Herman Melville: le poesie più belle


"Presentimenti" (1860)


Quando vedo le nubi atre dell'oceano addensarsi

sulle colline dell'interno e stendersi infuriando

nel bruno del tardo autunno, e la valle

fradicia rabbrividire d'orrore

e il campanile precipitare di schianto sulla città

allora penso ai cupi mali della mia terra

la tempesta che esplode dal deserto del tempo

sulla speranza più luminosa del mondo avvinta

al crimine più orrendo dell'uomo.

Adesso il lato oscuro della natura si staglia

e l'ottimismo sgomento si è dissolto

nemmeno per un bambino ha misteri il cupo ciglio

di quella montagna nera, solitaria.

I torrenti precipitano dalle gole urlando

e nuove tempeste si addensano dietro alla tempesta presente: l'abete trema e si scuote nella trave

la quercia nella chiglia che solca.



"Apatia ed entusiasmo" (1860)


Quel novembre freddo, vischioso

nel bianco inverno morto e il terrore

muto di stupore nel cielo come in un lenzuolo

di piombo. "Tutto è perduto" e il grido

recava il grido degli eventi come schianti

di tuono in una massa di ghiaccio, nel gelo

implacabile, uno sull'altro attraversavano 

l'orrore del silenzio. E il braccio 

paralizzato nell'angoscia del cuore

e quel grande vuoto; la morte.

[...]

Così disperando morì l'inverno

e le fiacche settimane della quaresima

i fiumi vetrificati dal gelo ruppero i ghiacci

e la tomba della fede si aprì in una ferita.

[...]



"Il tetto" (Notturno, Luglio 1863)


Non c'è sonno, l'afa satura l'aria

e agguanta il cervello, una dura oppressione come

accade alle tigri bronzee, nelle ombre tormentate

quando il sangue si irrita e si contrae, feroce.

Sotto le stelle si stende il deserto dei tetti

vuoto come una Libia, e tutto è muto, tutto.

Eppure, da lontano, una spuma di suoni indistinti

si frange, confusa, l'ateo urlo della rivolta.

Là dove Sirio ardente tramonta nell'arsura

funesto rosseggia l'incendio doloso, laggiù...

[...]



"L'apparizione" (Retrospettiva)


Poi vennero le convulsioni, e dove il campo

da tempo dormiva nel verde pastorale

una montagna mostruosa emerse

(certo i sensi atterriti si ingannavano!)

forre di marna e burroni di scorie,

lì era l'irrevocabile del male,

la scoria del suo estremo ritirarsi,

ma prima che l'occhio potesse accoglierla

e la mente assumerne possesso

s'inabissò, ai nostri piedi.

[...] Chi non si rivolta impaurito pensando

all'improvviso accadere degli orrori?



"Monumento senza epigrafe su un campo di battaglia del deserto"


Silenzio e solitudine facciano intendere

dalle loro dimore, in quel bosco di pini,

quello che non mi è dato dire nella mia lapide

muta: lo strepito terribile che accadde

qui, e la contesa delle turbe.

I coni di ferro e le sfere di morte

attorno a me, anch'essi nella ruggine parleranno

se sarà dato, con la voce tremenda delle cose senz'anima.

Tu che guardi, se la tua anima non s'inganna

in un primo, ristretto senso di pace

e se vedere il peso di questa quiete

la quiete del "dopo", la quiete piena, carica

anche tu, qui, resterai muto

muto come me, e solo come la terra.

 


"Il lago"


Sotto risplende il lago: e sulla dura scogliera

la corona dei pini, come pilastri in uno spazio esatto

balzano agli occhi come un tempio aperto,

e qui nel punto più tenero delle stagioni

nel mezzogiorno d'autunno, io guardo

fuori, dalle arcate oscure, (1) nello splendore 

del sole in campo aperto.

[...]

A terre confinanti popolate di fate

più avanti le montagne dileguano, annebbiate

in una leggenda profonda, impenetrabile.

[...]

A me, dentro la bruna arcata

sembrava ricca la vita, dolce in quest'ombra

e felice fuori, nell'aria!

[...] Un pensiero antico come il pensiero

che non si può cancellare né eludere.

Sentivo la bellezza benedire il giorno

nell'opulenza del dono autunnale

ma anche l'evanescenza, che non ha tregua.

è passato un anno da un'ora come questa

che solo precede di poco la raffica

che spazzerà queste foglie vive al passato

delle altre, morte.

Tutto muore...

Rimasi a lungo sul confine del sogno

per poi scordare l'oltraggio antico della morte

mi volsi nell'arcata oscura

[...] relitti di tronchi di pini maestosi

incolonnati dove ora incombevano

le colonne dei pini, dei pini vivi...

[...] E come di questi pini di cui seguo le tombe

statua e scultore cadono a pezzi

in ogni amaranto si annida un verme

[...] e la natura oggi appare come muschio

sulle rovine della natura dei tempi trascorsi.

Ma guarda, ascolta...

Già nella radura 

dove luce e ombra si contendono

chi è lei che giunge sonora, adorna

come nei primi pallidi colori del mattino,

così pura, rosea, fresca e gelida?

[...] Poi le sue labbra mi trasmisero un brivido

baciandomi, la sua fredda ghirlanda

mi passò sul ciglio e le piccole radici

ritorte, umide di terriccio.

Svanì lasciando un respiro profumato 

e il caldo e il gelo di vita e morte congiunte.


(1) Nota di Lunaria: nel testo originale, l'espressione usata da Melville è il suggestivo "Dusk arcades", traducibile come "arcate crepuscolari, del crepuscolo"


I Nibelunghi

Info tratte da


L'OPERA

"Nibelungenlied", "Il poema dei Nibelunghi", fu composto nei primi anni del 1200 da un ignoto poeta austriaco, forse il cavaliere di Kürenberg. è un poema epica in 39 canti, che narra la storia dei più famosi eroi nordici, rielaborata secondo lo schema cavalleresco cristiano, sulla base di antiche saghe pagane.  L'opera ha una grande importanza storica e culturale ed è considerata il poema nazionale germanico.



LA STORIA

Sigfrido, bello e coraggioso, dopo molte gloriose avventure, sposa Crimilde, la bellissima principessa burgunda; ma viene ucciso a tradimento dal perfido Hagen, d'accordo con i fratelli della sposa. Crimilde allora lascia il suo paese per sposare Attila, re degli Unni, l'uomo che l'aiuterà a compiere la sua vendetta.

Dopo molti anni, riesce ad attirare in un tranello i fratelli e Hagen, che pagano con la vita la colpa del loro delitto.


I PERSONAGGI DEI NIBELUNGHI

SIGFRIDO: L'eroe bello, leale, invincibile. è alto e biondo, il tipico esemplare di guerriero nordico. Invulnerabile in tutto il corpo, meno che in un punto sulla schiena fra le scapole: è lì che sarà colpito a morte.

CRIMILDE: La bellissima principessa sposa di Sigfrido. è timida e sognatrice ma questo non le impedirà, quando lo sposo sarà ucciso a tradimento, di vendicarne la morte in modo terribile, rivelandosi dura e spietata.

BRUNILDE: La regina guerriera di Isenstein, in Islanda. Forte come un uomo, li sfida a duello e uccide tutti i suoi pretendenti uno dopo l'altro. è innamorata di Sigfrido, e sarà proprio la sua gelosia verso Crimilde che scatenerà la tragedia.

GUNTHER: Fratello di Crimilde, re dei Burgundi. è debole e inetto; innamorato di Brunilde, riesce a sconfiggerla in combattimento con l'aiuto di Sigfrido.

HAGEN: Il fedele vassallo di Gunther. Fortissimo e implacabile, non conosce altra legge che quella dell'assoluta fedeltà al proprio re. è lui che uccide Sigfrido, istigato dalla gelosa regina Brunilde.

Nell'antica città di Xanten, che si ergeva imprendibile presso le rive del grande fiume Reno, viveva il principe Sigfrido, figlio del nobile re Sigmund e della regina Sieglinde. Egli venne allevato con la cura che si conveniva al suo stato e crebbe bello e forte:

"Vi narrerò quanto era bello quel guerriero.

Immune da ogni colpo era il suo corpo.

