Antiche Mura di Fortificazioni a Castellanza

Info tratte da

Nei pressi della via legnanese "29 Maggio" che dista 40 metri dalla via Dandolo a Castellanza (che segna il confine tra Legnano e Castellanza) nel 1915 vennero ritrovati dei tegoloni di terracotta disposti orizzontalmente e verticalmente, quasi a costruire un cunicolo per condotta d'acqua; qualcuno ha ipotizzato che fosse un condotto d'acqua che arrivava fino al podere dei Frati Minori Osservanti a S. Martino [chiesetta di Legnano] ma questo sembra poco probabile per la disposizione del terreno; più probabilmente i tegoloni erano gli avanzi di un paio di tombe a cassetta.

Nel 1900 nel cortile di una casa in Via Dandolo, si scoprì un avello costituito da un cunicolo in muratura contenente lo scheletro di un guerriero con spada, speroni e lucernino.

Ancora lungo la via Dandolo a Castellanza avvicinandosi verso la via legnanese "29 Maggio" in un terreno di una casa fu trovato un muro di 1,05 m di spessore che sembra essere stato una cinta antica di Legnano o di un castello che poteva esistere lì e che avrebbe potuto estendersi sino al ciglio del rapido dirupo che costeggiava la valle dell'Olona; nel lato di tale muro si trovarono varie anfore vinarie interrate nella sabbia: esse dovevano far parte del presunto castello.

Anche nel giardino della villa che è all'angolo fra via Dandolo e Via 29 Maggio erano state trovate degli avanzi di mura a fior di terra. Sempre nei pressi, furono ritrovate delle belle anfore cinerarie.

Menzioniamo anche la purtroppo scomparsa chiesetta di S. Giorgio che pur essendo in territorio legnanese faceva parte della curia di Castellanza.

Si suppone che tale chiesuola fosse circondata da sepolture degli appestati (1630?) e quindi si conclude che quella località doveva essere completamente isolata, senza abitazioni.


Per approfondimenti, vedi https://www.comune.castellanza.va.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/535








Foto per vedere la prospettiva e le diverse angolazioni della via Dandolo
















Qui trovate il reportage sulle zone di Castellanza e Castegnate legate ai sepolcreti e ai reperti archeologici: https://intervistemetal.blogspot.com/2024/09/sepolcreti-e-reperti-archeologici.html

Museo del Castello di Legnano

 












Cipmunk

 















Fiabe Lombarde un po' terrificanti

C'era una volta un sacrestano che lavorava la terra del curato e governava le stalle. Un giorno, per aver detto delle parole sconvenienti a Maria, perpetua del curato, fu licenziato. Rimase molto male e pensò di vendicarsi. Chiese ad un amico una pelle di capra uccisa, la indossò, ne lasciò sporgere le corna e, munito di un soffietto che adoperava per attizzare il fuoco del camino, si introdusse di notte, di nascosto, nella casa del curato, soffiando nell'arnese ed emettendo strani suoni. Maria si svegliò: scese a vedere cosa succedeva e vide quello che a lei sembrò il diavolo; il curato fu svegliato dalle grida della donna.  Si fece coraggio e andò in cucina.

C'era il più bel chiaro di luna; la luce filtrava bianca, tra i legni sconnessi delle gelosie e disegnava ombre spettrali sul pavimento. Il curato scese adagio; intravide la figura diabolica e risalì le scale. Si armò di aspersorio e acqua benedetta e invocando i santi del cielo, riprese a scendere finché si fermò a metà scala: incominciò a pregare a voce alta, aspergendo il fondo buio della scala e l'apertura della porta. 

Improvvisamente sentì una voce cavernosa che lo terrorizzò: 

"Vado via senza Maria, ma di salami ne mangerete mia! 

["non più", in dialetto lombardo]"

La vendetta era compiuta e i salami non ci furono più!

*

Una favola che veniva raccontata ai bambini mentre mangiavano, affinché aprissero la bocca al cucchiaio.

