Oniscomorfi & Glomeridi

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Gli Oniscomorfi sono Diplopodi con un corpo tozzo, simili a porcellini di terra (Armadillidium vulgare, detto anche "porcellino di sant'Antonio" o "Onisco". Animaletto che adoro fin da bambina. Nota di Lunaria) e capaci di appallottolarsi in caso di pericolo. 

Un porcellino di terra che ho salvato tempo fa rimettendolo in un prato. Che diventerà un Onisco molto social (il primo Onisco nella Storia degli Onischi ad essere immortalato insieme ad una t-shirt dei Cradle of Filth)







I gonopodi sono assenti e i maschi hanno 2 paia di appendici sessuali (telopodi) che sono le zampe dell'ultimo segmento pedifero modificate in modo tale da poter trattenere la femmina durante l'accoppiamento; i telopodi mancano nelle femmine, che hanno solo 17 o 21 paia di zampe mentre i maschi ne hanno 19 o 23. Sul dorso del tronco si trovano le aperture delle ghiandole repugnatorie.

I Glomeridi hanno 17 paia di zampe (19 i maschi) e si nutrono di polline, muschio, foglie in decomposizione.

Le mandibole del maschio, che servono per trasferire lo sperma, vengono poste in corrispondenza dell'apertura genitale femminile; le femmine allestiscono per ogni uovo una celletta protettiva di terra.


 Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2023/04/gli-insetti-fasmoidei.html https://intervistemetal.blogspot.com/2020/10/gli-atterigoti-e-la-mia-misantropia.html https://intervistemetal.blogspot.com/2023/06/gli-scolopendromorfi.html

Belle immagini da una vecchia antologia scolastica

 


































La Dottoressa della Rosa Bianca: Benedetta Bianchi Porro

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Lei era Benedetta Bianchi Porro, morta giovanissima a 28 anni (1936-1964). Era nata a Dovadola (Emilia Romagna)

Voleva fare la Dottoressa, perché, fin da bambina, aveva gravi problemi di salute: Benedetta la conosceva bene la sofferenza, per questo voleva studiare le malattie, per aiutare gli altri.

Nel suo Diario scriveva "Ho sempre sognato di diventare medico. Voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini"

A causa della poliomielite, che le aveva bloccato lo sviluppo di una gamba, zoppicò per tutta la vita e fu vittima di derisione e di emarginazione (si chiama abilismo: derisione e discriminazione contro le persone disabili). 

Non solo non si lasciò abbattere dai pregiudizi e dai preconcetti ma non permise neppure alla malattia di spegnerle la forza di volontà: voleva diventare Dottoressa. 

Nonostante la deformazione della gamba, nonostante la debolezza degli arti, Benedetta aveva una gran voglia di vivere, fin da bambina amava leggere e studiare. 

A 17 anni iniziò a studiare prima Fisica e poi Medicina. 

è in questo periodo che oltre alla gamba menomata deve sopportare anche la sordità.

Studiò Medicina fino all'ultimo, con tutto che la sua patologia progrediva, causandole orrende paralisi al volto e agli arti, privandola dell'udito e poi della vista, studiò e con tutto che aveva difficoltà a sentire, ostinata, proseguì gli studi (inizialmente non aveva superato alcuni esami di Anatomia)

Ad un professore che, con disprezzo, l'aveva maltrattata (Benedetta chiese di poter ricevere le domande dell'esame per iscritto, perché non ci sentiva, e questo suscitò l'ira del professore che non ammetteva che un sordo potesse diventare medico) Benedetta replicò ripresentandosi nuovamente all'esame di Anatomia, questa volta superandolo. 

 Un grande esempio di emancipazione e di coraggio femminile davanti al calvario della malattia e alla derisione "degli altri".

Pur sapendo che la malattia (una neurofibromatosi diffusa) non le lasciava scampo devastandole il corpo, fino all'ultimo è andata avanti a studiare per diventare Dottoressa.

In un periodo storico dove "la gloria se la prendono" i servi di Big Pharma, la figura di Benedetta merita di essere riscoperta (e imitata)

Viene da pensare che se la malattia non l'avesse falciata via a 28 anni, avremmo avuto una Grande Dottoressa pronta a soccorrere i malati, al contrario di certi personaggi spregevoli che quei malati (e i sani...) li hanno danneggiati e devastati.

Si dice che al momento della sua morte fiorì nel suo giardino una rosa bianca.

Le sue spoglie sono custodite nell'Abbazia Benedettina di S.Andrea a Dovadola.


Cujo


 Gustatevi gli stralci con sottofondo di questo


"Si fermò, rialzando di scatto la testa, cercando di capire da dove arrivasse il suono. Per un momento non riuscì a localizzarlo e all'improvviso si sentì terrorizzata, non tanto dal suono in sé, ma piuttosto perché sembrava proprio che non venisse da alcuna direzione. Non era da nessuna parte, per meglio dire era dappertutto. E poi un radar interiore (forse il suo sistema di autoconservazione) le disse che il ringhio veniva dall'interno del fienile"

"Era Cujo. Ma... Ma, oh mio (oh, mio Dio) Gli occhi del cane si fermarono nei suoi. Erano rossi e liquidi. Ne colava una sostanza viscida. Sembrava che il cane piangesse lacrime oleose. Il mantello fulvo era sporco di fango e... Quello è sangue (è proprio sangue, Gesù Cristo!) Non riusciva più a muoversi. Non respirava nemmeno. I polmoni le si erano fermati. Aveva sentito che si poteva restare paralizzati dal terrore, ma non aveva mai creduto che fosse così vero. (...) Fu allora che Tad vide il cane, riconobbe il sangue che gli macchiava il pelo e strillò."

"C'era qualcosa di caldo che le scivolava giù per il dorso delle mani. Con orrore crescente si accorse che era un miscuglio di bava e sangue che colava dalla bocca del cane."

"Forse aveva anche lei qualche linea di febbre. Soprattutto stava soffrendo molto. Le faceva male la pancia ma quelle erano ferite solo superficiali, poco più che graffi. Lì era stata fortunata. Il danno grave Cujo glielo aveva procurato alla gamba. Le ferite (i morsi, le ripeteva la mente, come se godesse dell'orrore che le procurava) erano profonde (...) E il vecchio mostro vegliava mentre suo figlio scivolava, scivolava, scivolava via. La mazza da baseball. Era tutto quello che le rimaneva. (...) Guardò fuori dal finestrino, vide la mazza da baseball abbandonata nell'erba alta e aprì la portiera. Nella bocca buia dell'officina, Cujo si alzò e cominciò ad avanzare lentamente, con la testa abbassata, attraverso la ghiaia del cortile. Erano le dodici e trenta quando Donna uscì dalla sua Pinto per l'ultima volta."

"Fermi, restarono a guardarsi, a misurarsi, nella luce abbagliante del sole estivo. Unici suoni, il suo respiro serrato, il ringhio nel torace di Cujo e il gaio cinguettio di un passero lì vicino. Le loro ombre erano corte e informi. (...) La mazza era insanguinata. Cujo stava ancora cercando di sottrarsi ai colpi (...) Per l'ultima volta quello sfacelo agonizzante che era stato Cujo si lanciò sulla DONNA che era la causa del suo strazio. Lei s'allungò in avanti, armata del pezzo di mazza da baseball che ancora le restava nella mano, e una lunga scheggia appuntita si conficcò nell'occhio destro di Cujo, penetrandogli nel cervello."