circolo artistico di Providence, preoccupato di mantenere le sue tradizioni di distinzione e buon senso, aveva finito per considerarlo un caso disperato.
Durante la sua visita, continuava il manoscritto del professore, il giovane scultore aveva fatto appello alle conoscenze archeologiche del suo ospite, pregandolo di aiutarlo a decifrare i geroglifici scolpiti sul bassorilievo. Si esprimeva con un tono ricercato e allo stesso tempo immaginoso, che aveva molto della posa e non era certo fatto per attirargli le simpatie. Il professore gli rispose piuttosto duramente, perché l'oggetto era di fattura troppo chiaramente moderna, per poter avere qualcosa a che fare con l'archeologia. Ma le spiegazioni che il giovane allora gli dette, lo colpirono talmente che in seguito poté trascriverle quasi parola per parola. Wilcox parlava con il tono poetico e fantasioso che gli era proprio e che, come io stesso in seguito ho potuto constatare, era la sua più spiccata caratteristica.
"Infatti è di fattura recentissima", confermò, "l'ho modellato io stesso la notte scorsa, dopo aver sognato di fantastiche città; e i sogni sono più antichi della fenicia Tiro, della Sfinge perduta nella sua eterna contemplazione, o di Babilonia dai mille giardini."
Subito dopo cominciò un racconto sconnesso, che, risvegliando in mio zio lontani ricordi, ne suscitò il febbrile interesse.
La sera precedente era stata avvertita una leggera scossa di terremoto, la più intensa che si fosse verificata nella Nuova Inghilterra da qualche anno a quella parte, e Wilcox ne era rimasto profondamente impressionato. Nella notte aveva fatto un sogno fantastico, in cui gli erano apparse immense città popolate da giganteschi blocchi di pietra e di colonne, alte fino al cielo; dalle costruzioni gocciolava una specie di fango verdastro, e su tutto gravava un'atmosfera di orrore.
I muri e le colonne erano coperti di geroglifici; da qualche parte, non si capiva bene da dove, veniva una voce o, meglio, una sensazione confusa che soltanto la fantasia poteva tramutare in suono. Wilcox aveva tentato di renderlo con un'accozzaglia di lettere quasi incomprensibile: "Cthulhu fhtagn".
Furono proprio queste due parole a far scattare la molla dei ricordi nella memoria del professor Angell, e a metterlo in uno stato di profonda agitazione. Rivolse al giovane diverse domande di carattere quanto mai erudito, e studiò con trepidante attenzione il bassorilievo che Wilcox - come egli stesso raccontò . s'era trovato intento a modellare, semisvestito e rabbrividente, quando il risveglio l'aveva colto di sorpresa.
Più tardi il giovane mi raccontò che il professore aveva attribuito alla propria età avanzata il fatto di non avere riconosciuto subito i geroglifici e il disegno e che gli aveva poi rivolto delle domande in cui lui, Wilcox, aveva capito ben poco, come certi riferimenti a strani culti e associazioni segrete. Quello poi che non gli era assolutamente riuscito di capire, era stata l'insistenza del vecchio nell'assicurargli di mantenere il segreto se lui avesse confessato di appartenere a qualche setta di mistici, antica o moderna che fosse.
Quando infine il professor Angell s'era convinto che lo scultore non aveva assolutamente nulla a che fare con culti e riti segreti, l'aveva pregato più volte di tornare a raccontargli i sogni che, eventualmente, avesse fatto in seguito. La richiesta del professore non era rimasto senza esito: da allora, secondo il manoscritto, il giovane era tornato ogni giorno da lui a riferirgli gli impressionanti particolari dei suoi sogni. In tutti, costantemente, tornavano le rocce enormi, nere e gocciolanti, e tra di esse, da qualche punto indistinto, si elevava la voce misteriosa che con monotonia esasperante emetteva i soliti suoni indecifrabili, le solite parole senza senso. I due suoni che si ripetevano più di frequente erano quelli con le parole "Cthulhu" e "R'lyeh" rendevano con maggiore approssimazione.
Il 23 marzo, così continuava il manoscritto, Wilcox era mancato all'appuntamento; da informazioni assunte presso la sua abitazione si era saputo che, colpito improvvisamente da una febbre misteriosa, era stato trasportato in casa dei suoi, in Waterman Street. Le sue grida, nel cuore della notte, erano state così tremende da svegliare tutti gli altri inquilini del palazzo, e da allora si erano alternati in lui stati di incoscienza e crisi di delirio.
