Symphonic Black Metal e Vampirismo: le band migliori!


Prima di vedere le band celebri nel genere e comunque, quelle che mi piacciono :D, vediamo un approfondimento storico-letterario ^_^



Riferisce san Gregorio di Tours, nella sua "Historia Francorum" scritta nel 561 d.c., che al funerale della moglie Scolastica, il superstite, l'inconsolabile coniuge Ingiurioso, gentiluomo d'Alvernia, provò l'impulso di ringraziare pubblicamente il Signore per avergli, sia pur per breve tempo, affidato "quel tesoro di purezza" che lui ora gli restituiva "intatto come l'aveva ricevuto". A tali parole, la defunta si rizzò di scatto nel sarcofago, dicendo: "Perché, marito mio, disveli a tutti faccende che dovrebbero riguardare noi due soli?". Poi si riaccomodò nella tomba e si lasciò seppellire.
Ingiurioso, forse per lo spavento, il giorno dopo era morto anche lui, e fu inumato accanto alla consorte, in un cenotafio accanto a quello di lei. Al mattino, i guardiani del cimitero notarono del disordine fra i sepolcri: la tomba del notabile era vuota mentre in quella di Scolastica si ritrovarono ambedue i cadaveri, l'uno nelle braccia dell'altro. La morte che - come diceva il Principe de Curtis - livella molte cose, aveva evidentemente consentito che venisse riparata un'omissione commessa nella vita.
Dopo il fatto, avvenuto a Clermont nel 390 d.c, la tomba di Scolastica venne indicata come "il letto degli amanti".

Questo episodio ispirò il poeta francese Guerrier de Dumast per il suo componimento "Le Tombeau des deux amants de Clermont".

Un'altra leggenda, celebrata da Goethe, è "La Fidanzata di Corinto": la fanciulla Filinnio, alla quale la madre aveva impedito, in vita, di unirsi al promesso sposo, torna da morta a reclamare il compimento dell'amplesso:

Dalla tomba mi levo a ricercare
il bene, che mi manca, dell'amore;
il mio sposo perduto ad abbracciare,
ed a suggere il sangue del suo cuore.

La vicenda della giovane Filinnio venne raccontata per la prima volta da Flegone nei suoi "Mirabilia", che se ne disse testimone oculare. La vicenda venne ripresa anche da altri: Lutero, Delrio, Anatole France.
Goethe, rielaborando l'episodio, sottolineò la sua connotazione vampirica, aggiungendovi una nota inquietante: la vergine vampira, una volta spenta la vita del fidanzato, si rivolgerà ad altri giovani per suggere il sangue.

L'idea ancestrale che post mortem sia possibile in determinati casi la prosecuzione di certe attività dell'esistenza dei vivi è all'origine della leggenda del Vampiro.
Due sono le attività dei vivi che si pensava potessero essere trasferite anche nel mondo dei trapassati: il sesso e l'alimentazione. L'attività sessuale dei defunti era considerata piuttosto intensa e, ad evitare che il morto la soddisfacesse al di fuori del sepolcro, lo si forniva di una compagna simbolica (o, in certi casi, reale). è questa l'origine delle cosiddette "concubine di pietra" ritrovate nei sepolcri dell'Antico Egitto, della Mesopotamia e di varie altre località: statuette femminili, tutte senza piedi perché non potessero fuggire, segnate da una tipica ipertrofia degli organi sessuali.

Il timore della riapparizione di un morto insoddisfatto nel mondo dei vivi - fa notare Frazer - è diffuso in tutti i tempi e in tutte le culture, fin dal Neolitico, quando i cadaveri erano arsi e chiusi in urne o sepolti strettamente legati in avelli serrati da pesanti lastre di pietra.
Ancora in tempi moderni, tra popolazioni appena entrate in contatto con l'uomo bianco, gli antropologi registrarono strane usanze.
Presso gli Shuswap della Colombia Britannica, vedovi e vedove restavano a lungo isolati dalla comunità, dormendo su giacigli di spine per scoraggiare visite indesiderate da parte del compagno defunto. I vedovi maschi della Nuova Guinea erano soliti tener presso di sé un'accetta da guerra con cui difendersi dalla moglie morta; gli Herero dell'Africa sud-occidentale troncavano la spina dorsale ai cadaveri prima del seppellimento, onde impedirne la deambulazione. I Mesopotami avevano specifici rituali e scongiuri per tenere lontani i familiari defunti. I Lucumoni etruschi chiudevano i corpi dei parenti scomparsi in un'apposita intercapedine tra le pareti della loro residenza e la facevano vigilare. I Romani accordavano un breve periodo di tempo (da uno a tre giorni all'anno) ai defunti, in cui era loro permesso circolare liberamente tra i vivi. In quei giorni i membri della famiglia si astenevano da qualsiasi occupazione pubblica e non trattavano alcun affare; al termine del tempo concesso, il pater familias gettava alle spalle una manciata di fave nere come tributo nonché segnale perché ritornassero alle proprie sedi.
Persiani, Medi, Parti, Iberni davano i morti in pasto alle belve, per impedire che tornassero in vita. Alcuni popoli nomadi (i Ciuvasci della Russia) inchiodavano i cadaveri nelle bare, con lunghi ferri appuntiti nella testa e nel cuore. Certe tribù del Camerun chiudevano il corpo in un sacco di cuoio, lo riducevano in poltiglia a bastonate e lo abbandonavano ai piedi di un albero.

Anticamente, la fame dei trapassati veniva placata con periodiche offerte alimentari (latte, miele, farina), ovvero rinchiudendo nelle tombe varie provviste di cibo reali o simboliche, queste ultime sotto forma di affreschi e figurine di terracotta. Nel "De Masticatione Mortuorum in Tumulis" di Michel M. Raufft (1734) sono riportati vari esempi, risalenti a diverse epoche, sull'attività manducatoria nei sepolcri: morti - o presunti tali - che divorano ciò che era stato loro posto nel cenotafio e rodono i sudari, giungendo a divorare le proprie membra. E in effetti, quando le provviste finivano, il morto provvedeva da solo.
Le leggende nelle quali si scopre l'inopinata presenza di un defunto fra i convitati a un banchetto sono numerose. Presso certe comunità si faceva sedere a capotavola un cadavere mummificato: si pensava che in tal modo un eventuale risurgente, vedendo il posto già occupato, desistesse dal tentativo di sedersi alla mensa.
Peraltro, il cibo preferito dai trapassati è proprio la carne umana.
Nei miti più antichi, era considerata "il cibo degli Dei", in grado di saldare la frattura tra la vita e la morte.
Per esempio, l'amplesso che precedeva il divoramento, per la Lamia (1), aveva una funzione vivificante al pari della carne e del sangue, sulla base del principio intuitivo secondo cui l'attività sessuale è fonte di vita.
Per i Babilonesi, era la Lamashtu che attirava gli uomini per berne il sangue e strappava il feto dal grembo delle donne incinte.
In uno scongiuro si legge: "Colei che mi ha preso, notte e giorno mi travaglia, prosciuga le mie carni, tutto il giorno mi stringe, tutta la notte non mi lascia".
Aluqa, ovvero "succhiasangue" la chiamavano gli Ebrei: una sorta di larva che assaliva i viandanti persi nel deserto per suggerne il sangue e lo sperma. Un essere simile era l'Empusa: in apparenza, una bella fanciulla, che col suo aspetto seduceva gli incauti, mentre in realtà era un orrido mostro con un piede di bronzo e l'altro di sterco d'asina.

