Agatha Christie


"Ciao, tesoro."
"Ciao, amore."
Alix Martin restò appoggiata al cancelletto rustico, a seguire con lo sguardo la figura del marito che si allontanava sempre di più: stava camminando sulla strada in direzione del villaggio.
Ben presto scomparve dietro la curva ma Alix continuò a rimanere nella medesima posizione, accarezzandosi distrattamente una ciocca dei folti capelli castani che il vento le aveva buttato in faccia, con un'espressione remota e sognante negli occhi.
Alix Martin non era bella e neppure carina, a rigori di termini. Però il suo volto, quello di una donna non più giovanissima, era talmente raggiante e ammorbidito che le vecchie colleghe, dei tempi in cui lavorava in un ufficio, avrebbero faticato a riconoscerla.
La signorina Alix King era stata una giovane donna ordinata e pratica, efficiente, un po' brusca di modi, chiaramente capace e concreta.
Non aveva mai saputo valorizzare quei suoi stupendi capelli castani, anzi tutto il contrario.
La sua bocca, per quanto larga e generosa, era stata ridotta a una linea sottile e severa.
I suoi vestiti erano lindi e pratici, senza un briciolo di civetteria.
Alix era uscita con tutti gli onori da una scuola molto dura.
Dai diciotto ai trentatré anni, per quindici anni, si era mantenuta (e, per sette di questi quindici, aveva anche mantenuto una madre inferma) lavorando come steno-dattilografa.
Era stata la lotta per l'esistenza a indurire le fattezze del suo viso fanciullesco.
è vero che c'era stata una storia d'amore… per così dire.
Dick Windyford, un collega di lavoro. Alix, che era estremamente femminile nei suoi sentimenti, aveva sempre saputo (ma senza darlo a vedere) che lui le voleva bene.
All'apparenza, erano stati amici, nient'altro che amici.
Dick doveva impiegare parte del suo magro stipendio per mantenere agli studi un fratello minore.
Per il momento, non poteva pensare al matrimonio.
Nonostante questo, quando Alix faceva progetti per il futuro, era sempre con la certezza più o meno sicura che, un giorno, sarebbe stata la moglie di Dick.
Provavano affetto l'uno per l'altro, ecco come avrebbe definito Alix quello che c'era tra loro, ma erano persone con la testa sulle spalle, tutte e due.
C'era tutto il tempo che volevano, inutile commettere qualche passo avventato. Così gli anni erano passati.
E poi alla ragazza era capitata nel modo più impensato la possibilità improvvisa di liberarsi della fatica quotidiana.
Una lontana cugina era morta lasciando ad Alix i suoi soldi.
Qualche migliaio di sterline, abbastanza perché ne fruttassero duecento all'anno.
Per Alix, questo significava la libertà, la vita, l'indipendenza.
Adesso lei e Dick non avrebbero più dovuto aspettare.
Invece Dick ebbe una reazione inaspettata.
Lui, che non aveva mai parlato esplicitamente ad Alix del proprio amore, adesso sembrava meno disposto di prima a farlo. La evitava, era diventato ombroso e triste.
Alix fece in fretta a capire la verità.
Lei era diventata una donna ricca.
La delicatezza e l'orgoglio impedivano a Dick di chiederla in moglie.
Non per questo, le piaceva meno e stava proprio decidendo se fare lei il primo passo quando, per la seconda volta, capitò un avvenimento inaspettato.
Fece la conoscenza di Gerald Martin in casa di un'amica.
Lui si innamorò pazzamente di Alix e, nel giro di una settimana, si fidanzarono.
Alix, che si era sempre considerato il tipo che "non sa cosa sia il colpo di fulmine", si lasciò travolgere dalla passione.
Senza volerlo, aveva trovato il modo di scuotere l'antico innamorato: Dick era venuto da lei, tanto furioso e arrabbiato da balbettare, addirittura!
"Quell'uomo è un perfetto sconosciuto per te. Non sai niente di lui."
"So che lo amo."
"Come puoi saperlo... in una settimana?"
"Non a tutti ci vogliono undici anni per scoprire che sono innamorati di una ragazza!", gli aveva gridato Alix, infuriata. per tutta risposta.
Lui diventò pallidissimo.
"Ti ho voluto bene dal primo giorno che ti ho conosciuto. Credevo che anche tu mi volessi bene", le disse.
"Lo credevo anch'io", ammise Alix. "Ma perché non sapevo cosa fosse l'amore."
A questo punto Dick non era più riuscito a controllarsi. Preghiere, suppliche, perfino minacce. Minacce contro l'uomo che l'aveva soppiantato. Alix rimase stupefatta a vedere il vulcano che esisteva sotto le apparenze esteriori così piene di riservo dell'uomo che credeva di conoscere così bene.
E anche un po' spaventata.
Dick, naturalmente, non poteva parlare sul serio quando diceva tutte quelle  cose, quando minacciava di vendicarsi di Gerald Martin. Era arrabbiato, semplicemente.
Adesso, nella mattina solatia, mentre se ne stava appoggiata al cancelletto della piccola villa, tornò con il pensiero a quel colloquio. Era sposata da un mese e si sentiva felice in un modo addirittura idilliaco.
Eppure, durante l'assenza momentanea del marito che era tutto per lei, una vena di ansia si era insinuata nella sua felicità perfetta, e la causa di questa ansia era Dick.
Per ben tre volte dal giorno del suo matrimonio aveva fatto lo stesso sogno.
L'ambiente era diverso, ma i fatti essenziali restavano sempre identici.
Vedeva suo marito morto e Dick in piedi, sopra di lui; e sapeva con chiarezza e senza il minimo dubbio, che era stata la mano di Dick ad infliggere il colpo fatale.
Ma per quanto tutto ciò fosse già abbastanza orribile, c'era qualcosa di ancora più orribile… che era orribile, al momento del risveglio, perché nel sogno pareva perfettamente naturale ed inevitabile.
Lei, Alix Martin, era felice che suo marito fosse morto…, stendeva le mani, piene di gratitudine, verso l'assassino e qualche volta lo ringraziava addirittura. Il sogno si concludeva sempre allo stesso modo, con lei stretta fra le braccia di Dick.
Non aveva detto nulla di questo sogno al marito, ma l'aveva turbata segretamente più di quanto volesse ammettere.
Era un avvertimento… un avvertimento contro Dick?
Possibile che Dick avesse un potere segreto che cercava di imporle a distanza?
Non se ne intendeva granché di ipnotismo, però aveva sempre sentito che nessuna persona poteva venire ipnotizzata contro la sua volontà.
Alix venne strappata dai suoi pensieri dallo squillo acuto del telefono che arrivava dalla casa.
Entrò nella villetta e sollevò il microfono.
Improvvisamente vacillò e allungo una mano per impedirsi di cadere.
"Chi parla? Come ha detto?"
"Ma, insomma, Alix, perché hai una voce così strana? Quasi quasi non la riconoscevo. Sono Dick."
"Oh!" esclamò Alix. "Oh, e dove sei?"
"Sono alla Locanda del Viaggiatore... si chiama così, vero? Oppure ignori perfino l'esistenza del pub del vostro villaggio? Sono qui in vacanza... sono venuto per un po' di pesca. Qualche obiezione se vengo a fare una visitina a due brave persone come voi, stasera dopo cena?"
"No", disse Alix con asprezza. "Non devi venire."