Mio zio si era precipitato a telefonare alla famiglia e, da quel momento, aveva seguito il caso molto da vicino, tenendosi in contatto col dottor Tobey, che, come aveva saputo, si occupava del malato. A quanto pareva, nella mente febbricitante del giovane si accavallavano le immagini più fantastiche: nel parlarne il dottore stesso ogni tanto rabbrividiva. Non si trattava solo del ripetersi dei sogni angosciosi che egli aveva fatto: nei suoi incubi era apparsa ora una "cosa" gigantesca e altissima, che camminava e si muoveva con difficoltà.
L'ammalato non la descrisse mai completamente, ma da alcune parole che pronunziò nel delirio, e che il dottor Tobey riferì a mio zio, questi si convinse che la "cosa" non era altro che il mostro informe rappresentato nel bassorilievo.
Agli accenni da parte del giovane a questo riguardo, riferì inoltre il dottore, seguiva invariabilmente la sua ricaduta in uno stato di incoscienza. Era strano che la temperatura non fosse molto elevata, perché le condizioni del malato indicavano che si trattava di qualche alterazione organica piuttosto che di disturbi di origine psichica.
Il 2 aprile, verso le tre del pomeriggio, ogni traccia del male scomparve all'improvviso. Wilcox si sedette sul letto, stupitissimo di trovarsi in casa del suioi, e senza la minima idea di che cosa gli fosse successo, in sogno o in realtà, dalla notte del 22 marzo in poi. Tre giorni più tardi, dopo che il medico l'ebbe dichiarato perfettamente guarito, tornò nel suo appartamento.
Da quel monento in poi, però, non fu più di alcun aiuto al professor Angell. Con la guarigione, infatti, le sue strane visioni cessarono, e dopo una settimana di sogni comunissimi e insignificanti, mio zio smise di prenderne nota.
A questo punto terminava la prima parte del manoscritto. Altri appunti, come ho detto, riguardavano sogni che altre persone avevano fatto nello stesso periodo in cui il giovane Wilcox, ammalato, aveva avuto le sue fantastiche visioni. A quanto pareva, mio zio aveva istituito un'ampia rete di informazioni che si estendeva a tutti i suoi conoscenti, o almeno a tutti quelli che aveva pensato di poter interrogare senza che se ne risentissero.
S'era informato dei loro sogni, e della data di ogni loro eventuale "visione" analoga a quella di Wilcox. Con le sue domande aveva provocato reazioni diverse a seconda degli interrogati, ma, tutto sommato, aveva ricevuto più risposte di quante un vecchio professore possa catalogarne senza l'aiuto di un segretario. Le lettere originali non figuravano tra i manoscritti, ma gli appunti di mio zio davano un'idea abbastanza precisa di tutto l'insieme.
Presso i rappresentanti del mondo degli affari, cioè del tradizionale "sale della terra" del New England, l'inchiesta aveva dato risultati quasi totalmente negativi sebbene non mancasse qualche strano sogno paragonabile, sia pure da molto lontano, a quelli di Wilcox. Degno di nota comunque fu il fatto che questi sogni si erano tutti verificati nel periodo dal 23 marzo al 2 aprile, proprio nei giorni del delirio del giovane Wilcox. Anche tra i dotti e gli uomini di scienza i sogni di questo genere erano stati rari; ma in quattro di essi già si faceva cenno di "strani paesaggi archeologici", e in quinto si parlava d'una "cosa deforme" che si muoveva su questi paesaggi. Era stata l'inchiesta svolta tra artisti e scrittori, però, quella che aveva dato i risultati più impressionanti: tanto da potersi supporre che ciascuno di loro sarebbe stato preso da vero panico, se solo avesse potuto avere sotto gli occhi le annotazioni di mio zio. Io tuttavia, non potendo confrontare queste annotazioni con le lettere originali, restai col dubbio che nell'interpretarle il professore si fosse lasciato trascinare dalla propria immaginazione; ovvero che Wilcox, venuto in qualche modo a conoscenza dell'inchiesta, avesse persuaso un certo numero di suoi conoscenti a prendersi deliberatamente gioco del vecchio studioso.
