Il Noce di Benevento


"Mancano pochi minuti alla mezzanotte, e qui fra poco avranno convegno le streghe. Una massa di nuvole, mosse da un vento caldo e foriero di pioggia, preme sulle cose della natura. Tutto fa prevedere qualcosa di funesto e di lugubre; una folgore, con la sua luce bluastra, squarcia le tenebre e illumina il noce, che si profila maestoso e si aggroviglia con rami di altri alberi, creando una caverna vomitante fantasmi minacciosi. I tocchi sordi e lenti dell'orologio non molto lontano risuonano cupamente, lasciando un senso di smarrimento, come se quel suono preludesse all'arrivo di entità malvage. E subito dopo, macabro e triste, nel cimitero vicino, si leva l'urlo dell'upupa, poi il luttuoso stridio della civetta, più in là il miagolio di un gatto scarnito ed evanescente. Un fruscio lente e rabbrividente incomincia a penetrare l'aria già greve e pregna di zolfo, poi un brusio stridulo e ridacchiato si avvicina e si fa sempre più intenso; alcune voci rauche si distinguono e incidono la notte fosca; ha inizio allora una danza convulsa, accompagnata da colpi secchi di tamburelli, sorretti da satiri e folletti con torce rossastre e fumanti, figure esili e spettrali, dall'aspetto bisunto e diabolicamente scarmigliate, contaminano l'oscurità vellutata.
Questa è l'ora in cui le forze del male prevalgono e si spandono per la terra; è l'ora della danza delle streghe, ed esse volano sulle scope e sulle seghe impastate di ricotta; è l'ora in cui le tenebre si esaltano, e si sprigionano tutte le forze occulte e misteriose. Il soprannaturale si rivela insinuando nell'animo un senso di agghiacciante terrore. Danzano le streghe vorticosamente fino allo stordimento, compiono il rito in onore di Mefisto venturo, che ama farsi attendere dalle sue cortigiane fedeli. Allora frizzi, lazzi, parole blasfeme sferzano l'aere e accompagnano l'infuriarsi di questa ridda infernale. Quasi vicino ad esse si erge il millenario Noce e intorno a questo maggiormente si intrecciano e si contorcono le streghe in spasmodico abbandono al vortice della danza; è il Noce di Benevento, dove convengono avvizzite le femmine del male."


Cosi Lorenzo Vessichelli descriveva la notte del Sabba attorno al famoso albero beneventano, a cui giungono, volando, le streghe.

Ma cos'era il Noce? Un albero davvero consacrato alle forze del male o piuttosto non il simbolo del pervertimento cristiano




contro il Paganesimo e tutto ciò che era sacro nella sensibilità pagana?

Sembra che all'inizio del VII secolo i Longobardi fossero i signori del ducato di Benevento. Costoro, che non professavano la religione cristiana, praticavano strani riti, uno dei quali consisteva nell'appendere appunto al Noce una pelle di caprone, che veniva poi colpita con frecce e infine mangiata. Con il tempo la festa assunse per il popolo, sempre più indottrinato dalla propaganda cristiana, e sempre più immemore delle sue radici pagane, le tinte fosche della stregoneria: nel XIII secolo si affermava che intorno al Noce si radunavano più di 2000 streghe e che Satana in persona interveniva per premiare le più perfide e per punire quelle che non erano state abbastanza malvage. Sempre secondo la leggenda, un vescovo di Benevento, Barbato, avrebbe abbattuto "l'albero maledetto" (*), facendo erigere sul posto un tempio dedicato a santa Maria in Voto: pare che la chiesa sorgesse al Piano di Cappella, a pochi kilometri dalla città.
Tutti i noci erano diventati, nel frattempo, piante malefiche: in Inghilterra si diceva che per le streghe era semplicissimo sfuggire al rogo: bastava che si trasferissero "in spirito" in un robusto tronco di noce.

(*) Nota di Lunaria: Fosse stato l'unico albero abbattuto dai cristiani... purtroppo hanno disboscato intere aree boschive sacre ai Pagani, arrivando a tagliare gli alberi se non a bruciarli ferocemente:




"San Maurilio invece bruciò direttamente gli alberi di un bosco sacro, poi riconsacrato a san Pietro. San Bonifacio, evangelizzando i Germani, fece abbattere la quercia di Geismar consacrata a Thor. Una cinquantina di anni dopo Carlomagno distrusse il santuario in cui era venerato Irminsul, un gigantesco tronco d'albero cui si attribuiva la proprietà di sostenere la volta celeste. In Lituania i cristiani mutilarono decine e decine di alberi. Nel 1258 a Sventaniestis, il vescovo Anselmo diede ordine di abbattere una quercia sacra, e non riuscendo a scalfirlo con l'ascia, lo bruciò. Tra il 1351 e 1355 a Romuva, in Prussia, su richiesta del vescovo Giovanni I, i cristiani fecero segare una quercia sacra sotto la quale si radunava il popolo per pregare. Alcune foreste erano personificate e divinizzate come quella dei Vosgi, la Foresta Nera, consacrata alla Dea Abnoba e le Ardenne, regno di Arduinna, la Dea del cinghiale, assimilata a Diana, culto che risaliva probabilmente all'età della pietra. Molti alberi vennero cristianizzati, "consacrati e dedicati" alla Madonna e ai santi."


Stralci tratti da Mircea Eliade

Mettere un bambino ammalato nella cavità di un albero, implica una nuova nascita, e quindi una rigenerazione. In Africa e nel Sindh, il bambino ammalato guarisce passando fra due alberi da frutto legati l'uno all'altro; la malattia rimane fissata negli alberi. Stessa usanza in Scandinavia, dove non soltanto i bambini, ma anche gli adulti, possono guarire passando attraverso la cavità di un albero. Le piante fertilizzanti, come le erbe medicinali, debbono la loro efficacia a questo stesso principio: la Vita e la Forza sono incorporate nella vegetazione. Gli Ebrei chiamavano i figli illegittimi ‘figli delle erbe’;
i Romani ‘figli dei fiori’. La stessa terminologia si ritrova altrove (per esempio fra gli indigeni della Nuova Caledonia). Certe erbe hanno poteri fecondanti; Lea ebbe da Giacobbe il figlio Isacco grazie alle mandragore che Ruben trovò nei campi. Tutte queste erbe miracolose e medicamentose sono soltanto varianti indebolite e razionalizzate di prototipi mitici: l'erba che risuscita i morti, l'erba dell'eterna giovinezza, l'erba che guarisce ogni male.
Nelle tradizioni popolari europee, troviamo altri due complessi drammatici strettamente legati alle feste della primavera, che svolgono funzioni analoghe nell'àmbito dello stesso sistema cerimoniale della rigenerazione dell'‘anno’ e della vegetazione. Si tratta della ‘morte e sepoltura del Carnevale’, e della ‘lotta fra inverno ed estate’, seguìta dall'espulsione dell'inverno (o della ‘Morte’) e dall'introduzione della primavera. La data di quest'ultima cerimonia varia; in generale, l'espulsione dell'Inverno (e l'uccisione della MORTE) avviene nella quarta domenica di quaresima, o (come presso gli Czechi della Boemia) la settimana successiva; in certi villaggi tedeschi della Moravia, si fa la prima domenica dopo Pasqua. Questa differenza, che abbiamo già riscontrato nella cerimonia del ‘Maggio’ (Primo Maggio, Pentecoste, primi di giugno, San Giovanni, eccetera), indica che la cerimonia, passando da una regione all'altra e integrandosi in altri complessi rituali, ha cambiato data. Non possiamo qui soffermarci più oltre sull'origine e il significato del Carnevale; quel che ci interessa è l'atto finale dell'importante festa. L'effigie del Carnevale, in molti luoghi, è ‘condannata a morte’ e giustiziata (il modo dell'esecuzione varia: ora si brucia, ora si affoga o si decapita). In occasione dell'‘esecuzione del Carnevale’, avvengono spesso lotte e risse, si gettano noci sulla figura grottesca che lo rappresenta, o si fanno battaglie di fiori o di legumi, eccetera. In altre regioni (per esempio nelle vicinanze di Tubinga), l'effigie del Carnevale è condannata, decapitata, sepolta nel cimitero, in una cassa da morto, alla fine di una allegra cerimonia. Questa usanza si chiama ‘sepoltura del Carnevale’.
L'altro episodio somigliante, espulsione o uccisione della ‘Morte’, si svolge in varie maniere. L'usanza più diffusa in Europa è questa: i bambini fabbricano un fantoccio di rami e paglia e lo portano fuori del villaggio, dicendo: ‘Andiamo a buttare la Morte nell'acqua, eccetera’, poi lo gettano in un lago o in un pozzo, o lo bruciano. In Austria, davanti al rogo della ‘Morte’, avvengono colluttazioni fra gli spettatori, quando ciascuno cerca di impadronirsi di un frammento dell'effigie. Qui si rivela il potere fertilizzante della ‘Morte’, posseduto anche dalle altre figure della vegetazione e dalle ceneri del legno bruciato in occasione delle feste appartenenti allo stesso complesso di rigenerazione della Natura e d'inizio dell'anno. Appena espulsa o uccisa la ‘Morte’, si introduce la Primavera. Presso i Sassoni della Transilvania, mentre i giovani portano l'‘effigie della Morte’ fuori del villaggio, le ragazze preparano l'arrivo della Primavera, rappresentata da una di loro.
L'importante, ripetiamo, non è soltanto la MANIFESTAZIONE della forza vegetativa, è il TEMPO in cui si attua. Comincia una tappa nuova, cioè si ripete l'atto iniziale, mitico, della rigenerazione. Per questo ritroviamo il cerimoniale della vegetazione  -  in diverse regioni ed epoche diverse  -  celebrato fra il Carnevale e il giorno di San Giovanni. Non fu la comparsa REALE della primavera a creare il rituale della vegetazione; non si tratta di ‘religione naturistica’, ma di un complesso drammatico cerimoniale che si è adattato, secondo le circostanze, alle diverse date del calendario. Il complesso drammatico però ha conservato dappertutto la struttura iniziale; è una commemorazione (cioè una RIATTUALIZZAZIONE) dell'atto primordiale della rigenerazione. Abbiamo visto poi che il ‘Maggio’ dell'anno precedente viene bruciato quando arriva l'albero nuovo; che si bruciano anche le effigi del Carnevale,
dell'Inverno, della Morte, della Vegetazione, e che spesso le loro ceneri sono ricercate per le loro virtù germinative e apotropaiche. Liungman, tuttavia, ha osservato che si bruciano anche certi tronchi d'albero, in altre circostanze; ad esempio, presso gli Slavi sud-danubiani usa di bruciare un albero o un ramo chiamato Badnjak, per Natale, Capodanno o l'Epifania. Il Badnjak brucia per parecchi giorni di séguito in ciascuna casa, e la sua cenere è sparsa sui campi per fecondarli; anch'esso procura ricchezza alla casa e moltiplica i greggi. I Bulgari onorano il "badnjak" perfino con incenso, mirra e olio d'olivo; questa usanza, molto antica nei Balcani, è diffusa in tutta Europa, e ciò conferma l'arcaismo.

