Teologia della Crisi (Existenz)

Considerata dialetticamente, la conseguenza forse più demoniaca di una teologia che accetta come suo fondamento la primordiale sovranità e santità di Dio è la sua sottomissione alla provvidenziale autorità di quello che Hegel chiamava "Dato", quello che per caso appare o è a portata di mano.

Durante tutto il diciannovesimo secolo cristiani radicali, come Dostojevskij, protestarono violentemente contro una teodicea che sanzionava qualunque orrore e ingiustizia in nome dell'assoluta sovranità di Dio.

La semplice verità è che finché Dio è conosciuto solo nella sua forma primordiale non esiste alcuna via per una comprensione teologica della storia, in quanto la storia viene totalmente negata secondo il metodo religioso universale, oppure spietatamente subordinata all'estranea autorità di ciò che Lutero chiamava la "legge" e Blake nomina come "Urizen" ("your reason", la vostra ragione, che in inglese ha la stessa pronuncia).

Proprio come una ragione puramente astratta e formale riflette l'immutabile datità del mondo, così il Dio della religione è impassibile e immobile e deve inevitabilmente apparire nella storia come il nemico del movimento e della vita.

Quando Nietzsche comprese il Dio cristiano come l'incarnazione più profonda dell'odio di sé e del risentimento dell'uomo, egli rivelò il solitario e trascendente Dio del cristianesimo come l'antitesi assoluta di una totale esistenza nella storia, o di ciò che il nuovo Zarathustra chiama il "corpo". Proprio perché una primordiale e religiosa divinità è l'antitesi della vita e della storia, il suo nome sacro può essere tanto naturalmente e spontaneamente evocato per sanzionare il male e l'ingiustizia (come, ad esempio, nel libro di Giobbe). Nessun orrore della nostra storia è stato tanto grande da non poter essere abbracciato dalla maggior parte del portavoce teologici che parlano in sua presenza, poiché ogni testimonianza storica contraria alla testimonianza mitologica della divinità primordiale si dirige necessariamente contro il movimento dinamico e l'umana attualità della storia. Quale maggiore coerenza teologica potremmo attenderci da un teologo il quale, parlando per il Dio primordiale, parla in realtà in nome di ogni cosa che limita e costringe la mano e il volto dell'uomo?

Una teologia cristiana dialettica deve tendere alla comprensione di una Parola che penetra nel presente, di una Parola che da trascendente si fa immanente, e deve perciò parlare sia contro le forme ecclesiastiche del passato, sia contro tutta quella realtà che è estranea e repressiva nel presente. Soprattutto, una tale teologia deve assalire ogni fonte di significato che stia al di là o che si opponga alla vita e al movimento dell'umanità, attaccando le ultime barriere che si ergono contro l'espansione dell'umanità, in quanto presumono di essere radicate in un terreno eterno e immutabile.

Lungi dal servire la dogmatica e istituzionale autorità della Chiesa, una teologia veramente dialettica dissolverebbe tale autorità aggredendo ogni legge e potere repressivo che si appelli a una fonte sacra o trascendente...

La teologia contemporanea deve ormai aprirsi al significato di una apocalittica e totale redenzione, una redenzione risultante dalla totale presenza di Dio in Cristo, mentre Dio stesso diviene il Verbo, la Parola progressivamente incarnata nel reale processo della storia.

Una teologia che esprima il movimento incarnato di Dio deve negare l'immagine tradizionale del Dio primordiale chiudendosi a ogni eco e memoria della forma originaria di Dio, così da aprirsi all'originaria sacralità e trascendenza di Dio in una profana e immanente totalità.

Dialetticamente, ogni cosa dipende dal riconoscere il significato della totale identificazione di Dio con Gesù, e dal comprendere che è Dio che diviene Gesù e non Gesù che diviene Dio.

Il movimento in avanti del Verbo Incarnato è da Dio a Gesù, e il Verbo continua il suo movimento kenotico lungo la sua direzione procedendo dal Gesù storico al corpo universale dell'umanità (sì, vabbè, come no. "Corpo universale dell'umanità" formata da maschi e da femmine, ma col cavolo che nel cristianesimo c'è "la Redentrice e Dea Donna" Nota di Lunaria) rendendosi con ciò manifesto in ogni mano e volti umani.