Resta il fatto che, secondo il manoscritto, tra il 28 febbraio e il 2 aprile, quasi metà degli artisti e scrittori interrogati avevano fatto dei sogni molto strani, e quasi un quarto avevano avuto visioni e udito suoni non dissimili da quelli descritti da Wilcox. Alcuni affermavano inoltre di aver provato uno spavento tremendo all'apparire, verso la fine del sogno, di un'enorme "cosa" sconosciuta.
C'era poi un caso che acquistava particolare rilievo per la tragica conclusione che aveva avuto. Un notissimo architetto, che si interessava di teosofia e di occultismo, era improvvisamente impazzito il giorno in cui il giovane Wilcox si era ammalato, ed era morto dopo alcune settimane di delirio, durante le quali non aveva fatto che urlare e implorare di essere protetto contro un certo essere orrendo.
Se mio zio, invece di limitarsi a indicarle con un numero, avesse riferito i nomi delle persone a cui si era rivolto, avrei potuto condurre un'indagine accurata per controllare tutte le risposte; ma, stando le cose a quel modo, non mi riuscì di rintracciare che un numero assai limitato di persone. Tutte però confermarono punto per punto quanto era riportato nel manoscritto.
Quanto ai ritagli di giornale, essi riguardavano, come ho già detto, casi di follia individuale o collettiva che s'erano verificati durante lo stesso periodo 28 febbraio- 2 aprile. Il professor Angell doveva essersi servito di diversi segretari o più probabilmente di un'agenzia, perché questi ritagli era numerosissimi e provenivano da ogni parte del mondo.
C'era la notizia d'un caso di suicidio verificatosi a Londra: un uomo nel cuore della notte, s'era gettato dalla finestra dopo aver urlato "Attenti! L'inferno si avvicina!"
C'era una lettera al Direttore pubblicata da un giornale sudamericano, in cui lo scrivente annunciava di esser certo, in seguito a visioni avute, che un futuro spaventoso si preparava per il mondo. Dalla California giungeva notizia che un certo numero di braccianti agricoli, improvvisamente organizzatisi in setta teosofica, s'erano ritirati su una collina, tutti vestiti di bianco, in attesa di un "grandioso avvenimento".
In India c'erano state rivolte di indigeni al grido di un nome che nessuno aveva comprso, e che gli stessi rivoltosi arrestati avevano poi dichiarato di non ricordare più. A Haiti c'era stato il suicidio collettivo di otto persone, e una quantità di stregoni, in regioni diverse dell'Africa, erano stati arrestati sotto l'imputazione di spaventosi delitti. A New York, nella notte dal 22 al 23 marzo, tre poliziotti erano stati aggrediti e uccisi da un gruppo di filippini presi simultaneamente da amok.
Un pittore irlandese, d'altra parte, aveva presentato al Salon de Printemps un Paesaggio di sogno che aveva lasciato piuttosto freddi i parigini, ma che aveva messo a rumore tutta l'Irlanda occidentale per la sua "manifesta e pazzesca empietà."
Nei ritagli raccolti dal professore infine, era fatta menzione di tali e tanti incidenti verificatisi in quello stesso periodo nei manicomi di tutto il mondo, che ancora non capisco come una simile coincidenza abbia potuto sfuggire alle autorità mediche. Né riesco a capire come lo stesso abbia potuto, in un primo momento, mettere da parte quell'eccezionale documentazione senza preoccuparmene più che tanto. La mia sola giustificazione è che, a quell'epoca, ero ancora convinto che una gran parte della faccenda potesse spiegarsi come una burla del giovane Wilcox.
2.
La seconda parte del manoscritto riguardava fatti precedenti all'incontro di Wilcox con mio zio, e precisamente le ragioni per cui quest'ultimo aveva improvvisamente attribuito tanta importanza alle visioni dello scultore e al suo strano bassorilievo. Il professor Angell aveva infatti già visto una volta, prima di allora, l'infernale figura di quel mostro informe; già una volta s'era lambiccato il cervello su quegli strani geroglifici; e già una volta aveva udito quei suoni sinistri che la parola "Cthulhu" rende più o meno approssimativamente.
