Una sintesi sul Romanticismo

CHE SCHIFO QUESTO 2022. CI SPUTO SOPRA, SULLA NOSTRA EPOCA DI DEFICIENTI ZOMBIZZATI. Se potessi, me ne tornerei nell'Ottocento. 

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Romantico è una parola che si usa correntemente ancora oggi e significa "sentimentale, sognatore". è chiaro che tutto questo ha ben poco a che vedere col Romanticismo vero e proprio. Esso, infatti, non è soltanto uno stato d'animo e neppure una semplice corrente letteraria, è una "visione totale" del mondo e di tutti i possibili problemi umani. è una corrente di pensiero che ha origini, caratteri ed evoluzione ben precisi.

Nella sua patria d'origine, la Germania, esso era stato preparato dalle teorie filosofiche che avevano combattuto la "dittatura della ragione" instaurata in età illuminista. Queste nuove teorie affermavano il valore universale del sentimento e la forza creativa del genio che si impone al di sopra di ogni regola e di ogni costrizione.

In campo letterario le prime manifestazioni del Romanticismo si ebbero intorno al 1770 quando sorse in Germania un gruppo di letterati che si battezzò col nome di Sturm und Drang, "Tempesta ed Impeto". E "tempestoso e impetuoso" era il sentimento, inteso come forza innata nell'uomo, selvaggia, capace di rinnovare radicalmente l'intera vita artistica e culturale, liberandola da ogni consuetudine e dall'impaccio di ogni regola.

Le teorie di questi letterati si diffusero rapidamente al di fuori della Germania.

Naturalmente non è possibile indicare tutti gli elementi di una corrente di pensiero tanto vasta e complessa come il Romanticismo: essa si manifestò con aspetti diversi nei vari Paesi europei ma in tutti portò qualcosa di identico: un gusto, un modo di vedere le cose, una sensibilità, uno "spirito" che in breve si affermò in ogni campo, dalle arti figurative alla letteratura, dalla vita alle azioni politiche. Ed è proprio questo spirito romantico che tentiamo, attraverso alcuni dei suoi elementi, di dare una rapida sintesi.

SENTIMENTO: il vero sentimento romantico non è un piagnucoloso sentimentalismo né una serie di vuote fantasticherie. è una forza creativa dello spirito, una specie di affascinante illusione che trasporta l'uomo in un'atmosfera eroica, irreale, e lo incita a tentare un perenne superamento del punto al quale è giunto, per liberarsi dalla schiavitù delle abitudini di tutti i giorni.

AMORE: è l'altra forza che spinge il romantico: non si concepisce la vita priva di amore, anche se questo il più delle volte resta solamente un amore ideale. La donna viene idealizzata, spiritualizzata e diventa una sorta di divinità alla quale dedicare tutto il proprio spirito, la propria vita.

NATURA: anche la Natura è concepita viva, con un'anima e una storia. Come una misteriosa divinità, può apparire orrida, tempestosa, malvagia: il simbolo di tutte le potentissime forze occulte che governano il mondo; ma essa appare anche amica, idilliaca, l'unico ambiente entro il quale l'animo tormentato può trovare la sua pace.

ARTE: libertà, sincerità, spontaneità, ecco i tre elementi che fanno un'opera d'arte secondo i romantici. Libertà da ogni schema letterario o artistico, sincerità nel manifestare il vero contenuto del proprio animo e spontaneità nell'esprimere nella forma più immediata ciò che si ha nel cuore.

STORIA: Ogni nazione e individuo scopre la propria natura e la propria funzione nel mondo soltanto guardando nel passato, cogliendo e interpretando le varie fasi del cammino che ha percorso. è nella Storia che si ritrovano i caratteri di un popolo e il suo destino.

NAZIONALISMO: Probabilmente l'Ottocento non avrebbe visto tutte le guerre di indipendenza che si combatterono in quel secolo se il Romanticismo non fosse sorto. Fu il pensiero romantico ad affermare che la nazione è come un grande organismo vivente nel quale è depositata tutta la grandezza del popolo cui si appartiene. La nazione diventa quindi un autentico valore, che deve essere difeso, un valore per cui vale la pena combattere e morire.