(Mah... a me risulta che dopo 2000 anni ancora non avete divinizzato nessuna donna, mentre invece la divinizzazione del dio maschile c'è da sempre)

In nessun punto di questo processo dialettico possiamo isolare il Verno per affermare che in esso ha la sua finale e definitiva espressione.

Qualsiasi astrazione del Verbo dalla storia porta necessariamente a perdere il significato del processo d'incarnazione, isola la teologia dall'attività e dal movimento del Verbo e pone inevitabilmente la teologia sul cammino regressivo delle forme religiose di cristianesimo.

Perciò, la regressione religiosa dev'essere considerata come il nemico specifico della fede cristiana: è la tentazione suprema che insidia la fede nel movimento in avanti del Verbo e perciò la teologia deve essere sempre impegnata nella negazione di ogni passata forma del Verbo, non fosse altro che come mezzo per aprirsi all'espansione di un futuro escatologico nel presente.

La teologia contemporanea è indiscutibilmente in crisi, forse si trova nella crisi più profonda che la teologia cristiana abbia mai dovuto affrontare dal giorno della sua nascita. Questa crisi è evidente in tre ambiti: 

1) Nel rapporto della teologia dogmatica con la sua motivazione biblica, una crisi dovuta all'ascesa della critica storica moderna

2) Nel rapporto della teologia con la sensibilità e con la Existenz dell'uomo contemporaneo, crisi dovuta alla morte di Dio.

3) Nel rapporto della comunità dei fedeli con l'intero ordine sociale, con le istituzioni politiche ed economiche, crisi la cui origine è dovuta al crollo della cristianità. 

Mi propongo di mettere a fuoco il secondo ambito, anche se isolarlo dagli altri due non è che artificiale.

Inoltre accetteremo la verità contenuta nella proclamazione della morte di Dio compiuta da Nietzsche, una verità che fino ad oggi è stata ignorata o messa da parte dalla teologia contemporanea.

Ciò significa che considereremo la morte di Dio come un evento storico: Dio è morto nel nostro tempo, nella nostra storia, nella nostra esistenza.

L'uomo che sceglie di vivere il nostro destino non può conoscere la realtà della presenza di Dio né considerare il mondo come sua creazione; o per lo meno, non può essere sensibile, nella sua coscienza come a livello conoscitivo, alle immagini cristiane classiche del Creatore e della creazione. Data questa situazione, affermare le forme tradizionali della fede significa scegliere una fuga gnostica dalla brutale realtà della storia...

Se si ammette che Kierkegaard ha fondato la teologia moderna, si è tentati anche di affermare che Kierkegaard è l'unico vero teologo moderno. Egli è infatti l'unico teologo il cui metodo sia dialettico conformemente ai suoi principi: la fede né si unisce al mondo né si isola dal mondo; la fede è sempre il risultato di una negazione dialettica del mondo, della "storia" e dell'"oggettività". Tuttavia dobbiamo ricordarci che il metodo di Kierkegaard ha due gravi limiti, per quel che riguarda la dialettica: non supera mai la fase negativa e di conseguenza non raggiunge mai il livello della coincidentia oppositorum. Mentre una definizione della fede come soggettività (cioè l'autentica esistenza umana culmina con la fede) poteva essere ammissibile al tempo di Kierkegaard, certamente non lo è più in un'epoca in cui la morte di Dio fa parte della coscienza contemporanea. Oggi la teologia deve affrontare il compito difficilissimo di istituire una sintesi dialettica tra una soggettività radicalmente profana (Existenz) e una fede biblica autentica. Evidentemente questa definizione del compito della teologia è dialettica e, da questo punto di vista, la teologia può riuscire in questa operazione solo se farà uso di un metodo interamente dialettico. 

Ciò significa che la teologia può raggiungere una vera e propria coincidentia oppositorum solo se metterà in evidenza l'opposizione radicale  che esiste tra Existenz e fede.

Quando l'Existenz e la fede saranno riconosciute come veri contrari, allora si avrà la possibilità di raggiungere una definitiva coincidentia oppositorum.

Ma tale coincidenza può essere raggiunta solo sulla base della negazione più radicale. Fermarsi prima della negazione più profonda significa precludere la possibilità di una sintesi dialettica. Questo è il motivo per cui Kierkegaard ha preparato la via per una forma di fede interamente dialettica.

