Jean Ray "La Giostra" (racconto horror)


Anni fa a Londra, in Bethnal Green, tra Shoreditch Station e Bricklane, c'era una squallida piazza che portava il nome di Altwater Square, nome che conservò fino al giorno in cui crollò il muro sul quale era scritto. Più avanti si stabilì in quell'area un parco di divertimenti che gli abitanti del quartiere chiamavano French Fair immaginando, e non del tutto a torto che le fiere di Francia gli somigliassero in tutto e per tutto. Durante i mesi d'inverno le tende e le baracche restavano chiuse: le prime ben legate e riparate dai copertoni, le altre inchiodate come casse. Nelle roulottes parcheggiate in disparte la popolazione della French Fair trascorreva la cattiva stagione in una specie di letargo, vivendo del proprio grasso come gli orsi per ridestarsi persone e cose, soltanto a primavera. All'inizio la French Fair contava un circo equestre, un serraglio, parecchie giostre - le cosidette merry-go-round - la vasta tenda di un illusionista e un numero imprecisato di lotterie, friggitorie e antri di cartomanti. Ma, dopo un lungo periodo di relativa floridezza, essa conobbe il declino; il numero dei "mestieri", per usare il gergo dell'ambiente, andò diminuendo; inoltre il quartiere diventava sempre più povero.

Il circo equestre divenne ambulante e non ritornò più in Bedhal Green. I leoni e le tigri morirono di vecchiaia e di tisi; gli orsi furono acquistati dallo Zoo di Londr; il pitone gigante fuggì e andò a morire nella fogna dove si era rifugiato; le scimmie entrarono al servizio di alcuni suonatori di organetti italiani. Un'ordinanza imprevista proibì alle indovine e ai veggenti di continuare a esercitare la loro attività; e i superstiti vissero alla giornata, sotto il segno della decrepitezza.
Al Blass era nato nella French Fair al tempo in cui suo padre, Silas Blass faceva quattrini con la sua giostra. All'epoca in cui ha inizio questa storia l'ultimo merry-go-round apparteneva ad Alerton Blass.
Silas era un furbacchione che asseriva di essere amico del progresso e che, grazie a una trovata, era riuscito a battere tutti i suoi concorrenti. Egli aveva sostituito buona parte dei suoi cavalli di legno con leoni e maiali; e, parrebbe impossibile, la clientela preferiva montare un leone o un porco invece di un comune cavallo.

Al crebbe in questo ambiente chiassoso ma bonario. Menando frustate che facevano molto rumore e poco male egli incitava la vecchia giumenta che azionava la giostra; ridava il colore agli animali di legno sbiaditi e ne fabbricò anche un paio di nuovi perchè era abile di mano.
Aveva 25 anni quando il vecchio Silas morì lasciandogli un affare che non andava troppo male. Si parlava di un suo matrimonio con Betty, una ragazza che gestiva una lotteria a ruota. Ma poco tempo prima delle nozze la bella vendette la sua azienda e partì con un capitano in aspettativa. Alerton se ne consolò soltanto quando seppe che Betty la rossa non era che una volgare prostituta che i marinai in libera uscita nella Commercial Road potevano offrirsi a turno per qualche bicchiere di gin o una manciata di sigarette. Tuttavia gli rimase una certa diffidenza verso il  sesso gentile e non volle prender moglie. Assunse al suo servizio un vecchio, taciturno  e cupo, Gil Barker, un ex clown che ebbe l'incarico di incassare i quattrini, di allontanare chi non pagava e di girare la manovella dell'asse rotatorio. Un mattino la vecchia cavalla fu trovata morta nella sua stalla di tela e lo squartatore se la portò via. Al acquistò un vecchio cavallo da corsa che acconsentì a nitrire e a saltare ma non a fare la parte del derviscio che gira su se stesso; e dovette rivenderlo, perdendoci, a un ambulante che faceva i mercati e possedeva un carrozzino. Fu allora che gli venne la famosa idea di modernizzare la  sua giostra. La polizia fluviale aveva scartato alcuni motori a gasolio che non servivano più alle sue vedette. Al ne acquistò uno quasi a prezzo da ferrovecchio. L'illusionista che aveva qualche cognizione di meccanica gli insegnò a far girare contemporaneamente, con l'ausilio di una cinghia e di una puleggia, il perno e la piattaforma e  tutto andò secondo i suoi disegni. La giostra girava assai più rapidamente di prima, l'organo meccanico faceva più rumore di una banda e i clienti erano soddisfatti. Disgraziatamente i tempi diventavano sempre più duri e svaghi diversi e più lontani attiravano i giovani del quartiere. Ma Al era un uomo che si accontentava di poco e seppe tenersi a galla senza eccessive preoccupazioni. Fino al giorno in cui Uragano si ruppe le reni e le zampe.
Uragano era un bel cavallo marrone, con sella di feltro e briglie dorate e tempestate di pietre false. Faceva colpo, e quando la giostra si metteva in moto restava di rado senza cavagliere. Quel giorno era stato scelto da un omaccione zavorrato di birra e di brandy in soprappiù dei suoi cento chili abbondanti; ma costui era appena montato in sella che già crollava sulla piattaforma tra i frammenti e le schegge di quello che era stato Uragano.

Al riuscì a stento ad ottenere dal gigantesco cavaliere alcuni scellini a titolo di risarcimento e si recò da un fabbricante di attrezzi da fiera per acquistare un sostituto del povero Uragano. Ma le tariffe erano cambiate e il costruttore domandò un prezzo così esorbitante che Alerton ritornò a casa a mani vuote.

L'assenza del cavallo marrone non impediva alla giostra di girare, ma il vuoto che esso aveva lasciato nelle fila degli animali pungeva il cuore di Al Blass che finì col trovarne insopportabile la vista. Ora, Gil Barker era forse un vecchio brontolone, e scimunito per di più, ma capiva il dolore del padrone; e una sera rientrò curvo sotto un pesante fardello.

- Questo servirà a costruire un nuovo Uragano- borbottò. E Al vide che il fardello era un grosso pezzo di legno.
- Dove lo hai preso, Gil?- domandò.
Il vecchio scrollò le spalle, fece un segno in direzione dei moli e disse con voce sorda:  -Bè, laggiù -.
Poi riempì la pipa e si mise a fumare in silenzio.
- Non ho mai visto un legno simile- mormorò Al.
-Non è duro ma pesa come il piombo. E che strano odore!- Infatti il legno mandava un fetore nauseabondo di marcio e il suo colore verdastro non aveva nulla di attraente. Ma un proverbio del Midlands, forse noto anche altrove, dice che a caval donato non si guarda in bocca; e Al prese la mazzuola e lo scalpello e si mise all'opera immediatamente. Il legno si prestava bene a quello che egli voleva farne, e a poco a poco il nuovo corsiero prese forma. Era un bel lavoro. Il corpo, soprattutto, di linee snelle e robuste era ben riuscito; solo la testa non rispondeva ai desideri di Al, sebbene egli avesse cercato più volte di modificarne la forma. Era, tuttavia la testa di un cavallo; ma con un'espressione di ferocia diabolica che faceva paura a guardarla e che, al suo confronto, faceva apparire innocue capocce di pecore le teste dei leoni. Un ultimo tentativo di correggerla si concluse con un disastro. Causa un falso movimento lo scalpello incise le labbra della bestia cosicché le sue fauci si spalancarono quasi per una terribile minaccia. Allora, per evitare di far peggio, lo scultore ripose i suoi strumenti. Ma il peggio fu fatto quando Barker ci mise nuovamente le mani. Il vecchio aveva voluto rendersi utile e, sacrificando una parte del suo riposo notturno, aveva dipinto il nuovo ospite. Aveva scelto un atroce colore scarlatto e uno smalto di un bianco brillante per adornare la bocca spalancata di una possente rastrelliera di denti. Un rimasuglio di vermiglio e di smalto servì a dipingere un paio d'occhi enormi, inverosimili, sporgenti come quelli di un granchio mostruoso. Al rabbrividì quando vide il capolavoro, ma non avrebbe voluto per tutto l'oro del mondo arrecare un dispiacere al vecchio servitore criticando o disapprovando la sua opera. Così il nuovo corsiero prese il posto dell'altro. Non ebbe, però, lo stesso nome, perchè Gil dichiarò dando un'amichevole manata al mostro: -Sue... se lo chiamassimo Sue?-
- Perchè?-
- Quand'ero domatore di belve...- incominciò Gil Barker...

In effetti, prima di mettersi, ormai vecchio, a  divertire il pubblico con farse pietose e goffe capriole egli aveva presentato nel circo un numero di bestie feroci.
- ... Lavoravo con una tigre, un vero mostro. Aveva fatto fuori quattro domatori, ma a me non fece mai del male. Si chiamava Sue.-
- Vada per Sue, allora - rispose Al ridendo. -Ci figureremo che sia una giumenta. -
Sue entrò nella giostra, seguì la ronda dietro il leone Rabo e piacque molto ai giovani cavalieri, orgogliosi di poter cavalcare una bestia dall'aspetto così feroce senza correre il rischio d'essere fatti a pezzi o di mordere la polvere.

