Norvegia (1) Introduzione all'Edda

Vabbè, parlare di Norvegia quando si ascolta Metal è quasi un clichè 😒 .... comunque riporto tutta la serie di approfondimenti che ho fatto anche su questo paese... anche se ad essere sincera non sono una grande appassionata di mitologia nordica.

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Il mito degli Dei nei "Canti dell'Edda"

Molte sono le fonti a cui noi attingiamo notizie del paganesimo nordico. La redazione nota da più tempo è quella che oggi viene definita "Edda Nuova" o "Edda in prosa": ne fu autore il poeta norvegese Snorri Sturluson (1178-1241). Si tratta di un libro che insegnava agli "Skaldi" ossia ai poeti di corte, l'arte di comporre le poesie: contiene perciò regole di prosodia intercalate con esempi evidentemente attinti ad una più antica tradizione con cui Snorri era venuto in contatto. Tale più antica tradizione, ormai spenta nella Norvegia del XIII secolo, era ancora viva a quell'epoca nell'Islanda, l'isola nordica verso cui erano emigrate fin dall'IX secolo alcune tribù norvegesi. Questa circostanza merita di essere sottolineata in quanto ci aiuta a capire la peculiare concezione del mondo che si riflette nei Canti dell'Edda e in genere nella mitologia nordica. La prima considerazione da tener presente concerne lo spirito avventuroso dei Vichinghi e il ruolo della violenza, astuzia, vendetta nell'ethos di quelle popolazioni.
Chi erano i vichinghi? Erano antichissime popolazioni scandinave che usavano l'ascia di guerra. Pressoché sconosciuti ai Greci e ai Romani, i Vichinghi cominciarono a far parlare di sé nei primi secoli del Medio Evo quando, datisi a vivere di piraterie e di saccheggi, sciamarono con le loro navi, i drakkar, dai freddi mari del nord per portare la distruzione ovunque approdassero.


Navigatori intrepidi, assetati di avventure e bottino, essi si spinsero fino in Russia, in Francia e nel Mediterraneo. Vestivano corazze pesanti, lanciavano frecce, lance, maneggiavano spade e scudi; amavano la guerra e non conoscevano né paura né pietà. E le donne non erano da meno degli uomini. Stando così le cose, è ben logico che nell'Edda perfino gli Dei siano violenti, vendicativi e pronti all'inganno. Il terrore delle scorrerie vichinghi-normanne fu causa del crollo dell'Impero Carolingio nel 887 d.c. L'istituzione di un ducato di Normandia nel 911, e più tardi la formazione delle Contee d'Aversa e di Melfi nell'Italia meridionale contribuirono a coinvolgere nella gestione civile della vita economica e sociale di tipo cristiano. Ma il ceppo originario, stanziato in Islanda e Norvegia, rimase più tenacemente legato alle native tradizioni; e fu proprio il gruppo islandese a cantare nell'Edda i temi degli Dei e degli eroi. Infatti la maggior parte delle poesie dell'Edda sono contenute in una grande raccolta islandese, un codice in pergamena, scoperto nel 1643 dal vescovo danese Bryniolf Sweinsson che lo inviò in dono al re Federico III. Tale "Codex Regius" si trova ancora oggi custodito a Copenhagen e contiene il testo dell'Edda antica o poetica.
Non è chiaro cosa voglia dire il termine "Edda": alcuni credono che derivi da Oddi, Odino, e che significhi "poesia di Odino"; altri invece lo interpretano come "arte poetica".
L'Edda contiene i canti degli eroi e degli Dei e le poesie di argomento didascalico e gnomico. "I Canti degli Eroi", che sono più numerosi e più antichi riflettono un costume ancora pagano: esaltano la forza nella sua manifestazione più rude e immediata ed esprimono quasi sempre sentimenti semplici e primitivi. Tra i "Canti degli Eroi" ricordiamo la canzone dedicata a Sigurd e a Sigrdrifa, che nella saga nibelunica ritroveremo con i nomi di Siegfried\Sigfrido e Brunilde.
Tra i "Canti degli Dei" ricordiamo l'Havamal, "Gli insegnamenti dell'Altissimo", il Canto di Thrym, la Voluspa, visione profetica della Sibilla detta Volva, sulle origini e sulla fine del mondo nonché sul nuovo mondo che sorgerà dalle rovine di questo dopo il fatale crepuscolo degli Dei.
è proprio in rapporto ai "Canti degli Dei" che è possibile avvertire l'evoluzione del costume e dei sentimenti delle popolazioni vichinghe in seguito alla conversione cristiana: per esempio, il mito di Balder, dio giovinetto amato dagli Dei ma destinato a morire, salvo poi resuscitare e regnare in pace.

Nota di Lunaria: su Balder\Baldur riporto questo approfondimento, tratto da


 Perché, tra i tanti sempreverdi, proprio l'agrifoglio e il vischio accompagnano le feste natalizie?
La leggenda nordica che ce ne narra l'origine non è molto allegra.
Baldur, figlio di Odino, venne ucciso da un suo nemico, Loki, appunto con una freccia tratta da un ramo di vischio.
Odino maledisse la pianta, ma la moglie del Dio, piangendo la morte di Baldur, vi fece cadere alcune lacrime, che diventarono perle: così il vischio fu rivalutato, anche se fu allontanato dai templi in favore dell'agrifoglio, il cespuglio accanto al quale era spirato Baldur, reso da Odino sempreverde e dotato di bacche rosse, in ricordo del sangue sparso dal figlio.
L'agrifoglio venne subito ammesso nelle chiese cristiane, mentre al vischio ne fu a lungo vietato l'accesso, dato l'uso fattone dalle religioni pagane, che lo avevano rivestito di tanti significati magici. Poiché ciò sia avvenuto, resta un mistero, anche se numerose leggende circondano questo sempreverde.
Il vischio è una pianticella parassita di diversi alberi, con foglie verdi e dure e frutti a bacca bianchi. In genere, però, il mito si riferisce al vischio quercino, parassita delle querce che ha foglie più piccole di quello comune.
Vischio e querce erano sacri ai druidi, gli antichi sacerdoti celtici, e sacro era il rituale con cui, durante il solstizio d'inverno, i rametti venivano staccati dall'albero: l'operazione veniva effettuata con un falcetto d'oro, e il vischio, per non perdere i suoi poteri occulti, non doveva toccare il suolo, ma essere raccolto in un panno di lino.
Plinio ci spiega questo complesso procedimento dicendoci come i druidi ritenessero così di "evirare la quercia". La credenza ci porta alla magia similitudinaria: il liquido appiccicoso del vischio era forse paragonato a quello spermatico, per cui la pianticella era ritenuta apportatrice di fertilità.
Curioso è il fatto che tale credenza non sia propria soltanto dell'Europa celtica: la troviamo pure presso gli Ainu dell'antico Giappone, dove anche il rituale per cogliere il vischio era pressapoco uguale a quello dei druidi. "Molti credono ancora oggi che questa pianta abbia il potere di far fruttificare i giardini", ci dice Frazer. "E si sa che qualche donna sterile mangia vischio per avere prole."
Anche in molte regioni africane, la pianticella è considerata sacra, apportatrice d'incolumità, tanto che i guerrieri Valo, andando in guerra, ne portavano addosso le foglie per assicurarsi l'invulnerabilità.
In Europa troviamo altre credenze: i contadini di molti paesi (compresi alcuni italiani) ritenevano il vischio capace di domare gli incendi, per cui ne appendevano i rami sui tetti delle case.
In Boemia lo si chiamava "scopa del tuono" poichè lo si considerava in grado di allontanare i fulmini.
Il vischio è stato usato anche in campo terapeutico: nella Francia meridionale lo si applicava sull'addome dei sofferenti di colite, in Svezia e in Inghilterra lo si pensava atto a preservare dagli attacchi epilettici, mentre in alcune regioni tedesche lo si mette tuttora al collo dei bambini per immunizzarli dalle malattie.
Tali credenze - ci dice Frazer - sono forse dovute al fatto che gli uomini di ogni tempo e luogo hanno visto qualcosa di soprannaturale in questa pianta che cresce e prospera senza affondare le radici nella terra. Non sappiamo se la spiegazione sia davvero questa: sta di fatto che la chiesa ha cercato a lungo e inutilmente di far dimenticare i poteri magici del vischio, vedendosi infine costretta ad accettarne l'uso e a inserirlo nella tradizione cristiana.
Alla pianticella (come all'agrifoglio) è stato così attribuito il generico simbolo di pace e serenità.