Dal punto di vista teologico, il ventesimo secolo si aprì con una reazione teologica contro la nuova alienazione che il nostro tempo aveva imposto alla fede cristiana. Una forma di questa alienazione può venire osservata nella condanna di Nietzsche al no cristiano…

Dio degenerò nella contraddizione della vita, invece di esserne la trasfigurazione e il Sì eterno! Dio è la dichiarazione di guerra contro la vita, contro la natura, contro la volontà di vivere! Dio - la formula per ogni calunnia contro "questo mondo" per ogni menzogna intorno alla "vita futura"!

Dio - la deificazione del Nulla, il desiderio del Nulla dichiarato santo.

Un'altra forma intimamente connessa di alienazione moderna del cristianesimo deriva dalla scoperta dello "scandalo" escatologico del Nuovo Testamento.

Gli studiosi moderni rivelarono un Gesù enigmatico ed estraneo al nostro tempo (Schweitzer), poiché tutto il suo messaggio e tutta la sua azione erano basati sull'attesa della venuta immediata della fine del mondo. Il Gesù che veniamo a "conoscere" è un deluso e fanatico ebreo, il suo messaggio è totalmente escatologico, e perciò Gesù e il suo messaggio non hanno nessun significato per il nostro tempo e per la nostra condizione.

L'uomo moderno può conoscere la fede solo come "scandalo"; la fede è completamente in contraddizione con la realtà che siamo nel nostro profondo.

Karl Barth riconobbe questo "scandalo" e fondò la Teologia della Crisi adottando il metodo dialettico di Kierkegaard, un metodo che lo portò a enunciare un rapporto antitetico tra il Verbo di Dio e la parola dell'uomo. Il Verbo di Dio - il sì di Dio - non può essere che un no all'uomo corrotto, autonomo e "religioso"; poiché Barth basò la sua posizione sull'infinita diversità qualitativa posta da Kierkegaard tra tempo ed eternità.

Nel suo commento all'Epistola ai Romani e nel suo libro sulla risurrezione dei morti, Barth riuscì a considerare la "fine" escatologica come una Krisis esistenziale, dal momento che tradusse un simbolo escatologico indicante la fine cosmica del mondo in un simbolo umano rappresentante la crisi originaria dalla condizione dell'uomo peccatore che deve affrontare il Dio della giustizia.

Seguendo la tesi esistenziale di Kierkegaard secondo la quale la verità è "soggettività", Barth tradusse i simboli escatologici della fede biblica in simboli che riflettono una crisi dell'Existenz umana.

Fu così che la fede escatologica divenne intensità esistenziale, e così furono gettate le basi della corrente esistenzialistica della teologia dialettica protestante. è molto significativo che Barth, quando più tardi si accinse a costruire una teologia dogmatica che fosse la continuazione delle forme storiche della fede cristiana, s'allontanasse sia dal precedente discepolato di Kierkegaard sia dal metodo dialettico. Molto probabilmente Barth si rese conto che un metodo dialettico deve negare tutte le espressioni umane del significato della fede (incluso il credo e le asserzioni dogmatiche della Chiesa storica) per affermare paradossalmente le espressioni più profonde della "soggettività" o dell'Existenz.

Il lavoro del primo Barth è stato continuato da molti seguaci, i più importanti tra questi sono Paul Tillich e Rudolf Bultmann, il primo impegnato in una teologica ontologica, il secondo in una teologia biblica.

Sebbene sotto molti aspetti questi teologi siano dissimili, essi sono uniti dall'obiettivo dialettico di porre in correlazione la coscienza che l'uomo moderno ha di sé (che essi ritengono culminare in una disperata coscienza della condizione umana) con la risposta di Gesù (considerato come il Verbo) a questa coscienza.

Sia Tillich che Bultmann lavorano su una teologia dell'immanenza che abbraccia tutta la condizione umana quanto il verbo della fede (considerato indipendentemente dalla struttura cosmica e trascendente della teologia tradizionale)

E, ancora, entrambi iniziano la propria ricerca dallo "scandalo" escatologico della fede cristiana, che è una prassi corrispondente, come abbiamo visto, a quella di Nietzsche, quando formula la sua condanna al no del cristianesimo… 

Se la teologia deve imboccare la strada della dialettica, allora deve imparare il vero significato del sì e del no: deve percepire la possibilità di un sì che può mutarsi in un no, e la possibilità di un no che può mutarsi in sì; in breve, deve presentire una coincidentia oppositorum dialettica.