Ci fu una pausa, e la voce di Dick, lievemente alterata, riprese a parlare.
"Ti chiedo scusa", disse assumendo un tono più formale.
"Naturalmente, non voglio disturbarvi…"
Alix lo interruppe subito.
Certo che Dick doveva trovare parecchio strano il suo modo di comportarsi!
Lo era, strano, infatti. Doveva avere i nervi a pezzi. Non era colpa di Dick se aveva fatto quei sogni.
"Volevo soltanto dire che stasera siamo impegnati", spiegò.
"Perché non vieni a cena domani sera?"
Tuttavia era evidente che Dick aveva sentito la mancanza di cordialità nella sua voce.
"Grazie mille", rispose sempre con lo stesso tono formale.
"Ma potrebbe darsi che non sia più qui. Dipende se si fa vivo un mio amico o no. Addio, Alix."
Fece una pausa, e poi aggiunse in fretta, con un tono differente: "Ti auguro tutta la fortuna possibile, mia cara."
Alix riattaccò con una sensazione di sollievo.
"Non deve venire qui", si ripeté.
"Non deve. Oh, che sciocca sono! Ridurmi in uno stato simile per una pura e semplice suggestione. Ad ogni modo, sono contenta che non venga."
Afferrò un cappello di paglia, un po' rustico, da un tavolo e uscì in giardino, fermandosi un attimo a osservare il nome scolpito sopra il portico: "Villino degli Usignoli".
"Non è un nome pieno di fantasia?" aveva detto a Gerald una volta, prima del matrimonio. Lui aveva riso.
"Oh, che piccola londinese fatta e finita, sei!", aveva risposto, con la voce piena di affetto.
"Non posso credere che tu non abbia mai sentito un usignolo. Sono contento che sia così. Gli usignoli dovrebbero cantare solo per gli innamorati.
Li ascolteremo insieme, una sera d'estate, davanti alla nostra camera."
E al ricordo di come li avessero realmente ascoltati, Alix, ferma sulla soglia della sua casa, arrossì di gioia.
Era stato Gerald a trovare il Villino degli Usignoli.
Era venuto da Alix, che non stava più nella pelle per l'eccitazione.
Aveva trovato proprio il posto che ci voleva per loro… unico… una gemma… un'occasione di quelle che capitano solo una volta nella vita.
E quando Alix lo aveva visto, anche lei ne era rimasta incantata.
D'accordo che era situata in un posto piuttosto solitario, a tre chilometri almeno dal villaggio più vicino, ma la villetta, in se stessa, era talmente graziosa con quella sua aria all'antica, e gli autentici comfort che offriva con le sue stanze da bagno, l'impianto dell'acqua calda, la luce elettrica e il telefono che era immediatamente rimasta vittima del suo fascino. Poi era sorto un incaglio. Il proprietario, un uomo facoltoso che se l'era costruita per un capriccio, non aveva voluto sapere di affittarla. Era soltanto disposta a venderla.
Gerald Martin, per quanto possedesse una buona rendita, non era in grado di toccare il suo capitale. Al massimo, sarebbe riuscito a mettere insieme un migliaio di sterline.
Il proprietario ne domandava tremila.
Fu così che Alix, la quale aveva lasciato il cuore su quella casa, gli venne in soccorso.
Il suo capitale poteva venire realizzato con facilità perché era costituito da titoli al portatore.
Avrebbe contribuito con una metà di esso, all'acquisto della casa.
In tal modo il Villino degli Usignoli era passato in loro proprietà e, neppure per un momento, Alix si era rammaricata della scelta fatta.
D'accordo che la servitù non apprezzava la solitudine rurale, anzi, al momento, non aveva addirittura nessuno, però Alix, la quale in passato aveva sofferto di non potersi occupare della casa, si divertiva enormemente a cucinare gustosi pranzetti e a dedicarsi alle faccende domestiche.
Del giardino, dove crescevano in abbondanza fiori stupendi, si occupava un vecchio che veniva due volte alla settimana dal villaggio, e Gerald, che era un patito del giardinaggio, vi passava buona parte del suo tempo.
Girando l'angolo della villetta, Alix si meravigliò di vedere il vecchio giardiniere in questione chino a lavorare sulle aiuole fiorite.
Si meravigliò perché avevano fissato che venisse il lunedì e il venerdì e quel giorno era un mercoledì.
"Oh, George, cosa sta facendo qui?", domandò andando verso di lui.
Il vecchio si raddrizzò con una risatina chiocchia, e si sfiorò l'ala di un vecchio berretto.
"Lo sapevo che sarebbe rimasta sorpresa, signora. Ma è andata così. Venerdì, c'è una festa su a casa dello squire e mi sono detto, né il signor Martin né la sua buona signora troveranno qualcosa da ridire se, per una volta, vado da loro al mercoledì invece del venerdì."
"Certo, va benissimo ugualmente", disse Alix. "Spero che si diverta alla festa."
"Ci credo anch'io", disse George con semplicità.
"è una gran bella cosa poter mangiare fino ad avere la pancia piena e sapere, intanto che si mangia, che non si deve pagare un centesimo. Lo squire offre ai suoi contadini un vero e proprio tè, seduti intorno al tavolo. Poi ho pensato un'altra cosa, signora, che tanto valeva vederla, prima della sua partenza, per sapere i suoi desideri riguardo alle bordure. Non ha idea di quando tornerà, signora, vero?"
"Ma io non vado via."
George la fissò sbarrando gli occhi.
"Ma, come? Non andate a Londra, domani?"
"No. Chi le ha messo questa idea in testa?"
George piegò la testa sulla spalla.
"Il signore, giù al villaggio, ieri. Mi aveva detto che domani andate via tutti e due, a Londra, e che non sapeva quando lei sarebbe tornata."
"Che stupidaggine", disse Alix ridendo. "Deve aver capito male."
Tuttavia si chiese che cosa aveva potuto dire Gerald esattamente per indurre il vecchio a fare uno sbaglio così curioso.
Partire per Londra?
Non voleva più ritornarci, a Londra, mai più.
"Io odio Londra", disse all'improvviso, con asprezza.
"Ah!" disse George placidamente.
"Devo aver capito male eppure mi era sembrato che l'avesse detto bello chiaro! Son contento se si ferma. Non lo capisco io, tutto questo scorrazzare in giro e non darei un soldo per tutta Londra! Non ho mai avuto bisogno di andarci. Troppe automobili... ecco il guaio, oggigiorno. Appena uno si fa l'automobile, eccolo che non sa più star fermo in nessun posto. Il signor Ames, quello che aveva questa casa, un bravo signore simpatico e tranquillo, è stato, fino al giorno che ha comprato uno di quegli arnesi! Non l'aveva neanche da un mese, che ha messo in vendita la villa. E un bel mucchio di soldi ci aveva speso, con acqua corrente in tutte le camere da letto e la luce elettrica e tutto il resto.
Non riuscirà mai a recuperare quei soldi, gli dicevo. Mica tutti ci hanno le sue manie di lavarsi in ogni stanza della casa, per così dire. Ma lui diceva "George, riuscirò a ottenere duemila sterline tonde tonde, fino all'ultimo penny per questa casa" 
E proprio così è andata a finire, ce l'ha fatta ad averle."
"Ne ha prese tremila", disse Alix, sorridendo.
"Duemila", ripeté George. "Si è fatto un gran parlare della somma che chiedeva, a quell'epoca. E si pensava che fosse una gran bella cifra."