D'altronde, bere il sangue, oltre che per acquisire una speciale forza di vita, poteva essere visto anche come piacere: si legge nei "Nibelunghi" che i guerrieri di Hagen, intrappolati in una sala in cui era stato appiccato il fuoco, per spegnere l'arsura bevvero il sangue che stillava dai corpi dei caduti:

Disse Hagen di Tronje: "Nobili cavalieri, chi soffre per la sete beva di questo sangue. Non c'è vino migliore per questa arsura"

Anche nella Bibbia troviamo traccia di vampirismo, o meglio, di precetti che lo proibiscono...

"Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue"

"La vita della carne è nel sangue... il sangue è la vita di ogni carne"

"Non ti nutrirai di sangue perché il sangue è la vita: e tu non devi mangiare la vita insieme con la carne"

(1) Nella tradizione classica, le Lamie erano mostri femminili che si nutrivano del sangue degli infanti e dei giovani vergini, nonché delle carni dei cadaveri. Erano seguaci di Ecate, la Dea della Morte negli arcaici culti lunari mediterranei.



Nella Roma antica, esisteva un collegio di sacerdoti con le speciale ufficio di combatterle e lo Jus Pontificum proibiva di "lasciare i morti esposti alle Strygae e alle Lamie". Gli studiosi delle religioni tracciano connessioni tra le Lamie e Lilith che secondo la tradizione rabbinica sarebbe stata la prima moglie di Adamo, genitrice di una stirpe di vampiri; si pensava che  la Tessaglia, la Siria e la Libia fossero territori particolarmente infestati dalle Lamie.

"Vampiro" è il termine che individua il morto bevitore di sangue, ed è di origine slava: dall'Europa baltico-balcanica (https://intervistemetal.blogspot.com/2023/07/i-vari-tipi-di-vampiri-nel-folklore.html), infatti, proviene la maggior parte delle leggende giunte fino a noi. Secondo molti, la parola va messa in relazione con il lituano "wempti", "bere", e il turco "uber", "essere diabolico". Il senso sarebbe "demone che beve": il vampiro propriamente detto è un defunto che sopravvive alla propria morte succhiando il sangue sottratto ai vivi: il che gli concede un osceno simulacro di esistenza. Secondo uno studioso, Evel Gasparini, la radice slava della tradizione vampirica è legata alla forma di religiosità pagana praticata da quei popoli. Una religiosità dalle radici profonde, se si considera che gli ultimi ad essere cristianizzati con la forza furono i baltici che rinunciarono al paganesimo soltanto alla fine del XII secolo e che i riti ancestrali continuarono ad essere praticati, clandestinamente o in forma sincretistica col cristianesimo (nota di Lunaria: vedi il culto idolatra a maria, scopiazzato da tantissime Dee...) Residui ritualistici delle antiche festività pagane vennero registrate dagli antropologi in alcune zone dell'Europa slava, ancora nei primi decenni del '900. La religione degli slavi pre-cristiani aveva una forte tinta manistica: prevedeva un culto dei morti. La vita d'oltretomba era considerata come una specie di risvolto negativo della vita di questo mondo. Credendo che i morti vivessero la stessa vita dei vivi, si disponevano presso i cadaveri varie provviste di cibo, armi e oggetti di cui si pensava che il defunto potesse avere bisogno. Si riteneva che il morto si separasse di malavoglia dalla sua gente, per cui vegliavano il cadavere e cercavano di distrarlo con canti e danze.  In particolare, si temeva il ritorno dei morti di morte violenta e delle vergini: si pensava che questi morti fossero avidi delle gioie di cui il trapasso li aveva privati.
Onde assicurarsi la "tranquillità dei defunti" presso certi popoli era in uso il rito delle esequie ripetute. A intervallo di tre, cinque, sette anni, i sepolcri venivano riaperti, le ossa lavate con i balsami, i resti riavvolti in teli funebri. Quando nel corso di tali cerimonie, un corpo veniva trovato non decomposto, si credeva che il morto fosse già tornato periodicamente nel mondo a succhiare il sangue per prolungare la propria vita. Allora, li si impalava o bruciava.
La tipologia del Vampiro variava a seconda del popolo di appartenenza. I polacchi lo chiamavano "Upir" e credevano che avesse una lingua affilata come un pungiglione. In Russia era detto "Mjertovjek", ed era considerato il figlio di un lupo mannaro e di una strega. Per i serbi era il "Vurdalak"; dai macedoni era detto "Vrukolak" e il suo richiamo notturno causava la morte a chi gli rispondeva. Gli albanesi lo chiamavano "Sampir", i bulgari "Norferat", "Ogoljen" i boemi, "Gierach" i prussiani.
Malgrado le differenziazioni, esistono caratteristiche comuni: il Vampiro ha un viso emaciato, folti capelli e corpo villoso, al punto di avere peli anche sul palmo della mano; le labbra sono gonfie e tumefatte, i canini lunghi e aguzzi, le unghie lunghissime e livide, le orecchie appuntite e mobili come quelli dei pipistrelli, l'alito fetido. Teme l'aglio, l'esposizione al sole, la visione dei simboli sacri. Il suo morso è anestetico, tanto che la vittima che lo subisce durante il sonno non si desta, e il morso è contagioso: chi ne muore, diviene Vampiro a sua volta.
Nel corso dei secoli tutta l'Europa fu percorsa da epidemie di vampirismo. La "Saga degli uomini di Eyr" narra la storia di Torolf Gambastorta, alla cui morte si cominciarono a verificare misteriosi decenni di uomini e animali. Si udivano rumori, e appariva anche il cadavere dello stesso Torolf. Si riaprì la sua tomba e lo si ritrovò perfettamente conservato. Dopo poco tempo, si decise di bruciarlo, dopodiché il Vampiro non apparve più.
Saxo Grammaticus, nel XIII secolo racconta nella "Danica Historia" che durante una pestilenza in Danimarca si attribuì la morìa all'opera di un morto che vagava per le campagne. Anche qui il Vampiro venne esumato, decapitato, trafitto al cuore: la peste si estinse. Anche in Inghilterra nel 1100 venne esumato in Inghilterra il corpo di un Vampiro e si dovette darlo alle fiamme.
A partire dal Seicento, le documentazioni aumentano. Epidemie di vampirismo si hanno in Moravia (1662, 1685), Istria (1672), Grecia (1701), Prussia orientale (1710, 1721, 1750), Ungheria (1725, 1732), Slesia (1755), Valacchia (1756), Russia (1772), Serbia (1731); ma la prima volta che il termine "vampiro" venne utilizzato risale al 1725, nei documenti parocchiali di Barn in Moravia: di una salma sospetta, si dice che è in "Vampertione infecta".
Nel secolo successivo il fenomeno diminuì tanto che nel 1824 il Parlamento britannico abolì la legge che prescriveva di trafiggere con un cuneo di legno i cadaveri dei suicidi e dei morti sospetti. Una legge analoga rimase in vigore fino al primo '900 nel Rhode Island, sede nella seconda metà del Settecento dell'unica epidemia di vampirismo documentata negli Stati Uniti. (da questa vicenda Lovecraft ne trasse lo spunto per il suo racconto "The Shunned House")
La straordinaria concetrazione di fenomeni vampirici nel Secolo dei Lumi generò un fiume di scritti e di dibattiti; anche Voltaire e Rousseau se ne interessarono. Voltaire si mostrò scettico, mentre Rousseau concluse che la società umana era basata sullo sfruttamento e perciò "il nostro Vampiro sono gli altri". (*)
Se i razionalisti e medici negavano il fenomeno, il clero, specialmente i preti di campagna, lo diffondevano, confortati da testi quali il Malleus Maleficarum, la Demonomania, le Disquisitionum Magicarum, il Compendium Maleficarum, nei quali l'esistenza del vampiro veniva dimostrata e sostenuta con citazioni dalla Bibbia e dalla Patristica, anche se alcuni cardinali come Prospero Lambertini, in seguito papa Benedetto XIV, raccomandò di trattare le voci sui risurgenti come superstizioni popolaresche. Se ciò fu sufficiente a convincere le persone colte, non bastò per le genti di campagna, tanto che si svolgevano pratiche esumatorie in presenza di preti e magistrati.
La religione degli antichi Balti fu l'ultimo culto pagano d'Europa. Essa possedeva caratteristiche peculiari e un pantheon indoeuropeo tutto proprio. La religione degli antichi Estoni condivideva invece le credenze pagane comuni agli altri popoli finnici. La più antica attestazione sulle religione degli antichi Balti risale a Pietro da Duisburg (XV secolo) il quale annotò: "I Prussiani adoravano come Dio ogni creatura e cioè il sole, la luna e le stelle, i fulmini, i volatili persino i quadrupedi, fino alla rana". Da questa descrizione deriva che essi adoravano una schiera numerosa di Dei naturali minori, mentre altre testimonianze ci danno notizia di una divinità superiore, cui tutte le altre erano subordinate. Così Maletius (XV secolo) narra di "un colle presso i Samogizi, nei pressi del fiume Nauvas, sulla cui cima era tenuto acceso da un sacerdote il fuoco perpetuo in onore di Perkunas, che da quel popolo superstizioso è ancor oggi ritenuto signore dei fulmini e delle tempeste". Anche la classe sacerdotale, cui potevano appartenere entrambi i sessi, doveva essere organizzata gerarchicamente: "Nel mezzo di questa perversa nazione, e precisamente in Nadrovia, v'era un luogo detto Romow, dove abitava un tale detto Criwe, che quelle genti rispettavano come un papa, poiché come il papa regge la chiesa universale dei fedeli, così dal cenno e dal mandato di costui erano governate non solo dette genti, ma anche i Lituani e le altre nazioni della Livonia [...] I Prussiani credevano nella risurrezione della carne; non così come avrebbero dovuto. Infatti pensavano che se una persona era nobile o ignobile, ricca o povera, potente o debole in questo mondo, tale sarebbe stata anche nell'altro; perciò accadeva che insieme con i cadaveri dei nobili si bruciassero le armi, i cavalli, i servi e le serve, i cani da caccia, gli uccelli rapaci d'uso venatorio e altre cose" (Pietro da Duisburg).
Il primo a fondare una chiesa e a condurre opera di conversione fu l'agostiniano Meinhard, intorno al 1170. Il suo successore fu ucciso dai pagani, ma [...] col vescovo Alberto furono organizzate crociate e venne costruita la cattedrale di Riga (1201); venne anche creato un ordine di monaci-soldati ("Ordine dei Portaspada"). Grazie ai drastici metodi di evangelizzazione militare la pur viva resistenza dei pagani fu stroncata nel sangue, e in breve germanesimo e cattolicesimo presero solidamente piede in Livonia.