E ovviamente non poteva mancare lo scopiazzamento cattolico:
Esistono, evidentemente, regioni ove si brucia l'albero in date diverse. Nel Tirolo, il primo giovedì della Quaresima, si porta un ciocco in processione solenne; in Svizzera, la Vigilia di Natale, il Capodanno e di Carnevale. Inoltre il cerimoniale del trasporto e del bruciamento del ‘ciocco di Cristo’, del "calendeau" o dell'albero di Carnevale (in Occidente) è eseguito dagli stessi personaggi che portano il ‘Maggio’; vi ritroviamo il ‘Re’ e la ‘Regina’, il Saracino, il ‘selvaggio’, il buffone, eccetera, e ritroviamo gli stessi personaggi drammatici, con lo stesso albero cerimoniale, al momento delle nozze. Liungman crede che tutte queste usanze, consistenti nel trasporto solenne di un albero e nel suo bruciamento, derivino dall'antico uso di bruciare gli alberi il primo maggio, cioè all'inizio dell'Anno Nuovo. In una certa zona (Balcani, eccetera), l'usanza si è spostata verso le feste di Natale e di Capodanno; nell'altra zona (Occidente), l'uso si è fissato sul Martedì Grasso (Carnevale), poi sul Primo Maggio, la Pentecoste e il giorno di San Giovanni. E' interessante rilevare qui il significato cosmico-temporale che aveva (e ancora conserva, benché attenuato) quest'uso di bruciare alberi. La cremazione era e rimane un rituale di rigenerazione, di ricominciamento e, insieme, di commemorazione di un gesto primordiale, attuato ‘in quel tempo’. In questo cerimoniale il valore magico-vegetale passa al secondo piano; suo valore manifesto è la commemorazione dell'‘Anno Nuovo’. Potremmo dunque concludere che, in questo complesso rituale, la concezione teorica, metafisica, precede l'esperienza concreta e l'avvento della primavera.

APPROFONDIMENTO tratto da



Benevento è l'emblema delle streghe, il simbolo concreto della loro azione in mezzo agli uomini: "Ma niente è più rinomato in Italia del Noce di Benevento credendosi che colà sia veramente il maggior concorso delle streghe, le quali sopra un caprone o con una scopa accesa in mano vi concorrano la notte"
"Nulla in Italia è più antico di Benevento, che secondo le leggende locali fu fondata o da Diomede o da Ausone, un figlio di Ulisse e Circe." (secondo la testimonianza di Edward Hutton, visitatore inglese di fine Ottocento che viaggiò in Italia)
Ma la storia di Benevento come città delle streghe inizia già al tempo dei Romani, in pieno paganesimo, col culto a Iside, Diana ed Ecate, trinità di Dee della Luna ma anche degli inferi e della caccia. Il termine locale per strega, cioè Janara, deriva da Dianara, seguace di Diana, anche se altri hanno proposto la derivazione da "ianua", porta in latino, col riferimento al fatto che era davanti alla porta che si posizionava una scopa o del sale per tenere lontane le streghe (da "strix", uccello notturno)
Del resto, l'arrivo (e l'imposizione violenta) del cristianesimo non mutò per niente le antiche credenze: l'imperatore Domiziano fece edificare un tempio in onore di Iside nel 88-89 d.c 

Inoltre, sempre a Benevento, si adorava una vipera d'oro, probabilmente alata o bicefala, cioè l'Anfisbena, il serpente a due teste, una davanti e una dietro: un altro elemento che collega Benevento alle Dee dei serpenti come Iside, Medusa, Giunone, Igea o Angitia. https://intervistemetal.blogspot.com/2019/06/melusina-e-il-serpente.html
A Benevento, sotto l'influenza dei Longobardi, si praticava anche il culto a Wotan, adorato nei pressi del fiume Sabato.
Uomini e donne si radunavano in una radura, la Ripa delle Janare, nei pressi di un albero di noci gigantesco, e appendevano al ramo una pelle di un montone, che veniva poi fatta a brandelli dai guerrieri, per essere divorata in una sorta di pasto rituale.
è probabile che fu questo rito a spaventare i cristiani e a rendere Benevento famosa come "città delle streghe" già dal XIII secolo.
Si noti come il termine popolare per "strega", "lammia" ("lamiae") derivi da Lamia, considerata figlia o serva di Ecate, e qui ancora rispunta fuori il legame tra stregoneria (ovvero l'immagine pervertita e denigrata che ne diede il cristianesimo) e gli antichi culti pagani.


Altro approfondimento tratto da



Quando in autunno gli alberi perdono le foglie e poi a primavera nuovamente se ne ricoprono (...) e gli alberi come il tasso che restano verdi sia in estate che in autunno (...) ingenerò in innumerevoli popoli che l'esistenza del mondo dipendesse soprattutto da un potente albero cosmico: l'Yggdrasill della religione nordgermanica innalza la sua cima nel cielo e le sue radici penetrano addentro nelle profondità della terra. Collega la terra sia con le potenze celesti che con quelle infernali. Presso i Celti abbondano gli esempi del culto degli alberi. Nomi quali Mac Dara significano "figlio della quercia", "Derdraigin" significa "Figlia del susino di macchia", Mac Cairthin, "figlio del sorbo selvatico". Anche le iscrizioni attestano il culto degli alberi. Nei Pirenei incontriamo iscrizioni sacre a Fagus, il faggio, venerato per i suoi frutti indispensabili all'allevamento dei maiali; anche il tasso godette di culto quale albero sempreverde; Apollo ebbe un tempio circolare in una stupenda foresta della Gallia. Nella religiosità scozzese ed irlandese era venerata la sorba, a motivo dei frutti rossi. 
E esattamente come a proposito del culto delle pietre (*) i predicatori cristiani dovettero instancabilmente cercare di sradicare il culto degli alberi, abbattendoli. I Pagani tolleravano la distruzione dei loro templi, ma si opposero con violenza allorché San Martino volle abbattere un pino sacro. Tuttavia, ancora oggi in molti luoghi sono visibili alberi addobbati con pezzi di stoffa. In tali casi, la chiesa ha cercato di cristianizzare il culto con un'immagine sacra. Sant'Albeo fece erigere, su istruzione di un angelo!, un chiostro il cui nome suona "Ymlech Ybuir". In Irlanda sono sacri ancora oggi il tasso, il sorbo selvatico, il biancospino, il sambuco e il nocciolo. La quercia, poi, era in primo piano. Massimo Tirio nel secondo secolo dell'era cristiana scriveva che "I Celti veneravano Zeus" e un'alta quercia è il simbolo del Dio. Era anche un albero divinatorio e potrebbe esserci stata l'usanza di mangiare le ghiande per trovare l'ispirazione.