Alerton Bass era un uomo solitario, i cui pensieri giravano in un cerchio chiuso come i suoi animali di legno. Talvolta cercava di scambiare qualche parola con Gil Barker, ma questi rispondeva con un mugolio oppure faceva il sordo, come Cob Cow della favola che sente soltanto quando gli fa comodo. Un mattino tuttavia, Gil uscì dal suo mutismo per gridare rabbiosamente: - Vorrei proprio sapere che è il figlio di cane che ha conciato Ravo in questa maniera! -. Rabo il leone aveva perduto la coda e aveva i fianchi profondamente scorticati. Il vecchio mugugnò e finì col dire che avrebbe stretto le viti a Sue perchè si chinava troppo in avanti. Mentre era intento a questo lavoro, Al lo udì mormorare: -Brutto demonio, hai allungato il collo, eh?- E pochi minuti dopo lo udì soggiungere: - Bisogna star buoni, bellezza...non si può mordere le altre bestie...Non si può. -

Era appena scoppiata una tempesta che doveva durare tre giorni interi. Londra era scomparsa in una nuvola d'acqua e di fumo; le raffiche di vento schiantarono gli alberi dei parchi e mandarono qualche tetto a fare un volo. La French Fair dovette chiudere le tende e la sua gente si ritirò nelle roulottes o andò ad affogare le sue pene nelle osterie dei dintorni. Ma, a parte qualche bancarella rovesciata, la fiera non ebbe troppo a soffrire per il cattivo tempo e la vita normale riprese il suo corso. Prima di rimettere in moto la giostra, Gil fece un giro d'ispezione per vedere se ogni cosa era in ordine.
- Maledizione!- gridò a un tratto. -Sono tre giorni che non giriamo e le viti di questa dannata bestia non tengono più.- Si guardò intorno, ma non scorse Alerton che si era nascosto poco lontano presentendo che qualcosa di insolito stesse per accadere. Il vecchio diede un calcio a Sue borbottando: - Canaglia, come se non lo sapessi che sei stata tu, nessun altro che tu, a fare a pezzi Rabo.-

Faceva buio perchè i teloni non erano ancora stati tolti e Al poteva distinguere soltanto le forme fantomatiche degli animali di legno e quella gesticolante del suo domestico.
-Ah! Baldracca...carogna-
- Cosa succede?- domandò Al uscendo dal suo nascondiglio.
- Niente di grave. Un chiodo della gola di Sue che mi ha graffiato.-
Per tutta settimana Gil Barker portò la mano fasciata. Durante la notte Al lo udiva spesso lamentarsi e bestemmiare sottovoce.

In un pomeriggio tetro e di pubblico scarso il motore della giostra si arrestò. La piattaforma fece ancora mezzo giro e stava per fermarsi quando, repentinamente, riprese il movimento in maniera disordinata. Al non poteva credere ai propri occhi: il merry-go-round girava sempre più in fretta e i pochi ragazzi che cavalcavano gli animali urlavano di terrore. Il movimento si accellerava fino a dare le vertigini in un silenzio vasto, pesante che accentuava la stranezza del fenomeno: infatti il meccanismo centrale restava muto, con i suoi fantocci fissati in una immobilità paurosa. Gli occhi di Al erano fissi su Sue. Il ragazzo che stava in sella si aggrappava al collo dell'animale piangendo e gridando che stava per cadere e ammazzarsi. Puf, puf, puf...il motore si rimise in marcia e i fantocci del perno centrale ripreso a batter tamburi e triangoli.
- Senti un po'- esclamò il monello che era saltato a terra appena la giostra aveva rallentato. -La tua bestiaccia suda, attacca e puzza...e come puzza! - e scuoteva le mani con disgusto. Al vide larghe chiazze umide luccicare sui fianchi di Sue, ma non cercò di capire. D'altraparte c'era forse qualcosa da capire?
Durante la notte egli udì un rumore come se una schiera di topi si desse da fare da qualche parte. E poteva darsi che fossero davvero topi , dato che a French Fair non ne mancavano. Ma la mattina seguente Gil Barker dovette staccare il leone Rabo che aveva i fianchi dilaniati; e Al vide che il vecchio toglieva di nascosto delle schegge di legno dalla bocca di Sue.

- Ehi, Blass- disse Sol Corter, l'illusionista, - forse che Barker ha ripreso il suo antico mestiere di domatore e si esercita di nascosto?-
- Cosa ti salta in mente?- si stupì Al.   
-Deve già una sterlina e quattro scellini a Grudden che ha una macelleria di carne di cavallo in Bricklane; e ieri, quando Grudden ha rifiutato di fargli ancora credito, si è quasi messo in ginocchio. Alla fine, è riuscito a portarsi via un po' di carnaccia.
Al riflettè un poco; poi, durante una breve assenza del suo domestico, andò a esaminare Sue con maggiore attenzione. Il legno con il quale la bestia era stata fabbricata non aveva mai olezzato di rosa, ma adesso esalava un fetore insopportabile di putrefazione. - Dove ho già sentito questa puzza?- mormorò Al. Più tardi, durante il giorno, si battè la mano sulla fronte: ricordava, ma era un ricordo che rendeva le sue idee ancora più confuse. Quel fetore era l'alito delle tigri del serraglio di Westlock.
Una notte Al Blass fu destato dal soffio freddo di uno spiffero; e, alla luce di un fanale che entrava da un finestrino della roulotte, vide che la cuccetta di Gil era vuota. Il fatto non aveva nulla di singolare, senonché dall'esterno giungeva un rumore strano che non era quello della pioggia che martellava i tendoni e le lamiere di copertura. Una lanterna era accesa all'interno della giostra e un triangolo di luce  usciva dal tendone. Udendo un rumore soffocato di colpi, di salti e di cadute, Al sgattaiolò dentro.

Accadde allora qualcosa di fulmineo e di confuso. Vide vicino al suo viso quello di Gil Barker, rosso di sangue, contratto dalla disperazione e dal dolore; e poi una forma che girava a vuoto. Urtò contro qualcosa, oppure fu urtato, e cadde con la faccia al suolo e un dolore lancinante che gli trafiggeva il petto. Nello stesso istante la lanterna si staccò dal palo e andò a sbattere contro la damigiana piena di gasolio. - Al fuoco- urlò Al. Ma già un cerchio di fiamme ruggenti lo circondava.  
Meno di un'ora dopo la povera casa di assi e di tela che era stata French Fair non era più che cenere rossa che sibilava sotto la pioggia. Per un vero miracolo la vittima fu una sola: Al Blass, il cui cadavere fu trovato semi carbonizzato tra i resti del suo merry-go-round.

- Sarà bene fare indagini- dichiarò il sergente di polizia che aveva assistito ai lavori di salvataggio.       
- Direi che questo colpo è stato tratto col coltello.-
Si cercò Gil Barker che era sparito, e non ci volle molto a trovarlo. Il suo cadevere giaceva nel settore di manovra di Shoreditch-Station. Il dottor Andrew Matthis che si era recato sul posto su invito della polizia raccontò: - è una fortuna che gli fosse rimasto un pezzo di testa che ci ha permesso di identificarlo. Il resto non era che poltiglia. Pareva che l'avessero passato al tritatutto per farne polpette. Gli era rimasto anche un pezzo di mano, però; quanto bastava per impugnare un'ascia dalla lama completamente storta e che sembrava intrisa di vischio o di melassa.-. Intorno al cadavere furono raccolti grossi pezzi di una sostanza verdastra, densissima, esalante un odore così nauseabondo che il dottor Matthis fu colto dai conati di vomito.

Dieci anni dopo, il dottor Andrew Matthis faceva parte di una spedizione scientifica inglese nel deserto del Gobi. Una sera la comitiva incontrò la spedizione del professor Hatterly, e nella triste solitudine del deserto i due gruppi di scienziati fraternizzarono.
- Abbiamo fatto una scoperta eccezionale, senza precedenti - raccontò il professore, - sulle rive di uno di quei maledetti laghi salati che pullulano da queste parti. Anzi, non dovrei maledirli, perchè è proprio grazie al sale delle loro acque che il cadavere è relativamente ben conservato.
- Un cadavere? Domandò il dottor Matthis. - Allora dev'essere bene avanti negli anni, perchè da secoli qui non ci sono altri esseri viventi all'infuori delle tarantole o delle cavallette.-
- Secoli? Dite pure millenni, caro collega- rispose l'americano ridendo. E diede ordine di aprire alcune casse.
-Fortunatamente la testa è quasi intatta- continuò, - mentre il resto del corpo si è in gran parte decomposto e disgregato. Ma lo portiamo via ugualmente; ci permetterà di fare ricerche più ampie.-
Il dottor Matthis trattenne a stento un'esclamazione di terrore quando Hatterly gli fece vedere una testa mostruosa, di una laidezza senza pari. - Sarebbe una tigre... ma con l'orrore in più!-
- Infatti. Non credo di sbagliare dicendo che si tratta di un machairodus, la tigre della preistoria. Osservate la testa, allungata, come quella di un cavallo o di un asino. E il muso: non ne trovate di simili in nessun altro grande animale feroce. Ma che razza di gigante doveva mai essere questo...Due volte le dimensioni di un bufalo, vi pare?- Indicò  un'altra cassa dalla quale usciva un odore ripugnante. - Muscoli quasi putrefatti. Osservate il loro strano colore verdastro e bronzeo; forse il sale ne è la causa, almeno in parte. Quanto al fetore, non penso che sia dovuto alla putrefazione ma che sia l'odore "sui generis" del mostro. Altrettanto insolita è la densità di questa sostanza: 6.50, pressapoco la stessa dell'antimonio.-

Richter, lo scienziato austriaco che faceva parte della spedizione americana e aveva passato molti anni in Siberia, disse a sua volta: - Nell'Ostrog, gli uomini delle tribù Schamanes scoprono qualche volta corpi simili imprigionati, ma si guardano bene dal toccarli, anzi si allontanano in fretta e vanno a rizzare le loro tende il più lontano possibile. E, non ho mai capito perchè, chiamano quei corpi  "La cosa che resta terribile e non muore mai".-

Andrew Matthis si chiese allora dove avesse visto resti identici a quelli che esalavano lo stesso fetore pestilenziale. Se ne ricordò solo qualche giorno dopo, e la sua mente concepì un'ipotesi allucinante e spaventosa. Ma, riflettendo, si rese conto di quello che sarebbe avvenuto se l'avesse resa pubblica: la levata di scudi degli ambienti scientifici, le controversie appassionate, le risate di disprezzo, le ingiurie, perfino. E poichè ambiva a una cattedra a Oxford o a Cambridge, preferì tacere.      

