Medioevo (2) Bellezza e Moda nel Medioevo

Per la prima parte dello scritto, vedi: http://intervistemetal.blogspot.it/2018/03/medioevo-1-musiciste-e-danzatrici.html
 
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Come viveva la protagonista del "Canzoniere", cioè una giovane donna di quei tempi? Come si vestiva? Come si divertiva? Qual era la sua posizione nella società?
La posizione sociale della donna nel Trecento non è delle più invidiabili: dice la Chiesa, per bocca di San Tommaso, che la donna deve essere soggetta all'uomo perché è più debole per natura, sia nel corpo sia nella mente.


MEGLIO METTERE LE PAGINE CHE TESTIMONIANO COSA C'è SCRITTO NELLA QUAESTIO 92 E PER DIMOSTRARE CHE HO LETTO PER INTEGRALE TOMMASO D'AQUINO, SIA MAI CHE QUALCUNO DICA CHE "NON è VERO NIENTE! LA CHIESA HA SEMPRE PROMOSSO LA DIGNITà DELLA DONNA!"




D'altro canto, la legge civile del tempo permetteva al marito di battere la moglie, purché avesse una buona ragione. All'atto pratico però vediamo che la donna è riuscita a mitigare il rigore di queste norme ufficiali e ad inserirsi abbastanza agevolmente nel mondo trecentesco: nei ceti popolari essa gode di molta libertà, può interessarsi degli affari, può perfino iscriversi negli albi delle corporazioni.

Nota di Lunaria: per approfondimenti, vedi questo libro:

Nei ceti superiori, la donna è oggetto di ammirazione da parte dei poeti che la proclamano loro ispiratrice ed è "servita" dai cavalieri, che si battono per lei nei tornei. Può imparare a leggere e scrivere, può cimentarsi addirittura nelle lettere o indossare l'armatura e combattere. Però il vero, essenziale, compito della donna nel Trecento è quello di essere una buona moglie: lo scopo della sua vita è il matrimonio; spesso a sei, sette anni, è già fidanzata.

La Laura del Petrarca, la "nova angeletta sovra l'ale accorta", fu madre di 11 figli. E non ci deve stupire, data la società del tempo. Come non deve stupire il fatto che Petrarca si sia innamorato di una donna sposata: era quasi inevitabile perché le nubili non si potevano vedere tanto facilmente: la relativa libertà di cui godevano le donne nel Trecento si riferiva infatti esclusivamente alle maritate. Le fanciulle invece erano custodite gelosamente in casa, al riparo da sguardi indiscreti e da possibili tentazioni.

La ragazza riceveva un'accurata educazione che mirava a farne una sposa perfetta; abbiamo a questo proposito un vero e proprio trattato, "Del reggimento e costumi di donna" di Francesco da Barberino. Prima di tutto le giovani debbono imparare tutti i lavori domestici: tessere, filare, ricamare, cucire, cucinare, riassettare. Ciò vale per qualunque ceto.

Nota di Lunaria: questo bel romanzo parla proprio di una donna creatrice di smalti


Riguardo alla cultura femminile, Francesco da Barberino fa distinzione secondo i ceti: è bene che la damigella nobile sappia leggere e far di conto perché nel caso resti unica padrona di terre, non si faccia ingannare dagli amministratori; le ragazze della media e bassa borghesia invece devono farne a meno; alle monache, invece, si concedono le letture spirituali. Le ragazzine di famiglia nobile ricevevano la prima istruzione in convento dove oltre ai lavori domestici, studiavano il canto e un po' di musica.

Pudore e riserbo sono le prime qualità che si richiedono ad una giovane, che deve parlare pochissimo, non ridere ma solo sorridere, essere discreta, vestire pudicamente; ma le fanciulle cercavano naturalmente di non prendere troppo alla lettera i consigli e gli imperativi: per evadere dalla clausura domestica stavano al balcone o affacciate alla finestra, a guardare chi passava per strada e a farsi guardare. Doveva essere questo un motivo di svago comune, a giudicare almeno dalla frequenza e dalla vivacità con cui le persone per bene tuonavano contro una tale cattiva abitudine.

