"Elias e il Draug" di Jonas Lie (Horror)

Jonas Lie (1833-1908) è nato in Norvegia; scrisse "Il Veggente", "I Tre Alberi Avvenire", "Trold", "Fiabe", ispirandosi alle saghe e leggende del Nord; descrisse anche la vita nella Norvegia dell'Ottocento.

Questi stralci, tratti da una sua storia di fantasmi, in origine faceva parte del suo primo romanzo, ma fu pubblicata agli inizi del '900 come racconto a sé stante. Trama e personaggi si rifanno alla tradizione popolare norvegese: il Draug è un crudele spettro marino che si vendica del pescatore Elias.

Il Draug naviga, nelle notti di tempesta, con una barca tagliata a metà per il lungo e un equipaggio composto dai fantasmi degli uomini morti in mare.

Chi lo vede è destinato ad una morte sicura.

***

"A Kvalholmen, a sud di Helgeland, vivevano un tempo un povero pescatore di nome Elias e sua moglie Karen [...] Kvalholmen era un'isola solitaria, e tutto lasciava supporre che fosse infestata dagli spettri. Quando il marito era lontano, capitava che la sua brava moglie sentisse grida di ogni sorta e rumori misteriosi, che certo non erano di buon augurio. […] Un giorno, mentre camminava lungo la costa con una fiocina in mano, Elias scorse ad un tratto, allungata al sole su una roccia, un'enorme foca che sembrò sorpresa dall'incontro almeno quanto lui. Ma il pescatore non perse tempo. Dall'alto dello scoglio su cui si trovava scagliò la fiocina, che andò a piantarsi nella nuca dell'animale. Immediatamente - e con quale violenza! - la bestia si drizzò sulla coda, alta quanto un albero maestro, fissando su di lui i neri occhi iniettati di sangue e mostrando i denti in un ghigno così odioso e demoniaco, che Elias fu preso dal terrore. Poi la foca si tuffò in mare e scomparve in un gorgo di spuma insanguinata. […] Una notte, mentre era a letto e pensava al suo sixern [battello], gli venne in mente che avrebbe dovuto aggiungere un puntello ai due lati dello scafo, per meglio assicurarne l'equilibrio. Era così assurdamente innamorato di quella barca che decise addirittura di alzarsi e di uscire con la lanterna, per darle un'altra occhiata. Mentre teneva alta la lanterna, per illuminare la rimessa, scorse a un tratto, su un mucchio di reti abbandonate in un angolo, una testa che assomigliava in modo impressionante a quella della foca, e che si volgeva verso di lui, in piena luce, ghignando incollerita. Le sue fauci sembravano allargarsi a dismisura e un istante dopo un'ombra gigantesca, dall'aspetto umano, si dileguò attraverso la porta della rimessa, non così in fretta, però, che Elias non riuscisse a distinguere una lunga asta di ferro piantata nella schiena dell'apparizione."



Il Maestro dell'Horror (Super Junior Horror)

Joanne è un'appassionata lettrice di storie che parlano di mostri e di vampiri, ed è felicissima di aver incontrato un autentico maestro dell'horror, Martin, di cui è grande ammiratrice.

Ma non le ci vorrà molto per scoprire che un legame misterioso si è stabilito tra lei e lo scrittore: un legame che la terrorizza e le fa vivere esperienze sconvolgenti, tra pallidi esseri con troppe braccia e gambe, alberi omicidi, viscide lumache giganti dai cento occhi, oggetti domestici che prendono vita… Sarà Martin a darle la chiave per capire quel che sta succedendo e a chiederle di aiutarlo, prima che un orrore senza fine si riversi nel mondo.



 

Breve Storia dell'Africa e della Scena Metal Africana

Info tratte

ZIMBABWE

Verso il IX secolo, le genti che vivevano di agricoltura e di allevamento nell'altopiano dello Zimbabwe, tra i fiumi Zambesi e Limpopo, imparavano ad estrarre l'oro dalle miniere. Ben presto, cominciarono a commerciare con i popoli confinanti e già nel 1200 l'oro e il rame dello Zimbabwe venivano esportati all'aldilà dell'Oceano Indiano in cambio di porcellane cinesi e sete indiane. Fu così che il regno dello Zimbabwe divenne prospero e potente; le grandi fortificazioni (che danno il nome al Paese), dette "Mazimbabwe" vennero costruite nel 1100. Lo Zimbabwe raggiunse la sua massima estensione nel 1450.

Il simbolo nazionale dello Zimbabwe è un grande uccello scolpito nella steatite (in origine sculture simili erano disposte su colonne che si trovavano di fronte al palazzo reale)



GLI ZULU

L'area nord-orientale della provincia del Natal era la terra degli Zulu; dal 1816 il loro re-guerriero fu Shaka, che incorporò molti territori in un enorme nuovo Stato. Nel 1828 Shaka fu assassinato dai suoi fratellastri; era diventato via via più crudele (tanto da creare una lancia, "iklwa", che una volta estratta dalle carni della vittima, faceva un suono simile al suo nome) Dingaan divenne il nuovo re. Dingaan fu ucciso al tempo degli scontri con i Boeri. Nel 1879 gli Zulu furono sconfitti dagli inglesi.


CONTRO IL COLONIALISMO EUROPEO E I MASSACRI

Da una parte all'altra del continente, gli africani protestavano per la perdita delle loro terre, le tasse, i lavori obbligatori, gli stupri e lo sfruttamento che subivano dagli europei. La protesta fu portata avanti soprattutto nell'odierna Tanzania (all'epoca, sotto il dominio tedesco), dove la popolazione era costretta a lavorare nei campi di cotone. Quando uno stregone locale affermò di poter ottenere un'acqua magica capace di proteggere dai proiettili, molti africani si ribellarono in una rivolta detta "dei Maji-Maji" (in swahili "acqua" si dice "maji"). Il governo coloniale stroncò la ribellione uccidendo i capi e facendo bruciare raccolti, viveri e villaggi. Morirono più di 200.000 persone. Nel 1904 gli Herero della Namibia si ribellarono ai coloni tedeschi e l'esercito tedesco spinse i ribelli nel deserto dei Kalahari, uccidendo chi cercava di scappare. I sopravvissuti vennero inviati in campi di lavoro. Furono poi i Nama, allevatori della Namibia meridionale, a ribellarsi: erano abili guerrieri, ma vennero catturati e obbligati ai lavori forzati. Si stima che prima della rivolta vi fossero 20.000 Nama e 80.000 Herero; nel 1911 restavano in vita solo 8900 Nama e 15.000 Herero.