INDIVIDUALISMO: L'artista romantico non si sente semplicemente uomo, si sente eroe. Eroe dello spirito, del dolore, dell'azione impetuosa che compie per affermare un'idea più che se stesso.


APPROFONDIMENTO: IL ROMANTICISMO OTTOCENTESCO IN SINTESI

Nota di Lunaria: quasi tutti questi Autori li ho trattati nel dettaglio. Per chi volesse approfondire, non ha che da "spulciare" tra i miei innumerevoli scritti. Questa è una breve introduzione, molto sintetica ma utile nel caso a qualcuno interessi conoscere il minimo necessario.

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La compostezza e il valore degli ideali classici vennero messi in discussione dagli scrittori e dagli artisti alla fine del XVIII secolo, così come i sistemi di governo venivano contrastati e combattuti dalle Rivoluzioni e dai moti succedutisi dopo la Restaurazione. In realtà, il termine "Romanticismo" indica l'aspetto "sentimentale" di un movimento che poneva le esigenze del cuore davanti a quelle della ragione, una categoria spirituale che l'antichità classica aveva disprezzato e che l'Illuminismo aveva rivalutato come valore fondamentale.

Una dramma tedesco di Klinger, scritto nel 1776, "Sturm und Drang" ("Tempesta e Impeto") permise di andare oltre i valori razionali dell'Illuminismo, introducendo il valore dell'esperienza mistica e della fede come atto di sentimento.

Su questo presupposto si fonda la supremazia che il Romanticismo attribuisce all'Arte: se il sentimento prevale sulla ragione, allora l'arte diventa per i romantici espressione del sentimento; il mondo viene interpretato come una grande opera d'arte, un poema e l'esperienza artistica è il solo mezzo per avvicinarsi all'Assoluto.




Le "evasioni romantiche" diventano le preferenze per epoche lontane come il Medioevo con i romanzi di Walter Scott incentrati sulle lotte tra Anglosassoni e Normanni, la mitologia, l'esotico ma anche il macabro (Romanticismo Nero); si vagheggia di epocHe d'oro e di isole beate, nel tentativo di ancorarsi al mondo idilliaco del passato. è a seguito della "moda romantica" che si inizia a studiare il folklore e le leggende locali e orientali. Sorse anche il mito del "buon selvaggio" che considerava incontaminati gli indigeni dei paesi tropicali; i romanzi di Melville che raccontavano di isole e di genti allo stato di natura ebbero gran successo. 

Lord Byron fu il nome più celebre e l'incarnazione stessa dell'eroe romantico: nel 1824 morì aiutando i Greci nella lotta per la libertà contro i dominatori turchi. 

 

Quando il Romanticismo era in voga, nulla sembrava più bello che morire per una nobile causa. A quell'epoca, i giovani romantici erano desiderosi di partecipare alle rivoluzioni che scossero l'Europa.

Anche la letteratura mutò: già Coleridge aveva dimostrato come la poesia potesse essere scritta in inglese semplice. Wordsworth aveva cantato l'amore per la natura, così come Percy Bysshe Shelley e John Keats.











In Francia, il caposcuola della letteratura romantica fu Victor Hugo che scrisse romanzi, poesie, opere di storia in cui si riflettevano tutte le caratteristiche del Romanticismo.

In Italia, l'iniziatore del Romanticismo fu Giovanni Berchet (che partecipò alle Cinque Giornate di Milano) e che fu d'esempio alla sua generazione, ma, in effetti, del primo Romanticismo italiano fanno soprattutto parte Manzoni e Leopardi. 