Moda e abbigliamento

Nel Trecento comincia a diffondersi il gusto per l'eleganza e il lusso. Già verso la fine del secolo precedente, nel 1274, papa Gregorio X aveva sentito il bisogno di proibire "gli smoderati ornamenti delle donne" ma l'esortazione non aveva prodotto un grande effetto.
I capi essenziali erano in verità assai semplici: si indossavano prima di tutto la gonnella (cotta), una sorta di veste lunga fino ai piedi, più corta davanti per consentire di camminare speditamente. Raccolta sotto il seno con una cintura, poteva essere ampia o attillata e aveva in genere maniche strette con bottoni dai gomiti al polsi. Su di essa si portava la guarnacca, una sopraveste scollata con maniche ampie o senza maniche. D'inverno la guarnacca era spesso foderata di pelliccia. Per uscire di casa le donne si avvolgevano nel mantello, che fissavano sul davanti con una spilla. La moda francese era più vistosa: splendide stoffe ricamate, scollature, maniche che pendevano fino a terra, copricapi elaboratissimi.



Nota di Lunaria: lo stile medioevale è quello più rielaborato nello stile gothic:







I canoni della bellezza

Secondo le descrizioni di Petrarca, Laura aveva i capelli biondi, la pelle bianchissima, le guance rosee, gli occhi neri e sereni, le labbra rosate, la bocca bellissima, le mani sottili, piedi snelli e leggeri: corrispondeva perfettamente ai canoni della bellezza del tempo. Boccaccio così descriveva due giovani donne: "Elle erano nel viso bianchissime, la qual bianchezza quanto si conveniva di rosso colore era mescolata. I loro occhi parevano matutine stelle e le piccole bocche di colore vermiglio rosa, più piccole diventavano nel muoverle alle note delle loro canzoni. I loro capelli come fili d'oro erano biondissimi, i quali alquanto crispi s'avvolgevano infra le verdi frondi delle loro ghirlande."

Un sex symbol del Medioevo: Laura...


Segreti di bellezza

Prima e costante preoccupazione delle donne erano i famosi capelli d'oro. E già nel 14° secolo quelle che proprio bionde non erano cercavano di diventarlo sottoponendosi a intrepide e dure fatiche. Prima di tutto era essenziale, per schiarire i capelli, esporli al sole, ma poiché, la regola di bellezza del tempo, rigorosa, esigeva la pelle candida, non bisognava abbronzarsi quando ci si sottoponeva ad estenuanti sedute sotto il il sole!
Per ovviare l'inconveniente le donne ricorrevano ad un ingegnoso accorgimento: si mettevano in testa una specie di cappello con la tesa larghissima ed un buco al posto della calotta: i lunghi capelli uscivano dall'apertura e venivano sciorinati sull'ampia tesa, che riparava il viso dai raggi del sole. Anche alla luna si attribuiva la proprietà di dorare le chiome perciò i terrazzini brulicavano di gentili madonne anche nelle notti di plenilunio.
Per affrettare il procedimento si ricorreva anche a speciali pozioni: due libbre di miele da distillarsi con l'alambicco a fuoco lento: il primo liquido che se ne ricavava serviva per il viso, il secondo per ungere i capelli: 15 giorni di trattamento garantivano la chioma d'oro. Oltre ad essere biondi, i capelli dovevano lasciare scoperta una fronte altissima. 



Perciò, chi aveva l'attaccatura dei capelli bassa, doveva radersi, anzi depilarsi la testa per alcuni centimetri, e si ricorreva a un depilatorio piuttosto drastico, lo "scorticatoio", a base di calce viva: si faceva cuocere una poltiglia a base di acqua, calce viva e orpimento (arsenico), che poi veniva spalmata sull'attaccatura dei capelli. Ottenuta in questo modo la fronte spaziosa, si passava alla cura dell'incarnato. Per pulire la pelle si stemperava in acqua d'orzo un miscuglio di farina di mandorle, di cece, di galla, zucche selvatiche e chiare d'uovo secche. Si usava anche lardo di cervo (!), canfora e olio di tartaro.