Dal 1963 al 1987 fu un susseguirsi di colpi di stato militari guidati da feroci dittatori, come Bokassa, Mobutu e Idi Amin Dada, sostenuti da Stati europei.

E ORA LA SCENA METAL AFRICANA!

Nota di Lunaria: per quanto non manchino musicisti afroamericani nella Scena Metal americana (Black Death, forse i primi, 

ma soprattutto oggigiorno ci sono diversi altri musicisti e singer, come Howard Jones, ex Killswitch Engage, che ebbero un ruolo di primo piano nella scena Metalcore) 


e appassionati che hanno scritto anche libri  




la percezione generale, anche di chi non ascolta Metal, è che "le persone non bianche preferiscano sempre e comunque il Rap".

Sicuramente nel Rap (e altre sue correnti o musiche non occidentali come il Reggae) sono "i bianchi" la minoranza, ma è anche vero che specialmente dopo il 2000, e poi con l'arrivo dei social network come tik tok sempre più persone afrodiscendenti o non occidentali si sono avvicinati al Metal, anche se restano ancora "sotto-rappresentate" in termini di percentuale, per lo meno nell'immaginario che va per la maggiore. 

Comunque, per quanto non sia ancora sviluppata e competitiva a livello internazionale, anche in Africa è nata una scena Metal anche estrema a tinte Thrash, Death e Black, come i Demogoroth Satanum (Sud Africa) 



Gli Orcus (dall'Algeria), Melodic Black (che ho anche intervistato 😁 https://intervistemetal.blogspot.com/2018/07/orcus-symphonic-black-metal-dallalgeria.html )

Lesuth (Sud Africa)


Wrust (Botswana)

i D-Fe (Rwanda) che per descrivere il loro Metal hanno coniato il termine "Zwenks Metal", un mix di musica africana tribale, percussioni e Metal moderno (alla primi Slipknot), si veda il video di "Kemite"


i Vodun (provenienti dall'Inghilterra ma autori di un sound da loro definito "Heavy Afro Soul Psych" o "Afro Doom" https://intervistemetal.blogspot.com/2014/11/vodun-heavy-afro-soul-psych-band.html ), influenzati moltissimo dalla mitologia yuruba e voodoo https://intervistemetal.blogspot.com/2019/04/voodoo-e-candomble.html

e tra gli ultimi che ho scoperto, i Arka'n Asrafokor, dal Togo 




Asrafo significa guerriero in Ewe.

Anzi, precisamente stando a quanto leggo al link 

https://echoesanddust.com/2020/11/arkan-asrafokor-togo-heavy-metal-warriors/

"Asrofokor" è la musica dei guerrieri.

"Zã Keli" è il loro primo album e in lingua Ewe significa "Tenebra e Luce, Notte e Giorno"

Da una loro intervista, leggo che:

"Il Metal in Africa non è qualcosa di così raro, e ci sono molte band che posso raccomandare dal Kenya, dal Ghana, dalla Nigeria, dal Sud Africa, dal Botswana, dall'Uganda, dall'Angola... lasciami dire qualche nome tra quelli che mi vengono in mente ora… Dark Suburb, una rock band dal Ghana, una talentuosa band di fratelli che hanno sempre combattuto per risvegliare le persone che vivono negli slums, la dura realtà qui, ma anche l'enorme potenziale delle anime dimenticate. Overthrust e Wrust dal Botswana nella scena Death, Skinflint, Heavy Metal dal Botswana. Seeds of Datura e Last year tragedy dal Kenya, Dividing the Elements, Myrath dalla Tunisia..."

Se andate sul loro bandcamp, potete sentire la loro musica: un Metal che ha la particolarità di essere tribale ed è reso più originale e personale dal cantato nella loro lingua madre, cioè la lingua Eʋe, una delle lingue parlate nel sud del Togo, in Ghana e in Benin. 

E c'è da dire che non suona neanche male e si abbina abbastanza al sound! 😁😃 

E siccome ci sono i testi scritti anche in inglese, ci penso io a tradurli in italiano 😎😁

https://arkanaa.bandcamp.com/track/warrior-song

Ooo ŋsẽtɔ, kalẽawo ƒoƒu loo

Be natsɔ dziɖuɖu na wo

(Ooh! Almighty! Warriors gather

at your feet asking for power and victory)

Oh! Onnipotente! I guerrieri si raccolgono ai tuoi piedi chiedendo potere e vittoria

Ka me bla na azizɔ o lo, Ka me bla na azizɔ o lo,

Mawu Ata KoKorabi dziŋkusi kple anyigba ɖo tɔ

Ka me bla na azizɔ o lo, Ka me bla na azizɔ o lo,

Mawu Ata KoKorabi dziŋkusi kple anyigba ɖo tɔ

(A rope cannot attach the smoke.

You are the earth and heaven maker, our only strength)

Una corda non può legare il fumo. 

Tu sei il Creatore della Terra e del Paradiso, la nostra unica forza

https://arkanaa.bandcamp.com/track/return-of-the-ancient-sword

Mi ʋu agboa loo kalɛawo,

Agbadza tomevio be mi ʋu agbo loo kalɛawo

Mi ʋu agboa ne mia yi ɖe Dahomey.

Mi ʋu agboa loo kalɛawo,

Agbadza tomevio be mi ʋu agbo loo kalɛawo

Mi ʋu agboa ne mia yi ɖe Dahomey.

(Warrior chant: open the gate to the warriors so that

they can go home)

Canto del guerriero: si apre la porta ai guerrieri così possono tornare a casa.

Ati aɖe bi dzo, agbetɔwo be yoatsi dzo ma lo

Adze ye, edzi ye ɖegbe!