(*) Nota di Lunaria: curiosamente, anche de Sade cita questa metafora del vampiro, in un suo libro, per riferirsi... a Dio:



"Qualunque sofisma sostengano i fautori assurdi della divinità chimerica degli uomini, non vi dicono altro se non che non c'è effetto senza causa, ma non vi dimostrano che occorre risalire ad una prima causa eterna, causa universale di tutte le cause particolari, che sia inoltre essa stessa creatrice e indipendente dalle altre cause. Convengo che noi non riusciamo a comprendere il legame, la successione e la progressione di tutte le cause. L'ignoranza di un fatto non è mai però motivo sufficiente per crearsene o determinarne un altro. Coloro che vogliono persuadervi dell'esistenza del loro abominevole Dio osano sfrontatamente dirvi che, dal momento che non possiamo collegare la vera causa agli effetti, occorre che necessariamente ammettiamo la causa universale. Si può fare un ragionamento più sciocco? Come se non fosse meglio confessare la propria ignoranza, invece di sostenere un'assurdità, o come se l'ammissione di tale assurdità divenisse una prova della sua esistenza. Confessare la propria pochezza non è un inconveniente, senza dubbio; l'adozione del fantasma è piena di ostacoli contro cui non faremmo che urtare se ci manteniamo tranquilli, ma dove potremmo spezzarci se permettiamo che le nostre teste si riscaldino: e le chimere accalorano sempre.
Concediamo, se si vuole, un istante, ai nostri antagonisti l'esistenza del vampiro (:) che crea lo loro felicità. Chiedo loro, in tale ipotesi, se la legge, la regola, la volontà mediante la quale Dio guida gli esseri, sono della stessa natura della nostra volontà e della nostra forza, se Dio, nelle stesse circostanze, possa volere o non volere, se la stessa cosa possa piacergli e dispiacergli, se non cambi di avviso, se la legge che lo determina è immutabile. Se è lei che lo guida, egli non fa che eseguire; quindi, non ha alcun potere (...) Se il vostro Dio non è libero, se è costretto ad agire in conseguenza delle leggi che lo dominano, allora è una forza simile al destino, alla fortuna, non influenzabile con i voti, non modificabile con le preghiere, non placabile con le offerte e che è meglio disprezzare in eterno piuttosto che implorare con tanto poco successo. Se poi il vostro esecrabile Dio è più pericoloso, più cattivo e più crudele ancora, e ha nascosto agli uomini ciò che era necessario per la loro felicità, il suo progetto allora non era di renderli felici (Nota di Lunaria: sicuramente il suo progetto non era quello di rendere felici e magnificate nel Divino le donne...); egli non li ama, quindi, non è né giusto, né benefico. Mi sembra che un Dio non debba volere altro se non il possibile, e non è possibile che l'uomo osservi leggi che lo tiranneggiano o che gli sono sconosciute."

(:) Il vampiro succhiava il sangue dei cadaveri. Dio fa scorrere il sangue degli uomini, entrambi, a ben vedere, sono chimerici: è sbagliarsi dare all'uno il nome dell'altro? (Nota dello stesso de Sade)

All'origine della letteratura sui Vampiri c'è una scommessa, dalla quale sarebbe nato il romanzo dell'orrore anglosassone. Nella splendida dimora, Villa Diodati, a Ginevra, il giugno del 1816 è radunato un gruppo di intellettuali: Byron, Shelley, Mary e John Polidori. 




A causa del tempo piovoso, i quattro dovettero stare rinchiusi in casa e Byron propose di scrivere ciascuno una storia di fantasmi. Si cominciò a discutere di trame, ma solo due dei presenti presero sul serio la scommessa: la prima fu lei, Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley, che comincerà a scrivere il "Frankenstein", pubblicato nel 1818; il secondo fu Polidori che pubblicò una novella: "The Vampyre". https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/06/commento-al-vampiro-di-john-polidori.html



In poco più di 20 pagine, il racconto di Polidori ridisegna completamente il personaggio del Vampiro: da povero contadino ignorante Polidori lo trasforma in una figura a tutto tondo: il suo Lord Ruthven, tenebroso nobile inglese condannato dai suoi delitti a succhiare il sangue dei vivi, è un aristocratico e ricco di fascino irresistibile, tratti profondamente originali rispetto alla tradizione popolare che dipingeva i Vampiri come villici analfabeti e cadaveri ripugnanti. Infine, non è più un personaggio che infesta le campagne e i casolari, bensì è completamente inurbato e frequenta la società del tempo. Da questo schema deriverà la matrice sul quale verranno modellate le successive filiazioni del Vampiro, sia in veste maschile sia femminile (Nota di Lunaria: almeno fino agli anni  '80 e soprattutto '90-'00 quando cominciano a vedersi anche vampiri parodizzati o teen agers, vedi il fenomeno Twilight... https://intervistemetal.blogspot.com/2018/10/recensione-twilight.html   https://intervistemetal.blogspot.com/2018/09/recensione-la-ragazza-del-vampiro.html   https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2017/12/il-diario-del-vampiro-il-risveglio.html). L'intuizione letteraria di Polidori sembra sia nata dal desiderio di dipingere una caricatura di Lord Byron, per vendicarsi delle frustrazioni subite nella competizione tra i due. Inoltre, non contento di prestare al suo Vampiro aspetto e atteggiamenti byroniani, Polidori fece pubblicare il suo racconto, nel 1819, a firma dello stesso Byron. Il racconto ebbe immediatamente un successo straordinario, e nessuno dubitò che fosse di Byron. Polidori morì suicida a soli 26 anni: gli sopravvisse il suo personaggio (Byron ne aveva smentito la paternità). In breve, quasi ogni autore romantico dell'Ottocento si cimentò con la sinistra figura del Principe delle Tenebre: "Vampirismus" (1828) di E.T.A. Hoffmann, "Il Vij" (1835) di Gogol' e "Clarimonde" (1836) di Gautier sono da annoverare tra i capolavori del genere (soprattutto "Clarimonde", anche noto come "La morta innamorata", il mio preferito. Nota di Lunaria). 