 

"Lo schiavo" (racconto horror)

Racconto horror tratto da


Caleb Jones si era perso, con pochi litri di benzina nel serbatoio dell'auto, nella brughiera di Bodmin, una vasta distesa semideserta della Cornovaglia. Era ormai il crepuscolo e la sera calava come una nuvola leggera, tingendo di rosso il paesaggio brullo. Mezzo chilometro più avanti, si ergeva una grande casa: una struttura massiccia e squadrata, con balconi  e verande e finestre aggettanti. Le assi di legno che le rivestivano apparivano rosate sotto gli ultimi raggi del sole. La casa sembrava caduta dal cielo. Non possedeva né giardino, né cortile, e nemmeno era circondata da una staccionata. Tutt'intorno, c'era soltanto la brughiera spoglia. Caleb si fermò e spense il motore a un centinaio di metri dall'edificio. Stranamente, regnava un silenzio profondo. Non si sentivano richiami di uccelli, fruscii d'animali e nemmeno un soffio di vento. Accanto alla casa c'erano diversi alberi, ma nemmeno da lì proveniva il minimo rumore. Un ruscello giungeva fino al boschetto, lo attraversava e si allontanava nella brughiera. Caleb scrutò la casa, sperando che qualcosa gli dimostrasse che era abitata.
- è un po' lugubre- si disse piano, ma il suono della sua voce in quel silenzio di tomba aumentò il suo disagio. Seduto in auto, continuò ad osservare le mura percorse da ombre rossastre. La casa aveva decisamente un aspetto inquietante, con tutte le finestre buie. Sembrava deserta, eppure era in ottimo stato. Che venisse usata soltanto per la villeggiatura? Ma chi avrebbe scelto di trascorrere il proprio tempo libero in quella landa desolata?
Decise che l'unico modo per stabilire se ci fosse qualcuno era andare a bussare, così rimise in moto e si avvicinò all'edificio, poi scese dall'auto e salì i gradini della veranda. Le assi di legno sembravano flettersi sotto i suoi piedi, dandogli la sensazione di camminare su qualcosa di elastico.
- Strano- mormorò.  Anche stavolta, il suono della sua voce sembrò lacerare il silenzio. Bussò e aspettò che qualcuno rispondesse, ma non sentì niente; allora cercò di sbirciare attraverso una finestra, ma dentro era buio. Improvvisamente si sentì cogliere da una profonda sonnolenza. Era molto, molto stanco. La notte era calda e non c'era motivo per non dormire sotto la veranda. Nonostante fosse fatto di assi, il pavimento sembrava comodo. Si sdraiò senza nemmeno togliersi la giacca. Il legno sembrò adattarsi alla forma del suo corpo.
Si svegliò il mattino presto, col sorgere del sole. L'aria si era fatta pungente e umida. Si alzò e, provando ad aprire la porta, scoprì che non era chiusa a chiave. - C'è nessuno?- chiese a voce alta, rimanendo sulla soglia. Il silenzio della casa sembrò essere spezzato da una risposta appena sussurrata. Caleb si sentì imbarazzato. Come avrebbe spiegato la sua visita, a quell'ora mattutina?
- Eh? - ripetè - Scusate il disturbo. Mi sono...mi sono perso.-
Seguì una risposta appena accennata, quasi un invito ad accomodarsi. Caleb entrò. Il corridoio odorava di cera d'api e lucido per legno, ma era completamente spoglio. Nemmeno uno zerbino.
- Da che parte vado? - chiese, rendendosi conto di essere costretto a fare domande idiote. Di colpo, la porta gli si chiuse alle spalle con un suono sordo, facendolo sobbalzare. Ritrovandosi immerso nella penombra, si sentì cogliere dalla paura e tornò sui propri passi, ma quando fece per afferrare la maniglia della porta, non la trovò. Cercando di mantenere la calma, col cuore che gli batteva selvaggiamente, arretrò d'un passo e scrutò il battente. La maniglia non c'era. Che fosse caduta quando la porta si era rinchiusa?
- Ehi!- gridò con voce tremante - Dove siete?-
- Qui.-
- Qui... dove? -
- Qui.-
La voce sembrava provenire da una stanza che dava sul corridoio. Vi entrò e si guardò intorno stupito, nella luce grigiastra che filtrava dalle finestre sbarrate e prive di vetri: le pareti erano rivestite da eleganti pannelli di quercia, decorati da bassorilievi che riproducevano case, villini, chiese ed edifici d'ogni genere. Non c'era soffitto, ma soltanto una travatura sovrastata da un tetto di assi; e anche le travi presentavano rilievi riproducenti villaggi primitivi con capanne e luoghi di culto. Che fosse arte polinesiana? O indonesiana? Dalla finestra si vedeva la grigia distesa desolata della brughiera. Nella stanza non c'era nessuno. E non c'erano mobili. Nemmeno una tenda o un tappeto. Niente. Si girò per tornare in corridoio, quando la porta gli si chiuse violentemente in faccia.
- Ehi!- esclamò, colto da una nuova ondata di timore. -Che cos'è questa storia? ...Ehi!-
Nemmeno stavolta trovò la maniglia della porta, e allora la prese a calci, gridando indignato che qualcuno l'aprisse. Provò anche a infilare le unghie fra il battente e lo stipite, e notò che  il legno sembrava dilatarsi. La porta, però, era bloccata. In preda al panico, corse alla finestra. Le sbarre di legno sembravano molto robuste e Caleb cercò inutilmente di forzarne una: nemmeno prendendole a calci e pugni riuscì a smuoverle d'un millimetro. Fu allora che sentì di nuovo quella voce...una voce baritonale.
- Lascia stare la finestra-
- Co...cosa?- girdò, voltandosi, perchè adesso la voce era molto vicina. La stanza era sempre vuota. 
- Lascia stare la finestra.-
-Insomma!- ringhiò - Dove ti nascondi? Fammi uscire, razza di farabutto!-
- Infila la mano nel buco- disse la voce.
Si guardò intorno e vide un foro aperto in un nodo del legno che rivestiva una parete. Oltre l'apertura, grande quanto un pugno, si vedeva soltanto il buio. Che fosse un tranello? O forse nella nicchia c'era un'altra chiave? O una leva che apriva la porta? La situazione era troppo strana per ragionare lucidamente. Caleb inserì la mano nel foro. Niente. Ma, prima che potesse ritrarla, il nodo gli si strinse intorno al polso e lui si ritrovò ai ceppi, come accadeva ai malfattori nei tempi antichi. Cercò di liberarsi, ma riuscì soltanto a torcersi il polso.
- Fa male! -protestò.
- Allora non muoverti. Senti la parete che vibra? La senti? è la mia voce.-
- Canaglia! Mi lasci andare immediatamente...-
Il pavimento cominciò a tremare e le vibrazioni divennero sempre più forti, squassando Caleb, mentre un ronzio sempre più acuto e fastidioso gli trapanava le orecchie. Gli battevano i denti, aveva la sensazione che la testa fosse sul punto di scoppiargli, e il polso gli faceva un male cane.
- Basta!- gridò.
Qualche secondo dopo, tutto finì. 
- Adesso fa quello che ti dico-
- Sono impazzito- gemette Caleb. - Sono diventato un pazzo. Se questo è uno scherzo, dovrebbe vergognarsi. Mi sta facendo schizzare il cervello!-
Un sospiro profondo sembrò provenire da qualche grondaia della casa.
- Follia... Ecco la risposta umana a qualsiasi fenomeno in apparenza inspiegabile. Molto bene, considerati pazzo, se vuoi. A me poco importa, purchè resti qui.-
- Ma... chi è lei?-
Così Caleb seppe che era la casa stessa a parlargli. La voce gli spiegò che adesso era prigioniero e che lo sarebbe rimasto fino alla morte, perchè lei non poteva badare a se stessa.
- Ho bisogno di un'altra creatura, un uomo, che lavori per me. Ho bisogno che qualcuno mi spalmi di cera all'interno e all'esterno per proteggermi dalle intemperie. Qualcuno deve ripararmi e mantenermi in perfetto stato. Ho bisogno di te.-
 - Ma non posso!- protestò Caleb con voce  strozzata. - Non puoi tenermi prigioniero...Ma che faccio? Parlo con una casa. Questa è follia! Senta, non posso restare qui. Lei parla di schiavitù.Si rende conto? Non posso restare.-
- E invece resterai. Non hai scelta.-
Caleb cercò di calmarsi e riflettè. Col polso stretto in quella morsa, non poteva fare niente, ma per lavorare avrebbe dovuto essere libero. Gli bastava aspettare che il nodo si aprisse e, alla prima occasione, sarebbe fuggito.
- D'accordo. Accetto. Mi lasci la mano e mi mostri dove sono gli strumenti.-
Il nodo si allargò e Caleb ritrasse la mano e  si massaggiò il polso dolorante. Poi andò verso la porta, che si aprì. Quando fu in corridoio, il cuore prese a battergli all'impazzata. Giunto ai piedi del maestoso scalone ricurvo, si soffermò a riflettere.
- Posso prendere qualche attrezzo dall'auto?- chiese. Silenzio. Dopo qualche secondo, la porta d'ingresso si spalancò. Caleb scese i gradini e raggiunse l'auto. Dopo aver aperto la portiera, balzò al posto di guida e, annaspando nervosamente, cercò d'inserire la chiave. Dall'esterno gli giunsero una serie di cigolii minacciosi. Finalmente riuscì a mettere in moto e a partire, ma dando un'occhiata alla casa notò che un angolo della veranda si stava contorcendo. Di schianto, uno dei pali della veranda cedette con un rumore simile a una mitragliata e schizzò verso di lui come un giavellotto, schiantandosi nell'abitacolo. L'estremità scheggiata del palo si fermò a un centimetro dal petto di Caleb, a livello del cuore. Il giovane gridò terrorizzato, sapendo di aver sfiorato la morte. Sgusciò tremante fuori dall'abitacolo, graffiandosi il petto contro il palo, e si lasciò cadere a terra. L'auto era definitivamente fuori uso. Il motore distrutto. Colando, l'olio aveva formato una piccola pozzanghera e c'era un odore penetrante di benzina. Accasciato a terra, Caleb scoppiò in singhiozzi. Sapeva di non poter fuggire appiedato: la casa l'avrebbe ucciso dopo poche falcate. Se era in grado di lanciare pali come giavellotti, doveva essere capace di sparare raffiche di schegge, o di chiodi, che l'avrebbero abbattuto come una lepre in fuga. Guardò il cielo. Era un giorno cupo e nuvoloso, un giorno triste come la sua nuova, tragica condizione. Percepì con angoscia di non essere più un uomo libero. Era diventato lo schiavo di una casa.
- Innazitutto- disse la voce - dovrai riparare la veranda. C'è del legno stagionato nella baracca sul lato sud. Preparerai anche una scorta di legname per le necessità future. Il boschetto ceduo attiguo alla casa è la fonte del materiale. Taglia soltanto gli alberi maturi, e fallo con estrema cura. Non toccare gli alberi e gli arbusti da frutto, perchè avrai bisogno dei loro prodotti. -
- E se non lo facessi?-
- Moriresti.-