Cose grandi e famose compì quel prode.

Immensa fu la gloria che acquistò in tutto il mondo!"

In uno dei suoi viaggi aveva lottato contro i Nibelunghi, e ne aveva conquistato il favoloso tesoro con due preziosi trofei: la spada magica Balmung, temprata d'acciaio incorruttibile, e il cappuccio fatato che aveva il magico potere di rendere invisibile e fortissimo colui che lo indossava. Occupato in queste imprese, il nobile e prode Sigfrido non pensò per molto tempo all'amore, ma un giorno:

"Gli pervenne la fama di una fanciulla

del paese dei Burgundi, bella oltre ogni dire...

Allora s'infiammò di nobile amore il figlio di Sigmund,

e nessuna altra donna contava più per lui..."

Così decise di partire per Worms, la città dove abitava la fanciulla, sorella di re Gunther. Quando giunse a Worms, insieme ai suoi compagni, la sua fama lo aveva già preceduto:

"Il signore dei Burgundi disse:

Sia benvenuto fra noi questo prode cavaliere

del quale mi è giunta la fama...

e andò, Gunther il re, incontro a Sigfrido"

Accolto con grandi onori dal popolo dei Burgundi, Sigfrido passò molto tempo tra loro; ma non si decideva a chiedere al re Gunther la mano della bella Crimilde. Intanto, capitò anche a Gunther di innamorarsi di una donna straordinaria:

"C'era oltre il mare una regina, donna straordinaria,

bella da non dire, e terribilmente forte.

Giostrava con gli eroi più valorosi...

Chi la voleva in sposa doveva batterla in tre prove:

ma se una sola ne falliva, aveva mozza la testa"

Gunther chiese aiuto a Sigfrido per conquistare la bella regina guerriera Brunilde: e l'eroe accettò a patto che Gunther gli concedesse in cambio Crimilde. Il re promise. Navigarono sul mare tempestoso guidati da Sigfrido, e giunsero in Islanda, ad Isenstein; là si presentarono a Brunilde.  La regina pensò che sarebbe stato Sigfrido a chiedere la sua mano... invece era Gunther il pretendente! Gli fu detto di armarsi e così la lotta iniziò. Gunther non sarebbe riuscito a vincere, se dietro di lui, il prode Sigfrido, coperto da un cappuccio fatato che lo rendeva invisibile, non avesse sostenuto il suo braccio:

"Così, dalla forza e dall'astuzia di Sigfrido

fu conquistata la bella Brunilde,

e secondo i patti accettò di seguire

Gunther, come sua sposa, nel paese dei Burgundi"

A Worms si celebrarono le nozze di Gunther con Brunilde e di Sigfrido con Crimilde. Ma Brunilde amava Sigfrido...

Poco tempo dopo le nozze, un ricco corteo si mosse da Worms: schiere di fedelissimi armati lo scortavano, e nella più ricca portantina c'erano Sigfrido e la sua sposa che tornavano a Xanten, dove avrebbero abitato. Così ebbe inizio la loro vita matrimoniale. Ebbero un figlio, che chiamarono Gunther come lo zio. Sigfrido successe al padre sul trono. Regnava con saggezza e giustizia, e tutto il reame era felice con lui.

"Così passarono dieci anni...

Anche il potente Gunther, intanto, nel paese del Reno

da Brunilde sua moglie aveva avuto un figlio.

In onore dell'eroe Sigfrido fu chiamato..."

Ma neppure l'essere diventata madre aveva placato il cuore di Brunilde. Ella continuava a pensare a Sigfrido.  Così pensò di invitarlo a Worms insieme a Crimilde. Non lo avesse mai fatto! Cominciò da quell'invito la più triste delle storie, dove l'eroe trova la rovina! Quando Sigfrido e Crimilde arrivano a Worms, vengono organizzate grandi feste. Le due regine si salutano con grazia, ma mentre Crimilde era sincera, Brunilde fingeva. L'occasione per scontrarsi contro Crimilde arriva durante un torno, quando Brunilde trova un pretesto:

"Disse Crimilde: guarda come maestoso avanza

davanti a tutti il mio sposo.

Splende come la chiara luna fra le stelle

e guardandolo son piena di gioia e di orgoglio.

E Brunilde rispose: Forte e ardito

è il tuo sposo, e nobile e bello,

ma certo con Gunther non vorrai paragonarlo!"

Punta sul vivo, Crimilde ribatte alla rivale che quanto da lei detto non è vero. Poi, trascinata dal suo amore per Sigfrido, per mostrare la sua superiorità, racconta l'inganno del cappuccio fatato, con il quale Gunther era riuscito a conquistare Brunilde. Fu mortale l'offesa, per Brunilde. Corse dal marito e chiese la vendetta...

Gunther sedeva tra i suoi, in prima fila c'era il terribile Hagen. Quando viene a sapere da Brunilde ciò che è successo, subito si propone di uccidere Sigfrido. L'offesa è mortale, e lui deve morire! Gunther all'inizio non vuole la morte di Sigfrido, ma viene convinto da Hagen, che invidiava Sigfrido da diverso tempo.

"Fu grande disgrazia che il re Gunther lo

ascoltasse. Guerrieri, prodi e forti cominciarono allora

a covar la triste idea del tradimento.

Per la lite di due donne gravi sciagure 

si preparavano!"

Così la morte di Sigfrido fu decisa, e Hagen si incaricò di ucciderlo. Ma come colpirlo? Il perfido Hagen escogitò uno stratagemma: andò da Crimilde e le disse "Dimmi, ti prego, dov'è vulnerabile il tuo sposo, che io possa proteggerlo meglio nella pugna."

E Crimilde credette alle sue melliflue parole; non solo, addirittura ricamò una piccola croce con filo d'oro là dove Sigfrido potesse essere colpito. Così Hagen poté predisporre il delitto. Fu indetta una grande caccia, alla quale 

"Quando Sigfrido, deposta la spada, sul fonte si curvò

rapido Hagen con l'arma lo trafisse ov'era il segno.

Del corpo ferito il sangue zampillò sulla veste

di Hagen. Mai cavaliere compì atto sì vile!"

Pur morente, Sigfrido cercò ancora di battersi. Ma ormai la vita lo lasciava: giacque tra i fiori senza più respiro. Quando Crimilde seppe l'orrenda notizia, capì che Hagen era l'assassino. Giurò vendetta implacabile. Passarono gli anni. Crimilde, sempre sola, dedicava il suo tempo a opere pie, distribuendo ai poveri il tesoro dei Nibelunghi. Allora Hagen disse a Gunther: "Togliamole il tesoro, nascondiamolo. Altrimenti si farà grandi amicizie con i suoi splendidi doni e abbatterà la nostra potenza. Io sono certo che ella vuol vendicarsi." E anche stavolta Gunther ascoltò Hagen. Poi un giorno splendidi cavalieri si presentarono a Worms; erano i messi di re Attila, signore degli Unni. Rimasto vedovo, aveva mandato il suo margravio a chiedere la mano di Crimilde. Dal principio, la bella regina rifiutò ma quando...

"l'astuto margravio chiese di parlare in segreto con la regina, e le disse: il grande re Attila può vendicare il vostro sposo, se voi accettate", allora Crimilde non fu più così triste."

Essa partì da Worms per diventare la regina degli Unni.  Passarono gli anni, poi finalmente arrivò il giorno della vendetta. Un'ambasceria, mandata a Worms da Attila per invitare presso la sua corte Gunther, Hagen e tutti i Burgundi, tornò con la notizia che il re aveva accettato. Non aveva deciso a cuor leggero, Gunther, soprattutto per Hagen, che gli aveva detto:

"Non fatevi trarre in inganno da questi Unni malfidi,

dando fiducia a Crimilde voi perderete la vita,

perché la moglie di Attila non ha dimenticato

e certo questo invito fa parte della sua vendetta."

Ma Gunther non gli credette e partirono.

Anche Hagen partì nonostante sapesse che andava a morte. Portò con sé mille cavalieri. Giunsero i Burgundi alla terra degli Unni e furono accolti con cortesia da Attila e da Teodorico. Anche Crimilde accolse con cortesia gli ospiti; ad Hagen, perfido assassino, rivolse parole ben diverse:

"Voglio chiedervi una cosa: dov'è il tesoro dei Nibelunghi?

