Romania: Storia, Letteratura e Black\Folk\Symphonic\Gothic Metal!

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La Romania alle origini

L'antica Romania era abitata dai Traci. Nel VII sec. i Greci fondarono alcune colonie sulle coste del Mar Nero, a Mangalia, a Tomis e Histria. L'ultimo re dacico, Decebalo, non fu in grado di resistere a Traiano, che trasformò la Dacia in una provincia dell'Impero Romano. I Romani, comunque, rimasero per 175 anni.
Ma il territorio romeno era abitato fin dal Paleolitico: sono stati trovati ornamenti e monili di osso, pitture rupestri di animali, "l'idolo di Cuina Turcului" (una falange equina incisa a motivi geometrici). A partire dal Neolitico si susseguirono diverse altre culture: quella di Cris-Starčevo, la cultura Hamangia, cui appartiene uno dei più bei capolavori di arte preistorica dei Balcani, "Il Pensatore e la sua compagna"





e poi ancora, le cultura Boian, Vădastra, Petrești, GumelniȚa; in queste culture si trovano manufatti ceramici incisi con motivi spiralo-meandrici. Particolarmente importanti sono le ceramiche policrome della cultura Cucuteni, con figure femminili stilizzate legate ai culti della fertilità.

Cultura Cucuteni-Trypillian: si diffuse tra Romania, Moldavia e Ucraina. Probabilmente erano le donne a realizzare la ceramica e l'abbigliamento.













 
Nota di Lunaria: inserisco, tanto per fare un confronto, anche l'arte della cultura Karanovo, della vicina Bulgaria


Avevamo visto la Bulgaria - la patria degli Amor e Morte! - qui: http://intervistemetal.blogspot.it/2018/01/bulgaria-traci-rose-rovine-e-black-metal.html

Alla metà del VII sec. a.c la Romania entra nel raggio di influenza greca e poi viene invasa da Sciti, Celti, Romani.
In una zona montuosa a sud di Orăștie si trovano ancora le tracce degli insediamenti eretti tra il I sec. a.c e I sec. d.c dai Daci. Le vestigia di maggiore interesse sono quelle di Sarmizegetusa Regia



Molto noto, per la storia romena, è stato Vlad Țepeș, il celebre Vlad l'Impalatore. 

 
In tutto il suo regno Vlad amministrava la giustizia con pugno di ferro e le sue vittime morivano bruciate vive, strangolate, accecate, mutilate. Nel 1462 per intimorire e scacciare i Turchi, Vlad bruciò le messi, avvelenò i pozzi e i suoi soldati, travestiti da turchi, si introdussero nel campo nemico. Quando il sultano arrivò a Tărgoviște si trovò davanti agli occhi 20.000 Turchi impalati davanti alle mura delle città. Questo episodio passò alla storia col nome di "Foresta degli Impalati"; Vlad aveva messo in pratica un sistema di impalamento che non uccideva subito ma rendeva la morte lenta e dolorosa: il palo entrava nell'ano e fuoriusciva appena sotto la spalla, senza ledere nessun organo vitale: si sopravviveva fino a 48 ore di agonia.
Perché tutta questa ferocia? Qualcuno ipotizza che Vlad avesse trascorso gli anni della sua giovinezza in una prigione turca, dove pare fosse violentato dai Turchi; forse il suo sadismo era una forma di vendetta.
Per i Romeni, comunque, Vlad Țepeș è stato un valoroso patriota che ha difeso la sua terra dai Turchi e che non ha molto in comune col personaggio di fantasia ideato da Bram Stoker, 


anche se c'è da dire che il bellissimo film di Francis Ford Coppola diretto nel 1992 


ha ricostruito in maniera molto suggestiva gli scontri tra Vlad e i Turchi, nell'incipit del film







Un altro film che molto più del film di Coppola ha presentato un "Dracula patriota" è "Dracula Untold"



Non è un capolavoro, però a me è piaciuto abbastanza, anche se più che un "horror classico sui vampiri" qui siamo dalle parti di un "horror storico". Però sono davvero suggestivi i paesaggi




e devo dire che mi è piaciuto anche il duello finale tra Vlad e il sultano (difatti gran parte del film è incentrata sulla battaglia tra Vlad e i Turchi)

Per quanto riguarda l'architettura, chiese e castelli in Romania sono stupendi! Con pinnacoli altissimi e arroccati su alture rocciose:




I castelli più famosi sono quelli di Bran, il Castello Corvino e il Castello di Peleș

Abiti tradizionali





Riti funebri in Transilvania

Per i Romeni, per ogni persona esistono una stella e un albero: quando la persona muore, muore anche la stella. Per celebrare il rito del trapasso veniva collocato un abete in cima alla tomba. Le donne del villaggio intonavano un canto dedicato all'albero e al suo destino, che è quello di perire insieme all'umano che "accompagna". Durante il funerale e la veglia, il corpo del defunto non viene mai lasciato da solo: amici e parenti raccontano i ricordi che conservano della persona deceduta.
In Transilvania è usanza annunciare la morte di qualcuno con corni alpini che vengono suonati "nei giardini dei morti" all'alba, a mezzogiorno, la sera e durante il corteo diretto al cimitero.


Superstizioni

In Romania le antiche leggende sulle streghe, spettri, fate, vampiri sono ancora vive nell'immaginazione delle persone. Nel Maramureș il 20%  della popolazione crede ancora alla stregoneria.
Alcune tradizioni: si appendono pentole e stoviglie in un albero del giardino; si usano ancora aglio e croci per proteggersi dai vampiri; alcune volte, i corpi vengono ancora riesumati per infilare loro un paletto nel cuore...come accaduto nel 2004 a Marotinul-de-Sus; durante l'eclissi del 1999 in alcune parti della Romania si accesero falò per tenere lontani vampiri, licantropi e altre creature maligne.


Letteratura romena

Il poeta più famoso è Mihai Eminescu (uno dei miei poeti romantici preferiti. Nota di Lunaria). Eminescu è il nome più glorioso del Romanticismo Romeno.

 Altri due autori importanti sono stati il poeta Tudor Arghezi e il filosofo Emil M. Cioran (Rășinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995) [il mio filosofo preferito da ben 14 anni]

Riporto qui alcuni dei loro stralci più belli. Purtroppo né Eminescu né Arghezi li ho originali, ma ho dovuto leggerli - e restituirli, a malincuore - in biblioteca. Non li ho neanche mai visti in vendita da nessuna parte :(

Cioran invece è reperibile soprattutto nelle librerie. Adoro tutti i suoi libri!

Mihai Eminescu è il più noto (e a mio parere talentuoso) Poeta del Romanticismo Romeno. è stato chiamato Il "Byron Romeno". L'Opera che preferisco è "Lucifero" ("Luceafårul"), davvero sublime, forse anche più bello del "Demone" di Lermontov, [ http://intervistemetal.blogspot.it/2018/03/gli-slavi-3-letteratura-russa.html ] anche se sicuramente sono tra i più bei poemi dedicati all'Angelo Caduto. Qui riporto queste frasi tratte da "Genio Desolato" ("Geniu Pustiu" 1868-1870), per dare un'idea dello stile di questo scrittore. Il romanzo è a sfondo storico, trattando una sorta di "Risorgimento Romeno" (contro gli ucraini, se non ricordo male), comunque al di là del contesto (forse ormai anacronistico) dal quale parte la vicenda in sé, lo stile espressivo è davvero meraviglioso:

"Ogni stella in cielo
un amore sulla terra;
soltanto nella mia notte
neanche una stella.
Solo nella mia anima... nessun amore."

"Muoio alla terra
per poter vivere in cielo."

"Una dopo l'altra si accendevano le stelle,
tremanti nel cielo - ora più in alto, ora più in basso -
e la Luna, loro bionda Signora, pallida
come una sposa, passava tra le nuvole
candide e sottili."

"Le labbra livide, i capelli neri come la notte,
spettinati, che le volavano attorno al collo bianco
come il marmo, il collo della morte...la lunga veste di seta nera,
facevano di lei un'immagine di ira dolorosa, di pietrificato dolore."


"Luceafårul"
(la traduzione in italiano è mia)

C'era, come nelle fiabe,
Come mai nell'incursione del tempo si verificò,
C'era, nata dal famoso sangue reale,
Una ragazza ancor più bella.
Era figlia unica dei suoi genitori,
Luminosa come il sole a mezzogiorno
E come vergine tra i santi
E tra le stelle la luna.
Dalla profonda ombra delle volte
Il suo passo ora dirige
Verso una finestra: al suo angolo,
Un Brillante Lucifero aspetta.

Lei si guarda attorno come scrutando mari lontani,
Lui Si alza, dardi i suoi raggi,
E conduce le nerastre navi cariche
Sul bagnato, in movimento, in differenti modi.

A guardarla tutte le sere,
La sua anima infiamma I Suoi istinti;
E guardandola per settimane,
Egli si innamora di lei.

E come si appoggia sui gomiti,
Il suo tempio e il suo capriccio,
Anche lei sente nel suo cuore e nell'anima che
si sta innamorando di Lui.

E ogni notte le sue fiamme tempestose
Più tumultuosamente rinnovano
Quando all'ombra del castello
Ella mostra la sua visione luminosa.

E nella sua stanza con passi lenti
Egli porta i suoi passi e gli obiettivi
Tessendo fredde scintille
con fatica di fiamme tremanti.

E quando lei si getta sul suo letto
Con le membra stanche, e riposa
Lui scivola la mano lungo il suo seno
E le chiude le dolci ciglia.

E dallo specchio sulla sua forma
Un raggio si è diffuso e brucia,
Sui suoi grandi occhi
E sul suo viso, che si trasforma.

