Sinfonia del Bosco (1943)

 


Già da molti giorni, fra il groviglio dei rami secchi e l'intrico delle foglie morte, correva un fremito strano, quasi un occhieggiare segreto, poi all'improvviso brillò, lungo tutto il pendio, fra le zolle umide e grigie, il riso d'oro delle primule.
E fu il saluto che il bosco elevò alla Primavera.
Faggio alto, il re del luogo, si risvegliò tutto d'un tratto, vide che sulla cima del monte la Primavera aveva già impigliato i suoi veli azzurri fra le cime brune dei pini, e frettolosamente cominciò ad accendere ad ogni ramo e tante fiammelle porporine: le sue gemme.
Allora tutte le piante, tutti i cespugli, furono come presi da un impeto folle, e in pochi giorni il bosco rigido e nero apparve soffuso di una tenue luce, d'una sottile peluria d'oro.
Ma tuttavia c'era, nella letizia di quel mondo vegetale, un angolo che si sarebbe potuto dire parato a lutto; c'era un suddito di quel regno che né il tepore del sole, né il canto degli uccelli, né il ronzio degli insetti, né la voce del vento avrebbero svegliato mai più, mai più: Quercia vecchia era morta durante il lungo inverno. Morta come muore ogni essere creato, quando ha consunte tutte le sue forze, morta di esaurimento, dopo una vita così lunga, ch'ella stessa non avrebbe più saputo ricordare il giorno in cui il seme, che l'aveva generata, fosse uscito, per forza d'istinto, dalla bruna terra del bosco.
Ma i giovani arbusti, che la circondavano, e le felci che, al suo piede, lentamente, sgomitolavano le loro spire, non potevano credere alla sua morte.
"Svegliati! Svegliati!", stormivano, "perché tardi tanto a mettere le gemme? Svegliati... il cielo è tutto azzurro, e la neve se ne va a poco a poco... Svegliati... le primule tracciano verso la valle un ruscello d'oro, e fra poco vedremo laggiù, nel prato, boccheggiare a cento a cento le margherite!"
Ma la rude scorza di Quercia vecchia non trasaliva più sotto la magica carezza della Primaversa, e gli uccelli avevano disertato i suoi brulli rami contorti.
Quercia vecchia restava là, rigida e cupa, come un decrepito gigante rattrappito, mostrando le cicatrici grigiastre, le nere e profonde ferite che le aveva inferto il tempo, e le fibre del suo tronco, tese, come nervi, in uno spasimo doloroso.
Poche foglie, morte di gelo, stavano ancora attaccate ai rami più bassi, e alcuni squallidi nidi neri, dondolavano, quasi stanchi pendagli: essi facevano pensare alla melanconia di certe case diroccate, che nessuno abiterà mai più.
I grandi noci ed i robusti castagni, che erano stati tante e tante volte spettatori dell'alterno miracolo delle nascite e delle morti, lo sapevano che Quercia vecchia non si sarebbe svegliata mai più.
Sapevano che un giorno sarebbero venuti, su dalla valle, gli uomini con i loro arnesi di lavoro e che avrebbero strappato dalla terra profonda le radici del povero colosso, per portarne poi via, segato e spaccato, il tronco.
Quella era la sorte di tutto il popolo del bosco: alberi e arboscelli.
Ma sotto il luminoso cielo di primavera la tristezza non poteva durare.
Piuma grigia ed Ala lunga, i colombi selvatici che nidificavano sulle cime dei pini lontani, compivano sul bosco larghi giri di ricognizione, e nell'insolita vivacità dei loro voli parevano i messaggeri della bella stagione, incaricati di portare in ogni angolo dello spazio annunzi giocondi.
Allora nelle radure più scoperte del bosco le violette si affrettarono a schiudere le testoline brune, i narcisi a raggiare, alte sullo stelo, le corolle profumate, le pervinche ed i gerani selvatici ad aprire, sotto il soffio dello zeffiro, gli odorosi petali azzurri e porporini.
Era una commovente gara di vita.
L'istinto diceva alle piccole piante floreali di affrettarsi a godere la luce del sole prima che i grandi alberi avessero messe le foglie, ed il suolo fosse così cosparsi di una perenne ed umida penombra.
Cespugli ed arbusti si rivestivano come d'una verde spuma: gaia, leggera, quasi impalpabile. In pochi giorni la parte inferiore del bosco fu tutta ricoperta di fiori e di erbe, ed i bruscoli e gli sterpi, risecchiti dal gelo, vennero sommersi da quella fresca onda di vita.
Anche sulle grandi piante le gemme dorate e purpuree scoppiavano allegramente in morbide foglioline, ed i faggi dagli snelli tronchi d'argento stendevano i rami inguainati di morbido velluto, mentre dai noccioli selvatici grondavano leggeri grappoli di fiori verdognoli.
Coda fulva, lo scoiattolo, che aveva dormito il suo sonno invernale nel cavo d'un decrepito castagno, sentì le nocche della Primavera battere contro le pareti tarlate del suo rifugio, stirò le membra intorpidite, aprì i vivaci occhietti, si levò dal morbido giaciglio di muschio e di foglie secche e venne ad affacciarsi alla porta della sua casa.
La visione del cielo azzurro, del bosco fiorito, delle prime farfalle, lo colmò d'un inquietudine gioconda.
Il nido gli parve una prigione troppo scura, e balzò sui rami del castagno con la coda eretta e l'orecchio attento ad un canto che proveniva di lontano.
 