Dopo le esperienze neoclassiciste di Ugo Foscolo che aveva intrecciato un intenso e appassionato rapporto preromantico con la politica, la passione amorosa e l'umano soffrire, (oltre che essersi perdutamente innamorato di Lunaria, si intende), anche Alessandro Manzoni visse dapprima una giovanile esperienza giacobina e neoclassica per poi restaurare i supremi valori del cattolicesimo con gli "Inni Sacri" (1); approfondisce i valori romantici nell'"Adelchi", nel "Cinque Maggio", nel "Marzo 1821" infine nei "Promessi Sposi" presenta una storia di "gente meccanica e di piccolo affare" su sfondi tormentati e tragici, esaltando l'opera della Provvidenza e proponendo una prosa ed episodi che fossero edificanti per il popolo.

Di ben altro temperamento si presentava al pubblico, lo stesso anno della prima edizione dei "Promessi Sposi" (1827) Giacomo Leopardi, nobile di nascita e perseguitato nel corpo con le "Operette Morali". La sua poesia risuonò di accenti eroici di origine classica, soffermandosi su considerazioni estatiche ("L'Infinito") o drammatiche ("Ultimo canto di Saffo") che davano prove desolate del dolore umano. Opere senza sorriso, quelle di Leopardi, ma percorse da commozioni di intenso ritmo lirico.

Nel campo musicale il Romanticismo diede impulso a molte opere eccellenti: i compositori del Settecento, Handel, Bach, Mozart (2) avevano seguito canoni fissi per le loro composizioni, proprio come gli scrittori. Fu Ludwig van Beethoven a infrangere questa tradizione esprimendo, nella sua prima sinfonia completata a Vienna nel 1800 forti emozioni personali. Dopo Beethoven, furono Schubert, Chopin e Wagner ad imporsi musicalmente.

Nella pittura, Francisco Goya, William Blake, John Constable, Joseph Turner, Géricault, Corot dipinsero scenari da incubo e paesaggi di luci e colori. Molto importante anche il movimento dei Pre-Raffaeliti.

Infine citiamo l'importante movimento italiano artistico degli Scapigliati, in particolar modo, Ugo Tarchetti (che passò la sua breve vita a desiderare Lunaria, consumandosi d'amore e di disperazione, perché ella era nata nel 1986 e questa barriera temporale la separava da lui)





Note:

(1) Certo, perché se al posto di essere cattolico Manzoni era Satanista e gli inni sacri li dedicava a Satana, non sarebbe di certo stato eletto come "Uno dei più grandi romanzieri dell'Ottocento Italiano da far studiare nelle scuole italiane per mesi e mesi"

(2) Ovviamente come al solito non si riporta manco mezzo nome di donna che ha contribuito alla Storia. Devo essere io, come al solito, a citare nomi come Francesca Caccini o Maddalena Casulana che PRECEDONO, STORICAMENTE PARLANDO, i Mozart, i  Beethoven e i Bach, ma ovviamente sono conosciute dai soliti quattro gatti anti-misoginia, qui in Italia, perché i "libri di Storia" devono sempre riportarci i soliti nomi maschili noti e arcinoti e non riportare, manco in mezza riga minuscola a mo' di nota, un nome di donna che sia uno.



"La Casa delle Urla"

di Gerald Findler  (The House of Screams, 1932)

N.B Questo autore ha all'attivo anche un altro racconto ma venne presto dimenticato e di lui non si sa nulla. Questo breve racconto giallo mi è piaciuto perché per tutta la prima parte sembra quasi un racconto dell'orrore...

