Michela Murgia

quando ho sentito la notizia della morte di Michela Murgia, mi si sono inumiditi gli occhi. Sapevo che era malata, mi è dispiaciuto infinitamente vederla morire a 51 anni, e in più, pochi istanti dopo la notizia, ho sentito anche una gran rabbia: lei è morta a 51 anni mentre i mostri aguzzini disumani che mi hanno angariato e danneggiato sono ancora qui, vivi e vegeti e in perfetta salute. 😡

Ho adorato il suo "Ave Mary", uno dei primi libri di teologia che ho letto, e che, insieme a "Eunuchi per il regno dei cieli" mi influenzò e e mi permise di muovere i primi passi, facendomi addentrare nel mondo della teologia


La ammiravo per il suo essere una cristiana sincera e onesta: NON ha mai negato la misoginia della sua religione, al contrario di tanti altri cristiani che difendono l'indifendibile, anzi, Michela criticava il cristianesimo dispotico, totalitario, gerarchico e maschilista, proponendo i correttivi teologici per includere, in Dio, anche le donne e tutte le persone omosessuali, transessuali e non eteronormative, così diffamate e denigrate in 2000 anni di teologia cristiana (e monoteista in generale)

Era costantemente odiata e insultata da legioni di cristiani maschilisti inferociti, da clerico-fascisti che la denigravano facendo del body shaming contro di lei.

Gente che mesi fa sghignazzava sulla sua malattia e ora brinda, acclamando la sua morte.

Gente che NON HA NEANCHE MAI LETTO I LIBRI DI MICHELA. Si vantano di non averli mai letti.

Ti volevo bene, Michela, anche se non mi conoscevi. 💔 Davo sempre un'occhiata ai tuoi libri, quando li vedevo nelle librerie e biblioteche. Il tuo "Ave Mary" è lì in bella mostra nella mia sterminata collezione di libri di teologia.

Sto cercando di prendere le tue difese su youtube, ma non è facile rispondere a tutti i dementi e gli spregevoli che sghignazzano e ti denigrano. Loro sono una legione e io, sono solo io, unica e "da sola" di fronte a loro. 😢

Posso solo farlo sul mio blog, e ti ricordo con una selezione delle tue pagine più belle 💓













Sono certa che sei lì ad insegnare teologia inclusiva agli angeli, dopo che in vita, animata dallo Spirito, rifulgevi con il Fuoco della Pentecoste 



Per chi volesse sentire dei commenti alla vita e al pensiero di Michela:

https://pod.radiopopolare.it/clip_11_08_2023_10_43.mp3




Sinfonia del Bosco (1943)

 