(*) Nota di Lunaria: ne parla diffusamente Mircea Eliade in "Trattato di Storia delle religioni"; riassumendo, spesso l'umanità considerava i sassi o i meteoriti magici, sacri, le case del Dio/Dea o con proprietà taumaturgiche in grado di guarire o "creare" la gravidanza. Erano anche associati all'eternità, alla partenogenesi - li si riteneva "nati da sé" - e all'organo maschile (infatti venivano "oliati" e tale pratica la si ritrova scritta persino nella Bibbia a testimonianza che gli stessi Ebrei, per un periodo della loro storia, non solo adoravano gli alberi - "il roveto ardente" - ma persino le pietre). Anche la Kaba islamica in realtà rientra nel culto della pietra, e Mircea Eliade ipotizza che all'inizio fosse persino dedicato a una Dea. Per quanto riguarda i cristiani, hanno assimilato il culto delle pietre nelle loro chiese: nella chiesa di san Volfango c'è una cappella - eretta nel 1713! - che ospita all'interno "la pietra sacra", ovvero un masso calcareo - si pensa - toccato dal santo. Nella chiesa di Maria Schnee (nell'ex Boemia tedesca) c'è un grande masso diviso da una profonda spaccatura centrale (riferimento concettuale alla Yoni induista, il culto della Vagina: i popoli protostorici dell'India consideravano le pietre forate un emblema del "Yoni", e l'azione rituale di passare per il buco implicherebbe rigenerazione per mezzo del Principio Cosmico Femminile) e nella cavità venivano offerti cereali e ceri; Nella cappella di San Nicolò si trova l'"Handstein" (pietra della mano): ci si infila la mano per ottenere la guarigione.


Dal commento di Mircea Eliade:

"Per la coscienza religiosa del primitivo, la durezza, la ruvidità e la permanenza della materia sono una ierofania. Non v'è nulla di più immediato e di più autonomo nella pienezza della sua forza, e non v'è nulla di più nobile e di più terrificante della roccia maestosa, del blocco di granito audacemente eretto. IL SASSO, ANZITUTTO, E'. Rimane sempre se stesso e perdura; cosa più importante di tutte, COLPISCE. Ancor prima di afferrarla per colpire, l'uomo urta contro la pietra, non necessariamente col corpo, ma per lo meno con lo sguardo. In questo modo ne constata la durezza, la ruvidità e la potenza. La roccia gli rivela qualche cosa che trascende la precarietà della sua condizione umana: un modo di essere assoluto. La sua resistenza, la sua inerzia, le sue proporzioni, come i suoi strani contorni, non sono umani: attestano una presenza che abbaglia, atterrisce e minaccia. Nella sua grandezza e nella sua durezza, nella sua forma o nel suo colore, l'uomo incontra una realtà e una forza appartenenti a un mondo DIVERSO da quel mondo profano di cui fa parte. Non saprei dire se gli uomini hanno mai adorato i sassi in quanto sassi. La devozione del primitivo si riferisce sempre, in ogni caso, a qualche cosa di diverso, che la pietra incorpora ed esprime. Una roccia, un ciottolo, sono oggetto di rispettosa devozione perché rappresentano o imitano QUALCHE COSA, perché vengono da QUALCHE POSTO. Il loro valore sacro è dovuto esclusivamente a questi qualche cosa e qualche posto, mai alla loro stessa esistenza. Gli uomini hanno adorato i sassi soltanto nella misura in cui rappresentavano UNA COSA DIVERSA dai sassi. Li hanno adorati o se ne sono serviti come strumenti di azione spirituale, come centri di energia destinati alla difesa propria o a quella dei loro morti. E ciò avveniva, è bene dirlo subito, perché le pietre con incidenza cultuale erano in maggioranza utilizzate come STRUMENTI: servivano a ottenere qualche cosa, ad assicurarne il possesso. La loro funzione era magica più che religiosa. Fornite di certe virtù sacre dovute all'origine o alla forma, erano non adorate ma utilizzate (...) Leenhardt scrive che ‘i sassi sono lo spirito pietrificato degli antenati’. La formula è bella, ma non si deve prendere alla lettera. Non si tratta di spirito pietrificato, ma di rappresentazione concreta, di un'‘abitazione’ provvisoria o simbolica dello spirito. Del resto lo stesso Leenhardt confessa: ‘che si tratti di spirito, dio, totem del clan, tutti questi concetti hanno in realtà una rappresentazione concreta, che è il sasso’. I Khasi dell'Assam credono che la Grande Madre del clan sia rappresentata dai dolmen ("maw-kynthei", ‘i sassi femmina’), e che il Grande Padre sia presente nei menhir ("maw-shynrang", ‘i sassi maschi’). In altre zone culturali i menhir incarnano addirittura la divinità suprema (uranica). Abbiamo già visto che in molte tribù africane il culto del dio supremo del Cielo comprende menhir (a cui si fanno sacrifici) e altre pietre sacre (...) La pietra, la roccia, il monolito, il dolmen, il menhir DIVENTANO sacri grazie alla forza spirituale di cui portano il segno (...) A Decines (Rodano), ancora in tempi recenti, le donne si ponevano a sedere sopra un monolito che sta in un campo nella località Pierrefrite. A Saint-Renan (Finisterra) la donna che desiderava un figlio si coricava per tre notti consecutive sopra una grande roccia, ‘la cavalla di Pietra’. Parimenti i novelli sposi, nelle prime notti dopo le nozze, venivano a strofinare il ventre contro quella pietra. La pratica si ritrova in molte regioni. Ancora nel 1923 le contadine che venivano a Londra abbracciavano le colonne della cattedrale di San Paolo per avere figli (...) Numerosi megaliti favoriscono i primi passi dei bambini o assicurano loro buona salute. Nel cantone di Amance c'è una ‘Pietra forata’; le donne le si inginocchiano davanti e la pregano per la salute dei figli, gettando una moneta nel buco. I genitori portavano il neonato alla ‘pietra forata’ di Fovent-le-Haut e lo facevano passare per il foro. ‘Era, in un certo senso, il battesimo della pietra, destinato a preservare il bambino dai malefìci e a portargli fortuna’. A Natale e il giorno di San Giovanni Battista (cioè ai due solstizi), si ponevano candele accanto a certe pietre forate, e si spandeva sulle pietre dell'olio, che poi veniva raccolto e usato come rimedio. La Chiesa ha lungamente combattuto queste usanze . La loro sopravvivenza malgrado le pressioni del clero, e specialmente malgrado un secolo di razionalismo antireligioso e antisuperstizioso, è una nuova prova del vigore di queste pratiche (...) Oggi la credenza non è più basata su nessuna considerazione teorica, ma è giustificata da leggende recenti o da interpretazioni sacerdotali (un santo si è riposato su quella roccia; sopra il menhir c'è la croce, eccetera). Un esempio suggestivo della multivalenza simbolica della pietra è dato dalle meteoriti. La Pietra Nera della Mecca e quella di Pessinunte, immagine aniconica della Grande Madre dei Frigi, Cibele, portata a Roma durante l'ultima guerra punica, sono le più illustri meteoriti. Il loro carattere sacro era dovuto anzitutto alla loro origine celeste. Ma erano insieme immagini della Grande Madre, cioè della divinità tellurica per eccellenza. E' difficile credere che la loro origine uranica sia stata dimenticata, perché le credenze popolari attribuiscono questa discendenza a tutti gli strumenti preistorici di pietra chiamati ‘pietre del fulmine’. Probabilmente le meteoriti divennero immagini della Grande Dea perché si credettero inseguite dal fulmine, simbolo del Dio uranico. Ma, d'altra parte, la Ka'ba era considerata il ‘centro del mondo’, cioè non soltanto il centro della terra: sopra di essa, nel centro del cielo, doveva trovarsi la ‘Porta del Cielo’. Evidentemente, cadendo dal cielo, la Pietra Nera della Ka'ba bucò il firmamento, e attraverso quel foro può avvenire la comunicazione fra Terra e Cielo (vi passa l'‘Axis Mundi’) (...) ‘Gli Arabi adorano le pietre’, scriveva Clemente Alessandrino (...) si può supporre che al tempo di Clemente la maggioranza degli Arabi ‘adorassero’ i sassi. Ricerche recenti hanno dimostrato che gli Arabi preislamici veneravano certe pietre chiamate dai Grecolatini "baytili", parola di origine semitica che significa ‘casa di Dio’ (55). Del resto tali pietre sacre non furono venerate soltanto nel mondo semitico, ma anche dalle popolazioni dell'Africa del nord, anche prima dei loro contatti con i Cartaginesi. Ma i betili non furono mai adorati in quanto SASSI, lo furono soltanto nella misura in cui manifestavano una PRESENZA DIVINA. Rappresentavano la ‘casa’ di Dio, erano il suo segno, il suo emblema, il ricettacolo della sua forza o il testimonio incrollabile di un atto religioso compiuto in suo nome. Qualche esempio scelto nel mondo semitico farà comprendere meglio il loro significato e la loro funzione. In viaggio per la Mesopotamia, Giacobbe attraversò Haran: "Giunto a un certo luogo, volendovi riposare dopo il tramonto del sole, prese delle pietre che vi si trovavano, e postele sotto il suo capo, ivi dormì. E vide in sogno una scala rizzata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; gli angeli di Dio salivano e discendevano per essa; e il Signore, appoggiato alla scala, gli diceva: ‘Io sono il Signore Dio d'Abramo tuo padre e il Dio d'Isacco; la terra nella quale dormi, la darò a te e alla tua stirpe...’... Svegliatosi Giacobbe dal suo sogno disse: ‘Veramente, il Signore è in questo luogo, e io non lo sapevo!’ e intimorito così continuò: ‘Quanto è terribile questo luogo! altro non è che la casa di Dio e la porta del cielo’. Alzatosi dunque al mattino, Giacobbe prese la pietra sulla quale aveva posato il capo e la alzò in memoria, versandovi olio sopra. E mise nome Bethel a quel luogo."