Tutto ciò era accaduto diciassette anni prima, nel 1908, in occasione del convegno annuale della Società Archeologica Americana, tenutosi a St. Louis. Il professor Angell aveva avuto una parte di primo piano in tutte le decisioni che allora vennero prese, cosa logica del resto trattandosi di un uomo della sua autorità e competenza; ed era stato, inoltre, uno dei primi a prendere in considerazione il quesito posto al convegno da una persona che, per quanto profana di archeologia, divenne in breve il centro dell'attenzione generale.
Di mezza età e di aspetto assolutamente comune, questa persona era giunta lì da New orleans, alla ricerca di informazioni che nessuno fino ad allora era stato in grado di fornirle.
Si chiamava John Raymond Legrasse, ed era ispettore di polizia. Aveva portato con sé l'oggetto che formava lo scopo della sua visita: una grottesca statuetta di pietra, tanto antica quanto ripugnante, di cui non ero riuscito a stabilire la provenienza. Il suo interesse per la cosa, spiegò l'ispettore, non aveva niente di archeologico, ed era dettato da motivi puramente professionali. La statuetta in questione era stata trovata alcuni mesi prima nelle paludi boscose a sud di New Orleans, dove reparti di polizia avevano compiuto un'incursione per catturare i membri d'una setta criminosa. Di questa setta, sulla base di vaghe denunce sporte da abitanti della regione, s'era saputo che si riuniva nelle paludi per celebrarvi un culto immondo e sanguinoso. Ed effettivamente giungendo sul posto, la polizia s'era trovata di fronte ad orrori addirittura inimmaginabili. Malgrado gli arresti compiuti, tuttavia, la reale natura e le vere origini di quel culto mostruoso erano rimaste un mistero.
L'ispettore Legrasse, dunque, aveva avuto l'idea di approfittare del convegno di St. Louis per ottenere dagli archeologi qualche lume sull'impressionante statuetta e risalire di lì, in questo modo, alle origini del culto e della setta.
Ma egli non aveva certo immaginato che il suo problema avrebbe suscitato un tale interesse tra i contenuti.
Un sommario esame dell'oggetto era bastato per gettare alcuni degli scienziati presenti, tra cui mio zio, in uno stato di vivo stupore: e ciò per ragioni geologiche ancor prima che archeologiche, in quanto la "pietra" in cui l'oggetto era scolpito non corrispondeva ad alcun minerale sconosciuto. Egualmente sconosciuti erano le stile e il soggetto della scultura, sebbene si trattasse evidentemente di un pezzo antico, e centinaia, anzi migliaia di anni, sembrassero aver lasciato la loro traccia sulla sua superficie opaca e verdastra.
La statuetta finì per passare di mano in mano perché tutti la potessero osservare da vicino. Non più alta d'una ventina di centimetri, rappresentava un mostro dalla figura vagamente umana, ma con una testa irta di tentacoli come quella di una piovra. Il tronco, molle e squamoso, era munito di due ali e terminava in quattro zampe artigliate, con le quali il mostro si teneva afferrato a una specie di piedistallo rettangolare, tutto coperto di caratteri indecifrabili. La testa da piovra era china in avanti, di modo che le punte dei tentacoli sfioravano gli artigli delle zampe anteriori.
Il materiale da cui la statuetta era stata ricavata - un materiale poroso, color verde scuro, a tratti iridescente e striato d'oro - non corrispondeva, come già si è detto, ad alcun minerale conosciuto. I caratteri incisi sulla base erano altrettanto sconcertanti: nessuno tra i presenti, che pure rappresentavano la metà almeno degli esperti di tutto il mondo in tale campo, fu in grado di stabilire una sia pur lontanissima affinità tra quella e una qualunque altra scrittura conosciuta.
Al par del soggetto e del materiale usato, anch'essa sembrava appartenere a un mondo affatto diverso dal nostro, infinitamente antico e lontano, ma dal quale ancora spirava una specie di colossale empietà, di crudeltà e malvagità senza nome.
A un certo punto, tuttavia, uno dei presenti credette di scorgere qualcosa di stranamente familiare in quella figura mostruosa e in quei caratteri indecifrabili. Chiese di esaminare meglio la statuetta, rifletté ancora a lungo, e finalmente, un po' a disagio, raccontò quel poco che credeva di sapere.
Si trattava del compianto William Channing Webb, professore di antropologia all'università di Princeton ed esploratore famoso. Molti e molti anni prima, il professor Webb aveva condotto una spedizione archeologica in Groenlandia e in Islanda alla ricerca di iscrizioni runiche.