Stavo facendo un giro a piedi per il Cumberland, quando scoprii la "Casa delle Urla". Se ne stava lì, nascosta in mezzo a un gruppo di alberi: un edificio dall'apparenza misteriosa... porte e finestre ormai coperte interamente dai rampicanti... prato e giardino che attiravano l'attenzione per quanto erano mal curati. La casa più vicina doveva essere distante un paio di miglia, e capivo perfettamente come mai il cartello "Affitasi" non faceva gola a nessuno di coloro che cercavano una casa vicino ai laghi e alle colline del Cumberland. A me, però, quella casa piaceva. Avevo davanti a me una casa avvolta nella solitudine, lontana dal rumore e dal trambusto della Gran Bretagna industriale. Lì c'era esattamente il genere di posto che spesso avevo cercato e che adesso avevo trovato. Trascorrendo tre mesi da solo avrei potuto scrivere il libro che pensavo sarebbe stato il mio grande successo. Niente rumore, niente domestici, niente riunioni mondane che turbassero il mio lavoro, solo scrivere, scrivere, scrivere. Tornai indietro per la strada da cui ero arrivato, e scoprii che il padrone della casa era all'estero, ma che il suo agente si trovava a Penrith. Proseguendo per un altro miglio avrei potuto telefonare dall'ufficio postale del villaggio più vicino. Raggiunsi l'ufficio postale, che faceva anche da spaccio generale, e telefonai all'agente immobiliare di Penrith, che sembrò felice di accettare le mie condizioni per quanto riguardava l'affitto. Mi informarono del fatto che la casa non era mai stata abitata da quando il proprietario era andato all'estero, qualche anno prima. Era ben ammobiliata, e avrebbero spedito la chiave immediatamente, tramite un fattorino. Mi arrangiai per trascorrere la notte in quel vecchio e sperduto villaggio, e poi presi possesso della casa appena acquisita. Per prima cosa, la mattina seguente, assunsi due donne perché vi andassero per pulire e arieggiare le camere, in modo che mi ci potessi trasferire la sera stessa. Chiesi anche allo spaccio del villaggio di mandarmi generi alimentari e di prima necessità ogni tre giorni, e poiché non erano abituati all'improvviso aumentare dei profitti, accettarono di buon grado la mia richiesta. Alle cinque del pomeriggio avevano terminato di pulire e arieggiare la casa (perché solo di questo si trattava) e dopo aver dato una generosa mancia alle due donne rimasi solo a iniziare il mio lavoro. Come ho detto prima, la casa era nascosta in un gruppo d'alberi, e fatta eccezione per qualche uccellino che occasionalmente cinguettava la sua canzone al tramonto, regnava la pace più assoluta. Mi preparai il tè e mangiai una fetta di torta che avevo comperato al villaggio, e poi mi misi a scrivere. è sorprendente quanto veloce passi il tempo quando si è molto interessati a un lavoro o a un passatempo, e quelli che a me sembrarono pochi minuti erano in realtà poco meno di cinque ore perché il mio orologio segnava le undici e dieci. Era stata una giornata impegnativa, e così decisi di smettere di scrivere e di andare di filato a letto. La camera da letto che avevo scelto era grande, ma conteneva decisamente troppi mobili, e l'unico sistema di illuminazione della stanza era un'antiquata lampada a olio, il cui paralume di vetro era di forma insolita, lavorata finemente, e di una particolare tonalità di verde. Potrete quindi immaginare quanto la stanza sembrasse soffocante: luci verdi e mobili ingombranti e brutti che occupavano tutto lo spazio disponibile. C'erano due finestre, coperte da pesanti tende che avevo tirato di lato perché l'aria sembrava umida e spessa. Mi infilai a letto e lasciai una lampada accesa, perché ultimamente avevo preso l'abitudine di svegliarmi durante le ore piccole e di leggere un capitolo di uno dei libri che preferivo. Fuori il vento soffiava un po' più forte che di giorno e il cielo nero preannunciava il sopraggiungere di una tempesta. Mi addormentai non appena toccato il cuscino con la testa, e non ricordo più niente fino al momento in cui fui svegliato da un terribile grido, che sembrava risuonare nella stanza stessa in cui stavo dormendo. La lampada gettava ancora la sua tremolante luce verde nella stanza e sentii tutto il mio corpo tremare nervosamente. Scesi dal letto e mi infilai la vestaglia da camera, mi accesi una sigaretta per calmare un po' i nervi e diedi un'occhiata per la stanza, cercando la persona che aveva lanciato quel grido insopportabile, ma non c'era traccia di nessuno. Presi il coraggio a due mani e iniziai a cercare in tutte le stanze della casa, pensando che magari una povera ragazza si era perduta ed era entrata nella casa, piena di paura, ma le stanze, una dopo l'altra, contenevano solo orride ombre che sembravano fantasmi che mi fluttuavano davanti. Non avevo mai creduto in cose soprannaturali, ma adesso quella convinzione era bruscamente scossa. Gocce di sudore mi imperlavano la fronte. Mi avviai verso la facciata principale dell'edificio, e nell'ingresso accesi un'altra lampada, dello stesso e identico tipo di quella che ancora ardeva in camera da letto. Non appena lasciai l'ingresso iniziò una seconda ondata di urla. Mi sembravano quelle di una ragazza agonizzante, ma dove si trovasse, non avrei saputo dirlo. Il vento fischiava tra i rami degli alberi e le due serie di urla sembravano dilettarsi nel produrre ogni genere di suono. Avevo ormai cercato in tutte le nicchie e in tutti gli angoli, fatta eccezione per una stanza dell'attico, la cui porta rifiutava di aprirsi. Decisi che avrei esplorato quella stanza alla luce del giorno, per risolvere il mistero della quella Casa delle Urla. Dopo circa mezz'ora che sopportavo quella serenata spettrale, all'esterno si scatenò la tempesta e per quanto strano possa sembrare, le grida iniziarono ad affievolirsi fino a scomparire gradualmente.