Per approfondimenti dal punto di vista ginocentrico, vedi "Luna Rossa"



L'albero, o la colonna, simboleggia le energie dinamiche dell'origine dell'ispirazione e dell'estasi. L'immagine dell'albero sacro della Luna è molto antica e appare ripetutamente nell'arte religiosa di fonti diverse, dall'antica cultura assira fino alla chiesa cristiana, sia medioevale che moderna. Nell'arte assira l'albero della Luna è dipinto carico di frutti, con la Luna crescente che spunta tra i rami, altre volte è stilizzato come una colonna con in cima la Luna. A volte l'albero era raffigurato, oltre che carico di frutti, anche adorno di luci e di fiocchi, che ricorda l'immagine familiare dell'albero di Natale e del maio (palo ornato intorno al quale i giovani danzavano nelle feste di calendimaggio https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/palo-di-calendimaggio.html).
 
Il maio può essere inteso come albero di Luna stilizzato e adornato con nastri bianchi, rossi e blu come simboli delle diverse energie femminili che portavano la fertilità primaverile.

Molte Dee Lunari erano collegate a un particolare tipo di albero, alcuni dei quali erano considerati magici. Nella mitologia greca la Dea Atena rappresentava il fuoco creativo dell'ispirazione ed era raffigurata da un albero di olive nere.

Nell'antica Grecia l'Albero della Vita portava mele d'oro ed era chiamato l'Albero di Hera, dal nome della Dea della Luna, dell'alba e del tramonto, il cui nome significa "utero".

Nelle leggende di Artù, egli, ferito mortalmente nella battaglia di Camlann, viene portato dalla fata Morgana ad Avalon, l'Altro Mondo, chiamato Isola delle Mele, per essere guarito.
  
L'Albero del Grembo è un'immagine soggettiva del Sacro Albero della Luna, l'albero della vita e della conoscenza. Simile a un utero nella forma, carico di frutti, e con la Luna tra i rami,
fornisce un legame conscio tra la Donna, le Energie del suo Ciclo e la Luna.

Le acque dell'Albero del Grembo sono quelle del subconscio: sono la sorgente interiore d'ispirazione creativa e da queste acque nascono idee e intuizioni. L'acqua ha sempre avuto un forte legame con il mondo interiore e gli antichi offrivano preghiere, ringraziamenti o suppliche gettando offerte votive nell'acqua (nota di Lunaria: attualmente, ancora oggi si offrono alla Dea Yemanja, in Brasile, offerte floreali: le Sacerdotesse o le fedeli della Dea, gettano fiori in mare).

Visualizzando l'Albero del Grembo e lanciando una richiesta nell'acqua, una donna può creare un legame con la sua sorgente creativa e dare vita a nuove idee.
La storia di Adamo ed Eva parla di due alberi: l'Albero della Vita e l'Albero della Conoscenza, separando il concetto della consapevolezza individuale del ciclo della vita e della rinascita del ciclo della natura. Eva, tuttavia, unisce queste idee cogliendo il frutto. Prendendolo, ella assume la natura ciclica e si unisce ai ritmi della natura e dell'universo diventando conscia, a livello personale, della connessione di questi ritmi con i cicli della vita. Il frutto dell'Albero del Grembo contiene la conoscenza del potere di dare la vita e dei ritmi della vita. Raccogliendo il frutto, Eva, risveglia in sé questi ritmi, attivando la relazione tra mente, utero ed energie creative. Il frutto, tuttavia non può essere raccolto senza portare con sé il serpente, essendo questo il rinnovamento delle energie che portano alla conoscenza.
Dopo aver morso la mela, Eva offre il frutto ad Adamo e, così facendo, offre la consapevolezza e la conoscenza dell'Albero della Vita attraverso se stessa. (*)
L'aspetto ctonio, umido, nascosto, sotterraneo e rigenerante del Serpente "carica" l'aspetto manifesto, visibile, luminoso della Madre Terra, Gaia.


(*) Ma il frutto mestruale non può essere colto dall'uomo perché contiene la conoscenza intrinseca della natura ciclica delle donne; ma i suoi frutti possono essere dati agli uomini dalle donne che lo hanno colto. Questo potente e importante simbolismo, nella storia di Adamo ed Eva fu sostituito con un'immagine negativa della donna che venne vista di indole più debole dell'uomo e fonte della tentazione che lo allontanava da Dio.


Per approfondire:

Il simbolismo della Noce: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/noce-e-nodo-il-simbolismo.html
Erbe magiche: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/i-segreti-occulti-delle-erbe-e-delle.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/03/erbe-e-piante-le-mie-preferite.html
Culti degli alberi e come i cristiani li hanno scopiazzati:
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/germani-celti.html
Una vittima dell'inquisizione e i primi pensatori anticlericali e anticristiani: https://intervistemetal.blogspot.com/2018/12/giannone-meslier-de-sade-de-la-barre-e.html
Misoginia cristiana: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/09/misoginia-e-ginofobia-durante-la-caccia.html


Sciamane e Sacerdotesse



Qui trovate lo stesso argomento, ma con più dettagli: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/10/la-sacerdotessa-che-e-un-concetto.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2020/03/arte-sciamanica.html

Una donna conscia del suo ciclo e delle sue energie acquisisce consapevolezza dei livelli invisibili della vita. Ella mantiene un collegamento intuitivo con le energie della vita, della nascita e della morte, e percepisce la divinità nella terra e in se stessa. Per mezzo di questa consapevolezza la donna interagisce non solo con ciò che è visibile e di questo mondo, ma anche con gli aspetti invisibili e spirituali della vita.
Era attraverso questo stato alterato di coscienza mensile che le Sciamane, le Donne di Medicina e più tardi le Sacerdotesse, portavano energia, ispirazione e unione tra il Divino, il mondo manifesto e la comunità. Guarigione, magia, profezia, insegnamento, ispirazione e arte della sopravvivenza provenivano dalla sua capacità di percepire entrambi i mondi, di viaggiare e fare esperienze nell'uno e nell'altro.