I suoi sorrisi lo vedono, lo specchio lo mostra,
Lui, tremante nell'angolo

Per Lui sta affondando, nel suo sogno
Cosicché le loro anime possono agganciarsi

Lei parla con lui nel sonno e sospira
Mentre si gonfiavano le vene del suo cuore,
che batteva come un tamburo:

- "O, Dolce Signore delle mie notti fatate
Perché non vieni? Vieni!
"Discendi a me, mite e clemente Lucifero,
Tu puoi scivolare su un raggio
Entrare nella mia abitazione e nella mia mente
E sul mio barlume di vita! "

E Lui ascolta e trema e
Ancora di più per il suo amore agogna
E rapido come il fulmine che
Si tuffa tra le onde.
L'acqua in quel punto,
Mosse molti anelli concentrici, a ripetizione.

E fuori nell'ignoto, oscurità, profondità
Un giovane uomo superbo sorge,
Come sopra una soglia, verso l'ancora,
I suoi passi frettolosi conduce,
Tiene in mano un bastone con
in cima, una corona di ancie

Sembra impersonare un giovane Voivod
Con i capelli morbidi e dorati;
Un velo blu, si allaccia in un nodo
sopra la sua spalla nuda.
L'ombra del suo viso è esangue
E puoi vedere attraverso
gli occhi di un uomo affascinante, morto, ma
con gli occhi vivi
Che gettano le loro scintille fuori.

"Dalla mia sfera difficilmente esco a
rispondere alla tua chiamata.
Il Paradiso è mio padre e
Mia madre è il mare.
Così potevo venire alla tua camera
E guardarti da vicino.
Con la mia luce rinasce dalle onde
il mio Destino, per te, governerò.
O, vieni, o mio tesoro meraviglioso,
E lascia da parte il tuo mondo;
Perché io sono Lucifero dall'Alto
E tu vuoi essere la Mia sposa.
Nel mio palazzo di corallo, Io
ti custodirò per sempre
E il mondo intero dal mare
Si inginocchieranno davanti alla tua porta..".
O, tu, bella come l'arte, ma
nei sogni che un angelo mostra,
nel modo in cui ti sei aperta per Me,
Per me d'ora in poi sarai sempre sigillata".

"La tua porta, aspetto e parole sono strani
La vita che illumini con i tuoi bagliori non può essere impartita,
Perchè io sono viva e Tu sei morto
E i tuoi occhi agghiacciano il mio cuore. "

Molti giorni sono trascorsi dal quel giorno, ma Lucifero
Viene di nuovo e rimane
Proprio come allora, diffondendosi sopra di lei,
con i suoi raggi.

Nel sonno lei rimembra Lui
E, come prima, insieme,
desidera esprimere un desiderio per il Maestro delle onde
per congiungere la sua anima.

"Scendi in me, dolce Lucifero,
Tu puoi scivolare su una trave,
Entrare nella mia abitazione e nella mia mente
E sul mio barlume di vita! "

E Lui ascolta, ed è colto dalla disperazione
Di un tale doloroso sentimento
Si sente morire
e i cieli ruotano
Dove Egli è sparito.

Ben presto le fiamme rubiconde si sprigionano,
tengono in pugno Il mondo;
Un superbo spasmo del caos
per le valli.

Sulle sue ciocche di capelli neri, porta
La sua corona luminescente con alcune fiamme di fuoco;
ondeggia come lui arrivava nella realtà,
Nuotando sulle fiamme del sole.

Col suo nero sudario cerca di coprire
Le sue braccia vigorose come il marmo,
Lui pensieroso, tristemente reca
Il suo viso terribilmente pallido.

Ma brillano i suoi grandi occhi meravigliosi
come chimere
che mostrano due spasmi insaziabili:
ma tutto questo è confinato nel buio profondo.

"Dalla mia sfera difficilmente esco a
rispondere alla tua chiamata, alla tua visione.
Il sole lucente è mio padre e
Mia madre è la notte.
Oh vieni e sopra i tuoi capelli biondi
lascia da parte il tuo mondo;
Perché io sono Lucifero dall'Alto
E tu vuoi essere la Mia sposa.
Oh vieni e sopra i tuoi capelli biondi
con corone di stelle Io ti incoronerò
e molto di più che tutte loro
tu brillerai e sfavillerai orgogliosa.
O, tu sei bella come
i sogni che un demone mostra,
Il modo in cui ti sei aperta con me,
Per me sarai sigillata per sempre.
Le profondità del mio dolore dal
desiderio del tuo amore feroce
I miei pesanti occhi grandi e dolenti
Quando in loro tu ti riveli urtandoli"

E il testo in Inglese:

"Lucifer"

The title of the poem, linked to the central figure - "Luceafårul" hononymous with evening or the morning star is Lucifer in Corneliu M. Popescu's and Dimitrie Cuclin's versions.

There was, as in the fairy tales,
As ne'er in the time's raid,
There was, of famous royal blood
A most beautiful maid.
She was her parents' only child,
Bright like the sun at noon,
And like the virgin midst the saints
And among stars the moon.
From the deep shadow of the vaults
Her step now she directs
Toward a window: at its nook
Bright Lucifer expects.
She looks as in the distant seas
He rises, darts his rays
And leads the blackish, loaded ships
On the wet, moving, ways.
To look at him every night
Her soul her instincts spur;
And as he looks at her for weeks
He falls in love with her.
And as on her elbows she leans
Her temple and her whim
She feels in her heart and soul that
She falls in love with him.
And ev'ry night his stormy flames
More stormily renew
When in the shadow of the castle
She shows to his bright view.
And to her room with her slow steps
He bears his steps and aims
Weaving out of his sparkles cold
A toil of shaking flames.
And when she throws upon her bed
Her tired limbs and reposes,
He glides his hand along her breast
And her sweet eyelash closes.
And from her mirror on her shape
A beam has spread and burns,
On her big eyes that beat though closed
And on her face that turns.
Her smiles view him; the mirror shows
Him trembling in the nook
For he is plunging in her dreem
So that their souls may hook
She speaks with him in sleep and sighs
While her heart's swelled veins drum:
-"O, sweet Lord of my fairy nights,
Why comest thou not? Come!
"Descent to me, mild Lucifer,
Thou canst glide on a beam,
Enter my dwelling and my mind
And over my life gleam! "
And he listens and trembles and
Still more for her love craves
And as quick as the lightning he
Plunges into the waves.
The water in that very spot
Moves rolling many rings
And out of the unknown, dark, depth
A superb young man springs.
As on a threshold o' er the still
His hasty steps he leads,
Holds in his hand a staff with, at
Its top, a crown of reeds!
A young Voivode he seems to be
With soft and golden hair;
A blue shroud binds in a knot on
His naked shoulder fair.
The shade of his face is of wan
And thou canst see throughout-
A handsome dead man with live eyes
That throw their sparkles out.
"From my sphere hardly I come to
Follow thy call and thee.
The heaven is my father and
My mother is the sea.
"So that I could come to thy room
And look at thee from near
With my light reborn from waves my
Fate, toward thee I steer.
"O, come, my treasure wonderful,
And thy world leave aside;
For I am Lucifer up from
And thou wouldst be my bride.
"In my palace of coral I'll
Take thee for evermore
And the entire world of the sea
Will kneel before thy door".
"O, thou, art beautiful as but
In dreams an angel shows,
The way though thou hast oped for me
For me' s for ever close.

"Thy port and mien and speech are strange

Life thy gleams don' t impart,
For I' m alive and thou art dead
And thy eyes chill my heart. "
Days have past since; but Lucifer
Comes up again and stays
Just as before, spreading o' er her
His clear translucent, rays.
In sleep she would remember him
And, as before, whole
Wish for the Master of the waves
Is clinching now her soul.
"Descend to me, mild Lucifer,
Thou canst glide on a beam,
Enter my dwelling and my mind
And over my life gleam! "
He hears; and from the dire despair
Of such a woeful weird
He dies, and the heavens revolve
Where he has disappeared.
Soon in the air flames ruddy spread
The world in their grip hold;
A superb from the spasm of the
Chaotic valleys mould.
On his locks of black hair he bears
His crown a fierce fire frames;
He floats as he really comes
Swimming in the sun' s flames.
His black shroud lets develop out
His arms marbly and hale;
He pensively and sadly brings
His face awfully pale.
But his big wonderful eyes' gleam
Chimerically deep,
Shows two unsatiated spasms
That but into dark peep.
-"From my sphere hardly I come to
Follow thy voice, thy sight;
The bright sun is my father and
My mother is the night. "
"O, come, and upon thy blond hair
And thy world leave aside
For I am Lucifer from up
And thou wouldst be my bride.
"O, come, and upon thy blond hair
Crowns of stars I shall crowd,
And more that all of them, up there,
Thou wilt look fair and proud."
-"O, thou art beautiful as but
In dreams a demon shows,
The way thought thou hast oped for me
For m'es for ever close".
"The depths of my breast ache from the
Desire of thy fierce love
My heavy, big, eyes also ache
When into them thine shove"

Aggiungo anche Lucian Blaga, un poeta che mi fece conoscere un ragazzo romeno, Deian, che conobbi anni fa; lesse e registrò per me anche dei file mp3 con alcune di queste poesie lette in lingua originale

"Prospettiva"

Notte. Sotto le sfere, sotto gli immensi abissi
dormono le monadi.
Cosmiche essenze
lacrime silenziose nello spazio
dormono le monadi.
Il loro moto è l'elogio del sonno.