Già da molti giorni, fra il groviglio dei rami secchi e l'intrico delle foglie morte, correva un fremito strano, quasi un occhieggiare segreto, poi all'improvviso brillò, lungo tutto il pendio, fra le zolle umide e grigie, il riso d'oro delle primule.
E fu il saluto che il bosco elevò alla Primavera.
Faggio alto, il re del luogo, si risvegliò tutto d'un tratto, vide che sulla cima del monte la Primavera aveva già impigliato i suoi veli azzurri fra le cime brune dei pini, e frettolosamente cominciò ad accendere ad ogni ramo e tante fiammelle porporine: le sue gemme.
Allora tutte le piante, tutti i cespugli, furono come presi da un impeto folle, e in pochi giorni il bosco rigido e nero apparve soffuso di una tenue luce, d'una sottile peluria d'oro.
Ma tuttavia c'era, nella letizia di quel mondo vegetale, un angolo che si sarebbe potuto dire parato a lutto; c'era un suddito di quel regno che né il tepore del sole, né il canto degli uccelli, né il ronzio degli insetti, né la voce del vento avrebbero svegliato mai più, mai più: Quercia vecchia era morta durante il lungo inverno. Morta come muore ogni essere creato, quando ha consunte tutte le sue forze, morta di esaurimento, dopo una vita così lunga, ch'ella stessa non avrebbe più saputo ricordare il giorno in cui il seme, che l'aveva generata, fosse uscito, per forza d'istinto, dalla bruna terra del bosco.
Ma i giovani arbusti, che la circondavano, e le felci che, al suo piede, lentamente, sgomitolavano le loro spire, non potevano credere alla sua morte.
"Svegliati! Svegliati!", stormivano, "perché tardi tanto a mettere le gemme? Svegliati... il cielo è tutto azzurro, e la neve se ne va a poco a poco... Svegliati... le primule tracciano verso la valle un ruscello d'oro, e fra poco vedremo laggiù, nel prato, boccheggiare a cento a cento le margherite!"
Ma la rude scorza di Quercia vecchia non trasaliva più sotto la magica carezza della Primaversa, e gli uccelli avevano disertato i suoi brulli rami contorti.
Quercia vecchia restava là, rigida e cupa, come un decrepito gigante rattrappito, mostrando le cicatrici grigiastre, le nere e profonde ferite che le aveva inferto il tempo, e le fibre del suo tronco, tese, come nervi, in uno spasimo doloroso.
Poche foglie, morte di gelo, stavano ancora attaccate ai rami più bassi, e alcuni squallidi nidi neri, dondolavano, quasi stanchi pendagli: essi facevano pensare alla melanconia di certe case diroccate, che nessuno abiterà mai più.
I grandi noci ed i robusti castagni, che erano stati tante e tante volte spettatori dell'alterno miracolo delle nascite e delle morti, lo sapevano che Quercia vecchia non si sarebbe svegliata mai più.
Sapevano che un giorno sarebbero venuti, su dalla valle, gli uomini con i loro arnesi di lavoro e che avrebbero strappato dalla terra profonda le radici del povero colosso, per portarne poi via, segato e spaccato, il tronco.
Quella era la sorte di tutto il popolo del bosco: alberi e arboscelli.
Ma sotto il luminoso cielo di primavera la tristezza non poteva durare.
Piuma grigia ed Ala lunga, i colombi selvatici che nidificavano sulle cime dei pini lontani, compivano sul bosco larghi giri di ricognizione, e nell'insolita vivacità dei loro voli parevano i messaggeri della bella stagione, incaricati di portare in ogni angolo dello spazio annunzi giocondi.
Allora nelle radure più scoperte del bosco le violette si affrettarono a schiudere le testoline brune, i narcisi a raggiare, alte sullo stelo, le corolle profumate, le pervinche ed i gerani selvatici ad aprire, sotto il soffio dello zeffiro, gli odorosi petali azzurri e porporini.
Era una commovente gara di vita.
L'istinto diceva alle piccole piante floreali di affrettarsi a godere la luce del sole prima che i grandi alberi avessero messe le foglie, ed il suolo fosse così cosparsi di una perenne ed umida penombra.
Cespugli ed arbusti si rivestivano come d'una verde spuma: gaia, leggera, quasi impalpabile. In pochi giorni la parte inferiore del bosco fu tutta ricoperta di fiori e di erbe, ed i bruscoli e gli sterpi, risecchiti dal gelo, vennero sommersi da quella fresca onda di vita.
Anche sulle grandi piante le gemme dorate e purpuree scoppiavano allegramente in morbide foglioline, ed i faggi dagli snelli tronchi d'argento stendevano i rami inguainati di morbido velluto, mentre dai noccioli selvatici grondavano leggeri grappoli di fiori verdognoli.
Coda fulva, lo scoiattolo, che aveva dormito il suo sonno invernale nel cavo d'un decrepito castagno, sentì le nocche della Primavera battere contro le pareti tarlate del suo rifugio, stirò le membra intorpidite, aprì i vivaci occhietti, si levò dal morbido giaciglio di muschio e di foglie secche e venne ad affacciarsi alla porta della sua casa.
La visione del cielo azzurro, del bosco fiorito, delle prime farfalle, lo colmò d'un inquietudine gioconda.
Il nido gli parve una prigione troppo scura, e balzò sui rami del castagno con la coda eretta e l'orecchio attento ad un canto che proveniva di lontano.
 