Caterinin e Caterinòn erano due sorellastre: la prima era buona, solerte, la seconda brutta e pigra. Alla prima erano richiesti i più umili e pesanti lavori, all'altra nulla. Un giorno la matrigna ordinò a Caterinin di andare al pozzo per attingere acqua con il secchio. La povera figliuola ubbidì.  Mentre tirava il secchio, pieno d'acqua, questi le cadde nel pozzo.

Caterinin si disperò, pianse, ebbe paura a tornare a casa, perché temeva d'essere picchiata per quello che aveva fatto.

Una vecchietta passò di là e vedendo Caterinin in lacrime, ebbe compassione e si fece raccontare tutta la storia; poi disse: "Non rattristarti, perché ti farò riavere il secchio. Devi soltanto dire tre volte "pus, pus, få a scåia!" [pozzo, pozzo, fai la scala!] Così detto, scomparve.

Caterinin rimasta sola, con voce rotta dal pianto, disse:

"Pus, pus, få a scåia!"

Ed ecco che apparve nel pozzo una scala, che scendeva nel profondo. La fanciulla scese, finché vi trovò tre porte: quella dell'inferno, quella del Purgatorio e quella del Paradiso. Bussò alla prima, chiedendo se c'era il suo secchio ma le risposero dal di dentro che lì non c'era. Ricevette la stessa risposta alla porta del Purgatorio. Quando bussò alla terza, le apparve la Madonna con Gesù Bambino.

La Madonna propose a Caterinin di fermarsi lì, di accudire alle faccende domestiche, mentre sarebbe andata a cercare il secchio.  E così Caterinin rimase sola con Gesù Bambino. Subito la ragazza mise in ordine la casa e dette da mangiare al Bambino.

Quando la Madonna tornò sorrise per le premure di Caterinin e come premio, le presentò il secchiello.

La ragazza ringraziò ma la Madonna le disse: "Ora puoi andare, ma ricordati, a metà scala, di alzare la testa verso l'alto." Caterinin annuì e salì. A metà salita guardò verso l'alto e una  stella dorata le si stampò in fronte.

Quando fu a casa dalla matrigna, tutti la invidiarono.Interrogata su cosa fosse accaduto, narrò quello che le era capitato.

La matrigna consigliò a sua figlia di fare altrettanto: il giorno dopo Caterinòn andò al pozzo e si comportò come Caterinin.

Tutto si ripetè, ma Caterinòn non era Caterinin, perciò non fece nessun lavoro di casa. Anche a lei la Madonna disse le stesse cose, consegnandole il secchio. Quando Caterinòn fu a metà scala e guardò in alto, le scese in fronte lo sterco di mucca, che non poté più cancellare.

*

Viveva a Legnano un uomo che, pur rispettando le cose sacre, non frequentava la chiesa ma le osterie. Era il seppellitore del vecchio cimitero. In quel cimitero c'erano degli affreschi molto descrittivi, che trattavano la Passione e Morte di Gesù. Sopra tutti, spiccava per magnificenza il Giudizio Universale, popolato da figure di ogni sorta.

Era usanza che il seppellitore nell'ottava dei morti tenesse acceso un lumino davanti ad ogni affresco, per rendere più viva la memoria di quelle illustrazioni. Così, per rispetto della tradizione, quel miscredente seppellitore accendeva ogni giorno un lumino. 

Una sera nebbiosa d'inverno, dopo un funerale e dopo aver bevuto nell'osteria alla salute del morto, il becchino tornava a casa da solo, un po' ubriaco e senza pensieri.

Improvvisamente, cadde nell'olona in piena. Le acque fredde lo rinsavirono e annaspò per salvarsi, gridò, chiese aiuto ma nessuno lo sentì. Si sentì perduto, quando una mano misteriosa si protese verso di lui e lo salvò.