Nota di Lunaria: curiosamente tale pettinatura viene spesso sfoggiata al Gotik Treffen, celebre evento musicale che è anche una fiera del pacchiano e dell'estrosità vivente...



Personalità femminili del secolo

Essere una brava massaia, buona moglie, una bella dama, curar la persona, gli abiti, apparire ritrosa e vereconda: anche nel Trecento molte donne non si sentivano paghe di questi doveri e trovavano il modo di eluderli e di affermare la propria personalità nei campi più diversi.
Guerriere, erudite, poetesse, regine, sante, eretiche, diplomatiche, balzano vive alle cronache trecentesche.
Maria di Pozzuoli era una donna che giostrava a cavallo con tanta perizia da meritarsi la menzione e la celebrazione del Petrarca stesso; Marzia degli Ubaldini organizzò la difesa di Cesena e tenere la città con intrepida tenacia. Battista Malatesta scriveva eleganti orazioni in latino (Nota di Lunaria: un'altra poetessa, di cui purtroppo ci sono pervenuti solo tre sonetti, è stata Compiuta Donzella, rimatrice fiorentina del Duecento e che vedremo meglio nella terza parte dello scritto). Bettina Calderina, a Padova, teneva le lezioni di diritto canonico all'Università quando sostituiva il marito Giovanni da San Giorgio. Cristina di Pisan si guadagnava da vivere con le sue opere: primissimo esempio di una donna che sia vissuta coi proventi della sua penna.



Nelle lontane terre del Nord, Margrete, giovane donna di 27 anni, cominciava a regnare sulla Norvegia: dimostrerà abilità e competenza, coraggio e saggezza, da unificare in uno solo prospero regno, i tre paesi di Norvegia, Svezia e Danimarca.

Nota di Lunaria: cito anche Margherita Porete, bruciata come eretica, l'autrice dello "Specchio delle Anime Semplici", Giuliana di Norwich che, molto ingenuamente, parlava di "dio madre", Hildegarda di Bingen, sicuramente la più famosa, anche se non era esente dalla misoginia introiettata: per esempio, in alcune sue frasi relative al sacerdozio e alla superiorità maschile. C'è anche Santa Geltrude la Grande che conosceva il Trivio e Quadrivio. certo, per forza di cose era idolatra del nazareno, ma mi rendo conto che all'epoca non poteva essere diversamente; se non altro si è dedicata alla letteratura, alla musica, al canto e alle miniature (quindi pittura).

Un altro nome che si può fare e che è persino precedente, è quello di Dhuoda


che ho trovato menzionata qui



Nel Medioevo, le donne dell'alta società dedicavano parte del loro tempo libero alla lettura. Dhuoda, moglie di Bernardo di Settimania, tra l'841 e l'843, scriveva il "Liber Manualis" per il figlio maggiore di 16 anni che entrava al servizio di Carlo il Calvo. è lei l'autrice di questa opera, e non un chierico.

Dhuoda appartiene ad una famiglia aristocratica, ed è lì che ha acquisito le sue conoscenza; non indica gli autori che l'hanno influenzata, ma cita, con allusioni, le sue letture, dicendo che ha composto la sua opera a partire dai libri che aveva a disposizione; menziona un autore, Donato, e due opere "Synonymorum" di Isidoro di Siviglia e la "Regula Pastoralis" di Gregorio Magno; cita anche il "Liber Cathemerinon" di Prudenzio e altri poeti precarolingi.
Conosce anche l'opera di sant'Agostino, oltre che Gregorio Magno.
Altri passi, provengono da glossari e manuali sconosciuti.
Dhuoda ha letto testi agiografici, opere di morale, libri di preghiere; ha letto anche la Bibbia, che cita di frequente, soprattutto i libri sapienziali, il libro di Giobbe, il vangelo di Matteo, le lettere di san Paolo.