Altro approfondimento tratto da


 Eracle era anche connesso al culto del Fallo e al rito dell'Evirazione: "Il mito dell'evirazione di Urano ad opera del figlio di Crono [...] Il significato originario è quello dell'eliminazione annuale del vecchio re della quercia da parte del suo successore [...] La cerimonia druidica del taglio del vischio della quercia rappresentava l'evirazione del vecchio re da parte del suo successore essendo il vischio un simbolo eminentemente fallico. Dopo la castrazione il re veniva mangiato eucaristicamente".  Anche la ghianda è un simbolo fallico, così come il fungo.

Per quanto concerne lo spirito religioso contenuto dell'Edda, i "Canti degli Dei" non sono veri e propri canti religiosi: nulla contengono che si riferisca al culto, alla preghiera, alle relazioni tra Dei e uomini; può essere che i canti religiosi vennero esclusi di proposito oppure gli islandesi del XIII secolo erano già troppo cristianizzati per scrivere preghiere o inni pagani. Probabilmente i semplici abitanti dell'isola, contadini e pescatori, pur accettando la morale cristiana, non avranno creduto di far male mantenendo le favole dei loro Dei e il clero locale non avrà posto mente al contrasto. In altri paesi germanici, la chiesa ebbe difficoltà ad estirpare il culto di Thor, perché gli agricoltori a malincuore se ne separavano.
 

Nota di Lunaria: che io sappia, questo è uno dei pochi romanzi rosa ambientato ai tempi dei Vichinghi, ed era scritto abbastanza bene.


 Anche questo romanzo ha come protagonista un norvegese, ma l'ambientazione è già del tutto cristiana.








La Cosmogonia Nordica


In principio esisteva il Caos, una materia priva di ordine e di forma. Il Caos era immaginato come una voragine abissale, chiamata Ginnungap, come uno spazio vuoto in cui viveva l'originario Spirito-padre dell'Universo. Tale Spirito-padre era collocato al di sopra tutte le cose e anche di tutti gli Dei. A questo Spirito-padre veniva attribuita la creazione del mondo. Da questa creazione nacquero due mondi: uno a nord, detto Nifelheim, il mondo della nebbia, l'altro a sud, il Muspelheim, mondo del fuoco. Nel centro di Nifelheim scaturì una sorgente dalla quale si riversarono 12 fiumi avvelenati. Le loro acque gelarono, formando immensi massi di ghiaccio che colmarono l'abisso tra i due mondi, ossia tra il mondo della nebbia, il Nord, e quello del fuoco, il Sud. Vicino al mondo del fuoco i venti caldi e le scintille sciolsero il ghiaccio: le gocce si animarono e nacque il gigante Ymir, il primo essere vivente sulla Terra. La rumorosa era dei giganti (Ymir è chiamato "Il Fragoroso") precedette  l'era degli Dei e degli esseri umani: forse questa concezione voleva significare che la violenza e il male sono forze essenziali e primitive dell'Universo. Da Ymir si generò l'universo del Male, la stirpe dei giganti. L'universo del Bene iniziò con l'apparizione di Buri, il primo degli Asi, le divinità buone. Buri nacque dall'alito di una vacca. Quando Ymir si addormentò, cominciò a sudare e dal suo braccio sinistro nacquero un maschio e una femmina, dai suoi piedi un gigante a sei teste; da alcune gocce di brina liquefatte era nata Auðhumla, che col suo latte nutriva Ymir. 



Nota di Lunaria:  è utile, a questo punto, fare un breve approfondimento sulla vacca norrena.
Auðhumla  (detta anche Auðumla o Auðhumbla) è, nella mitologia norrena, la grande mucca che nutrì il gigante primordiale Ymir. Auðhumla nacque, come Ymir, dalla brina di Ginnungagap, brina che si sciolse per l'incontro tra le correnti gelide di Niflheimr e quelle calde di Múspellsheimr. Dalle sue mammelle scorrevano quattro fiumi di latte. Per sfamarsi, siccome non trovava erba, Auðhumla cominciò a leccare degli scogli gelati, che sapevano di sale. Nel primo giorno in cui li leccò da questi scogli emersero i capelli d'un uomo, nel secondo giorno la testa, e nel terzo tutta una persona. Questi, la prima creatura in forma umana, fu Búri, che generò Borr; Borr si unì quindi alla gigantessa Bestla, da cui nacquero i primi Dèi: Odino, Víli e Vé.

Anche nell'Induismo c'è una Vacca Cosmica: Kamadenhu



Per tutta la mitologia norrena, sarà frequente il tema della battaglia tra Dei e giganti, sempre in conflitto. Un giorno questa lotta si risolverà in una grande battaglia, il Ragnarök o Crepuscolo degli Dei, e l'Universo sarà precipitato di nuovo nel Caos. Lo Spirito-padre darà origine, dopo la catastrofe, ad un mondo migliore del precedente.
Caratteristica della mitologia nordica è l'immagine del Frassino semprevivo, Yggdrasill, che sorgeva al centro dell'Universo: era l'Albero della Vita contro il quale nulla poteva la forza disgregatrice del gelo. Le sue fronde sempreverdi si elevavano al Cielo e ombreggiavano il Walhalla.
 

L'Albero aveva tre radici: la prima era protesa verso il Nord, Nifelheim, dove c'era il regno nebbioso di Hel, la Dea che custodiva i morti [e da cui derivò la parola inglese "Hell", "inferno", ovviamente demonizzata al solito modo dei monoteisti. Nota di Lunaria]; da tale radice scaturiva una sorgente nelle cui profondità giacevano nascoste tutte le cose esistenti prima della Creazione. La seconda radice si estendeva verso Jotunheim, il paese dei giganti, eterni nemici degli Dei; la terza radice si spingeva fino a Midgard, un castello fatto con le ciglia del gigante Ymir, sede degli uomini, circondato dal mare. Ai piedi del Frassino sedevano silenziose le Norne: Urd il Passato, Vendandi il Presente, Skold l'Avvenire.


 Le tre Dee filavano sui propri fusi il destino di ogni singolo uomo. La potenza delle tre Norne era superiore a tutto e a tutti: Dei e uomini dovevano sottomettersi alle loro decisioni. Le tre fatali sorelle [*] inaffiavano il Frassino con l'acqua di una sorgente sacra. Tale vicenda è riportata nel canto Voluspa:
Io so di un frassino chiamato Yggdrasill\un bianco umore ne bagna i ragni\è la rugiada che i valli irrora\cresce e verdeggia al fronte di Urd\a piè dall'albero v'è una dimora\tre vi dimoran vergin sagge:\Urd è la prima, Vendandi l'altra\incidon rami, Skold è la terza,\fissan le sorti, scelgon la vita\determinando dell'uomo il fato.

[*] che riecheggiano anche nel "Macbeth"




Ovviamente il tema della Dea\Triplice Dea filatrice è diffuso anche in altre culture: Parche, Ixchel, Mokosh, Athena\Minerva, Filonzana, Lada, Pehtra, Holda, tutte figure femminili legate alla tessitura. Alcune avevano anche un aspetto terrifico, per via dell'associazione: filo = vita \ forbici che tagliano il filo = morte. è per questo motivo che erano le Dee ad essere associate alla filatura e che vi erano persino dei riti e delle superstizioni legate alla filatura, che le donne seguivano per evitare di far arrabbiare la Dea attirandosi punizioni.