Esso mi appartiene, e avreste dovuto recarmelo."

"Da anni, regina Crimilde, non ne so più niente.

Nel Reno l'ho gettato, e là per sempre resterà."

Era questa la risposta che Crimilde attendeva! Con quelle sprezzanti parole Hagen l'aveva offesa e ora essa poteva chiedere la vendetta degli Unni. Nessuno potrebbe dire quanto sangue fu sparso! In quella lotta feroce Attila, Teodorico e Ildebrando, il più saggio alla corte degli Unni, cercavano di battersi, ma niente potevano fare per arrestare la furia di Crimilde, che non fu placata finché tutti i Burgundi non giacquero morti. Solo due furono catturati vivi per suo ordine: Gunther, il fratello che l'aveva tradita e Hagen, l'assassino. Essa li fece trascinare alla propria presenza e con le sue stesse mani li uccide impugnando la spada di Sigfrido. Non restava più niente della dolce fanciulla che Sigfrido aveva amato! La vendetta e l'odio le avevano avvelenato il cuore; lo stesso Attila ne inorridì e Ildebrando esclamò "Questa è una furia, non una donna; muoia anch'essa insieme a coloro di cui è stata la rovina!"

Così la colpì, ed ella cadde senza vita in mezzo a tutti quegli uomini che per causa sua si erano ferocemente battuti, quando invece avrebbero potuto essere amici; intorno non c'erano che pianti e grida di dolore.

"Non canterò più altro di questa triste vicenda.

Lasciamo che coloro che caddero dormano il sonno della morte.

Altre cose accaddero nella terra degli Unni da allora

ma qui finisce la canzone dei Nibelunghi."

In conclusione: il valore letterario del "Poema dei Nibelunghi" è certo minore di altre opere epiche come l'"Iliade" o la "Canzone di Orlando", ma non per questo ha scarsa importanza: la narrazione riflette il carattere dei popoli che videro in essa la loro epopea nazionale. Il tema dominante è quello dell'onore e della vendetta, così come erano concepiti dai popoli pagani del nord.









"Lo Squalo" (gli stralci più belli)


Il film l'ho visto da bambina, insieme ai vari "Grizzly", "L'Orca Assassina", "Cujo", "Gli Uccelli" e molti altri del filone "Animali incazzati contro l'uomo" (un'analisi a parte meriterebbe "Orca Assassina", dove un'orca maschio si vendica dell'orribile scempio che uno spregevole pescatore assetato di soldi ha commesso contro la sua compagna, ammazzandola, e per di più facendola abortire, col piccino che viene espulso dal corpo sanguinolento della madre... una scena veramente straziante), che andavano di moda negli anni '70 e '80, ma me lo ricordo poco. Lo rivedrò, se possibile, dopo aver letto il libro... Intanto devo dire che già il primo capitolo parte bene, con questa scena super splatter...


Trama: Una notte d'estate, una spiaggia a Long Island. Un uomo e una donna in lunghi giochi d'amore. Poi la donna si immerge nell'acqua per una refrigerante nuotata. La mattina dopo il suo corpo, orrendamente nutilato, viene scoperto poco lontano dal luogo del convegno. La polizia della piccola cittadina balneare di Amity indaga: l'assassino è una spaventosa creatura degli abissi marini, il terribile squalo bianco mangiatore d'uomini, potente e innafferabile macchina di morte. Il capo della polizia, Martin Brody, uomo dai ferrei principi, è intenzionato a chiudere la spiaggia, ma si scontra con gli interessi di altri cittadini che non accettano questa misura di sicurezza, temendo che si diffonda la notizia della presenza dello squalo: il crollo economico di Amity, che vive esclusivamente di turismo, sarebbe inevitabile.
Inoltre l'amministrazione cittadina ritiene che ormai il pescecane se ne sia andato: ma il mostro colpisce ancora e questa volta la vittima è un bambino.
Il capo della polizia inizia la caccia.
Intanto, la comunità viene paralizzata dall'incubo di questa demoniaca presenza: sentimenti, affetti, modi di pensare, vite familiari vengono sconvolte.
Perfino Brody è colpito nella sua vita privata: sua moglie cercherà l'evasione da questo incubo con un vecchio amico attraverso una serie di allucinate fantasie erotiche.
I momenti culminanti del romanzo sono l'amore, l'odio, la ricerca della sopravvivenza, l'intrigo politico, la discesa agli inferi di paure ancestrali, la morte: lo squalo rappresenta la rivolta della natura devastata dall'uomo, la materializzazione di un inconscio collettivo che vuole autopunirsi ed espiare le proprie colpe.
 

"Il grande squalo scivolava silenzioso nelle acque notturne, spinto da brevi colpi della coda a mezzaluna. (...) L'animale era a una dozzina di metri da lei, di lato, quando puntò bruscamente verso sinistra, si immerse completamente sott'acqua e con due rapidi colpi di coda le fu addosso. Dapprima la ragazza pensò di avere urtato uno scoglio o un pezzo di legno galleggiante. Non ci fu dolore immediato, solo un violento strattone alla gamba destra. Abbassò un braccio per toccarsi il piede muovendo la gamba sinistra per tenersi a galla, e muovendo a tentoni la mano in quel buio. Non riusciva a trovare il piede. Cercò più in alto e fu sopraffatta da un'ondata di nausea e vertigini. Le dita cieche avevano incontrato uno spuntone di osso e carne lacerata. E capì che quel caldo fiotto pulsante contro la sua mano nell'acqua gelida era il suo sangue. Dolore e panico l'aggredirono insieme. La donna arrovesciò la testa all'indietro e lanciò un urlo gutturale di terrore. Lo squalo si era allontanato. Inghiottì l'arto della donna senza masticare. Ossa e carne scivolarono oltre l'enorme gola in un'unica contrazione. (...) Le mascelle si serrarono attorno al torso, riducendo in poltiglia ossa, carni e organi interni. L'animale, con il corpo della ragazza tra i denti, ripiombò in acqua facendola schioccare violentemente, sollevando spruzzi vistosi di spuma e sangue e fosforescenze. Sotto la superficie lo squalo scosse rabbiosamente la testa resecando con i denti triangolari, seghettati, i pochi tendini che ancora resistevano. Il cadavere si squarciò in due. (...) L'acqua era striata di sangue e brandelli di carne, e l'animale non riusciva a distinguere i segnali dalla sostanza stessa. Guizzò avanti e indietro nella nube di sangue che andava dissipandosi, aprendo e chiudendo le fauci cercando bocconi a caso." 

"Aggrovigliata in quell'intrico d'alghe era una testa di donna, ancora attaccata alle spalle, con parte di un braccio e circa un terzo del torso. Quella massa di carne sbrindellata era di un grigio azzurrino e mentre rovesciava lo stomaco sulla sabbia, pensò - e questo pensiero gli diede un ulteriore conato - che il seno restante della donna appariva piatto come un fore essicato tra le pagine di un libro"



N.B Più terrorizzante di uno squalo bianco c'è solo uno squalo rettiliano della finanza vestito in giacca e cravatta che odia le persone come me e vuole trucidarci...


La Madre del Giallo Legale: Sara Woods

Info tratte da

Dopo una lunga malattia e un delicato intervento chirurgico dal quale sembrava essersi ristabilita, muore, all'età di 64 anni Sara Woods, una delle grandi Madri del Giallo.

Sara Woods il cui vero nome era Sara Hutton, era nata a Bredford, nello Yorkshire, il 7 marzo 1922. Aveva studiato in scuole private e nel '46 si era sposata con Anthony, ingegnere elettronico. Durante la Seconda Guerra Mondiale aveva lavorato come impiegata in una banca londinese e poi in uno studio legale. Nel 1957 la coppia si era trasferita ad Halifax, in Nuova Scozia, e poi definitivamente in Canada. 

Sara Woods ha scritto una lunga serie di romanzi polizieschi che hanno come protagonista l'avvocato Antony Maitland che è stato definito "l'equivalente inglese di Perry Mason". Il primo è del 1962 e si intitola "Bloody Instructions".

