Botticelli, creatore di talismani

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I Babilonesi tentavano di infondere il potere divino nella statue; i Sabei di Harran cercavano di attirarlo perché risiedesse nei loro templi. I Maghi del Rinascimento si sforzarono di incapsulare il Divino nella loro arte, in modo che ogni pezzo divenisse un puro cristallo di Divinità, un talismano capace di modificare quanti vi ponessero lo sguardo. E quando verifichiamo lo straordinario, irresistibile potere delle loro creazioni, possiamo forse dire che non ci siano riusciti?

Quando, per esempio, Botticelli dipinse "La Primavera" stava lavorando all'interno di quel mondo ermetico e magico espresso da Ficino. (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/07/alchimia-magia-e-astrologia-nel.html)


La dottoressa Frances Yates ritiene che quest'opera avesse uno specifico scopo: "Suggerisco soltanto che nel contesto dello studio della magia di Ficino, l'immagine inizia ad essere considerata un'applicazione pratica della magia, una sorta di complesso talismano preparato per trasmettere, alla persona che lo osservi, solo influssi salutari, ringiovanenti e antisaturninici."

La Yates vede anche altre opere di Botticelli sotto la stessa luce; riguardo alla "Nascita di Venere" spiega che "la sua funzione è la stessa, attrarre lo spirito di Venere dalla Stella e trasmetterlo a colui che indossa o contempla la sua bella immagine."
Il dipinto di Botticelli è un talismano ideato per attrarre e custodire il potere divino di Venere; la Dea è immanente alla sua immagine. Ishtarshumu-eresh avrebbe approvato.

Nota di Lunaria: anche nel dipinto di L. Lotto, "Trionfo della castità"


si verifica qualcosa di simile: l'attenzione e l'ammirazione dello spettatore non sono attratte dall'arcigna beghina che rappresenta la castità (e notate come il pittore non l'abbia neanche più di tanto abbellita, come se l'avesse dipinta di malavoglia!); al contrario, la figura nuda (Venere, o meglio, Ishtar) è stupenda: la stella sulla testa, la colomba (due simboli delle Dee...), le morbide forme muliebri, la pelle chiarissima, il volto sereno e innocente, la cura materna con cui abbraccia Cupido... insomma, le preferenze estetiche dell'osservatore vanno ovviamente a Lei e non certamente alla rozza donna arcigna che rappresenta "il trionfo della castità"... si direbbe che il pittore abbia voluto prendere in giro i moralisti del suo secolo, dipingendo un quadro che indica l'esatto opposto di quello che il titolo vorrebbe far credere... non è affatto il trionfo della castità, ma il trionfo della Dea, nuda (come la Verità) e con la stella sul capo.


Per vedere la rielaborazione che i COF hanno fatto di Botticelli xD
https://intervistemetal.blogspot.com/2017/06/e-da-oggi-avremo-anche-noi-la-nostra.html

https://intervistemetal.blogspot.com/2018/12/nu-wa-e-il-serpente.html

Altro approfondimento sulla pittura: https://intervistemetal.blogspot.com/2018/10/recensione-mario-rigoni-stern-e-bruegel.html
 

I Metalli!

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ARGENTO: Metallo appartenente alla Luna (è il metallo sacro alla Dea Makosh). Esposto ai raggi lunari viene caricato energeticamente. è il simbolo della purezza e può essere paragonato alla limpidezza dell'acqua, alla trasparenza del cristallo. è un ottimo conduttore di energia. Esalta le funzioni mentali, riduce la tensione, potenzia la tonicità muscolare. è importante nelle donne in gravidanza: è il metallo femminile per eccellenza. è presente anche sotto forma di oligoelemento nel nostro fisico, fissato ad alcuni alimenti come alghe, noci, agrumi, crostacei.

FERRO: è il metallo di Marte e Plutone, "Signori dell'Ariete e dello Scorpione". Rappresenta la forza in assoluto, la robustezza, l'austerità, il rigore. è da rilevare la caratteristica che assume in abbinamento con il rame:
Rame = luce, vita
Ferro = morte, ombra
Nel nostro corpo, è il rame il responsabile della fissazione dei globuli rossi. Emana energia di costanza, conferendo forza ed equlibrando gli atteggiamenti ostinati.


MERCURIO: è il metallo della costellazione della Vergine. Ha consistenza liquida. è il simbolo del passivo, dello Yin, dello sviluppo dell'intelligenza attraverso l'osservazione chiara. Simbolo del non-attaccamento. Buon catalizzatore d'energia. Rappresenta il Dio Messaggero.

ORO: Metallo della costellazione del Leone. è il metallo dei metalli, il punto di perfezione verso cui tendono tutti i minerali. Simbolo di eternità, della vita dopo la morte, forza, fisica, devozione, polarità maschile Yang. Simboleggia lo spirito universale ma un suo eccesso porta attaccamento e possesso. L'abbinamento oro-argento-rame è un ottimo disinfiammente negli stati febbrili. Purifica, rafforza il sistema nervoso, equilibra gli emisferi del cervello, attira energia positiva.

PIOMBO: Viene attribuito al pianeta Saturno, abbinato alla costellazione del Capricorno e dell'Acquario. Materia nera. Rappresenta la fame della Vita, incapacità di rinunciare al proprio Ego... una fine. Ma dopo ogni fine, esiste sempre un inizio. Il piombo è il simbolo della prima materia da cui partono l'evoluzione e la trasformazione. Aspetti negativi: avidità, avarizia, gelosia, possesso, ambizione, sfortuna. Aspetti positivi: tenacia, capacità di sostenere grandi sforzi. Corrisponde alla figura paterna o anziana. Governa la struttura ossea, i denti, la cistifellea, la milza. Si abbina bene al rubino, ma è da evitare l'accostamento con l'onice o i cristalli trasparenti e luminosi.