Qui il testo originale:


"Dal profondo"

Madre - il Nulla - L'Abisso!
L'orrore dell'Abisso
fa tremare ogni notte il mio giardino.
Madre, tu fosti un tempo la mia tomba.
Perché ho terrore - madre -
di lasciare già la luce?

Il testo originale:



"La Luce"

Quella luce che sento
entrarmi nel petto quando vedo te
non è forse una goccia della luce
creata il primo giorno,
dal profondo assetata d'esistenza?
Giaceva in nulla in agonia,
nel buio errava, solo, quando diede
l'Inconoscibile un segnale:
"Luce!"
Un mare
un'insensata tempesta di luce
dilagò in un istante:
era come una sete di peccati, di desideri, di patemi e slanci
una sete di mondo e di sole.
Dov'è sparita l'acceccante
luce d'allora - chi lo sa?
Quella luce che sento entrarmi in petto
quando ti vedo - angelo mio,
forse è l'ultima goccia
della luce creata il primo giorno.

Il testo originale:



E qualche verso di Tudor Arghezi...


"Agate nere"

Come dentro il silenzio,
scavato nell'abisso della notte pallida,
come la luna rilucente, tra i vapori della sera;
E come l'anima si perde in morbida ragnatela che oblinqua
si culla per carezzarla teneramente,
come da pagine lette bianche farfalle con occhi d'oro
su cuffie di centaurea muovono ali polverose.
Con fruscio di seta soffocato dalle trine sulla mia finestra
passa il vento come rete
costellata di perle.
Offuscata nel ricordo, è tornato un profumo di sogno,
dal seno appena svelato, sul quale
un braccio sottile si assopiva come un iris.
Gli occhi racchiusi in gusci di ferro
versano seme tremolante per gli occhi di un tempo:
e gli alberi rivolti verso il cielo sembrano
ecco, navi nere cariche di mistero.


"Maledizioni"

Per grani ondeggianti e campi di cicuta,
i fuggiaschi raggiunsero il deserto all'ora
in cui la luna funerea e muta come un toro
affondava nella solitudine il corno.
E il mio pensiero conosce il loro pensiero.
[...] Precipiti il cielo e bufere di piombo
vi caccino sui campi con fruste di stelle.
Si schianti la pietra in piccole zanne di selce
che turbinando inseguano i viventi.


"Preghiera"
Perchè la polvere hai sollevato,
e vivo mi hai formato,
se al principio hai dato fine
prima ancora che avesse principio?
[...]
Tu duri sempre e nostra vita muore.
A te basta il conforto di essere,
tu solo, eterno, tra le nebbie.
Misurato nel tempo della testimonianza
di quelli che sono morti.


"Salmo"

Non mi hai parlato mai di lacrime,
ma la lacrima è in me adunata.
Mi hai persuaso alla danza e al canto
e non mi hai ricordato anche la tomba.
Tu non hai fatto la terra per grazia
e per amore.
Ti occoreva uno spazio,
libero e vasto, per i cimiteri.


Aggiungo anche George Bacovia

"Valzer d'autunno"

Qui fuori, un canto funebre d'autunno
triste monotoni di valzer lento...
Danziamo, cara, attraverso il salotto,
alle note mortuarie dell'autunno.

Ascolta come suona chiaramente
la musica nel grande parco antico,
sopra il legno di lugubri strumenti,
qui fuori, un canto funebre d'autunno.

Ora il valzer sospira dolcemente,
vieni, ti prego, lasciati abbracciare...
Danziamo, cara, un grido ad ogni giro,
alle note mortuarie dell'autunno.


E ora, vediamo il formidabile Cioran


Una raccolta di pensieri e aforismi di Cioran che apprezzo particolarmente. Suggerisco comunque la lettura di tutta la trilogia.


Brano tratto da "Lettere al Culmine della Disperazione" 

Negli stati depressivi l'uomo si sente essenzialmente come separato dal mondo, come se formasse insieme a quell'astro una dualità irriducibile. Non è forse qui la fonte di quel senso di solitudine, quella sensazione di gettatezza e di abbandono alla morte? Ma prima di tutto perchè esiste il dolore? Sarebbe assurdo rispondere che gli uomini soffrono per comprendere il mondo, come se la sofferenza giustificasse la sua comparsa, la sua esistenza, in forza del suo potere di disvelamento del mondo. Se il cammino che conduce alla conoscenza è così doloroso, chiunque rinuncerebbe ad esso. Il dolore del mondo esiste a causa del carattere irrazionale, bestiale e demoniaco della vita, questa specie di vortice che divora se stesso nella propria tensione. La sofferenza è una negazione della vita racchiusa nella sua struttura immanente. Nel carattere demoniaco della vita è implicata una tendenza verso la negatività, la distruzione, che ostacola ed esaurisce lo slancio dell'imperialismo vitale. Contrariamente ad altre forme inconsce di autodistruzione della vita, quello che avviene attraverso il dolore è il notevole sviluppo della coscienza, il cui intensificarsi è inseparabile dal fenomeno della sofferenza. Poiché il principio demoniaco le è immanente, la vita annulla radicalmente qualsiasi speranza di purificazione possibile, qualsiasi spiritualizzazione in grado di convertire i suoi orientamenti in direzione di un piano ideale. Se la vita è un'immensa tragedia, lo si deve solo a questa immanenza demoniaca. Coloro che la negano e vivono come inebriati dall'aroma delle visioni paradisiache mostrano di essere organicamente incapaci di avvicinarsi consciamente alle radici della vita o al contrario sembrano essersene distolti per privarsi della prospettiva abissale del dramma. Nel dolore l'uomo passa attraverso i sensi.

"Al Culmine della Disperazione"

Colui che non ha mai avuto il sentimento di questa terribile agonia in cui la morte cresce in te per invaderti come un afflusso di sangue, come una forza interiore invincibile che ti soffoca e ti si avvinghia come un serpente provocando orribili allucinazioni, costui ignora il carattere demoniaco della vita e le effervescenze interiori artefici di grandi trasfigurazioni. Solo una cupa ebbrezza può far comprendere perchè si desidera che un simile mondo finisca al più presto. Non l'ebbrezza luminosa dell'estasi, in cui, conquistati da visioni paradisiache, ci si eleva verso una sfera di purezza, dove l'elemento vitale si sublima nell'immaterialità: una tortura folle, pericolosa e distruttiva caratterizza questa ebbrezza cupa, in cui la morte appare in tutta la tremenda seduzione degli occhi di serpente che popolano incubi. Queste sensazioni e queste visioni legano a tal punto all'essenza della realtà, che le illusioni della vita e della morte lasciano cadere la maschera. Un'agonia esaltata mescolerà, in una vertigine spaventosa, la vita alla morte, mentre un satanismo bestiale presterà lacrime al piacere. La vita come agonia prolungata e cammino verso la morte non è che una formulazione diversa della dialettica demoniaca che le fa partorire forme al solo fine di distruggerle con un accanimento cieco. La molteplicità delle forme vitali non converge in un'intenzionalità trascendente, ma genera una folle dinamica in cui si riconosce soltanto il demonismo del divenire e della distruzione. L'irrazionalità della vita si manifesta in questo traboccare di forme e di contenuti, in questo desiderio frenetico di rinnovare aspetti logori senza che ciò significhi un mutamento apprezzabile. Una relativa felicità potrebbe toccare a chi si abbandonasse a questo divenire e cercasse, al di là di ogni problematica torturante, di assaporare tutte le potenzialità dell'attimo senza quel perpetuo confronto che rivela un'insormontabile relatività. L'esperienza dell'ingenuità è la sola salvezza. Ma per coloro che sentono e concepiscono la vita come una prolungata agonia, il problema della salvezza resta un semplice problema. Su questa via non ci sarà salvezza. La rivelazione dell'immanenza della morte sopravviene in genere con la malattia e gli stati depressivi. Certamente, vi sono anche altre vie, ma del tutto accidentali e individuali, con un potere di rivelazione assai minore. Se le malattie hanno una missione filosofica, non può essere che quella di mostrare quanto sia illusorio il sentimento dell'eternità dell'esistenza, e quanto fragile il sogno di un compimento della vita. Le sofferenze ci legano a realtà metafisiche che un uomo normale e in perfetta salute non capirà mai.    

La Bellezza del Fuoco

Il fascino delle fiamme sta nel loro potere di conquistare attraverso uno strano gioco al di là dell'armonia, delle proporzioni e della misura. Il loro impalpabile slancio non simboleggia la grazia e la tragedia, l'ingenuità e la disperazione, il piacere e la tristezza? Non ci sono, nella loro divorante trasparenza, nella loro bruciante immaterialità, la leggerezza e il volo delle grandi purificazioni e dei grandi incendi interiori? Vorrei essere sollevato dalla loro trascendenza, sospinto dal loro impulso delicato e insinuante, vorrei galleggiare su un mare di fuoco, consumarmi in una morte eterea, in una morte irreale. La loro strana bellezza dà l'illusione di una morte pura e sublime, simile a un azzurro aurorale. Non è significativo che attribuiamo una tale  morte solo alle creature alate e leggiadre? La immaginiamo come un incendio di ali, come una morte immateriale. Solo le farfalle muoiono così? E coloro che muoiono delle loro stesse fiamme!?

Sarà il mio vuoto interiore a inghiottirmi, il mio stesso vuoto. Sentirsi crollare dentro di sé, nel proprio nulla, sentire quanto è rischioso pensare a se stessi, sentirsi cadere nel proprio caos interno! La sensazione di precipitare davvero nel vuoto è assai meno complessa di questa sensazione folle. Rendersi conto delle proprie infinite profondità, da cui risuonano richiami dal demoniaco sortilegio, significa pervenire a una forma insolita di espansione centripeta, in cui il centro dell'essere si sposta, in un gioco indefinito, verso un nulla soggettivo. L'angoscia del crollo fisico non ha il fascino morboso dell'angoscia del crollo interiore. Perchè a quest'ultima si aggiunge la soddisfazione di morire in se stessi, di trovare la morte nel proprio nulla.