Erano ormai le quattro di mattina, e la tensione della casa infestata iniziava a farsi sentire, così mi avvolsi in una coperta e andai velocemente a dormire su una poltrona. Non mi svegliai fino alle dieci e un quarto del mattino successivo, e scoprii che il sole faceva capolino dalle finestre. Mi pulsava la testa, come se avessi avuto un orribile incubo dopo avere mangiato troppo a cena, ma le strane lampade verdi ancora accese furono per me una prova sufficiente del fatto che la mia esperienza era stata qualcosa di più di un sogno di spettri. Mi feci un bricco di caffé, ma non riuscii a mangiare niente, perché l'appetito mi aveva abbandonato insieme al coraggio. Dopo aver fatto toilette mi procurai un grande martello e un'accetta, e mi avviai su per le scale, fino all'attico, dove si trovava l'unica stanza in cui non ero ancora entrato. Per dieci minuti buoni martellai e picchiai la morte, finché non si mosse lentamente sotto la mia spinta. Quando la porta si aprì, un orribile spettacolo mi si presentò davanti agli occhi: su una sedia, seduto a un tavolino, c'era uno scheletro. Avevo forse risolto il mistero di quelle urla? Mi avvicinai nervosamente al tavolo, coperto da una spessa coltre di polvere. Raccolsi dal pavimento una bottiglietta, sulla cui etichetta rossa c'era la scritta sbiadita "arsenico". Sul tavolino c'era un portafoglio di pelle, lo aprii. La prima cosa che attirò la mia attenzione fu una busta, indirizzata "A chi scoprirà il mio cadavere". Stracciai la busta con dita tremanti e tirai fuori la lettera che ho ancora in mio possesso.

Si è un po' consumata a forza di farla vedere in giro, ma dice:

A CHIUNQUE TU SIA.

Si sta avvicinando il momento della fine, e ancora le grida della mia ex moglie continuano. Ho vissuto questo orrore finché ne ho avuto il coraggio ma adesso la mia mente è sul punto di crollare. Il mio avvocato crede che io sia andato all'estero, ma lo spirito di Muriel non mi abbandonerà in queste ultime poche ore, continua a urlare, urlare, urlare. Prima di morire devo confessare che la gelosia mi ha indotto a maltrattare mia moglie, che era giovane e bella. Aveva ventun anni quando ci sposammo, mentre io ero sulla sessantina, e poiché aveva molti ammiratori comperai questa casa e la condussi qui. Passavo la maggior parte del tempo a bere, e quando ero sotto l'influenza dell'alcol la picchiavo senza pietà. Non c'è da meravigliarsi che il suo spirito urli. Morì un anno dopo il matrimonio, e di crepacuore, anche se il medico del villaggio disse che si trattava di problemi ai polmoni. Pensavo che quando fosse morta mi sarei liberato dalle sue incessanti grida, e invece lei me le ha lasciate per torturarmi l'anima. Questo attico è il mio unico rifugio, ho sigillato la porta inchiodando delle assi, e ora intendo prepararmi alla mia... Ancora le urla. Mio Dio come urla.