L'aumento del predominio maschile nelle società e nella religione portò al declino dello status della Donna Sciamana e della Sacerdotessa, al punto che gli uomini si sostituirono completamente in questi ruoli



Nella società occidentale la figura della Sacerdotessa fu repressa in modo così sistematico e completo che la posizione attiva della donna nelle religioni istituzionalizzate sparì completamente (Nota di Lunaria qui l'Autrice non dice il perché le donne furono estromesse dal sacerdozio: perché non maschi come Gesù, e quindi, non degne di "rappresentarlo" per comunanza e simbiosi, sulla terra, al momento della messa, visto che il dio cristiano deve essere rappresentato in terra da un maschio come lui)





Il lavoro di queste donne sagge, o streghe, continuò in modo sotterraneo rappresentando l'ultimo legame con le antiche religioni matriarcali. La strega del villaggio conosceva la magia della natura, l'arte di guarire e delle giuste relazioni ed era in grado di interagire con il suo ciclo mestruale, il periodo del suo sé intuitivo e interiore. Ella offriva aiuto e guida nel passaggio della vita alla morte, iniziava e trasformava attraverso riti di passaggio e conduceva rituali estatici per attirare e trasmettere fertilità, ispirazione e unità alla sua gente. La strega del villaggio bilanciava la società e la religione dominate dai maschi con la coscienza e l'energia femminile. Sfortunatamente i poteri femminili erano visti come una chiara minaccia alla struttura maschile della società infatti le persecuzioni medioevali distrussero quasi completamente la tradizione magica delle "donne sagge" o streghe. Attaccando le streghe i persecutori si resero conto che esse avevano realmente dei poteri; ma la vera distruzione della loro tradizione derivò, piuttosto, dalla negazione, che avvenne in seguito da parte della società, di questi poteri. La strega divenne oggetto di scherno, ritratta nei libri per bambini. Le punizioni inflitte nei tempi antichi, e in seguito, l'indottrinamento indotto con la paura e la vergogna, indussero le donne a non mostrare le capacità e le aspirazioni che avrebbero potuto portare a un risveglio della tradizione femminile. Le conseguenze della caccia alle streghe si ritrovano ancora oggi nella mancanza pressoché totale di insegnamenti istituzionalizzati nella società che facciano conoscere alle donne la natura e le energie cicliche femminili. (Nota di Lunaria: la colpa, ora, è ANCHE delle donne. Vedasi cristiane e islamiche neoconvertite. Queste "donne" accettano totalmente e pienamente una mancanza di spiritualità al femminile.) Il risultato derivante dall'aver negato alle donne la pratica attiva della spiritualità è l'accettazione, da parte delle stesse donne, della religione strutturata e dominata dai maschi, senza più aver alcun riferimento o una vaga idea della loro innata spiritualità.
Nel ventesimo secolo il riconoscere alle donne uno stato sociale sempre più parificato a quello dell'uomo ha portato con sé un accresciuto bisogno di esprimere la spiritualità femminile in una forma riconosciuta.
A causa della pressione delle donne, alcune Chiese cristiane le hanno accettate nel ruolo di sacerdote, ma, anche se ciò riconosce a esse la coscienza spirituale, nega loro la femminilità. L'uso del termine "donna sacerdote" invece di quello di "sacerdotessa" rende la donna un "maschio onorario", non tenendo in considerazione la natura femminile e i poteri che incarna. Una donna non può essere come un prete in virtù della sua femminilità ma è proprio questa che la lega alla coscienza del divino.
Esistere come essere spirituale è una qualità innata nella natura e nel corpo di una donna.




Nel passato la natura lunare delle donne era riconosciuta come dimostrazione del legame tra queste e l'universo. Attraverso il suo corpo la donna sperimentava inconsciamente l'unità di tutto il creato, la mancanza di distinzione tra il Divino e la creazione e i cicli della vita, della morte e della rinascita.

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Tratto da



"Ad Atene, culla della civiltà occidentale, non si prendeva mai una decisione prima di aver consultato l'oracolo di Delfi, poiché era la Sacerdotessa a trasmettere i messaggi della Divinità. Le sue parole e i suoi consigli erano preziosi per re e politici, guerrieri e poeti. Ulisse consultò l'oracolo per la guerra, e anche Edipo ne chiese l'aiuto; Socrate giurò sulla sua saggezza. Nel tempio dedicato alla Grande Madre Terra Gaia, la Sacerdotessa sedeva su una spaccatura nel roccia chiamata "Delphys", che significava "Vagina", l'apertura del grembo della Dea. Si diceva che i vapori che scaturivano da quella fenditura potessero indurre uno stato di trance nella Pizia, la Pitonessa, colei che teneva l'antico serpente della saggezza arrotolato sotto il suo trono.

Plutarco, come Pitagora, era un sacerdote del suo tempio; sosteneva che l'oracolo aveva mille anni e descrisse la catalessi estatica della Sacerdotessa e la sua comunione col Divino. I greci chiamavano quegli stati di trance "Entheos" ovvero "Dentro c'è un Dio", da cui deriva la parola "Entusiasmo".
Le Sacerdotesse, dall'Asia all'Egitto, dalla Libia all'Islanda, parlavano con la saggezza di una coscienza alterata ed espansa che consultava e interpretava il Divino. Insegnavano l'epifania di musica, canta, danza; scendevano nelle caverne, conoscevano i misteri di morte e rinascita della terra e, come i leggendari sciamani sciiti, erano in grado di volare.
Gli Dei ci inviavano segni per guidarci e aiutarci, e la capacità di interpretarli e di parlare con il Divino era un antico dono proprio delle donne."


Nota di Lunaria: Ovviamente chi poteva guastare tutto questo, se non un cristiano? E infatti il tempio di Delfi, che aveva onorato così altamente la Saggezza della Donna, fu chiuso dall'imperatore cristiano Giustiniano nel 529 d.c, che chiuse anche moltissime scuole filosofiche, spesso frequentate anche dalle donne, almeno le più abbienti. Anche il tempio di Eleusi venne chiuso, e la Dea e le Sue Sacerdotesse vennero relegate in un mondo sotterraneo di demonizzazione.

I Celti e i Galli onoravano le donne come portatrici di saggezza spirituale. Una famosa Sciamana, una Sacerdotessa druida conosciuta come Velleda, Regina dei Brutteri, divenne leggendaria per aver combattuto strenuamente contro gli invasori romani. Inoltre, negoziò un accordo di pace tra i Romani e la sua gente. Predisse con precisione la distruzione delle legioni romane nel 69 d.c e fu catturata come una preda ambita dai Romani, che la giustiziarono per aver condannato il loro imperialismo e la loro brutalità.



Ancora più a nord, le donne erano grandi Sciamane. In Islanda, la Sacerdotessa era chiamata Spakona, dalla parola "spa" che significava "profetizzare". Compiva riti, conosceva le canzoni sacre e sedeva su una piattaforma sollevata che simboleggiava la sua capacità di vedere oltre la realtà. Si diceva che Odino stesso consultasse una veggente per conoscere il suo destino. Viaggiando verso est attraverso l'Europa, nei campi e nelle foreste, si potevano incontrare popoli che adoravano la Grande Dea degli animali [Potnia Theron] con danze rituali e trance indotta da sostanze psicotrope.  Ancora più a est, dall'altra parte del mare, in Manciuria, vivevano sciamane che portavano sempre uno specchio di rame grazie al quale si poteva vedere la propria anima e consultare una Divinità.

In Corea il Divino veniva invocato usando delle perline. Per migliaia di anni, in Giappone, le donne furono itako, okamin, kannagi o kuchiyose - appellativi usati per indicare le donne sagge che interpretavano la saggezza di Ogamisama, la Grande Dea. Erano miko, figlie degli Dei, che consigliavano imperatori e contadini.
Seguivano una preparazione tradizionale, avevano rituali di iniziazione e lavoravano con strumenti magici come archi, liuti a una sola corda e tamburi. Vissero e viaggiarono liberamente fino alla fine del 19° secolo, quando le loro arti furono dichiarate illegali. Continuarono a praticare in segreto fino all'arrivo del generale D. MacArthur nel 1945, che pose fino alla proibizione delle tradizioni shintoiste che quelle donne avevano fondato.