Ati aɖe bi dzo, agbetɔwo be yoatsi dzo ma lo

Adze ye, edzi ye ɖegbe!

(A tree is burning. Humans try to put out the fire

but they can't cause that fire came from Thunder.)

Un albero sta bruciando. L'umanità cerca di spegnere il fuoco, ma non realizzano che quel fuoco viene dal Tuono

https://arkanaa.bandcamp.com/track/tears-of-the-dead

Nɔviwoe, xixeame tsɔ̃ eye dzatawo fɔ lo, gamea su lo!

Nɔviwoe, xixeame tsɔ̃ eye ŋɔliawo fɔ!

(Brothers, darkness fall, lions are rising, the time has come,

Brothers, darkness fall, dead are rising!)

Fratelli, scendono le tenere, i leoni stanno risorgendo, il tempo è venuto, Fratelli, le tenebre scendono! I morti risorgono!

https://arkanaa.bandcamp.com/track/les-peuples-de-lombre

Dzideƒo miadevio elabe ŋkeke la gbɔna!

Yo! Yo! ŋkeke la gbɔna.

Dzideƒo miadevio elabe ŋkeke la gogo

Yo! Yo!

(Cheer, my people, ‘cause the day is coming)

(Stand up, my people, ‘cause the day is almost there)

Rallegratevi, gente del mio popolo, perché il giorno sta arrivando

In piedi, mio popolo, perché il giorno è quasi arrivato


https://arkanaa.bandcamp.com/track/prince-of-fire

Xɔ fiakuku kpakple ŋsɛ̃ yina kekelime

(Here is your crown, and power. Walk to the light)

Ecco la tua corona, e il potere. Cammina verso la luce


https://arkanaa.bandcamp.com/track/welcome

Lɔ̃lɔ̃ xɔsiwu ega lo, lɔ̃lɔ̃ xɔsi ɖaa,

Lɔ̃lɔ̃ xɔsiwu ega, nɔviwɔwɔ xɔsiwu sika.

(Love is worth more than silver and gold)

L'amore ha più valore dell'argento e dell'oro


Il video di "Angry God of Earth"


Video di "Walk with us"















"Sale sulla neve" (Gaia Junior)

Trama: è quasi per caso che Julie, annoiata e triste, entra in un centro di volontariato, dove comincia un'esperienza del tutto nuova, che la metterà a confronto con altre donne venute da un paese lontano, l'India. Cercare di insegnare loro l'inglese e farle sentire meno straniere. Julie scoprirà un mondo nuovo e rifiuterà i pregiudizi radicati nel suo ambiente e nella sua stessa famiglia. Ma anche Majula, Rashmi e Sheema dovranno affrontare pregiudizi di segno diverso, quelli dell'uomo di casa che le vorrebbe recluse e sottomesse. Tra episodi di intolleranza e piccole violenze, Julie imparerà a lottare, a fare le proprie scelte e a vivere l'amore che la lega ad un giovane studente indiano.

Commento di Lunaria: Bel romanzo al femminile, dove l'Autrice mette a confronto razzismo e maschilismo, entrambi in versione "occidentale e indù": i preconcetti maschilisti che padre e fratello (inglesi) impongono a Julie (dover fare le faccende domestiche, non studiare...) sono gli stessi che il fratello di Rashmi impone in casa, alle donne indù. Il razzismo e i preconcetti che il fratello di Julie, Jim, nutre verso gli stranieri, sono gli stessi che loro riservano agli inglesi dopo aver subito attacchi di violenza (Jim insieme ai suoi amici neo nazisti, dopo aver calpestato l'orsacchiotto di Sheema, lanciano pietre contro la casa di Rashmi, ferendo gravemente la bambina e anche Julie, che in quel momento si trovava in casa)  Un romanzo che fa riflettere sui pregiudizi e preconcetti misogini e razzisti, dimostrando che chiunque può esserne vittima o carnefice, a seconda del contesto.  


Hesse: "Pellegrinaggio d'Autunno"


I racconti di "Pellegrinaggio d'Autunno" tutti scritti intorno ai primi anni del '900 appartengono alla produzione giovanile di Hesse e sono accomunati dalla scelta di temi e aspetti cosiddetti "minori" del vivere e della natura: un'attenzione e un gusto quasi crepuscolari che con tacita discrezione vogliono sottrarsi alle grida di meraviglia e alle esaltazioni estatiche, dirigendosi verso sentimenti e particolari intimi, delicati, che acquistano significato nella liricità di una prosa dolcemente evocativa. I protagonisti sono sempre giovani che si ribellano alle false e vuote imposizioni di una società borghese in cui non vogliono riconoscersi, ma la loro protesta si fa interiore, sommessa, anche quando sfocia nel gesto disperato del suicidio o nella solitudine voluta.


Le pagine più belle

"Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento."

"Mi fece bene camminare in quell'aria fresca e sibilante. Ascoltavo il vento impetuoso e, mentre procedevo sul sentiero di cresta, vedevo con crescente piacere che il paesaggio si faceva più vasto e possente. [...] Man mano che salivo, il vento aumentava. Cantava una melodia autunnale, con gemiti e risa, accennando a passioni favolose accanto alle quali le nostre non erano altro che bambinate. Mi gridava all'orecchio parole mai udite, di un mondo primigenio, come nome di Dei antichi. […] Poco dopo mezzogiorno mi fermai a riposare nel punto più alto di quel sentiero d'altura, mentre il mio sguardo volava sull'immenso paesaggio che si estendeva intorno a me, perlustrandolo commosso. C'erano montagne verdi e, più lontano, montagne azzurre coperte di boschi e gialle montagne rocciose, colline dalle mille pieghe e, dietro ancora, il monte più alto, con pinnacoli scoscesi e pallide piramidi di neve."



"Rose Bianche" di Rosemary Timperley (Horror)

Cose normalissime hanno il potere di spaventarmi. La luce del sole. Ombre troppo nette sull'erba. Rose bianche. Bambini con i capelli rossi. E il nome "Harry". Un nome così normale.

Fin dalla prima volta che Christine pronunciò quel nome, provai il presentimento di qualcosa di terribile.