"Scrivo polizieschi a sfondo legale", ha dichiarato una volta la scrittrice in una intervista "perché la giurisprudenza mi ha sempre interessato. E devo dire che con mia grande sorpresa, ho ricevuto spesso dei complimenti per le mie trame. Ho detto con sorpresa non per eccesso di modestia ma perché mi sembra strano in quanto il mio sistema è di inventare una situazione, buttarvi dentro i personaggi e stare a vedere quello che succede. Dal che si può dedurre che il mio interesse principale sta nei personaggi, nello sviluppo dei loro caratteri e delle loro personalità. Forse è anche questo il motivo per cui ho deciso di scrivere una serie con un gruppo di personaggi fissi..."

Citiamo ora un commento del grande critico ed esperto di narrativa gialla, Joeanne Harack Hayne, "Anche se nata in Inghilterra ed educata nello Yorkshire, Sara Woods non ha cominciato a scrivere finché non si è trasferita in Nuova Scozia. Di conseguenza è stata spesso considerata la più grande scrittrice canadese di Gialli, anche se i suoi romanzi sono tutti ambientati in Inghilterra e devono moltissimo alla tradizione britannica fondata da Conan Doyle... le sue opere sono nello stesso stile della cosiddetta età dell'oro perché sono incentrate sulle regole di una buona costruzione... Tutto l'interesse è basato sulla detection... La Woods è leale nei confronti del lettore e in effetti è possibile arrivare alla soluzione dell'enigma usando metodi deduttivi. Inoltre anche se la polizia è presente, i suoi contributi alla soluzione sono irrilevanti e la parte del leone la fa il detective eroe Maitland..."

 Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/06/le-gialliste-piu-famose-dopo-agatha.html https://intervistemetal.blogspot.com/2022/04/romanzi-gialli-le-copertine.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/11/i-classici-del-giallo.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/10/le-signore-del-giallo-miss-marple-e.html



"R.C.I (Reparto Casi Impossibili)" (Racconto Giallo)