Draghi, serpenti, nani e giganti, lupi e cani, aquile e corvi, mostri e magie, fulmini e tempeste: la fantasia dei popoli vichinghi insistette sempre sul motivo dell'orrido e dello smisurato. Il sentimento più diffuso sembra essere stata la paura: l'arma più efficace contro il nemico sembra essere stato il terrore. La minaccia degli elementi scatenati, l'incontrollabilità dell'ambiente circostante dovettero costituire l'incubo ricorrente di quelle popolazioni. Foreste in fiamme e ghiacci incombenti appaiono come i due poli entro cui si svolgeva la vita: l'insidia e l'agguato stavano dietro l'angolo né deve apparirci strano che la fantasia popolare vedesse quelle insidie nell'immagine del serpente e del drago, il primo in grado di stritolare l'universo, il secondo di ammorbarlo con le esalazioni.
 




Tutto ciò conferma, senza ombra di dubbi, che anche i miti nordici trovano le loro radici antropologiche nei desideri e negli istinti degli uomini: desideri e istinti che si equivalgono in qualunque era del mondo e sotto qualsiasi latitudine. I popoli nordici primitivi alienarono, negli Dei del Walhalla e negli eroi caduti sul campo sul campo, il modello esemplare di umanità: nello specchio della condizione divina proiettarono un'esigenza di guerra e lotta, di pace e di saggezza. La guerra e la lotta trovarono i loro simboli in Thor, Dio del tuono e dei campi, terribile e forte, dalla voce agghiacciante, dal magico martello risplendente (1), figlio di Odino, che percorreva l'aria sconvolta dalla bufera su un carro tirato da due caproni, mentre la sua barba rossa fiammeggiava tra i bagliori dei fulmini.

Loki, Dio del fuoco, spirito inquieto e distruttore, abile nel macchinare inganni, astuto e maligno, che poteva trasformarsi.


Le più importanti divinità femminile erano due: la prima era Frieka chiamata anche Frigga, moglie di Odino, industre e feconda, protettrice del focolare domestico e della filatura, Dea delle nubi che mandava la pioggia benefica e protettrice del bestiame.
La seconda Dea era Freya, bellissima divinità dell'amore, sposa di Odur. Feya possedeva una splendida collana di oro cesellato, Brisingamen, che era stata forgiata dai nani, e una camicia di piume di falco che rendeva veloci come il baleno. [Nota di Lunaria: particolare che farebbe ipotizzare che Freya, agli inizi, come altre Dee, era una Dea-uccello e\o alata e\o associata ai falchi]



Freya guidava un carro trainato dai gatti
 



 Tyr, Dio dei guerrieri, ardito e coraggioso, che andava in giro col suo unico braccio (l'altro gli era stato divorato dal lupo Fenrir), impugnante la spada invitta; Heimdall, guardiano del Walhalla, che abitava ai margini del Cielo e aveva la virtù di prevedere il futuro; riusciva anche a sentire l'erba che cresceva nei prati e la lana addosso alle pecore. Portava con sé un corno enorme, che suonava in caso di pericolo.
Odino era il Dio delle tempeste e della guerra, capo supremo degli Dei, Dio della poesia e delle forche. Armato di elmo, lancia e spada, galoppava nelle battaglie in groppa ad un cavallo bianco con otto zampe; era un Dio monocolo: aveva sacrificato un occhio bevendo alla fonte del sapere, custodita da Mimir.
"Che mi domandi? Tutto mi è noto\so dove celasi l'occhio tuo, Odino. L'occhio tuo Odino, giace nascosto\in fondo al chiaro fonte di Mimir\Mimir vi beve met ogni giorno"





Nota di Lunaria: ovviamente Odino lo si può rivedere anche nel Tarocco dell'Appeso




carta che infatti rimanda al sacrificio di sé ma anche al non riuscire ad agire.

Da allora, Odino monocolo fu il più sapiente degli Dei, e inventò l'alfabeto runico, che aveva anche valore divinatorio.



Aggiungo anche Idun\Iðunn, figlia del nano Ivald, la Dea della primavera e della giovinezza, della salute e della rinascita, custode delle mele della giovinezza:



Accanto agli Dei, la mitologia germanica collocava anche figure intermedie come Walkyrie, gli elfi, le ondine, i nani, gli gnomi. Le Walkyrie erano nove fanciulle, figlie di Odino e della sua prima moglie Erda [probabilmente una Dea tellurica; notare che in inglese il termine per dire "Terra" è "Earth"; Erda lo ricorda molto. Nota di Lunaria]. Vergini indomite, armate di elmo, corazza, scudo, lancia [come Athena e certe Dee indù guerriere. Nota di Lunaria], cavalcavano intorno al padre nel vento e nella tempesta e fendevano l'aria con grida selvagge. Potevano trasformarsi in cigni.


Gli elfi erano belli e aggraziati, buoni e soccorrevoli, amanti della musica e della danza; nella memoria collettiva è rimasto Oberon, il re del Piccolo Popolo, e la "Regina delle fate", dai molteplici aspetti, che spesso rapiva uomini mortali per farne i suoi amanti, regine fatate protagoniste di tante leggende e fiabe.

Titania e l'asino, nella celebre opera di Shakespeare,  "Sogno di una Notte di Mezza Estate"





Nota di Lunaria: chi volesse approfondire la "Regina delle fate" e le colline fatate, suggerisco la lettura di questo bel libro



 Altrimenti anche questo, è altrettanto bello, e corredato da splendidi disegni:



Le ondine erano tre, Voghelinda, Velgonda e Flossilde, cui Odino aveva affidato la custodia dell'oro del fiume Reno. I nani erano figli della Notte, vivevano nelle profondità sotterranee e appartenevano al popolo della nebbia, i Nibelunghi: sapevano fondere e forgiare i metalli preziosi che estraevano dalle viscere della terra.
Curiosamente, nessuno degli Dei nordici sopravviveva in eterno: potevano morire e rinascere. Il mito di Balder infatti ha proprio l'elemento della resurrezione (tanto per dimostrare che i cristiani non si inventano proprio nulla; e che anche in altre mitologie gli Dei morivano, si sacrificavano e resuscitavano. Nota di Lunaria)
Con ciò si torna al tema centrale della mitologia nordica: proiezione fantastica di un ethos comunitario.

(1) Celebrato da centinaia di band Power ed Epic\Pagan Black Metal...



 Infine, voglio ricordare delle splendide copertine, e dei cd altrettanto fantastici, che celebrano i ghiacci del Nord:





Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/04/i-nibelunghi.html

Foto vintage della Norvegia e della Svezia:











Alchimia, Magia e Astrologia nel Quattrocento e Cinquecento

Diciamo subito che oggigiorno il Rinascimento, dal punto di vista letterario, piace a pochissimi 😒







un po' perché il linguaggio o la metrica del Quattrocento\Cinquecento ai nostri orecchi è alquanto "astruso", un po' perché hanno poco senso, per la nostra sensibilità odierna, vicende di paladini in Terrasanta, un po' perché nelle scuole già si fa molto male le letteratura dell'Ottocento\Novecento, figuriamoci quella dei secoli precedenti... e io stessa ho cominciato ad apprezzare il Tasso solamente da pochi anni, comunque il Rinascimento, pur essendo un periodo estremamente sanguinario e turbolento dal punto di vista storico [caccia alle streghe, misoginia, inquisizione, guerre di religione...]
 è sicuramente apprezzabile, a piccole dosi, anche dal punto di vista letterario ed esoterico. 
Ho già trattato in altre sedi la poesia rinascimentale, qui invece tratto qualcosa che è più in tema con l'esoterismo, che come ben sappiamo si abbina tanto al Metal, xD, per cui ecco qui un approfondimento sui grandi Maghi rinascimentali. 

E intanto per chi se lo fosse perso, lo speciale sull'Alchimia:
http://intervistemetal.blogspot.com/2018/04/alchimia-1-introduzione-ai-motivi.html
http://intervistemetal.blogspot.com/2018/04/alchimia-2-la-luna-in-alchimia-e-gli.html 
http://intervistemetal.blogspot.com/2018/04/alchimia-3-alchimia-e-scienze-occulte.html
Su Botticelli e l'Arte del Rinascimento: https://intervistemetal.blogspot.com/2020/07/altra-arte-rinascimentale.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/botticelli-creatore-di-talismani.html
Sulle Poetesse: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html


Info tratte da



Microcosmo e Macrocosmo, Uomo e Natura, erano i riferimenti dell'Umanesimo e Naturalismo rinascimentali: l'Universo era un uomo su scala gigante, l'uomo era un cosmo in miniatura. Non sempre vi era distinzione tra Astronomia e Astrologia: esse decifravano e definivano la meccanica celeste anche attraverso le congiunture zodiacali, come l'Alchimia studiava sostanze ed essenze dei corpi.