Non c'è nessuno che, uscendo da un dolore o da una malattia, non avverta nel fondo dell'anima un rimpianto, per pallido e vago che sia. Coloro che soffrono intensamente e a lungo, sebbene desiderino ristabilirsi, non riescono a non pensare alla loro eventuale guarigione come a una fatale perdita. Quando il dolore è parte integrante del proprio essere, il suo superamento corrisponde inesorabilmente a una perdita, e non può non provocare rimpianto. Ciò che ho di meglio in me lo devo alla sofferenza; ma le devo anche ciò che perduto. Così non si può amarla nè maledirla.

Se tuttavia si continua a vivere, è solo grazie alla scrittura, che ci sgrava, oggettivandola, di questa tensione infinita. La creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte. Mi sento sul punto di esplodere di tutto ciò che mi offrono la vita e la prospettiva della morte. Mi sento morire di solitudine, d'amore,  di disperazione, di odio e di tutto quanto il mondo può darmi. Come se ogni cosa che vivo mi dilatasse al pari di un pallone pronto a scoppiare. In queste condizioni esasperate si compie una conversazione al niente. Ci si espande interiormente fino alla follia, di là da tutte le frontiere, ai margini della luce, là dove questa è strappata alla notte, e da tale eccesso di pienezza, come in un turbine selvaggio, si è scaraventati dritti nel niente.La vita crea la pienezza e il vuoto, l'esuberanza e la depressione; che cosa siamo davanti alla vertigine interiore che ci consuma fino all'assurdo? Sento la vita scricchiolare in me per eccesso di intensità, ma anche di squilibrio. è come un'esplosione incontrollabile, che può far saltare irrimediabilmente in aria anche te. All'estremo della vita senti che essa ti sfugge, che la soggettività è un'illusione, e che in te si agitano forze di cui non sei responsabile, sottoposte a un dinamismo estraneo a ogni ritmo definito. Ai confini della vita c'è qualcosa che non sia occasione di morte? Si muore di tutto ciò che è come di tutto ciò che non è. Ogni esperienza diventa quindi un salto nel nulla. Quando hai vissuto fino al parossismo, fino alla suprema tensione tutte le cose che ti ha offerto la vita, sei pervenuto a quello stato in cui non c'è più niente che si possa ancora vivere. Anche senza aver dato fondo a tutte le esperienze: basta aver esaurito le principali. E quando ci si sente morire di solitudine, di disperazione o d'amore, le altre emozioni non fanno che prolungare questo amaro corteggio. La sensazione di non poter più vivere dopo tali vertigini deriva anche da una consunzione puramente interiore. Le fiamme della vita bruciano in un crogiolo da cui il calore non può uscire.

Tutti i mistici non ebbero forse, dopo le grandi estasi, il sentimento di non poter più vivere?

Non c'è nulla che giustifichi il fatto di vivere. Dopo essersi spinti al limite di se stessi si possono ancora invocare argomenti, cause, effetti, considerazioni morali ecc? Certamente no. Per vivere non restano allora che ragioni destituite di fondamento. Al culmine della disperazione, solo la passione dell'assurdo può rischiarare di una luce demoniaca il caos.

Ora, ognuno porta con sé non solo la propria vita, ma anche la propria morte. La vita non è che una prolungata agonia. La tristezza mi sembra rispecchi qualcosa di questa agonia. Il contrarsi del volto che essa provoca non è un riflesso? Il viso di chi è colpito da un'intensa tristezza mostra dei segni che sembrano scavare nell'essenza stessa dell'essere. In tali segni, negazioni evidenti della bellezza, si legge tanta solitudine e tanto abbandono che ci si chiede se la fisionomia della tristezza non sia una forma sotto la quale la morte si oggettiva. La profondità e la gravità che il volto esprime sono dovute al fatto che queste rughe incidono tanto a fondo da simboleggiare il turbamento e il dramma infinito dell'uomo. Nella tristezza il volto emana una tale inferiorità che il visibile apre una porta sull'anima (Fenomeno che si manifesta anche nelle grandi gioie). La tristezza rende accessibil il mistero. Il mistero della tristezza è tuttavia così inesauribile e ricco, che essa non finisce mai di essere enigmatica. Se si stabilisse una gerarchia dei misteri, la tristezza entrerebbe nella categoria dei misteri inesauribili, senza fine.

Non so che cosa è bene e che cosa è male; ciò che è permesso e ciò che non lo è;

In questo momento, non credo assolutamente a nulla e non ho alcuna speranza. Tutte le manifestazioni e tutte le realtà che conferiscono fascino alla vita mi sembrano prive di senso. Non ho nè il sentimento del passato nè quello del futuro, e quanto al presente, mi sembra un veleno. Non so se sono disperato, perchè la mancanza di ogni speranza può essere anche altro che la disperazione. Nessun aggettivo potrebbe urtarmi, perchè non ho più niente da perdere. Ho perduto tutto!

Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo e avvertire la solitudine del mondo.

Attesto qui, per tutti coloro che verranno dopo di me,che non ho niente in cui credere su questa terra, e che l'unica salvezza risiede nell'oblio. Vorrei scordare tutto, dimenticare completamente me stesso, non sapere più niente di me nè del mondo. Le vere confessioni non si scrivono che con le lacrime. Ma le mie basterebbero ad annegare il mondo, come il mio fuoco interiore a incendiarlo. Non ho bisogno di alcun appoggio, di alcun incoraggiamento, nè di alcuna compassione, perchè, per quanto io sia il più decaduto degli uomini, mi sento forte, duro e feroce! Sono infatti il solo a vivere senza speranza. Questo è il vertice dell'eroismo, il suo parossismo e il suo paradosso. La follia suprema! Dovrei incanalare tutta la passione caotica e confusa che è in me per dimenticare tutto, per non essere più niente, per sfuggire allo spirito e alla coscienza. Se ho una speranza, è quella dell'oblio assoluto. Ma non si tratta piuttosto di una disperazione? Questa speranza non è la negazione di tutte le speranze a venire? Non voglio sapere niente, neppure il fatto di non sapere niente. Perchè tanti problemi, discussioni e dispiaceri? Perchè una tale coscienza della morte? Fino a quando tutta questa filosofia e tutto questo pensiero?

Sento che dovrebbe spalancarsi sotto di me un vuoto grande e oscuro che m'inghiottisse per sempre in una notte eterna. E mi stupisco che non accada davvero. In questi momenti, infatti, niente mi sembrerebbe più naturale che sprofondare negli abissi delle tenebre, dove non giungerebbe il più pallido riflesso dell'insulso chiarore del mondo. Non intendo cercare una spiegazione organica a questa mia passione per l'oscurità, giacchè non so trovarne una neppure per l'ebbrezza della luce. Mi domando tuttavia con perplessità quale senso possa esserci in quest'alternanza tra l'esperienza della luce e quella delle tenebre. L'intera concezione della polarità mi sembra insufficiente, perchè nell'inclinazione verso le regioni della notte vi è un'inquietudine ben più profonda, che non può sorgere da uno schema dell'essere, da una geometria dell'esistenza. Il sentimento di essere inghiottito dalla notte, una notte che si spalanca sotto i tuoi piedi, è possibile solo dal momento in cui senti qualcosa gravarti il cervello, un peso in tutto l'organismo che preme con la forza di un'immensità notturna. Come mi inghiotteranno le tenebre sconfinate di questo mondo!

Come l'estasi purifica dall'individuale e dal contingente, per non lasciare che luce e tenebre quali elementi essenziali, così, nelle notti bianche, di tutta la molteplicità e la varietà del mondo non resta che un motivo ossessivo o un elemento intimo, quando non è la presenza viva di qualcuno. Quale strano sortilegio in queste melodie che durante le notti insonni sorgono da noi stessi, per dispiegarsi simili a un flusso ed estinguersi in un riflusso che non è simbolo di abbandono, ma ricorda piuttosto la leggerezza di un passo indietro di non so quale danza! Il ritmo e l'evoluzione sinuosa di una melodia interiore s'impadroniscono di te, in un incantesimo che non potrebbe essere estatico, perchè in questo frangersi melodico vi è troppo rimpianto. Rimpianto di che cosa? Difficile dare una risposta, giacchè le insonnie sono troppo complicate perchè ci si possa rendere conto di ciò che si è perduto. Forse perchè la perdita è infinita... durante l'insonnia prendono corpo le nostre ossessioni. Solo allora, infatti, si è prigionieri di un pensiero o di un sentimentoche s'impongono con prepotenza. Tutto si compie melodicamente, con una modulazione misteriosa. L'essere amato si purifica nell'immaterialità, come si dileguasse in una melodia. Non si è più certi se si tratti di sogno o realtà. Il carattere impalpabile accordato alla realtà da questa conversione melodica provoca nell'anima un'inquietudine e un turbamento che, non abbastanza intensi per sfociare in un'ansietà universale, mantengono un'impronta di carattere musicale. Persino la morte, senza cessare di essere orrenda, appare in questa universalità notturna la cui diafaba trasparenza, per quanto illusoria, non è meno musicale. Ma la tristezza di questa notte universale ricorda in tutto e per tutto la tristezza della musica orientale, in cui il mistero della morte prevale su quello dell'amore. 