Che la teologia gioisca poiché ancora una volta la fede è "scandalo" e non semplicemente uno scandalo morale, una offesa dell'orgoglio e al senso della giustizia dell'uomo, ma uno scandalo molto più profondo, uno scandalo ontologico! (Ovviamente Altizer non ha mai riflettuto sul punto essenziale, che è realmente scandaloso: come mai questo dio si è fatto solo maschio e non anche femmina, e cosa questo lascerebbe intendere...)

Poiché la fede escatologica va contro la realtà più profonda di ciò che noi consideriamo storia e cosmo.

Attraverso la concezione nietzschiana dell'Eterno Ritorno possiamo intuire la liberazione estetica determinata dalla dissoluzione della trascendenza dell'Essere e dalla morte di Dio - e possiamo trovare una simile estasi in Rilke e Proust; dalla rappresentazione nietzschiana di Gesù la teologia deve imparare quale sia la potenza di una fede escatologica, che può liberare il credente contemporaneo dalla realtà inevitabile della storia.

Ma bisogna conquistare la liberazione per mezzo dell'affermazione, poiché la sola negazione porta verso lo gnosticismo.

Il credente che dice di no al nostro presente storico, che rifiuta l'esistenza intorno e dentro di sé, che si pone contro il nostro tempo e il nostro destino, e che tuttavia va alla ricerca di una liberazione in un'"eternità" che non è in rapporto col nostro tempo presente, o se lo è, lo è solo in modo negativo, questo credente viene costretto a soccombere al pericolo dello gnosticismo.

Di conseguenza una fede che s'aggrappi nostalgicamente a un passato perduto, a un passato che non ha alcun rapporto significativo col nostro presente, non può sfuggire all'accusa di essere gnostica; poiché una totale negazione del nostro destino può solo trovare le sue radici in una negazione gnostica del mondo. Una forma veramente dialettica di fede, non potrà mai essere gnostica, poiché non dissocerà mai la negazione dall'affermazione; e quindi la sua negazione della "storia" deve sempre trovare la sua radice in una affermazione del "presente".

Si deve considerare la crisi odierna della teologia come una crisi che nasce dal grembo della teologia stessa.

La teologia ha avuto origine dalla volontà della fede di entrare  nella storia; ora la teologia deve morire per mano di una fede abbastanza forte da sconvolgere la storia. Se la teologia vuole trascendersi, allora deve negarsi, poiché la teologia può rinascere solo con la morte della cristianità, morte che, in ultima analisi, significa la morte del Dio cristiano, del Dio che è la trascendenza dell'essere.

Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che è stato il Dio cristiano a rendere l'uomo schiavo dell'alienazione dell'"essere" e del senso di colpa della "storia".

Ora, tuttavia, il cristiano contemporaneo può rallegrarsi e gioire poiché il Gesù che il nostro tempo ha scoperto è il proclamatore di un vangelo incarnante un Regno che rovescia l'ordine della "storia" e mette in dubbio la stessa realtà dell'"essere". Forse finalmente siamo pronti a comprendere la vera unicità del vangelo cristiano.

La storia delle religioni ci insegna che il cristianesimo si differenzia dalle altre religioni evolute di questo mondo per tre motivi: 

1) per l'annuncio dell'Incarnazione

2) per la sua etica che rovescia i valori del mondo

3) per il fatto che il cristianesimo è l'unica religione del mondo che abbia sviluppato - o che in modo significativo abbia iniziato - una forma radicalmente profana di Existenz.

La cristianità immaginò che l'Incarnazione significasse un'unione adialettica (o parziale) di tempo ed eternità, di carne e Spirito; e perciò abbandonò la forma di etica che avrebbe rovesciato il mondo, e introdusse l'epoca nuova di una storia assolutamente autonoma (l'Existenz profana)

(Nota di Lunaria: Aridaje. ovviamente Altizer non ha mai riflettuto sul punto essenziale, che è realmente scandaloso: come mai questo dio si è fatto solo maschio e non anche femmina, e cosa questo lascerebbe intendere...)

Ciò che conosciamo come l'immagine tradizionale dell'Incarnazione non è altro che il mezzo impiegato dalla cristianità per preparare la via all'inevitabile volontà della morte di Dio, poiché fu questa immagine tradizionale a rendere possibile la santificazione del "tempo" e della "natura", una santificazione che, in ultima analisi, portò alla trasformazione dell'eternità in tempo.