Un canto pieno di gioia innocente, che armonizzava con la gioia della natura risvegliata.
Vi fu nel bosco come un gaudioso momento di attesa.
Ogni pianta, ogni fiore parve protendersi verso quel canto che scendeva dal monte, quasi una limpida sorgente.
Piuma grigia, il colombo selvatico, sorvolò un'altra volta che l'estesa macchia boschiva spingendosi fino a valle, e c'era nello slancio del suo volo l'ansia di comunicare una gaia notizia. 
Chè dal nido altissimo, sulla cima di Pino gigante, egli aveva veduto quelli che scendevano, verso il bosco, accompagnando il loro cammino con quel canto.
Bruno e Bianca Darseno aveva veduto, gli orfani di Piccola Cascina, e Bruno ora dava la mano e Bianca, mentre nell'autunno spesso se la portava ancora sulle spalle o fra le braccia, come un dolce fardello.
Camminavano entrambi nel sole, con passo di gioia, quasi muovessero alla conquista del mondo, ed erano invece più indifesi degli uccelli implumi e dei fiori allora sbocciati.
Lo diceva il loro soprannome: gli orfani di Piccola Cascina.
Tutti, dal monte alla valle, li chiamavano così.
Bruno ricordava vagamente il volto ed il canto della mamma, Bianca non aveva avuto invece altra nutrice che la capretta Giogi.
La mamma era salita al Cielo proprio il giorno in cui gli Angioli avevano portato lei sulla terra.
Il babbo, un po' per dimenticare il grave dolore, un po' per cercar fortuna, se n'era andato lontano, ma un giorno era giunta a Piccola Cascina la notizia che il poveretto non sarebbe ritornato mai più…
E le tremule mani rugose di Nonna Cia erano ormai la sola guida che i due fanciulli avessero al mondo.
Povera Nonna Cia! Forse che a Piccola Cascina non era ella stessa tenuta per carità?
La burbera carità di Vanni Masante! Di padron Vanni, che possedeva quanto di prati e di campi si stendeva dalla sponda del fiume fino ai piedi del monte, e poi tutto il bosco fin su, fin su, dove i pini formavano una macchia scura e solitaria. Ed era lì, tra il bosco rado dei pini e quello più folto dei faggi, delle quercie e dei castagni, che sorgeva Piccola Cascina, un tugurio, che Vanni Masante, a suo dire, non faceva abbattere per non togliere un tetto di sul capo a Nonna Cia ed ai suoi nipoti orfanelli, ma che in verità teneva per utilità sua, poiché quando nelle giornate calde gli prendeva l'estro di salire alla pineta, gli faceva comodo una sosta a mezza strada, così pure quando veniva a sparar quattro colpi alla selvaggina del bosco.

[…]


Herzen: le frasi più belle


 "[...] Herzen respinge tutto questo, considerandolo null'altro che una mitologia sadica peculiare ai tedeschi, privi di giustificazione morale e di fondamento empirico. è convinto che la morale non sia un codice fisso, oggettivo ed eterno, una serie di precetti immutabili che gli esseri umani devono semplicemente discernere per obbedirvi, siano essi stati decretati da una divinità o individuati nella "natura" o nella "logica della Storia". Sostiene anzi che è l'uomo a inventare la propria morale: animato da quell'egoismo senza il quale non ci sono vitalità e attività creativa, l'uomo è responsabile delle proprie scelte e non può invocare l'alibi della natura o della storia per non essere riuscito nemmeno a tentare di realizzare ciò che per qualsiasi ragione egli ritiene buono, o giusto, o piacevole, o bello, o vero. Questa negazione della possibilità di formulare, in linea di principio, norme morali generali ed eterne, espresse senza traccia di drammatizzazione byroniana o di iperbole nietzchiana, rappresenta una dottrina che è raro incontrare nell'Ottocento. [...] Herzen attaccava con particolare violenza coloro che fanno appello a principi generali per giustificare feroci crudeltà, che oggi legittimano il massacro di migliaia di persone alla luce della promessa che, in un nebuloso domani, assicurerà a milioni la felicità, perdonando miserie e ingiustizie inaudite nel nome di una felicità travolgente ma remota. Per Herzen questo atteggiamento non è altro che una perniciosa illusione e forse un deliberato inganno; perché il fine lontano non sarà forse mai raggiunto, mentre i tormenti, le sofferenze, e i crimini del presente sono anche troppo reali; e poiché sappiamo così poco del futuro, e non abbiamo modo di predirlo con certezza, affermare l'opposto e cercare di scusare gli effetti dei nostri atti brutali con promesse tanto fallaci, è follia o frode. Non siamo in grado di dire se la moltitudine conseguirà mai la sorte beata che le abbiamo con tanta sicurezza garantito; sappiamo però per certo che oggi migliaia di uomini periranno inascoltati. Un fine lontano per Herzen non è un fine, bensì una mostruosa illusione. [...] Non è necessario ricordare agli uomini del nostro secolo la tirannia dei grandi sistemi altruistici: i liberatori che opprimono [...] (Nota di Lunaria: Herzen si opponeva alle utopie del suo tempo, dai socialisti agli hegeliani, perché gli apparivano una minaccia per la libertà individuale. Avesse visto "la -crazia" del nostro 2021...) [...] In "Dall'altra sponda" egli critica aspramente la meschinità e il livore della borghesia che schiaccia tutto ciò che è originale, indipendente e aperto; e critica del pari la reazione clericale e militare e l'odio per la libertà e la barbara brutalità delle masse. Herzen avverte la sventura imminente [...] se al comunismo - alla rivolta delle masse - sarà mai permesso di dilagare in Europa, esso sarà "terribile, sanguinoso, ingiusto, repentino" e distruggerà nel nome del sangue e delle lacrime degli oppressi, tutto ciò che è caro agli uomini civili."