La casa non era del tutto soddisfatta dei lavori di Caleb, anche se questi, come falegname improvvisato non se la cavava male.
- Devi perfezionarti- gli diceva spesso.
Nei primi tempi il ragazzo lavorò controvoglia; ma poi, gradualmente, cominciò a compiacersi dei propri progressi. La casa era stata costruita con grande maestria. Anche le stanze del piano superiore erano rivestite di pannelli di quercia decorati negli angoli da volute di legno intarsiato. I rilievi riproducevano anche forme naturali, come foglie o fasci di spighe. Sebbene lo stile della maggior parte delle stanze fosse semplice e lineare, il legno esercitava su Caleb un fascino irresistibile e si sorprese sempre più spesso a carezzare la casa, sfiorando colonne, balaustre e pannelli intarsiati. Nessuna superficie era verniciata. Il legno veniva semplicemente spalmato di cera d'api. La casa si muoveva costantemente.Di solito vibrava in modo quasi impercettibile, ma talvolta scricchiolava e cigolava, oscillando come una placida balena, tanto che Caleb aveva l'impressione di trovarsi nel ventre d'una bestia enorme e non all'interno di un oggetto inanimato. Ogni tanto, la casa parlava. La sua voce profonda era originata dalle vibrazioni dei pannelli di legno, che erano le sue corde vocali. Ogni stanza era una bocca. Quattro delle otto camere da letto erano stipate di provviste per l'ospite umano, di certo accumulate dal costruttore di quel mostro pensante. C'erano cibi in scatola sufficienti a far sopravvivere un uomo parecchi anni. Parte del bosco era un frutteto con meli, peri e prugnoli, e c'erano anche arbusti di ribes e di lamponi. Un orticello, di cui doveva occuparsi Caleb, gli forniva patate, cavoli e altre verdure, mentre dal ruscello traeva l'acqua necessaria per sé e per l'orto. La casa, insomma, non lo lasciava morire di fame, ma nemmeno gli consentiva di mangiare troppo. L'edificio non dormiva mai e sorvegliava costantemente il prigioniero. In alcune stanze c'erano alcuni ripostigli. La porta di uno di questi, però, non  si apriva. Un giorno, incuriosito, Caleb cercò di forzarla e subito la casa gli chiese che cosa stesse cercando.
- Voglio semplicemente vedere che cosa c'è dentro- rispose Caleb.
- Perchè?-
- Perchè è l'unico ripostiglio chiuso, e io sono curioso.-
La porta si spalancò. Inorridito, Caleb arretrò d'un passo, portandosi una mano alla gola. Appeso a un piolo di legno c'era uno scheletro umano parzialmente coperto di brandelli di stoffa. Le orbite vuote del cadavere sembrarono guardare tetramente Caleb, che richiuse  la porta di scatto.
- Chi era? Dimmelo!- gridò inferocito.
La casa gli spiegò  che si trattava dell'ultimo schiavo che aveva avuto dopo che il suo costruttore se n'era andato: un escursionista che, attraversando la brughiera, era finito tra le sue grinfie.
- è morto troppo presto. Gli ho dato per tomba una delle mie nicchie.-
- Vorrai dire che lo hai fatto morire di fatica!-
- Troppo presto.-
- Troppo presto per cosa?-
La casa non rispose.
- è orribile!- gemette Caleb.
- è soltanto un cadavere. Nient'altro.-
Quel ripostiglio aveva svelato a Caleb la sorte che lo attendeva.
Il giorno successivo, mentre era nell'orto, a un certo punto, gettò a terra il rastrello e fece per correre via, ma cadde subito, inciampando in una lunga radice bianca che spuntò da terra e, strisciando sinuosa come un serpente, gli si avvinghiò a una caviglia. Con voce tonante, la casa gli ordinò di rientrare. Dopodichè lo tenne rinchiuso in una stanza per due giorni, senza cibo né acqua. L'edificio era un padrone severissimo che non perdonava la minima ribellione.
- Devi fare quello che ti dico- sentenziò, quando finalmente gli consentì di uscire. Una volta fuori dalla stanza, Caleb si diresse verso la dispensa e, strada facendo, vide spalancarsi la porta d'un ripostiglio vuoto.
- Perchè l'hai aperto?- chiese.
- Volevo farti vedere che cosa c'era dentro.-
- Non c'è niente.-
- Appunto. è la tua nicchia. è pronta per te, se morirai troppo presto.-
Il messaggio era sufficientemente chiaro.
Una sera, mentre riposava seduto sulla veranda, Caleb chiese alla casa come fossero le sue fondamenta e così seppe che l'edificio aveva radici proprio come un albero. Ed era stata una di quelle radici a catturarlo il giorno in cui aveva tentato di fuggire. Represse un brivido. La casa che lo teneva prigioniero era una specie di mostruosa gigantesca piovra, i cui grigi tentacoli affondavano nella terra. Gli alberi del boschetto sorgevano da quelle stesse radici. L'edificio, dunque, produceva le proprie parti, ma aveva bisogno d'un uomo che desse loro forma, le piallasse e levigasse con carta vetrata, e le incerasse una volta terminato il lavoro. Nessun ospite era gradito. Gli uccelli non si posavano sulle grondaie e non facevano il nido fra le tegole, né i topi si infilavano fra le pareti e i pannelli. Se una formica o uno scarafaggio osavano insinuarsi in una crepa, venivano immediatamente schiacciati. Nessun mobile doveva essere posato sui pavimenti lucidi. Caleb non poteva negarlo: anche lui traeva qualche vantaggio dalla situazione: non era mai stato così sano  e così in forma, e il continuo esercizio fisico gli faceva bene. Inoltre, non aveva legami con il mondo esterno. I suoi genitori erano morti in un incidente d'auto e la sua ragazza lo aveva lasciato. Nessuno sentiva la sua mancanza. Quand'era stato catturato, stava andando sulla costa della Cornovaglia per lavorare in un campeggio.
- Chi ti ha costruita?- domandò un giorno.
- Un'entità.-
- Come "un'entità"? Deve pur avere un nome!-
- No, non ce l'ha.-
- è un...un essere umano?-
-Quasi.-
Caleb rabbrividì. - Ma allora sei una specie di trappola? Sei stata costruita per catturare prede vive per questa... questa "entità"?-
La casa non rispose e Caleb non riuscì a sapere altro del suo proprietario...sempre che di proprietario si potesse parlare. Allora cambiò argomento. Sapendo che era inutile fare giri di parole nel tentativo di ingannare la casa per farle rivelare le sue debolezze, le poneva soltanto domande chiare ed esplicite; e, spesso, la casa dava risposte precise ed esaurienti.
- C'è qualcosa di cui hai paura? - le chiese.
- Del fuoco- rispose la casa senza esitare. -Temo il fuoco.-
Si trattava di un'informazione utile, ma purtroppo Caleb non aveva niente con cui appiccare un incendio.
- Sai che cosa mi viente in mente? La casa che trovarono Hansel e Gretel.- disse Caleb, e le raccontò la fiaba. La voce baritonale gli disse di aver apprezzato il racconto e gli chiese se conoscesse altre storie di case, così Caleb le raccontò altre fiabe per bambini, come quella dei tre porcellini. Le citò anche il buffo titolo di un racconto di Balzac: "La casa del gatto che gioca alla pelota". Quando ebbe esaurito le storie, gli venne in mente una cosa apparentemente banale, ma sulla quale non aveva mai riflettuto: erano tante le persone che vedevano la propria casa come un essere vivente e le riservavano attenzioni degne d'un figlio!...
- Mi piacciono le fiabe.- disse la casa, e da allora fu più indulgente col suo schiavo.