Aveva cinque anni, e avrebbe dovuto cominciare la scuola tre mesi più tardi. Era una calda giornata serena e lei stava giocando da sola in giardino, come faceva spesso. La vidi distesa pancia in giù sull'erba, cogliendo margherite e intrecciando ghirlande, tutta compresa di gioia. Il sole le infuocava gli smorti capelli rossi, facendo risaltare l'estremo biancore della pelle. La concentrazione le dilatava i grandi occhi azzurri.

Improvvisamente volse lo sguardo al cespuglio di rose bianche che proiettava la sua ombra sull'erba, e sorrise.

"Sì, sono Christine", disse. Si rialzò e s'incamminò lentamente verso il cespuglio con le tenere gambette grassottelle che la corta gonnellina di cotone azzurro ricopriva appena. Cresceva in fretta.

"Con mamma e papà", disse chiaramente. Poi, dopo una pausa: "Oh, ma loro sono la mia mamma e il mio papà."

Ora stava nell'ombra del cespuglio; sembrava che fosse passata dal mondo a quello della tenebra.

Inquieta, senza sapere perché, la chiamai.

"Chris, cosa stai facendo?"

"Niente." La sua voce sembrava provenire da molto lontano.

"Torna in casa, ora. Fa troppo caldo per te, qui fuori."

"No, non fa troppo caldo."

"Vieni dentro, Chris."

"Devo rientrare, ora", disse. "Ciao" e s'incamminò lentamente verso casa.

"Chris, con chi stavi parlando?"

"Harry", rispose.

"Chi è Harry?"

"Harry"

Non potei cavarle nient'altro, così le diedi una fetta di dolce e del latte e le lessi una fiaba fino all'ora di andare a letto. Mentre ascoltava, teneva lo sguardo fisso al giardino.

Una volta sorrise e fece un cenno con la mano. Fu un sollievo alla fine rimboccarle le lenzuola e sentirla al sicuro.

Quando Jim, mio marito, ritornò a casa, gli raccontai del misterioso "Harry". Si mise a ridere.

"Ah, le ha preso quella mania, eh?"

"Che vuoi dire, Jim?"

"Non è raro che i figli unici si inventino un compagno immaginario. Alcuni chiacchierano con le loro bambole. Chris non ha mai avuto una gran passione per le bambole. Non ha né fratelli né sorelle, non ha amici della sua età. E così se ne inventa uno."

"Ma perché ha scelto proprio quel nome?"

Alzò le spalle. "I bambini scelgono a caso. Non capisco di cosa ti stia preoccupando, proprio non lo capisco."

"Nemmeno io, sinceramente. è solo che mi sento così responsabile di lei, più che se fossi la sua vera madre."

"Lo so, ma non c'è niente che non vada: Chris è carina, sana, intelligente. Tutto merito tuo."

"E tuo."

"In effetti siamo dei genitori modello."

"E soprattutto modesti!"

Scoppiammo tutti e due a ridere, e lui mi diede un bacio. Mi sentii rassicurata.

Ma solo fino al mattino seguente.

Di nuovo il sole brillava sul piccolo prato luminoso e sulle rose bianche. Christine stava seduta sull'erba, a gambe incrociate, fissando sorridente il cespuglio di rose.

"Ciao", disse, "speravo che tu venissi... perché mi sei simpatico. Quanti anni hai?... Io solo cinque e un pochino... No, non sono un bebé! Andrò presto a scuola e avrò un vestito nuovo. Verde. Tu ci vai a scuola?... Che fai allora?"

Rimase in silenzio per un po', annuendo, ascoltando assorta.

Mi sentii gelare il sangue mentre me ne stavo lì in cucina. "Non essere sciocca: molti bambini hanno un compagno immaginario", mi ripetevo disperatamente. "Continua come se niente fosse, non ascoltare, non fare la stupida."

Ma richiamai Chris per la merenda prima del solito.

Il tuo latte è pronto, Chris, vieni!"

"Fra un minuto." Era strano che rispondesse così. Di solito si precipitava a bere il suo latte e a mangiare i biscotti alla crema di cui era molto golosa.

"Su, vieni, tesoro", dissi.

"Può venire anche Harry?"

"No!", la violenza del mio grido mi sorprese.

"Ciao, Harry. Mi dispiace che tu non possa entrare ma devo bere il mio latte", disse Chris. Poi corse verso casa.

"Perché anche Harry non può avere un po' di latte?", disse, con sfida.

"Chi è Harry, tesoro?"

"Harry è mio fratello."

"Ma Chris, tu non hai fratelli: papà e mamma hanno solo una figlia: tu. Harry non può essere tuo fratello."

"Harry è mio fratello. L'ha detto lui."

Si chinò sul bicchiere di latte e quando sollevò il capo aveva le labbruzze tutte bianche.

Poi afferrò i biscotti.

Almeno Harry non le aveva sciupato l'appetito!

Quando ebbe bevuto il latte le proposi: "Andiamo a fare compere, ora, Chris. Ti piace venire con me nei negozi, vero?"

"Voglio restare con Harry!"

"Beh, non puoi: devi venire con me!"

"Può venire anche Harry?"

"No"

Mi tremavano le mani mentre mi mettevo guanti e cappello. In casa faceva freddo, come se un'ombra gelida vi stagnasse, nonostante il sole di fuori. Chris mi seguì abbastanza docilmente, me mentre percorrevamo il viale si voltò e agitò la mano.

Non ne feci parola con Jim, quella sera: sapevo che si sarebbe limitato a prendermi in giro, come il giorno prima. Ma le fantasticherie su "Harry" di Christine continuarono un giorno dopo l'altro, e ne avevo i nervi scossi. Arrivai a odiare e a paventare quelle lunghe giornate estive, e a desiderare cieli grigi e piovosi. Avrei voluto veder appassire e morire le rose bianche; tremavo quando sentivo la vocetta di Christine cinguettare in giardino; ora parlava a "Harry" più scopertamente.

Una domenica Jim, ascoltandola, disse: "Bisogna convenire che i compagni immaginari fanno fare progressi nel linguaggio ai bambini: Christine parla molto più disinvoltamente, ora."