PLATINO:  Metallo nobile, forse il più ricercato di questi tempi. Resiste alle corrosioni, placa l'arroganza, è antidepressivo. Potenzia le caratteristiche femminili.

RAME: Metallo del pianeta Venere, associato alla costellazione del Toro e della Bilancia. è indispensabile per il nostro corpo per fissare il ferro sui globuli rossi. Catalizza la vitamina C. Influenza ipofisi, tiroide, genitali. Combatte le affezioni respiratorie. è disinfiammante. è un potente conduttore: favorisce il collegamento di energia tra un vortice e l'altro. è preferibile non montarvi pietre, perché le annulla.

Nota di Lunaria: nelle antiche Umbria e Marche, il rame era il metallo sacro alla Dea Cupra.

STAGNO: Metallo di Giove, abbinato al Sagittario e con Nettuno, abbinato anhe alla costellazione
dei Pesci. Può essere usato come materiale saldante per collegare i circuiti energetici. Elemento di espansione. L'organo corrispondente è il fegato.

ZINCO: Insieme ad Uranio governa la costellazione dell'Acquario. I suoi cristalli sono regolatori del vortice epatico, con azione profonda sul pancreas. Il suo assorbimento verso la pelle con gli olii di mandorla e jojoba è ottimo. Urano è il pianeta del progresso, dell'invenzione e della scienza.






Tributo alla stupenda Cadaveria - Pizia e Sibilla

Ho passato la serata in full-immersion con le canzoni più belle degli Opera IX, così mi sono detta "perché non celebrare la stupenda Cadaveria con un post che riepiloghi il ruolo sacerdotale femminile nel paganesimo greco?"

Detto e fatto, pubblico qui un paio di scritti su questo tema ^_^


Cadaveria è sempre stata, da quando l'ho sentita la primissima volta (correva l'anno 2000, o giù di lì, e misero "Congressum cum Daemone" su Psychosonic!...) uno dei miei modelli femminili, insomma, quel tipo di Donna che stimo e ammiro e da cui prendo esempio ^_^  e che mi riempie di orgoglio femminile (considerato che razza di zavorre mentecatte citrulle affossano la condizione femminile, Cadaveria e poche altre donne - non necessariamente nella scena Black Metal - sono un lampo di speranza...)

Bellissima, bravissima, affascinante, è una vera e propria Pizia del Black Metal, che ci ha regalato un'interpretazione leggendaria di Sacerdotessa in "Fronds of the Ancient Walnut"...


I fondamentali cd degli Opera IX: "The Call of the Wood", "The Black Opera", "Maleventum", "Sacro Culto"...


ma anche la sua band Cadaveria


 un Culto tutto italiano che ha fatto la Storia del Black Metal... apportando un contributo anche femminile :D


Citiamo anche Tristessa delle Astarte, purtroppo deceduta ;(


Altra stupenda interprete e "Sacerdotessa del Black Metal"...

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La consultazione dell'eroe Trofonio, in Beozia, comportava un'impressionante messa in scena. Il paziente, dopo aver compiuto i riti preliminari, beveva alla sorgenti del Lete e di Mnemosine, poi, avvolto in un sudario, s'infilava, con i piedi in avanti, dentro ad una stretta apertura, in una cavità naturale ricavata nel fianco della roccia. Qui, egli veniva aspirato come da un turbine e percepiva nel corso della notte visioni o brusii profetici. Dopodiché, riguadagnava l'aria libera per la stessa apertura, sempre con i piedi in avanti, e semiincosciente. I sacerdoti lo mettevano a sedere sul trono di Mnemosine e lo aiutavano ad interpretare quel che aveva visto o udito. Questa curiosa pratica ha tutte le apparenze di un'iniziazione: il fedele è messo nella tomba (dal momento che l'antro di Trofonio sembra più che altro una sepoltura), quindi risuscita a nuova vita, tenendo presente allo spirito, grazie al trono di Mnemosine, la rivelazione che ha ricevuto nell'aldilà.
Non è possibile non pensare alle dottrine pitagoriche e platoniche dell'anamnesi, nonché alle discese all'Ade di Pitagora e di Er di Panfilia.
Alcuni degli Olimpici sono degli Dei oracolari: Atena, Ermes e Apollo. Il santuario di Dodona, posto in terra straniera, risale alla più remota antichità. Zeus deve esservisi sostituito ad una Dea pre-ellenica dell'albero, della quale ha conservato l'attributo fondamentale, la quercia. Proprio attraverso la voce della sua quercia, Zeus emanava i suoi oracoli. Coloro che andavano a consultare l'oracolo scrivevano le proprie richieste su una tavoletta di piombo e delle sacerdotesse, dette le Colombe, interpretavano il brusio delle fronde per ricavarne il responso. Omero non conosce le Colombe; egli parla, invece, di profeti, i Selli, "dai piedi mai lavati, che dormivano per terra". Queste definizioni ben si addirebbero ad antichi sacerdoti della Terra che avrebbero tratto la loro ispirazione da un contatto permanente col suolo. Ad ogni modo si può pensare che Zeus abbia avuto normalmente a suo servizio un duplice collegio di interpreti: maschili e femminili, come Apollo a Delfi.