Un canto pieno di gioia innocente, che armonizzava con la gioia della natura risvegliata.
Vi fu nel bosco come un gaudioso momento di attesa.
Ogni pianta, ogni fiore parve protendersi verso quel canto che scendeva dal monte, quasi una limpida sorgente.
Piuma grigia, il colombo selvatico, sorvolò un'altra volta che l'estesa macchia boschiva spingendosi fino a valle, e c'era nello slancio del suo volo l'ansia di comunicare una gaia notizia. 
Chè dal nido altissimo, sulla cima di Pino gigante, egli aveva veduto quelli che scendevano, verso il bosco, accompagnando il loro cammino con quel canto.
Bruno e Bianca Darseno aveva veduto, gli orfani di Piccola Cascina, e Bruno ora dava la mano e Bianca, mentre nell'autunno spesso se la portava ancora sulle spalle o fra le braccia, come un dolce fardello.
Camminavano entrambi nel sole, con passo di gioia, quasi muovessero alla conquista del mondo, ed erano invece più indifesi degli uccelli implumi e dei fiori allora sbocciati.
Lo diceva il loro soprannome: gli orfani di Piccola Cascina.
Tutti, dal monte alla valle, li chiamavano così.
Bruno ricordava vagamente il volto ed il canto della mamma, Bianca non aveva avuto invece altra nutrice che la capretta Giogi.
La mamma era salita al Cielo proprio il giorno in cui gli Angioli avevano portato lei sulla terra.
Il babbo, un po' per dimenticare il grave dolore, un po' per cercar fortuna, se n'era andato lontano, ma un giorno era giunta a Piccola Cascina la notizia che il poveretto non sarebbe ritornato mai più…
E le tremule mani rugose di Nonna Cia erano ormai la sola guida che i due fanciulli avessero al mondo.
Povera Nonna Cia! Forse che a Piccola Cascina non era ella stessa tenuta per carità?
La burbera carità di Vanni Masante! Di padron Vanni, che possedeva quanto di prati e di campi si stendeva dalla sponda del fiume fino ai piedi del monte, e poi tutto il bosco fin su, fin su, dove i pini formavano una macchia scura e solitaria. Ed era lì, tra il bosco rado dei pini e quello più folto dei faggi, delle quercie e dei castagni, che sorgeva Piccola Cascina, un tugurio, che Vanni Masante, a suo dire, non faceva abbattere per non togliere un tetto di sul capo a Nonna Cia ed ai suoi nipoti orfanelli, ma che in verità teneva per utilità sua, poiché quando nelle giornate calde gli prendeva l'estro di salire alla pineta, gli faceva comodo una sosta a mezza strada, così pure quando veniva a sparar quattro colpi alla selvaggina del bosco.

[…]

"Mentre io raccoglierò la legna, tu riempirai il tuo cestellino di fiori", diceva Bruno alla piccola sorella, "e chissà che i vecchietti del bosco non ci facciano trovare un tesoro."
Vivevano sempre così, i due fanciulli, in un dolce mondo sospeso fra la realtà e la fiaba.
Quando la miseria livida ed unghiuta bussava alla porta di Piccola Cascina, essi si rifugiavano nel regno dei sogni, e lì vivevano felici.

[...] Ma più triste, per i due fanciulli, fu assistere all'agonia del bosco in autunno.
S'era tutto addobbato di porpora e d'oro, come per una festa, e s'appressava invece l'ora del sacrificio.
(...) Le foglie s'erano avvivate come gote di fanciulli ai primi freddi.
Il giallo bruno della quercia s'accompagnava al giallo oro del noce ed al giallo rosso dei faggi.

Le cime verde azzurro dei pini sovrastavano quelle verde bruno degli abeti, e qua e là la macchia sulfurea d'una betulla ravvivava il paesaggio d'una nota più intensa di colore.
E la parte inferiore del bosco, il mondo delle liane, dei muschi, delle felci, trasformava pure la sua vita.
Il rosso ardente della felce maschia, ai piedi delle querce, dava l'impressione d'una morbida fiamma alimentata dal vento d'autunno.
Ogni cespuglio già ostentava i suoi frutti, di cui non tutti avevano la bellezza dei fiori che sostituivano.
Ma le bacche scarlatte del gigaro, della rosa selvatica e del biancospino, quelle arancione acceso del pruno gazzerino decoravano festosamente il bosco e vincevano la tristezza dei luttuosi frutti della belladonna e dell'erba paride.
Sulle sponde dei corsi d'acqua già il sambuco dalle larghe foglie lasciava penzolare i suoi pesanti corimbi d'un nero azzurrognolo, e la vite bianca, allacciata strettamente a fusti e ad arboscelli, faceva dondolare al vento le sue rosse bacche tonde.
Ma sui susini selvatici che gazzarra gli uccelli inebbriati dall'umore dolce dei piccoli frutti!
Che furia di godere quel banchetto autunnale, prima che la mano dell'inverno sospingesse la porta del bosco e venisse ad assalirlo con le sue crudeli brinate!
Cince e scriccioli, merli e tordi, saltellavano or sui pieghevoli e spinosi rami del crespino, che dopo aver fatto dondolare all'aura primaverile gialli grappoletti di fiori s'inorgogliva adesso di oblunghe bacche vivaci, or sulle intricate siepi delle more, beccando i dolci frutti, lucenti come gemme nere.
[...] Mai più, mai più Bruno avrebbe potuto dimenticare la vasta e profonda sinfonia che, sotto il tocco del vento, s'elevava da tutto il bosco, come da uno strumento mirabile.











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