Mi sento un uomo senza senso, e non mi dispiace di non averne. Perchè mai dovrebbe rincrescermi, quando il mio caos non mi consente che il caos? In me non c'è la minima velleità di forma, di cristallizzazione o di ideale. Perchè non volo, perchè non mi spuntano le ali? Non nasconde questo mio desiderio una fuga dall'esistenza? Non m'involerei con tutta l'esistenza, con tutto ciò che è essere? Avverto in me una tale fluidità che mi stupisco di non sciogliermi, di non scorrere. Vorrei trasformarmi in un fiume impetuoso che portasse il mio nome e scorresse come una minaccia apocalittica. Riuscirei allora a spegnere il fuoco che mi divora? O le mie fiamme mi prosciugherebbero? In me non vi sono che vapori e scintille, inondazioni di fuoco e incendi d'acqua.

Ho dentro di me una confusione e un caos tali da non sapere come l'animo umano possa sopportarli. Troverete in me tutto ciò che vorrete, assolutamente tutto. Sono un essere degli albori del mondo, in cui il caos primigenio è alle prese col suo folle turbinio. Sono la contraddizione assoluta, il parossismo delle antinomine e il limite delle tensioni; in me tutto è possibile, perchè sono l'uomo che riderà nel momento supremo, davanti al nulla, nell'agonia della fine, nell'istante dell'ultima tristezza.

Quanto terrore e quanta gioia provo al pensiero di essere bruscamente afferrato nel vorticoso caos degli inizi, nella sua confusione e nella sua paradossale simmetria - la sola simmetria caotica, priva di un'eccellenza forma e di un senso geometrico.
Ma in ogni vertigine c'è una potenzialità di forma, come nel caos ne esiste una di cosmo. Vorrei vivere agli albori del mondo, nel turbinio demoniaco del caos originario. Che niente di ciò che è in me è velleità di forma si realizzi. Che tutto vibri di una primigenia agitazione universale, come un risveglio dal nulla. Non posso vivere che al cominciamento o alla fine del mondo.

Provo una strana inquietudine, che s'insinua in tutto il mio corpo, cresce come un rimpianto, per mutarsi poi in tristezza. è il timore del futuro della mia esistenza problematica, o la paura indotta dalla mia stessa inquietudine? Giacchè sono afferrato dall'angoscia per la fatalità del mio essere. Potrò continuare a vivere con questi problemi, con questi stati d'animo? Ciò che provo è la vita o un sogno assurdo, un'esaltazione irreale ammantata di impercettibili melodie trascendenti? Non si tesse in me la fantasia grottesca e bestiale di un demone? La mia inquietudine non ricorda un fiore nato nel giardino di una creatura apocalittica? La demonicità del mondo pare essersi concentrata tutta nella mia inquietudine - miscuglio di rimpianti, visioni crepuscolari, tristezze e irrealtà. Ed essa non mi farà spargere una fragranza di fiori sull'universo, ma il fumo e la polvere di un crollo totale. Giacchè tutta la mia esistenza non è che un interminabile crollo.

La disciplina dell'infelicità diminuisce le inquietudine, le sorprese dolorose, attenua il tormento e controlla la sofferenza. Un mascheramento aristocratico del logorio interiore, una discrezione dell'agonia sono i requisiti di questa disciplina dell'infelicità, la quale apparentemente scalfisce appena la coscienza nei momenti supremi, affinchè la tragedia sia più dolorosa nel profondo.

Grottesco e disperazione

Tra le numerose forme del grottesco, la più bizzarra, la più complessa, mi sembra quella che affonda le sue radici nella disperazione. Le altre riguardano un parossismo secondario. Comunque - questo è importante - il grottesco è inconcepibile senza un parossismo. Ma c'è un parossismo più profondo, più organico di quello della disperazione? Il grottesco appare solo nel parossismo degli stati negativi, quando una carenza di vita provoca grandi tormenti; e un'esaltazione della negatività.
Non c'è forse un impulso incontenibile verso la negatività in questa smorfia bestiale e paradossale che deforma i tratti del viso per conferire loro una strana espressività, in questo sguardo rapito da luci e ombre lontane, mentre il pensiero segue i contorcimenti di un tale spasmo? La disperazione intensa e irrimedibile non può oggettivarsi che nelle espressioni grottesche. Il grottesco è infatti la negazione assoluta della serenità - stato di purezza, di trasparenza e di lucidità, così lontano dalla disperazione, da cui invece non possono scaturire che il nulla e il caos.

Alcuni Aforismi di Cioran, tratti da "La Caduta nel Tempo".

* Non siamo realmente noi se non quando mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità.

* Non coltiviamo il brivido in sé, vagheggiamo ciò che è nocivo.

* Liberarsi dell'ossessione di sé. Nessun imperativo è più urgente.

* Promossi al rango di incurabili, siamo materia dolente, carne urlante, ossa rose da grida, e i nostri stessi silenzi non sono che lamenti strozzati.

* Distruggere significa esercitarsi a non essere niente.

* Il tale è dominato dalla cupidigia, dalla gelosia, dalla vanità? Lungi dal biasimarlo si deve invece lodarlo. Che cosa sarebbe senza di esse? Quasi nulla, vale a dire puro spirito, più precisamente angelo (sterile e inefficace quanto la luce in cui vegeta).

* L'automatismo della malattia è tale che essa non può concepire niente al di fuori di se stessa. A lungo andare, essa non dà più nulla a colui che soffre se non la conferma quotidiana della sua impossibilità di non soffrire.

* Finchè si sta bene non si esiste, più esattamente: non si sa di esistere.

* Non possiamo immaginarci senza di esso né separarlo da noi stessi, dal nostro essere, di cui è la sostanza, anzi la causa.

* L'inferno è quel presente che non si muove, quella tensione nella monotonia, quell'eternità rovesciata che non si apre su niente, nemmeno sulla morte, mentre il tempo che scorreva, che si svolgeva, offriva almeno la consolazione di un'attesa, sia pure funebre.

* Colui che non ne distoglie mai la mente dà prova di egoismo e di vanità; vive in funzione dell'immagine che gli altri si fanno di lui, non può accettare l'idea che un giorno non sarà più niente; poichè l'oblio è il suo incubo di ogni istante.

* La vera vita comincia e finisce con l'agonia.

* Presto egli non sarà più niente. Non era niente neanche prima della malattia. Egli è soltanto nell'intervallo che intercorre tra il vuoto.

* Quell'essere che lui stesso ha demolito ora smania e si agita nella vana speranza di ricostituirlo, come quella di Macbeth, la sua coscienza è devastata, anche lui ha ucciso il sonno, il sonno ove riposavano le certezze... Dopo aver dubitato dei propri dubbi, finisce col dubitare di sé, con lo sminuirsi e con l'odiarsi, col non credere più alla propria missione di distruttore. Una volta reciso l'ultimo legame, quello che lo teneva attaccato a se stesso, e senza il quale perfino l'autodistruzione è impossibile, egli cercherà rifugio nel vuoto primordiale...
Non c'è più alcun argomento che lo attragga o che egli voglia innalzare alla dignità di problema, di flagello...
è ridotto a non potersi più rivolgere ad altri che al Non-Creatore, a cui assomiglia, con cui si identifica, e di cui il Tutto, indistinguibile dal Niente, è lo spazio dove, sterile e prostrato, egli trova compimento e riposo.

Mi abbandono allo spazio come la lacrima di un cieco. Di chi sono io la volontà, chi vuole in me? Mi piacerebbe che un demone concepisse una cospirazione contro l'uomo: sarei pronto ad associarmi. Stanco di ingarbugliarmi nelle esequie dei miei desideri, avrei finalmente un pretesto ideale, giacché la Noia è il martirio di quelli che non vivono e non muoiono per nessuna fede.

Dal commento introduttivo a "La Caduta nel Tempo"

Se Dio ha potuto affermare di essere "colui che è", l'uomo, al contrario, potrebbe definirsi "colui che non è". E proprio questa mancanza, questo deficit di esistenza, risvegliando per reazione la sua tracotanza, lo incita alla sfida o alla ferocia. Avendo disertato le sue origini, barattato l'eternità con il divenire, maltrattato la vita proiettando in essa la propria giovane demenza, egli emerge dall'anonimato tramite un susseguirsi di rinnegamenti che fanno di lui il grande transfuga dell'essere.


Da "Storia e Utopia" (1960)

* Esistere significa accondiscendere alla sensazione, dunque all'affermazione di sé.

* Creare significa trasmettere le proprie sofferenze.


Da "Squartamento"

* Beati tutti coloro che nati prima della scienza, avevano il privilegio di morire alla loro prima malattia.

* Anche quando non accade niente, tutto sembra di troppo.
Che dire allora in presenza di un avvenimento?

* è consolante potersi dire: "La mia vita corrisponde esattamente al genere di arenamento che mi auguravo".

* L'uomo è un Nulla conscio di sé.

* Quando si è votati al tormentarsi, i propri tormenti, per quanto grandi siano, non bastano, ci gettiamo anche su quelli degli altri, ce li appropriamo.

* Lo stato di salute è uno stato di non sensazione, anzi, di non realtà. Non appena si cessa di soffrire, si cessa di esistere.

* L'essere certi che non c'è salvezza è una forma di salvezza. A partire da lì si può organizzare la propria vita come pure costruire una Filosofia della Storia. L'Insolubile come soluzione,
come sola via d'uscita.

* Sopprimevo dal mio vocabolario una parola dopo l'altra. Finito il massacro, una sola superstite: Solitudine.  


Da "La Tentazione di Esistere"

* "Contro che cosa reagire?" Il Nulla era la mia Ostia: tutto in me e fuori di me si transustanziava in spettro.

* Soffrire: il solo modo d'acquisire la sensazione di esistere.