 Trascorsero due anni, nel corso dei quali Caleb lavorò duramente, aspettando sempre un'occasione per fuggire. Gli inverni furono rigidi, sebbene la casa, vibrando, riuscisse ad aumentare di poco la temperatura interna. Caleb sopravvisse, ma soffrì molto. E comunque, anche quando il tempo era clemente, conduceva una vita miserabile. Le sue uniche soddisfazioni erano il contatto col legno levigato e lucido e la vista di quell'architettura perfetta sulle cui superfici i nodi e le volute disegnavano correnti e mulinelli. Maestosi montanti simili ad alberi di vascelli e impotenti contrafforti ricurvi sostenevano i muri interni, in una struttura perfetta e armoniosa, progettata sicuramente da un abile architetto. Le porte, rifinite con cura, erano dotate di cardini di legno ben lubrificati. Anche le rustiche travi squadrate che sostenevano il tetto sprigionavano fascino. Ogni elemento contribuiva a rendere armonioso il tutto. Erano questi gli aspetti che Caleb apprezzava. Purtroppo, però, non era né padrone di casa, né ospite. Era uno schiavo. E doveva obbedire. Ma finalmente riuscì a elaborare un piano di fuga. Lavorando per mesi, riuscì a deviare il corso del ruscello che scorreva nel boschetto. Ogni volta che andava a raccogliere la frutta o a badare all'orto, gettava una pietra nell'acqua. A poco a poco, mentre l'acqua scorreva sempre più lontana dal boschetto, la casa cominciò a scivolare in una specie di torpore letargico: aveva bisogno di molta acqua per sopravvivere, e l'afflusso era sempre più scarso.
- Che cosa succede?- chiese un giorno - Avverto una strana spossatezza-
Caleb fu abbastanza intelligente da non mentire.
- Credo che le tue radici non riescano ad assorbire sufficiente acqua- rispose. -Ultimamente, nel bosco scorre soltanto un rivolo. Dev'essere  colpa del tempo.-
- Procuramene di più.-
- Non posso portarne, se non ce n'è. Devi cercare di assorbirne il più possibile quando piove.-
La casa si lamentò, ma quella notte piovve e, dal giorno successivo, l'argomento non fu più toccato. Un mese più tardi, però, ebbe inizio un lungo periodo di siccità. Un giorno, Caleb chiese alla casa: - Che ne dici se vado a vedere se qualcosa blocca il torrente, nella brughiera?-
La casa mormorò stancamente che era necessario fare qualcosa. Col batticuore, Caleb prese un badile e si allontanò nella brughiera, seguendo il letto prosciugato del torrente e allontanandosi a ogni passo dal suo aguzzino e dalle sue temibili radici. A un tratto, la casa gridò: - Fermati! Sei già abbastanza lontano!- Di scatto, Caleb gettò a terra il badile e cominciò a correre. Un attimo dopo, una grossa scheggia gli sfiorò sibilando un orecchio e si conficcò per terra.
- Torna indietro o ti uccido!- tuonò la casa.
Lavorando, Caleb era diventato forte e scattante, così adesso poteva correre veloce senza paura di perdere le forze. In condizioni normali, la casa lo avrebbe trafitto con le sue schegge, ma la mancanza d'acqua l'aveva stremata e la sua mira non era più perfetta. Altre schegge gli sibilarono intorno, andando a cadere nei cespugli d'erica, ma Caleb continuò a correre ignorando le minacce della casa. Quando fu certo d'essere in salvo, si fermò a riprendere fiato e si girò per agitare trionfalmente un pugno in direzione della casa. Quando fu certo d'essere in salvo, si fermò a riprendere fiato e si girò per agitare trionfalmente un pugno in direzione della casa.  - Ho vinto! Spero che tu ti secchi e ti sgretoli. Non mi rivedrai mai più!- gridò. Dopodiché proseguì finché trovò la strada che conduceva al paese più vicino.
Aveva deciso di non tornare mai più in quei paraggi, finché una sera, in un pub, raccontò ad alcuni compagni di bevuta la sua avventura e uno degli ascoltatori gli diede del bugiardo.
- E va bene- disse Caleb, un po' ubriaco. - Ho giurato che non ci sarei più tornato, ma se qualcuno mi accompagna, sono disposto ad andarci. Però bisognerà portare delle armi, perchè la casa cercherà di ucciderci.-
- Che tipo di armi?- ghignò ironico l'uomo che non gli aveva creduto.
- Benzina.- rispose Caleb, serio. - E fiammiferi.-
Così, insieme ad altri tre, raggiunse la brughiera di Bodmin, indicando la strada all'uomo che guidava  l'auto. Più si avvicinava alla meta, più si sentiva inquieto. L'effetto dell'alcol stava svanendo e le vecchie paure cominciavano a riaffiorare. La casa era molto potente, e forse nemmeno la minaccia del fuoco sarebbe bastata a tenerla sotto controllo. Nonostante ci fossero altre persone, Caleb non riusciva a stare tranquillo e cominciò a pensare con terrore a quello che la casa gli avrebbe fatto se fosse riuscita a riacciuffarlo. Non doveva permetterle di vendicarsi. Disse all'autista di fermarsi ad alcune centinaia di metri dall'edificio, che si stagliava nero contro il cielo notturno rischiarato dalla luna piena.
- Andate pure- disse. -Io resto qui.-
- Come? Hai paura?- lo schernì uno dei tre. - Sono soltanto assi di legno inchiodate.-
- Andate a dare un'occhiata.- insistè Caleb.
I tre scesero dall'auto e, fra risate e battute ironiche, raggiunsero la soglia. Caleb non spense il motore per essere pronto a battersela in caso di pericolo. Poco dopo, con suo grande stupore, i tre uscirono dalla casa ridendo e tornarono da lui.
- Nient'altro che una vecchia baracca disabitata.- disse uno. - E pensare che stavo per abboccare...-
- No, io no- disse quello che gli aveva dato del bugiardo. - Ho capito subito che ci prendeva in giro.-
Soltanto allora, sconcertato, Caleb scese dall'auto e si diresse lentamente verso la casa. Quando fu vicino alla costruzione, notò che appariva vuota e del tutto priva di...vita. Sembrava un guscio, una scoria fibrosa senza più linfa. Era secca e fragile, per niente elastica.
- è morta!- disse fra sé. - Per mancanza d'acqua, immagino.-
In quel momento, l'auto ripartì, lasciando dietro di sé la scia degli insulti gridati dai tre uomini.
- Carogne!- ringhiò Caleb fra i denti. Si voltò di nuovo verso la casa e la osservò attentamente. Avrebbe potuto fruttargli un sacco di soldi; non era la prima volta che ci pensava. Sapeva che non aveva un proprietario - un proprietario umano, almeno- e avrebbe potuto farla propria. Disporne come voleva. Adesso che era soltanto una costruzione di legno morto, priva dei suoi poteri, poteva essere venduta senza problemi. - Potrei ricavarne denaro sufficiente per vivere parecchi anni.- mormorò. Guardò la soglia attraverso la quale erano entrati e usciti i tre uomini. La porta era appesa a un solo cardine. Tutto l'edificio era piuttosto malandato. Prima di venderlo, avrebbe dovuto ripararlo. Salì lentamente i gradini: non erano più morbidi come un tappeto, ma rigidi e scricchiolanti. Erano di legno morto. Dopo aver controllato che la veranda non fosse marcita, si decise a entrare e si soffermò nel corridoio, ricordando la prima volta che era entrato. Il legno rosso luccicava sotto i fiochi raggi lunari che entravano dalla porta e dalle finestre sbarrate. Nella casa regnava un silenzio di tomba. Poi, improvvisamente, il silenzio fu spezzato da un cigolio debolissimo. Caleb sussultò, ma cercò di tranquillizzarsi pensando che tutte le case fanno rumore, anche quelle abbandonate. Anche quelle morte. Avanzò di qualche passo e si fermò sulla soglia d'una stanza. Attraverso la finestra, vide qualcosa brillare nella brughiera. Osservò attentamente il nastro argenteo scintillare sotto i raggi della luna e finalmente capì di che cosa si trattava. Era il torrente...il torrente! Qualcuno aveva ripulito dalle pietre il letto prosciugato e l'acqua era tornata a scorrere nel bosco. Ma allora, forse, la casa avrebbe potuto alimentarsi di nuovo... tornare in vita. Ma chi aveva rimosso la diga?
Caleb si voltò a guardare la strada sterrata oltre la soglia. L'istinto gli diceva di correre, di correre più svelto che poteva, di fuggire. VIA! VIA! VIA! In fondo al corridoio, una specie di fruscio si levò dal buio. Caleb soffocò un urlo. Avrebbe voluto scappare, ma aveva le gambe paralizzate.
- Sei tornato- disse una voce. Ma non la voce della casa. Non la voce baritonale dei pannelli che vibravano, ma un suono stridulo, inquietante. Caleb guardò meglio. C'era qualcosa, là in fondo. Aveva il colore di una radice. Era qualcosa di non molto alto, di non molto liscio...di non molto umano.
La voce si levò di nuovo, acuta e adirata. - Che cosa hai fatto alla mia casa?-
Caleb corse come il vento.   
                  

Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/11/le-case-maledette.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/06/gli-spiriti-delle-acque-racconto-horror.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/07/gli-specchi-incantati-racconto-teen.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/lhorror-non-ha-eta.html

Lol xD

Molte volte l'umorismo (anche quello nero e cinicamente nichilista) riesce a descrivere la vita , la morte e l'essere umano che manco l'opera omnia di Sartre.

Per cui, una selezione delle battute migliori, tratte da


e che aggiornerò nei mesi a venire con altre battute 

Mio nonno era talmente aggressivo e arrogante che sulla sua tomba, sotto la foto, c'era scritto: "Cazzo guardi?" (Daniele Luttazzi)

Parigi. Un vandalo irrompe nel Louvre e attacca due braccia alla Venere di Milo (Chevy Chase)

Era così ignorante che credeva che la Cedrata fosse un'opera minore del Tassoni (Enzo Biagi)

Noi farfalle si vive un giorno solo e quando son le sei di sera si han già le palle piene (Altan)

Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l'immagine di milioni di razzisti per bene (Altan)

Che paese l'Italia: mi sono distratto un attimo e non è successo niente (Pericoli & Pirella)

Le grandi storie d'amore si dividono in due categorie: quelle sfortunate e quelle infelici. (Max Greggio)

Ho detto al mio dentista che dieci dollari per togliere un dente erano tanto. Dopotutto sono solo cinque secondi di lavoro. Così mi ha tolto il dente lentamente (Jack Klugman)

"Lei scopa?" Ci ho provato, come tutti, nel '68. Ma poi ne sono uscito. (Altan)

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati (Bertolt Brecht)

In Russia sta proprio cambiando tutto. Ho visto dei bambini che mangiavano dei comunisti (Gino e Michele)

La medicina antica non potendo curare i malati si accontentava di resuscitare i morti (Jean Charles)

"Scusi, avvocato, a quanto ammonta la sua parcella per una consultazione?"
"50 dollari ogni tre domande"
"Non le sembra una tariffa molto cara?"
"Sì. Ora mi faccia pure l'ultima domanda." (Michael Rafferty)

Ai bambini buoni la dolce Euchessina. E a quelli cattivi? Che spingano! (Anonimo)

Un'assicurazione sulla vita è qualcosa che rende un pover'uomo povero per tutta la vita, così può morire ricco. (Leopold Fechtner)

Cosa non darei per fuggire all'ovest di me stesso (Altan)

Durante la Grande Depressione del '22 in Central Park i piccioni portavano le briciole di pane ai passanti (Groucho Marx)

Di che cosa avete bisogno quando vedete tre avvocati immersi fino al collo in una colata di cemento? Di altro cemento. (Michael Rafferty)

Secondo il settimanale "Times" Boy George è stato eletto uomo e donna dell'anno (Not Necessary the News)

Mia moglie è andata da un celebre dietologo. In due mesi ha perso trecentomila lire (Boris Makaresco)

Ho conosciuto un uomo senza convinzioni, ma che le difendeva con passione (Forain)

Io una volta vorrei entrare nella tua testa per provare la sensazione del vuoto assoluto.
(I Trettrè)

è difficile credere ancora negli ideali, ma per un compenso adeguato si può fare (Fabio di Iorio)

L'arte del decoratore consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria (Le Corbusier)

Il PSI cambia nome? Non importa: li riconosceremo dalle impronte digitali (Mauro Mellini)

E ricordati di abbassare i vicini che disturbi il volume, d'accordo? (Francesco Salvi)

Non condannate la masturbazione: è fare del sesso con qualcuno che stimate veramente! (Woody Allen)

Quando le cose vanno bene non bisogna spaventarsi, tanto passano (Jules Renard)

Un chilo di segatura pesa più di tre etti di aragosta, ma non costa 25000 lire! (Kehlog Albran)

L'odio deve rendere produttivi, altrimenti è più intelligente amare (Karl Kraus)

I poemi lunghi sono la risorsa di quegli imbecilli che non ne sanno scrivere di brevi (Charles Baudelaire)

Chiesta l'archiviazione del caso Pinelli: la pratica si può chiudere. Rimane però aperta la finestra (Cavallo)

Bisogna scegliere nella vita tra il guadagnare denaro e lo spenderlo. Non si ha tempo per fare tutt'e due le cose (Edouard Bourdet)

Lady Alice Chapman aveva una di quelle caratteristiche facce inglesi che, viste una volta, non si ricordano più (Oscar Wilde)

Con la crescita zero il Paese invecchia. Tra un po' avremo un pensionato a carico di ogni disoccupato (Altan)

Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione (Leo Longanesi)

Il dottore si era innamorato di una delle sue pazienti. Poco male, il fatto è che era veterinario (Makaresco-Trani)

Il professore di lingue morte si suicidò per parlare le lingue che sapeva (Leo Longanesi)

Che differenza c'è tra una puzzola arrotata da un'auto sulla strada e un avvocato che ha fatto la stessa fine? Per la puzzola c'è una traccia di frenata (Michael Rafferty)

Le persiane per loro natura sono portate ad aprirsi verso l'esterno. Sono gli iraniani che spesso non glielo permettono (Eros Drusiani)

Wow, brutta storia, dissi.
Non dire a me cos'è una brutta storia, stronzo. Finché non avrai una vagina, non puoi sapere cos'è una brutta storia.
(Nicholas Pekearo)



































Il fondamentalismo capitalista dei disastri

... e alla fine mi sono occupata anche di economia xD

Info tratte da


L'idea che sia utile fare tabula rasa per costruire da zero e che i disastri (cataclisma naturale, guerra, terrorismo) siano fondamentali, è l'idea base  del fondamentalismo capitalista del libero mercato che sfrutta cinicamente i disastri a vantaggio di pochi, portando ad altri disastri.

Tra coloro che videro opportunità nei disastri ci fu Milton Friedman, il leader del movimento per il capitalismo sfrenato. 



Il "capitalismo dei disastri" sono raid orchestrati contro la sfera pubblica in seguito ad eventi catastrofici, che vede i disastri come splendide opportunità di mercato.

Friedman e i suoi seguaci attendevano il verificarsi di crisi o di shock, per sfruttare le risorse dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre la collettività è ancora disorientata, e poi agire per rendere permanenti le riforme.
In uno dei suoi saggi, Friedman osservava che soltanto una crisi (reale o percepita) produceva un vero cambiamento.
Friedman imparò a sfruttare uno shock e una crisi già dagli anni Settanta quando era consigliere del dittatore cileno Pinochet (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/10/i-crimini-del-dittatore-cattolico.html). Friedman è l'ideatore del "trattamento shock" economico che i governi hanno imposto nei programmi di libero mercato.
Molti, già all'epoca di Pinochet, vedevano un legame tra gli shock economici che impoverivano le persone e la diffusione della tortura che puniva i dissidenti.
Anche in Iraq è stata imposta una "Shock terapia economica": privatizzazione selvaggia, un governo di proporzioni ridottissime.
Quando gli iracheni opposero resistenza, furono rastrellati e portati in prigione.
Anche in Sri Lanka e a New Orleans dopo i disastri degli tsunami e dell'uragano la "ricostruzione" spazzò via quanto restava della sfera pubblica: paura e disordine sono i catalizzatori per ogni nuovo balzo in avanti.
Il fondamentalismo capitalista alla Milton Friedman ha sempre avuto bisogno di disastri per imporsi. La tortura viene spesso commessa con l'intento deliberato di terrorizzare l'opinione pubblica per preparare "le riforme" radicali in senso liberista. In Argentina, negli anni Settanta, la sparizione di 30mila persone fu un passo essenziale per l'imposizione di politiche ispirate alla scuola di Chicago, che seguiva gli insegnamenti economici di Friedman.
In Cina, lo shock del massacro di piazza Tienanmen permisero al partito comunista di trasformare la Cina in una zona di libera esportazione, con lavoratori troppo spaventati per rivendicare i loro diritti.
George Bush era fra i cosiddetti neoconservatori che propugnavano una rivoluzione economica basata sulla "shock terapia".
"L'Iraq è stato meglio del previsto". con queste parole un analista finanziario ha definito un periodo molto positivo per l'industria energetica Halliburton, parlando di una guerra che nel 2006 aveva provocato 3709 civili iracheni morti. Questa guerra aveva generato 20 miliardi di dollari in ricavi per questa azienda.
Fra il commercio d'armi, i soldati privati, la ricostruzione for-profit e l'industria della sicurezza nazionale, il risultato emerso dall'impronta data dall'amministrazione Bush alla shock-terapia post-11 settembre è una nuova economia pienamente articolata.
La dottrina dello shock imita alla perfezione il processo di shock ottenuto dalle torture fisiche. Lo shock dell'11 settembre ha portato un forte disorientamento e regressione che Bush ha sfruttato con abilità.
è così che funziona il capitalismo dei disastri: il disastro originario (colpo di Stato, attacco terroristico, crollo del mercato, evento climatico disastroso) getta l'intera popolazione in uno stato di shock collettivo. Così è più facile che le persone sotto shock si rassegnino a perdere cose che prima avrebbero difeso con i denti.
Questo fondamentalismo capitalista è stato invariabilmente partorito dalle più brutali forme di coercizione, inflitte sul corpo politico collettivo come sui corpi individuali.

Tutte quelle ideologie i cui seguaci disprezzano la diversità, invocano una tabula rasa per edificare un "mondo perfetto", conducono inevitabilmente alla violenza. Le ideologie (spesso infarcite di fantasie religiose di inondazioni ed incendi) che aspirano ad "un foglio bianco" per costruire tutto da capo e che necessitano di cataclismi, sono ideologie pericolose.
Ideologie ed interpretazioni dottrinarie, autoritarie, contrarie al pluralismo, hanno condotto tutte ai genocidi.