"A dire la verità, sono state tremila sterline", disse Alix.
"Le donne non se ne intendono di cifre", disse George, senza lasciarsi convincere.
"Non vorrà dirmi che il signor Ames ha avuto la faccia di venire a domandarle tremila sterline, che sfacciataggine!"
"Non le ha chieste a me", rispose Alix. "Le ha chieste a mio marito."
George si curvò di nuovo sulla sua aiuola.
"Il prezzo era duemila", insistette con ostinazione.
Alix non volle prendersi la briga di discutere con lui. Spostandosi verso le aiuole più distanti, cominciò a raccogliere una bracciata di fiori.
La luce del sole, il profumo dei fiori, il leggero ronzio delle api affaccendate, tutto cospirava per rendere quella giornata una cosa perfetta.
Mentre tornava verso casa con quel mazzo fragrante fra le braccia, Alix scorse un oggetto piccolo, verde scuro, che occhieggiava fra le foglie di un'aiuola. Si chinò a raccoglierlo e lo riconobbe: era l'agendina tascabile di suo marito.
Doveva essergli caduta mentre strappava le erbacce.
La aprì, e scorse rapidamente con gli occhi, piuttosto divertita, quello che vi era scritto.
Già fin dal principio della loro vita coniugale, si era come accorta che Gerald, impulsivo ed emotivo come era, possedeva virtù così poco caratteristiche in lui come la precisione e la metodicità. Ci teneva enormemente che i pasti fossero sempre alla stessa ora, e pianificava sempre in anticipo la sua giornata con l'accuratezza di un orario delle ferrovie. Quella mattina, per esempio, aveva annunciato che si sarebbe messo in cammino per il villaggio dopo la prima colazione, alle 10,15.
E alle 10,15 precise era uscito di casa.
Sfogliando il diario, notò divertita quel che c'era scritto alla data del 14 maggio:
Sposare Alix St.Peter's, 14,30
"Che scioccone", mormorò Alix tra sé, voltando le pagine.
Nello spazio destinato a quello stesso giorno, era stato scritto con la calligrafia 
precisa e nitida di Gerald: ore 21,00
Nient'altro.
Cos'aveva progettato di fare Gerald alle 21,00, si chiese Alix?
Sorrise tra sé mentre si rendeva conto che, se si fosse trattato di una novella come quella che leggeva tanto spesso, il diario le avrebbe fornito senza dubbio qualche altra rivelazione sensazionale.
Ci sarebbe stato dentro, senz'altro, il nome di un'altra donna.
Girò distrattamente qualche pagina, andando a ritroso.
Vi erano segnati appuntamenti, e riferimenti incomprensibili a questioni di affari, ma soltanto un nome di donna: il suo.
Tuttavia, mentre si faceva scivolare l'agenda in tasca e rientrava in casa con quella bracciata di fiori, si accorse di provare un senso di indefinibile inquietudine.
Le tornarono in mente le parole di Dick, quasi come se ci fosse lui in persona, al suo fianco, a ripetergliele: "Quell'uomo è un perfetto sconosciuto per te. Non sai niente di lui."
Era la verità. Cosa sapeva di Gerald?
In fondo, suo marito aveva quarant'anni. E in quarant'anni dovevano pur esserci state varie donne nella sua vita.
Alix si riscosse, spazientita. Non doveva abbandonarsi a pensieri del genere.
Aveva una preoccupazione molto più vicina a cui trovare una risposta.
Doveva, o no, informare suo marito che Dick le aveva telefonato?
C'era anche da prendere in considerazione la eventualità che Gerald lo avesse già incontrato, per caso, al villaggio.
Ma, se fosse stato così, gliene avrebbe certo parlato subito, al suo ritorno, e la faccenda sarebbe stata risolta senza difficoltà.
Altrimenti… cosa fare?
Alix si rese conto di provare un vivo desiderio di non dire niente.
Gerald si era sempre dimostrato benevolo e comprensivo nei confronti dell'altro.
"Povero diavolo", aveva detto una volta, "credo che sia innamorato di te esattamente come lo sono io. Che sfortuna, la sua, essere stato messo da parte."
Non aveva avuto dubbi su quelli che erano stati i sentimenti di Alix.
Se gliene avesse parlato, lui avrebbe proposto di sicuro di invitare Dick al Villino degli Usignoli.
Così lei sarebbe stata costretta a spiegare che era stato Dick stesso a suggerirlo e che aveva trovato un pretesto per impedirgli di venire. E quando Gerald le avesse domandato perché si era comportata così, lei… cosa avrebbe potuto dire? Parlargli del sogno?
Ma avrebbe semplicemente riso… o, peggio, avrebbe capito che dava importanza a un dettaglio che lui avrebbe considerato irrilevante.
E allora avrebbe pensato… oh, avrebbe potuto pensare qualsiasi cosa!
Alla fine, per quanto piuttosto imbarazzata, Alix prese la decisione di non dire niente. Era il primo segreto che non avrebbe confidato a suo marito, e la sola consapevolezza di questo fatto la metteva a disagio.
Quando sentì Gerald che tornava dal villaggio poco prima dell'ora di pranzo, si precipitò in cucina e fece finta di essere occupatissima a preparare da mangiare in modo da nascondere la propria confusione.
Si capì subito che Gerald non aveva affatto visto Dick. Alix ne provò contemporaneamente sollievo ed imbarazzo.
Adesso era definitivamente costretta a una politica di sotterfugi e di ambiguità.
Per il resto della giornata fu nervosa e distratta, tanto da trasalire al minimo rumore, ma sembrò che suo marito non si accorgesse di niente.
D'altra parte anche lui sembrava che pensasse ad altro e un paio di volte Alix fu costretta a ripetergli qualche osservazione banale prima di avere una risposta.
Fu soltanto dopo il semplice pasto serale, quando erano seduti nel soggiorno dal soffitto a travi di quercia, con le finestre aperte per lasciar entrare l'aria tiepida della sera colma della fragranza delle violacciocche bianche e lillà che crescevano fuori, che Alix si ricordò dell'agenda e colse con piacere quell'opportunità di strapparsi dai suoi pensieri pieni di dubbio e perplessità.
"Ecco una cosa che ti è servita per annaffiare i fiori", disse e gliela buttò sulle ginocchia.
"L'ho lasciata cadere nell'aiuola, eh?"
"Sì, adesso so tutti i tuoi segreti."
"Assolto?", disse Gerald, scuotendo la testa.
"Già, e cosa sarebbe questo appuntamento fissato per la nove di stasera?"
"Oh, quello...", sembrò sconcertato per un attimo, poi sorrise come se ci fosse qualcosa che lo divertiva in modo particolare.
"è un appuntamento con una ragazza carini, Alix. Ha i capelli castani e gli occhi azzurri e ti assomiglia in modo straordinario."
"Non capisco", disse Alix, con finta severità.
"Sei evasivo e non rispondi a tono."
"Niente affatto. A dire la verità, doveva servire a rammentarmi di sviluppare certi negativi stasera, e voglio che tu mi aiuti."
Gerald Martin era un appassionato fotografo. Aveva una macchina un po' vecchiotta ma con una serie di obiettivi eccellenti; e sviluppava le foto in una piccola cantina che aveva attrezzato come camera oscura.
Non si stancava mai di far posare Alix in mille modi diversi.