Herzen, a suo figlio, nel 1855:

"[...] Non cercare soluzioni in questo libro, poiché non ve ne sono, né comunque se ne hanno per l'uomo contemporaneo. Quanto è risolto è finito, mentre il rivolgimento venturo è appena agli inizi. 

Non costruiamo noi, noi demoliamo, non annunciamo una nuova rivelazione, disperdiamo bensì la vecchia menzogna. L'uomo contemporaneo, triste pontifex maximus, si limita a gettare un ponte; lo attraverserà un altro, uno sconosciuto, l'uomo futuro. Forse tu lo vedrai... Non fermarti sulla vecchia sponda... Meglio con costui perire, che salvarsi dall'ospizio della reazione."

"Dov'è adesso questo sistema consolatorio? è crollato nel suo stesso fondamento; il XVIII secolo termina, mentre in due passi l'infelice filantropo misura la sua tomba, per giacervi con cuore ingannato, dilacerato e chiudere gli occhi per sempre. [...] Secolo dei lumi, io non ti riconosco! Nel sangue e nelle fiamme, fra assassini e distruzioni, io non ti riconosco!... [...] Lo spargimento di sangue non potrà durare in eterno [...] anche i tuoni taceranno, la calma prima o poi verrà, ma che genere di calma? potrebbe essere morta, fredda, buia... [...] Forse già interi eoni sono affondati nell'eternità [...] Lentamente si è diradata, lentamente si è rischiarata la densa tenebra [...] O posterità! Che destino ti attende?..."

"[...] Ci siamo storpiati sotto il peso della disperazione, eppure ci siamo in qualche modo salvati. [...] E la si può forse destare [la coscienza sopita del popolo] parlando a bisbigli, per remote allusioni, quando il grido e la parola diretta si fanno appena sentire?"

"[...] La sofferenza, il dolore, sono un invito alla lotta, sono il grido d'allarme della vita che richiama la nostra attenzione sul pericolo. Il mondo in cui viviamo muore, muoiono le forme in cui la vita si manifesta; ormai non c'è medicina in grado di agire sul suo corpo vetusto; perché gli eredi possano respirare senza difficoltà occorre seppellirlo, mentre gli uomini vogliono farlo a tutti i costi guarire e ne ritardano la morte. [...] I secoli precedenti hanno sviluppato in noi soprattutto la tristezza, uno sfinimento malato."

"[...] Fatica sprecata. Ci ricordiamo di essere vivi per il sordo dolore, per il dispetto che ci rode il cuore, per il monotono battere delle ore... è arduo dilettarsi, inebriarsi, quando si sa che il mondo intero tutt'intorno si disintegra e magari finirà a un certo punto per schiacciarci. E poi non importa dove si vada a parare, ci toccherà comunque morire di vecchiaia vedendo intorno a noi mura decrepite e barcollanti che a cadere nemmeno ci pensano. [...] Noi non abbiamo niente per cui morire, né per cui vivere..."

"[...] Perciò: evviva il caos e la distruzione! E che sia issato il vessillo dell'avvenire!"