 ...ire. Se solo fosse riuscito a trovare le prime quattro lettere mancanti sarebbe stato tutto a posto. Ne era sicuro. "Qual è la parola di sette lettere che significa accasciarsi? Finisce per ire". "Non ne ho la minima idea", disse l'ispettore Stanley Fledge, della Squadra Omicidi di New York. "E se mi ascoltassi per un momento? Abbiamo per le mani un caso. Un caso di omicidio. Ci sta facendo impazzire, e tu sei l'uomo adatto per risolverlo." Paul Dawn si sentì lusingato. Gli piaceva moltissimo che si rivolgessero a lui per avere dei consigli, anche se si sarebbe fatto tagliare un braccio piuttosto di ammetterlo. Prese una sigaretta da una scatola che c'era sulla sua scrivania e l'accese. Poi agitò il fiammifero e lo lanciò con un tiro perfetto nel cestino della carta straccia. "Bel lancio, eh?" Paul era un giovanotto piuttosto attraente. La sua faccia aveva quasi costantemente un'espressione assente. Mentre il suo corpo se ne stava ben piantato nella poltroncina del suo ufficio, la sua mente riusciva a vivere le più eccitanti avventure nelle gelide distese del Polo Nord. "Senti, Paul", insistette l'ispettore Fledge, "non c'è proprio niente di divertente in questa faccenda, lo sai? Non è che ti disturbiamo poi così spesso! Solo nei casi d'emergenza. Perciò fammi il piacere di metter via le tue parole crociate e i tuoi verbi fantasma, e di ascoltarmi." Stanley Fledge era un veterano della Squadra Omicidi. Paul Dawn non lo trovava antipatico, semplicemente non riusciva a capirlo. Fledge era un uomo d'azione, e la cosa disturbava gli schemi mentali di Paul, per il quale "azione" significava starsene comodamente seduto con una buona bottiglia, e non far altro che lasciar vagare la mente. Vedendosi puntati addosso gli ansiosi occhietti da topo dell'ispettore, decise di riatterrare in questo mondo. "Il crimine rientra nel mio reparto?" "Ci puoi giurare. è uno dei crimini più impossibili che ci siamo mai trovati per le mani." "Allora proseguite", disse Paul, e si appoggiò allo schienale pronto ad ascoltare, tamburellando con la punta della matita sul piano della scrivania, con aria assente. Era stata la sua passione per i crimini impossibili, crimini che "non potevano" essere stati commessi che aveva indotto il commissioner ad affidargli un oscuro piccolo ufficio collegato con la Squadra Omicidi, noto come R.C.I., Reparto Crimini Impossibili. "Il problema è questo", disse Fledge, "Ieri sera è stato ucciso un anziano e ricco agente di borsa di nome George Seabrook. Aveva passato la serata con dei parenti poveri... suo nipote Philip e la moglie di Philip, Agnes. Verso le nove Seabrook si è alzato per andarsene. Voleva essere a casa per le dieci. Si sono salutati e i nipoti hanno accompagnato lo zio fino all'ascensore." L'attenzione di Paul fu attratta dal grosso e sporgente pomo d'Adamo di Stanley Fledge. Sobbalzava leggermente in su e in giù ad ogni parola. Quando poi l'ispettore pronunciò la parola "ascensore" il movimento si fece ancora più interessante: il pomo d'Adamo, preso nel vortice delle sillabe, non solo sobbalzò in su e in giù, ma anche un po' lateralmente. Magari Fledge avesse detto ancora ascensore! "I Seabrook", continuò l'ispettore, "abitano in una piccola casa ad appartamentini chiamata Lexington Arms. Hanno un paio di stanze al quarto piano. Il Lexington Arms ha un solo ascensore - Urrà aveva detto ancora ascensore! - ed è uno di quelli automatici, che funzionano con i pulsanti. Sai, premi il pulsante del secondo piano e l'ascensore va al secondo piano... Comunque, George Seabrook è entrato nell'ascensore - un'altra volta! - e ha schiacciato il bottone del pianterreno. Sia Philip che Agnes l'hanno visto schiacciare il pulsante del pianterreno; e lo ha visto anche la signora Battleman, che abita in un altro appartamento del quarto piano. La signora Battleman aveva appena socchiuso la porta di casa sua per ritirare il giornale della sera, che era sullo zerbino, e ha visto Seabrook entrare nell'ascensore. E schiacciare il bottone. E la signora Battleman, Philip e Agnes possono testimoniare che quando l'ascensore ha cominciato a scendere, George Seabrook era in perfette condizioni."  Qualcosa che aveva detto Fledge fece spostare l'attenzione di Paul sull'argomento in discussione. Sarebbe tornato a concentrarsi sul pomo d'Adamo più tardi. "Che cosa intendete per in perfette condizioni?" "Che era vivo". L'ispettore si schiarì la voce, poi proseguì. "Nello stesso momento, Paul, due inquilini del Lexington Arms stavano aspettando l'ascensore al pianterreno. Uno dei due era un certo dottor Herbert Martin, che stava tornando da una visita, e l'altra era una stenografa, la signorina Flora Kingsley. Tra parentesi, la Kingsley anni fa lavorava per Seabrook. I due aspettavano al pianterreno. Erano circa le nove. Hanno visto l'indicatore di posizione dell'ascensore fermarsi sul quarto piano, poi spostarsi dal quarto al pianterreno. Entrambi non hanno mai staccato lo sguardo dall'indicatore, e giurano che non si è mai fermato durante la discesa della cabina. In altre parole, da quando George Seabrook è entrato nella cabina a quando è arrivato al pianterreno l'ascensore non ha fatto nessuna sosta intermedia. Adesso ti dirò qualcosa sulla struttura dell'ascensore. è di legno solido... pareti, pavimento e soffitto sono assolutamente solidi. Non ci sono porte segrete o entrate nascoste. L'unica via d'accesso è la porta. E il meccanismo è fatto in modo che la porta non si apre se l'ascensore è in movimento. Perciò, dato che l'ascensore era in movimento tra il quarto piano e il pianterreno, la porta non può essere stata aperta. E, dato che la porta era l'unica via d'accesso all'ascensore, nessuno può esserci entrato o esserne uscito mentre George Seabrook scendeva. Afferrato il concetto?" Paul annuì. "Ma non vedo dove volete arrivare, Fledge." "Solo a questo." L'ispettore si sporse in avanti e parlò con aria assorta. "Quando Seabrook è entrato nell'ascensore era ancora vivo. Nell'ascensore non c'era nessun altro. La cabina è scesa direttamente, senza fare nessuna sosta. Eppure, quando l'ascensore è arrivato al pianterreno, il dottor Martin e la signorina Kingsley, aprendo la porta hanno trovato George Seabrook morto sul pavimento dell'ascensore con un coltello nella schiena." Fledge sbatté il palmo della mano sul piano della scrivania per sottolineare il concetto. "E se questo non è crimine impossibile, vorrei proprio sapere che cos'è!" Nella stanza si fece un profondo silenzio. Paul Dawn stava riflettendo. In un modo lento e pigro, naturalmente, ma per lui qualsiasi forma di concentrazione comportava un notevole sforzo. Normalmente otteneva migliori risultati lasciando andare a ruota libera la sua mente e consentendole di spaziare a piacere. Adesso invece stava pensando al Crimine Impossibile dell'ascensore. Paul dava sempre dei nomi ai suoi casi: etichettandoli li teneva meglio sotto controllo. Continuò a tamburellare con la punta della matita sulla cartelletta che c'era sulla scrivania. Per il momento il pomo d'Adamo di Stanley Fledge era completamente dimenticato. "Allora, Paul, cosa ne pensi?", chiese Fledge in tono ansioso. "Cosa ne penso... di cosa?" "Del caso. Del delitto impossibile." "Cerco di non pensarci", disse Paul. "Comunque, è interessante." "Io lo troverò interessante solo quando saremo riusciti a risolverlo." Paul fece un anello di fumo quasi perfetto, un virtuosismo che gli dava sempre una grande soddisfazione. "Ho delle visioni", disse all'improvviso, e Fledge lo guardò con aria strana. Paul chiuse gli occhi. "Vedo la nostra vittima, George Seabrook. è nell'ascensore, probabilmente convinto di essere assolutamente solo. Poi succede qualcosa. La macchina si mette in moto. Il congegno automatico, qualunque esso sia, comincia a vibrare, e un coltello viene affondato nella schiena di George Seabrook. Poi il nostro assassino svanisce. Molto melodrammatico! E ancora più melodrammatico in quanto, da ciò che mi avete detto, le cose non possono essere andate così." "Eppure", disse l'ispettore sfregandosi il mento con aria assorta, "sembra proprio che non possano essere andate in nessun altro modo." "Mi domando come è successo", disse Paul. "Gli asini non volano. Le automobili non si trasformano in canguri. E gli assassini non spariscono nelle trombe degli ascensori. è un caso molto complesso." "Già, complesso", Fledge scosse la testa con espressione cupa. "Allora, cosa te ne pare? Ti interessa?" "Sì e no". "Certo che mi interessa", pensava invece Paul. Erano settimane che non gli capitava un caso così interessante. Ma era meglio non darlo a vedere. Annoiato e superiore... questa era l'impressione che bisognava dare. "A proposito, Fledge, vi è venuta in mente la parola di sette lettere che significa "accasciarsi"? Ricordatevi che finisce per "ire". "Non ci ho nemmeno pensato", rispose l'ispettore in tono irritato. "Allora, vuoi occuparti del caso?" "Mi occuperò del caso" Paul fece un altro anello di fumo che, notò con piacere, era all'altezza delle sue tradizioni. "Questo sì che è un bel caso", disse Paul Dawn ad alta voce, anche se in realtà parlava solo a se stesso. L'osservazione era stata provocata dalla sua prima occhiata all'ascensore automatico del Lexington Arms. Non c'era nemmeno bisogno di dare una seconda occhiata. L'ascensore era affettivamente solido, addirittura impenetrabile. Nessuna fessura sospetta nelle pareti. Nessuna sporgenza ingiustificata nel soffitto. Nessuna apertura nascosta nel pavimento. Con la porta chiusa, pensò Paul, sarebbe stato difficile anche per un insetto entrare in quell'ascensore. Pensò a quanta fatica gli sarebbe stata risparmiata se il costruttore avesse gentilmente sistemato una botola nel pavimento o dei pannelli scorrevoli nelle pareti... Ma quello era il tipo di enigma che gli piaceva, come quell'introvabile parola di sette lettere che voleva dire "accasciarsi". Si chiese se provando un paio di volte ad accasciarsi magari non avrebbe trovato la risposta. Con uno sforzo tornò a concentrarsi sul problema immediato. "A chiusura ermetica", disse Stanley Fledge. "Si direbbe che non ci sia proprio nessuna possibilità di entrarci. Eppure qualcuno deve averlo fatto. è una cosa inquietante, Paul. Non posso proprio dire di trovare confortante l'idea di un assassino invisibile che giri in libertà. Allora, forza, diamoci da fare!" Ecco concentrata in poche parole la filosofia di Fledge, pensò Paul. L'ispettore Stanley "Diamoci-da-fare" Fledge. I tipi superattivi sconvolgevano il sistema nervoso di Paul. "Diamoci da fare... come?", chiese. "Interroghiamo le persone sospette! Cerchiamo degli indizi! Risolviamo il caso! Forza, muoviamoci." Paul continuò a fumare tranquillamente la sua sigaretta e si sedette sull'unica sedia che c'era nel malandato ingresso del Lexington Arms. "Io mi darò da fare stando qui", disse. "Ho un paio di domande da fare proprio a voi." "Non l'ho commesso io il delitto!" Paul ignorò l'osservazione. "Prima di tutto, le impronte. Ne avete trovate?" Fledge sbuffò con aria irritata. "Fin troppe. Ieri l'hanno usato praticamente tutti gli inquilini della casa, quell'ascensore. Ma le impronte più chiare sono quelle di George Seabrook." "Avete trovato l'impronta del suo pollice sul pulsante del pianterreno?" "Certo. è il primo posto che abbiamo controllato." "E avete trovato l'impronta di Seabrook anche su qualche altro pulsante?" Fledge sollevò  lo sguardo con espressione sorpresa.  "Perché me lo chiedi?" "Allora, l'avete trovata?" "Sì, naturalmente." Anche se Paul provava un vivo interesse per l'argomento, la sua faccia non lo dava minimamente a vedere. La sua espressione era placida e distaccata. Gli occhi semiaddormentati. Tralasciò completamente la domanda più ovvia, e disse invece: "Che cosa ha detto il medico legale?" "Che è morto per ferite da arma da taglio. Una morte istantanea! Ehi, un momento!", la faccia di Fledge era un capolavoro di sbigottimento. "Non mi chiedi su quale altro pulsante abbiamo trovato l'impronta di Seabrook?" "Sul pulsante del quarto piano", disse Paul con aria assente. "Che cosa ha detto il medico legale sulle condizioni fisiche generali di Seabrook?" Il collo di Fledge stava avvampando. "Come fai a sapere che l'impronta del pollice di Seabrook era sul pulsante del quarto piano?" "Basta usare la logica", spiegò Paul in tono paziente. "Quando è sceso dal quarto piano ha schiacciato il bottone del pianterreno, perciò prima, quando è salito dal pianterreno, deve aver schiacciato il bottone del quarto piano. Non vi pare?" Fledge annuì con aria dubbiosa. Paul fece un altro anello di fumo. "Vi ripeterò la mia domanda: che cosa ha detto il medico legale delle condizioni fisiche di Seabrook?" "Ha detto che erano cattive. Seabrook era un uomo malato." "E cosa ha detto il suo medico?" "Il medico di Seabrook? Ma è proprio il dottor Herbert Martin, quello che ha trovato il cadavere! Non gliel'ho ancora chiesto." "E perché non gliel'avete chiesto?" "Non mi è sembrato importante." "Non vi è sembrato importante!" Paul guardò Fledge con la tipica espressione "ma-non-la-sai-usare, la testa?" e la faccia dell'ispettore si fece violacea. Buona tattica, pensò Paul. Metterlo in imbarazzo. Fargli notare la sua mediocrità e la tua superiorità. Mentalmente Paul si complimentò con se stesso. "Quando cominciamo a interrogare i sospetti?", chiese timidamente Fledge. "Appena avrò scoperto con che tipo di coltello è stato pugnalato Seabrook." "Con un normale coltello da tasca. L'assassino l'ha colpito varie volte." "C'erano impronte?" "Nemmeno una. Solo qualche ditata, come se l'uomo che maneggiava il coltello portasse dei guanti." Con un grosso sforzo Paul si risolse ad alzarsi dalla sedia. L'ispettore Fledge accolse con enorme piacere la notizia che adesso avrebbero interrogato i sospetti. E Paul sapeva il perché: l'ispettore era noto in seno alla polizia per la sua abilità nell'interrogare a fondo la gente. Gli piaceva tirar fuori le informazioni anche ai testimoni più reticenti. A volte gli piaceva ancora di più che averle direttamente da testimoni pronti a collaborare. "Ho dato istruzioni perché nessun inquilino usi l'ascensore", disse Fledge. "Ma noi possiamo usarlo." Entrò con Paul nella cabina, chiuse la porta esterna poi quella interna, e schiacciò col pollice il pulsante col numero quattro. "Per prima cosa parliamo con i coniugi Seabrook. Mentre salivano, indicò a Paul una grande X disegnata col gesso in un angolo della cabina. "è il punto esatto in cui è stato trovato il cadavere... dove c'è la X. Quando l'hanno visto il dottor Martin e la signorina Kingsley, il corpo era a terra nell'angolo. Con la schiena contro la parete e il coltello che gli sporgeva dalla schiena." L'ascensore si fermò, e i due uscirono nel corridoio del quarto piano. "Il 5 E", disse l'ispettore suonando il campanello. "Adesso possiamo darci da fare per risolvere questa faccenda". Paul provò un moto di disgusto