La lettera si interrompeva così, ma rivelava una storia che era sia romantica che tragica. Chissà come sentivo che il defunto proprietario di quello scheletro aveva meritato quella desolazione. Erano le sue stesse azioni che l'avevano condotto a quella fine. Era ovvio che nessuno, dopo aver sentito le grida della ragazza maltrattata la notte precedente, e dopo aver trovato lo scheletro del suo brutale consorte, si sarebbe potuto mettere a scrivere un libro. Quindi impacchettai le mie poche cose e mi recai a piedi al villaggio per avvertire un poliziotto un po' ottuso della mia avventura. Costui rise all'idea del fantasma che urlava, e mi chiese quanti bicchierini mi ci erano voluti per ridurmi a quel punto, ma quando gli dissi dello scheletro nell'attico pensò che fosse meglio chiedere a un sergente di venire a dare un'occhiata. Avevo tenuto il portafoglio in cui avevo trovato la lettera, e nel cercare tra il contenuto mi imbattei nel ritratto di una bellissima ragazza. Aveva occhi neri e seducenti, il viso bellissimo rivelava un carattere nobile, le sue labbra erano tali che la maggior parte degli uomini avrebbe mosso mari e monti per baciarle. Era forse quella la ragazza che era stata vittima di quel bruto che credeva nella tortura invece che nell'amore? Il viso di quella ragazza mi affascinava. Forse è proprio perché avevo sentito le sue grida e conoscevo la sua storia, che si può capire come mai qualche anno fa tornai alla Casa delle Urla. L'edificio era in pessime condizioni e tutto il mobilio era stato rimosso. Uno stradino mi disse che la casa era infestata dagli spiriti, e che gli abitanti del villaggio immaginavano di vedere tutte le notti, a mezzanotte in punto, fantasmi che fluttuavano tra gli alberi. Al villaggio in cui avevo trascorso la notte la volta precedente mi raccontarono della giovane sposa maltrattata, e di come l'avessero sepolta nel piccolo camposanto vicino. Il direttore delle poste del villaggio la descrisse come una ragazza dagli occhi neri che affascinava uomini e animali, e dalla sua descrizione dedussi che lei e la ragazza del ritratto erano la stessa persona. Mi recai al cimitero e trovai una lapide sopra un piccolo tumulo, che portava il nome di Muriel Dunhurste, 22 anni. Mi venne un groppo in gola, di nuovo immaginai quella dolce e innocente ragazza malmenata da quell'ubriacone reo confesso. Decisi di lasciare quel posto per sempre; quel pensiero dominava la mia mente. Proprio mentre arrivavo al cancelletto bianco del cimitero si fermò una grande macchina da turismo, e ne scese un giovanotto che entrò nel camposanto. In un primo momento la cosa mi colmò di stupore, perché quel giovane era il ritratto sputato della ragazza morta sulla cui tomba era appena stato. Si avvicinò al punto in cui ero stato io a pochi minuti prima, e mi accorsi che deponeva una coroncina di gigli bianchi sul tumulo erboso. A questo punto conclusi che doveva essere il fratello della ragazza, cosa che si dimostrò corretta. Quando tornò alla macchina gli chiesi se era diretto a Penrith e se, in tal caso, avesse potuto darmi un passaggio. Rispose che sarebbe stato felice di godere della mia compagnia. Non avevamo fatto molta strada che gli mostrai il ritratto che avevo trovato nel portafoglio. Lo riconobbe immediatamente, e mi chiese da dove venisse, dal momento che era un ritratto della sorella defunta sulla cui tomba era appena stato, e che era stato fatto prima che si sposasse. Gli raccontai dettagliatamente la mia storia, e dopo aver riflettuto per qualche minuto il giovanotto sorrise. "Be', amico mio", disse, "le devo delle scuse. Ma permetta che le racconti la mia versione della vicenda, quella di un omicida reo confesso. Ho sempre voluto molto bene a mia sorella, che dopo il matrimonio mi scrisse della brutalità del marito... Be', arrivai troppo tardi, perché era morta. Allora mi comportai amichevolmente con mio cognato, e una notte, in preda ai fumi dell'alcol, egli mi confessò che le sue grida lo sconvolgevano. Lo lasciai solo a casa sua, e feci ritorno quindici giorni dopo, con due lampade particolari che, dissi, erano ricordi di mia sorella. A quei tempi lavoravo nel varietà come illusionista, e avevo fatto fare a posta quelle lampade per le mie esigenze. Erano fatte in modo tale che quando venivano accese, il vetro speciale del paralume sarebbe diventato rovente. Bene, al suono di un fischio o di un particolare tipo di grido, le lampade avrebbero fatto da amplificatore, e avrebbero restituito il suono originale a un volume enormemente maggiore. Un paio di giorni prima di dargli quelle lampade, le modificai in modo da farle entrare in azione solo quando il vento, soffiando molto forte tra gli alberi che circondavano la casa, avesse prodotto un fischio acuto. Limando dei pezzettini di paralume riuscii a ottenere un suono molto simile a quello delle grida di mia sorella. Evidentemente le lampade hanno funzionato a dovere, e hanno spinto il marito di mia sorella a togliersi la vita. Quanto alla sua esperienza, amico mio, mi dispiace molto di averle fatto passare la notte in circostanze così strane, ma dalla sua conversazione ho dedotto che lei è uno scrittore. In questo caso, perché non scrive la vera storia della Casa delle Urla?"