Qualcuno, intanto, lo aveva sentito gridare. Accorse, e lo trovò semisvenuto sulla riva. Riconobbe il becchino e gli chiese: "Quale santo del Paradiso ti ha potuto salvare, che non vai mai in chiesa?"

E il becchino rispose: "Il Diavolo!"

"Come?!"

"Sì, il Diavolo in persona mi ha salvato. Mi ha detto: ti voglio salvare perché tu non meriti di morire così; non è ancora il tuo momento. Nessuno si ricorda di me, tu sì, perché nell'ottava dei morti mi accendi i lumini, perciò ti ho premiato."

*

Gli anziani raccontavano una storia spaventosa, che serviva ad accrescere il timor di Dio.

Un pomeriggio di domenica quattro uomini stavano giocando a carte. Uno di loro era particolarmente conosciuto come bestemmiatore. Dal tavolo cadde una carta. Un giocatore si chinò a raccoglierla e da sotto il tavolo vide i piedi dei suoi compagni. Con orrore notò che due di essi somigliavano ai piedi dell'oca: erano i piedi del Diavolo che si nascondeva nei panni di quel bestemmiatore!

*

Un contadino aveva venduto una bestia della stalla, ricavando una bella somma. All'osteria del paese era stato avvicinato da un sensale, con il quale trattò la compravendita. Ebbe come caparra la metà del prezzo pattuito e se la mise in tasca. Un vicino di casa, che aveva sentito tutto, roso dall'invidia, tese un agguato al contadino che stava ritornando a casa. Nascosto dietro una siepe e in piena notte, colpì a morte il contadino, derubandolo. Nessuno si accorse del delitto, ma prima di morire, l'uomo gridò: "Lüna, Lüna, fåm ti da testamòni!" [Luna, Luna, sii tu la mia testimone!] Da allora, l'assassino non ebbe più pace. Non riuscì più a dormire. La moglie, preoccupata, gli chiedeva cosa fosse successo, ma egli le dava sempre una risposa evasiva.

Quando poi d'estate, con le finestre aperte, vedeva la Luna, lo assaliva il panico e l'angoscia. Udiva l'eco del grido "Lüna, Lüna, fåm ti da testamòni!" Malediceva l'unico testimone di quella notte: ma non poteva eliminare la Luna! 

La moglie insistette così tanto, che alla fine l'uomo le confessò il delitto, facendosi promettere di non rivelarlo a nessuno.

La donna per un po' rimase zitta, ma poi confidò a qualcuno il segreto, e così in breve tempo, di confidenza in confidenza, il segreto divenne di pubblico dominio.

L'uomo finì finalmente in prigione.

*

I caratteri che spiccano nel patrimonio fiabistico lombardo sono quelli che caratterizzano la storia del popolo lombardo: capacità ed ingegno. Nelle fiabe lombarde sono quasi assenti orchi e fate, tipici di altre tradizioni, e i protagonisti sono re, signori, e soprattutto contadini e donne, dotati di ingegno e furbizia, pronti ad escogitare mezzi per scampare alla sorte avversa. Ne è un esempio questa fiaba. 

"Gh'era ona vòlta ona dòna che n'eva fai pussé che Bertòld; alora el diavol l'era vegnud foeura da l'infern per portala via..."

C'era una volta una donna che ne aveva fatte più di Bertoldo; allora il Diavolo era venuto fuori dall'inferno per portarla via... Saltò fuori all'improvviso, in una nuvola di zolfo. "Son venuto a prenderti perché le hai fatte troppo grosse." "Oh povera me, come farò adesso?", disse la donna. Ma era tanto furba che pensò subito come fare per non andare all'inferno.  

"Che cosa volete per lasciarmi andare?"

"Cara la mia donna, è inutile che tu venga a tirarla per le lunghe; non sai che ne so più di te?"

Ma la donna iniziò a piangere e a lamentarsi tanto che il Diavolo fu costretto a dire: "Ti do tempo fino a domani mattina: ti lascerò andare se sarai capace di dirmi quanti sono i sentieri che ci sono nel bosco di Villanterio."