Se questo processo portò alla dissoluzione della cristianità, tuttavia esso è un prodotto della cristianità, e la fede oggi deve affrontare le conseguenze di un'unione dialettica di tempo ed eternità.

Può esistere una forma di fede che voglia attuare l'unione dialettica tra tempo ed eternità, ovvero del sacro e del profano? Possiamo già scorgere parallelismi significativi tra la concezione nietzschiana dell'Eterno Ritorno e la proclamazione del Regno di Dio da parte di Gesù.

Accettando il motto "L'Essere inizia ad esistere in ogni attimo", come l'espressione simbolica più profonda dell'Existenz contemporanea, vediamo che l'esistenza profana moderna conosce una forma d'Incarnazione.

Come il suo modello del Nuovo Testamento, la forma profana dell'Incarnazione separa l'esistenza autentica dalla presenza dell'"essere" e della "storia" e lo fa dialetticamente.

Il sì dell'Eterno Ritorno erompe dal più profondo no; solo quando l'uomo sarà stato superato solo allora l'"essere" incomincerà in ogni "attimo". Bisogna riconoscere che l'Existenz moderna ha risuscitato un'etica che capovolge il mondo - e se ne trovano esempi in Marx, in Freud, in Kafka e nello stesso Nietzsche.

Può il cristiano accogliere la nostra Existenz come un modo paradossale per arrivare alla fede escatologica? Questo è certo il problema che la crisi della teologia ci pone oggi.


"Lo Scrigno delle Meraviglie"

Pur di entrare in possesso dello Scrigno delle Meraviglie, una scatola dai magici poteri, opera di un celebre alchimista medievale - la truce banda del bieco Abner è disposta a compiere qualunque efferatezza. Ma la scatola passa dalle malsicure mani di un vecchio burattinaio (ma sarà proprio un burattinaio?) in quelle del giovane Kay che ne sfrutta e sperimenta tutti gli straordinari poteri.

Rapimenti, sospetti, travestimenti, una messa di Natale che rischia di non essere celebrata, sconcertanti colpi di scena: la stampa scalpita, la polizia indaga...



Léon Bloy

Jacques si giudicò semplicemente ignobile. Era odioso rimanere lì, al buio come una spia sacrilega, mentre quella donna a lui sconosciuta si stava confessando.

Ma allora avrebbe dovuto andarsene subito, non appena era arrivata assieme al sacerdote con indosso la cotta, o almeno fare un po' di rumore, in modo che fossero avvertiti della presenza d'un estraneo. Adesso era troppo tardi e non avrebbe fatto altro che aggravare quell'indiscrezione di per sé già imperdonabile.

Si era trovato sfaccendato, come gli onischi in cerca di un luogo fresco, sul finire d'una giornata canicolare; e gli era venuta l'idea piuttosto peregrina di entrare nella vecchia chiesa. Si era seduto in quell'angolo in ombra dietro al confessionale, per vagare con la mente osservando impallidire la luce del rosone.

E senza sapere come e perché, dopo qualche minuto era diventato il testimone affatto involontario d'una confessione.

è vero che le parole gli giungevano indistinte e che, tutto sommato, sentiva soltanto un bisbiglio, tuttavia da ultimo il colloquio sembrava farsi animato. Qua e là, alcune sillabe si staccavano dal flusso incolore di quel chiacchierio penitenziale; e il giovane, che, guarda caso, era tutt'altro che un tanghero, temette davvero di cogliere qualche confessione, evidentemente non destinata alla sua persona. Quindi, d'un tratto la previsione s'avverò.

Fu come se si levasse una violenta ondata, poi l'inda immota si scisse rumoreggiando per lasciar sorgere un mostro, e colui che ascoltava, al colmo dell'angoscia, udì pronunciare con tono spazientito queste parole: "Padre, le dico che gli ho messo del veleno nella tisana!"

Poi, più nulla. La donna, il cui viso restava invisibile, si alzò dall'inginocchiatoio per scomparire silenziosamente nella foresta d'ombre.

Quanto al prete, non dava segno di vita, e trascorsero minuti interminabili prima che aprisse lo sportello e si allontanasse a sua volta col passo pesante d'un uomo che ha ricevuto una mazzata.