"Sì, con un accento", mi lasciai sfuggire.

"Un accento?"   

"Un leggero accento dialettale."

"Tesoro, ogni bambino londinese ha un leggere accento dialettale. Sarà ancora peggio quando andrà a scuola e incontrerà una quantità di bambini." 

"Noi non parliamo in dialetto. Da chi lo ha preso? Da chi può prenderlo se non da Ha..."

Non riuscivo a pronunciare quel nome.

"Dal fornaio, dal lattaio, dallo spazzino, dal carbonaio, dall'uomo che ci pulisce i vetri... ti basta?"

"Sì, mi basta." Risi melanconicamente. Jim mi faceva sentire sciocca.

"Comunque", concluse Jim, "non ho notato alcun accento dialettale in lei."

"Non l'ha quando parla con noi. Succede solo quando parla a... lui."

"A Harry. Lo sai che sto affezionandomi a questo Harry? Non sarebbe buffo se un giorno guardassimo fuori e lo vedessimo?"

"No!", gridai. "Non dire così! è il mio incubo. Mi ossessiona. Oh, Jim, non potrò sopportarlo ancora per molto!"

Mi guardò stupefatto: "Questa faccenda di Harry ti sta proprio buttando giù, vero?"

"Ma certo! Un giorno dopo l'altro non faccio altro che sentire "Harry questo, Harry quello, Harry dice, Harry pensa, Può averne anche Harry, Può venire anche Harry?" A te che stai tutto il giorno in ufficio va tutto bene, ma io devo conviverci, e io... io ho paura, Jim. è tutto così strano."

"Sai cosa penso che dovresti fare per metterti il cuore in pace?"

"Cosa?"

"Portati dietro Chris dal vecchio dottor Webster domani. Fagli fare una chiacchierata con lei."

"Pensi che abbia qualcosa che non funziona... nel cervello?"

"Santo Cielo, no! Ma quando ci imbattiamo in qualcosa fuori dalla nostra portata, è meglio chiedere un consiglio professionale."

Il giorno dopo condussi Chris dal dottor Webster, lasciandola nella sala d'aspetto mentre lo ragguagliavo brevemente su Harry. Annuì comprensivo poi disse: "è un caso abbastanza insolito, signora James, ma non certo unico. Ho avuto diversi casi di compagni immaginari che per i bambini diventano così reali da spaventare i genitori. Suppongo che si tratti di una bambina piuttosto sola, vero?"

"Non conosce altri bambini; siamo nuovi del luogo. Ma sarà diverso, spero, quando comincerà la scuola."

"Certo, quando andrà a scuola incontrerà altri compagni, le sue fantasie scompariranno. Vede, ogni bambino ha bisogno di amici della sua età, e se non li ha, se li inventa. Gli anziani sol parlano tra sé e non per questo sono pazzi, hanno soltanto bisogno di comunicare con qualcuno. Il bambino è più pratico: gli pare strano parlare da solo, così inventa un amico con cui farlo. Onestamente penso che non abbia niente di cui preoccuparsi."

"è ciò che dice mio marito."

"Ne sono sicuro. Ad ogni modo, siccome me l'ha portata, farò due chiacchiere con Christine. Ci lasci solo."

Andai in sala d'aspetto a prendere Chris.

Stava alla finestra e disse: "Harry è lì che aspetta."

"Dove, Chris?", chiesi con calma, desiderando improvvisamente vedere i suoi occhi.

"Laggiù, accanto al cespuglio di rose."

Il dottore aveva un cespuglio di rose bianche nel suo giardino.

"Ma lì non c'è nessuno", dissi. Chris mi lanciò un'adulta occhiata di disprezzo. "Il dottor Webster vorrebbe vederti per un attimo, tesoro", dissi tremando.

"Te lo ricordi, no? Ti aveva regalato le caramelle durante la convalescenza dal morbillo."

"Sì", disse avviandosi di buon grado verso l'ambulatorio del dottore.

Aspettai con impazienza. Sentivo debolmente le loro voci attraverso la parete, le risatine del dottore, il riso squillante di Christine.

Chiacchierava liberamente col dottore come non faceva ormai più con me.

Quando uscirono, lui mi disse: "Niente che non vada, assolutamente. è solo una scimmietta piena di immaginazione. Un consiglio: la lasci parlare di Harry. Che abbia confidenza in lei. Lei deve aver mostrato segni di disapprovazione verso questo "fratello" e allora non gliene parla più molto. Sa costruire giocattoli di legno, vero Chris?"

"Sì, Harry sa costruire giocattoli di legno."

"E sa leggere e scrivere, vero?"

"E anche nuotare, e arrampicarsi sugli alberi e dipingere quadri. Harry sa fare tutto. è un fratello meraviglioso." 

Il suo visino splendeva di adorazione.

Il dottore mi diede un colpetto sulle spalle.

"Harry ha tutta l'aria di essere un buon fratello per lei. Ha persino i capelli rossi come te, vero?"

"Sì, Harry ha i capelli rossi", dichiarò orgogliosamente Chris.

"Più rossi dei miei, ed è alto quasi come papà, solo più magro. Sarà alto come te, mamma. Ha quattordici anni. Dice che è alto per la sua età: quant'è essere alti per la sua età?"

"Te lo spiegherà la mamma mentre tornerete a casa", disse il dottor Webster. "Beh, arrivederci signora James. Non si preoccupi. La faccia solo chiacchierare. Ciao Chris, salutami Harry."

"Sta là", disse Chris, indicando il giardino del dottore.

"è rimasto ad aspettarmi."

Il dottor Webster rise. "Sono incorreggibili, no? Conobbi una povera madre i cui figli si erano inventati un'intera tribù di indigeni immaginari, e tutta la casa era governata dai loro rituali e dai loro tabù. Forse lei è fortunata, signora James!"

Cercai di trarre conforto da tutto ciò, ma non ci riuscii. Speravo solo che quando Chris avesse cominciato la scuola quella brutta faccenda di Harry sarebbe terminata.

Chris corse avanti a me; guardò in alto, come verso qualcuno al suo fianco. Per un breve, spaventoso secondo, vidi un'ombra sul marciapiede accanto alla sua, un'ombra lunga, sottile, l'ombra di un ragazzo.