Paul Dawn aveva un modo di fare tutto suo con i sospetti. Riusciva a ricavare più informazioni dai testimoni col suo modo di fare tranquillo e casuale che Stanley Fledge coi suoi interrogatori pressanti e imperiosi. Paul spiegava la cosa dicendo che "li prendeva in contropiede", che in fondo è una spiegazione come un'altra.

Agnes Seabrook era una graziosa biondina con un sorriso simpatico e la testa vuota. Suo marito era un tipo più attento. Basso e grassoccio, con dei grandi occhi dietro agli occhiali con la montatura scura. Al cospetto dei due rappresentanti della legge sembrava piuttosto nervoso. "Vi dirò subito che la cosa sta diventando veramente seccante", esordì in tono agitato. "Con tutta la polizia che viene avanti e indietro tutto il giorno  a farmi delle domande idiote, oggi non sono nemmeno riuscito ad andare in ufficio!" "Mi dispiace molto, signor Seabrook", cercò di ammansirlo Fledge. "Ma la routine è la routine. Credo di potervi promettere che questa sarà l'ultima volta che vi faremo delle domande." "Me lo auguro! Quando è troppo è troppo. Vi dirò subito che..." Fledge si schiarì la voce. "Signor Seabrook, volete raccontarmi di nuovo che cosa è successo ieri sera?" "Per l'ennesima volta... abbiamo cenato con lo zio George, poi alle nove lui ha dovuto andarsene perciò lo abbiamo salutato, lo abbiamo accompagnato all'ascensore, lui ha schiacciato il bottone del pianterreno, ci siamo salutati un'altra volta, e l'ascensore si è chiuso. Tutto qui." "E tutto questo l'ha visto anche la vostra vicina, la signora Battleman?" "Sì. Quella ficcanaso è uscita per ritirare il giornale della sera, ma in realtà credo che volesse più che altro dare un'occhiata allo zio George... al grande finanziere e così via. è una vecchia intrigante." "Non è una vecchia intrigante, Phil!", reagì con aria indignata la signora Seabrook, facendo sentire per la prima volta la sua voce. "è una donna colta e affascinante. Ed è anche una delle ragazze più simpatiche che conosco." "Altro che ragazza! Se quella è sotto ai 75 mangio un gatto!" "Siete assolutamente sicuri che il signor George Seabrook era ancora vivo quando si è chiuso l'ascensore?", disse Fledge. "Be'... non sembrava affatto morto", disse con voce titubante Agnes Seabrook. Philip raddrizzò le spalle per assumere un atteggiamento sdegnoso. "Io so ancora distinguerlo un uomo vivo da un cadavere, ispettore." "E il movente?", chiese Fledge, cambiando argomento. "Signor Seabrook, riuscite a pensare a qualche motivo per cui qualcuno possa aver ucciso vostro zio?" "Non ne ho la minima idea", dichiarò Philip guardando Fledge con aria di sfida. "A me sembra che questo sia un compito che spetti a voi, ispettore." "Infatti", disse Fledge con aria seccata. Poi si rivolse ad Agnes. "E a voi viene in mente qualche possibile motivo?" "Certo. C'è un sacco di gente che poteva volere la morte dello zio George." "Davvero? E chi?" "Be', Philip e io, per esempio." La faccia di Philip avvampò. "Ma sei proprio stupida, Agnes!" "Non è vero", replicò Agnes. Poi rivolgendosi all'ispettore, aggiunse: "Tanto l'avreste scoperto, prima o poi. A noi non stava affatto simpatico George Seabrook. Stava simpatico a pochissima gente. Si dava un sacco di arie, era pomposo, credeva di avere sempre ragione... un vecchio insopportabile, insomma. Non gli piaceva l'idea che Philip mi sposasse, e quando l'ha fatto ha deciso di concedermi una specie di periodo di prova di sei mesi. Negli ultimi sei mesi, da quando ci siamo sposati cioè, ha continuato ad autoinvitarsi da noi a cena, quasi tutte le settimane. E sapete una cosa? Veniva solo per controllarmi, e vedere se andava tutto bene. Be', a noi la cosa non piaceva affatto. A noi non va di essere trattati a quel modo da un parente ricco. C'erano delle volte in cui l'avrei ucciso con le mie stesse mani!" Che fenomeno, pensò Paul. Una testa vuota... con del cervello! Non avendo altro di meglio da fare, decise di farle una domanda. "Scusatemi, signora Seabrook..." La sua voce era abbastanza tranquilla, ma tutti trasalirono al sentirla. "Mi stavo domandando una cosa... Se davvero detestavate a tal punto vostro zio, perché l'avete sempre sopportato?" "è proprio quello che volevo chiedere io", disse Fledge. "Per i soldi!", sbottò Philip Seabrook all'improvviso. "Che cosa credevate? Lo zio George era ricco, e io no. Ma io ero il suo unico parente ancora vivo. E se questo non vi dice niente..." "Sopportavate in vista di un utile?", chiese Fledge. "Sopportavo! E adesso mi prendo tutto. Questa mattina mi ha telefonato l'avvocato dello zio. E non posso proprio dire che la morte di mio zio mi dispiaccia! Anzi, per dire la verità, è un bel sollievo che sia morto. Non ho mai avuto uno stipendio da Rockefeller." Ci fu una pausa carica di tensione. Questa sì che è bella, pensò Paul Dawn. Non gli capitava spesso di trovarsi tra le mani un bel movente in confezione regalo. Ma l'ispettore Fledge era esitante. In circostanze normali, un poliziotto avrebbe arrestato un sospetto dopo un'ammissione del genere... ma quel caso era diverso. Fledge non poteva fare proprio niente. Paul sorrise, chiedendosi come diamine avrebbe fatto l'ispettore a incriminare qualcuno per un delitto che nessuno poteva aver commesso. Con un po' di preoccupazione improvvisa, si chiese anche come se la sarebbe cavata lui stesso in quella situazione. Rimaneva comunque il fatto che qualcuno doveva essere entrato in quell'ascensore - a parte il fatto che nessuno poteva averlo fatto. "Hai qualche domanda da fare prima che ce ne andiamo, Paul?", disse Fledge, alzandosi. "Be', sì. Una sola", rispose Paul guardando i coniugi Seabrook con la stessa espressione sonnacchiosa. "Signore o signora Seabrook... forse uno di voi due può dirmi una cosa. Vi viene in mente una parola di sette lettere che significa "accasciarsi" e che finisce per ire?" I coniugi Seabrook, sbigottiti, lo guardarono con espressione vuota, e i due detective uscirono. Una volta nel corridoio Fledge espresse tutta la sua perplessità. "Senti, Paul... ma sei sicuro di sapere quello che fai?" "Magari si tratta di un suicidio." "Un suicidio!", reagì Fledge con voce resa gelida dalla collera. "E come avrebbe fatto il nostro cadavere suicida a ficcarsi un coltello nella schiena?" "Magari era un contorsionista", fu la risposta sarcastica di Paul. Il dottor Herbert Martin era uno di quei medici robusti e bonari che non abbandonano mai l'atteggiamento "da capezzale". Paul e Fledge andarono a trovarlo nel suo studio del centro, e vennero accolti con effusioni. "Accomodatevi pure! Sono contento di vedervi. Posso fare qualcosa per voi? Che cosa orribile, vero? Proprio orribile. Che cosa desiderate sapere?" Il dottore aveva il vizio di sfregarsi continuamente le manone nel parlare, un gesto molto professionale. "Vorremmo solo sapere ancora una volta come sono andate le cose, dottore", disse Fledge in tono garbato ma formale. "Come sono andate le cose? Be', vediamo." Il medico meditò per qualche attimo in silenzio. "Ero appena rientrato da una visita... una donna anziana che ho in cura da anni. è un'ipocondriaca, e mi dà un sacco di soldi per sentirsi dire che ha qualcosa che non va. In realtà è sana come un pesce, se non di più. Ma io devo pur vivere... Ad ogni modo, sono arrivato davanti all'ascensore proprio mentre la porta si stava chiudendo. Ho schiacciato il pulsante, e ho aspettato. L'indicatore, partendo dal pianterreno, si è spostato fino al quarto piano, poi ha cominciato a tornare indietro. Nel frattempo è arrivata anche un'altra inquilina, e così abbiamo aspettato insieme." "Era la signorina Flora Kingsley?" "L'ho saputo più tardi. Abito da poco nella casa, e comunque non faccio mai molta amicizia con i vicini. è il guaio di noi newyorkesi... stiamo troppo sulle nostre. Ma questo non c'entra. La signorina Kingsley e io abbiamo aspettato che l'ascensore arrivasse al pianterreno; poi quando è arrivato ho aperto la porta e... l'ho visto." Paul ebbe l'impressione che il dottore stesse leggermente tremando. "Era accovacciato nell'angolo dell'ascensore, con la schiena appoggiata alla parete. Io mi sono precipitato da lui, ma ho raccomandato alla signorina Kingsley di tenersi indietro. Infatti è rimasta sulla soglia, a guardare. Io mi sono chinato sul corpo, e ho visto il coltello. La signorina ha gridato. "è morto", le ho detto. "Andate a telefonare alla polizia". Al primo momento era rimasta come impietrita, ed è per questo che l'ho mandata a telefonare alla polizia... perché non avesse una crisi isterica. Pochi attimi dopo è tornata, e abbiamo aspettato insieme. Finché siete arrivato voi, ispettore." Abbastanza convincente, pensò Paul. "Dottore", chiese con voce strascicata, "voi eravate il medico di George Seabrook?" "Sì". Gli occhi di Martin erano fermi e tranquilli. "Non era in buona salute, vero?" "Infatti. Soffriva di cuore. E di reni. Aveva dei mancamenti e dei terribili mal di testa. Soffriva molto, immagino." "Tanto da suicidarsi, secondo voi?" Il medico ebbe un attimo di esitazione. Poi disse: "Può darsi." "Ma non è una cosa sicura." "è una supposizione." "Grazie, dottor Martin." "A proposito...", aggiunse ancora Martin. "è un bell'enigma, vero, il modo in cui è stato commesso il delitto?" "Sicuro", confermò Paul. "A proposito di enigmi, conoscete per caso una parola di sette lettere che vuol dire "accasciarsi"? Finisce per "ire". "è per le parole incrociate?", chiese Martin in tono gioviale. "Una volta le facevo anch'io. Ormai sono fuori esercizio." "Allora, la conoscete quella parola?" "No."