A ovest, c'erano le donne medicina dell'isola Tartaruga, le Americhe, come sarebbero state chiamate. [La Tartaruga era un animale sacro e una Dea essa stessa].
Nipoti di Nokomis e figlie della Donna Ragno, di Donna Bufalo Bianco, della Grande Madre Terra, conoscevano gli antichi canti e le preghiere che propiziavano la guarigione. Parlavano con le piante e sapevano quali erano benefiche e nocive. Conoscevano la saggezza delle stagioni, degli animali della terra, del cielo. Detenevano i misteri delle Capanne della Luna e presiedevano le nascite, le morti, le iniziazioni, i matrimoni e i rituali delle stagioni e delle comunità. Viaggiavano tra i mondi, ritornando con anime perdute e saggezze segrete. Erano anziane onorate dalla gente e, in alcune tribù, sceglievano i capi per il tempo di pace e quello di guerra.

A Sud, c'erano le Sacerdotesse africane, che vennero fatte prigioniere e deportate in America, dove nascosero le loro antiche vie - le danze degli Orisha, la possessione delle entità, la divinazione con le ossa, la magia di Yemanja e Oshun, Dee delle sacre acque e molto altro ancora - nelle tradizioni e nelle cerimonie della religione dei loro rapitori. La Santeria e il Vudu discendono dalla religione Yoruba e, anche se fraintesi dalla cultura occidentale, restano profondamente legati alla saggezza sciamanica del loro passato.
Un tempo, il mondo era pieno di donne che sapevano che c'era un'altra via, una via interiore che portava alla verità. Quella era l'antica arte della Sibilla, Profetessa e Sacerdotessa della Dea, che per prima mi aveva chiamato a sé in sogno e che in seguito era comparsa per guidare i miei passi sul sentiero tortuoso che ora stavo seguendo.
Sotto il predominio degli ebrei, il culto della Dea era punibile con la morte e una lunga serie di guerre portò alla graduale distruzione delle vicine culture matriarcali.



La condizione delle donne peggiorò repentinamente. La violenza rafforzò la teologia; la lapidazione e altri tipi di esecuzioni brutali venivano inflitte alle donne che adoravano la Dea, che rifiutavano i matrimoni imposti, che non arrivavano vergini alle nozze. Le radici della disuguaglianza fra i sessi e della distruzione della terra sono evidenti in questo primo spostamento religioso dalla Dea Madre, immanente e presente nel mondo, al dio padre, che era trascendente e remoto.



La cultura sacra della Dea scomparve dalla cultura occidentale. Un dio maschile occupò il trono del paradiso, come i re si erano impadroniti dei troni dei regni terrestri e la religione divenne dominio esclusivo degli uomini.



Solo loro potevano diventare sacerdoti, solo loro potevano interpretare il divino che ora era completamente maschile: dio padre, suo figlio e lo spirito santo.

Una trinità maschile prese il posto dell'antica Triplice Dea dagli aspetti di Vergine, Madre e Anziana.
La Dea è sempre stata Triplice; lo si vede ancora nell'Induismo. (https://intervistemetal.blogspot.com/2017/07/induismo-e-symphonic-black-metal.html)




I miei studi mi portarono a capire che la Wicca, come spesso viene chiamata la Vecchia Religione, ha radici nelle antiche religioni matriarcali che hanno dato vita alla cultura occidentale. Non credevo in una Dea ma cominciavo a percepire l'enorme cambiamento nella consapevolezza generato dalla scoperta del Sacro Femminile. Ero entrata in possesso di uno "specchio" storico che rifletteva un'immagine di me ben diversa da quella che mi presentava la mia cultura. Le dure restrizioni subite dalle donne erano giustificate da editti religiosi e da leggi secolari. Eravamo state etichettate come intellettualmente inferiori, incompetenti, depravate, pericolose e bisognose di essere dominate.

Il serpente, che spinse Eva a mangiare il frutto dell'Albero della Conoscenza, era stato a sua volta giudicato malvagio, ma avevo scoperto che nelle religioni legate alla terra il serpente era un simbolo della Dea della fertilità. (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/04/israele-esoterico-3-il-serpente-dagon-e.html)
Era Coatlicue, la quintuplice Dea dalla pelle di serpente dell'antico Messico.
Era Benten, chiamata anche Benzaiten, Dea giapponese della fortuna, della ricchezza, dell'arte, dell'amore che si manifestava come un drago che nuotava in mare accompagnato da bianchi serpenti sacri. Era Vila, Dea guaritrice dei boschi e delle creature selvagge dell'Europa dell'Est, che si trasformava da serpente in uccello, da cavallo a vento, e i cui misteri venivano custoditi dalla Sorellanza della Luna Piena.
Per gli Hopi, è il serpente sacro delle acque della vita che discendono dai cieli e attraversano le montagne per far crescere il grano. E fu nelle valli rese fertili dai suoi grandi serpenti d'acqua - il Tigri e l'Eufrate, il Nilo, l'Indo e il Gange (chiamato così in onore della Dea Ganga) che scorrevano sulla pelle delle terra, che nacque la civiltà. In India assume la forma delle Dakini, le aiutanti dal corpo di pesce della Dea della morte Kali [Più correttamente, Kali è la Dea della Distruzione che favorisce la Rinascita]. Ma gli yogi tibetani sanno che dietro la loro maschera terrificante, le Dakini sono madri che dispensano i doni della visione e della magia a coloro che praticano lo yoga Kundalini.
E i suoi serpenti rappresentano i sacri poteri che hanno origine alla base dela spina dorsale e che garantiscono l'illuminazione dell'estasi. I serpenti si avvolgevano attorno alle braccia delle Sacerdotesse della Dea nella Creta minoica. Ed erano i suoi serpenti che si avvolgevano attorno al Caduceo, ancora oggi un simbolo della guarigione e della medicina [tra l'altro scopiazzato anche nella bibbia https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/il-simbolismo-del-bastone.html]. I serpenti sono il simbolo dei sacri poteri di rigenerazione della Dea, messaggeri di conoscenze scientifiche e intuitive, spirali organiche del significato profondo della vita stessa.

https://intervistemetal.blogspot.com/2018/12/nu-wa-e-il-serpente.html
Grazie all'oracolo di Delfi custodito dai serpenti, Pitagora scoprì la matematica della vita e della musica e la struttura nascosta di un universo sacro. Il dottor James Watson seguì il suo sussurro da sirena, scendendo le scale a spirale dell'università di Oxford, e fu così che ebbe una visione intuitiva del DNA, composto da spirali intrecciate simili a serpenti che ora chiamiamo doppia elica. [In realtà fu una donna ad osservare per prima il DNA, nel 1952: Rosalind Franklin. Watson e Crick rubarono la fotografia e vinsero il nome. Fu solo nel 1968 che la verità venne a galla]
Nella Vecchia Religione, l'Albero della Vita è identificato con la Dea. Come le mele di Avalon, anche l'Albero dona la benedizione della vita eterna, attraverso la conoscenza dell'energia dell'universo che si trasforma ciclicamente da una manifestazione all'altra, da energia a materia e da materia a energia, come la Luna o la Terra con il trascorrere delle stagioni, come il serpente che rinasce cambiando pelle. L'Albero della Vita è l'Axis Mundi, la colonna che collega il Cielo e la Terra, la colonna vertebrale di ogni espressione umana di infinito amore e creatività. Il ruolo della Sacerdotessa e della Sciamana è sempre stato quello di sapere, guarire, nutrire, proteggere, consigliare e di condividere e tramandare l'antica arte e le sue tecniche che sono in grado di connetterci immediatamente con la fonte sacra della vita. Quelle funzioni erano particolarmente importanti per la sopravvivenza e il benessere delle culture non tecnologiche. Le streghe usavano ancora gli incantesimi per la salute, l'amore, il lavoro, la prosperità, l'ispirazione, l'intuito, la pace, la giustizia e la protezione. Li usano per affrontare la solitudine, la depressione o la perdita, per aiutare il passaggio di un'anima oltre i cancelli della morte e persino per affrontare i nemici. Gli strumenti, gli abiti, le erbe e gli aiuti magici - tra cui le pozioni, gli oli, le candele, gli amuleti, le sfere di cristallo, i talismani - vengono usati per compiere incantesimi rituali.
Con un abile uso della magia, gli oggetti diventano delle vere e proprie batterie capaci di aggiungere la loro energia alla nostra e di immagazzinare il potere che abbiamo tratto da noi stessi, dalla terra e dal Divino. Questa fase è particolarmente eccitante, perché ci permette di vedere per la prima volta il sacro nel quotidiano, quindi il potere e il significato di una realtà in apparenza banale diventano quasi palpabili. La scelta dei tempi per compiere una magia è un fattore fondamentale se vogliamo che abbia successo: l'ora, il giorno, la settimana, il mese o l'anno, le fasi lunari e le stagioni della vita: tutto questo è legato alla natura dell'energia che può aumentare o diminuire, muoversi dentro o fuori di noi, avvicinarsi o allontanarsi, crescere, affievolirsi o riposare. Questo flusso naturale si riferisce ai nostri obiettivi magici: cerchiamo di allontanare o di attrarre qualcosa? In questo modo, le streghe accrescono i risultati dei loro sforzi magici. Possono aprire vie bloccate, liberare dall'energia stagnante, portare a buon fine ogni genere di situazioni e riposare nella culla del tempo e dello spazio quando l'onda di energia si ritira. Una forma specifica della Dea o del Dio, le cui energie corrispondono allo scopo di un determinato lavoro magico, viene evocato per ottenere migliori risultati. Le streghe lavorano con la forza di una particolare Divinità o con un determinato aspetto del Divino, la cui energia si avvicina maggiormente a un certo obiettivo magico.
E così la Dea Iside viene evocata per ottenere guida spirituale,
Persefone per la rinascita, la Donna Ragno per la creatività,
Brigid per l'ispirazione poetica, Freya per la prosperità,
Ecate per i sogni e la trasformazione, Kali per la giustizia,
Oshun per l'amore, Amaterasu per il potere.
Evochiamo anche Dei: Giove per il successo, Dioniso per l'estasi,
Cernunno per il legame con la terra, Efesto per la creatività,
Obatala per la giustizia, Osinyin per la guarigione con le erbe, Odino per la saggezza. Ciascuna di queste divinità incarna un particolare aspetto di una Divinità più grande, ed è come un portale che si apre su un mistero vasto e inafferrabile. è come per i cattolici pregare i santi o per gli ebrei fare uso delle energie cabalistiche o per i cristiani invocare l'aiuto degli angeli. Dal momento che la magia lavora grazie al principio dell'interconnessione, quando lanciamo un incantesimo su qualcuno è come se lo lanciassimo su noi stessi. Diventiamo una cosa sola con l'oggetto della nostra magia. Quindi se vogliamo che qualcuno s'innamori di noi, veniamo legati dalla nostra stessa infatuazione. Quando curiamo, guariamo anche noi stessi. Quando cerchiamo la nostra strada, troviamo altri che viaggiano con noi.