Ci vollero il tintinnio insistente delle chiavi dello scaccino e l'intimidazione di uscire, ripetuta sbraitando nella navata, perché anche Jacques si alzasse, inebetito da quella frase che echeggiava in lui tumultuosamente.

Aveva riconosciuto perfettamente la voce di sua madre!

Oh! impossibile essersi sbagliati. Aveva persino riconosciuto la sua andatura, quando l'ombra della donna si era levata a due passi da lui. Ma allora... allora tutto crollava, erano tutte balle, era stata soltanto una mostruosa presa in giro!

Viveva da solo con la madre, che non vedeva quasi nessuno e usciva unicamente per andare alle funzioni.

Si era abituato a venerarla con tutta l'anima, come un esempio unico di rettitudine e bontà.

Per quanto risalisse con la memoria nel passato, non trovava né un'ombra né una macchia, non una bassezza o un sotterfugio.

Una bella strada bianca a perdita d'occhio, sotto un cielo grigio. Perché l'esistenza della poverina era stata molto triste.

Il giovane aveva appena conosciuto suo padre, ucciso a Champigny, e dalla scomparsa del marito ella non aveva ancora smesso il lutto, tutta dedita all'educazione del figlio, da cui non si separava un solo giorno.

Non aveva voluto mandarlo a scuola per timore delle cattive compagnie, assumendosi il compito della sua istruzione e rinunciando a se stessa pur di crescerlo a propria immagine. 

In conseguenza di quel sistema di vita egli avevi una sensibilità inquieta e un sistema nervoso particolarmente eccitabile, che lo esponevano alle minime offese - e forse anche ad autentici pericoli.

Con l'adolescenza erano venute le inevitabili scappate, alle quali la madre non poteva porre un freno, e che l'avevano resa un po' più malinconica, ma non per questo meno affettuosa. Nessun rimprovero, nessun muso. Aveva accettato come tante altre l'inevitabile.

Così tutti parlavano di lei con rispetto, mentre lui, il suo adorato figliolo, era l'unico al mondo che si vedeva costretto a disprezzarla - a disprezzarla in ginocchio e con gli occhi bagnati di pianto, come gli angeli avrebbero disprezzato Dio se non avesse mantenuto le sue promesse!...

C'era veramente di che impazzire, c'era da dare in escandescenze davanti a tutti. Sua madre un'assassina!

Non aveva senso, era un'assurdità troppo grande, assolutamente da non credersi; e tuttavia era vero. Non l'aveva forse detto lei stessa un momento prima? Avrebbe sbattuto la testa contro il muro.

Ma poi avvelenatrice di chi? Buon Dio! Non gli risultava che nella cerchia dei suoi familiari qualcuno fosse morto avvelenato. Non certo suo padre, colpito al ventre da una raffica di mitraglia. E neppure avrebbe cercato di uccidere lui, che non si era mai ammalato, che non aveva mai avuto bisogno di tisane e che sapeva quanto lei lo adorava. La prima volta che era rincasato tardi, e non certo per qualcosa di molto pulito, era stata male lei, per l'apprensione.

E se si fosse trattato di un fatto antecedente alla sua nascita? Suo padre l'aveva sposata per la sua bellezza, e lei allora era appena ventenne. Che qualche avventura precedente alla loro unione fosse all'origine del delitto?

No. Quel passato era limpido e a lui noto per essere stato raccontato infinite volte con sicuri dati di fatto. Perché dunque questa tremenda confessione? Ma soprattutto perché proprio lui doveva trovarsi presente! Tornò a casa ubriaco di orrore e disperazione.


Subito la madre premurosa gli si fece incontro per abbracciarlo. 

"Hai fatto tardi, figliolo! Come sei pallido! Non stai bene?"

"No", egli rispose, "sto bene, ma soffro il caldo e temo che non riuscirò a mangiare. E tu, mamma, come ti senti? Sarai uscita a prendere un po' di fresco. Mi pare d'averti intravista di lontano sul lungosenna."

"Sì, sono uscita, ma non hai potuto vedermi sul lungosenna, perché sono stata a confessarmi. Cosa che credo tu non faccia da parecchio tempo, ragazzaccio!"

Jacques constatò con meraviglia che non soffocava; non era caduto riverso, folgorato, come avveniva nei buoni romanzi.

Quindi davvero era stata a confessarsi! In chiesa non aveva sognato, questa terribile sciagura non era frutto di un incubo come aveva follemente sperato per un momento.