A Olimpia, del pari, Zeus è venuto dopo una Dea della Terra.
Ivi Gea avrebbe profetizzato, e la sola donna che fosse ammessa alla sua vista era la sacerdotessa di Demetra Chamyne.
Ma il modo della divinazione era diverso. Zeus possedeva ad Olimpia, come Gea, un altare fatto con le ceneri ammonticchiate delle vittime. In cima al cumulo, che poteva raggiungere i 6,50 metri d'altezza, degli indovini, gli Iamidi, praticavano la divinazione attraverso il fuoco, interpretando i segni offerti dalla fiamma.
Prima dell'arrivo di Apollo, anche Delfi ha avuto un oracolo con tecnica analoga, che in questo caso dipendeva da Poseidone e da Gea. Si riteneva che Atena avesse inventato la divinazione tramite i dadi. A Fare, in Acaia, si interrogava Ermete; l'interrogante poneva le domande all'orecchio della statua, quindi lasciava il tempio, tappandosi le orecchie; arrivato all'estremità dell'agorà, egli levava le mani e la prima parola che udiva veniva presa come la risposta del Dio. Ma il Dio profetico per eccellenza è Apollo, perlomeno in epoca classica. I suoi oracoli erano numerosissimi, non se ne contano meno di cinque in Beozia (Tebe, lo Ptoion, Eutresis, Isie, Tegira); numerosi e celebri erano quelli dell'Asia Minore: Claro, vicino Colofone, Didimo e numerosi oracoli in Licia. 
Delfi si è affermata tardi, ma rapidamente. Non sembra che Apollo sia arrivato sul Parnaso prima del VIII secolo a.c
Un passo dell'Iliade canta, a partire dal VII sec. a.c, la straordinaria ricchezza del suo santuario. Apollo deve aver preso posto di una Dea della terra che praticava la mantica attraverso i sogni vicino alla fonte Castalia. La sostituzione è avvenuta tranquillamente o di forza? Nell'antichità se ne discuteva. La leggenda dell'uccisione del serpente ctonio, Pitone, da parte di Apollo, non va chiamata in causa per risolvere questa controversia: si tratta di un mito etiologico, presente anche a Sicione e in Asia Minore, al quale non va attribuito alcun significato storico.


Nota di Lunaria: non che siano così numerosi, comunque, nel caso passasse un misogino pagano tradizionalista dei giorni nostri, sbraitando che "sono tutte tue idiozie, Zeus era super potente e adorato sempre, e non c'era nessuna Dea prima di lui!!! W Zeus, il nostro Dio patriarcale, Pater Familias, donne a casa a fare figli, come dice il nostro idolo intoccabile Aristotele!!!", meglio mettere le PROVE che prima di Zeus nell'oracolo c'era una DEA:





La prestazione dell'oracolo era assicurata dalla Pizia e dal profeta.
La Pizia veniva scelta tra l'insieme delle sacerdotesse di Delfi; doveva avere almeno cinquant'anni; la castità alla quale era tenuta era una norma di purezza rituale, ma non implicava essere considerata la sposa del Dio. La Pizia fungeva da intermediaria, da medium tra la divinità e gli uomini. Il ruolo del profeta è più oscuro: poteva ricevere la rivelazione che la Pizia, in seguito, si limitava a comunicare, o poteva formulare la risposta ispirata dalla Pizia.
Le consultazioni si avevano, originariamente, una volta l'anno, in occasione dell'anniversario di Apollo; dato l'incremento delle richieste, se ne ebbero una o più al mese: rimanevano esclusi i giorni nefasti e i mesi invernali, durante i quali Apollo si assentava da Delfi. Ogni interpellante consacrava dapprima un dolce di miele (pelanos) sostituito poi da una tassa in denaro. Poi veniva sacrificata e bruciata una capra, precedentemente aspersa d'acqua: se durante l'aspersione la capra veniva presa dai fremiti, significava che Apollo accettava di pronunciarsi. Il pelanos e l'olocausto sono da mettersi in rapporto con l'origine ctonia dell'oracolo.
Nei casi più semplici, per la consultazione, si tirava a sorte con delle fave bianche o nere (cleromanzia) ma nelle questione particolarmente importanti, la Pizia rivelava la volontà divina in preda ad un delirio profetico, profetizzando nella cripta del tempio, seduta sul suo tripode, accanto alla statua d'oro di Apollo e alla tomba di Dioniso. La Pizia, comunque, non entrava in trance isteriche ma sentiva manifestarsi in lei il suo Dio e ne ascoltava gli appelli ripiegandosi in sé. Probabilmente per raggiungere questo stato, la Pizia inalava alloro e farina di orzo, masticava alloro e beveva acqua alla fonte Cassotide. Secondo la tradizione il tripode era posto su di una voragine dalla quale si sprigionavano esalazioni, un soffio o pneuma sovrannaturale.