"E bisogna farlo proprio alle nove in punto", disse Alix per punzecchiarlo.
Gerald parve un po' infastidito.
"Mia cara ragazza", disse, con un'ombra di cocciutaggine nella voce, "bisognerebbe sempre pianificare i propri impegni in modo da eseguirli a un'ora stabilita. Solo così si riesce a fare i propri lavori nel modo migliore."
Alix restò in silenzio un paio di minuti, osservando suo marito disteso in poltrona a fumare, con la testa bruna buttata indietro e i lineamenti ben disegnati e netti della faccia liscia e sbarbata che risaltavano contro uno sfondo scuro. Poi, all'improvviso, si sentì travolgere da un'ondata di panico che scaturiva da una sorgente sconosciuta, tanto che esclamò a voce alta, impetuosamente, prima di riuscire a trattenersi: "Oh, Gerald, come vorrei saperne di più su di te!"
Suo marito le rivolse un viso attonito.
"Ma, mia cara Alix, tu sai tutto di me. Ti ho parlato della mia infanzia nel Northumberland, della mia vita in Sudafrica, e di questi ultimi dieci anni in Canada che mi hanno portato al successo."
"Oh, gli affari!"
Gerald scoppiò a ridere improvvisamente.
"Capisco quel che vuoi dire... i miei amori. Voi donne siete tutte uguali. Soltanto le questioni personali vi interessano."
Alix si sentì la bocca arida, mentre mormorava confusamente "Be', ma ci sarà pur stata qualche... storia d'amore. Voglio dire... se almeno sapessi..."
Per un minuto o due ci fu silenzio.
Gerald aveva aggrottato le sopracciglia, con un'espressione incerta. Quando si decise a parlare, lo fece in tono grave, senza la minima traccia del tono spavaldo e vagamente presuntuoso di prima.
"Pensi che sia saggia, Alix... questa curiosità da camera di Barbablù? Ci sono state altre donne nella mia vita, sì. Non lo nego. Non mi crederesti, se lo negassi. Però ti posso giurare in tutta sincerità che nessuna di loro, mai, ha avuto un gran significato per me."
C'era un'intonazione talmente franca e schietta nella sua voce che la moglie, che lo ascoltava, se ne sentì confortare.
"Soddisfatta, Alix?", domandò lui, con un sorriso. 
Poi la guardò con un'ombra di curiosità.
"Per quale motivo ti sono venuti in mente tutti questi soggetti spiacevoli, stasera? Non ne hai mai accennato prima!"
Alix si alzò e cominciò a camminare su e giù, senza pace.
"Oh, non lo so", disse. "Ho avuto i nervi a fior di pelle tutto il giorno."
"è strano", disse Gerald, a voce bassa, come se stesse parlando tra sé. "è molto strano."
"Perché è strano?"
"Oh, mia cara ragazza, non devi ribattere in modo così aggressivo a tutto quello che dico. L'ho fatto semplicemente perché, di solito, sei talmente dolce e serena!"
Alix si sforzò di sorridere.
"Oggi sembra che tutto abbia cospirato per infastidirmi", confessò lei. "Perfino il vecchio George si era messo in testa l'idea assurda che noi dovessimo andare a Londra. Ha detto che eri stato tu a raccontarglielo."
"Dove l'hai visto?", domandò George in tono aspro.
"è venuto a lavorare oggi invece di venerdì."
"Quel vecchio scemo", disse Gerald infuriandosi.
Alix lo fissò stupita. Suo marito aveva la faccia stravolta dalla collera.
Non lo aveva mai visto tanto arrabbiato! Accorgendosi del suo stupore, Gerald si sforzò di calmarsi e di riacquistare il controllo di sé.
"Be', non vorrai negare che sia un vecchio scemo davvero!", protestò lui.
"Cosa puoi avergli detto perché si dovesse cacciare in testa un'idea simile?"
"Io? Io non gli ho detto un bel niente. Perlomeno... Oh, sì, adesso me ne ricordo. Ho detto una battuta un po' fiacca a proposito di "partir per Londra al mattino dopo" ma non credevo che mi avesse preso sul serio. Può darsi che non abbia capito bene. Tu gli avrai tolto questa idea, immagino, vero?"
Attese ansiosamente la risposta di lei.
"Certo, ma è uno di quei vecchietti che, quando si cacciano in testa un'idea... be', non se la tolgono troppo facilmente!"
E così gli raccontò anche come il giardiniere fosse stato insistente sulla questione della somma richiesta per la villetta.
Gerald rimase in silenzio un paio di minuti e poi disse, lentamente: "Ames era disposto ad accettare duemila sterline in contanti e il migliaio che ancora restava contro un'ipoteca. Suppongo che l'origine dello sbaglio sia tutta qui."
"è molto probabile", ammise Alix, d'accordo con lui.
Poi guardò l'orologio e glielo indicò, con un gesto sbarazzino.
"Dovremmo metterci al lavoro, Gerald. Siamo in ritardo di cinque minuti sul ruolino di marcia."
Sulla faccia di Gerald Martin si disegnò un sorriso molto strano.
"Ho cambiato idea", disse in tono sommesso.
"Questa sera non mi dedicherò alle fotografie."

Il cervello di una donna funziona in modo curioso. Quando andò a letto quel mercoledì sera, quello di Alix era sereno e pieno di tranqullità. La sua felicità, che aveva visto turbata per un attimo, era tornata a riconfermarsi trionfalmente come era sempre stata.
Tuttavia, al calar della sera, il giorno dopo, si accorse che qualche forza oscura aveva ricominciato a insidiarla.
Dick non aveva più ritelefonato eppure, malgrado ciò, Alix aveva la sensazione che fosse all'opera quello che considerava, ormai, il suo influsso.
Quelle parole continuavano a tornarle in mente.
"Quell'uomo è un perfetto sconosciuto. Non sai niente di lui."
E con quelle parole, le tornava alla memoria la faccia del marito, fotografata con chiarezza nel cervello, mentre diceva "Ti sembra che sia saggia, Alix... questa curiosità da camera di Barbablù?" 
Perché aveva detto così?
Cosa intendeva con quelle parole?
C'era stato implicito un avvertimento… una sfumatura di minaccia.
Era come se, in realtà, Gerald avesse detto che era meglio non andare a frugare nella sua vita per evitare qualche brutto shock.
Pochi minuti più tardi le aveva giurato che non c'era mai stata nessuna donna, nella sua vita, che avesse avuto importanza, ma Alix cercò invano di ritrovare la sensazione avuta allora, quell'impressione che fosse sincero.
In fondo, non era forse obbligato a giurarle una cosa del genere?
Il venerdì mattina, Alix si era convinta che c'era stata una donna nella vita di Gerald, che lui aveva sì, una camera di Barbablù che le aveva accuratamente tenuta nascosta.
La sua gelosia, lenta a risvegliarsi, si stava scatenando.
Era forse l'appuntamento con una donna quello segnato per le nove di quella sera?
E la storia delle fotografie da sviluppare non era stata una fandonia, inventata lì per lì? Alix si accorse, stralunata e sconvolta, di non aver fatto che torturarsi dal momento che aveva trovato l'agenda di Gerald. 
E per colmo d'ironia, senza alcun motivo!
Tre giorni prima sarebbe stata pronta a giurare di conoscere a fondo suo marito. Adesso le sembrava che si trattasse di uno sconosciuto di cui non sapeva nulla. Le tornò in mente la collera irragionevole mostrata nei confronti del vecchio George, così diversa dal suo solito modo di fare allegro e bonario.