"[...] Non intendo schierarmi né sotto l'una né sotto l'altra bandiera [...] Predicate l novella della morte, mostrate agli uomini ogni nuova piaga sul petto del vecchio mondo, ogni successo nella sua distruzione [...] Predicate la morte come buona novella della redenzione ventura. [...] Finita la lotta, cominceremo a predicare la morte, nessuno potrà impedircelo in un ampio cimitero ove giacciano l'uno accanto all'altro tutti i combattenti; a chi meglio che ai morti si addice ascoltare l'apoteosi della morte? Se le cose continueranno ad andare come adesso, lo spettacolo sarà invero originale; il futuro appena edificato perirà insieme al decrepito che trapassa [...] Un futuro che muore non è un futuro. [...] Dietro la conoscenza di cosa non vogliamo si cela il presentimento di cosa vogliamo; su questo si fonda il pensiero, ripetuto tanto spesso da vergognarsi a citarlo, che ogni distruzione è a suo modo una creazione."

"[...] la sofferenza distrae, occupa, consola."

"[...] Nulla che io rispetti, ad eccezione di quanto esso condanna, eppure resto...resto a soffrire, doppiamente, a soffrire del mio dolore e del suo, a perire forse nella disfatta e nel crollo."

"[...] Le conseguenze non mi riguardano... è meglio smarrirsi, cadere del tutto, piuttosto che rinunciare alla propria verità."

"[...] Il futuro non ci appartiene, col presente non abbiamo niente da spartire... crediamo in tutto, fuorchè in noi stessi..."

"[...] La vita dei popoli diventa un gioco vacuo, un modellare incessante con la sabbia, con le pietre, perché poi tutto crolli nuovamente a terra, perché gli uomini strisciando da sotto le macerie ricomincino da capo... ottenendo nel corso dei secoli, con lunga fatica, un nuovo crollo."

"[...] Trovare una consolazione nell'assenza stessa di speranza."

"Noi non abbiamo altra occupazione che soffermarci tristemente sulle sue rovine, né altro significato che servirgli da monumento tombale?"

"Siamo riusciti a renderci conto della nostra condizione, non speriamo più nulla, nulla più attendiamo, o, se volete, ci aspettiamo di tutto: è la stessa cosa."


"Ombre" (Super Junior Horror)


Chi vive nel buio, come Matthew, deve affidarsi al tatto, all'udito, all'odorato e all'aiuto degli altri. Matthew, però, ha anche un'altra risorsa: pur essendo cieco riesce a vedere ciò che altri non possono vedere e può entrare in contatto con immagini del passato. Ma tutto  questo lo scoprirà soltanto attraverso il rapporto con uno strano ragazzo, Roly, che in un certo senso è anche lui una creatura del buio, e che ha un disperato bisogno di aiuto. E solo Matthew può davvero aiutarlo, in nome di un'amicizia che sembra aver sfidato il tempo e lo spazio. 




"Cabal": recensione al libro

Il protagonista è Boone, che si crede colpevole di tremendi delitti e trova rifugio in Midian, una necropoli spaventosa popolata di mostri, dotati di incredibili poteri. Anche Boone li erediterà e quando i suoi inseguitori lo incalzeranno fin lì, il popolo della notte si coalizzerà contro i ben più temibili, falsi, crudeli, pazzi omicidi mostri del ventesimo secolo, che si ritengono portatori di giustizia.

L'amore di Lori, la ragazza di Boone che non vuole arrendersi all'evidenza della morte dell'uomo che adora, supererà i limiti del razionale e del possibile. Con questo libro che stravolge tutti i pregiudizi su quanto può o non può accadere in un horror e rovescia l'usuale contrapposizione del buono-umano contro il cattivo-soprannaturale, le tenebre hanno finalmente trovato il loro eroe.

Da questo romanzo è tratto il film "Nightbreed", in Italia uscito come "Cabal"