E sparì.

La donna stava impazzendo per cercare come fare: nessuno sapeva quanti erano i sentieri!

Ad un certo punto le venne un'idea: andò in cantina, prese un'olla di miele e la portò di sopra, nella sua camera. Si spogliò nuda e si spalmò tutta di miele. Poi scucì la fodera del materasso di penne e ci entrò; presto fu piena di penne e piumini. Così conciata, andò nel bosco di Villanterio e iniziò a girovagare come un fantasma. A mezzanotte, salta fuori il Diavolo! Guarda il fantasma e dice: "Il bosco di Villanterio ha 366 sentieri ma non ho mai visto un uccellaccio simile!"

Allora la donna scoppia a ridere e dice "Il bosco di Villanterio ha 366 sentieri: me l'hai detto tu!"

Il Diavolo si infuriò, avrebbe voluto ucciderla, ma il contratto l'aveva fatto lui e così dovette tornare all'inferno.

La dòna per pinina che la sia, el Diavol la sorpassa in furbaria

La donna per  piccola che sia, il Diavolo sorpassa in furberia

*


Nota di Lunaria:  "la Gamba Rossa", Gamba Rusa in dialetto 

(ma nelle zone verso Desenzano era chiamata "Osso in Gamba") è la più famosa fiaba terrifica del folklore lombardo: per quanto "avesse una spiegazione razionale", alcuni genitori la raccontavano ai bambini come se fosse una vera e propria storia horror: una gamba rossa (del Diavolo?) sarebbe venuta giù dal soffitto se i bambini avessero fatto i capricci. Anche a me la raccontarono quando ero bambina, ma non ero mai  riuscita a trovare notizie sull'origine della storiella.

Ebbene, alla fine sono riuscita a trovarla, anche se si racconta in modo un po' diverso e la storiella varia nei particolari a seconda del  paese dove è raccontata.

Prima versione:

Alcune donne, dopo la fatica del bucato, si misero d'accordo per  pranzare: decisero di cucinare un risotto col salamino. Tutte portarono qualcosa: chi il riso, chi il condimento, chi il salamino, chi il vino, chi il pane.  Il risotto fu presto pronto: il suo profumo metteva appetito. Due giovani, che passavano di lì, sentendo il profumo, ebbero fame ed escogitarono uno stratagemma per far scappare le donne e potersi impadronire del cibo. Salirono sul solaio, aprirono la botola e fecero penzolare una calza rossa imbottita di fieno, mentre una voce cavernosa diceva:

 Don, don, andé a durmì

 ga végn giali i ögi,

 i da muì;

 se non vurì credi

 che Diu va la manda;

 guardé al voltu:

 ga végn giò a gamba! (*)

Le donne, guardando su, videro la gamba, si spaventarono e corsero via.I due giovani scesero, si mangiarono il risotto e bevvero allegramente.

Si racconta un secondo finale: che i giovani vennero presi a bastonate dai mariti delle donne, dopo che erano corse da loro, raccontando la vicenda.


(*) Nota di Lunaria: cerco di darne una traduzione

 Donne, donne, andate a dormire;

 gli occhi diventano gialli;

 "i da muì" non riesco a tradurlo con precisione;

 ma è qualcosa relativo al "si può morire"; gli occhi gialli 

lascerebbero intendere uno stato cadaverico (come mi è stato 

suggerito da mia zia che si ricorda la leggenda ma non la cantilena 

in dialetto)

se non volete credere

che Dio ve lo comanda

guardate in alto (non ne sono sicura che "voltu" sia in alto)

che viene giù la gamba!


Seconda versione:

"Gh'era ona vòlta tri sorel, tanto tegnone che ghe cascheva gnanca on pioeugh"

C'erano una volta tre sorelle che erano tanto avare che non si lasciavano sfuggire neanche un pidocchio. I vicini di casa sapevano che avevano tanti soldi e che erano donne di chiesa, perché erano sempre a messa.