Una cosa da niente, forse, eppure le rivelava che, a ben guardare, non conosceva affatto l'uomo che aveva sposato.
Il venerdì occorreva fare qualche compera per il week end e bisognava andare al villaggio. Nel pomeriggio Alix propose di andarci lei mentre Gerald rimaneva in giardino ma, chissà perché, con sua grande sorpresa, suo marito si oppose accanitamente a quel progetto ed insistette per andarci lui mentre Alix restava a casa.
Lei fu costretta a cedere, ma tanta insistenza la stupì e la lasciò allarmata. Perché era così ansioso di impedirle di andare al villaggio?
D'un tratto le balenò una spiegazione che chiariva ogni cosa.
Non era possibile che, pur non avendole detto niente, George avesse realmente incontrato Dick?
La sua gelosia, del tutto assopita al momento del loro matrimonio, si era manifestata soltanto in seguito. Non poteva essere accaduto lo stesso per Gerald? Non poteva essere ansioso di impedirle di rivedere Dick?
Questa spiegazione era tanto coerente con i fatti, tanto confortante per il suo spirito turbato che Alix l'accettò con entusiasmo.
Tuttavia quando arrivò e passò l'ora del tè, rimase sempre inquieta e a disagio. Lottava contro una tentazione che l'aveva assalita fin dal momento in Gerald era uscito.
Infine, per tranquillizzarsi la coscienza con la convinzione che la stanza aveva bisogno di essere riordinata a fondo, salì nello spogliatoio del marito.
Prese uno strofinaccio per dare conferma materiale al pretesto della necessità di quei lavori domestici.
"Se almeno fossi sicura", ripeteva tra sé, "se almeno fossi sicura."
Inutilmente si ripeteva che qualsiasi cosa compromettente doveva essere stata distrutta molto tempo prima. Ma in contrasto con questa idea, c'era l'obiezione che, tante volte, gli uomini conservano certi elementi di prova assurdi e inconcepibili per un esagerato sentimentalismo.
Alla fine Alix cedette.
Con la guance che le bruciavano per la vergogna di ciò che stava facendo, si mise a frugare accanitamente fra pacchetti di lettere e documenti, a rovistare nei cassetti, a vuotare persino le tasche dei vestiti di suo marito.
Soltanto due cassetti elusero le sue ricerche - quello più basso del comò e quello piccolo, a destra dello scrittoio, ambedue chiusi a chiave. Ma ormai Alix non provava più nessuna vergogna.
Si era convinta che, proprio in un uno di quei cassetti, avrebbe trovato le prove della donna immaginaria del passato che stava diventando un'ossessione per lei.
Ricordò che Gerald, aveva lasciato distrattamente le sue chiavi sulla credenza, al pianterreno.
Andò a prenderle e le provò una ad una.
La terza era quella del cassetto della scrivania.
Alix lo spalancò fremente.
Conteneva un libretto di assegni, un portafoglio imbottito di biglietti di banca e, in fondo, un pacchetto di lettere legate con un pezzo di fettuccia.
Ansante, con il fiato mozzo, Alix lo slegò.
Poi si sentì diventar rossa e lasciò ricadere le lettere nel cassetto, affrettandosi a richiuderlo a chiave.
Perché quelle lettere erano le sue, scritte a Gerald Martin prima di sposarlo.
Quindi rivolse la propria attenzione al comò più perché voleva convincersi di non aver lasciato niente di intentato che nell'aspettativa di trovarci qualcosa.
Era piena di vergogna e quasi persuasa che quell'ossessione fosse assurda e pazzesca.
Si accorse, irritata, che in quel mazzo di chiavi non ce n'era neanche una che andasse bene per il cassetto in questione.
Ma, disposta com'era a non mollare per nessun motivo, Alix fece il giro delle altre camere e portò indietro una scelta di varie chiavi.
Con sua soddisfazione, la chiave dell'armadio della camera che serviva per gli ospiti, andava bene anche per il comò. Aprì il cassetto e vide che conteneva soltanto un rotolo di ritagli di giornale, già scoloriti e sporchi tanto erano vecchi.
Alix si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.
Tuttavia diede ugualmente un'occhiata a quei ritagli per la curiosità di sapere quale argomento aveva avuto tanto interesse per Gerald da spingerlo a conservare quel rotolo di giornali polverosi.
Si trattava, nella massima parte, di quotidiani americani, che risalivano a sette anni prima: parlavano del processo al famoso bigamo e truffatore, Charles LeMaitre.
Lemaitre era stato sospettato di uccidere le donne che cadevano sue vittime.
Era stato trovato uno scheletro sotto l'impiantito di una delle case che lui aveva affittato, e quasi di tutte le donne che aveva "sposato" non si era saputo più niente in seguito.
Lui si era difeso dalle accuse con abilità consumata, aiutato in questo dai migliori talenti legali degli Stati Uniti. Il verdetto usato dai tribunali scozzesi "Assolto per insufficienza di prove" forse sarebbe stato il più adatto per la soluzione del suo caso.
In mancanza di quello, era stato trovato "innocente" per l'accusa capitale, pur finendo condannato a lunghi anni di prigione per le altre accuse presentate contro di lui.
Alix ricordò l'emozione suscitata da quel caso a suo tempo e anche la sensazione provocata dalla fuga di Lemaitre circa tre anni dopo.
Non era mai più stato riacciuffato.
La personalità di quell'uomo e il suo straordinario potere sulle donne erano stati ampiamente discussi nei giornali inglesi dell'epoca, insieme alla descrizione della sua eccitabilità in aula, delle appassionate proteste, dei subitanei collassi fisici a cui era andato soggetto, dovuti a una debolezza cardiaca di cui soffriva, mentre le persone ignoranti l'avevano piuttosto considerata l'abilità di un commediante.
C'era anche un suo ritratto in uno di quei ritagli di giornale e Alix lo studiò con particolare interesse: un individuo dalla lunga barba, dall'aspetto dello studioso, del gentiluomo. Le ricordava qualcuno, ma sul momento, non riuscì a ricordare chi poteva essere.
Non aveva mai saputo che Gerald provasse interesse per i delitti e i processi più famosi, per quanto non ignorasse che era una persona dai molti, e svariati, hobbies.
Chi le ricordava quella faccia?
D'un tratto, sconvolta e smarrita, si accorse che si trattava di Gerald in persona.
Gli occhi e le sopracciglia erano somigliantissimi ai suoi.
Forse era per questo motivo che aveva conservato quel pezzo di giornale. I suoi occhi passarono al trafiletto stampato di fianco alla fotografia. Sembrava che certi appuntamenti fossero stati segnati nell'agenda dell'imputato, e si sosteneva che fossero quelli dell'ora e del giorno in cui aveva ucciso le sue vittime.
Poi una donna si era presentata a deporre e aveva identificato il prigioniero per mezzo di un neo che quello aveva sul polso sinistro appena al di sotto del palmo della mano.
I ritagli di giornale scivolarono dalle dita priva di forze di Alix che vacillò quando cercò di alzarsi in piedi. Sul polso sinistro, appena al di sotto del palmo della mano, Gerald aveva una piccola cicatrice…
Si sentì girare intorno la camera.
Più tardi si stupì di aver raggiunto istantaneamente una certezza tanto incrollabile.