"Libro della Natura" era la metafora rinascimentale per eccellenza usata per la Natura, vista come "un libro scritto in un linguaggio oscuro", che celava al suo interno realtà occulte con segreti che potevano venir decifrati anche usando la magia.

Anche Galileo affermerà che "Il gran libro della Natura è scritto", non in termini magici ma "in termini matematici, onde non può essere inteso da chi non conosce questo linguaggio."

Personaggio spicco di questa concezione fu Paracelso (1493-1541), il cui vero nome era Philipp Theophrast Baumbast von Hohenheim, 



che pubblicamente si ribellò al "sapere accademico e preconfezionato" di Aristotele (*), Galeno e Avicenna (e dei suoi seguaci) bruciandone i libri in un rogo che passò alla storia. (**)
Paracelso, chiamato provocatoriamente "Lutero dei medici" (Lutherus medicorum) per la sua vena polemica, voleva riformare il campo della medicina. Per lui il "medico nuovo" non stava nei libri di Avicenna e Galeno, assunti acriticamente, (***) ma nella "Experienz", ovvero l'esperienza diretta delle malattie, cominciando da quelle di minatori e contadini, e nella sperimentazione tramite "rimedi della terra" con l'uso di acque minerali, sorgenti termali o metalli (ai tempi di Paracelso i metalli noti erano sette, e venivano spesso messi in corrispondenza con i corpi celesti: oro, argento, piombo, rame, stagno, ferro, mercurio. In Alchimia, il mercurio era depositario della volatilità dello spirito, mentre lo zolfo era il principio depositario dell'infiammabilità propria dell'anima e il sale era il principio depositario della resistenza al fuoco, propria del corpo che, bruciato, restava cenere incombusta. Per Paralcelso, la medicina doveva essere un'"Alchimia Metallurgica")
Scontato dire che un tale atteggiamento contestatore dell'Autorità, era inviso alle gerarchie politiche e religiose del tempo: Paracelso veniva considerato un medico eretico, accusato di essere un ciarlatano e un necromante. Scandalizzava, perché teneva le sue conferenze vestito da minatore, col grembiule di cuoio dei fabbri, davanti al fuoco dei crogiuoli e alambicchi.
Dopo l'Alchimia, Paracelso dava grande valore all'Astronomia. La intendeva come "scienza degli astri" con le loro influenze sull'uomo.
Nel Cinquecento, molti medici osservavano ancora gli astri a scopo divinatorio e con il calcolo degli oroscopi; Copernico e Tycho Brahe erano anche astrologi. L'Astrologia veniva condannata dalla chiesa ma bastava dire che "astra inclinant, non necessitant", "l'astro propone, Dio dispone" per "far sembrare" l'Astrologia "ancella della Teologia" e quindi farla rientrare "tra le dottrine consentite". Come si è detto, non era sempre neanche netta la distinzione tra Astrologia e Astronomia: papa Leone X istituì una cattedra di scienza degli astri; Filippo Melantone, protestante, tenne lezioni di astrologia: sosteneva che "i portenta e i monstra astrali" cioè le eclissi e le comete, e "i prodigia celesti" (tuoni e fulmini) erano segni dell'intervento di Dio nel corso degli eventi naturali.
Per Paracelso, influenzato dall'ermetismo rinascimentale in voga con Marsilio Ficino (****), 



il medico era "signore del cosmo" che poteva tendere al controllo e al dominio della Natura. Del resto, Astronomia\Astrologia e Alchimia venivano legate indissolubilmente e il fatto che l'antimonio, dopo fusione e raffreddamento, in presenza di ferro si rapprendeva in una forma cristallina-stellare, dimostrava questo legame. E così, per capire le cause di un maldipancia era meglio scrutare il pianeta Marte, legato al fegato, perché "il fegato era bellicoso e marziale" piuttosto che scrutare il fegato dopo averlo dissezionato; per capire perché qualcuno fosse "lunatico" era meglio guardare la Luna che il cervello estratto dalla scatola cranica.
Anche Agrippa spiegava la "melancolia" con la bile nera prodotta dalla milza soggiacente Saturno e Nostradamus (Michel de Notre-Dame, 1503-1566)



prevedeva decorsi ed esiti di malattie e persino le profezie su influenze astrali.
In Italia, Girolamo Cardano (1501-1571) era famoso come "medico-mago", 




venne inquisito e poi chiamato a Roma da papa Gregorio XIII. Nel suo libro "De subtilitate" affermava che il "medico squisito", il "Doctor subtilis", doveva essere padrone della "Naturalis Magia", tra l'osservazione empirica, tecnica ed esperimenti, oroscopi, cabala e calcoli. Anche lui andava contro chi, pur di non mettere in discussione Galeno, faceva morire i malati: "Non dobbiamo seguire l'andazzo dei medici del nostro tempo, i quali per non detrarre nulla alle parole e alla stima di Galeno, uccidono impunemente gli infermi."

N.B: per curiosità: la band Heavy Metal dei Judas Priest ha fatto un concept album dedicato a Nostradamus
 Il cd non piacque a tutti i fans storici della band (o comunque, chi apprezza "Painkiller"), perché piuttosto influenzato dal genere symphonic metal, più che non dall'heavy metal tradizionale. A me, comunque, è piaciuto (tolto certe canzoni davvero spompate e lagnose)

(*) Nota di Lunaria: ci si ricordi che Aristotele che millantava "di osservare la Natura" in realtà non ne ha azzeccata una e anzi, praticamente quasi tutte le sue "osservazioni scientifiche" sono da considerarsi con un termine che mi è stato suggerito e che trovo alquanto appropriato: "ciarlataneria". Lo stesso Galileo veniva ostracizzato e insultato dagli aristotelici che "confutavano" le sue teorie scientifiche solo perché... erano contrarie a quanto diceva Aristotele!, tanto che ebbe da commentare che "sembrava che il Mondo con le sue leggi fisiche dovesse andare come aveva scritto Aristotele..."



(**) E tuttavia Paracelso non mancò di mostrare una certa vena misogina. Vedi questo approfondimento, parlando di "Omuncolo", l'uomo artificiale ottenuto, a detta di Paracelso, "fecondando" sterco di cavallo con sperma.




(***) Già Vesalio (Andreas van Wesel, 1514-1564), prima di Paracelso, aveva confutato in più di 200 punti l'anatomia di Galeno, scoprendo particolari che non corrispondevano per niente a quanto scritto da Galeno. Vesalio, per giunta, era autodidatta.