"Varney the Vampyre" (1847), pubblicato anonimo, a puntate, ma probabilmente di Thomas Preskett Prest e/o James Malcolm Rymer, e "Carmilla" di Le Fanu (1872) sono altri racconti in cui la tematica ormai classica del Vampiro - le nobili origini, il maniero perduto nella foresta, il sottofondo erotico (in Fanu c'è anche il rimando saffico), la vittima inconsapevole, la tradizionale fine cruenta - sono concentrati e riassunti.






Tre furono gli spunti di cui si valse Bram Stoker per tracciare la figura di Dracula; il primo fu la lettura di Carmilla; il secondo fu la figura dell'attore vittoriano Henry Irving, che gli servì come modello in vista di una possibile riduzione scenica della trama che stava progettando; il terzo fu un sogno, che ispirò l'ambigua sottotraccia erotica.
Era una notte di marzo del 1890 quando Stoker, svegliatosi da un incubo, tracciò in fretta queste righe su un foglio di carta: "Un giovane esce e vede tre fanciulle; una di loro cerca di baciarlo sulla gola. Il vecchio Conte interviene con rabbia e furia diaboliche: quest'uomo mi appartiene, io lo voglio."
L'esile traccia così descritta era quanto restava della visione notturna; chi ha letto il romanzo riconoscerà la scena: si trova nel terzo capitolo.
Con meticolosità, Stoker passò sette anni a documentarsi sui Vampiri. Nel suo romanzo accolse e concentrò tutte le precedenti connotazioni narrative della tematica vampirica: ne confermò l'origine balcanica, collocando il suo personaggio in Transilvania, "la terra al di là delle foreste", e facendone un signore di un castello cupo; ne accettò anche il modello - sempre tracciato da Polidori - di nobile maledetto. Gli mancava un nome; a suggerirlo fu Arminius Vambery, docente di tradizioni slavi, che gli parlò della figura del Voivoda di Valacchia, Vlad Basorab detto Tepes, "l'Impalatore", terrore dell'Europa centrale nel quindicesimo secolo, nemico dei Turchi; costui aveva avuto l'appellativo patronimico di Dracula, figlio di Dracul, poiché il padre era affiliato all'Ordine cavalleresco del Drago.

Una radice del termine valacco per "demonio", insita nell'appellativo, fece sì che il personaggio in questione, di fama spaventosa per le sue efferatezze, passasse per figlio del Diavolo.
Il libro uscì nel 1897 e fu un successo immediato; sollecitò interi studi e affascinò, malgrado gli evidenti limiti tanto letterari quanto di struttura; un'altra motivazione del successo va ricercato nella venatura erotica del racconto: l'analisi alla sensualità di Dracula ha prodotto fiumi di saggistica, tendente ad interpretare la figura del Vampiro come simbolo letterario nei confronti delle repressioni vittoriane in materia di sesso.
C'è un simbolismo omosessuale: Dracula cerca di succhiare il sangue che cola dal viso di Jonathan Harker; e lo reclama, furibondo, quando le tre vampire tentano di sedurlo: "Come osate toccarlo? Quest'uomo mi appartiene"; un analogo senso di possesso omosessuale figurava già in "Carmilla": "Tu sei mia. Tu devi essere mia; tu e io dobbiamo essere una cosa sola, per sempre"; c'è da far notare che Bram Stoker stesso si era auto-censurato: dagli appunti preparatori del romanzo risulta che nella sua prima versione la scena prevedeva che Harker si tagliasse il dito e che Dracula glielo succhiasse; ma la metafora appariva fin troppo azzardata per l'Inghilterra vittoriana.
Il sesso vampirico diviene così contaminazione assoluta, espressione di un disordine universale in cui non soltanto i limiti della morale sessuale ma anche i confini tra la vita e la morte vengono a cadere.

Il romanzo di Stoker fa da spartiacque nella storia della letteratura vampirica che può essere suddivisa in una fase pre-Dracula e una post-Dracula. A partire dagli anni '50 alcuni autori iniziano a introdurre novità: Richard Matheson in "I Am Legend" (1954) il vampirismo è ricondotto ad una causa interamente naturale: l'infezione prodotta da un microorganismo sconosciuto. L'umanità è infettata e solo pochi umani restano immuni; alla fine, la prospettiva è ribaltata: non sono più i vampiri, ormai la maggioranza, ad essere "contro natura", ma gli esseri umani; il protagonista conclude con "la leggenda sono io", e non più i vampiri. Colin Wilson invece immagina dei vampiri spaziali, provenienti da un altro pianeta, che suggono la forza vitale. Altri romanzi best-sellers furono "Salem's Lot" (1975) di Stephen King, "Intervista col Vampiro" di Anne Rice e "Sunglasses After Dark" di Nancy Collins.
Non esistono bibliografie esaurienti, ma è certo che in oltre 170 anni di letteratura vampirica - dalla novella di Polidori ad oggi - sono diverse centinaia, forse migliaia, le opere narrative aventi come protagonisti i vampiri (senza contare i cd musicali, fumetti, film - nota di Lunaria)

Nota di Lunaria: ovviamente leggendo questi libri, la miglior colonna sonora resta questa: ovviamente, i Cradle of Filth di "Dusk and Her Embrace" https://www.youtube.com/watch?v=mc7o4wzW128






ma anche questi (a patto che li si ascolti nei loro cd migliori, ovvero i primi e più marcatamente "vampirici") Lord Vampyr e Theatres des Vampires






("The Vampire Chronicles" -  "Bloody Lunatic Asylum" - "Suicide Vampire")




Anche i Dark Unfathomed


di "Vampiric Opera" https://www.youtube.com/watch?v=vn9dl24HD0c

hanno composto un'ottima canzone, così come i Lamia Antitheus https://www.youtube.com/watch?v=mWav5amWn2k   https://www.youtube.com/watch?v=hsARj4QSjTI   e i Black Countess https://www.youtube.com/watch?v=UDtYCyxGKqw





(che comunque plagiano molto i Cradle of Filth...)

I Siebenbürgen di "Delictum" sono comunque un ascolto piacevole, anche se nella media https://www.youtube.com/watch?v=ZpG3uBDe0T0



Suggerisco anche i Vampiria, dall'Argentina https://www.youtube.com/watch?v=s1_vN7ZjwpI



anche se purtroppo sono sciolti da anni...

Gli Ancient Ceremony, anche se non a tema esclusivamente vampiresco




hanno composto delle canzoni davvero suggestive.