Gerald Martin era Charles Lemaitre!
Aveva accettato questa idea, l'aveva capita in un lampo. Qualche pensiero sconnesso le turbinò fugacemente per il cervello… come pezzetti di un puzzle che andavano a posto.
I soldi pagati per la casa… i soldi suoi… soltanto suoi… I titoli al portatore che gli aveva affidato perché glieli conservasse.
Perfino il sogno che aveva fatto assumeva, a questo punto, un significato autentico.
In fondo, nel subconscio, aveva sempre avuto paura di Gerald e desiderato di sfuggirgli.
Ed era a Dick che quella parte di se stessa si era rivolta per ricevere aiuto.
Questo era un altro motivo per il quale riusciva ad accettare tanto facilmente la verità, senza un attimo di dubbio o di esitazione.
Lei stava per diventare un'altra delle vittime di Lemaitre. Prestissimo, forse.
Un grido, trattenuto a metà, le sfuggì mentre ricordava qualcosa. 
Mercoledì, ore 21.
La cantina, con quell'impiantito a lastre di pietra che si potevano sollevare tanto facilmente.
Già una volta, aveva seppellito una delle sue vittime in cantina.
Tutto era stato preparato per il mercoledì sera.
Ma scriverlo in anticipo sull'agenda, in quel modo tanto meticoloso… era follia!
No, era logico piuttosto.
Gerald si segnava sempre un appunto per ricordare i suoi impegni… e, per lui, il delitto era una questione di affari né più né meno come qualsiasi altro impegno.
Ma che cosa l'aveva evitato?
Qual era stato il motivo per cui era stata salvata? Si era impietosito all'ultimo minuto?
No… in un baleno trovò la risposta.
Il vecchio George. 
Adesso capiva la rabbia incontrollata di suo marito.
Doveva essersi certo preparato un alibi, raccontando a chiunque avesse incontrato che, il giorno successivo, sarebbero andati a Londra.
Poi George era venuto a lavorare senza preavviso, aveva menzionato Londra ad Alix e lei lo aveva contraddetto.
Troppo rischioso ucciderla proprio quella sera, con la possibilità che il vecchio George ripetesse la loro conversazione.
Ma l'aveva proprio scampata bella!
Se non le fosse venuto in mente di accennare a una piccolezza del genere… Alix rabbrividì.
Però non c'era tempo da perdere. Doveva andarsene subito… prima che Gerald tornasse.
Non avrebbe passato un'altra notte sotto lo stesso tetto con lui, per tutto l'oro del mondo!
Si affrettò a mettere di nuovo al suo posto il rotolo di giornali, a chiudere a chiave il cassetto.
E poi restò immobile, come se fosse diventata di pietra, perché aveva udito il cigolio del cancelletto che dava sulla strada. Suo marito era tornato.
Per un attimo Alix restò immobile come una statua di ghiaccio, poi si avvicinò in punta di piedi alla finestra e guardò fuori, dietro il riparo della tendina.
Sì, era suo marito. Sorrideva tra sé e canticchiava un motivetto sottovoce.
In mano stringeva un oggetto che fece quasi arrestare il cuore della ragazza terrorizzata.
Si trattava di un badile nuovo di zecca.
Alix istintivamente saltò alla conclusione.
Sarebbe successo quella sera.
Però c'era ancora un filo di speranza. Gerald, sempre canticchiando, si era avviato verso il retro della casa.
"Va a metterlo in cantina... perché sia pronto", pensò Alix con un brivido.
Senza esitare un momento, scese di corsa le scale e uscì dalla villetta. Ma proprio mentre si lasciava la casa alle spalle, suo marito sbucò da dietro l'angolo.
"Ehi!", disse. "Dove te ne scappi con tanta fretta?"
Alix si sforzò disperatamente di apparire calma come al solito. Per il momento, l'opportunità sperata le era venuta a mancare, però, se stava attenta a non sollevare i sospetti di Gerald, forse si sarebbe ripresentata più tardi.
Anche in quel preciso momento, forse.
"Voglio fare quattro passi fino in fondo al sentiero e poi torno indietro", disse con una voce che, alle sue stesse orecchie, risuonò fievole e smarrita.
"Bene", disse Gerald, "vengo con te."
"No... per piacere, Gerald, ho i nervi a fior di pelle, e mal di testa... preferirei andare da sola."
Lui la osservò con attenzione. Sbagliava, Alix, o gli era apparso il lampo di un sospetto negli occhi?
"Cos'hai, Alix? Sei pallida... tremi tutta..."
"Niente", si obbligò ad essere brusca… e sorridente. "Ho mal di testa, tutto qui. Una passeggiata mi farà bene."
"è inutile che tu dica che non mi vuoi", dichiarò Gerald con la sua risata bonaria.
"Vengo ugualmente, che tu mi voglia o no."
Lei non ebbe il coraggio di protestare oltre. Se avesse sospettato che lei sapeva...
Con uno sforzo cercò di riprendere il suo solito modo di fare. Eppure aveva la sensazione preoccupante che Gerald, di tanto in tanto, le lanciasse un'occhiata di sottecchi, come se non fosse completamente soddisfatto. Intuì che non aveva stornato del tutto i suoi sospetti.
Quando tornarono a casa, lui insistette perché si sdraiasse un po' sul letto e le portò dell'acqua di colonia per bagnarle le tempie.
Si dimostrò il marito devoto di sempre eppure Alix si accorse di sentirsi impotente, come se si fosse già cacciata, mani e piedi, in una trappola.
Non la lasciò sola neanche per un minuto.
Andò con lei anche in cucina per aiutarla a portare in tavola i semplici piatti freddi che aveva già preparato. 
Alix pensò di avere la gola chiusa, che non sarebbe riuscita a inghiottire nemmeno un boccone, e invece si costrinse a mangiare e perfino ad apparire allegra e disinvolta.
Adesso sapeva di lottare per la propria vita. Era sola con quell'uomo, a chilometri e chilometri da qualsiasi soccorso, completamente alla sua mercé.
L'unica possibilità che aveva era quella di diradare i suoi sospetti in modo che la lasciasse sola per pochi attimi... sarebbero bastati a raggiungere il telefono in anticamera e a chiedere aiuto.
Ormai quella era la sua unica speranza. 
Gerald l'avrebbe immediatamente riagguantata se avesse tentato di darsi alla fuga troppo tempo prima di aver chiesto aiuto a qualcuno.
Le balenò che forse aveva ancora una speranza momentanea ricordando come Gerald aveva già rinunciato un'altra volta a mettere in esecuzione il suo pian. E se gli avesse raccontato che Dick sarebbe venuto a trovarli proprio quella sera stessa?
Le parole le salirono alle labbra... ma le soffocò immediatamente. Quell'uomo non avrebbe sopportato ostacoli o impedimenti una seconda volta.
C'era una determinazione, un'esaltazione, sotto la sua calma, che la sgomentavano.
Non avrebbe ottenuto altro scopo che affrettare il delitto.
L'avrebbe assassinata lì, subito, seduta stante, e poi avrebbe telefonato tranquillamente a Dick raccontandogli, per esempio, che erano stati chiamati all'improvviso altrove.
Oh, se almeno Dick avesse realmente combinato di venire da loro quella sera. 
Se Dick...
Le balenò un'idea. Guardò in fretta, di sottecchi, suo marito come se temesse che leggesse nel pensiero. Mentre studiava il proprio piano, riprese coraggio.