(****) APPROFONDIMENTO SU MARSILIO FICINO, tratto da



Marsilio Ficino, che aveva solo 5 anni all'epoca del concilio di Firenze, aveva compiuto approfonditi studi umanistici. Oltre alle materie consuete, si era dedicato alla musica, alla filosofia, alla lingua greca; all'inizio pensava ad una carriera ecclesiastica, finché la sua fede fu scossa al punto che non riuscì a continuare.
Le lezioni di Giovanni Argiropulo influenzarono così tanto Ficino che l'arcivescovo di Firenze gliene proibì la frequenza. La restrizione non sembrò frenare Ficino, che ben presto fu accusato di eresia dall'arcivescovo, un'imputazione che poteva essere molto pericolosa in qualunque altra città diversa da Firenze; l'umanista partì per Bologna, dove iniziò i suoi studi poi interrotti definitivamente alla chiamata di Cosimo.
Il contatto con le idee espresse nei dialoghi platonici e, soprattutto, con quelle contenute nell'Hermetica, condizionarono Ficino tanto quanto avevano influenzato Platone; il filosofo cominciò, di fatto, a riportare in vita l'antica religione Pagana. Considerò il platonismo come una sorta di teologia e, tra il 1467 e il 1469, scrisse un commentario su Platone intitolato "La Teologia Platonica". In questo periodo era ormai immerso nei riti e nelle pratiche pagane; aveva decorato la villa di Careggi con immagini astrologiche, la cui contemplazione giudicava utile; sosteneva anche di cantare con regolarità gli inni orfici.
Ma la pietra angolare della sua idea del mondo fu costituita da due libri: l'Hermetica, soprattutto il dialogo "Asclepio" e il Picatrix. Ficino era diventato un seguace della magia talismanica, la stessa arte che era stata così ampliamente sviluppata ad Harran e che tanto doveva ai babilonesi e alla loro astrologia.
Ficino e i suoi contemporanei ritenevano Ermete Trismegisto essere un antico saggio egiziano, assai più sapiente di Platone e di Pitagora, i quali avevano, si pensava, derivato entrambi la loro teologia da questo maestro. Reputavano che la filosofia del passato fosse più pura, più vicina all'originale esperienza gnostica e che, da allora, si fosse corrotta sempre di più. La verità andava ricercata nelle antiche scritture, soprattutto egiziane, poiché consideravano quella nazione fonte di saggezza; erano convinti che all'interno dei testi ermetici, splendesse "la luce dell'immaginazione divina".
Insieme alla scoperta rinascimentale dell'Hermetica, vi era quella dell'Asclepio, la cui accettazione, secondo Frances Yates, fu "uno dei fattori principali del recupero della magia durante il Rinascimento".
La magia, spiega, si accorda bene con una visione gnostica al mondo. La malvagità poteva essere estirpata e i poteri divini sarebbero stati attratti grazie all'impiego di rituali e strumenti magici. Il mago creava immagini, talismani, ritenuti "capaci di catturare lo spirito o il potere di una stella e conservarlo o immagazzinarlo per l'uso". Questo era, certo, il tema principale del Picatrix.
Ficino aveva un atteggiamento molto concreto nei confronti della magia che insegnava e praticava. Uno dei suoi colleghi ne descrisse la procedura. Chi desiderasse il potere conferito dal Sole, avrebbe dovuto indossare un mantello giallo oro e poi svolgere un rituale davanti ad un altare su cui era posta un'immagine del disco solare, tutto ciò mentre bruciava incensi ricavati da piante sacre al Sole. Infine, unto d'olio, avrebbe cantato un inno orfico:
"Ascolta, o benedetto, i cui occhi eterni vedono tutto! Tue la lira d'oro e l'armonia dei movimenti cosmici, tu comandi azioni nobili e nutri le stagioni. Caldo Dio del mondo, il tuo percorso è un cerchio infuocato di luce, la tua luce di vita e frutti. Occhio di giustizia e luce di vita, ascolta le mie parole e mostra la dolcezza della vita agli iniziati"
Lo stesso Ficino scrisse un manuale, "Liber de Vita" (Il Libro della Vita), pubblicato nel 1489 e dedicato a coloro che volevano portare armonia nella propria vita aderendo ai principi ermetici. La terza sezione tratta in modo esauriente le tecniche grazie a cui i poteri dei pianeti possono essere attratti e concentrati per usi personali. Per esempio "se volete che il vostro corpo e lo spirito ricevano potere dal Sole, imparate quali sono gli elementi solari tra i metalli e le pietre, ancor di più fra le piante, ma soprattutto tra gli animali". Ficino fornisce una lista di tutto ciò che ciascun pianeta governa. Per coloro che desiderano attrarre su di sé il potere del Sole, Ficino consiglia: "Indossa cose solari, se vivi in luoghi solari, guarda solare, ascolta solare, annusa solare, immagina solare, pensa solare e desidera anche solare". In generale, Ficino preferiva attrarre gli influssi di un pianeta combinando diversi elementi, non per costruire un talismano ma per produrre una medicina, da bere o applicare sul corpo, come una crema o un olio. Tuttavia conosceva anche le regole per realizzare amuleti, che avevano la forma di un anello o un pendente da mettere per la prima volta al collo quando i movimenti planetari erano propizi. In questo modo era possibile creare talismani per la Luna, Venere, Marte e ogni altro pianeta. Potevano essere utilizzati in combinazione con la musica e gli inni orfici al fine di modificare il fato di coloro che l'indossavano; in particolare, era possibile farli per contrastare gli influssi indesiderati di Saturno, causa di malinconia. Poiché Saturno soprintendeva alle lunghe ore di studio dei filosofi, questi erano ancora più soggetti alla costrizione e alla tristezza; a maggior ragione, quindi, era importante che si difendessero da questi influssi mediante il potere di Giove. Filosofi e studiosi erano spinti a circondare la propria esistenza di profumi, musiche, colori e immagini di Giove. In questo modo, scriveva Ficino attingendo all'antica saggezza dei babilonesi, degli egiziani e dei platonici, si poteva evitare la malignità del fato. 




APPROFONDIMENTO

Brano tratto da "La Magia" di Cecilia Gatto Trocchi. (1994)


Alla metà del '400 Marsilio Ficino aveva tradotto in Latino il Corpus dei Dialoghi di Platone, le Enneadi di Plotino, testi di Proclo, Porfirio, Giamblico e Dionigi l'Aeropagita. Inoltre tra il 1463 e 1464 tradusse i 14 trattati del Corpus Hermeticum. Quei testi, che ebbero una vastissima risonanza, risalgono al II secolo D.C ma dal Ficino furono attribuiti al leggendario Hermes Trismegisto, fondatore della religione degli Egiziani, contemporaneo di Mosè, e indiretto maestro di Pitagora e di Platone.
Tutta l'eredità magica-alchemica-astrologica del pensiero medioevale veniva inserita in un vasto e organico quadro platonico ed ermetico. In quest'ambito ci allontaniamo dalla Magia Nera stigmatizzata dai Padri della Chiesa. Nella Magia Rinascimentale dominano la tendenza a cogliere "l'unità" che è nel profondo sottesa alle differenze, l'aspirazione a conciliare le contraddizioni, la visione di un universo ordinato secondo gradi di perfezione, l'esigenza di un itinerario dell'anima verso un totale possesso dell'Uno-Tutto. Il mondo è immagine e specchio di Dio e l'uomo è immagine e lo specchio del mondo, per questa sua posizione privilegiata l'uomo è in grado di cogliere e di rivelare segrete corrispondenze. Il mago è colui che sa penetrare entro questa realtà infinitamente complessa, entro questo sistema di relazioni armoniche che rimandano al Tutto e dentro le quali il Tutto è racchiuso. Questa grandiosa costruzione unisce e mescola il neoplatonismo con l'astrologia, l'alchimia, la magia come già nel Medioevo. Queste tre realtà hanno differenti origini storiche, ma sono difficilmente isolabili perché vengono a confluire in un unico contesto mitico-religioso. Nel Medioevo esisteva una connessione strettissima tra le pratiche magiche e alchemiche e l'ora e il tempo nel quale venivano effettuate. La natura non era considerata una materia unica e omogenea che riempiva lo spazio, ma una realtà vivente che aveva in sé un'anima, una volontà, un principio di attività interno e spontaneo. Quest'anima-sostanza, spesso definita Anima Mundi, è come per i filosofi della Ionia del V secolo A.C "piena di demoni e di dèi".
Ogni oggetto del mondo è ricolmo di significati e di correlazioni nascoste che lo legano al Tutto. Le stelle sono considerate come viventi animali divini. La vera natura del sapiente che si identifica con il mago è quella di colui che conosce le catene che discendono dall'alto e sa costruire attraverso incantesimi, immagini, numeri, nomi, suoni, accordi, talismani, un'ininterrotta catena di realtà collegate tra loro. Il grande elemento catalizzatore di tutte queste operazioni è poi l'Amore che stringe fra loro le varie parti del Cosmo. Queste appaiono a Marsilio Ficino "collegate le une alle altre in una sorta di reciproca carità, membra di un solo animale, reciprocamente unite dalla comunione di una sola natura."