Poi sparì.

Corsi per raggiungere la bambina e la tenni stretta per mano durante tutta la via del ritorno. Perfino nella relativa sicurezza della casa - così stranamente fredda rispetto al calore esterno - non la perdevo mai di vista.

Esteriormente non si stava comportando in modo diverso con me, ma in realtà si stava allontanando.

La bambina in casa nostra stava diventando un'estranea.

Per la prima volta, da quando Jim ed io avevamo adottato Chris, mi chiesi veramente: Chi è? Da dove viene? Chi erano i suoi veri genitori? Chi è questa piccola adorata sconosciuta che mi sono presa come figlia?

Chi è Christine?

Trascorse un'altra settimana. Harry, sempre Harry.

Il giorno prima dell'inizio delle scuole Chris disse:

"Io non ci vado, a scuola"

"Tu ci vai a scuola, domani, Chris. Non ne vedi l'ora, lo sai. Ci saranno tante bambine e bambini!"

"Harry dice che non ci può venire."

"Non vorrai mica che ci venga! Lui è", mi sforzai di seguire il consiglio del medico mostrando di credere all'esistenza di Harry, "un giovanottone di 14 anni: si annoierebbe, con tutti quei bambini piccoli."

"Senza Harry non ci vado, a scuola. Voglio stare con Harry."

E cominciò a singhiozzare forte; faceva pena.

"Chris, basta con queste sciocchezze! Smettila!"

Le diedi un colpo sul braccio e lei smise immediatamente di piangere, ma mi fissò con gli occhi azzurri spalancati e il suo sguardo era gelido. 

Uno sguardo adulto che mi fece venire i brividi.

Poi disse: "Tu non mi vuoi bene. Harry sì. Mi vuole con sé: dice che posso andare con lui."

"Non voglio più sentire cose simili!", urlai, odiando il tono d'ira della mia voce, odiando me stessa per essermi fatta prendere dalla collera con una bambina così piccola, la mia bambina, mia…

Mi inginocchiai e le tesi le braccia: "Chris, tesoro, vieni qui."

Si avvicinò lentamente.

"Ti voglio tanto bene", dissi, "tanto bene. E io sono vera, la scuola è vera. Fammi un piacere, vai a scuola."

"Harry se ne andrò, se io ci vado."

"Troverai altri amici."

"Io voglio Harry." 

E di nuovo si mise a piangere, questa volta contro la mia spalla. La strinsi tra le braccia.

"Sei stanca, tesoro. Vieni a letto."

Si addormentò con le lacrime che le rigavano il viso.

Era ancora giorno, e andai alla finestra per tirare le tende.

Ombre dorate e lunghe strisce di sole si attardavano nel giardino.

Poi, come in un sogno, intravidi l'ombra lunga e sottile e netta di un ragazzo accanto alle rose bianche.

Come una pazza aprii le finestra e gridai: "Harry! Harry!"

Ci fu un guizzo scarlatto tra le rose, come di riccioli rossi. Poi più nulla.

Raccontai a Jim della crisi di pianto di Christine.

"Poverina", disse. "è sempre un'angoscia cominciare la scuola. Tornerà tutto a posto quando comincerà ad andarci. E vedrai che sentirai sempre meno parlare di Harry."

"Harry non vuole che lei vada a scuola."

"Ehi, sembra quasi che cominci a crederci anche tu, a Harry!"

"Qualche volta sì."

"Credi ancora agli spiriti maligni, alla tua tarda età?", mi schernì.

Ma il suo sguardo era preoccupato: pensava che stessi dando di matto e non potevo dargli torto.

"Non penso che Harry sia un essere diabolico", dissi. "è solo un ragazzo. Un ragazzo che non esiste, tranne che per Christine. 

Ma chi è Christine?"

"Ora piantala!" esclamò Jim, seccamente.

"Quando adottammo Christine decidemmo che sarebbe stata solo nostra figlia, senza andare a rivangare il passato, sensa farci domande e senza preoccuparci di nulla. Non c'è nessun mistero. Chris è nostra esattamente come se fosse nata da noi. Chi è Christine, che domanda! è nostra figlia e tu non dimenticartene!"

"Sì, Jim, hai ragione. Hai perfettamente ragione."

Aveva preso talmente fuoco, che non gli dissi nulla di quello che avevo progettato di fare il giorno dopo, mentre Chris sarebbe stata a scuola.

Il mattino seguente, Chris era silenziosa e scontrosa.

Jim scherzò con lei, cercando di rallegrarla, ma lei continuava a guardare dalla finestra mormorando "Harry se n'è andato."

"Non hai più bisogno di Harry", le disse Jim. "Ora vai a scuola."

Chris allora gli lanciò quell'occhiata sprezzante, adulta, che avevo imparato a conoscere.

Lungo tutto il tragitto verso la scuola, non ci scambiammo una parola. Io stavo quasi per piangere.

Sebbene fossi contenta che cominciasse la scuola, era come se stessi per perdere Chris, separandomi da lei.

Suppongo che ogni madre provi questa sensazione quando conduce a scuola per la prima volta il suo agnellino. 

Per il bambino è la fine dell'infanzia, l'inizio dell'esistenza reale, con le sue crudeltà, le sue assurdità, la sua barbarie. Le diedi un bacio al cancello e le dissi: "Pranzerai a scuola con gli altri bambini, Chris, e ti verrò a riprendere alle tre."

"Sì, mamma."

Si teneva aggrappata alla mia mano. Altri bambini agitati stavano arrivando accompagnati ai genitori ancor più agitati.

Una giovane insegnante simpatica con i capelli biondi e un vestito di lino bianco si fece sul cancello. Radunò intorno a sé i nuovi arrivati e li condusse via. Passando, mi rivolse un sorriso partecipe e mi disse: "Stia tranquilla, me ne occuperò."

Andandomene, mi sentivo il cuore più leggero all'idea che Chris fosse al sicuro e che non dovessi più preoccuparmi per lei.