Non svenne, ma diventò molto più pallido, e la madre vedendolo in quello stato si allarmò.

"Caro Jacques, che cos'hai?", gli disse. "Tu stai soffrendo e nascondi qualcosa a tua madre. Dovresti avere più fiducia in lei, che vuol bene soltanto a te e ha solo te al mondo… In che modo mi guardi! Tesoro mio… Ma che ti succede? Mi fai paura!"

E lo prese amorevolmente fra le braccia.

"Ascolta bambinone, io non sono curiosa, lo sai e non ti voglio giudicare. Non dirmi nulla, se non vuoi, ma lascia che mi prenda cura di te. Ora vai subito a letto. Intanto ti preparo qualcosa di leggero. Te lo porterò io. E se questa notte dovesse venirti la febbre, ti farò una TISANA..."

Questa volta Jacques stramazzò a terra.


"Finalmente!", ella sospirò un po' affaticata, con la mano protesa verso un campanello. Jacques aveva un aneurisma all'ultimo stadio, e sua madre un amante che non intendeva diventare patrigno. Questo dramma elementare ebbe luogo tre anni fa nei pressi di Saint-Germain-des-Prés. 

La casa che ne ospitò i protagonisti appartiene a un impresario di demolizioni.


La Cascinazza a Villa Cortese

Info tratte da

Nel novembre 1914 Francesco Ferrazzi prese in affitto i possedimenti dei Rossetti-Martorelli, posti in Dairago, Villa Cortese, Borsate, Bienate, Buscate, Arconate. Tra queste proprietà vi era la Cascinazza, posta in territorio di Dairago ma confinante con Villa Cortese. Nei 19 locali che, con le 5 stalle costituivano la cascina, abitavano 4 famiglie. L'antichità di questa cascina è testimoniata da una stalla a volta con colonna di granito al centro, del XV secolo.

Nel maggio 1982, in una camera del piano superiore della Cascinazza, ormai non più abitata, la caduta di un frammento di intonaco portò alla scoperta di una porzione di affresco; ne furono rinvenuti 4, di cui  tre leggibili e strappabili, mentre il quarto era indecifrabile. Gli affreschi dovrebbero essere del '700. Nel primo affresco l'anonimo artista raffigura un bue in una cornice barocca; il secondo affresco posto sopra uno stemma, rappresenta un castello a due torri tonde, identificato col castello di Azzate in provincia di Varese; il terzo raffigura la basilica di S. Giovanni in Busto Arsizio.


Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/06/villa-cortese-e-inveruno.html

AGGIORNAMENTO DEL 23 APRILE 2026: Tornando a Villa Cortese (ovviamente a piedi 😂) ho visto che la cascina di via Emilia è stata tutta recintata, tipo cantiere 😥 Spero la stiano restaurando e NON demolendo 😭 Ad ogni modo, meglio pubblicare qui le foto che ho scattato alcuni anni fa, affinché non vada perduto il ricordo di questa via di Villa Cortese 💜😍:









Primo Amore (Gaia Junior)

Minna ha undici anni e desidera molte cose: che sua madre smetta di scrivere per ascoltarla veramente; vivere in una casa tranquilla e ordinata come quella del suo amico Lucas e, soprattutto, suonare Mozart come merita di essere suonato.

Anche Willa ha undici anni e sogna di trovare il vero amore e di fare cose straordinarie e specialissime… il problema è: quali sono le cose realmente straordinarie? Minna e Willa: due ragazze che si affacciano nel mondo, pronte a scoprire qualcosa di molto importante sul significato di fatti e finzioni, sul perché certe cose accadono e basta, e su ciò che può farle realmente felici… per esempio, un primo amore.

Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/gaia-junior.html

Una Magia per Molly (Horror)


 Il ragazzo è stato maledetto, i suoi occhi sono ridotti a orbite vuote per un atto di indicibile crudeltà.

Ma nonostante questo a lui non sfugge nulla.

Gli è stato dato il potere di combattere l'oscurità con la violenza della vendetta.

è tanto forte da paralizzare tutti quelli che lo guardano e zittire per l'eredità chi lo sfida.

Eppure lui è l'unico in grado di lottare contro i terrificanti demoni.

Sapendo che se perde la battaglia, l'intero universo verrà precipitato nell'orrore dei dannati.