Paul riusciva facilmente a capire come mai la signorina Kingsley non si fosse mai sposata nei suoi sessant'anni di vita. Aveva le labbra sottili, una faccia lunga e pallida, e due occhi penetranti e minacciosi.
A Paul sembrava uscita da un film di Boris Karloff. E il fatto che avesse una pettinatura molto moderna serviva solo ad aumentare l'effetto diabolico dell'insieme.
"Che cosa volete chiedermi?", domandò la donna con voce piatta e metallica.
"Signorina Kingsley, noi vorremmo solo la vostra versione di ciò che è successo ieri sera."
La donna raccontò tutto in breve, con delle frasi precise, come se avesse imparato la storia a memoria. La sua versione collimava quasi perfettamente con quello che aveva detto il dottor Martin. Paul fece particolarmente caso alla descrizione delle sue reazioni al delitto.
"Sono rimasta sconvolta", disse la signorina Kingsley.
"Il dottor Martin ha detto che l'uomo era morto, e a quel punto devo aver gridato... una cosa assolutamente sconveniente."
"Un tempo lavoravate per il dottor Seabrook?"
"Sì", disse la donna stringendo ulteriormente le labbra. "Molti anni fa."
"Perché l'avete lasciato?"
"Perché si era ritirato dagli affari."
"E sapete perché?"
"No."
"E non si diceva a quel tempo che la ragione per cui aveva dovuto ritirarsi dagli affari era che si era appropriato illecitamente dei fondi dei suoi azionisti?"
"Non è mai stato dimostrato!", reagì la signorina Kingsley alzandosi di scatto. Era la prima volta che tradiva un'emozione. Un attimo dopo si lasciò ricadere, vinta, sulla sedia. 
"Scusatemi. Sì, l'ho sentito dire."
"E voi ci avete creduto?"
La donna annuì.
"Grazie. E... le fate mai le parole crociate, signorina Kingsley?"
La donna guardò Paul per un attimo con espressione sospettosa, poi i suoi lineamenti si irrigidirono. Si alzò in piedi e affrontò i due uomini con piglio deciso.
"Adesso, signori, vi prego di uscire."
"Non avete risposto alla mia domanda", le fece notare Paul in tono garbato.
"Infatti. Buongiorno.

"Quella sera i due uomini erano alla centrale di polizia.
"Siamo in un vicolo cieco!", urlò Stanley Fledge. "A un punto morto! Maledetti ascensori! Ne ho le tasche piene! Potrei interrogare ciascuno dei testi, e farlo cantare, se solo avessi qualche indizio riguardo a quel dannato ascensore... Come diavolo ha fatto l'assassino a entrarci? Cosa è successo? Sto diventando pazzo? Me la sto sognando, tutta questa storia? Come ha fatto l'assassino a entrare in quell'ascensore?"
"L'assassino non ci è entrato", disse con molta calma Paul.
Fledge spalancò la bocca e dilatò gli occhi.
"Cosa?"
"Ho detto che l'assassino non è entrato in quell'ascensore."
"Tu sai come sono andate le cose?"
Paul si accese con mano ferma una sigaretta, ed esalò il fumo dalla bocca e dal naso. "Lo so da un pezzo. Il difficile era dimostrarlo."
"E sei riuscito..." Fledge deglutì con aria sconcertata... e sei riuscito a dimostrarlo?
"Sì. Venite domani mattina nel mio ufficio, e vi spiegherò tutto."
Paul si alzò e aggiunse: "è meglio che veniate presto. Alle dieci e mezza arriverà il giornale, e io avrò molto da fare... con le parole crociate."