Salgari: La Rosa del Dong Giang

"Trama: Saigon. La bellissima Tay-See, soprannominata "La Rosa del Dong Giang" ama, ricambiata, Josè, lo spagnolo nemico del suo popolo. Il padre vende la fanciulla in sposa ad un ricco uomo che l'adora come una Dea, ma Tay-See ama solo Josè e quando scopre che l'uomo è stato fatto prigioniero e verrà condannato a morte, scappa con lui. Ma i loro nemici li inseguono, per metterli a morte condannandoli ad un terribile supplizio: essere schiacciati da un elefante...


Nota di Lunaria: uno dei romanzi meno famosi di Salgari, che, sotto la patina di scenari esotici (tipiche dei romanzi più famosi di Salgari e anche qui, descritti benissimo) vira molto di più su atmosfere Rosa "alla Delly", con l'amore contrastato per motivi etnici e politici. è molto breve, mi è piaciuto e anche se rispetto ai capolavori "I Misteri della Jungla Nera" o "Il Corsaro Nero", questo "La Rosa del Dong Giang" è molto più sentimentale (non mancano comunque i tipici elementi salgariani: la tigre, la galea che naviga, gli inseguimenti, i duelli...) e potrebbe piacere alle appassionate dei vecchi romanzi Rosa, quelli stile Delly, per intenderci, più che non agli appassionati di libri d'avventura. Ma se vi capita, dategli una lettura.


Gli stralci più belli:

"Era una notte magnifica, una di quelle notti limpide, profumate, incantevoli, proprie dei climi tropicali.

Nelle immense profondità del cielo, fra miriadi di stelle di uno splendore vivissimo, vagava nell'azzurro trasparente l'astro notturno, illuminando come in pieno giorno il fiume, che calava dai lontani monti del settentrione a guisa d'un immenso nastro d'argento, facendo scintillare vagamente le tegole azzurre dei templi e i dorati comignoli delle svelte torri e dei campanili dai tetti arcuati. (...) La notte, da splendida, era diventata, tutto ad un tratto, oscura, a segno che non ci si vedeva a dieci passi di distanza, e l'aria si era fatta pesante, soffocante. Dalle nere nubi, turbinanti nella profondità del cielo, cominciavano a scendere impetuosi i soffi di vento, ora da nord e ora da sud, incontrandosi con tremendi ruggiti (...) tornavano a scuotersi tutte le foreste, a gemere lugubremente i rami, a piegarsi i bambù, a mugolare le fieri atterrite."