"Le streghe hanno sempre sperimentato la presenza della Dea nel mondo", spiegò Nonna, "La vediamo nei cicli delle stagioni e nella bellezza della natura."
"Per me, il mistero spirituale più incredibile è il rapporto tra la Luna, la Dea e le donne", aggiunse Bellona. Nonna annuì e continuò: "I cicli della Luna - crescente, piena e calante - corrispondono alle fasi della nostra vita: Vergine, Madre e Anziana, prepuberale, fertile e in menopausa. Questa è la Triplice Dea
La cultura occidentale smette di riconoscere il valore di una donna una volta che questa non è più "sessualmente desiderabile", né fertile, ma nella Vecchia Religione, l'Anziana è tenuta in gran considerazione. I suoi poteri aumentano con l'età, poiché racchiude in sé sia la Vergine che la Madre, con le loro energie di indipendenza e sessualità. La Triplice Dea fu la prima Sacra Trinità della religione occidentale, più antica della trinità cristiana di almeno seimila anni. In Arabia era venerata come Al Lat, Al Uzza e Manat (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/08/arabia-saudita-no-per-davvero-parli-di.html). In Grecia, la Triplice Dea era formata da Persefone, Demetra ed Ecate. Sopravvisse persino alla cristianizzazione nelle vesti della vergine maria, di sua madre sant'anna e di sua nonna, sant'emerenzia", aggiunse Maia. 
"Per i Celti, era Morrigan, una Triplice Dea della guerra", aggiunse Bellona. "E ce n'erano molte altre, Anziane, Madri e Vergini."
"Dee Vergini come Artemide, giusto?", domandò Marcia. Maia annuì. "E come Atena ed Estia. Ma si può trovare questo concetto in ogni parte del mondo", spiegò Bellona. "Vergine sta ad indicare una donna indipendente, non una donna che non ha mai fatto sesso. Indicava una donna autonoma e completa in sé, che non aveva bisogno necessariamente di un uomo per essere ciò che era. Persino Afrodite, la Dea greca dell'amore, era una vergine ogni anno si bagnava nelle acque nei pressi del suo tempio a Cipro per ripulirsi dell'influenza degli uomini e ristabilire la sua indipendenza."
Onatah scoppiò a ridere. "Ragazze, questo è un rituale che potrebbe servirmi" Nonna annuì. "Se ti ha colpito, usalo. Tutta questa saggezza non deve essere un dogma ma un'ispirazione per le pratiche magiche personali. Molti dei nostri rituali sono basati sulla tradizione ma sta a voi recuperare e reinventare questi antichi riti per crearne di nuovi che abbiano significato per le donne d'oggi. Durante il nostro lavoro, recupererete la saggezza spirituale del corpo."
"E la Luna?", domandò Gillian.
"La Luna è da sempre un simbolo della Dea, della spiritualità femminile e dell'inconscio.
Le fasi lunari sono molto importanti per i nostri rituali. Durante la Luna crescente o piena, facciamo magia per stimolare, per accrescere e per attrarre", spiegò Nonna. "Quando c'è la Luna piena è il momento migliore per evocare le Dee della fertilità. Un cerchio formato durante la Luna piena viene chiamato Esbat. Invece in Luna calante, si eseguono rituali di purificazione e di allontanamento. Il momento propizio per la divinazione con gli specchi e i cristalli è durante la Luna Nuova."
"Scommetto che non sapevate che gli antichi calendari erano basati sui cicli lunari - e femminili - di 28 giorni. E il motivo per cui una congrega è formata da 13 donne è che ci sono 13 mesi lunari e 13 Lune Piene in un anno. è per questo che il numero 13 è il numero della Dea", aggiunse Maia con nostra grande sorpresa.
"E allora Venerdì 13?", domandò Mindy."Nella Vecchia Religione, il Venerdì è un giorno devoto alla Dea, a Freya, da cui deriva la parola inglese "Friday", "Venerdì". E questo è anche il giorno di Venere. Quindi il Venerdì 13 in origine era un giorno sacro alla Dea. Ma, come molti altri aspetti della Vecchia Religione, venne distorto e finì per essere considerato giorno sfortunato."
"I cicli mestruali delle donne erano, e sono tuttora, una parte fondamentale dei misteri spirituali femminili. Il sangue mestruale fa parte del potere divino e vitale delle donne, e non è un simbolo di peccato e impurità, come hanno sostenuto le istituzioni patriarcali.





L'isolamento forzato delle donne durante il ciclo mestruale era una distorsione repressiva del Tempo della Luna, che in passato veniva onorato e ritenuto sacro, in cui le donne si ritiravano dalle faccende quotidiane per sperimentare la comunione con il divino. Questo è un momento in cui il corpo della donna diventa più sensibile e si armonizza con le energie della natura."

Riporto un altro contributo, sul tema, che riporta l'archetipo della strega, della donna saggia, in modo denigratorio, come fu concepito dal patriarcato religioso cristiano.