Festa della Palombella, Pranzo del Purgatorio, Festa delle Regne

Alcune feste dalle probabili origini pagane che servivano a "trarre aruspici" e univano elementi funebri (le anime dei morti) a quelli della fecondità (i prodotti agricoli offerti) 

Info tratte da

La festa rappresenta la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria riuniti in preghiera. 

Nel 1387 la Pentecoste veniva celebrata ad Orvieto con una festa simile a quella attuale; dai registri contabili dell'epoca sappiamo che la colomba bianca veniva pagata tredici soldi e sei denari.

Nel 1542 la nobildonna Giovanna Monaldeschi della Cervara lasciò in eredità la sua tenuta del castello affinché la festa con il volo della Colombina fosse rappresentata per sempre.

A partire dal 1846 la festa non si svolge più all'interno del Duomo ma nella piazza.

Anticamente si facevano previsioni: se la Palombella arrivava spedita senza intoppi, ciascuno tirava un sospiro di sollievo; in caso contrario c'era da aspettarsi sfortune.

In tempi recenti, la festa si organizza così: a mezzogiorno il vescovo del Palazzo dell'Opera del Duomo, agita un lino bianco.

A questo segnale si accendono i razzi posti intorno ad una raggiera, alla quale è legata, con nastrini rossi, una colomba bianca. La colomba, sospinta dai razzi, scivola lungo un cavo d'acciaio, teso fra il tetto della chiesa di San Francesco e un Cenacolo, collocato davanti alla porta maggiore della cattedrale.

Quando la Palombella, al termine della sua corsa, giunge al Cenacolo, incendia i mortaretti che scoppiano e accendono alcune fiammelle sulla testa della Madonna e degli Apostoli.

La colomba viene consegnata all'ultima sposa che abbia celebrato le nozze in Duomo, perché la tenga con sé fino alla sua morte naturale.


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Il pranzo costituisce il momento culminante della manifestazione della Fratellanza del Purgatorio, un'antica associazione religiosa medievale, che aveva lo scopo di procurare suffragi alle anime dei defunti.

La sua origine sembra essere nel XII secolo ma le fonti scritte la datano alla fine del '700, a causa degli incendi che hanno distrutto gli archivi comunali.

Oggi si festeggia così: il giovedì grasso di ogni anno i membri della Confraternita, incappucciati girano di casa in casa a raccogliere offerte come i prodotti della campagna. Nel pomeriggio i beni vengono messi all'asta: il ricavato servirà a finanziare il Pranzo del Purgatorio.

Il menù è sempre uguale da secoli: brodo di tinca, baccalà, frittura pesce di lago, fagioli cannellini di Gradoli.

Ciascun partecipante (duemila persone) porta da casa pane e posate e versa un obolo per le messe di suffragio. A ogni libagione si grida "Evviva le anime del Purgatorio!"


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La festa delle Regne (che in dialetto significa "covoni di grano") si svolge a Minturno (Latina), in onore della Madonna delle Grazie, ma ha origini pagane: era un'antichissima festa dedicata al ringraziamento per il raccolto, poi cristianizzata.

Le prime notizie risalgono al 1378, quando a seguito di una carestia i frati decidono di chiedere offerte andando in casa con l'effige della Madonna.

La festa vera e propria però nasce da una leggenda del 1681, quando si apre una crepa nel muro del santuario di S. Francesco e ricompare, sepolta da tempo immemore, l'immagine di Maria accompagnata dagli angeli.

La gente grida al miracolo. E da quel giorno la Madonna riceve, la seconda domenica di luglio, l'omaggio del grano.

Si celebra mimando i gesti della raccolta del grano con gli arnesi del tempo. I covoni di grano sono portati in processione su carri trainati da buoi, ricolmi di grano e con pannelli rappresentanti scene di vita campestre. Giunti in piazza, inizia il rito della battitura sull'aia. A tempo, in cerchio, gli uomini colpiscono le spine roteando il viglio, due bastoni legati da strisce di cuoio. 

Le donne (le "pacchiane" come erano chiamate le contadine) lanciano alti in aria i chicchi di grano perché il vento porti via polvere e paglia.

Alla fine del rito, una donna si inginocchia e offre il grano alla Madonna in segno di ringraziamento e poi col gesto del seminatore, lo spande tra i presenti in segno di buon augurio. Il resto del raccolto viene offerto ai frati francescani.