Un tale che abitava lì vicino pensò di giocare loro un tiro mancino: salì sul solaio, alzò una delle assi che c'erano fra un travicello e l'altro e aspettò la sera. Le sorelle dormivano tutte nello stesso letto. Arrivano di sopra e non fanno in tempo ad infilarsi sotto le coperte che sentono una voce che dice "O donne, o donne, San Pietro lo comanda!"

E intanto vedono scendere una borsa attaccata a un filo.

"Se non credete, guardate questa gamba!"

E intanto dal soffitto vedono pendere una gamba nuda e pallida.

Dalla paura le tre donne non capiscono più niente.

E così, misero una manciata di soldi nella borsa.

L'uomo che c'era sul solaio tirò su tutto quanto e senza farsi sentire andò a casa sua, contento di aver ottenuto del denaro dalle tre avare.

Passa del tempo e una notte le sorelle sentono ancora: "O donne, o donne, san Pietro lo comanda! Se non credete, guardate questa gamba!" E di nuovo misero dei soldi della borse. Questa situazione andò avanti un po' di volte.

Un giorno, lo dissero al prevosto che rispose "O care donne, non dovete aver paura: san Pietro non ha bisogno della vostra elemosina. Quando andate a casa, preparate tutte e tre un bastone vicino al letto. E quando vedrete la gamba, datele delle belle legnate, più forte che potete."

E quando si ripresentò la scena: "O donne, o donne, San Pietro lo comanda! Se non credete, guardate questa gamba, AHI!"

La gamba risalì di colpo, si udì del rumore sul solaio poi più nulla.

Il giorno dopo il vicino non si vide uscire di casa; le tre donne andarono a trovarlo e lo videro con la gamba fasciata. Allora l'uomo domandò perdono e poi restituì i soldi rubati. Le tre sorelle lo perdonarono e incominciarono, da quel giorno, a fare offerte in chiese ed elemosine.

Qui è possibile leggere la leggenda della Gamba Rossa con particolari differenti: 

https://www.dairago.com/dialetto10.asp

Video che ne parlano:

https://www.youtube.com/watch?v=rv0EjoehEpI&t=1s

https://www.youtube.com/watch?v=KHawvn3XQWY&t=137s

Traducendo una vecchia cantilena in dialetto che riportava dei  riferimenti alla Gamba Rossa e ad una via dove la si vedeva sul  muro, vicino ad un negozio di ferramenta, sono anche riuscita a  scoprire che a Dairago è stato fatto un murales proprio dedicato alla  Gamba Rossa!





Fiabe tratte da




"Il Tesoro del Vecchio Mulino"


C'era una volta un mugnaio molto avaro, che aveva accumulato tesori immensi. Quando morì, fu condannato a macinare pietre nel suo mulino tutte le notti. Per liberarsi da quel tormento insegnò ad un bambino una formula magica per allontanare la pioggia. In quel modo, il torrente si sarebbe prosciugato, il mulino non avrebbe potuto funzionare e il mugnaio avrebbe smesso di soffrire atrocemente. Come compenso, il bambino avrebbe ottenuto i tesori del mugnaio.

Nanni ascolta questo racconto a scuola, in un pomeriggio di pioggia. Riuscirà ad impedire che piova e a impadronirsi del tesoro?


Le pagine più belle:

"Questa volta [Nanni] arrivò fino al ponte sul Rannach lungo un viottolo di campagna che si allontanava molto verso destra, rispetto al percorso più breve. Lì c'era uno stretto sentiero, che costeggiava il fiume fino a un altro ponte, in prossimità della segheria, da dove una stradina conduceva direttamente a casa sua. Nell'ultimo tratto di cammino poteva quindi correre per guadagnare tempo e non arrivare tardi, nonostante il lungo giro. Il sentiero lungo la riva del fiume era molto fangoso, e in alcuni punti crescevano rovi. Quando Nanni attraversava la sterpaglia, i rami scricchiolavano sotto i suoi piedi e la schizzavano di gocce d'acqua gelata. A volte, le ortiche le pungevano le ginocchia, dove queste non erano protette, tra l'orlo dell'impermeabile e il bordo superiore degli stivali di gomma. La zona era lugubre e inospitale. Nanni passava da quelle parti molto raramente, e solo quando splendeva il sole. Ma quel giorno fu attratta dal vecchio mulino. Normalmente, il Rannach era un rigagnolo inoffensivo, ma ora rombava minaccioso: era molto più largo e, senza dubbio, più profondo del solito, e le sue acque, cupe e torbide, scorrevano impetuose. Il mulino si trovava nelle vicinanze di una svolta del sentiero. La parte della costruzione che dava sul fiume era già immersa nell'acqua. Nanni contemplò la presa, detta anche pescaia, dove un tempo la ruota attingeva l'acqua che la faceva muovere. Era fatta di pietre vecchie e completamente coperte di muschio a causa dell'umidità. Solitamente, vi passava solo un filo d'acqua, che riusciva appena a inumidire il muschio che copriva i massi. Questa volta, invece, era attraversata da un impetuoso torrente d'acqua giallastra, che copriva tutti i sassi e ricadeva con fragore nel letto del Rannach, dove si formavano piccole onde torbide."





La Regina Malvagia (Fiaba Lombarda)

"Gh'era ona vòlta on fioeu d'ona reginna e l'ha tòtl miée ona bravissima giovina, e l'era tant bonna che tutti ghe voreven bén"

C'era una volta il figlio di una regina che prese in moglie una bravissima giovane, così buona che tutti le volevano bene. Soltanto la regina non la sopportava e voleva eliminarla.

Un giorno venne l'ordine di andare in guerra e il principe partì. 

"Ti raccomando mia moglie", disse alla madre, "aiutala e proteggila tu, mentre sarò assente."

La regina diede la sua parola ma appena il principe fu partito, cominciò ad evitare la principessa, scrivendo al figlio che si comportava male.

Qualche tempo dopo, alla principessa nacque un maschio. La regina era verde di bile e un giorno chiese ad un fedele servitore di accompagnare la principessa a fare una passeggiata, portandola molto lontano, nella foresta, per ucciderla e dopo aver fatto ciò, mozzarle la lingua e portarla come prova.

Il servitore eseguì la prima parte degli ordini della regina ma non ebbe coraggio di uccidere la principessa e il bambino.

In quel momento passò un pecoraio e il servitore comprò una pecora: la uccise e le tagliò la lingua.

La principessa, inorridita, domandò il perché di quel gesto e l'uomo le raccontò la verità.

La povera principessa ne fu sconvolta.

"Ti ringrazio", disse al servitore, "non temere, se anche un giorno venissi riconosciuta, non rivelerò mai che sei stato tu a salvarmi la vita, fino a quando non verrà il momento giusto."

Il servitore se ne andò e la fanciulla si mise in cammino.

Cammina, cammina, finalmente trovò una grotta dove rifugiarsi. Visse lì, mangiando frutta e bevendo ad una sorgente. Ogni tanto piangeva sulle sue disgrazie.

Un giorno mentre si aggirava per la foresta si imbatté in una capra e riuscì ad addomesticarla; ora aveva anche del latte per nutrirsi.

Il servitore, giunto a palazzo, aveva consegnato la lingua della pecora alla regina che fu felicissima di vedere che i suoi ordini erano stati eseguiti. Annunciò alla corte che la nuora era morta e ordinò funerali solenni.

Adesso bisognava pensare al bambino.

La regina prese una cassettina, ve lo chiuse dentro e lo gettò in un fosso, di notte.

Il servitore fu costretto ad aiutarla, purtroppo non aveva scelta, o obbediva o sarebbe morto.

Più tardi l'uomo corse al fosso, con la speranza di poter salvare il bambino, ma non lo trovò.