* Più nulla da rovesciare se non se stesso, ultimo idolo da abbattere... le proprie rovine lo attirano.

* Non si distrugge. Ci si distrugge. Mi sono odiato in tutti gli oggetti dei miei odii, ho immaginato miracoli di annientamento...

* Più nulla da cercare se non la ricerca del Nulla.

* Che tutto si fermi dal momento che non riesco a concepire né a fare un passo di più verso un orizzonte qualsiasi.


Da "Lacrime e Santi"

* Dio ha sfruttato tutti i nostri complessi di inferiorità, a cominciare da quello che ci impedisce di crederci Dèi.

* Dio ha creato il mondo per paura della solitudine. è questa l'unica spiegazione possibile della Creazione. La sola ragione di essere di noi creature è di distrarre il Creatore...

* Poichè non esiste soluzione ad alcun problema, né via d'uscita ad alcuna situazione, non ci rimane che girare a vuoto. Nutriti di sofferenza, i pensieri prendono la forma di aporie, questo chiaroscuro della mente, la somma degli insolubili proietta una tremula ombra sulle cose. La serietà incurabile del Crepuscolo...

* Tutti i declini sono qui con me, per sostenermi...

* Non si vede più niente all'infuori del Niente e questo Niente è Tutto.

* Tutti i Nichilisti hanno avuto a che fare con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al Niente. Dopo aver calpestato tutto, altro non vi resta da distruggere se non quest'ultima riserva del Nulla.

* Credo di non aver mai perso un'occasione di essere triste. (La mia vocazione d'uomo)

* I nostri occhi sanno tutto, imbevuti del Nulla ci assicurano che niente ci può più accadere.

* Questo bisogno di profanare le tombe, di animare i cimiteri, in un'Apocalisse primaverile!

* La non aderenza alla vita genera una voglia di fissità. Si comincia a vedere il mondo in forme rigide, linee definite, contorni morti; quando non provate più quella gioia che nutre il divenire, tutto sfocia in simmetrie; quello che tra i vari tipi di follia, è stato chiamato "Geomatrismo", non sarebbe dunque altro che un eccesso di questa predisposizone all'immobilità che accompagna tutte le depressioni. Il gusto delle forme tradisce una tendenza segreta alla morte. Più siete depressi, più le cose si fissano, nell'attesa di farsi ghiaccio.


Da "Sillogismi dell'amarezza"

* è facile essere "profondi": basta lasciarsi sommergere dalle proprie tare.

* Un libro che, dopo aver demolito tutto, non demolisca anche se stesso, ci avrà esasperato invano.

* Se posso lottare contro un accesso di depressione, in nome di quale vitalità dovrei accanirmi contro un'ossessione che mi appartiene, che mi precede? Se sto bene, prendo la via che desidero.
"Malato" non sono più io a decidere: è la mia malattia.

* Tutte le acque sono color dell'annegamento.

* Quando si impara ad attingere nel vuoto a piena mani, non si paventa più il domani.

* Non chiedetemi più il mio programma. Respirare, non ne è già uno?

* Senza la speranza di un dolore più grande non potrei sopportare quello del momento, fosse anche infinito.

* A che è dovuta la sua aria di sufficienza?
Sono riuscito a sopravvivere a molte notti durante le quali mi chiedevo: mi ucciderò all'alba?


Da "Esercizi d'ammirazione"

* Uno dei primi capitoli si intitolava "L'Antiprofeta". In realtà reagivo da profeta, mi attribuivo una missione, dissolvente se si vuole, ma pur sempre una missione. Attaccando i profeti, attaccavo me stesso e... Dio, in conformità col mio principio di allora secondo il quale ci si dovrebbe occupare soltanto di lui e di sé.

* Un'incoercibile voluttà di negare...

* Le ossessioni espresse sono affievolite e per metà superate. Un libro che esce è la tua vita o una parte della tua vita che non ti appartiene più, che ha cessato di opprimerti e logorarti.

* ... della scossa fortificante di uno spirito che ha costruito sull'abisso invece di lasciarvisi cadere, e di coltivarne le angosce.

* (Benjamin Fondane) Sulla sua persona, è vero, i segni della prosperità; solo che tutto in lui era al di là della salute e della malattia, come se l'una e l'altra fossero unicamente delle tappe che aveva superato.

* (Fitzgerald) Ecco l'orrore sopraggiungere come il temporale. E se questa notte prefigurasse quella che segue la morte. Se l'aldilà non fosse che un brivido senza fine sull'orlo di un abisso in cui ci spinge tutto quanto in noi è vile e corrotto, e nel quale ci precedono la viltà e la corruzione del mondo. Nessuna scappatoia, nessuna via d'uscita, nessuna speranza, null'altro che le perpetue ripetizioni del sordido e del semi tragico... O forse attendere indefinitamente ai confini della vita senza potere mai oltrepassare la soglia che ce ne separa. Quando l'orologio suona le 4 non sono più che uno spettro.

* Mi identificavo adesso con gli oggetti del mio orrore e della mia compassione.


Da "Cioran: un Angelo Sterminatore" di Fernando Savater


* Ho cominciato ad essere "io" grazie all'insonnia, a quella catastrofe alla quale devo tutto e che ha segnato così profondamente la mia gioventù.

* Distruggo me stesso e così voglio: intanto in questo clima asmatico che creano le convinzioni, in un mondo di oppressi, io respiro. Respiro a modo mio.
Chissà? Magari un giorno Lei conoscerà il piacere di puntare un'idea, di spararci contro, di vederla cadere, e poi di ricominciare questo esercizio con un'altra, con tutte.
Questo desiderio di chinarsi su un essere, di distoglierlo dai suoi antichi appetiti, dai suoi antichi vizi, per imporglierne altri nuovi, più nocivi, affinchè perisca a causa loro...
Rivolgersi poi contro se stesso, torturare i vostri ricordi, e le vostre ambizioni, e corrodendo il vostro stesso alito, rendere pestilenziale l'aria per asfissiarsi meglio...
Un giorno magari lei conoscerà questa forma di libertà,
questa forma di respirazione che libera da se stesso e da tutto.

* Ribelli contro Dio, astrazione suprema dell'uomo, il nostro secolo scopre che è l'uomo il vero obiettivo della nostra ribellione.

* Discernere che ciò che siete, non è voi, che quello che avete non è vostro, non essere più complice di niente, nemmeno della propria vita, questo è vedere giusto, questo è scendere fino al Nulla radice del Tutto.

* Anche se fosse un inganno, l'esperienza del vuoto meriterebbe sempre di essere fatta. Ciò che essa propone, ciò che tenta, è di ridurre a niente la vita e la morte al solo scopo di rendercele tollerabili.  


Da "Il Funesto Demiurgo"

* Per smettersi di tormentarsi, bisogna lasciarsi andare a un disinteresse profondo, smettere di preoccuparsi del quaggiù o del lassù, cadere nel menefreghismo dei morti. Come guardare un vivo senza immaginarlo cadavere, come guardare un cadavere senza mettersi al suo posto? Essere supera l'intendimento.
Essere fa paura.

* Come rinunciare a ciò che non ritroveremo mai, a quel niente inaudito e pietoso che porta il nostro nome?

* Soffrire è produrre Conoscenza.

* A furia d'insistere sulle mie miserie passate e future, ho trascurato quelle del presente. Ciò mi ha consentito di sopportarle più agevolmente che se avessi consacrato le mie riserve d'attenzione.

* Vi sono notti in cui l'avvenire si abolisce, e di tutti i suoi momenti sussiste soltanto quello che sceglieremo per più non essere. 

Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe? E’ costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male. Quando vi riesce, ogni volta egli provoca, umilia il suo creatore. E se gli succede d'essere buono non più per calcolo o sforzo, bensì per natura, lo deve a una inavvertenza dall'alto: va a situarsi fuori dall'ordine universale, nessun progetto divino lo aveva previsto. Non si capisce che posto occupi fra gli esseri, e nemmeno se ne sia uno. Sarà un fantasma?    

Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è.
Parassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo ignora, se lo appropria soltanto quando è scomparso. Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande   
forza irreale, è il principio che abortì sul nascere: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette
accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l'esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come
minimo una volta; il giorno, avrà vissuto da sonnambulo.   

È difficile, è impossibile, credere che il dio buono, il « Padre », sia implicato nello scandalo della creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio senza scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca   
d'immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un'opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile. Manifestamente, il dio buono non era attrezzato per creare: possiede tutto, fuorché l'onnipotenza.   

Grande per le sue deficienze (bontà e anemia vanno di pari passo), è il prototipo dell'inefficacia: non può aiutare nessuno... Del resto, ci si aggrappa a lui solo quando ci siamo spogliati della nostra dimensione storica; se la reintegriamo ci è subito estraneo, incomprensibile: non ha niente che affascini, niente di un mostro. È a questo punto che ci volgiamo al creatore, dio inferiore e indaffarato, istigatore d'eventi. Per comprendere come abbia potuto creare dobbiamo figurarcelo preda del male, che è innovazione, e del bene, che è inerzia. Questa lotta fu probabilmente nefasta al male, che dovette subire in essa il contagio del bene: ciò spiega come mai la creazione non riesca a essere interamente cattiva.
Poiché il male presiede a tutto ciò che è corruttibile, ossia a tutto ciò che è vivente, è ridicolo il tentativo di voler dimostrare come, rispetto al bene, contenga meno essere, o addirittura non ne contenga affatto. Coloro che lo assimilano al nulla si figurano di salvare con ciò quel povero dio buono. Non è possibile salvarlo se non avendo il coraggio di disgiungere la sua causa da quella del demiurgo.

