Recensione di Lunaria: romanzo oltremodo prolisso e, secondo i nostri standard, ormai anacronistico eppure ha ancora quel fascino "vintage" che cattura e permette di proseguire la lettura fino alla fine.
Vi si narra del rapporto, prima di amicizia e poi di amore tormentato, di Flavia e Patrizio: lei, una fanciulla che lascia la casa paterna per trasferirsi nel tenebroso castello di Malencontre (sempre descritto con toni gotici alla Ann Radcliffe dei "Misteri di Udolpho", come del resto lascia presagire l'immagine interna) sul quale pende un'infausta fama, lui un giovane instabile, malato, succube del funesto passato della sua famiglia.
Alla fine, quando sarà fatta luce sul delitto che pesa sulla coscienza del giovane Patrizio, scagionandolo, anche l'amore trionferà.
Gli stralci più belli:
"Di questo tragitto nella notte livida, la mia memoria ha conservato una sola impressione: l'immagine precisa del castello di Malencontre come l'ho visto per la prima volta. Mi ricordo di aver veduto un giorno, al museo di Victor Hugo, il curioso disegno fatto dal poeta, di un vecchio maniero fantastico, utilizzando e ritoccando sopra un foglio di carta bianca, il capriccioso contorno di un'enorme macchia di inchiostro nero. Il castello di Malencontre somiglia a quel vecchio maniero dovuto al passatempo di uno scolaro sotto la penna che scrisse "Eviradnus". Eretto in cima a una di quelle rocce nude, così alte e scoscese, che, nelle leggende, soltanto il diavolo ha il potere di costruirvi, nero sotto il cielo lunare contro il quale spiccavano i rudi contorni dei tetti aguzzi delle sue quattro torri, mi è apparso formidabile e irreale come uno spettro. Tale visione fantastica è stata breve: una nuvola ha nascosto la luna; e poi, la strada che seguivamo lascia quasi subito sulla sinistra la roccia di Malencontre, inaccessibile dalla parte del fiume, e la costeggia molto da vicino, per giungervi invece dalla montagna."
"Un portone alto e massiccio si è schiuso allora con uno stridore complesso di chiavistelli, serrature, grossi catenacci: era quello del castello."
"Mentre Ambrogio mi faceva attraversare una stanza buia, una porta si è aperta a un tratto, senza richiudersi, e nell'ombra diventata più trasparente ho intravisto una figura nera, una persona molto alta che usciva percorrendo la galleria da cui io venivo… Era forse Barbablù che incontravo così nelle tenebre?... Un istante dopo, ero nella camera delle Fate…"
"Ho guardato. La luna era riapparsa. Essa lasciava nelle tenebre la massa confusa del versante che mi sta di fronte e non mi permetteva che d'indovinare ai miei piedi, in fondo alla roccia che sembra prolungare le mura del castello, laggiù in fondo, in un abisso mobile e nero, la Salve impetuosa, feroce e rumoreggiante… Un pallido raggio cadeva come un velo sulla torre gemella della torre di mezzogiorno (la torre di ponente senza dubbio) dove si trova, se non erro, la bella sala rotonda dalle seriche tappezzerie, la camera delle Fate. (...) Sullo sfondo della luce ho veduto passare e ripassare un'ombra, l'ombra di una donna alta e snella…"
"Sulla sinistra del castello, di là dalla torre di mezzogiorno, si può scoprire senza dubbio il villaggio di Salvat, il fiume ormai calmo, la valle allargata e i suoi due versanti: dalla facciata dove si apre la mia finestra non si vedono che le asperità della gola, le sue creste irte di punte, i suoi selvaggi colonnati, i suoi crepacci dentellati simili a enormi mascelle, e il fiume furioso, la Salve torrenziale, spumeggiante, che scaturisce dall'alto di una fessura frastagliata e si precipita fra i massi giganti, rimbalza, si contorce fra i sassi neri e la sabbia fulva, e scompare infine come spezzata, dietro il promontorio di Malencontre. Di faccia a me, dall'altra parte del fiume, la vetta rocciosa, scavata, tormentata, scolpita come una cattedrale, sorpassa di parecchi metri le torri del castello; più lontano si abbassa leggermente, e, da un ammasso di blocchi franati sui quali si abbarbicano con aspetto desolato alcuni alberi stenti coi rami spogli, una roccia nuda, convulsa, grottesca, si slancia come sfuggita a qualche inferno. La tragica mole domina tutta la gola con le sue contorsioni dolorose, col suo colore cupo e ardente. Il maraviglioso colore della lava, un nero rossastro che va degradando fino al grigio e al fulvo, è infatti quello di tutte le rocce eruttive che circondano Malencontre, e del materiale stesso che ha servito per la costruzione del castello; ma in nessun luogo questo colore sembra così cupo, così intenso come lungo i fianchi della grande roccia infernale. E il tono cangiante, screziato della bragia non ancora spenta, e Lull, ostinato, vuol vedere in quel corpo di dannato il sinistro focolare di tutti i riflessi di fornace che imporporano i dintorni. Forse il paesaggio di Malencontre è ancora più aspro alla luce solare che sotto i raggi incerti della luna; ma, come avevo previsto, il riposo mi ha reso il mio equilibrio, la luce ha fugato le mie inquietudini, e ho potuto ammirare, senza nessun malessere, questo inquieto mondo di pietre, opera di sconvolgimenti preistorici, di fuoco possente e di acque perseveranti; questa solitudine cataclismatica, il cui mistero ieri sera, nella penombra notturna, m'opprimeva in un mondo assurdo."
"Abbiamo preso, dietro il castello, un sentiero capriccioso che ascende la montagna. Traversiamo un bosco di pini, giriamo intorno a enormi massi di granito coronati da boschi. Poi, il nero fogliame si dirada, si affina in un grazioso ricamo, e giungiamo sopra una piattaforma che porta infissa una vecchia croce di pietra. Di là dominiamo due vallate. All'orizzonte, la catena del Cantal i cui picchi s'elevano tutti bianchi di neve. Intorno a noi, il paesaggio fantastico delle rocce eruttive, lo scopeto ancor grigio, e le grandi felci rossicce… I fiumi, i torrenti, le cascate scendono coi loro flutti, ricchi e giocondi, che spumeggiano e scintillano. Dei rivoletti d'argento solcano i pendii, delle gocce cristalline cadono dai rami e dalle scanalature di basalto. Dappertutto l'acqua scorre e canta, sulle pietre dei sentieri scoscesi, dall'alto al basso delle rocce. Si direbbe che la montagna, felice e riscaldata, faccia il bagno sotto il sole. E l'aria, l'aria tiepida è già aulente di primavera. Essa ha preso non si sa dove, forse nei paesi dove l'inverno è finito, effluvi che non ha perduti in cammino, prima di giungere nei paesi dove l'inverno regna ancora… Questi freschi aliti della stagione novella, passando sulla fronte di Patrizio, l'hanno dolcemente rasserenata. Stasera, con gli occhi vivi, le guance colorite, le labbra rosse, egli non ha davvero un viso da malato."



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