Recensione a "Lupo nelle Tenebre" di Nicholas Pekearo



Trama: Marlowe Higgins è un uomo maledetto. Dentro di lui, nelle notti di plenilunio, la belva è pronta a scatenarsi. Una belva assetata di sangue, destinata alla strage. Eppure, Marlowe Higgins ha trovato il modo di "guidare" la propria furia: uccidendo solo la feccia dell'umanità. Ora, la città dove vive, Evelyn, è scossa da una serie di delitti compiuti dal "Killer delle Rose", un maniaco che aggredisce le donne e cava i loro occhi, introducendo rose nelle orbite vuote. E così, Marlowe inizia ad indagare...

Commento di Lunaria: "Lupo nelle tenebre" ("The Wolfman", titolo originale) avrebbe dovuto essere il primo romanzo di una serie basata sulle avventure di Marlowe, una sorta di licantropo-detective e vendicatore. Purtroppo, l'autore, Nicholas Pekearo, agente di polizia, morì durante una sparatoria. Così questo resta il primo capitolo di una serie rimasta interrotta.
"Lupo nelle tenebre" non è male come romanzo, di per sé è particolare l'idea di "innovare" la figura del licantropo rendendolo "un buono" al servizio della lotta al crimine. Però, lo stile di scrittura di Nicholas Pekearo è infarcito di parolacce e turpiloquio (il protagonista è immaginato come una sorta di rocker vagabondo), 281 pagine sono davvero troppe per una storia che poteva essere narrata con cento pagine in meno (le trasformazioni in licantropo sono poche, è dato gran spazio ai monologhi e ai flashback della vita passata di Marlowe come soldato in Vietnam) i personaggi sono ben caratterizzati (pur con tutti i limiti, visto che sono per lo più stereotipati in ruoli fissi come vandali che si predono a cazzotti o prostitute) anche se il turpiloquio è davvero troppo e finisce per abbassare il romanzo ad una sorta di "caciara" fine a se stessa.
Comunque non è scritto male, la storia "va", più sul piede dell'indagine poliziesca che non dell'horror o del terrore psicologico (*), anche se il serial killer è facilmente individuabile fin dalle prime pagine. Resto del parere che cento pagine in meno lo avrebbero reso meno prolisso e dispersivo e più appassionante. Notevole il primo capitolo, che mostra il licantropo-Marlowe in piena azione, ed è la parte più horror del libro, insieme al finale. 

(*) Probabilmente "Lupo nelle tenebre" potrà piacere molto a chi apprezza i pulp alla Tarantino.  


Gli stralci più belli:

"Bill sollevò il braccio buono, ma prima che potesse puntare la pistola la bestia lo afferrò per i polsi con le due grosse mani pelose e affondò i denti nella carne soffice del suo collo. Un arco di sangue zampillò dalla ferita come un torrente, e prima che il sangue cadesse a terra, Bill Parker era già morto. La bestia indietreggiò, strappando un bel pezzo di carne dalla gola. Masticò, inghiottì e ruggì. Poi continuò l'opera. Di notte, gli animali nel bosco si tenevano a distanza, lasciando che quella strana creatura seguisse i propri capricci. Come unica compagnia aveva il vento, che portava le tracce di ogni singolo corpo esistente, e la morte."

"Avevo iniziato a leggere quanti più quotidiani mi capitassero a tiro più o meno all'epoca in cui morì mia madre, nel 1981. Avevo ereditato questa abitudine vagamente raccapricciante da una delle mie vittime. Vedete, il lupo non si limita a uccidere, lui pretende. Non sono solo i ricordi dei morti a diventare i miei ricordi; diventano mie anche le loro peculiarità (...) Vedete, io non posso farla smettere di uccidere, ma almeno posso impedirle di uccidere chi non se lo merita."

"Successe oltreoceano. (...) Il Marlowe Higgins che amava il baseball e le motociclette e aveva una ragazza di nome Doris che lo aspettava a casa, cessò di esistere. Al suo posto c'era un guscio, un involucro, un ospite per la malvagia entità che lo aveva invaso. Già, non si può realmente avere una vita quando dentro di sé si nasconde qualcosa che si nutre di morte. (...) Il nome con cui ero nato non valeva più niente per me, e dovunque andassi lasciavo una scia di sangue e ossa tritate.
Non riuscii mai ad andare abbastanza in fretta da sfuggire all'orrore della mia testa, alla realtà di ciò che portavo in fondo all'anima. Ero soltanto io l'inferno sulla Terra, e sapere di essere responsabile dei raccapriccianti omicidi di tante persone innocenti era spesso un peso eccessivo da sopportare." 

"La mia vita non esisteva più. Non era rimasto niente se non dannazione, e oscurità, e maledette lune piene, rosse di orrore. Ero all'inferno, e da quell'inferno non sembrava esistere una sola via di fuga, un rifugio, un possibile scampo."





Approfondimento sui Licantropi: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/04/licantropi.html



Recensione a "Il ritorno dei dannati"






 "Il ritorno dei dannati" di Harry Small [pseudonimo di Mario Pinzauti]


Trama:  Jerry Istok, uno scettico, deve scrivere un reportage sui Rosa Croce. Si troverà invitato ad un incontro con l'inquietante psicologo Sat Astar che afferma di essere un diavolo. E quando Lamia, la bellissima e perversa assistente di Sat Astar seduce Jerry nel bel mezzo di una messa nera, Jerry ricorda improvvisamente la sua vita passata, quando era Jezorlavy, servitore ed amante della sanguinaria contessa Bathory...

Le pagine più belle: 37- 48 - 52 - 70 - 73 - 77 

 
Mentre lo sguardo di Jerry si fermava su una cassetta di legno dalla quale  proveniva un tramestio sommesso, Sat Astar si avvicinò al catafalco dal quale tolse il drappo nero scoprendo un ripiano di pietra levigata sulla quale erano disposti in un freddo ordine un corto scudiscio, un affilato coltello e quattro candele nere.

Lamia si alzò allontanandosi da Jerry e raggiunse gli altri officianti della messa nera intorno all'ara sacrificale, dove Sat, con un preciso, netto colpo di lama mozzò la testa del gallo il cui sangue uscì a caldi fiotti dal collo mozzo sporgendosi sul corpo nudo della donna che il sedicente diavolo aveva posseduto.
L'isterismo della rossa parve calmarsi di colpo sotto gli spruzzi caldi e vischiosi del sangue, che le lordarono la pelle candida, fondendosi con le striature delle scudisciate e scorrendole in densi rivoli scuri lungo la sinuosità del ventre verso la vellutata brunitura del pube. Con la mostruosa voracità di avvoltoi, i partecipanti al rito, si protesero con sordi mugolii a lambire con le lingue fuori dalla mascelle spalancate il sangue che scorreva sul corpo supino della donna.

Intorno alla coppia non vi erano più le oscure pareti della cripta sotterranea, ma le ricche, affrescate pareti di una grande camera nella quale troneggiava un enorme letto a baldacchino, sovrastato dal cielo di raso rosso.
E rosso era il sangue copioso che macchiava il pavimento di mosaico, uscendo a fiotti dal corpo orrendamento straziato e nudo di una ragazza diciassettenne, seviziata ed uccisa poco prima dalla scatenata, sanguinaria, contessa Bàthory!
Adesso, inginocchiata sul grande letto, come una bestia, con le mani e la bocca ancora lorde di sangue, Erzsébet Bàthory gemeva e dimeneva il corpo bellissimo sotto l'assalto irruento del suo amante-servitore, per placare in quell'innaturale amplesso l'isterismo sessuale che sempre scaturiva dai suoi sanguinosi giochi sadici.
Le vittime della sua perversione erotica erano sempre ignare, giovanissime ragazze assunte al suo servizio, senza alcun sospetto della sorte atroce che le attendeva!

Con un urlo improvviso, la contessa Bàthory abbandonò il divano e si scagliò con un balzo felino tra le ragazze; le sue mani, le sue labbra attinsero con avido, forsennato disordine sui corpi delle tre impazzite ragazze, i cui urli riempivano adesso la sala rossa; grida isteriche, incontenibili, sovrastate improvvisamente dallo schiocco secco di due fruste. Le due lunghissime, sottili code di cuoio sibilarono nell'aria ripetutamente, maneggiate con diabolica abilità da Darvulia e Kisegley, si abbatterono con matematica precisione sui glutei nudi delle tre ragazze e della stessa Erzsébét, le cui grida di masochistico piacere si fusero a quelle delle tre malcapitate.

Le tre ragazze adesso imploravano le loro aguzzine di smettere e le loro lacrime di dolore si mischiavano al sangue che usciva copioso dai volti lacerati dalle frustate; ormai gli scudisci non si limitavano più a colpire soltanto i punti più carnosi dei tre giovani corpi nudi. Una delle vittime aveva addirittura un occhio penzoloni, fuori dall'orbita.
Erzsébét Bàthory si rotolava ridendo istericamente tra i corpi insanguinati e sofferenti, poi si staccò da loro con un balzo...

Le anime dannate tornano sulla terra ogni 500 anni, se il loro corpo non ottiene una giusta sepoltura o se le loro membra vengono disperse dalle leggi terrene; il loro ritorno sulla terra cessa nell'eternità soltanto quando la materia trova la pace ed è a questo punto la protezione di Satana mio Signore non può più nulla per il corpo di Erzsébèt Bàthory!


La Mandragora

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Mandragora: da secoli e secoli ne parlano occultisti, maghi, alchimisti, erboristi, elecandone le prodigiose proprietà, ma pochi hanno avuto la fortuna di vederne un esemplare.
Eppure (ci dicono i manuali di botanica) la mandragora è abbastanza comune nell'Europa meridionale: in Italia la si può trovare in luoghi sassosi e ombrosi, tanto al mare che in montagna. Però, avvertono gli stessi testi, è una pianta rara.
Anzitutto non è facilmente identificabile, tanto che solo gli esperti la riconoscono. La parte fuoruscente dal terreno è costituito da un ciuffo d'erba in cui, all'epoca della fioritura, occhieggia una piccola corolla azzurra. 