 Aggiungo un altro approfondimento sulla Pizia e sulla Sibilla 

I più antichi luoghi di culto, anche in Grecia, erano tutti all'aperto, sulle cime delle montagne, nei boschi, presso le sorgenti sacre, sulle rive del mare, in caverne e spelonche. Questi luoghi, come sacri agli Dei, venivano chiusi in un recinto sacro nel mezzo del quale un rialzo rappresentava l'altare del sacrificio e delle offerte. Col tempo si innalzarono agli Dei vere e proprie dimore: nella cella era custodito il simulacro della Divinità; il tempio era quasi sempre orientato a levante, se era dedicato agli Dei, a levante se era dedicato agli eroi.
La religione essendo una funzione di Stato, le cerimonie pubbliche erano compiute dal magistrato in carica, per esempio ad Atene dall'arconte re che era succeduto nelle mansioni sacerdotali all'antico re patriarcale e perciò controllava i vari sacerdoti.
Le donne non erano escluse dal sacerdozio e venivano destinate al servizio delle Divinità Femminili. Per esercitare il sacerdozio occorreva l'integrità fisica delle membra e della sanità, età adulta e sesso corrispondente (ma non sempre) a quello della Divinità e in certi casi, castità temporanea o perpetua e l'astensione da certi cibi o bevande; alcuni templi richiedavano l'età fanciulla (come per i sacerdoti di Athena Cranea ad Elatea, di Athena Alea a Tegea e di Zeus a Egio e per le Sacerdotesse di Artemide in Egina e in Patre): in questo caso i sacerdoti fanciulli avevano assistenti per le mansioni di culto. Nei sacerdozi pubblici vi era il sistema della scelta e quello del sorteggio che era preferito in quanto la nomina sembrava determinata dalla Divinità stessa; talora i due sistemi venivano combinati, cioè si estraeva a sorte il candidato da una lista di eleggibili. Non era esclusa la compera della carica, specie nei templi dell'Asia Minore durante l'epoca ellenistica.
Il sacerdozio non era a vita, salvo qualche caso; la carica era annuale o poteva durare un periodo maggiore: 2, 3, 4 anni.
I sacerdoti indossavano una lunga veste bianca essendo questo - secondo Platone - il colore caro agli Dei. Lasciavano intonsi i capelli; durante il sacrificio si ponevano in capo una corona vegetale (di ulivo, mirto ecc.) che variava a seconda della Divinità; talora portavano bende o scettro, come Crise, il sacerdote di Apollo in Omero. Ma queste norme non erano assolute: così il sacerdote di Dioniso vestiva di giallo croco, la Sacerdotessa di Athena a Pellene vestiva la foggia della Dea portando l'armatura e l'elmo.
La funzione principale del sacerdote era soprattutto liturgica cioè relativa all'azione sacrificale; il sacrificio non era giornaliero (salvo che per l'altare di Zeus a Olimpia) ma cadeva nei giorni previsti dal rituale a meno che qualche privato non domandasse a suo profitto una libazione o un sacrificio.
V'erano poi anche mansioni amministrative: se il tempio era piccolo, il sacerdote adempiva da solo a tutte le mansioni di pulizia, ma se i santuari erano grandi vi era una schiera di inservienti; al sacerdote spettava una parte della vittima sacrificata; oltre a questo il sacerdote riceveva doni di focacce, frutta, vino, denaro.
Il sacerdote abitava presso il santuario e godeva l'usufrutto dei beni del medesimo; molti cittadini aspiravano a questa carica per la posizione sociale onorifica e i privilegi che assicurava tra cui il più noto era il posto d'onore nel teatro, nei giochi e nelle assemblee.


Nota di Lunaria: i Greci sono spesso tacciati di misoginia; indubbiamente furono un popolo più misogino (o meglio: sessista) di altri, eppure le Sacerdotesse erano stimate e riverite da tutti, segno che una carriera di prestigio e realizzazione sociale, per alcune donne greche, era possibile. Col cristianesimo neppure questo ci fu! Un'altra cosa che vorrei far notare è la differenza tra la misoginia greca e la misoginia cristiana: la prima era basata principalmente su errate osservazioni biologiche/anatomiche a livello degli organi genitali e delle loro funzioni, errate convinzioni che probabilmente lo stesso Aristotele avrebbe corretto se avesse avuto più strumenti scientifici (i Greci erano un popolo amante della cultura e della ricerca), la seconda si basa su postulati che riguardano la mente e l'anima della donna, quindi appare molto più virulenta e grottesca che non quella greca (dalla quale comunque assorbe il pregiudizio biologico).

I grandi santuari avevano addetti dei corpi di musici, danzatrici, ieroduli, nonché una schiera di ierodule per il servizio della prostituzione sacra per esempio a Corinto. Questo tipo di rapporto sessuale (accoppiamento ierogamico) era un antico rituale che "ricalcava" i rapporti sessuali delle divinità; con l'unione sessuale si pensava di ottenere la fertilità non solo per se stessi, ma anche per la terra. In alcune iscrizioni sumere è menzionata la ierogamia. Dee del sesso erano Inanna, Ishatar e Astarte; anche in Grecia Afrodite aveva un aspetto di prostituta (Afrodite Porne). Questo tipo di riti sacri erano praticati ovunque e vengono condannati dalla bibbia proprio perché rimandavano al culto della Grande Madre e della Donna-Sacerdotessa che era il tramite tra la Grande Dea e l'umanità. Le Ierodule erano considerate "vergini" perché non si sposavano e i "figli di vergine" erano i figli nati dal connubio di queste sacerdotesse con uomini che impersonavano il Dio.

Il termine "figlio di vergine" per gli antichi aveva proprio quel significato e difatti san paolo quando parla di gesù NON dice "gesù, nato da vergine" ma "gesù nato da donna": probabilmente lo stesso Paolo AVEVA ANCORA IN TESTA QUESTO SIMBOLISMO: dire di qualcuno che era "un figlio di vergine" voleva dire "figlio di una Sacerdotessa unitasi con un Sacerdote in un tempio", cosa che avrebbe voluto dire che lo stesso gesù fosse figlio di una Sacerdotessa; per questo motivo Paolo NON PARLA DI VERGINITà DI MARIA, e la chiama semplicemente "donna" ma non "vergine", e men che meno "vergine santa"; il fatto che lo stesso Paolo - che poi di fatto è il tizio che diffuse il cristianesimo - non parli di verginità la dice già lunga, su quello che avesse in testa; fu ben attento a non parlare di "vergine che partorisce" altrimenti l'uditorio dell'epoca avrebbe collegato la cosa ai riti pagani delle prostitute nei templi! In realtà si poté affermare che gesù nacque da una vergine solamente quando la memoria dei riti pagani delle vergini nei templi era ormai tramontata...

La preghiera si faceva in piedi, levando in alto le mani e tenendo in mano una verga cinta di lana oppure un ramoscello d'ulivo. Si piegavano le ginocchia avanti al simulacro del Dio, di cui si abbracciavano i piedi e a cui si gettavano baci.
I sacrifici in Grecia, come dappertutto nell'antichità, si dividevano in due grandi categorie: offerte incruente o doni e immolazioni. I doni erano di vario genere: dalle primizie del raccolto o con sostanze liquide. Le immolazioni entravano nelle occasioni più solenni della vita pubblica o privata perché il sacrificio era creduto il modo più efficace per interessare la divinità. L'offerta più comune era quella delle focacce che potevano avere varie forme e anche di oggetti, diversi a seconda della divinità a cui erano offerti. Alle Divinità Infere si offrivano libazioni di latte e miele; v'erano anche offerte di legumi, frutta, fave, grappoli, rami di olivo e favi di miele presentati dentro dei piatti di argilla con spartizioni interne a forma di incavo per porvi offerte varie: frumento, orzo, ceci lenti, piselli, papaveri (*), lana, miele, vino misto ad acqua, profumi. (**)


(*) I papaveri erano un simbolo molto forte nella vicina Creta: lì si adorava anche "La Dea dei Papaveri", con tre capsule di semi in testa.