So che tanti "puristi degli ideali satanici del Black Metal" storceranno il naso, ma a me piacciono anche i Nocturnal Freeze https://www.youtube.com/watch?v=ioQ6oObEFW0



che... ehm... "purtroppo" sono cristiani... però dai, "Transylvania" è un gran bel cd, anche se per forza di cose si avvicinano di molto al quasi-plagio dei COF di "Dusk..." che c'importa se sono cristiani, se sanno suonare bene?? Io non sono di certo razzista contro i cristiani che sanno far uscire cose ben fatte xD

Infine una citazione particolare va ai bulgari Amor e Morte, purtroppo anche loro ormai sciolti



e particolarmente ispirati dall'opera di Keats... https://www.youtube.com/watch?v=AZixTZZbkU0



Altrimenti, per musica strettamente strumentale, i suggestivi Nox Arcana






Sono tutte belle le canzoni, per cui potrei citarne dozzine e dozzine... ma vi lascio questa che ha un bel video non-ufficiale



Infine, per chi fosse stanco dei patemi adolescenziali e pop di "Twilight" - libro che per inciso, meriterebbe un'analisi a parte sugli aspetti "più subliminali" dell'opera e che possono essere colti solo da chi conosce bene certi riferimenti teologici, vedi la gravidanza "coatta" di Bella  :D -




ma non volesse rinunciare "all'atmosfera rosata" con un tono da soft-gotico ottocentesco, suggerisco questo romanzo: "Dopo Mezzanotte", scritto dalla brava Teresa Medeiros



che ha scritto anche il seguito, che purtroppo mi manca :P



Notevoli sono le pagine soft-horror dedicate ai vampiri e l'Autrice si è davvero superata nel disseminare la vicenda con citazioni tratte non solo da Byron, ma anche da Polidori e da Horace Walpole! Si veda tutta la parte del romanzo ambientata nel castello: gli appassionati riconosceranno sicuramente gli stilemi gotici da "Castello di Otranto", nella descrizione dei corridoi, pertugi, passaggi segreti, cripte o la luna che illumina la brughiera; infine, roventi e coinvolgenti, anche se presenti solo negli ultimi capitoli, le descrizioni dell'amplesso tra Caroline e Adrian. Insomma, "Dopo Mezzanotte" è davvero un romanzo accattivante, appassionante, che vale la pena di cercare - è uscito nel 2007 - perché se cercate una bella storia d'amore erotico - a differenza del più celebre e teen-ageriale "Twilight" dove mancava del tutto l'eros carnale! - tinta di atmosfere gotiche e horror soft, "Dopo Mezzanotte" fa al caso vostro... 

Altrimenti potete sempre cercare romanzi come questo... e i sempre ottimi "Racconti di Dracula"









I capelli femminili nell'estetica poetica di Petrarca, Marino, Tarchetti e dei Cradle of Filth






Uno scritto di Lunaria (sì, lo so, solo io ci posso ficcare dentro i Cradle of Filth in Letteratura xD)

Fonti consultate


 I passaggi tratti da questi libri sono stati messi tra virgolette.

La poesia ha sempre celebrato i capelli muliebri e in questa analisi vedremo soprattutto Petrarca, Marino e Tarchetti.



Avevamo già visto che la raccolta di poesie del Petrarca che è conosciuta col nome di "Canzoniere" consta di 366 componimenti, che daranno origine a sei secoli di letteratura amorosa:  "Nel "Canzoniere" ci sono emozioni, passioni, confessioni, analisi interiori e tutti i toni dell'ansia amorosa: c'è Laura, Laura viva, Laura morta, il ricordo di lei, il pensiero di lei. Ben tre canzoni sono dedicate agli occhi di Laura: gli occhi sono luoghi leggiadri, ove "l'Amor fa nido", "luci beate e liete", "lumi del ciel", "divine luci", "vaghe faville angeliche, beatrici"; vincono angoscia e noia, sospingono sulla via del cielo, riempiono di pensieri alti e soavi, sono sorgente di salvezza, riparo nella tempesta, sede d'ogni conforto e d'ogni speranza. Infine, è mille volte meglio morire in presenza loro piuttosto che rimanere privi di una visione così beatificante;" ma sono le celeberrime "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi" e "Chiare, fresche e dolci acque" a celebrare il trionfo della Bellezza di Laura, trasfigurata nella Natura: "il paesaggio è fatto di chiare acque, rami gentili, erbe, fiori, "aere sacro, sereno". E a tanta bellezza fa eco, nel ricordo, l'immagine femminile, con "le belle membra", il "bel fianco", la "gonna leggiadra", "l'angelico seno". Dai rami scende "dolce nella memoria" una pioggia di fiori e le corolle volteggianti vengono a soffermarsi sul lembo della veste e sulla treccia bionda ("Qual fior cadea sul grembo, qual su le treccie bionde"). Il quadro è di quelli che non si possono più dimenticare: alla fine non desideriamo che di bearci anche noi, con Laura, di quel perpetuo fiorire e rinverdire."

Erano i capei d'oro a l'aura (1) sparsi,
che (2) 'n mille dolci nodi gli avolgea;
e 'l vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi (3);
e 'l viso di pietosi color farsi (4),
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi? (5)
Non era l'andar suo cosa mortale,
ma d'angelica forma (6); et le parole
sonavan altro che pur (7) voce humana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel che'i' vidi; e se non fosse or tale,
piagha per allentar d'arco non sana. (8)

(1) All'aria, alludendo a nome Laura
(2) La quale aura
(3) Che ora sono così scarsi di quell'antico splendore
(4) Colorarsi di pietà
(5) è sottointeso l'amore
(6) Il suo incedere non era di persona ma di angelo
(7) Semplicemente
(8) La ferita prodotta dall'arco non si rimargina per quanto la sua corda sia allentata


Chiare, fresche et dolci acque (1),
ove le belle membra
pose (2) colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque
(con sospir mi rimembra) (3)
a lei di fare al bel fiancho colonna (4);
herba et fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno (5),
aere sacro sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse (6);
date udienza (7) insieme
a le dolenti mie parole extreme.

[...]

Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo. (8)
Qual fior cadea su'l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
erano quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde,
qual con un vago errore (9)
girando parea dir: qui regna Amore.

Pace non trovo, et non ò da far guerra; (10)
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.
[...]
Pascomi (11) di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

La vita fugge, e non s'arresta un'ora,
e la morte vien dentro a gran giornate (12)
e le cose presenti e le passate
mi danno guerra (13), e le future anchora

[...]

(1) Del fiume Sorga
(2) Immerse
(3) Mi ricordo sospirando
(4) Appoggiare il bel fianco
(5) Che la donna, con l'angelico seno, ricoperse
(6) Dove Amore con la vista degli occhi di lei mi aprì il cuore
(7) Porgete ascolto
(8) Dalla nuvola dei fiori
(9) Errando per l'aria leggiadramente
(10) Non ho la possibilità di combattere
(11) Mi nutro
(12) A tappe veloci
(13) Mi tormentano




 Per quanto riguarda Giambattista Marino, ci troviamo già nel primo Seicento.


Avevamo già visto che nel Seicento, con la Poesia Barocca, si supera parzialmente l'ideale estetico-letterario della donna-angelo idealizzata da Dante e Petrarca: "l'ideale femminile coincideva con una figura di donna dai capelli biondi, altera e dolce, bella e fiera, collocata sullo sfondo di una natura primaverile che sembrava voler rendere omaggio alla sua bellezza. Nel Seicento questo modello viene sottoposto ad una serie di variazioni contenutistiche e formali che finiscono per trasformarlo radicalmente. La lirica d'amore si popola di una vasta gamma di tipi femminili: donne bionde, brune, rosse, vecchie, nane, nere, povere, ricche, mendicanti, balbuzienti, occupate a pettinarsi, cucire, bagnarsi nelle acque del mare, ochieggiare dalle persiane accostate. Si verifica insomma un allargamento della tematica amorosa: si cantano non solo donne di tutte le età ma anche singole parti del corpo femminile (nei, labbra, capelli) oggetti (ago, pettine, specchio), addirittura pulci e pidocchi che si annidano nelle chiome dell'amata.
Alle novità dei contenuti corrisponde un arricchimento del linguaggio; per esempio, se i capelli biondi e ondulati della donna vengono definiti "onde dorate", il poeta, sviluppando la metafora, trasforma la chioma femminile in un vero e proprio mare al quale dà movimento e concretezza visiva fino a desiderare di naufragare in esso."