Cinquant'anni più tardi Cornelio Agrippa di Nettesheim pubblica nel suo testo "De incertitudine et vanitate scientiarum" una definizione della magia sulla quale occorrerà riflettere. La magia naturale per Agrippa, distinta da quella Nera, "contempla la forza di tutte le cose naturali e celesti, considera il loro ordine, congiunge le cose inferiori con le superiori e le attive con le passive" in modo tale che "spesse volte ne nascono stupendi miracoli, non tanto per l'arte quanto per la natura alla quale quest'arte si dà per ministra". I maghi sono diligenti esploratori del mondo, in grado di produrre effetti che anticipano quelli che la natura è in grado di produrre da sola, come se qualcuno facesse nascere rose nel mese di gennaio.
Secondo questa vasta corrente, le operazioni del mago non sono contro natura ma provengono da essa stessa. I miracoli della magia sono in senso etimologico "cose degne di essere ammirate", non sono violazioni delle leggi del cosmo. Questi stessi temi si ritrovano nell'opera di Giambattista della Porta (1558) in cui considera la magia la filosofia della natura e l'arte portate a compimento. Le operazioni magiche appaiono miracolose perché le loro cause sono note all'operatore e ignote allo spettatore: non a tutti è dato di conoscere la natura e di dominarla.

Per giungere ad essere mago e per praticare l'Arte è necessario che l'uomo arrivi a partecipare ad un principio che è superiore alla sua natura. Le tecniche magiche come quelle alchemiche sono contemporaneamente una via per operare sul mondo ma soprattutto un processo di rigenerazione mistico-religiosa. La conoscenza magica è anche redenzione. Il processo che conduce al raggiungimento della perfezione individuale coincide con quello che conduce al dominio sulla natura e non a tutti è dato di raggiungere tale perfezione. Le virtù fondamentali per lo studioso, il sapiente, il mago, sono la disciplina ascetica, il distacco dal mondo, (1) l'ascolto della parola del maestro, l'illuminazione, la capacità di sollevarsi a un livello inattingibile ad altri uomini.

(1) Nota di Lunaria: Ovviamente qui c'è l'influsso del cristianesimo e di quelle sette gnostiche che avevano demonizzato la materia... 

Entro tale ottica nascono e si intrecciano temi che compaiono in moltissimi testi e che vengono ripresi da autori diversi e lontani nel tempo, ma che rappresentano sicuramente degli elementi costanti. Per Cornelio Agrippa la segretezza della Verità e delle procedure che consentono di raggiungerla è presentata connessa alla distinzione fra uomini divini e uomini normali: confidare al volgo parole impregnate della maestà divina è un'offesa alla religione. E Cornelio Agrippa cita la tradizione antica secondo la quale Platone impedì la divulgazione dei misteri, Pitagora e Porfirio obbligarono al silenzio i loro discepoli, Orfeo e Tertulliano esigevano il giuramento di segretezza. Chi infrangeva questi divieti subiva delle gravi ritorsioni come quel tal Teodoto che divenne cieco per aver tentato di penetrare i misteri del misticismo ebraico. Plotino, Origene e gli altri discepoli di Ammonio Sacca giurarono di non divulgare il verbo del maestro. Secondo questa visione ogni esperienza di magia detesta il pubblico, vuole essere nascosta, si fortifica nel silenzio, e viene distrutta ove venga dichiarata.
 
Se volessimo scegliere un "tipo ideale" di mago rinascimentale dovremmo forse rivolgerci a Pico della Mirandola. Questo straordinario studioso (proverbiale per la sua memoria) aveva dell'ideale magico una visione estremamente interessante. La magia naturale è l'aspetto pratico e più nobile della scienza: non c'è alcuna virtù potenziale o separata, sia in cielo che in terra, che il mago non possa mettere in atto ed unire. I prodigi dell'arte magica non sono operati se non dalla congiunzione e dall'attuazione di quelle forze che esistono in embrione e disgiunte nella natura.
Nella famosa "Orazione sulla dignità dell'uomo" Pico afferma che "il mago scrutando il consenso dell'Universo, esplorato il mutuo rapporto delle cose e recando ad ogni cosa le adatte lusinghe (questi sono i sortilegi del mago) porta alla luce i miracoli nascosti nel mondo, nel grembo della natura, nei misteri di Dio". Pico connette il neoplatonismo con la Cabala ebraica affermando che nessuna operazione di magia che abbia una qualche efficacia può essere realizzata se non è riferita a un'opera della Cabala implicita o esplicita. La Cabala (in ebraico Kabbalà, tradizione) è la vasta e complessa elaborazione della mistica giudaica e medioevale. Esse vede la Toràh (l'Antico Testamento) come l'espressione simbolica e vivente del mistero di Dio. Ogni parola, ogni lettera, racchiude un segreto potente. Occorre quindi permutare il valore numerico delle lettere, scambiarlo, moltiplicarlo e dividerlo, per arrivare alla conoscenza segreta, sepolta nella magia della Parola.
Il fine della speculazione kabbalistica resta la contemplazione di Dio, la percezione segreta del suo mistero, anche se molte attività di decifrazione ebbero come scopo l'evocazione degli angeli, la creazione di amuleti e talismani, esorcismi e scongiuri.

Vedi questo approfondimento:




Pico era convinto che parole e formule sono efficienti in magia solo se pronunciate in ebraico, la lingua originaria di Dio, come sono efficaci i numeri, le cifre e le lettere. Nella sua "Orazione" Pico distingue tra due tipi di magia e ammette che al-Kindi, Bacone, e Guglielmo di Parigi lo avevano preceduto nella concezione della magia naturale. Egli fonde insieme ellenismo e filosofia ebraica-cristiana, affermando ad esempio che nella magia naturale non esiste nulla che sia più efficace degli Inni Orfici: i nomi degli Dèi cantati da Orfeo non sono quelli di demoni ingannatori, ma quelli di virtù umane e divine distribuite dal vero Dio per l'utilità dell'uomo. Per quanto riguarda la Cabala ebraica, Pico sostiene persino che essa suggerisce la dottrina cristiana della Trinità e mette in grado di predire gli eventi futuri; congiunta all'astrologia ha provato che dall'avvento del Cristo i segreti del tempo sono attingibili da chi pratica la virtù ed è puro di cuore. Pico è ben consapevole che l'operatore cabalistico imprudente corre pericolo di morte da parte degli spiriti. (nel celebre "Libro del Comando", infatti, viene detto pù volte di invocare la protezione di Dio prima dell'evocazione degli Spiriti, nota di Lunaria).
Egli accetta l'esistenza di tre mondi paralleli: l'angelico (che è intellettuale e invisibile), il celestiale e il sublunare (o degli elementi naturali). Questi tre mondi sono mirabilmente prefigurati da Mosè nella sua costruzione del Tabernacolo. Il mondo sublunare è regolato dai corpi celesti e questi sono governati dagli angeli. Il mondo al di sotto della Luna (quello in cui noi miseramente viviamo), è corruttibile, mentre i cieli al di sopra di esso sono incorruttibili. Le acque oltre il firmamento sono pensieri di cherubini. L'uomo è un microcosmo perfetto: "l'anima razionale è chiamata cielo. Infatti Aristotele chiama Cielo un animale che muove se stesso: la nostra anima, come dimostrano i platonici, è una sostanza che muove se stessa. Inoltre il cielo è circolare e anche l'anima è circolare. Anzi, come scrive Plotino, il cielo è un cerchio perché la sua anima è un cerchio. I cieli si muovono circolarmente, l'anima razionale, andando dalle cause agli effetti e ancora ritornando dagli effetti alle cause ruota in un'orbita di ragionamento". Siamo nel regno delle analogie, delle corrispondenze, delle metafore poetiche... (Nota di Lunaria: il cerchio è l'elemento femminile per eccellenza...)