Perché si faceva gran uso del papavero, a Creta? Non lo sappiamo; forse perché aveva una valenza allucinatoria, per le trance delle Sacerdotesse o forse perché ha una forma vaginale...




(**) Offerti anche oggi alla Dea haitiana Erzulie, che ama molto i profumi.

Quanto ai sacrifici cruenti, gli animali più ordinariamente sacrificati erano buoi, pecore, capre, porci, ma potevano essere anche di altra specie determinata dalla natura del Dio: ad Esculapio si sacrificava il gallo, a Ecate il cane, a Poseidone il cavallo.



Nei primi tempi della civiltà greca non mancarono anche i sacrifici umani (attestati anche presso gli Ebrei: vedi la storia della figlia di Iefte, nota di Lunaria)
Nell'operare il sacrificio il sacerdote vestiva di bianco, talora ornato di porpora e portava in capo una corona di mirto, lauro, olivo, a seconda della Divinità, corona che lo metteva sotto l'usbergo del Dio e lo difendeva dai mali influssi; la corona era una caratteristica così essenziale del sacerdozio greco che prendere o deporre la corona significava assumere o deporre la carica sacerdotale.
Oggetti caratteristici del sacrificio erano un vaso contenente l'acqua lustrale e una cesta che poteva anche essere d'argento che conteneva il tritello d'orzo e una spada o coltello sacrificale. Altri vasi con acqua per aspersioni posavano presso l'altare. Se era alto, era dedicato agli Dei celesti, se era basso, o un tumulo di terra, era dedicato a Divinità ctonie o a defunti. Il sacrificio aveva luogo al mattino. Sull'ara avanti il tempio o nel mezzo del sacro recinto ornato di bende e fiori, stava il sacerdote coronato e biancovestito. L'animale veniva condotto, ma non trascinato a forza (sarebbe stato di cattivo augurio); le corna erano state dorate; prima di essere sacrificato veniva purificato e sacralizzato con una manciata di tritello d'orzo sparsa sulla testa. Il tritello veniva sparso anche nel fuoco e su tutti i partecipanti quale elemento di purificazione ed unificatore nella sfera del sacro. Altro rito purificatorio era quello di immergere un tizzone nell'acqua, che ne rimaneva santificata, e poi spruzzare con quest'acqua la vittima e l'assemblea. Santificata così la vittima, le veniva tagliato un ciuffo di peli sul capo e gettato nel fuoco a simbolo dell'imminente iugulazione. Un araldo domandava: "Chi è presente?"; veniva risposto "molti e buoni"; poi si faceva silenzio e si recitava la preghiera che ricordava lo scopo del rituale.
Le carni dell'animale venivano poi offerte agli Dei e la gran parte era portata a casa di chi aveva finanziato le spese del sacrificio: le carni venivano poi consumate ai banchetti pubblici o privati.
Per le divinità ctonie si procedeva allo stesso modo, di sera, però, e la vittima non era cosparsa di tritello d'orzo ed era tenuta con la testa verso il basso, mentre il sangue scorreva in una piccola fossa che si immaginava in comunicazione col mondo sotterraneo; in questo caso le carni non erano mangiate ma consumate sul fuoco dell'ara. Le viscere venivano esaminate a scopo divinatorio. La lustrazione fu in grandissimo uso presso i Greci ogni volta che dovessero porsi in comunicazione con il Divino o purificarsi da qualche contatto che li avesse ritualmente inquinati; si purificavano prima di entrare nel tempio, prima del sacrificio, prima di pregare, prima di emettere voto; si purificavano luoghi, animali, utensili. Materia della lustrazione era l'acqua, spesso con sale, spruzzata con un ramoscello.


Non esiste per le varie città greche uniformità per quanto riguarda il calendario delle feste che erano in relazione con le vicende delle stagioni o delle ricorrenze storiche-politiche. Tra le tante festività, ricordo soprattutto le Tesmoforie, delle quali riporto questo approfondimento:

Da E. Abbott "Storia della castità"