Risalendo verso nord la cosa della Groenlandia occidentale, s'era imbattuto in una tribù di esquimesi degeneri, la cui religione, una strano forma di adorazione del demonio, l'aveva fatto rabbrividire per i suoi riti crudeli e ripugnanti. Le altre tribù sapevano ben poco su quelle pratiche misteriose, e inorridivano al solo parlarne.
Secondo loro, comunque, le pratiche stesse risalivano a epoche antichissime, e anzi erano esistite "prima ancora che fosse creato il mondo." Oltre a cerimonie innominabili e sacrifici umani, il culto comprendeva invocazioni collettive al capo dei demoni o tornasuk (questa e altre parole inerenti al culto, il professor Webb le aveva sentite da un vecchio angekok o stregone, e s'era sforzato di trascriverle il più accuratamente possibile)
Ma ciò che aveva colpito Webb più di ogni altra cosa, era stato il feticcio che quella tribù venerava e attorno al quale si scatenava, urlando, quando dietro le cime nevose spintava l'aurora.
Questo feticcio, scolpito rozzamente su una roccia, comprendeva un disegno disgustoso e una misteriosa iscrizione. E tanto il disegno quanto l'iscrizione - annunciò il professore agli ascoltatori sbalorditi - corrispondevano perfettamente a ciò che ora stava dinanzi ai suoi occhi, sebbene la sua ragione e la sua scienza si rifiutassero di ammettere un qualsiasi rapporto tra un culto groenlandese e i riti d'una setta della Louisiana.
Indifferente a questi scrupoli scientifici, Legrasse cominciò allora a tempestare di domande il dotto antropologo. E poiché aveva avuto cura di annotare le parole pronunciate durante i loro riti dagli uomini arrestati nelle paludi, scongiurò il professore perché si sforzasse di ricordare il più precisamente possibile quanto aveva scritto riguardo ai diabolici riti di quegli esquimesi. Ogni più piccolo particolare fu accuratamente confrontato, e un silenzio atterrito cadde sui presenti quando il poliziotto e lo scienziato dichiararono, perfettamente d'accordo, che non esistevano dubbi sull'identità delle frasi appartenenti ai cerimoniali dei due culti diabolici, praticati in regioni così distanti tra loro. Il canto che sia gli stregoni esquimesi che quelli delle paludi della Louisiana avevano intonato dinanzi ai loro idoli, così simili tra loro, era più o meno questo: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn"
La divisione in parole corrispondeva a pause del canto Ma Legrasse riferì anche il significato che i settari della Louisiana attribuivano alle parole stesse. Alcuni degli arrestati gli avevano detto, infatti, che secondo gli anziani della setta la traduzione della frase era questa "Nella sua a casa a R'lyeh il morto Cthulhu attende sognando."
A questo punto, pregato dai presenti, l'ispettore raccontò con abbondanza di particolari quanto era accaduto nelle paludi.
Il 1° novembre 1907, era giunto alla polizia di New Orleans un drammatico appello dalla regione acquitrinosa che si stende a sud della città. Gli abitanti di quelle terre, gente primitiva quanto misera, erano in preda a un terrore cieco per via di una "cosa" sconosciuta che s'era insinuata tra di loro, "col favore della notte" e ne attribuivano la colpa a una banda di "stregoni e assassini" che si riuniva nella paludi.
Nella loro denuncia essi parlavano di "magia", ma aggiungevano che dieci delle loro donne e dei loro bambini erano scomparsi da quando il tamburo malefico aveva cominciato a rullare lontano, insistente e monotono, tra i boschi oscuri e misteriosi, dove nessuno di loro avrebbe mai osato avventurarsi. Vi si udivano urla raccapriccianti e canti da far gelare il sangue, e non di rado vi si vedevano danzare "fiamme infernali".
Guidate dall'ispettore Legrasse e dal messaggero che aveva recato la denuncia, due squadre di polizia erano salite su autocarri ed erano partite lo stesso pomeriggio.
Quando la strada s'era fatta impraticabile, erano scesi e avevano proseguito a piedi, inoltrandosi in silenzio tra i boschi acquitrinosi dove non giungeva mai la luce del giorno.