Per esservisi rifiutato, il cristianesimo fu costretto durante tutta la sua carriera, a ingegnarsi per imporre l'inevidenza d'un creatore misericordioso: impresa disperata, che ha esaurito il cristianesimo e compromesso il dio che voleva preservare.
Non possiamo impedirci di pensare che la creazione, rimasta allo stadio d'abbozzo, non poteva compiersi, né lo meritava, e che nel suo insieme essa è una colpa: il misfatto famoso commesso   
dall'uomo appare quindi come la versione minore d'un misfatto di ben altra gravità. Di che siamo colpevoli, se non di avere seguito più o meno servilmente l'esempio del creatore? La fatalità che fu la sua, ben la riconosciamo in noi: non per nulla siamo venuti fuori dalle mani di un dio infelice e cattivo, un dio maledetto.   

Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è.
Parassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo ignora, se lo appropria soltanto quando è scomparso.
Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande forza irreale, è il principio che abortì sul nascere: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l'esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come minimo una volta; il giorno, avrà vissuto da sonnambulo.   
È difficile, è impossibile, credere che il dio buono, il « Padre», sia implicato nello scandalo della creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio senza   
scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca d'immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un'opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile.   
Manifestamente, il dio buono non era attrezzato per creare: possiede tutto, fuorché l'onnipotenza. Grande per le sue deficienze (bontà e anemia vanno di pari passo), è il prototipo dell'inefficacia: non può aiutare nessuno... Del resto, ci si aggrappa a lui solo quando ci siamo spogliati della nostra dimensione storica; se la reintegriamo ci è subito estraneo, incomprensibile: non ha niente che affascini, niente di un mostro. È a questo punto che ci volgiamo al creatore, dio inferiore e indaffarato, istigatore d'eventi. Per comprendere come abbia potuto creare dobbiamo figurarcelo preda del male, che è innovazione, e del bene, che è inerzia. Questa lotta fu probabilmente nefasta al male, che dovette subire in essa il contagio del bene: ciò spiega come mai la creazione non riesca a essere interamente cattiva. Poiché il male presiede a tutto ciò che è corruttibile, ossia a tutto ciò che è vivente, è ridicolo il tentativo di voler dimostrare come, rispetto al bene, contenga meno essere, o addirittura non ne contenga affatto.
Coloro che lo assimilano al nulla si figurano di salvare con ciò quel povero dio buono. Non è possibile salvarlo se non avendo il coraggio di disgiungere la sua causa da quella del demiurgo. Per   
esservisi rifiutato, il cristianesimo fu costretto durante tutta la sua carriera, a ingegnarsi per imporre l'inevidenza d'un creatore misericordioso: impresa disperata, che ha esaurito il cristianesimo e compromesso il dio che voleva preservare.
Non possiamo impedirci di pensare che la creazione, rimasta allo stadio d'abbozzo, non poteva compiersi, né lo meritava, e che nel suo insieme essa è una colpa: il misfatto famoso commesso  dall'uomo appare quindi come la versione minore d'un misfatto di ben altra gravità. Di che siamo colpevoli, se non di avere seguito più o meno servilmente l'esempio del creatore? La fatalità che fu la sua, ben la riconosciamo in noi: non per nulla siamo venuti fuori dalle mani di un dio infelice e cattivo, un dio maledetto. Predestinati alcuni a credere nel dio supremo ma impotente, altri nel demiurgo, altri infine nel demonio, noi non scegliamo le nostre venerazioni, né le nostre blasfemie.
Il demonio è il rappresentante, il delegato del demiurgo, di cui   
quaggiù gestisce gli affari. A dispetto del suo prestigio e del terrore inerente al suo nome, non è che un amministratore, un angelo preposto a un lavoro di basso rango, la storia.   
Diversa è la portata del demiurgo: come affronteremmo, lui assente, le nostre prove? Se ne fossimo all'altezza, o semplicemente un poco degni di esse, potremmo astenerci dall'invocarlo. Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l'avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po' di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell'insolubile, fuori dall'incubo della promessa.

Un commento a Sartre

«Ogni esistenza nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.» 
«Il mio posto non è in nessun luogo; io sono di troppo.» Queste le desolate riflessioni di Antoine Roquentin, protagonista della Nausea. Nelle sue prime opere, Sartre descrive l'essere umano, messo quotidianamente a confronto con la minaccia del nulla, con l'angoscioso privilegio della libertà, con l'imprescindibile bisogno di progettualità, racchiuso nei limiti che il corpo, il tempo, gli altri, la morte gli impongono. La condizione umana comporta un prezzo di sofferenza che non ha senso, né ragione alcuna. Per viltà, gli uomini, nella loro maggioranza, occultano le proprie miserie, le proprie angosce, si mascherano di fronte a se stessi e agli altri, preferiscono vivere "in malafede"; al contrario per Sartre la dignità umana sta proprio nell'autenticità, che non può prescindere dal riconoscimento del nulla, della negatività, della morte. È questo, anzi, il presupposto della libertà che quindi è scelta consapevole del proprio destino, accettazione delle proprie responsabilità profonde, e si contrappone a quello che egli definisce lo "spirito di serietà": l'uomo non può semplicemente adeguarsi a valori, morali o religiosi, che gli vengono dati dall'esterno, e assumere così dei "ruoli" che lo imprigionano, ma deve percorrere un difficile cammino per scoprire la propria autenticità e quindi la propria libertà. Certo, questi temi, queste suggestioni non caratterizzano solo Sartre: sono presenti nella contemporanea filosofia tedesca, che egli del resto ben conosceva, e costituiscono il terreno comune anche di molti intellettuali e   
scrittori francesi che vissero con intensità, ma anche con grande incertezza sul futuro, gli anni che precedettero la Seconda  guerra mondiale: da Nizan a Camus, da Merleau-Ponty alla stessa Simone de Beauvoir. Sartre ebbe la caratteristica di trattarli sistematicamente, filosoficamente e, al tempo stesso, di "incarnarli" in personaggi che divennero ben presto dei simboli, almeno per la sua generazione.  


Scena Metal: dalla Romania, ad oggi, arrivano circa 385 bands

I Negură Bunget sono quelli più famosi


https://www.youtube.com/watch?v=xW4usdNT-c0
https://www.youtube.com/watch?v=46GhUrtrklM

ed è una band che ho sempre seguito poco, quindi non sono la persona più adatta per analizzarli nel dettaglio... sicuramente c'è chi li preferisce ai primi tempi della loro carriera, quando erano più sul Black

Meno famosi, i pre-Negură Bunget ovvero i Wiccan Rede (nome che col Black c'entra una fava, ma vabbè)
https://www.youtube.com/watch?v=PKKxqwFwO-I


Adânc  
https://www.youtube.com/watch?v=0JeshHKvP-8
Black Metal lento, evocativo e depressivo


Aeon Sun
https://www.youtube.com/watch?v=SFwt6D_h27I
Classico Symphonic Metal piuttosto lineare con female vocals liriche e qualche "grugnito" maschile tanto per riempire (che difatti suona a sproposito e gettato a casaccio).



Inopia
https://www.youtube.com/watch?v=eWFXnWvyl8U
https://www.youtube.com/watch?v=SpHgLg7MuBE
Sympho-Metal con qualche traccia di sound evocativo-folklorico



An Theos


Folk Metal con male e female vocals che si intrecciano e danno il cambio in duetti vocali; notevole il video con gli splendidi boschi e prati romeni








Anche i Magica ci deliziano con i castelli romeni


e il sound è sempre Symphonic Metal con female vocals





Darken my Grief 


https://www.youtube.com/watch?v=_xWOe1i3pTM
https://www.youtube.com/watch?v=Bl1jW4AXDDQ
Gothic Metal old style


Dispersia 
https://www.youtube.com/watch?v=KfJ3yFxy0LM
Gothic Metal con female vocals "liriche andante" che rendono il sound piuttosto "light" anche se la band mantiene un songwriting piuttosto lento evitando "le impennate" di matrice Power che tanto fanno furore nel Sympho Metal



Marsyas 
https://www.youtube.com/watch?v=GgokyfZ0rLY

 
Gothic Doom Metal old style, tanto che più che del 2003 questo pezzo sembra del 1993... peccato che le vocals maschili ogni tanto sembrano troppo "sforzate" e risultano stonate

Ashaena 
https://www.youtube.com/watch?v=LsXn5olHsow
altro Folk Metal, meno "festaiolo" rispetto agli An Theos e più riflessivo e cadenzato, con qualche influenza Black


Carpatica
https://www.youtube.com/watch?v=ryFKA553bzc
Folk-Black Metal, piuttosto di maniera







Syn Ze Șase Tri: 
https://www.youtube.com/watch?v=pvpnkRnPamw
un Sympho Black piuttosto atipico, con un sound sul "folk" andante, dall'effetto quasi Epic-Black




True Mind:  

https://www.youtube.com/watch?v=omn6CmltNIE

 
Sympho Metal di maniera, con una voce femminile forse davvero troppo acuta, in alcuni frangenti

ah sì, poi abbiamo anche i cristiani black metallers Cromleh


https://www.youtube.com/watch?v=_uFlvgCdODsvabbè, niente di eccezionale, anzi, piuttosto dozzinali nel songwriting alle prime armi effetto "primo demo"...

Se proprio dovete sciropparvi del Black Metal cristiano, sentitevi gli ucraini Usynlig Tumult, che non sono niente male


e che vedremo meglio quando parlerò dell'Ucraina xD

Infine, concludiamo con i Whispering Woods, che propongono un buon Gothic Metal non particolarmente "old style" con voce lirico andante e qualche divagazione folk.