Iniziai quindi la mia missione segreta. Presi un autobus per la città e scesi davanti alla grande costruzione sinistra nella quale da cinque anni non avevo più messo piede. Allora, Jim e io ci eravamo andati insieme.

All'ultimo piano c'era la Società d'Adozione. 

Salii fino al quarto pian e bussai alla porta dalla vernice scrostata che mi era familiare.

Mi fece entrare una segretaria che non conoscevo.

"Potrei parlare alla signorina Cleaver? Sono la signora James."

"Ha un appuntamento?"

"No, ma è molto importante."

"Vado a vedere."

La ragazza uscì e tornò un secondo dopo.

"La signorina Cleaver l'attende, signora James."

La signorina Cleaver era una donna alta e sottile dai capelli grigi e un sorriso delizioso, con un bel viso aperto e la fronte solcata di rughe minute.

Si alzò e mi venne incontro.

"Signora James, che piacere rivederla. Come sta Christine?"

"Benissimo, signora Cleaver. Ma è meglio che io vada subito al dunque. Io so che di norma lei non rivela mai l'origine dei bambini ai genitori adottivi, ma io devo sapere chi è Christine."

"Mi dispiace, signora James", cominciò, "ma il nostro regolamento..."

"La prego, mi permetta di raccontarle tutta la storia", la interruppi, "e allora capirà che non è stata una bassa curiosità a spingermi."

Le raccontai di Harry.

Disse, quando ebbi terminato: "è davvero strano, stranissimo. Signora James, per una volta infrangerò le nostre regole. Le racconterò in maniera del tutto confidenziale da dove proviene Christine. è nata in un quartiere molto povero di Londra. Erano in quattro in famiglia: padre, madre, un figlio e Christine."

"Un figlio?"

"Sì, aveva 14 anni… quando accadde."

"Accadde cosa?"

"Mi faccia cominciare dall'inizio. I genitori in realtà non avevano desiderato la nascita di Christine. La famiglia viveva in un'unica stanza all'ultimo piano di una vecchia casa che, a mio parere, l'Istituto di Igiene avrebbe dovuto dichiarare inagibile. La loro vita era già abbastanza difficile in tre, ma con un bambino in più divenne un incubo. La madre era una creatura nevrotica, trasandata, infelice e obesa. Dopo che ebbe avuto la bambina, se ne disinteressò completamente, ma il fratello manifestò fin dall'inizio una vera adorazione per la piccola. Passò anche dei guai con la scuola per potersi prendere cura di lei. Il padre aveva un'occupazione regolare in un magazzino, non guadagnava gran che, ma giusto per sopravvivere. Poi si ammalò per diverse settimane e perse il lavoro. Fu costretto a rimanere a letto in quell'unica stanza ingombra, malato, angosciato, torturato dalla moglie, esasperato dal pianto della bambina e dal continuo affannarsi del figlio intorno a lei, tutti dettagli che appresi più tardi dai vicini. Mi dissero anche che aveva avuto delle terribili esperienze durante la guerra e che aveva dovuto venir ricoverato per mesi in ospedale, nel reparto neurologico, prima che fosse in grado di tornare a casa dopo il congedo. Improvvisamente non ce la fece più. Nelle prime ore del mattino una donna che abitava al pianterreno vide qualcosa passare davanti alla sua finestra, per andarsi a sfracellare al suolo con un tonfo sordo. Uscì per andare a vedere di che si trattava e vide il ragazzo steso sul selciato, con Christine stretta tra le braccia. Era morto, col collo spezzato. Christine era livida in viso, ma respirava ancora debolmente.

La donna svegliò gli altri inquilini, chiamò la polizia e un medico; si precipitarono all'ultimo piano.

Dovettero abbattere la porta, che era chiusa a chiave dall'interno, e furono sopraffatti da un fortissimo odore di gas, nonostante la finestra spalancata. Trovarono sul letto, morti, marito e moglie, e un biglietto del marito che diceva: "Non posso più andare avanti. Li ucciderò tutti. è l'unico modo."

La polizia stabilì che aveva sigillato ermeticamente porte e finestre, e acceso il gas mentre stavano dormendo, poi doveva essersi disteso accanto alla moglie, fino a perdere coscienza, fino alla morte.

Ma il figlio s'era evidentemente svegliato. Forse aveva tentato invano di aprire la porta. Doveva essere troppo debole per gridare.

Tutto quello che era riuscito a fare era stato di aprire la finestra e di gettarsi nel vuoto, stringendo tra le braccia l'adorata sorellina.

Come mai Christine non fosse già morta avvelenata dal gas è un mistero; forse dormiva con la testa sotto le coperte, stretta contro il petto del fratello: dormivano sempre insieme.

Comunque, la bambina fu portata all'ospedale, poi nella casa dove lei e suo marito l'avete vista per la prima volta… Che giorno fortunato fu quello per la piccola Christine!"

"Così suo fratello le salvò la vita e morì?", chiesi.

"Sì, era un bravissimo ragazzo."

"Forse non intendeva tanto salvarla, quanto tenerla per sé. Oh no, è ingiusto che io dica questo. E, signorina, come si chiamava?"

"Devo andare a vedere."

Consultò uno dei suoi tanti schedari e alla fine disse: "Il nome della famiglia era Jones e il fratello quattordicenne si chiamava Harold."

"E aveva i capelli rossi?", mormorai.

"Questo non lo so, signora James."

"Ma è Harry. Il ragazzo era Harry. Cosa vuol dire tutto ciò? Non capisco più nulla."

"Certo non è facile, ma penso che forse nelle profondità del suo inconscio Christine ha conservato il ricordo di lui, il compagno della sua infanzia. Di solito non si crede che i bambini abbiano molta memoria, ma certe immagini del passato devono sussistere nelle loro testoline. Christine non inventa questo Harry, se lo ricorda. Così chiaramente che l'ha fatto quasi resuscitare. Mi rendo conto che tutto questo può sembrare un po' estremo, ma l'intera storia è talmente strana che nn riesco a trovare nessun'altra spiegazione."

"Potrebbe darmi l'indirizzo della casa dove abitavano?"