Cominciò a comportarsi con tale naturalezza da meravigliarsi di se stessa! Intuì che, a quel punto, Gerald si era completamente rassicurato.
Preparò il caffè e lo portò sotto il portico dove andavano spesso a sedersi nelle belle serate.
"A proposito", disse d'un tratto Gerald, "svilupperemo quelle fotografie, fra un po'."
Alix si sentì attraversare da un brivido, ma rispose con noncuranza. 
"Non credi di potercela fare da solo? Sono stanca stasera."
"Non ci vorrà molto." 
E sorrise tra sé. "E posso prometterti che, dopo, non sarai stanca."
Sembrava che quelle parole lo divertissero. Alix rabbrividì. Adesso, o mai più, era venuto il momento di mettere in esecuzione il suo piano.
Si alzò in piedi.
"Vado a telefonare al macellaio", annunciò in tono disinvolto. "Non muoverti. Non è il caso."
"Al macellaio? A quest'ora di sera?"
"Il negozio è chiuso, naturalmente, sciocchino. Ma lui sarà senz'altro in casa. Domani è sabato e voglio che mi porti qualche cotoletta di vitello molto presto, prima che gliela vada a comprare qualcun altro. Quel caro vecchietto farebbe qualsiasi cosa per me!"
Entrò rapidamente in casa, richiudendo la porta alle proprie spalle.
Udì Gerald che diceva "non chiudere", e fu pronta con una risposta banale: "Così i moscerini restano fuori. Li detesto. Hai paura che faccia l'amore con il macellaio, stupidone?"
Una volta entrata, afferrò il microfono e diede alla centralinista il numero della Locanda del Viaggiatore.
Ebbe subito la comunicazione.
"Il signor Windyford? è ancora da voi? Posso parlargli?"
Poi sentì un tuffo al cuore.
La porta era stata spalancata e suo marito stava entrando in anticamera.
"Vattene, Gerald", disse, fingendosi impermalita.
"Non sopporto che qualcuno mi stia ad ascoltare mentre telefono."
Lui si limitò a ridere e si lasciò cadere su una seggiola.
"Siamo sicuri che stai proprio telefonando al macellaio?", le domandò.
Alix era al colmo della disperazione.
Il suo piano era fallito.
Fra un attimo Dick sarebbe venuto al telefono.
Doveva rischiare il tutto e per tutto e chiedergli aiuto?
Ma lui avrebbe capito che cosa voleva dire Alix prima che Gerald le strappasse di mano il microfono? Oppure lo avrebbe creduto uno scherzo?
E in quel momento mentre premeva e poi toglieva il dito dalla levetta innestata nel microfono che stringeva in mano, la levetta che consente a una voce di essere sentita o no dall'altro capo del filo, le balenò un altro piano.
"Sarà difficile", pensò. "Significa che non devo perdere la testa, che devo pensare le parole giuste e non avere neppure un attimo di incertezza, però credo che ci riuscirò. Devo riuscirci."
In quell'attimo udì la voce di Dick dall'altra parte.
Alix respirò a fondo. Poi premette con forza la levetta e parlò.
"Sono la signora Martin... parlo dal Villino degli Usignoli. Per favore venga (e alzò il dito dalla levetta) domattina con sei belle cotolette di vitello (e schiacciò di nuovo la levetta) è molto importante (alzò il dito). La ringrazio moltissimo, spero che non le dispiaccia se telefono così tardi, ma quelle cotolette sono proprio una questione di (schiacciò di nuovo la levetta) vita o morte... (alzò il dito) Benissimo... domattina... (la schiacciò di nuovo) il più presto possibile..."
Riattaccò e si volto ad affrontare il marito, col fiato corto.
"Ah, dunque è così che parli con il macellaio, tu?", disse Gerald.
"è il tocco femminile", rispose Alix in tono volubile.
Faticava a controllare la propria eccitazione. Non aveva sospettato niente. E Dick sarebbe senz'altro venuto, anche se non aveva capito niente.
Passò in salotto e accese la luce. Gerald le andò dietro.
"Adesso sembri tutta allegra", le disse, osservandola con curiosità.
"Sì", disse Alix. "Mi è passato il malditesta."
Andò a sedersi al suo solito poso e sorrise al marito, mentre questo sprofondava nella poltrona di fronte alla sua. Era salva.
Erano soltanto le otto e venticinque. Dick sarebbe arrivato molto prima delle nove.
"Non mi è piaciuto troppo quel caffè che mi hai dato", si lamentò Gerald. "Era molto amaro."
"è una nuova marca. La sto provando. Non la useremo più se non ti piace, caro"
Alix afferrò il suo lavoro di cucito e diede qualche punto.   
Si sentiva fiduciosa nella propria abilità di recitare la parte della moglie affezionata e devota. Gerald lesse qualche pagina del suo libro. Poi lanciò un'occhiata all'orologio e mise il libro da parte.
"Le otto e mezza. è ora di scendere in cantina e cominciare a lavorare."
Il lavoro scivolò di mano ad Alix.
"Oh, no! Non ancora. Aspettiamo fino alle nove."
"No, cara la mia ragazza, alle otto e mezza. è l'ora che ho stabilito. Così potrai andare a letto un po' prima."
"Ma io preferisco aspettare fino alle nove."
"Alle otto e mezza", disse Gerald ostinatamente. 
"Lo sai che quando stabilisco un'ora, ci tengo a non cambiarla mai.
Su vieni, Alix. Non ho intenzione di aspettare un solo minuto di più."
Alix alzò gli occhi e, a dispetto di se stessa, si sentì sommergere da un'ondata di terrore.
La maschera era caduta: le mani di Gerald si contraevano, i suoi occhi luccicavano di eccitazione, si passava di continuo la lingua sulle labbra aride.
Ormai non stava più attento a controllare la propria esaltazione.
Alix pensò: "è vero... non riesce più ad aspettare... è come impazzito."
Le si avvicinò e la costrinse ad alzarsi di scatto prendendola per una spalla.
"Su, andiamo, ragazza mia... o ti ci porto a viva forza."
Il suo tono era gioviale, ma sotto sotto, si avvertiva una ferocia che la lasciò sconvolta.
Con uno sforzo supremo si divincolò, liberandosi dalla sua presa e indietreggiò addossandosi alla parete.
Era impotente.
Non sarebbe più riuscita a scappare… non avrebbe più potuto far niente...
Gerald stava avanzando verso di lei.
"Su, Alix..."
"No... no."
Si mise ad urlare, alzando le mani, in un gesto pieno di impotenza, per respingerlo.
"Gerald... fermati... devo dirti una cosa... devo confessarti..."
Lui si fermò.
"Confessare?", disse incuriosito.
"Sì, confessare", proseguì lei disperatamente, cercando di trattenere la sua attenzione.
"Qualcosa che non ti ho mai detto prima."
Un'espressione di disprezzo gli apparve sulla faccia.
L'incanto era spezzato.
"Un ex innamorato, suppongo", bofonchiò sarcastico.
"No", disse Alix. "Un'altra cosa. Tu la chiameresti... immagino... sì, la chiameresti un delitto."
Si accorse subito di aver toccato la nota giusta.
Ecco che la sua attenzione si era arrestata di nuovo, era attratto.
Accorgendosene, riacquistò un po' di coraggio. Si sentì, di nuovo, padrona della situazione.