La dittatura comunista

Nel 1947 i comunisti instaurarono un regime di terrore in Romania, massacrando, torturando e imprigionando migliaia di persone sospettate di essere oppositori del dittatore Nicolae Ceaușescu.
Gli intellettuali venivano arrestati e rinchiusi nella prigione di Sighet.
Oggi questa prigione è stata trasformata in un museo: "Museo dedicato alle vittime del comunismo e della Resistenza".
I comunisti romeni, in particolar modo, sottoposero ad atroci esperimenti psicologici gli internati: nel carcere di Pitești si "rieducavano" i prigionieri con umiliazioni psicologiche per distruggere la loro psiche e renderli soggetti al sistema comunista; i prigionieri dovevano pulire pavimenti e wc con lo straccio tra i denti oppure con la lingua; i prigionieri per motivi religiosi venivano "battezzati" con secchi di urina. Successivamente, questi prigionieri dovevano rinnegare la loro famiglia, denunciare altri prigionieri e torturarli allo stesso modo.
Anche le donne subirono la dittatura di Ceaușescu: venivano obbligate, per legge, a fare figli e gli uomini che non erano padri venivano tassati fino a che non facevano un figlio con una donna. Le donne venivano anche controllate, in pubblico, da una sorta di "polizia mestruale" che doveva accertarsi che le donne fossero incinte. Questo portò il tasso di natalità alle stelle e siccome la miseria era diffusa il tasso di mortalità infantile arrivò fino ad 83 morti ogni 1000 nati. Milioni di orfani vennero abbandonati da genitori che scappavano in Ungheria, mentre il cibo romeno veniva venduto all'estero e la gente doveva stare in coda ore e ore per avere un po' di latte e patate!
Ceaușescu era pure un megalomane: mentre la gente era in miseria, lui fece costruire un enorme palazzo di 12 piani e 3100 stanze (!) e alla moglie regalava scarpe tempestate di diamanti!

Ricordo anche brevemente che prima di Ceaușescu nel '41 la Romania era guidata da Antonescu, che si schierò a fianco di Hitler. Il risultato di questo sodalizio tra romeni e nazisti portò a un massacro di ebrei e rom, deportati. 


Nota di Lunaria: inserisco qui un approfondimento sulla Securitate, la terribile polizia comunista che controllava i cittadini, usando persino i bambini come informatori segreti. Ancora oggi in alcuni romeni che hanno vissuto sotto il comunismo è rimasto un senso di paranoia nell'essere controllati, risultato di 25 anni di dittatura.

Per approfondire bene tutti i crimini del comunismo, vedi questo libro


Magari, sì, un inferno esiste - dicono tanti -, ma sulla terra dove troppo spesso è preparato da uomini ad altri uomini con una ferocia inimmaginabile. Di ciò ne siamo tutti arciconvinti, tanto evidente è questa triste realtà, ma non sarà inutile addurne qualche esempio soprattutto perché - come si dirà più avanti - l'inferno dell'aldilà è la continuazione dell'inferno sulla terra.
Si pensi ai gulag dei regimi comunisti, ai campi di concentramento dei nazisti, autentici inferni. Non esagerano coloro - soprattutto quelli che li sperimentarono sulla loro pelle - a qualificarli come tali.

Una descrizione di un vero "inferno" sulla terra ci è offerto da Primo Levi che così presenta la vita da lui vissuta in un campo di concentramento nazista della seconda guerra mondiale: "Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l'autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi.
Siamo scesi, ci hanno fatto entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo!
Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, 'essi' sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera e c'è un rubinetto, e Wasser trinken verboten. Io bevo, e incito i compagni a farlo: ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l'inferno.
Oggi, ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia".
E continua: "Alla campana si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l'acqua è scaturita bollente dalle docce, cinque minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono quattro (forse sono i barbieri) che, bagnati e fumanti, ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua, che è gelida; qui altra gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all'aperto, sulla neve azzurra e gelida dell'alba, e scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano, dobbiamo correre fino ad un'altra baracca, a un centinaio di metri. Qui ci è concesso di vestirci. Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l'uno sull'altro. Non c'è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi.
Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero.
Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di far sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara.
Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre.
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere e della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità.
Si comprenderà allora il duplice significato del termine 'Campo di annientamento', e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo".
Ed ecco la notte. "Così si trascinano le nostre notti. Il sogno di Tantalo e il sogno del racconto si inseriscono in un tessuto di immagini più indistinte: la sofferenza del giorno, composta di fame, percosse, freddo, fatica, paura e promiscuità, si volge di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali nella vita libera occorrono solo nelle notti di febbre.
Ci si sveglia a ogni istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra, sotto l'impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera, in una lingua incompresa. La processione del secchio e i tonfi dei calcagni nudi sul legno del pavimento si mutano in un'altra simbolica processione: siamo noi, grigi e identici, piccoli come formiche e grandi fino alle stelle, serrati l'uno contro l'altro, innumerevoli per tutta la pianura fino all'orizzonte; talora fusi in un'unica sostanza, un impasto angoscioso in cui ci sentiamo invischiati e soffocati; talora in marcia a cerchio, senza principio e senza fine; con vertigine accecante e una marea di nausea che ci sale dai precordi alla gola; finché la fame, o il freddo, o la pienezza della vescica non convogliano i sogni entro gli schemi consueti.
Cerchiamo invano, quando l'incubo stesso o il disagio ci svegliano, di districarne gli elementi, e di ricacciarli separatamente fuori dal campo dell'attenzione attuale, in modo da difendere il sonno dalla loro intrusione: non appena gli occhi si richiudono, ancora una volta percepiamo il nostro cervello mettersi in moto al di fuori del nostro volere; picchia e ronza, incapace di riposo, fabbrica fantasmi e segni terribili, e senza posa li disegna e li agita in una nebbia grigia sullo schermo dei sogni".
Per sopravvivere: nel lager "vi è una vasta categoria di prigionieri che, non favoriti inizialmente dal destino, lottano con le sole loro forze per sopravvivere. Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni ora alla fatica, alla fame, al freddo, e alla inerzia che ne deriva; resistere ai nemici e non aver pietà per i rivali; aguzzare l'ingegno, indurare la pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro altri bruti, lasciarsi guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli individui nei tempi crudeli. Moltissime sono state le vie da noi escogitate e attuate per non morire: tante quanti sono i caratteri umani. Tutte comportano una lotta estenuante di ciascuno contro tutti, e molte una somma non piccola di aberrazioni e di compromessi. Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei Santi".

Ed ecco ancora un'altra pagina che dà un'idea di un altro "inferno" escogitato dagli uomini: "La Securitate, la polizia politica rumena, durante gli interrogatori ricorreva ai metodi di tortura classici: pestaggi, percosse sulle piante dei piedi e sospensione per i piedi, a testa in giù. A Pitesti la crudeltà delle torture ha di gran lunga superato questi metodi.
Venne praticata tutta la gamma dei supplizi possibili e impossibili; alcune parti del corpo venivano bruciate con la sigaretta; alcuni prigionieri avevano le natiche necrotizzate e la carne che cadeva come quella dei lebbrosi; altri erano obbligati a ingurgitare un'intera gamella di escrementi e quando vomitavano gli veniva ricacciato il vomito in gola. La fantasia delirante di Turcanu si scatenava in modo particolare contro gli studenti credenti che rifiutavano di rinnegare Dio.
Alcuni venivano 'battezzati' tutte le mattine nel seguente modo: si immergeva loro la testa in una tinozza piena d'urina e di materia fecale, mentre gli altri detenuti attorno salmodiavano la formula del battesimo. Perché il suppliziato non annegasse, di tanto in tanto gli si tirava fuori la testa e lo si lasciava respirare un attimo prima di reimmergerlo in quella mistura. Uno di questi battezzati, che aveva subìto sistematicamente questa tortura, aveva acquisito un automatismo che durò circa due mesi: tutte le mattine andava a immergere da solo la testa nella tinozza, con grande gioia dei rieducatori. I seminaristi invece erano obbligati da Turcanu a officiare le messe nere che lui metteva in scena, soprattutto durante la settimana santa, la sera di Pasqua.
Alcuni facevano i cantori, altri i sacerdoti. Il testo della liturgia di Turcanu era evidentemente blasfemo e parafrasava in maniera demoniaca l'originale. La Santa Vergine era chiamata "la grande p*ttana" e Gesù "il c*glione che è morto sulla croce". Il seminarista che faceva il prete veniva fatto spogliare completamente, gli veniva avvolto addosso un mantello macchiato di escrementi e appeso al collo un fallo confezionato con il sapone e la mollica di pane e cosparso di DDT.
Nel 1950, durante la notte di Pasqua, gli studenti in corso di rieducazione dovettero passare davanti a un simile prete, baciare il fallo e dire: "Cristo è resuscitato".
La prima fase della rieducazione si chiamava "smascheramento esterno; il prigioniero doveva dare prova della propria lealtà confessando quanto aveva nascosto durante l'istruttoria del processo, in particolare i legami con amici in libertà.
Nella seconda fase, lo smascheramento interno: doveva denunciare quanti l'avevano aiutato all'interno della prigione. Nella terza fase, lo smascheramento morale pubblico si chiedeva al detenuto di schernire tutto ciò che considerava sacro: i genitori, la moglie, la fidanzata, Dio se era credente, gli amici. Si arrivava così alla quarta fase: il candidato all'adesione all'ODCC veniva designato a ‘rieducare’ il suo migliore amico, torturandolo con le sue stesse mani e diventando, quindi, a propria volta un carnefice".

Per approfondimenti, vedi il pdf: "Torturato per Cristo"