Possiamo quasi dire che il Seicento getta le basi anche per la successiva letteratura gotica, che vede in nomi come Walpole e Ann Radcliffe i suoi celebri esponenti, e che sta alle origini di quello che poi si svilupperà, in tante altre varianti, nel genere horror.



 Infatti, un verso come quello di Marcello Giovanetti, "Loda una chioma nera"

"Chiome, qualor disciolte, in foschi errori de la fronte vi miro in giù cadenti, e velate al mio Sol gli aurei splendori, siete nubi importune, ombre nocenti" (1)

(1) fastidiose

o Ludovico Tingoli: "Brutta donna adorna di gran gioie"

"Costei cui sol di tenebre e d'orrori, Natura acherontea veste e circonda, osa intorno spiegar quanti ne l'onda del Gange e del Pattol (1) nascon fulgor.
Spargono le chiome e 'l labbro ombre e squallori e d'oro e di rubini il braccio abbonda, invece che lo sguardo i rai
(2) diffonda
sfavillano dal sen compri splendori la perla, onde la bocca orba notteggia. A l'orecchia plebea quasi per scherno pende,
ed intorno al nero collo albeggia.
Ma che stupir, s'è pur decreto eterno ch'ove ricco tesoro arde e lampeggia, ivi custode sia spirto d'Averno?"

(1) fiume
(2) raggi

o Claudio Achillini: "Collana di croci nere al collo della sua donna"

"Sparge Amarilli (1) mia
di nere croci del seno il latte
ond'io con la vista nudriva un bel desio.
Deh, che sperar più deggio misero me!
Se veggio scritto, mirando, in sì bel foglio intento
con caratteri infausti il mio tormento?"

(1) è un nome mitologico

già anticipano gli stilemi per le "bellezze orride, gotiche e decadenti" che troveranno i loro massimi esponente in Tarchetti, qui in Italia, e in Poe e che, non a caso, sono "eroine estetiche assolute" nella musica dei Cradle of Filth.
















C'è un sonetto di Marino, "Donna che si pettina" che esemplifica al meglio gli stilemi della letteratura barocca: celebrare una parte del corpo femminile (in questo caso, i capelli) in una situazione quotidiana: pettinarsi.

Onde dorate, e l'onde eran capelli,
navicella d'avorio (1) un dì fendea; (2)
una man pur d'avorio la reggea (3)
per questi errori preziosi e quelli; (4)

e, mentre i flutti tremolanti e belli
con drittissimo solco dividea, (5)
l'òr de le rotte fila Amor cogliea, (6)
per formarne catene a' suoi rubelli. (7)

Per l'aureo mar, che rincrespando apria
il procelloso suo biondo tesoro,
agitato il mio core a morte gìa. (8)

Ricco naufragio, in cui sommerso io moro, (9)
poich'almen fur, ne la tempesta mia,
di diamante lo scoglio e 'l golfo d'oro! (10)

(1) il pettine d'avorio
(2) solcava, apriva.
(3) la mano della donna, bianca come l'avorio, guidava "la navicella", cioè il pettine
(4) facendola errare qua e là
(5) e mentre con una riga sottilissima divideva quei flutti ondulati e belli, ovvero i capelli della donna
(6) Amore raccoglieva i biondi capelli spezzati
(7) per farne catene con cui imprigionare coloro che si ribellano al suo dominio
(8) il mio cuore agitato andava (gìa) incontro alla morte, attraverso il mare d'oro dei capelli che si apriva rivelando il suo tempestoso tesoro d'oro sul quale si richiudeva (rincrespando) immediatamente. Il pettine, fendendo i biondi capelli ondulati, ne rivela tutta la bellezza ma immediatamente dopo le onde si richiudono sul solco da esso lasciato, e il cuore del poeta muore d'amore di fronte a tanta bellezza
(9) è un naufragio prezioso quello in cui io muoio sommerso
(10) poiché nelle mie sofferenze d'amore, almeno lo scoglio contro il quale si infranse il mio cuore fu duro e prezioso come il diamante (allude probabilmente alla durezza del cuore della donna o alla sua fronte pura e splendente come il diamante) e il golfo in cui annegai fu l'oro (riferimento ai capelli biondi dell'amata)

Come si è visto, Marino ancora usa un linguaggio petrarchesco, "onde dorate", per capelli biondi, che vengono trasfigurati in un "mare d'oro" (e il pettine, diventa, di conseguenza, "una navicella che va errando tra i flutti"). L'immagine è quindi "capelli femminile = mare", che nel corso del componimento assume contorni via via più minacciosi: dalle "onde dorate" si passa ai "flutti tremolanti" per giungere al "procelloso tesoro". Morire d'amore è quindi paragonato al naufragio: "Ricco naufragio, in cui sommerso io moro", che, per quanto tragico, conserva ancora un'eco di bellezza, perché il cuore del poeta innamorato si schianterà contro "uno scoglio di diamante". Viene così riproposta, in maniera più esplicita rispetto a Petrarca, la coppia Amore-Morte, ampiamente presente nella tradizione letteraria e portata alla sua massima espressione perversa nella necrofilia o nel vampirismo: la donna amata resta amata (e amante), anche quando è carne fredda, rigida e immobile deposta su un catafalco nonché "morta vivente" assetata ancora di vita (il sangue) anche nel sepolcro; basterebbe citare la bellezza fatale della vampira Clarimonde nel celebre racconto di Gautier, autore che ha superbamente descritto gli abissi di un amore morboso e necrofiliaco che per quanto venga "dissolto" nel finale, lascia il protagonista tormentato dal rimpianto di averlo perduto; la morta Clarimonde, esente dalla decomposizione, agli occhi di Romualdo è ancora più bella di "una donna vivente" e suscita in lui desideri carnali di amplesso; lei brama il suo sangue di vivo, lui brama il suo corpo di bellissima morta:


"Abbassai le palpebre, deciso a non sollevarle mai più, per sottrarmi a ogni fascino che potesse provenire dall'esterno: perché in realtà mi sentivo sempre più distratto, e sempre meno mi rendevo conto di quel che facevo.
Un istante dopo riaprii gli occhi, perché anche attraverso le palpebre chiuse la vedevo brillare in una rossa penombra, come se stessi fissando il sole. Quanto era bella! I più grandi pittori, anche quando vogliono raffigurare la Madonna, e cercano quindi di rappresentare l'ideale della bellezza, non si avvicinano neppure lontanamente a quella favolosa realtà. Nessuna tavolozza di pittore, nessun verso di poeta avrebbero potuto darne l'idea. Ancora non so se la fiamma che la illuminava provenisse dal cielo o dall'inferno: ma certo veniva o dall'uno o dall'altro.
Man mano che la contemplavo, sentivo schiudersi in me delle porte di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza, e la vita mi appariva in una luce tutta diversa. Era come se nascessi a un nuovo essere, a un altro ordine di idee. Un'angoscia spaventosa mi mordeva il cuore, e ogni minuto che passava mi sembrava nello stesso tempo un secondo e un secolo [...] Questa passione, appena nata, si era radicata in maniera incrollabile e non mi veniva nemmeno fatto di pensare alla possibilità di sradicarla. Quella femmina mi dominava ormai interamente: con un solo sguardo aveva fatto di me un altro uomo, mi aveva iniettato la sua volontà. Mi comportavo in modo assurdo, baciavo la mia mano nel punto in cui lei l'aveva sfiorata, stavo ore intere a ripeterne il nome. Appena chiudevo gli occhi, la vedevo così distintamente come se fosse presente, e mi ripetevo di continuo le parole che lei aveva pronunciato sul portale della chiesa: "Sciagurato, che hai fatto?".
Mi rendevo conto dell'orrore della mia situazione, e tutti gli aspetti più tristi del mio stato mi rivelavano con chiarezza: essere prete voleva dire rimanere casto, non fare all'amore, non badare mai né al sesso né all'età, distogliere gli occhi da ogni bellezza, comportarsi come un cieco, strisciare sempre nell'ombra gelida di un chiostro o di una chiesa, non avere contatti che con i moribondi, vegliare cadaveri di sconosciuti, e portare sempre il lutto, con quella sottana nera che, così com'era, avrebbe potuto servire benissimo anche come sudario per avvolgermi nella bara! [...] Mi prese un braccio, e mi guidò verso la camera ardente. Io piangevo quanto lui, perché avevo ormai indovinato che la morta altri non era che la mia Clarimonde, così disperatamente amata.
Mi inginocchiai, senza osar di gettare un'occhiata nel catafalco al centro della stanza, e mi misi a recitare i salmi con fervore, ringraziando Dio di aver posto un sepolcro fra me e quella donna, il che mi permetteva di pronunciare nelle mie preghiere il suo nome, ormai santificato.
Ma a poco a poco il mio fervore diminuì, e cominciai a fantasticare. Quella camera non aveva nulla di una camera mortuaria. Invece dell'atmosfera fetida e cadaverica che si respirava sempre in tali luoghi, un languido profumo d'essenze orientali, un non so quale afrodisiaco odore di donna aleggiava dolcemente nell'aria tiepida. La tenue luce della stanza pareva un'illuminazione sapientemente predisposta per la voluttà, piuttosto che il livido riflesso dei ceri che di solito palpita accanto a un cadavere. Pensavo al caso singolare che mi aveva fatto ritrovare Clarimonde proprio nel momento in cui la perdevo per sempre, e un sospiro di dolore mi sfuggì dal petto.
Mi parve di udire un sospiro anche alle mie spalle, e mi voltai istintivamente. Era soltanto l'eco, ma in quel movimento gli occhi mi caddero sul catafalco che prima avevo cercato di non guardare. I drappeggi di damasco rosso lasciavano vedere la morta, distesa con le mani incrociate sul petto. Era avvolta in un sudario di lino, d'un bianco abbagliante che risaltava ancor più accanto al colore sanguigno dei tendaggi, e così lieve che nulla riusciva a nascondere della sagoma seducente del suo corpo. Si sarebbe detta una statua di alabastro, oppure una giovane dormiente, su cui fosse caduta la neve.
Non riuscivo più a trattenermi: quell'aria di alcova mi aveva eccitato, e camminavo a lunghi passi per tutta la stanza, fermandomi di continuo a contemplare la bella defunta, sotto la trasparenza del sudario. Strani pensieri mi passavano per il capo. Immaginavo che non fosse davvero morta, e che tutto fosse una sua manovra per attirarmi nel castello e parlarmi del suo amore.
E poi mi dissi: "Sarà proprio Clarimonde? Che prove ne ho? Quel paggetto nero potrebbe aver cambiato padrona. Sono davvero un pazzo a disperarmi così."
Mi avvicinai al catafalco, e guardai con un'intensità anche più grande la causa dei miei tormenti. Devo confessarlo? La perfezione delle sue forme mi turbava in modo indicibile, e quel suo giacere era così simile a un semplice sonno che chiunque avrebbe potuto restarne ingannato.
Dimenticai che ero venuto in quel luogo per un servizio funebre, e mi figurai come uno sposo per la prima volta nella camera della giovane moglie che si copre il volto, pudica. Sconvolto dal dolore, rapito dalla gioia, tremante a un tempo di timore e piacere, mi chinai verso di lei e sollevai l'angolo del lenzuolo, trattenendo il respiro come per paura di svegliarla.
Era davvero Clarimonde, come l'avevo vista in chiesa il giorno in cui ero stato ordinato prete: era seducente come allora, e la morte sembrava aggiungerle una civetteria supplementare. Rimasi a lungo assorto in quella muta contemplazione e, più la guardavo, meno potevo convincermi che la vita avesse potuto veramente abbandonare quel corpo stupendo. Le toccai lievemente il braccio: era freddo, ma non più della sua mano quando aveva sfiorato la mia sotto il portale della chiesa.
Ah! Che atroce sentimento di disperazione e d'impotenza! Che agonia era per me quella veglia! La notte avanzava, e con l'alba sentivo avvicinarsi il momento della separazione eterna. Non potei impedirmi la triste e suprema dolcezza di deporre un lieve bacio sulle labbra di colei che aveva avuto tutto il mio amore.
O prodigio! Un tenue respiro si mescolò al mio, e le labbra di Clarimonde risposero alla pressione delle mie: i suoi occhi si aprirono, si illuminarono, e lei, sospirando, aprì le braccia e me le passò attorno al collo, con un'aria di estasi ineffabile.
"Romualdo", mi disse con voce profonda e dolce, simile alle vibrazioni finali di un'arpa. "Che fai? T'ho atteso così a lungo che ne sono morta. Ma ormai siamo uniti l'uno all'altra. Potrò vederti e venire da te. Addio, Romualdo, addio. Ti amo, e offro a te questa vita, che tu hai richiamato in me per un istante con un bacio. A presto."
Reclinò la testa, mentre le sue braccia ancora mi circondavano. Un turbine di vento spalancò la finestra ed entrò nella stanza. I lumi si spensero, e io caddi svenuto sul petto della bella defunta [...] Svanì quindi nell'aria come nebbia, e non la rividi mai più. Purtroppo, con le sue ultime parole aveva detto il vero. L'ho rimpianta più di una volta e la rimpiango ancora. Ho acquisito ormai la pace dell'anima, ma a ben caro prezzo: l'amore di Dio non è stato poi eccessivo per sostituire il suo."


Da notare come i Cradle of Filth abbiano intitolato una loro canzone "Amor e Morte"


Infine, termino questa analisi citando Igino Ugo Tarchetti


che in "Fosca", ci lascia una memorabile celebrazione dei capelli femminili appartenenti a "Fosca", tragica eroina letteraria che incarna il sé il disagio femminile, la malattia, la bruttezza di una bellezza sfiorita, che incatena l'uomo e lo travolge.  