Una distinzione fondamentale condivisa da tutti i filosofi del Rinascimento è quella tra magia naturale e magia cerimoniale. Giovambattista Della Porta descrive la magia naturale come un insieme di procedure che agiscono attraverso qualità o proprietà segrete delle cose. Le forze attraverso le quali la magia raggiunge i suoi effetti sono presenti in natura. In tale ambito è presente l'osservazione e l'esperimento come nella scienza attuale. La magia cerimoniale invece fa uso di riti, incantesimi, nomi sacri (spesso cabalistici), caratteri e simboli mistici, di vapori e oggetti rituali di vario tipo come i talismani. Il mago può invocare non solo le persone della Santissima Trinità, ma anche altri Dèi, attraverso i quali il Dio Supremo esprime la sua volontà. Prima delle invocazioni il mago deve prepararsi con il pentimento, l'espiazione, il digiuno, le abluzioni, la meditazione. In questo ambito è possibile scivolare verso la tentazione di invocare demoni o di stringere un patto con essi proprio come accadde a Faust con Mefistofele.

Tra la magia naturale e quella cerimoniale sta la magia celeste ampiamente descritta da Marsilio Ficino e da Cornelio Agrippa, che vede i cieli e le forze astrologiche come dotate non solo di raggi e di calore, ma di intelligenza e volontà.

Va sottolineato che alle soglie dell'età moderna magia naturale e scienza sperimentale hanno formato un intreccio non facilmente districabile. Una figura incarna emblematicamente questo intreccio: Paracelso, nato in Svizzera nel 1493. Nella sua vita movimentata e avventurosa peregrinò a lungo per tutta l'Europa sollevando dibattiti, polemiche, discussioni. Nel 1527 nella notte di San Giovanni bruciò in un falò eretto dagli studenti di Basilea i libri medici di autori come Galeno e Avicenna, affermando che tutto ciò che lui sapeva, lo aveva appreso dalle streghe. Attaccò violentemente quei teologi che definivano ingiustamente la magia come stregoneria in quanto costoro, stupidi bestioni, non comprendevano che l'essenza della magia tende a scoprire le leggi dell'universo.
In medicina Paracelso condannava il sistema tradizionale e arcaico che faceva ampio uso di rimedi a base di erbe e inventò altre terapie legate alla chimica. Sempre evidenziando l'importanza dell'esperimento, affermava che molti dei medici non sapevano né cosa significhi sperimentare né come gli esperimenti si attuino, disprezzavano tutti, si attaccavano alla tradizione, ma erano solo degli emeriti ignoranti. Come Paracelso ammetteva nel suo orizzonte culturale, sia la pratica sperimentale che l'invocazione rituale degli spiriti, così i libri della grande magia del Rinascimento si presentano ai nostri occhi come il frutto di una strana mescolanza. Troviamo nello stesso manuale pagine di meccanica e di chimica, ricette di medicina, codificazioni di scritture segrete, distillazioni di veleni per vermi e topi, consigli per i pescatori e massaie, suggerimenti riguardanti l'igiene, descrizioni di sostanze afrodisiache, considerazioni sul sesso e sulla vita sessuale, squarci di metafisica, riflessioni di teologia mistica, richiami alla tradizione sapienziale dell'Egitto e dei profeti biblici, riferimenti alle scuole filosofiche classiche e ai maestri della cultura medioevale e persino considerazioni politiche. In molti scrittori infatti, da Giordano Bruno a Cornelio Agrippa, a Tommaso Campanella, la magia si connette profondamente a desideri di riforma della cultura e alla aspirazione di un radicale rinnovamento politico. Questo vasto amalgama di studi, di riflessioni e di fantasie, si configura come un insieme eterogeneo eppure affascinante che continua ad avere sostanza fino alla seconda metà del Settecento, quando già si era avviata la polemica antimagica. Le opere di Robert Fludd presentano un'elaborazione delle idee di Paracelso, di Agrippa, del neoplatonismo, dell'ermetismo, e della cabala, a cui si mescolano temi e interpretazioni allegoriche della Scrittura. Robert Fludd insiste sulla differenza tra uomini rigenerati e coloro che hanno invece solo forma umana e non hanno speranza di rigenerazione. Si può presupporre che le opere di Robert Fludd scritte tra il 1617 e 1630, siano il punto di raccordo tra l'antica magia naturale e le più moderne forme di occultismo. Certamente il Seicento (un secolo ricco e complesso in cui si mescolano insieme ottimismo e disperazione, nascita della scienza e potenti forme residuali di magia) è il periodo in cui si configurò definitivamente la modernità. L'eredità di Fludd fu raccolta dalle sette esoteriche che fiorirono numerose alla fine del Settecento, spesso veicolate dalla Massoneria. Contemporaneamente proprio nel Seicento nasce la polemica antimagica condotta da numerosi intellettuali. Colui che dette il colpo di grazia alla visione delle segrete corrispondenze e delle tecniche magiche fu Francesco Bacone. Proprio fra il 1603 e 1620 Bacone aveva formulato in modo articolato le ragioni del rifiuto della cultura magico-alchemica. Secondo lui la magia naturale raccoglie credule e superstiziose nozioni, punta su osservazioni di simpatie e antipatie, di proprietà occulte, di esperimenti futili, operazioni strane e spesso incongrue. Il rifiuto dell'iniquo e fallace connubio fra indagine sulla natura e discorso mistico -religioso è all'origine per Bacone di tutta una serie di equivoci. L'uomo non è il centro di corrispondenze segrete, l'universo non è un contesto di simboli che corrispondono ad archetipi divini, l'impresa scientifica infine non assomiglia affatto a una incomunicabile esperienza mistica. Bacone non aveva esitato a qualificare Paracelso come un mostro, un fanatico accoppiatore di fantasmi, aveva etichettato Cornelio Agrippa come un triviale buffone che fa di ogni cosa un'ignobile farsa; si era scagliato contro Cardano definendolo un affannato costruttore di ragnatele in continua contraddizione con le cose e con se stesso.
Ad opera dei grandi pensatori del Seicento, da Renè Descartes allo stesso Hobbes, si fece strada una nuova figura di pensatore e scienziato.
Per il mago rinascimentale colui che accedeva ai segreti della natura aveva un qualcosa in più, era in qualche modo un eletto. Per lo scienziato del tardo '600 colui che anela alla verità è un comune mortale che mette insieme delle pratiche e delle teorie convalidate dall'esperimento. Assistiamo quindi da un verso alla democratizzazione del sapere, anche se questo aspetto di democratizzazione è andato di pari passo al disincanto del mondo, alla cancellazione dell'aspetto mistico e spirituale della conoscenza.
     
E ora alcuni interessanti concetti di Astrologia Rinascimentale!