Da ogni parte li circondavano radici contorte e sui loro capi pendeva, insidioso, il muschio di Spagna; di tanto in tanto un mucchio di pietre umide e i resti di un muro in rovina parevano accennare a una vita precedente, e rendevano più vivo quel senso di sconforto che gli alberi deformi e gli isolotti coperti di vegetazione acquatica ispiravano.
Erano giunti infine alle abitazioni della gente del luogo: un miserabile agglomerato di capanne, i cui occupanti, in preda a un terrore quasi isterico, s'erano affollati intorno a loro gemendo e piangendo.
Dalle lagune più a sud veniva ora un sordo rullo di tamburi, e di tanto in tanto, quando il vento cambiava direzione, si udivano urla raccapriccianti. Sembrava anche che l'oscurità del sottobosco, da quella parte, fosse a volte interrotta da bagliori rossastri. Benché disperati all'idea di essere lasciati di nuovo soli, gli abitanti del luogo si rifiutarono nel modo più assoluto di muovere anche un solo passo verso quei luoghi maledetti; cosicché all'ispettore Legrasse e ai suo venti uomini non era restato altro da fare che inoltrarsi, senza guida, per sentieri oscuri e appena battuti, che nessuno di loro conosceva, e sui quali pesavano leggende difformi.
Si mormorava dell'esistenza in quel luogo di un lago nascosto che mai occhio mortale aveva visto, e dove abitava un essere enorme dall'apparenza di polipo, informe e bianchiccio, con occhi fosforescenti; la gente del posto, poi, sussurrava che a mezzanotte diavoli simili a pipistrelli volavano fuori dalle loro caverne, nel cuore della terra, per adorarlo.
Dicevano che il mostro viveva lì già prima di D'Iberville, di La Salle, degli indiani, e prima ancora che animali e uccelli fossero venuti a popolare quei boschi. Si sapeva che c'era, ma nessuno l'aveva mai visto; perché il vederlo avrebbe significato la morte.
Il luogo del misterioso culto s'andava intanto avvicinando, e soltanto un pazzo, o un poeta, avrebbe potuto descrivere i suoni che giungevano ora nelle orecchie degli uomini di Legrasse, mentre avanzavano faticosamente attraverso la palude in direzione dei bagliori rossastri e del suono soffocato dei tamburi: una furia animalesca e sfrenata aveva spinto l'orgia a un parossismo di urla e di grida bestiali, che laceravano l'aria ed echeggiavano tra quei boschi oscuri come violenti uragani, scaturiti dagli abissi stessi dell'inferno.
Di tanto in tanto, da questa accozzaglia di urla disordinate, si elevava una specie di coro, la cui voce roca ripeteva all'infinito una specie di coro, la cui voce roca ripeteva all'infinito, in cantilena monotona, sempre la stessa frase: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn"
Raggiunta finalmente una zona dove gli alberi crescevano meno fitti, Legrasse e i suoi uomini si trovarono all'improvviso sulla scena dell'orgia. A quella vista molti di loro barcollarono, uno svenne, e un altro lanciò un grido terribile che venne fortunatamente coperto dalle altre urla che si levavano intorno. Legrasse spruzzò con l'acqua delle palude il viso dell'uomo svenuto, e poi tutti restarono immobili, tremanti e quasi paralizzati dall'orrore.
Proprio in mezzo alla palude, una radura erbosa formava una specie di isolotto sul quale un'orda di gente grigiastra, deforme, urlante e completamente nuda, saltava e si contorceva intorno a un cerchio di fuoco.
Al centro di questo cerchio, quando le fiamme lo permettevano, si intravedeva una colonna di granito alta forse tre metri, sulla cui cima era stata posta la piccola statua che già conosciamo, e che appariva del tutto sproporzionata al suo sostegno.
Da dieci patiboli innalzati a intervalli regolari in modo da formare un ampio cerchio attorno alla colonna avvolta dalle fiamme, pendevano, col capo all'ingiù, i corpi barbaramente seviziati degli infelici scomparsi dal villaggio.
Era all'interno di questo cerchio che i celebranti saltavano e urlavano, muovendosi da sinistra verso destra, di modo che tutto avvenisse tra l'anello di fuoco e quello formato dai corpi degli uccisi.
Forse fu solo uno scherzo giocato da un'immaginazione troppo accesa, o forse un effetto degli echi del bosco, ma uno degli uomini di Legrasse, sostenne poi di avere udito una voce sorda, enorme, sicuramente non umana, rispondere alle urla dei celebranti da qualche punto lontano nel bosco.