Intanto la regina aveva scritto al figlio, informandolo della morte della moglie e del figlioletto. A sentire questo, il principe si disperò.

Intanto, il bambino, chiuso nella sua cassetta, galleggiava sull'acqua e infine passò nei pressi di un mulino. Sulla riva c'era un mugnaio che vedendo la cassetta esclamò: "Cosa c'è, là, sull'acqua?"

Corse a prendere una pertica, tirò a riva la cassetta, l'aprì e vide che dentro c'era un bimbetto. Lo prese tra le braccia e lo portò a sua moglie.

"Senti, moglie mia, visto che hai latte in abbondanza, allatta, insieme al nostro, anche questo figliolino che ho trovato nel fosso."

La mugnaia si accorse che le fasce erano di lino finissimo e disse "Questo deve esser figlio di qualche gran signore!"

La mugnaia lo allattò volentieri; il bimbo crebbe bello, forte, sano, e non gli mancarono cibo e affetto.

Quando compì tre anni, il principe tornò a casa, accolto dalla regina.

"Povero figlio mio! In poco tempo hai perduto moglie e figlio!"

"Sì, madre. è stato un grande dolore."

"Dovresti riprendere moglie."

Ma il principe non voleva saperne: aveva amato troppo la giovane sposa e per cacciare la malinconia, cominciò a vagabondare per il suo regno.

Un giorno, allontanandosi molto dalla reggia, si trovò davanti ad un mulino. Decise di fermarsi per chiedere una scodella d'acqua. Mentre la mugnaia gliela porgeva, vide un bel bambino e le chiese se fosse suo figlio.

"No, signore. Mio marito lo ha ripescato nel fosso, tanto tempo fa. Era piccolissimo e l'ho nutrito col mio latte. Gli voglio bene come se fosse mio."

Il principe guardava il piccino, incantato.

Bevve l'acqua e se ne andò.

Galoppava ancora a lungo quando il suo cane si mise ad abbaiare. 

Il principe imbracciò l'arco, pensando che lì ci fosse una quaglia o una pernice.

Il cane continuava ad abbaiare e il principe si insospettì.

Scese da cavallo e si trovò davanti a una grotta.

E dentro la grotta c'era una donna che lo guardava ma il principe non riconobbe in lei la sposa tanto amata, perché la poveretta, per le privazioni e la vita selvaggia, era molto cambiata.

"Non mi riconosci?", disse la donna. "Eppure il tuo cane mi ha riconosciuto."

Il principe chiese alla donna "Chi sei?"

"Tua moglie"

"Impossibile. Mia moglie è morta."

"Sarebbe morta se colui che tra anni fa mi accompagnò a fare una passeggiata avesse eseguito gli ordini della regina. Ma quel buon uomo ha avuto compassione di me."

"è stata davvero la regina a dare ordine di ucciderti?"

"Sì, ha incaricato uno dei suoi servitori, ma non raccontarlo a nessuno. Quell'uomo ha rischiato la sua vita per salvare la mia."

"Ti porterò in un posto dove c'è della gente di buon cuore, che non racconterà niente a nessuno. Vieni con me."

E la portò al mulino.

Chiese al mugnaio e a sua moglie di assisterla.

Il principe tornò a corte. Ogni settimana mandava al mulino cibi prelibati, vini, e lentamente sua moglie riacquistava bellezza e salute.

Quando riuscì ad alzarsi dal letto, video il bambino che giocava nel cortile.

"Chi è quel piccino?", chiese.

E la mugnaia le raccontò la storia.

E allora la principessa capì.

Quando il principe andò a trovarla, gli disse "Tu non hai ritrovato solo la moglie, ma anche tuo figlio."

Il principe fece chiamare la perfida regina: "Ti sei comportata come una strega e meriteresti un terribile castigo. Ma proprio perché, nonostante tutto, sei mia madre, mi limiterò a chiuderti in convento, ai confini del regno."

E così fu, mentre la principessa e il bambino tornavano a corte, accolti con grandi festeggiamenti.