Nella Gnosi volgare del II secolo d.C si esprime una dottrina secondo la quale l'anima è presente ab eterno nella silenziosa memoria di Dio. Spinta da una misteriosa necessità, l'anima scende con il suo veicolo attraverso i mondi e le sfere planetarie le quali le attribuiscono una loro "pesantezza". In base alla loro "natura" Saturno regna sulla fatalità, Marte domina la sfera dell'aggressività, Venere determina la spinta erotica, da Giove dipende il rango e la gloria del soggetto, Mercurio definisce le qualità dell'intelligenza e le capacità espressive, il Sole determina sia il genio personale sia la forma del destino umano, ivi compresa la necessità di esercitare il libero arbitrio, la Luna infine stabilisce ciò che ha attinenza con il corpo fisico. Nel percorso del ritorno verso Dio, l'anima deve liberarsi delle incrostazioni dovute ai vari pianeti e deve sconfiggere i misteriosi personaggi che permettono i passaggi da una sfera all'altra.
In virtù delle tematiche neoplatoniche e gnostiche, l'iconografia astrologica domina l'immaginario collettivo e per la magia le considerazioni astrali sono sempre state di estrema importanza, I maghi del Rinascimento connettevano i pianeti alle grandi forze che muovono l'universo: controllare gli influssi planetari significava controllare gli influssi motori che corrono sotto la superficie delle cose. Il fatto che le stelle si comportano in modo regolare e prevedibile amplificò l'importanza dell'astrologia nel mondo antico. Già i greci scoprirono divinità nei pianeti che seguivano leggi rigide e immutabili, e Platone nei suoi ultimi anni evidenziò nel cielo le divinità vere. Tutte le forze che obbediscono a leggi immutabili come i pianeti e numeri sono fondamentali per la magia in quanto l'operatore può confidare che esse agiranno sempre nel modo che egli richiede e nel momento che esso desidera. L'influsso di un pianeta può essere controllato magicamente mediante l'uso di elementi che ad esso sono legati: ad esempio il colore rosso, il ferro e il numero 5 possono imprigionare le forze di Marte. Gli influssi delle stelle si indirizzano sulla terra grazie ad un legame magico creato dalle parole, come in un interessante incantesimo d'amore tratto dal "Grimorium Verum" che cattura il potere del pianeta Venere ed è descritto come un esperimento della forza meravigliosa delle intelligenze superiori.
Secondo la magia del Rinascimento, si possono evocare gli spiriti planetari o attrarre gli influssi dei pianeti usando delle immagini che ne sono raffigurazioni simboliche. Nel 1479 Marsilio Ficino pubblicò un testo intitolato "Liber de Vita", nel quale raccomandava l'uso di immagini per attirare influenze benefiche. Quando si è troppo stanchi a causa dell'influsso di Saturno (che regola il temperamento malinconico ed è antagonista dell'energia e della forza vitale della gioventù) occorre intervenire. Gli studenti sovraffaticati e le persone anziane le cui forze vitali stanno svanendo, devono captare gli influssi dei pianeti benefici come Giove, Venere e il Sole. Per ottenere salute e felicità si devono costruire un'immagine di Venere: disegnare una bella fanciulla vestita di bianco o di giallo che tiene nel grembo fiori e frutti.(Nota di Lunaria: il culto delle immagini e in particolare l'usanza di ritenerle sacre, protettive o benedette è tipicamente cattolica... chissà se gli stessi cattolici se ne rendono conto di quanto abbiano preso dal "Paganesimo e dalla stregoneria"...)

Il Ficino propose le sue immagini molto cautamente temendo di essere accusato di praticare magia cerimoniale: cento anni più tardi Giordano Bruno adottò la stessa tecnica con grande entusiasmo. Egli proponeva diverse immagini positive del sole: Apollo con un arco ma senza frecce che sorride, un arciere che saetta un lupo con un corvo che gli vola sul capo, oppure un uomo con la barba ed elmo a cavallo di un leone con una corona sulla fronte e un gallo con la cresta multicolore. Queste figure erano per Giordano Bruno simboli della natura solare: meditando su di esse l'influsso del pianeta poteva essere guidato entro la personalità umana. Tutta la magia dei Talismani si basa sull'idea che le forze planetarie possano essere dominate concentrandosi sui rispettivi simboli. Probabilmente questa idea che ha influenzato sia il Ficino che Giordano Bruno deriva dall'antico "Picatrix". Vi è un testo magico impropriamente attribuito ad Agrippa e aggiunto al "De occulta philosophia" che reca il titolo di "Quarto Libro"; in questo testo vengono descritti gli spiriti dei pianeti sulla stessa scia del "Picatrix". Uno spirito solare può mostrarsi come un re con scettro e corona in groppa a un leone, oppure assiso su un trono con una sfera ai piedi e sullo sfondo un pavone. Uno spirito lunare è incarnato da un arciere che cavalca un'antilope, oppure da una cacciatrice con arco e frecce (Diana Cacciatrice), ma può apparire anche come giovenca, un'oca o una freccia. Lo spirito di Mercurio si presenta come un principe in groppa a un orso o una donna che fila con la conocchia. Tali rappresentazioni aiutano il mago a potenziare le forze dell'anima mettendola in relazione con gli spiriti astrali.  

Nella vecchia sagrestia in Santa Croce nella Cappella dei Pazzi si può ammirare proprio sopra l'altare una cupola con le rappresentazioni mitiche delle costellazioni. Gli astri che le chiese accolgono nei propri santuari riempiranno in seguito i palazzi dei papi. Lo zodiaco, le costellazioni, i pianeti, giocano un ruolo particolare nella decorazione del Vaticano: possiamo citare gli appartamenti dei Borgia e le sale dei pontefici decorate per ordine di Leone X.


Nota di Lunaria: ci sarebbe da riportare anche tutta l'Alchimia e l'Astronomia di Tommaso d'Aquino, ma rimando ad un prossimo post, magari... ora ho consumato fin troppa chiavetta 3 :P

APPROFONDIMENTO: MACROCOSMO E MICROCOSMO


Info tratte da


Nel periodo storico compreso tra la prima metà del Cinquecento alla fine del Seicento, vi furono innovazioni e scoperte che permisero all'essere umano di trasformare il rapporto con l'ambiente circostante.
La scienza prese progressivamente il posto della magia. Il mago del Rinascimento era un conoscitore della realtà; una conoscenza dei fenomeni gli permetteva di "prevedere" e manipolare, se non trasformare, la natura stessa.
L'universo era immaginato come un organismo vivente: astri, mari, montagne non solo erano viventi, dotati di anime, ma formavano gli organi dell'universo stesso.
Le singole parti dell'universo venivano pensate come collegate tra loro, ciascun elemento era legato agli altri ed esercitava un'attività, un influsso.

Nell'uomo, posto al centro del creato esattamente come la Terra (come si credeva a quel tempo), si rispecchiava l'intero universo con tutte le sue forze, legami e potenze segrete.

Tra l'età di Copernico (l'età della "rivoluzione astronomica") e quella di Newton, avvenne un mutamento di idee, ma anche di tecniche e metodi di indagine: l'immagine e il ruolo stesso dell'uomo verrà revisionato, non più in chiave antropocentrica, fino ad arrivare (ai giorni nostri) ad un approccio animalista ed ecologista, che non vede più animali e natura come "cose" a servizio dell'uomo, ma esseri senzienti e da rispettare.

Proprio in corrispondenza istituita, nella tradizione magica del Rinascimento, tra il Macrocosmo (Grande Universo Fisico) e Microcosmo (l'uomo) si riteneva che le costellazioni dello Zodiaco astrale esercitassero un influsso su un organo del corpo umano. Le terapie venivano spesso precedute da consultazioni dell'esatta posizione degli astri.



L'immagine, da un codice del '400, 



rappresenta la centralità dell'uomo nell'universo: l'intero universo veniva considerato sottomesso alla più perfetta delle creature, l'uomo, la sola a immagine e somiglianza di Dio.

Nota di Lunaria: Ovviamente, è un'immagine che riflette un'ideologia androcentrica (maschio-centrica)



visto che la donna era totalmente esclusa da questa "divinizzazione dell'uomo". 


ALTRO APPROFONDIMENTO SU PARACELSO

tratto da



Paracelso (vero nome: Phillip Aureolus Theophrast Bombast von Hohenheim) trasformò l'Alchimia (legata ai processi di trasmutazione dei metalli in oro) in Iatrochimica, cioè chimica medica.

Secondo l'idea di Paracelso l'Alchimia non doveva fabbricare l'oro ma servire a creare medicine.
Secondo Paracelso, tutto quanto era visibile sulla Terra (dal minerale all'animale) era il prodotto di forze spirituali, create da Dio agli inizi e nascoste nella materia.
Erano queste forze i principi attivi nella cura delle malattie: come si poteva ottenerle?
Scomponendo, analizzando, distillando oggetti naturali, per catturare le virtù attive e poterle somministrare alle persone malate. Era così che l'Alchimia si alleava alla medicina, dando inizio alla Iatrochimica o chimica medica.
Paracelso fu un personaggio polemico ed eccentrico, un alchimista provocatore che contribuì ad andare oltre la disciplina alchimistica propriamente detta; contribuì allo sviluppo di una pratica terapeutica impegnata a ristabilire nel corpo degli ammalati gli equilibri dei corpi umani in salute.
La scoperta e la preparazione di rimedi contro le malattie, per Paracelso, era uno dei compiti dell'alchimista.
Pur usando ancora le piante (*), il medico "paracelsiano" usava anche "farmaci chimici" come il mercurio (molto pericoloso) usato per la sifilide.

(*) Come il laudano, usato moltissimo da Paracelso