Il mio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca.
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad un'ora, ma per la colazione vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa.
Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, così vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua. Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, - ché anzi erano in parte regolari, - quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine.
Un lieve sforzo d'immaginazione poteva lasciarne intravedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l'eseguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la proporzione. Tutta la sua vita era ne' suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati - occhi d'una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La sua persona era alta e giusta; v'era ancora qualche cosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano così naturalmente dolci, così spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura più che dall'educazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso. Certo ella aveva coscienza della sua bruttezza, e sapeva che era tale da difendere la sua reputazione da ogni calunnia possibile; aveva d'altronde troppo spirito per dissimularlo, e per non rinunziare a quegli artifizi, a quelle finzioni, a quel ritegno convenzionale a cui si appigliano ordinariamente tutte le donne in presenza d'un uomo.
Ma le era presentato da me stesso nell'entrare. Allorchè fui seduto a tavola, ella venne a prender posto vicino a me, e mi disse con dolcezza: "Vi vedo solo, e mi permetto di farvi un poco di compagnia. Desiderava di conoscervi, e di ringraziarvi personalmente dei libri che mi avete mandato. Mio cugino mi aveva parlato di voi, e avrei voluto vedervi un po' prima. Ma come fare? Sono sempre così malata!"
Fui colpito dalla soavità della sua voce, più ancora di quanto nol fossi stato dalla sua bruttezza.
"Ora mi sembrate però guarita." risposi io.
"Guarita!" esclamò ella sorridendo "mi pare di no. L'infermità è in me uno stato normale, come lo è in voi la salute. Vi ho detto che ero malata? Fu un abuso di parole. Ne faccio sempre. Per esserlo converrebbe che io uscissi dalla normalità di questo stato, che avessi un intervallo di sanità. Ho voluto tenermi chiusa parecchi giorni nella mia stanza, ecco tutto; ne aveva le mie ragioni; ho attraversato un periodo di profonda malinconia."
Vedendo che la conversazione minacciava sì presto di trascinarci nel campo delle confidenze, mi astenni dal risponderle.
"Non sapete" riprese ella dopo un istante di silenzio e con tono diverso di voce "che quel romanzo di Rousseau mi ha entusiasmata? Ne conosceva il soggetto, e ne aveva avuto sott'occhi alcuni sunti, ma non l'aveva mai letto."
"Avete avuto troppa premura di restituirmelo, è libro che vuol essere meditato."
"è vero, se il meditarvi sopra non fosse cosa pericolosa."
"Parmi anzi utile."
"Utile sì, certamente. Voleva dire pericolosa per la nostra pace, per noi donne, per... me. Vi sono delle letture che mi fanno male."
"Voi sapete" io dissi per tenermi da capo sulle generali "che Rousseau, così virtuoso nei suoi libri, ha esposto cinque figliuoli alla ruota di Parigi?"
Essa mostrò di non aver compreso quell'artificio; accennò del capo come avesse voluto dire: "altro è l'uomo, altro le sue opere", e riprese:
"Credo che il meditare sui libri e il rileggerli sia cosa sommamente inutile, anzi sommamente nociva; a meno che tutta la vita non se ne leggesse che uno solo, e questo fosse tale da instillarci principi retti, e da fortificarvici. Di libri educativi non ve ne può essere che uno, pena la contraddizione, giacché ogni uomo ha vedute opposte, o per lo meno diverse. Il leggere molti libri, il meditare su molti non ha altro effetto che  quello di renderci dubbiosi sulle nostre idee, incerti nei nostri pensamenti; non si sa più a che cosa credere, e spesso si finisce col non credere più a nulla. Sono convinta che ogni libro che non diverte, fallisce al suo scopo; che ogni libro che fa pensare, nuoce. L'obiettivo d'ogni lavoro letterario dovrebbe essere la fantasia - non la testa che si guasta, non il cuore che sanguina - ma l'immaginazione che si esalta e gioisce. Non avete mai provato l'ebbrezza dell'immaginazione?"
"Qualche volta. Ma credete che i suoi piaceri siano innocenti?"
"O non vi è innocenza, o lo sono. Credo che possiamo non commettere una colpa, ma non possiamo non immaginarla. Non vi è azione senza idea di azione; bisognerebbe escludere il merito di fare o non fare. I traviamenti dell'immaginazione sono naturali, spontanei, direi quasi obbligatori; son essi che costituiscono il valore morale delle nostre azioni."
"Queste teorie hanno tanto di specioso quanto hanno poco di vero" io dissi "ma, se non sono in errore, vostro cugino vi ha accusata con me di far un abuso della lettura."
"Sorvolo sui libri" rispose ella mestamente, "come sarei sorvolata sulla vita, se la vita fosse stata per me. Ho letto una volta di un fiore la sommità del cui calice è sparsa di un polline amaro e velenoso; le farfalle che vi si fermano troppo, vi muoiono; così è di tutte le cose; così è della vita. Non leggo né per imparare, né per pensare - abborro i libri di morale e di metafisica - leggo per dimenticare, per conoscere quali sono le gioie che il mondo dispensa ai felici e per goderne quasi di un eco, tutto ciò che io posso fruire dell'esistenza; fuggire dalla realtà, dimenticare molto, sognare molto. Voi comprenderete" aggiunse ella con aria di mesta ironia, "il bisogno che io ho di attenermi a questo sistema, non avete che a guardarmi."
"E perchè?" risposi io confuso e commosso da quelle parole. "Se siete inferma, guarirete; la vita ha dolcezze per tutti, ne ha di quelle assai intime che né gli uomini, né le sventure ci possono togliere il piacere di beneficiare."
"Beneficiare!" interruppe essa. "Ho provato. Ho gettato i miei gioielli e i miei abiti di seta dinanzi ad una folla di infelici che mi laceravano il cuore collo spettacolo della loro miseria. è dolce, ma non basta. L'esistenza non può essere tutta un sacrificio. La pietà non è che amore passivo, amore morto."
"è però sempre un aspetto dell'amore" io dissi "né lo possiamo credere un affetto solitario se lo vediamo ricompensato dalla gratitudine."
"Credo più presto alla gratitudine dell'amore che a quella del beneficio" rispose ella.
Io tacqui. Successe un istante di silenzio. Ad un tratto - o volesse ella vendicarsi dei tentativi che io aveva fatto per deviare la conversazione da quel soggetto, ora che me ne vedeva infervorato, o si dolesse realmente d'esservisi lasciata andare - proruppe in uno scroscio di risa, e disse:
"Sono pazza io! In che discorso vi ho mai trascinato! Capisco che con me si può camminare impunemente anche su questa china sdrucciolevole; ad ogni modo... è molto tempo che siete arrivato qui? Avete veduto tutta la città? Vi piace?"
"Da pochi giorni... e ho girovagato un poco per le vie. Sono del parere di vostro cugino..."
"Un paese di Barberia?"
"E di Pellirosse!"
Sorridemmo tutti e due, e credo l'una e l'altro per cortesia.
"Siete stato al giardino?"
"Una volta."
"E al castello."
"Vi è un castello?"
"Diamine! Avete visitato il paese ad occhi chiusi. Ho pregato mio cugino di condurmivi stasera. Se volete farci l'onore di accompagnarci..."
"Molto volentieri, ve ne ringrazio" e diceva la più solenne menzogna del mondo. "Dacchè ho lasciato Milano, sono vissuto in un isolamento il più rigoroso, ha paura di ammalarmi di solipsia; ma come uscir fuori di questo paese? La campagna è una landa, una brughiera; non vi è un'ombra, non vi ho ancora veduto un giardino, un fiore; io che vo pazzo dei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto..."
Fosca si alzò senza dir nulla, entrò nella stanza vicina, e ritornò subito, tenendo in mano un mazzetto piccolissimo di fiori che mi offerse senza parlare.
Quell'atto mi sorprese e mi turbò nel più profondo dell'anima. La sua offerta era stata fatta tanto opportunamente, e con tanta delicatezza che ne fui colpito. Ella s'avvide forse del mio turbamento, e si affrettò a dire come per togliermi d'imbarazzo:
"Anch'io amo molto i fiori, e se fossi sana vorrei coltivarne; ma se ne trovano parecchi che sono ingrati, e mi procurano delle terribili emicranie con i loro profumi. Anche la società dei fiori è qualche volta pericolosa." E vedendo che m'era alzato, o aveva preso il mio cappello per uscire, aggiunse avvicinandosi alla finestra che era aperta: "Guardate, abbiamo lì, nel palazzo di fronte, una serra magnifica, delle petunie, una collezione di gardenie..."
Così dicendo ci eravamo appoggiati al parapetto. In quel momento passava sulla via, e proprio in faccia a noi, un convoglio funerario. Ella lo vide, impallidì, retrocesse, si cacciò le mani nei capelli, emise un urlo terribile, e cade rovesciata sul pavimento.
Le sue cameriere accorsero e la trasportarono nelle sue stanze in preda alle convulsioni più violente.
Io uscii da quella casa, quasi insensato.



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