Sembrava riluttante a darmi questa indicazione, ma riuscii a persuaderla e così alla fine mi avviai alla ricerca del numero 13 di Canver Row, dove l'uomo era quasi riuscito nel suo intento di sterminare l'intera famiglia.

La casa sembrava deserta, sporca e in abbandono. Ma qualcosa attirò il mio sguardo, quasi ipnotizzandomi: c'era un minuscolo giardino dove ciuffi d'erba incolta formavano delle chiazze luminose sull'arido terreno bruno, ma soprattutto quel giardino possedeva un ornamento che nessuna delle abitazioni in quella stradina povera e triste poteva vantare: un cespuglio di rose bianche, fiorite in tutto il loro splendore.

La loro fragranza riempiva l'aria.

Ferma accanto al cespuglio, fissavo la finestra dell'ultimo piano.

Una voce mi fece trasalire. "Che ci fai qui?"

Era una vecchia, che sbirciava dalla finestra a pianterreno.

"Pensavo che la casa fosse vuota", dissi.

"Dovrebbe, è requisita. Ma non possono buttarmi fuori. Dove vado? Io non mi muovo. Gli altri, via!, dopo quello che è successo. Nessuno vuole abitare qui. Dicono che ci sono gli spiriti. è vero. Ma che mi importa? Vita, morte, tutto la stessa cosa. Quando sarai vecchia, capirai. Vivi o morti, che differenza fa?"

Mi fissò con gli occhi giallastri, iniettati di sangue.

"L'ho visto passare davanti alla mia finestra. è qui che è caduto. Tra le rose. Torna sempre. Lo vedo. Non se ne andrà fino a che non riuscirà a prenderla."

"Di chi... di chi parla?"

"Harry Jones. Bravo ragazzo. Un rossino, molto magro. Ma testardo: faceva sempre a modo suo. Voleva troppo bene a Christine, penso. è morto tra le rose. Stava seduto là con lei, vicino ai fiore, ore e ore. Poi è morto propri lì. Ma la gente muore? è la chiesa che deve darci una risposta, ma non lo fa. Non una che puoi crederci. Perché non vai via? Questo non è un posto per te. è per i morti che non sono morti e per i vivi che non sono vivi. Io sono viva o morta? Dimmelo tu. Io non lo so."

Ero terrorizzata da quegli occhi da pazza che mi fissavano sotto le bianche ciocche scomposte. I pazzi sono terrificanti: possono fare pietà, ma fanno sempre terrore.

"Adesso me ne vado", mormorai. "Arrivederci."

Cercai di affrettarmi lungo i marciapiedi bollenti, ma sentivo le gambe pesanti e quasi paralizzate, come in un incubo.

Il sole era a picco e in quel bagliore io non mi accorgevo di nulla; barcollavo, priva della nozione del tempo e del luogo.

Poi udii un suono che mi raggelò il sangue: un orologio batteva le tre.

Alle tre sarei dovuta essere al cancello della scuola per prendere Christine.

Dove mi trovavo ora? Vicina alla scuola? Che autobus dovevo prendere? 

Colta dal panico, interrogai i passanti che mi guardavano spaventati, come io avevo guardato poco prima la vecchia.

Dovevano credermi pazza.

Alla fine presi l'autobus giusto e sconvolta dalla polvere, dai gas di scappamento e dall'angoscia raggiunsi la scuola.

Traversai correndo il cortile deserto, immerso nella calura, e in una classe trovai la giovane maestra vestita di bianco che stava raccogliendo i suoi libri,

"Sono venuta a prendere Christine. Sono la sua mamma. Mi scusi se ho fatto tardi. Dov'è?", ansimai.

"Christie?", la ragazza corrugò le sopracciglia.

"Ah sì, ricordo: quella deliziosa bambina con i capelli rossi. Non si preoccupi signora James, è venuta a prenderla suo fratello. è incredibile quanto si assomiglino, vero? E si vogliono così bene. è una delizia vedere un ragazzo di quell'età amare tanto la sua sorellina. Suo marito ha i capelli rossi come i due bambini?"

"Cosa ha detto... suo fratello?" riuscii a balbettare.

"Non ha detto niente. Quando gli ho parlato, mi ha solo sorriso. A quest'ora saranno già arrivati a casa. Ma cosa c'è, non si sente bene?"

"Sì... sì... grazie, ma ora devo andare!"

Corsi per tutta la via del ritorno, lungo le strade assolate.

"Chris! Christine! Dove sei? Chris! Chris!"

Ancor oggi sento risuonare le mie grida nella fredda casa:

"Chris! Chris! Christine! Dove sei? Rispondimi. Chriiiisss!"

E poi: "Harry! Non portarla via! Torna indietro! Harry! Harry!"

Completamente fuori di me, mi precipitai nel giardino. Il sole mi colpì come una lama incandescente. Il bianco delle rose era abbacinante. L'aria era talmente immobile che mi sembrava di trovarmi fuori dal tempo, in un altro luogo; per un attimo mi sembrò di essere vicinissima a Christine, benché non riuscissi a vederla. Poi le rose si misero a danzarmi davanti agli occhi e a farsi infocate. Tutto il mondo diventò rosso, rosso sangue. Rosso bagnato. 

Dal rosso caddi nel nero del nulla, vicina alla morte.

Dovetti rimanere a letto per molte settimane, per un'isolazione che s'era tramutata in febbre cerebrale.

In tutto quel tempo mio marito e la polizia cercarono invano Christine, una ricerca inutile che si protrasse per mesi. I giornali non parlavano che della incredibile scomparsa della bambina dai capelli rossi.

L'insegnante descrisse "il fratello" che era venuto a prenderla.

La stampa ricordava rapimenti, bambini scomparsi, omicidi.

Poi lo scalpore suscitato dalla storia si placò.

Un altro mistero irrisolto negli archivi della polizia.

Solo due persone sapevano cos'era realmente accaduto: una vecchia pazza nella casa abbandonata, ed io.

Gli anni sono passati, ma il terrore mi accompagna.

Cose normalissime hanno il potere di spaventarmi.

La luce del sole. Ombre troppo nette sull'erba. Rose bianche. Bambini con i capelli rossi. E il nome Harry. Un nome così normale.