Quella più notevole è nascosta sottoterra: la radice può essere infatti molto lunga, anche fino a un metro, e grossa più di 30 centimetri; caratteristico è il suo odore, decisamente fetido.


Pure la mandragora appartiene alla famiglia delle Solanacee ed è, quindi, parente della belladonna e dello stramonio: contiene parecchi alcaloidi, alcuni dei quali non ancora identificati, con azione molto simile all'atropina.
La radice ha una forma vagamente antropomorfa, in quanto si biforca in due tronconi. Come a tutte le piante aventi una certa somiglianza con il corpo umano, anche ad essa è attribuita un'azione tanto afrodisiaca quanto propiziatrice della virilità e della fecondità. 





 
Ma come si spiegano tutti gli altri suoi presunti poteri che le hanno assegnato il ruolo di "regina delle piante magiche"?
è un mistero che neppure le leggende - numerosissime - ci aiutano a svelare. Perché è diffusa fin dall'antichità la credenza secondo cui la mandragora "urlerebbe" nel momento in cui viene estratta dal terreno e si darebbe poi a terribili vendette, tanto più che non la si potrebbe cogliere impunemente senza seguire un preciso rituale?
Non sappiamo: certo è che già Apuleio nel V secolo Cristo, ci descrive l'esatta maniera di procedere, così ripresa da un trattato medioevale: "In una notte illune ci si rechi sul posto e si cominci a scavare con un arnese che non abbia alcuna parte di ferro. Quando si saranno scoperte le braccia e le gambe della mandragora, si leghi a queste una corda di cui si sarà fissata l'altra estremità al collare di un cane affamato. Si lanci poi il più lontano possibile un pezzo di carne: l'animale si getterà a raccoglierlo e, così facendo, estrarrà dal terreno la radice preziosa. Sentendosi strappata dal suolo, la mandragora fa udire un terribile grido d'agonia, capace di uccidere un uomo; nell'istante in cui il cane la sradica, perciò, si soffi forte dentro un corno, il suono del quale coprirà l'urlo della pianta, salvando chi la raccoglie. La morte della mandragora esige il sacrificio di una vita: si uccida dunque il cane, se non si vuol pagare il prodigioso acquisto con la propria esistenza."
Ma la mandragora era conosciuta in tempi molto anteriori. Ce ne parla addirittura la Genesi (XXX,14) dicendoci che Reuben, avendone trovata una, la portò alla madre Lea. Rachele, venuta a sapere della cosa, supplicò la donna di cedergliela: mangiandola, sperava di poter finalmente avere un figlio.
In Grecia la pianta è citata da Asclepio un millennio prima della nostra era, e poco dopo troviamo un'indicazione terapeutica volta a combattere la malinconia e la depressione.
A Roma, nel primo secolo dopo Cristo, Celso Aulo Cornelio afferma, nel suo "De re medica", che la mandragora è un ottimo sonnifero: non occorre neppure preparare un decotto o mangiarla, basta metterla sotto il letto. E Antonio Musa, un medico dell'Urbe imperiale, descrive una panacea universale, a base di semi di giusquiamo e mandragora.
A definire la pianta "antropomorfa" pare sia stato Plinio, il quale ne distinse anche il sesso: quella bianca è maschio, quella nera femmina.






La botanica, al contrario, prende in esame solo la grandezza: la femmina è quella più piccola.
Il periodo aureo della mandragora fu ovviamente il medioevo. Cominciarono a circolare storie assurde: si diceva che la pianta nasceva dal sangue dei decapitati oppure dal seme degli impiccati; di qui le macabre ricerche notturne ai piedi dei patiboli, mentre tornava in auge l'antico rituale per estrarla. Era usata ad innumerevoli scopi: nei filtri d'amore, per attirare il denaro, per aumentare il fascino della donna, per sviluppare poteri medianici, per assicurare l'invulnerabilità. In Germania (dove è chiamata Alraum, derivato da "runa", che significa "arcano") con la sua radice si tessevano addirittura vesti per guerrieri, alle quali era attribuito il potere di respingere le armi nemiche.
L'occultista francese Lémery (1727) asserisce: "La mandragora di specie maschile serve a far sì che il prossimo soggiaccia alla volontà del mago ed è usata soprattutto in magia nera, mentre la mandragora femmina ha una parte preponderante nei rimedi d'amore, assicurando l'affetto del compagno o della compagna, accrescendo il desiderio e la fedeltà."
Il naturalista Fodéré afferma di avere raccolto una pianta di mandragora e di averla portata nel proprio laboratorio, provando però sensazioni molto spiacevoli tali da procurargli una serie di malesseri: un senso di vertigine, di debolezza, unito a un languore che lo rese incapace non soltanto di lavorare ma persino di stare in piedi. Tutto questo svanì non appena ebbe aperto la finestra. Lo stesso Fodéré attribuisce gli strani effetti della pianta non soltanto al suo odore nauseabondo, ma a qualcosa che né li né i suoi assistenti riuscirono a chiarire.
Ancora nel 1947 un moderno alchimista francese assicura che "possedere una mandragora significa avere nelle mani una forza irresistibile, ricchezza, potere, amore."
Ci si espone però a grandissimi rischi, perchè soltanto il Diavolo può fare in modo che si rintracci questa pianta, che gli è indissolubilmente legata. In tal modo, impossessandosene, ci si porta praticamente in casa il Demonio, il quale potrebbe comparire quando si esprimono pretese esagerate, esaudendo sì i desideri, ma pretendendo in compenso l'anima di chi li esprime.
Secondo Lavile, un altro occultista d'Oltralpe, la mandragora, nascosta in un mazzo di violette, assicura sia un grande ardore amoroso sia l'attaccamento supremo della persona che si vuole conquistare. La composizione del mazzetto profumato è probabilmente dettata dalla necessità di soffocare l'odore, non certo piacevole, emanato dalla mandragora. Attenzione a non usare fiori a caso: frammenti di mandragora mescolati a viole, iris e clematidi, possono con l'andare del tempo, provocare uno stato di languore, di spossatezza il quale potrebbe anche condurre alla morte.
Dobbiamo sorridere a queste credenze? Sì, ma non troppo. La suggestione, si sa, pesa molto, e la mandragora si porta appresso millenni di tenebrosi significati magici ai quali è difficile opporre la ragione. Possiamo tuttavia ricordare che un noto erborista contemporaneo, Sother Turtula, ebbe la fortuna di trovare in Italia una bellissima mandragora, la cui radice misurava 81 cm di lunghezza. La colse dal suolo con tutta la delicatezza possibile, quella che bisognerebbe sempre usare per separare i vegetali dal loro ambiente naturale, ma non ricorse ad alcun rituale: non aspettò "una notte illune", non si servì di un cane, non compì alcun sacrificio non adoperò un arnese speciale, e malgrado ciò, non udì alcun urlo né venne colpito da alcun maleficio.

"Anthropomorphos", così Pitagora chiamava la mandragora, pianta erbacea della famiglia delle Solanacee, diffusa in tutta l'Europa meridionale, il cui nome, datole dal medico greco Ippocrate, sembra derivi dal persiano "mehregiah" (erba dell'amore).
Conosciuta nell'antichità come afrodisiaca, la mandragora godeva fame di possedere straordinarie virtù terapeutiche, come ad esempio curare la sterilità femminile. A tutto il XIV secolo la pianta era parte integrante della teriaca, mentre la religiosa Ildegarda di Bingen (una delle donne più geniali dell'intero Medioevo, nota di Lunaria) l'apprezzava come antidolorifico. Sbalorditive erano le capacità magiche attribuitele. Ma la radice di mandragora, importantissima nella composizione di filtri d'amore, poteva anche provocare allucinazioni, deliri o addirittura follia. Nel Medioevo le streghe consumavano nei Sabba grandi quantità di pozioni a base di mandragora, anche per acquistare poteri eccezionali. A tale proposito Njanaud, nel suo trattato sulla Licantropia, del 1615, riferisce di un particolare unguento a base di mandragora che le streghe adoperavano per trasformarsi in animali: la famosa Licantropia!
 

"In un'anfora si pongano tre libbre di scorza di radice di mandragora  e di vino dolce, che si pone a macerare il tutto, in vino dolce. Chi deve essere operato dovrà bere tre calici di questa pozione, allo scopo di non avvertire il dolore del taglio" è quanto consigliava nel Medioevo il "Codice Viennese 93". Dall'odore fetido, la radice di mandragora (dotata di una notevole tossicità) ha attualmente una scarsa importanza farmacologica. Contiene atropina, attualmente utilizzata in medicina.

Per curiosità: ad Atene, verso la fine del XIX secolo, i giovani portavano pezzetti di mandragora nelle loro borse come amuleti d'amore.



La leggenda dell'urlo della Mandragora ha ispirato anche la band italiana Mandragora Scream per il loro nome!





Anche se, ad essera sincera, io non li ho mai seguiti nel dettaglio... so che hanno avuto un successo internazionale. Io me li ricordo esordienti, nel 1999, su Psycho! (che li mise come demo del mese)
e inclusi su "Psychosonic!" con il pezzo "Night Mirror"



Poi penso abbiano cambiato un po' il sound, negli anni successivi...

Altri approfondimenti sulle erbe:
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/01/i-segreti-occulti-delle-erbe-e-delle.html