"Negli anni della sua malattia, dentro e fuori da cliniche e manicomi, Boone aveva conosciuto pochissimi compagni di sofferenza che non si aggrappassero a qualche talismano, a qualche amuleto o ninnolo che montasse la guardia davanti alla porta della testa e del cuore. Aveva imparato in fretta a non ridere di quegli oggetti. "Qualunque cosa ti faccia superare la notte" era un modo di dire che a lui risultava chiarissimo per esperienza, per dura esperienza. Molti di questi appigli contro il caos erano del tutto soggettivi. Ciondoli, chiavi, libri, fotografie: ricordi dei bei tempi conservati a difesa contro quelli brutti. Ma alcuni appartenevano alla mente collettiva. Parole che avrebbe udito più di una volta: versi privi di senso il cui ritmo dominava l'angoscia, nomi di dei. Tra questi, Midian. Il nome di quel posto lo aveva sentito forse una mezza dozzina di volte da gente che aveva incrociato lungo il cammino, di solito da quelli che avevano bruciato tutte le loro risorse. Quando si rivolgevano a Midian, era alla ricerca di un luogo di rifugio, un luogo dove lasciarsi portare via. Anzi di più: un luogo dove i peccati commessi, o immaginati, sarebbero stati, in ogni caso, perdonati. Boone ignorava le origini di quel mito né si era mai sentito tanto interessato da indagare. Mai si era trovato nel bisogno di una remissione, o almeno così pensava. Ora era diverso. Aveva tanto da voler purificare, sconcezze che la mente gli aveva tenuto celate finché Decker non le aveva portate alla luce e che nessun ente a lui noto poteva togliergli di dosso. Era entrato a far parte di un'altra classe di creature. Midian chiamò."

Commento di Lunaria: gran bel romanzo, che rispetto ad altre opere dell'Autore ("Imagica", un nome su tutte, ma potrei citare anche "Gioco Dannato" https://intervistemetal.blogspot.com/2018/02/recensione-ectoplasm-di-clive-barker.html ) evita la prolissità e va quasi subito al sodo introducendo la parte horror, un horror quasi metafisico.


Notevole la scelta del personaggio negativo e nefasto (lo psichiatra stimata e ben vestito, simbolo della nostra società benpensante e classista) che permette di rileggere l'opera anche in chiave antipsichiatrica (e i lettori di Szasz hanno già capito l'antifona e dove voglio andare a parare...)


Gli stralci migliori:

"Uomo. Mostro. Morto. Vivo. A Midian aveva visto tutti questi stati in un'unica creatura: per lui erano tutti altrettanto autentici. Le uniche persone che avrebbero potuto aiutarlo a comprendere come potessero coesistere tanti contrari, erano ormai lontane, erano rimaste nella Necropoli."

"Dalla lotta uscirono sconfitti e la sua mente e il suo corpo. Il nugolo di mosche l'aggredì, fitto e vasto al punto da essere un'oscurità in sé. Le sembrava vagamente impossibile che ci fossero tante mosche e le affiorò il sospetto che fosse la sua mente confusa ad inventarsi quel nuovo orrore. (...) Una volta, in un sogno di Midian, non erano forse arrivati i morti dai quattro angoli del mondo nella forma di polvere spinta dal vento? E lei non si era trovata al centro di una bufera, schiaffeggiata ed erosa, felice di sapere che i morti viaggiavano nel vento? Ora, come per contrappunto, un sogno di orrore veniva a coprire lo splendore di quello che l'aveva preceduto. Un mondo di mosche si sovrapponeva a quel mondo di polvere, un mondo di incomprensione e cecità, di morti privati della sepoltura e di un vento che li portasse via. Solo mosche a banchettare nutrendosi di loro, a covare nelle loro carni per produrre altre mosche."

Dici Midian e pensi... ai Cradle of Filth!




P.s il film lo vidi a nove anni, più o meno avevo quell'età lì e mi piacque molto

 

Klopstock, i versi più belli tratti da "Messiade"

 Info tratte da


Fra gli scrittori del '700 pre-goethiano (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/01/germania-romanticismo-nero-gothic-e_31.html) il più poeticamente dotato è Friedrich Gottlieb Klopstock (1724-1803): la sua fama inizia con la "Messiade": la vita e la morte di Gesù inserite in un'azione cui partecipa l'intero Universo, soprannaturale e naturale.

Prospettive infinite si spalancano verso i Cieli e l'Inferno: il Padre Onnipotente, schiere celesti, esseri demoniaci, il Cosmo intero, ruota attorno al Golgotha; e la finale ascesa celeste del Messia non è che l'ultima di queste scenografie amplissime, con un "dinamismo verticale" che sta ad indicare la vigoria espressiva dell'Autore.

Il tema grandioso, sublime, l'impeto e il movimento, la discendenza letteraria del "Paradiso Perduto" di Milton (https://intervistemetal.blogspot.com/2017/11/milton-satana-e-il-black-metal.html), fanno della "Messiade" un'epopea barocca che piacque moltissimo a Vincenzo Monti (e sarebbe un concept perfetto pure per le band Unblack Metal. Nota di Lunaria) che così lo descrisse "Il concilio dei diavoli di questo Tedesco getta paura e la parlata di Satana non potria concepirla più forte e più rabbiosa Belzebub medesimo, se Belzebub facesse il poeta"

Eccone uno stralcio: Satana, impedito dal Messia di uccidere Samma, fa ritorno all'Inferno.