"Quale manipolatrice di filtri, di unguenti, di veleni, la strega appartiene alla storia della scienza. Da lei Paracelso, nel bruciare pubblicamente le opere di Galeno e di Ippocrate, dichiarava di aver imparato più cose che da tutti i professori delle Accademie. Di fronte agli addotrinati e ai sapienti che traggono teorie e rimedi dai libri illustri e dalle elucubrazioni metafisiche, la strega rappresenta il ricorso diretto alla natura e alle sue proprietà segrete: alla terapeutica sacramentale delle religione, che media l'uomo con la potenza divina, essa contrappone una terapeutica materiale, che presume di ricondurre l'ordine e la normalità dell'organismo umano con mezzi fisici. Satana conosce a perfezione la natura occulta delle erbe, delle piante, dei minerali e in qualche modo vi presiede come signore del mondo visibile: da lui la strega impara a scegliere le erbe adatte, a ricavare l'arcanum, a preparare filtri e pozioni, da lui talora riceve direttamente polveri e unguenti già elaborati. Ciò che Satana è sul piano metafisico e morale, lo sono, nel regno naturale, i veleni che si celano nelle radici e nei semi delle piante, nelle ceneri dei minerali, nelle irradiazioni delle pietre preziose. I veleni sono l'anima diabolica delle cose, e chi pretende, come Paracelso, fondare su di essi una terapeutica, in realtà scatena le forze più nefaste della materia e collabora con Satana alla perdizione fisica del genere umano. Queste tenebrose essenze non arrecano soltanto la morte: la loro azione sconvolge l'equilibrio delle forze vitali, viola l'armonia degli organismi, assopisce o esapera le funzioni fisiologiche, evoca un mondo irreale; per esse, l'uomo, insoddisfatto della creazione divina, cerca un'evasione che gli dia l'illusione di essere creatore come Dio. L'ebbrezza gioiosa, l'immaginazione sfrenata, le allucinazioni incoerenti, il torpore piacevole, le impressioni di serenità e di benessere, formano il paradiso artificiale dell'uomo insaziabile che non trova più il suo piacere nell'ambito della normalità, nonchè dell'infelice che la fortuna ha maltrattato.
La strega ha le chiavi di questo paradiso assurdo, al quale appartiene e ch'essa apre a chiunque voglia entrarvi. Le pomate, i decotti, gli infusi ch'essa prepara creano l'irreale; quell'irreale che, non essendo divino, è considerato demoniaco, e, come demoniaco, realissimo: l'abuso di stupefacenti è un'iniziazione. La donna, che prima di partire per la tregenda, si unge tutto il corpo con un unguento a base di mandragora e di belladonna, compie un rito; e quando essa cade in un sonno profondo e nel sogno o nel delirio vede le più stravaganti immagini, le sue visioni sono l'epifania dell'invisibile. [...] Pochi conoscono le sostanze manipolate dalla strega e le loro proprietà curative: il giusquiamo, l'aconito, la belladonna, la mandragora, la canapa indiana, la fava di sant'Ignazio, l'Herba Ophiusa, la verbenaca, il Chameleone bianco e nero, il colchico, lo stramonio... e anche chi ne ha sentito parlare, le associa vagamente a nozioni soprannaturali e miracolose."


Approfondimenti tratti da







"Prezzemolo, acqua d'aconito, fronde di pioppo e fuliggine"; oppure "pastinaca acquatica, acoro comune, cinquefoglie, sangue di pipistrello, morella e olio". Ecco alcuni degli unguenti che le streghe consigliavano a chi era tentato dal desiderio di volare. Accusate di essere creature del Demonio, le streghe erano depositarie della conoscenza e dell'uso di piante ricche di principi attivi; è probabile che conoscessero bene i veleni derivati da diverse piante. Era considerata strega anche la "medichessa" e, sebbene nel corso dei secoli la donna abbia avuto un ruolo ben preciso nelle medicina, soprattutto come ginecologa e levatrice, nel '500 fu addirittura estromessa dalla professione medica. Tra le piante usate dalle streghe, molte appartengono alla famiglia delle Solanacee, in cui è compresa anche la patata. Nel XVI secolo le donne veneziane usavano la belladonna (Atropa Belladonna) per ravvivare la luminosità dello sguardo e per dilatare le pupille.
La belladonna è molto tossica; si trova nei boschi, in prossimità delle siepi, e fiorisce in estate con bei fiori rosso porpora e bacche nere e lucenti, che i francesi chiamano "ciliegia della follia" e che, se ingerite, possono essere mortali. La belladonna contiene l'atropina, che è utilizzata in medicina per la sua azione antispasmodica, antiasmatica e midriatica (provoca dilatazione della pupilla) e anche in preanestesia. Anticamente si preparava una "pomata della strega" per rendere insensibile la pelle prima di un intervento. Luoghi ombrosi, umidi, in prossimità dei ruscelli rappresentano l'habitat ideale per la crescita dell'aconito (Aconitum napellus).
è una pianta molto tossica, tanto che nell'antichità i criminali venivano uccisi con questa droga; la sua coltivazione fu vietata nell'antica Roma. Dalle sue radici si ricava un farmaco antidolorifico e antiasmatico. 
Evitate di raccogliere i suoi splendidi fiori azzurro-violacei a forma d'elmo: il veleno di questa pianta può penetrare attraverso la pelle!
"Anthropomorphos", così Pitagora chiamava la mandragora, pianta erbacea della famiglia delle Solanacee, diffusa in tutta l'Europa meridionale, il cui nome, datole dal medico greco Ippocrate, sembra derivi dal persiano "mehregiah" (erba dell'amore). Conosciuta nell'antichità come afrodisiaca, la mandragora godeva fama di possedere straordinarie virtù terapeutiche, come ad esempio curare la sterilità femminile. A tutto il XIV secolo la pianta era parte integrante della teriaca, mentre la religiosa Ildegarda di Bingen l'apprezzava come antidolorifico. Sbalorditive erano le capacità magiche attribuitele. Ma la radice di mandragora, importantissima nella composizione di filtri d'amore, poteva anche provocare allucinazioni, deliri o addirittura follia. Nel Medioevo le streghe consumavano nei Sabba grandi quantità di pozioni a base di mandragora, anche per acquistare poteri eccezionali. A tale proposito Njanaud, nel suo trattato sulla Licantropia, del 1615, riferisce di un particolare unguento a base di mandragora che le streghe adoperavano per trasformarsi in animali: la famosa Licantropia!
"In un'anfora si pongano tre libbre di scorza di radice di mandragora  e di vino dolce, che si pone a macerare il tutto, in vino dolce. Chi deve essere operato dovrà bere tre calici di questa pozione, allo scopo di non avvertire il dolore del taglio" è quanto consigliava nel Medioevo il "Codice Viennese 93". Dall'odore fetido, la radice di mandragora (dotata di una notevole tossicità) ha attualmente una scarsa importanza farmacologica. Contiene atropina, attualmente utilizzata in medicina.
Il più antico documento medico è il papiro di Ebers (500 a.C). è noto che gli Egizi conoscevano più di 700 forme di medicamenti, sia di natura vegetale che animale. Tra le piante usate: maggiorana, artemisia, edera, scilla, mirra."


Per approfondimenti, vedi:
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/08/la-dea-madre-nelle-diverse-culture.html

APPROFONDIMENTO: LA SCIAMANA IN COREA

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Un'altra differenza consiste nella maggiore importanza che viene data, tra i coreani, ai fenomeni di sciamanesimo, soprattutto femminile.
  
Lo sciamanismo in Corea non ha un corpus di scritture o testi sacri ed esistono anche pochi templi. Questa religione costituisce ancora un pilastro importante per la cultura coreana. Le Mudang sono le sacerdotesse che officiano i riti sciamanici e agiscono da intermediarie tra il mondo dei vivi e degli spiriti; curano malattie, guidano gli spiriti dei defunti, danzano e fanno cerimonie particolari per assicurarsi buona fortuna e prosperità. Le cerimonie, chiamate "Gut", si svolgono in casa o all'aperto e per attrarre gli spiriti dei defunti si lasciano ancora oggi offerte di cibi e bevande, tra cui anche una testa di maiale, offerta che si trova molto spesso visitando il tempo sciamanico Guksadang a Inwangsan, una zona collinare a Seul, dove di fronte a piccole fessure e "rocce zen" vengono deposte offerte di dolci, candele e bastoncini di incenso. Le Mudang suonano il tamburo, cadendo in trance mentre danzano. Le cerimonie si svolgono anche all'ombra degli alberi: un'anziana signora agita cinque stendardi colorati per attirare gli spiriti; una ragazza suona un tamburo e medita.
 
ALTRO APPROFONDIMENTO

In Corea, gli sciamani spiritualmente più forti sono le donne ("Mudang") che possono cadere in trance perché dotate di capacità potenti. Nei riti, la Sciamana crea un modello di cosmo in cui gli esseri umani e non umani sono uniti in armonia. Gli spiriti guida le concedono di essere il tramite nel processo risanatore che coinvolge le persone, la società e il Cosmo. La Mudang serve da mediatrice con gli uomini, la natura e la comunità degli spiriti che dimorano nelle tre Zone Cosmiche. Ha un rapporto speciale con gli spiriti della montagna, perché i monti sono centri sacri e portali cosmici.  La Sciamana può anche costruire un Asse del Mondo simbolico nel luogo dove compie il rito (kut). Le Sciamane (anche anziane) possono danzare sopra lame di coltello parallele, in cima ad una piattaforma innalzata al centro del cortile, che rappresenta sia un modello di cosmo sia la residenza dello spirito guida, Taegam, divinità della casa, del focolare, delle ricchezze, delle benedizioni. La Mudang ascende il Regno dei Cieli, supera la vulnerabilità della carne attraverso il potere sacro e il supremo equilibrio, poi ritorna nell'Intermedio per comunicare i messaggi degli spiriti.