"Sarà meglio che ti metta a sedere", disse in tono pacato.
E anche lei attraversò la stanza dirigendosi verso la sua solita poltrona, dove prese posto.
Si chinò addirittura a raccogliere il lavoro di cucito.
Ma dietro quella calma stava pensando, stava inventando febbrilmente.
Perché la storia che avrebbe inventato doveva avvincere il suo interesse fino all'arrivo dei soccorsi.
"Ti avevo raccontato", cominciò, "di aver fatto la steno-dattilografa per quindici anni. Be', non è proprio tutto vero. Ci sono state due interruzioni. La prima quando avevo ventidue anni. Ho conosciuto un uomo, piuttosto anziano, con un piccolo patrimonio. Si è innamorato di me e mi ha chiesto di sposarlo. Io ho accettato. Ci siamo sposati."
Fece una pausa.
"L'ho convinto a fare un'assicurazione sulla vira a mio favore."
Si accorse che sulla faccia del marito si disegnava un improvviso e acuto interesse e continuò, sentendosi più rassicurata.
"Durante la  guerra ho lavorato, per un certo periodo, nel dispensario di un ospedale. In quel posto, maneggiavo medicamenti rari e sostanze velenose di ogni genere. Veleni, sì."
Fece una pausa per riflettere. Adesso lui non nascondeva più il proprio interesse: di questo non c'erano dubbi.
è scontato che un assassino provi interesse per l'assassinio.
Aveva giocato un po' d'azzardo su questo punto, ma lei era andata bene!
Lanciò di sfuggita un'occhiata all'orologio. Mancavano 25 minuti alle nove.
"Esiste un veleno... si tratta di una polverina bianca. Un pizzico vuol dire la morte. Tu sai qualcosa di veleni, per caso?"
Gli aveva fatto quella domanda con una certa trepidazione.
Se ne sapeva qualcosa, avrebbe dovuto stare attenta.
"No", ammise Gerald. "Ne so pochissimo."
Lei tirò un sospiro di sollievo. Questo facilitava il suo compito.
"Avrai sentito parlare della ioscina, no? è uno stupefacente che agisce press'a poco allo stesso modo, ma non può essere più assolutamente rintracciata. Qualsiasi medico firmerebbe senza difficoltà un certificato di morte per insufficienza cardiaca. Io ne rubai una piccola quantità e la conservai."
Fece una pausa, per raccogliere le proprie forze.
"Su, vai avanti", disse Gerald.
"No, no paura. Non posso dirtelo. Un'altra volta."
"Adesso", esclamò lui spazientito. "Voglio sentirlo adesso."
"Eravamo sposati da un mese. Io mi mostravo molto buona con quel marito anziano, gentilissima e devota. Lui non faceva che elogiarmi con il vicinato. Tutti sapevano che moglie affettuosa che ero! Preparavo sempre io il caffè, ogni sera. Una volta, mentre eravamo soli insieme, ho messo un pizzico di quell'alcaloide venefico nella sua tazza."
Alix fece una pausa, e infilò di nuovo l'ago con tutta l'attenzione possibile.
Lei, che non aveva mai recitato in via sua, in quel momento stava rivaleggiando con le più grandi attrici del mondo.
Riviveva nella realtà la parte dell'avvelenatrice a sangue freddo.
"Fu una morte molto serena. Io mi ero seduta a osservarlo. A un certo punto gli mancò il fiato e volle un po' d'aria e gli aprii la finestra. Poi disse che non riusciva più ad alzarsi dalla poltrona. E quasi subito dopo morì."
Si interruppe, sorridendo. Erano le nove meno un quarto. Ormai sarebbero venuti presto, ne era sicura.
"A quanto ammontava l'assicurazione?" disse Gerald.
"Duemila sterline, più o meno. Giocai in Borsa con quel denaro, ma perdetti. Ricominciai a lavorare in un ufficio. Però non era mai stata mia intenzione di restarci a lungo.
Poi conobbi un altro uomo. Non sapeva che ero già stata sposata. Era più giovane, abbastanza simpatico di aspetto e in ottime condizioni finanziarie. Ci sposammo con una cerimonia privata nel Sussex. Lui non volle fare un'assicurazione sulla vita, però fece testamento e lo fece a mio favore. Gli piaceva che fossi io a preparare il caffè, proprio come il mio primo marito."
Alix sorrise pensosa, e aggiunse con semplicità: "Faccio un ottimo caffè."
Poi proseguì.
"Avevo parecchie amicizie nel villaggio dove abitavamo. Provarono tutti molto dispiacere per me, quando mio marito morì improvvisamente, di insufficienza cardiaca, una sera dopo cena. Devo dire che il dottore non mi piacque del tutto. 
Non credo che avesse sospetti su di me però restò molto stupito per la morte improvvisa di mio marito. Non ti saprei dire con precisione perché finii per tornare al mio vecchio lavoro. L'abitudine, suppongo. Il mio secondo marito mi aveva lasciato quattromila sterline. Questa volta non feci nessuna speculazione, le investii invece. Poi, vedi..."
Ma fu interrotta. Gerald, con la faccia che era diventata improvvisamente cianotica, semi soffocato, stava puntando contro di lei un indice tremulo.
"Il caffè... mio Dio, il caffè!"
Alix lo fissò con gli occhi sbarrati.
"Adesso capisco perché era amaro. Demonio! Mi hai avvelenato."
Afferrò con le mani i braccioli della poltrona. Sembrava che stesse per buttarsi addosso alla moglie.
"Mi hai avvelenato."
Alix, tirandosi indietro per sfuggirgli, si era accostata al camino. Adesso, terrorizzata, aprì la bocca per negare quell'accusa… ma si fermò. Fra un attimo le sarebbe balzato addosso.
Radunò tutta la sua energia. 
Imprigionò con lo sguardo gli occhi di Gerald: lo guardò fisso, in modo irresistibile.
"Sì", disse, "ti ho avvelenato. E il veleno è già all'opera. In questo preciso istante non puoi già più muoverti dalla poltrona... non puoi muoverti..."
Se fosse riuscita a tenerlo così… anche solo per pochi minuti…
Ah! Cos'era? Un rumore di passi sulla strada. Il cigolio del cancello. E poi altri passi sul vialetto. La porta d'ingresso che si apriva…
"Non puoi muoverti", ripeté.
Poi gli sgusciò di fianco e si precipitò fuori dalla stanza, a testa bassa, per andare a cadere nelle braccia di Dick.
"Mio Dio! Alix!" gridò questo.
E si voltò verso la persona che l'accompagnava: una figura alta e robusta, in uniforme da poliziotto.
"Vada subito a vedere cosa stava succedendo in questa stanza!"
Con ogni cautela aiutò Alix a distendersi sul divano e si chinò su di lei.
"Bambina mia", mormorò. "Mia povera bambina. Cosa ti volevano fare?"
Le palpebre di Alix ebbero un tremito e le labbra mormorarono soltanto il suo nome.
Dick venne costretto a riscuotersi dal tumulto dei suoi pensieri dal poliziotto che gli toccava un braccio.
"Non c'è niente in questa stanza, signore, all'infuori di un uomo seduto in poltrona. Sembra che si sia preso un brutto spavento, e..."
"Sì?"
"Be', signore, è... morto."
Sussultarono nell'udire la voce di Alix la quale parlava come in sogno.
"E quasi subito dopo", disse come se stesse recitando, "morì".