"Ma l'infernal di turbini ravvolto

al di là del Mar Morto e dalla cupa 

Giosafà si dilegua, e sul nemboso

vertice del Carmelo il vol raccoglie.

Quindi agli astri si leva, e gli astri tutti

d'uno sguardo misura e d'ira avvampa,

che, vinta di sì lunghi anni la possa,

splendano gloriosi e belli ancora

di lor fiorente gioventù. Satano

cerca imitarne lo splendor; tramuta

nell'etereo sereno il negro aspetto,

perché la stella del mattin non vegga

come orrendo egli sia; ma fastidito 

di quel lucido vel la spaventosa 

cerchia trasvola che le sfere abbraccia,

affrettando all'inferno e, tocca omai

l'ultima diga del creato, a piombo

precipita. In oscuri immensurati 

spazi ruina che principio appella

de' remoti suoi regni. Un dubbio lume

ivi ancor lo percote: a tal distanza

penetrava gli abissi il fuggitivo

raggio delle morenti ultime stelle.

Né qui l'inferno gli apparia. Jeòva

lo respinse da sé, dalle felici 

opre sue lo respinse e d'una eterna

tenebra lo convolse. Il nostro mondo,

tempio ed altare della sua clemenza,

non gli offria pei tormenti angolo alcuno.

Al dolor che dispera, al pianto, all'ira

Dio giudicante lo creò; profondo,

orribile, perfetto. Iddio creollo

in tre notti funeste, e quello sguardo

che benigno e pietoso alle universe

creature dispensa, eternamente

da lui ritrasse. A vigilarne il passo

due fra' più coraggiosi, Angeli stanno.

Tal ebbero comando allor che Dio

d'armi invitte li cinse e benedisse.

Il baratro infrenar nei circoscritti

termini denno ed empedir che l'ira

di Satàn lo devolva, oscuro pondo,

per lo mar della luce e le sembianze

della bella natura insulti e spegna.


Dove l'occhio immortal de' Cherubini

vigila imperioso alle infernali

soglie, un candido raggio in due partto,

quasi gemino fiume al mar corrente,

scende e risale con perpetua voce

dalle sfere all'abisso e dall'abisso

novamente alle sfere, acciò non sia 

la varia ed ineffabile bellezza,

che Dio nelle create opre diffuse,

muta allo sguardo de' celesti, offeso

dalla frapposta oscurità. Satàno

dietro quel solco di tremula luce

sprofondò nell'inferno. In gran disdegno

ne scommosse le porte, ed involuto,

così com'era, d'aggruppati nembi

si piantò nel suo trono. [...]"

Sàtana apparve, e folgorò dal soglio 

improvviso e terribile. [...]

Librato sopra le procellose ali del nembo

penetrò Zoffiel nelle profonde

cavità di quel monte e dall'acceso

cratere emerse. Un turbine di fiamme

tutto allor rischiarò quell'emisfero

di tenebre e di pianto, ed agli sguardi

rivelò di ciascun la spaventosa 

apparenza del nume."


"Intorno agli occhi

avean ruote di fiamme, il volto loro

terribile, le vesti erano negre

come il vel della notte.

Essi, qual era 

imposto lor dal giudice superno,

terribilmente tardi in larghi giri

ondeggiar sulla croce. [...] 

Tanto alla mente s'affollaro

in quel punto idee di morte,

e viste di sepolcri e vermi ed ossa.

[...]"


Infine concludiamo alcune "Odi"


Ben vieni, o bell'astro d'argento,

compagno tacente a la notte.

Tu fuggi? oh rimanti, splendore pensoso!

Vedete? ei rimane: la nuvola va.


Più bel d'una notte d'estate

è solo il mattino di maggio:

a lui la rugiada gocciando da i ricci

riluce, e vermiglio pe'l colle va su.


O cari, già il musco [muschio] severo

a voi sopra i tumuli crebbe:

deh come felice vedeva io con vo

le notti d'argento, vermigli i bei dì!