"E d'attorno è un silenzio... quel silenzio che grava sempre sulle terre assetate e lo si ascolta sgomenti, e a volte n'ha ribrezzo fin la cicala, che abbozza a due note del suo canto secco, e si cheta, quasi asciugata dalla vampa. Sulle colline pisane passano intere estati senza goccia d'acqua. Dicono i contadini che su quella terra è infilato il manico dell'ombrello. S'addensa il nembo sui monti, striscia sulla val d'Arno e sembra promettere il dono del cielo al granturco che muore, ai prati sitibondi, ai pampani ingialliti, agli olivi che lasciano cadere le bacche verdi, piccoline e dure; ma poi ben si vede che è bugia. (...) I torrenti e i fiumi si snervano, si assottigliano, fino a divenire una ramificazione di esili vene, come quelle che appaiono sui polsi e sulle tempie delle ragazzine anemiche. (...) Per lunghi tratti l'acqua sparisce, poi riaffiora più a valle, di sotto terra, per fili capillari che s'aprono la via tra sasso e sasso, filtrano tra i panconi [strati sotterranei di terreno impermeabile] d'argilla, si riuniscono e formano una pozza."
"E ogni giorno di più la vita del fiume si restringe alle pescaie, alle cascate, alle gore dei mulini, dove canta ancora un po d'acqua viva, e i ragazzi vengono a cercarvi la loro gioia; (...) Quando il fiume è scomparso, il grande ghiareto sembra un lembo di mondo lunare; e dalla luna ha il colore livido; ha strane apparenze di ghiacciaio, nell'azzurro pallido di certo macigno a strati; il verde si è ritirato insieme all'acqua (...) il brillare ansioso e assetato degli ontani chiama la pioggia; e quella frescura aerea, protesa contro il cielo crudo, risveglia desideri spasimosi di una sorgente chiara."
"Fino a tutto luglio si sperava; ad ogni intorbidar d'orizzonte, il cuore si apriva; poi la terra metteva quella sua inesorabile crosta color deserto: le piagge crepavano, i prati si facevano gialli e l'uva cresceva stenta e indurita, nei grappoli radi, incipriati di polvere. I fagioli seminati, al piè del granoturco, morivano per ultimi, protetti dalla foglia larga del formentone; di notte bevevano rugiada e questo bastava al fiore e al baccello; ma poi, col seccar degli steli, l'ombra scemava e anche i viticci lunghi lasciavano la presa."
"Poi i boschi ritornavano degli uccelli. Erano venuti quelli d'Africa, a covare, dalle voci strane, melodiose o monotone: il cuculo, che scandisce il tempo, monotono, metodico, meccanico; e il chiù, piagnisteo alato che, notte e giorno, sospira e fa all'amore di lontano, da chilometri di distanza. Nelle notti di luna è un eterno richiamo: "vieni tu...", "No, tu...", "Tu"... finché le stelle impallidiscono nel brivido freddo dell'alba. E le averle crudeli (1) e i succiacapre misteriosi e spaventosi, col loro volo di bambagia, e le upupe coronate, sacerdotali; e gli usignoli dall'abito di frate e dalla voce d'angelo. A giugno ne cantavano ancora, nelle forre profonde, nelle serate di luna. Dopo cena, dal giardino della villa, si sentiva salire quel canto, affiochito e addolcito dalla distanza, e l'uomo che ascolta deve trattenere il respiro. La voce dell'usignolo è un raggio di luna rivestito di armonia."
(1) L'Autore definisce le averle crudeli perché infiggono le loro prede nelle spine delle siepi, per poi mangiarsele comodamente.
"C'era quel senso religioso delle cose abbandonate: il silenzio sacro dei cimiteri, ove l'erba cancella le tracce dei morti e dei vivi. Anche qui l'erba era cresciuta molto, ma, cercando, svelava i piccoli misteri sepolti: qua, la fossa dei contrappesi, là l'ingegno degli scatti; poi le pietre con le forcelle impiombate e un grosso peso, di pietra, ancora imbracato di fil di ferro."

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