Paul Dawn teneva una bottiglia di whisky nel cassetto della scrivania, a scopo terapeutico.
Dopo aver sentito qual era la soluzione dell'enigma, l'ispettore Fledge sarebbe stato talmente trasecolato che si sarebbe scolata mezza bottiglia in tre lunghi sorsi.
"è una cosa così semplice", disse Paul. "Così facile. L'ho intuita fin dal principio."
Ed effettivamente era semplice, semplicissima. Ma non molto ingegnosa, si affrettò ad aggiungere Paul. E risultò ancora più ingegnosa dal modo in cui lui la spiegò.
"Basta usare un po' di immaginazione. è per questo che questi crimini impossibili sono pane per i miei denti. Può darsi che mi manchino un sacco di cose... l'iniziativa, o l'energia, per esempio. Ma una cosa che non mi manca certo è l'immaginazione. "L'ispettore Fledge sarebbe stato l'ultimo a negarlo.
"Ecco come sono andate le cose", disse Paul. "Nel risolvere questi delitti impossibili bisogna considerare i fatti con occhi duri, senza sentimentalismi. Bisogna escludere i fantasmi, o gli uomini invisibili, o complicate operazioni eseguite col telecomando. Si deve mettersi bene in testa che non esistono delitti impossibili. è quello che ho sempre avuto ben chiaro in testa, fin dal primo momento. George Seabrook è stato ucciso. Qualcuno è entrato nell'ascensore e gli ha ficcato un coltello nella schiena. E per entrare nell'ascensore l'assassino deve esser passato per forza da una via d'accesso. Ora, di vie d'accesso ce n'era solo una... l'avete controllato ripetutamente voi stesso. C'era un'entrata sola. Ho controllato meticolosamente anch'io e ho trovato anch'io un'entrata sola... la porta dell'ascensore. Perciò l'assassino deve essere entrato quando la porta dell'ascensore era aperta. Ma la porta non può aprirsi mentre l'ascensore è in moto, e in tutta questa vicenda la porta dell'ascensore si è aperta solo due volte: quando la cabina era al quarto piano, e quando la cabina era al pianterreno. Perciò George Seabrook è stato ucciso mentre l'ascensore era o al quarto piano o al pianterreno. Bene, consideriamo questi due momenti.
Quando Seabrook è entrato nell'ascensore era ancora vivo. Quando ha premuto il pulsante dell'ascensore era ancora vivo. Quando si è chiusa la porta era ancora vivo. Tre persone diverse l'hanno confermato, compresa una donna che può essere considerata un'outsider. In base a questo possiamo concludere che Seabrook non può essere stato ucciso mentre l'ascensore era al quarto piano.
Perciò deve essere stato ucciso mentre l'ascensore era al pianterreno!"
"Però appena la porta dell'ascensore si è aperta al pianterreno", obiettò Fledge, "due diversi testimoni hanno visto Seabrook sul pavimento con un coltello nella schiena."
"Davvero? è lì che ci siamo sbagliati. Che cosa sappiamo, e che cosa abbiamo dato per scontato? I testimoni hanno detto che Seabrook era a terra con un coltello nella schienza, ma i testimoni hanno visto Seabrook solo dalla porta dell'ascensore. La schiena di Seabrook era rivolta alla parete. In realtà quello che entrambi i testimoni hanno visto è solo Seabrook sul pavimento della cabina. La signorina Kingsley è rimasta tutto il tempo sulla porta. Contrariamente a quanto dice, non può aver visto quel coltello nella schiena di Seabrook."
Fledge agitò la mano in direzione di Paul, come uno scolaro che vuol dire qualcosa. "Un momento!", esclamò l'ispettore, "stai correndo troppo per me. Che cosa importa se la signorina Kingsley non ha visto il coltello...? Lo ha visto il dottor Martin!"
"Davvero?" 
Paul fece una pausa, poi con un sorrisetto compiaciuto disse: "è proprio questo il punto, Fledge. Il dottor Martin ha visto davvero il coltello nella schiena di Seabrook o ha solo detto di aver visto il coltello nella schiena di Seabrook?
Mettiamo insieme i fatti. Martin ha detto che la signorina Kingsley ha gridato, e poi, lui ha detto "è morto!"
La signorina Kingsley invece afferma che prima Martin ha detto "è morto!" e poi lei ha gridato. Perché uno dei due dovrebbe mentire? Secondo me Martin ha mentito perché quell'esclamazione "è morto!" l'ha fatta di proposito. Ha detto "è morto!" per condizionare psicologicamente la signorina Kingsley, per metterle in testa la falsa idea di aver visto Seabrook morto, mentre in realtà lei aveva visto solo Seabrook sul pavimento.
Sapendo che Seabrook non era morto, come mai era a terra? E a questo punto ci troviamo di fronte a uno dei più straordinari scherzi del destino che io abbia mai visto in vita mia.
Vi ricordate la mia parola di sette lettere che voleva dire "accasciarsi" e che finiva per -ire? Be', è esattamente quello che ha fatto Seabrook.
è stato lui a fornirmi la parola giusta. Si è accasciato... è svenuto!
Non capite? Seabrook ha avuto uno dei suoi mancamenti mentre scendeva con l'ascensore. Il dottor Martin ha detto che ci andava soggetto. Quando l'ascensore è arrivato al pianterreno, Martin ha visto Seabrook per terra, e ha intuito immediatamente che cosa era successo. E gli è venuta un'idea: quella di sfruttare il fatto che Seabrook fosse svenuto nell'ascensore.
Immediatamente ha cominciato a recitare la commedia per dare a intendere alla signorina Kingsley che Seabrook fosse morto. Si è precipitato accanto al cadavere e ha gridato "è morto!", indicando un immaginario coltello nella schiena di Seabrook, che la signorina Kingsley non poteva assolutamente vedere per via della posizione del corpo, e ha tenuto sempre la donna a distanza di sicurezza. Ha fatto in modo che tutto sembrasse naturale e realistico, e con la sua commedia è riuscito a convincere la povera signorina Kingsley di aver visto davvero un cadavere.
Dopo di che si è liberato di lei... mandandola a telefonare alla polizia.
E questo è un altro punto contro il dottor Martin, perché l'unica delle persone sospette che sia stata da sola con Seabrook dal momento in cui il vecchio è entrato nell'ascensore è proprio lui.
Mentre la signorina Kingsley stava telefonando alla polizia, Martin si è chinato su Seabrook e si è infilato i suoi guanti di gomma... li aveva nella valigetta perché era appena tornato da una visita. Si è messo i guanti, ha accoltellato Seabrook e ha rimesso i guanti nella borsa.
Probabilmente Martin si sentiva in una botte di ferro: finché la signorina Kingsley avesse mantenuto la sua versione dei fatti, e che la mantenesse era una cosa sicura, non avrebbe avuto alcun motivo di preoccuparsi. Perché lei gli avrebbe sempre fornito un ottimo alibi, testimoniando che Seabrook era già morto quando Martin non aveva ancora avuto nessuna possibilità di ucciderlo. è chiaro?"
L'ispettore Fledge aveva il respiro un po' affannoso e si stava asciugando il sudore della fronte. 
"Solo un'altra cosa... dammi il movente, e io metterò le manette al dottor Martin."
"Il movente", disse Paul Dawn, "l'avevamo sotto il naso fin dal principio. La signorina Kingsley ha confermato il fatto che un tempo Seabrook aveva dovuto chiudere il suo ufficio perché aveva usato con troppa disinvoltura i soldi dei suoi clienti. Un sacco di azionisti hanno perso parecchio denaro per colpa sua, perciò è pensabile che uno di loro ce l'avesse con lui da anni e anni. Perché non provate a indagare sul passato di Martin?"
"Adesso è meglio che scappi e mi dia da fare", disse l'ispettore Fledge con convinzione. "Ah, senti... questo caso ci ha fatto proprio sudare. Non avresti per caso qualcosa da bere?"
Paul l'aveva. E fu allora che l'ispettore si scolò da solo mezza bottiglia.



"Uno sconosciuto nella mia tomba" di Margaret Millar

Daisy Fielding Harker, donna fragile e insicura, circondata da un marito premuroso ma pedante e da una madre asfissiante ed eccessivamente perbenista, ha sognato di vedere la propria tomba al cimitero di San Félice. La data di nascita incisa sulla lapide del sogno corrisponde alla sua, quella della morte risale inspiegabilmente a quattro anni prima. Eppure, quella data non può essere casuale: in quel giorno dev'essere accaduto qualcosa di terribile che lei ha successivamente rimosso. Per uscire dall'incubo, Daisy sente di doversi rivolgere ad un investigatore più che ad uno psicanalista. E Steve Pinata, private eye, scopre non solo che la tomba esiste veramente ma, cercando di districare una complicata ragnatela di rapporti familiari, si imbatte in un delitto accuratamente sepolto nel passato.  Giallo ingegnoso e straordinariamente complesso, "Uno sconosciuto nella mia tomba" divenne un grande successo.