Avevo compiuto da poco i ventun anni, e avevo appena lasciato il college. Ero libero di scegliere la mia carriera, e la scelsi con molto slancio. (...) Gran parte della campagna che circonda la vecchia città universitaria ora è molto bella, ma trent'anni or sono lo era molto di più. (...) Certe strade trasversali tortuose, allora, come le ricordo io, erano più profondamente e naturalmente agresti, e le abitazioni solitarie sui lunghi pendii erbosi accanto ad esse, sotto i soliti, alti, olmi che incurvavano le fronde, a mezz'aria come il piegarsi verso l'esterno di un covone di grano, stavano con i cappucci di tegole ben tirati sulle orecchie (...) Un grigio pomeriggio di dicembre mi ero avviato in direzione del vicino paesetto di Medford, e stavo tornando indietro a passo regolare, osservando le tinte pallide e fredde, i colori d'ambra trasparente e di rosa appassita che drappeggiavano, come si conviene all'inverno, il cielo occidentale, e mi ricordavano un sorriso scettico sulle labbra di una bella donna. Al cadere del crepuscolo arrivai ad una stretta strada che non avevo mai percorso (...)
Stavo percorrendo da circa mezz'ora i viottoli tortuosi del cimitero, quando all'improvviso scorsi una figura a me nota seduta su una panchina, contro una siepe sempreverde rivolta verso sud.
(...) Attraverso le imposte guardai una stanza illuminata… una stanza illuminata da due candele in vecchi candelieri d'ottone posati sulla mensola del camino. Era evidentemente una specie di salotto che aveva conservato tutte le suppellettili. Queste erano modeste e antiquate. (...)
Un giorno feci una passeggiata fino al cimitero di Mount Auburn… un'istituzione che in quell'epoca era ancora nella sua infanzia, e piena di un fascino silvestre oggi completamente perduto. C'erano più aceri e betulle che salici e cipressi, e i dormienti avevano molto spazio a disposizione. Non era una città dei morti, ma al massimo un villaggio, e un viandante meditabondo poteva passeggiarvi senza vedersi ricordato, in modo importuno, l'aspetto grottesco delle nostre pretese ad una considerazione postuma.
Ero uscito per godermi il primo preannuncio della primavera… uno di quei giorni miti di fine inverno, quando la terra torpida sembra trarre il primo respiro profondo che segna il rompersi dell'incantesimo del sonno. Il sole era velato dalla foschia, e tuttavia era tiepido (...)
Per parecchi giorni pensai spesso a quella piccola avventura, ma mi presi la soddisfazione di tenerla per me (...)
Mi avvicinai alla casa dalla direzione opposta e mi trovai davanti ad essa più o meno alla stessa ora della prima volta. La luce stava sbiadendo, il cielo era basso e grigio; il vento ululava sul terreno duro e spoglio, sollevando lente ondate di foglie annerite dal gelo.
La casa malinconica era là, e pareva attirare attorno a sé il crepuscolo invernale, mascherandosi imperscrutabilmente.
(...) Un tempo era stata tutta dipinta di bianco, ma l'ampia schiena del tempo, appoggiandosi per cento anni agli stipiti della porta, aveva messo allo scoperto la grana del legno.
Dietro l'edificio si estendeva un frutteto pieno di meli, più nodosi e fantastici del solito che, nell'addensarsi del crepuscolo, avevano un aspetto desolato ed esausto.
Tutte le finestre della casa avevano imposte rugginose, a pannelli interi, ermeticamente chiuse. Non c'era segno di vita in quell'edificio; appariva vuoto e spoglio, e tuttavia, mentre indugiavo lì vicino, pareva avere un significato familiare... un'eloquenza percettibile. (...) Tornai indietro ed attraversai la strada. L'ultima luce rossa del tramonto si liberò mentre stava per svanire, e per un attimo, si posò sulla facciata della vecchia casa, inargentata dal tempo. (...) In quel momento mi dissi, con accenti di profonda convinzione, "La casa è infestata!"
vedi anche: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2020/02/il-giro-di-vite-di-henry-james-inizia.html
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