Le Tesmoforie (della durata di tre giorni, celebrate ad ogni autunno) liberavano le donne dai doveri coniugali, imponendo la castità rituale. Venivano celebrate ad Atene, in onore di Demetra, Dea della coltivazione dei cereali. Le cerimonie erano dirette dalle donne; gli uomini erano tassativamente esclusi. Le celebranti osservavano tre giorni di castità, con uno schieramento di sostegni simbolici che dava alle Tesmoforie un'atmosfera assolutamente unica per le città-Stato greche, regno dei maschi e assai poco caste.
Ad Atene, le Tesmoforie si tenevano sulla collina della Pnice, dove normalmente si riunivano le assemblee dei cittadini (solo maschi) per l'esercizio della democrazia. Il primo giorno, quello dell'Ascesa (anodos), le donne salgono la collina in processione, portando oggetti sacri. Giunte nello spazio aperto chiamato Tesmoforio, costruiscono file di primitive capanne in cui alloggeranno. Per sedersi e dormire useranno giacigli di rami e foglie di salice, albero considerato casto e capace di sedare le pulsioni sessuali. Non portano gioielli, non sono truccate e indossano vesti semplici, senza ricami. Il secondo giorno era quello del Digiuno (Nesteia). Questo giornata di digiuno rievocava contemporaneamente il dolore della Dea che nel mito aveva perso sua figlia, Core, e la fame dei tempi antichi precedenti all'agricoltura. Il terzo giorno era detto "Felice Generazione" o "Bei Germogli"(Kalligeneia) ed era all'insegna della gioia: le donne celebravano la fertilità che avevano accresciuto con la loro temporanea castità. Facevano sacrifici e festeggiavano. Probabilmente era anche il momento in cui le Attingitrici (Antletriai) compivano la loro opera. Mesi prima della festa, queste donne purificate da tre giorni di astinenza dal sesso, avevano seppellito porcellini e modellini di serpenti e di genitali maschili in pasta di pane. In seguito, durante le Tesmoforie, li disseppellivano recuperando i resti decomposti, che venivano collocati sugli altari e poi mescolati con le sementi di grano che venivano ritualmente piantate per favorire la fertilità dei campi nella stagione che stava per cominciare. Le Tesmoforie erano speciali sotto vari aspetti. Vi erano ammesse solo le donne sposate, e non le vergini. Era l'unica festa che richiedeva alle donne sposate di osservare la castità sia nel periodo di preparazione sia durante le cerimonie. Gli uomini erano accuratamente tenuti alla larga dalle donne, che citavano un mito orrorifico in cui le celebranti delle Tesmoforie, grondanti di sangue, castravano a colpi di spada il re Batto, sorpreso a spiarle durante un'antica edizione della festa. Una volta era successo davvero che un uomo, Aristomene di Messenia, si infiltrò arrivando troppo vicino, e le donne lo catturarono usando come armi coltelli sacrificali, spiedi da arrosto e torce. Un'altra particolarità delle Tesmoforie era che tutte le donne che vi partecipavano erano chiamate Melissai, - le api - in ricordo di un episodio del mito di Demetra, che mentre vagava alla ricerca di Core fu ospitata da Melissos, re di Paro o, in un'altra versione, re delle api. I Greci avevano una grande ammirazione per la casta alacrità delle api e per il modo in cui nell'alveare si aborre l'adulterio, punito con l'uccisione dell'adultero, o con la migrazione dell'intero sciame. Durante le Tesmoforie le matrone diventavano Melissai, caste api asessuate e astinenti. Data la condizione di inferiorità e subordinazione delle donne in Grecia, le Tesmoforie erano tre giorni di licenza straordinaria, in cui le donne sposate erano libere di abbandonare il focolare e i lavori di casa per stare assieme tra loro, rendendosi volontariamente non attraenti [...] Le Melissai non erano sorvegliate e non erano rinchiuse, eppure, attraversa l'insolita castità e in comunione con le altre donne, provvedevano a svolgere i riti di fertilità così importanti che gli uomini non avrebbero osato farne a meno [...] Le matrone usavano questa temporanea castità per evadere dalla noia dei lavori domestici, dall'autorità dei mariti; [...] riaffermavano la propria importanza sociale in quanto donne.
Le matrone dell'antica Roma, la cui religione era simile a quella greca, celebravano una festa che ricordava quella delle Tesmoforie, ma durava molto meno. Per trovare un'incursione grecoromana più sostanziosa, e talvolta permanente, nei territori della castità dobbiamo rivolgerci al culto di Iside, una gentile Dea Egizia, che trapiantata nella Roma ellenistica, trovò grande seguito di fedeli, attratti dalla sua competenza negli aspetti spirituali e fisici dell'amore. Iside era solita apparire in sogno alle persone invitandole a celebrare i suoi riti. [...] Iside era una Dea relativamente casta, e alcuni padri della Chiesa come Clemente e Tertulliano elogiano la castità delle sue devote e delle sue sacerdotesse (qui l'Autrice non dice che gli epiteti di Iside furono "presi a prestito" per la madonna cattolica...che risulta essere un'Iside annacquata). Il culto tendeva all'ascetismo, e non ostentava simboli sessuali. I capelli venivano rasati, e le vesti di lino avevano un taglio modesto. Tutto era austero, le processioni rituali, le preghiere e tutto l'apparato liturgico a base d'acqua, incenso e strumenti musicali. Chi partecipava alle cerimonie, doveva astenersi dal sesso. [...] Nei dieci giorni di astinenza, le donne si purificavano ritualmente e dormivano coscienziosamente da sole, tra lenzuola di lino immacolato. [...] Anche a costo di far arrabbiare i loro uomini negandosi per più tempo di quanto qualunque altra divinità richiedesse, in una società che non dava alcun valore alla castità. Era un piccolo segno di indipendenza, e la gentilezza e la bontà della loro casta Dea facevano sì che il sacrificio valesse la pena.  


Un'altra festività interessante era quella nota come le Antesterie (16 febbraio-15 marzo), feste di carattere funerario, che si svolgevano in tre giorni; riporto il rito che si svolgeva il giorno di Choes ("Anfore"), considerato funesto, con chiusura di templi e uso di ramoscelli di biancospino (pianta apotropaica) e di pece sulla porta perché gli spiriti dei morti andavano in giro.
L'atto cultuale più solenne era il matrimonio sacro della moglie dell'arconte-re (Basilinna) con il simulacro ligneo di Dioniso. La Basilinna sceglieva poi 14 matrone dette "Le Venerabili" e faceva loro giurare di trovarsi in condizioni di purità rituale e di non rivelare ad alcuno quanto avrebbero veduto. Compivano cerimonie ai 14 altari del Dio e poi accompagnavano la Basilinna che si recava su di un carro, come una sposa, presso il pritaneo dove rimaneva tutta la notte presso il simulacro del Dio portato anch'esso al medesimo luogo su un carro a forma di barca. Questo matrimonio sacro va interpretato come un rito sacro-magico diretto a provocare la fecondità nella vegetazione e nel bestiame.
Appare evidente qui il significato simbolico: dalla morte e dal lutto (spiriti dei morti, desolazione), si usciva annualmente (fine dell'inverno) ed era proprio la donna (la Basilinna), con il suo corteo, che "traghettava" fuori dal periodo di oscurità invernale, sposandosi al Dio e rinnovando così la fertilità in terra. Durante la festa si onoravano anche Demetra e Core (simbolo della prima vegetazione del frumento e dell'orzo). 