"Il canto del gallo selvatico risuonò sotto le oscure volte della foresta. "Tutto è contro di noi, José", diss'ella rabbrividendo. "Anche il gallo predice sventura!" "Ma io la sfido questa ventura!" In quel mentre un lampo rischiarò la notte fino agli estremi limiti dell'orizzonte, seguito da un tuono assordante, spaventoso. Lo spagnolo si terse la fronte madida di sudore (...) Poco dopo cominciarono i lampi a succedersi con fantastica rapidità, illuminando di una luce tremula, azzurrognola, la tempestosa notte, e i tuoni a rombare furiosamente, ora secchi, violenti, assordanti, e ora lunghi, perdendosi in lontananza. Il vento, non più frenato, si diede a ruggire con estrema violenza, seco travolgendo l'acqua che cadeva a torrenti, e le folgori solcavano a centinaia l'aria, percuotendo le vergini foreste e abbattendo i più alti alberi."

"Era bello, era sublime vedere quell'uomo tutto amore fendere il turbine con la donna amata, mentre intorno a lui scrosciavano le folgori, ruggiva sempre più tremendo il vento, tutto si piegava e tutto rovinava sotto le possenti ali del turbine."


Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/07/le-tigri-di-mompracem-di-salgari.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/10/emilio-salgari.html https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/il-corsaro-nero.html https://intervistemetal.blogspot.com/2021/07/jolanda-la-figlia-del-corsaro-nero-di.html https://intervistemetal.blogspot.com/2021/09/i-misteri-della-jungla-nera-di-salgari.html





Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

I gabbiani sorvolano la foce dell'Elba, nel mare del Nord. "Banco di aringhe a sinistra", stride il gabbiano di vedetta, e Kengah si tuffa, insieme agli altri. Ma quando riemerge, il resto dello stormo è volato via, e il mare è una distesa di petrolio.

A stento Kengah spicca il volo, raggiunge la terra ferma, poi stremata precipita su un balcone di Amburgo.

C'è un gatto, su quel balcone, un gatto nero grande e grosso di nome Zorba, cui la gabbianella morente affida l'uovo che sta per deporre, non prima di aver ottenuto da lui tre solenni promesse.

E se per mantenere le prime due sarà sufficiente l'amore del gatto, per la terza ci vorrà una grande idea e l'aiuto di tutti.

In questo racconto, il grande scrittore cileno tocca i temi della natura e della solidarietà e riconosce all'uomo un ruolo fondamentale: non solo distruttore e inquinatore, ma anche salvatore, in un messaggio di speranza. 



Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/02/leggende-sul-martin-pescatore.html


Il Conte di Montecristo

Trama: Il marinaio Edmondo Dantès, benché innocente, viene arrestato e gettato in carcere, dove langue quattordici anni. Un altro prigioniero, l'abate Faria, che tutti credono pazzo perché offre al governo dei milioni che egli sa essere sotterrati nell'isola di Montecristo, rivela in punto di morte a Dantès il segreto sulle sue immense ricchezze. Dantès evade, sostituendosi al cadavere dell'abate, e impiega il denaro ottenuto per vendicarsi dei suoi persecutori. Tipico e fantasioso romanzo d'appendice, "Il Conte di Montecristo" (1846) è ancora oggi oggetto di successo.












Aggiungo anche "I Tre Moschettieri" (1844): scritto in collaborazione con A. Maquet, sulla traccia del "Memorie del signore d'Artagnan", romanzo storico di G. de Courtilz de Sandras (1709). Narra le avventure di quattro spadaccini del tempo di Luigi XIII. I tre moschettieri Athos, Porthos, Aramis e il cadetto d'Artagnan si mettono al servizio della regina Anna d'Austria, insidiata dalle trame di Richelieu, impegnandosi a recuperare i fermagli di diamanti da lei donati all'amato Buckingham.

L'intreccio serrato e avventuroso, nonché la caratterizzazione psicologica dei personaggi, motivano la non tramontata popolarità del romanzo.

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