In seguito ebbi modo di incontrare e di interrogare personalmente quest'uomo, certo Joseph D.Galvez, il quale mi disse di avere anche udito qualcosa di molto simile al battito soffocato di enormi ali, e di avere intravisto degli occhi luminosi e un'enorme massa bianca al di là degli alberi più lontani. Ma naturalmente pensai, allora, che fosse stato semplicemente suggestionato dai racconti superstiziosi che già circolavano tra gli abitanti del luogo.
Lo sbalordimento e l'orrore non paralizzarono però troppo a lungo gli uomini di Legrasse, che, pistole in pugno, si gettarono coraggiosamente tra quella massa di almeno cento persone in preda ad un'esaltazione spaventosa.
Per alcuni minuti il frastuono e il caso furono indescrivibili, e non poca di quella gente riuscì a fuggire.
Ma alla fine l'ispettore poté contare quarantasette prigionieri, torvi in viso e ancora con la schiuma alla bocca, che obbligò a rivestirsi in tutta fretta ed allinearsi tra due ali di poliziotti.
Cinque dei celebranti giacevano a terra senza vita e due, gravemente feriti, furono trasportati dai loro compagni di prigionia su barelle improvvisate.
Legrasse non dimenticò, d'altra parte, di prendere e di portare con sé la statuetta posta sulla colonna.
L'interrogatorio che seguì alla sede di polizia, dopo un viaggio lungo e faticoso, rivelò che quasi tutti i prigionieri erano o erano stati marinai, e che per la maggior parte si trattava di meticci, sebbene vi fossero anche alcuni portoghesi, un francese e una decina tra neri e indiani.
Lo spaventoso culto che professavano non sembrava però aver niente a che fare con le pratiche magiche dei neri d'Africa né degli indiani d'America.
Adoravano, a quanto si riuscì a ricavarne, degli esseri detti Grandi Antichi o anche Quelli-di-Prima, vissuti quanto gli uomini ancora non esistevano, e scesi anzi sul nostro pianeta quando era stato appena creato.
Ora questi esseri erano scomparsi, rifugiandosi nelle viscere della terra o sotto i mari; ma avevano trasmesso in sogno i loro segreti al primo uomo: e da allora si era creato un culto che mai più si sarebbe estinto.
Questo culto esistito da sempre, assicurarono fanaticamente i prigionieri, avrebbe continuato a esistere nei più remoti angoli del globo, fino al giorno in cui il grande Cthulhu non avrebbe lasciato la sua oscura dimora nella potente città di R'lyeh, nascosta sotto i mari, per sottomettere nuovamente il mondo al suo potere: "Un giorno quando le stelle saranno favorevoli ed Egli farà sentire il suo richiamo, i suoi seguaci saranno pronti a rendergli omaggio."
Questi seguaci umani, però, non erano del tutto soli sulla terra: esseri misteriosi lasciavano di tanto in tanto il loro regno per venire a visitarli e ad assistere alle loro cerimonie.
Non si trattava tuttavia dei Grandi Antichi: questi nessuno li aveva mai visti.
La statuetta rappresentava il grande Cthulhu, ma nessuno poteva dire se gli altri fossero o no simili a lui.
Nessuno era più in grado ora di decifrare l'antico scritto, ma il suo significato era stato tramandato oralmente di padre in figlio.
Il verso che cantavano non era un segreto: del vero segreto non si parlava mai ad alta voce, vi si accennava unicamente con bisbigli.
Le parole che cantavano non significavano che questo: "Nella sua casa a R'lyeh, il morto Cthulhu attende sognando."
Soltanto due dei prigionieri furono riconosciuti abbastanza sani di mente da poter essere impiccati.
Gli altri vennero internati in manicomi criminali.
Tutti negarono, d'altra parte, di aver partecipato all'assassinio delle vittime di cui si servivano per il loro culto: le stragi, giurarono, venivano compiute da esseri dalle larghe ali nere, che giungevano dalle loro eterne dimore nei boschi stregati.
Di questi esseri mostruosi non fu possibile sapere altro, e neppure ottenerne una descrizione meno sommaria.
[continua...]
Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2023/10/dagon-di-lovecraft.html https://intervistemetal.blogspot.com/2023/08/lovecraft-la-citta-senza-nome.html
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