 Anche le Brauronie erano interessanti: dedicate ad Artemide, venerata a Braurone. La festa era quadriennale e alla Dea venivano presentate delle bambine di 5 anni che restavano nel santuario fino ai 10 anni. Erano ritualmente chiamate "orse" e durante la danza sacra indossavano una veste gialla imitante la pelliccia dell'orso. Il rituale era arcaico e ricordava un tempo in cui la Dea era concepita come orso e le persone del suo corteo dovevano imitarne l'aspetto e le movenze. Altra caratteristica era la ferita inferta ad un uomo sulla nuca, avanti all'ara della Dea, residuo di un sacrificio umano.

Nota di Lunaria: una Dea Orsa forse collegata alla prima Artemide è Artio: "Artio è la Dea Celtica della fertilità e degli animali selvatici, soprattutto l'orso, animali sciamanici: il loro letargo, cioè il periodo di ibernazione in inverno, simboleggia il viaggio nell'oscurità, mentre il loro risveglio, in primavera, è il ritorno della luce che reca con sé la sapienza acquistata durante il viaggio"




Un'altra festa che vedeva la partecipazione solo delle donne erano le Schiroforie (16 giugno - 15 luglio); il nome derivava da una specie di ombrello da sole usato dalle donne, uniche partecipanti di questa festa, dedicata a Demetra e Core, insieme ad Athena, che si svolgeva a Schiro, località tra Atene ed Eleusi, sotto la guida di un sacerdote; Schiro era il luogo del primo campo coltivato.
Le Arreforie erano celebrate in onore di Athena ed erano in stretta relazione con le Schiroforie. Due fanciulle di nobile famiglia, che rinunciavano per un anno al servizio della Dea, ricevevano in consegna dalla Sacerdotessa di Atena delle ceste con dentro oggetti misteriosi; recavano sul capo queste ceste, di notte, fino presso al tempio di Afrodite dove li depositavano in un luogo sotterraneo ricevendone altre altrettante misteriose che riportavano al tempio sull'acropoli.

Importantissimi erano i profeti e le Pitonesse che dettavano oracoli scrivendoli anche su lamine di piombo (molte ne sono state trovate a Dodona). In Grecia la forma più antica del responso era in versi, soltanto più tardi si ebbero responsi in prosa.
Gli oracoli funzionavano mediante l'assistenza di una corporazione sacerdotale che manteneva il luogo nella sua efficienza e ne perpetuava la tradizione. In un archivio venivano conservate copie dei responsi. Alcuni oracoli erano così ermetici che era necessario farli interpretare da esegeti specializzati.
Dopo l'oracolo delfico, nessun altro oracolo di Apollo era più insigne di quello di Didima, a 12 km da Mileto, un tempio poi distrutto dai Persiani nel 494 a.c e rifabbricato in maggiori proporzioni. In quel luogo la Pitonessa profetava dopo aver bevuto da una fonte sacra ed essersi assisa sopra una pietra rotonda tenendo in mano una verga.
Presso Acraia in Beozia vi era un oracolo di Apollo che parlava per bocca di un profeta; dopo la distruzione di Tebe l'oracolo tacque e ai tempi di Pausania non esisteva più. In Argo, ai piedi dell'acropoli, vi era un altro oracolo di Apollo. La Profetessa doveva essere vergine e prima di entrare in estasi doveva bere il sangue di una pecora sacrificata. A Patrai l'oracolo di Apollo funzionava solo in inverno: la Sacerdotessa riceveva la rivelazione dal Dio durante la notte.
L'oracolo di Dodona, nell'Epiro, dedicato a Zeus cui era associata come moglie Dione, era fondato dentro un bosco di querce: dallo stormire delle fronde, delle colombe, della fonte sacra, i sacerdoti traevano responsi.


Nota di Lunaria: se ne parla anche qui:



"In Epiro, nella parte nordorientale della Grecia, sorgeva il più antico degli oracoli greci, la Quercia Sacra di Dodona.
Il luogo aveva - e conserva tuttora - un aspetto selvaggio e drammatico. Ai piedi del monte Tamaro, sulle pendici dal quale si ergono ancora vecchissime querce, s'innalzava il santuario di Zeus, che nel IV-V secolo diventò chiesa cristiana e sede episcopale. La zona era famosa per la violenza dei suoi temporali e anche per il freddo che vi regnava. Omero parla di "Dodona dalle male tempeste". A Dodona esisteva una quercia consacrata a Zeus, e in quella quercia c'era un oracolo le cui profetesse erano donne. Quelli che venivano a consultare l'oracolo si avvicinavano alla quercia e l'albero si agitava un po'; poi le donne prendevano la parola e dicevano "Zeus annuncia la tal cosa". Queste Sacerdotesse si chiamavano Peleiadi o Peristere, cioè "le colombe". Erano tre, ci dice Erodoto, la maggiore si chiamava Promenia, "l'anima di prima", la seconda Timarete "la virtù onorata", la più giovane Nicandra "vittoriosa sugli uomini". Interpretavano il fruscio prodotto dal movimento del fogliame (dendromanzia).
Non erano però Sacerdotesse di Zeus, ma di Dione, la Dea sposata da Zeus a Dodona. Presso i Greci, Dione è ricordata solo dagli autori più antichi, che la ritengono pre-ellenica. Appare all'inizio della formazione del mondo. Nel mito pelasgico, Dione è una Titanide che, associata a Titano Crio, regna sul pianeta Marte. Nella Teogonia di Esiodo è figlia di Oceano e Teti. Nel mito orfico, riferito da Platone, Oceano e Teti costituirebbero la coppia primordiale che ha dato origine agli Dei e a tutti gli esseri.
Nel mondo egeo pre-ellenico, Rea, Dea della quercia e delle colombe, con il suo paredro, lo Zeus cretese adolescente, era al centro del culto che si rendeva agli alberi, pratica fondamentale della religione minoica. In Grecia sono esistiti altri alberi oracolari, ma nessuno ha conosciuto una carriera altrettanto lunga di quella della quercia di Dodona. A Page veniva consultato un pioppo nero che, malgrado fosse un albero funebre, era in quel luogo consacrato a Era. Alla Dea dei morti, Persefone, era attribuito, a causa dei pioppi neri, un altro oracolo a Egira, in Acaia. Sul monte Liceo, in Arcadia, per favorire la pioggia, il sacerdote di Zeus immergeva un ramo staccato da uno di questi alberi in una sorgente che doveva trovarsi ai suoi piedi: occasionalmente Zeus era quindi considerato il dio del temporale e della pioggia fecondatrice.
In periodo precristiano il culto della quercia era diffuso in tutta Europea. Esso era talmente radicato nei costumi di certi popoli che presso di loro sopravvisse a lungo alla conversione al cristianesimo. Plinio nella "Storia naturale" ci ha lasciato delle descrizioni delle immense foreste di querce della Germania, che meravigliarono i Romani, che vi entrarono con una specie di terrore sacro. "Querce di enormi dimensioni, lasciate intatte dal trascorrere del tempo e originate insieme col mondo" (Tacito)
I Germani veneravano nelle querce i divini antenati. Il Frassino era dedicato a Odino, la quercia a Donar-Thor. La quercia che nell'ottavo secolo fu abbattuto da san Bonifacio era consacrata a Donar, un Dio legato ai fenomeni atmosferici (tuono, lampo, vento, pioggia) A Perkunas, il Dio Lituano del tuono, erano consacrate le querce e venivano tenuti accesi i fuochi perpetui (esattamente come per Perun, Dio del tuono slavo). I Lettoni adoravano Perkun, Dio della folgore e la quercia a lui consacrata era "la quercia d'oro". Anche a Taara, Dio del tuono estone, il Padre del Cielo, era consacrata la quercia. Anche in Gallia esistevano, secondo Plauto, querce oracolari e secondo Lucano, mangiare ghiande era ritenuto una pratica divinatoria.
Del resto, insieme alla quercia era adorato il vischio, ritenuto il seme onnipotente del Dio. I cristiani assimilarono il culto del vischio "accettando" che nella notte di San Silvestro ci si baci o scambi gli auguri sotto un rametto di vischio.
"Come nel freddo brumale fra la boscaglia usa il vischio frondeggiare diverso, ché non sua pianta lo semina, e di ghirlande giallastro circonda i tronchi rotondi, così si vedeva quell'oro frondeggiare fra l'elce ombroso, così con le brattee leggere sussurrava nel vento", così è celebrato il vischio da Virgilio nell'Eneide.
Beaujeu osserva: "La mitologia del vischio, molto scarsa in Italia, era abbondante nei paesi celtici e germanici; al vischio si attribuiva un potere magico: permetteva di aprire il mondo sotterraneo, allontanava i demoni, conferiva l'immortalità"


Altro approfondimento tratto da



La Quercia, essendo un albero molto diffuso, ha dato origine a leggende presso molti popoli europei, dai Celti ai Romani, dagli Anglosassoni, ai Normanni, continuando ad alimentarle attraverso l'intero Medioevo fino ai nostri giorni. Era uno dei "sette alberi nobili", della tradizione irlandese, e la sua distruzione si ritorceva su colui il quale se ne era reso colpevole con malattie, morìe di bestiame, rovesci economici. Quando san Columcille edificò una chiesa in Irlanda, dopo aver incendiato una quercia per far posto alla costruzione, incorse nelle ire del re, il quale considerò addirittura l'abbattimento della pianta alla stregua di un omicidio.
Il sant'uomo potè proseguire il lavoro, ma dovette impegnarsi a non toccare più alcuna quercia. I primi norvegesi invasori delle terre britanniche introdussero la credenza secondo cui la quercia era l'albero del fulmine e perciò sacra a Thor, aggiungendo che essa offriva protezione ai viandanti durante i temporali. Può sembrare un controsenso, ma la doppia credenza è spiegabile per il fatto che le querce sono frequentemente colpite dal "fuoco celeste" e per il detto secondo cui "il fulmine non cade mai nello stesso posto". Di qui l'usanza ancor viva tra certi contadini, di tagliare un pezzo di tronco colpito appunto dal fulmine e di appenderlo sulla porta di casa proprio come "parafulmine magico". La Quercia venne anche considerata un'eccellente difesa contro le streghe, tanto che persino san Bedra, il medico inglese dottore della Chiesa, famoso erudito, narrava che sant'Agostino da Canterbury era uso pregare sotto le fronde di questo albero da quando re Etelberto (un sovrano del Kent, che favorì l'introduzione del cristianesimo nel suo regno) glielo aveva raccomandato per evitare l'azione di sortilegi. Il culto della quercia venne infine proibito dalla chiesa cristiana. Fu sempre tollerato, tuttavia, l'uso di danzare tre volte attorno all'albero dopo un matrimonio religioso, per invocare la buona sorte sugli sposi. Dopo questa cerimonia si usava offrire una bevanda a base di ghiande tritate e bollite. Contro la tonsillite si usa portare al collo una coroncina di 9 o 13 ghiande che simboleggiano le tonsille infiammate. Staccatene una ogni giorno e buttatela lontano da voi: gettata l'ultima, dovreste essere guariti. Se non accade, ricominciate con la cura, ma bruciate le ghiande. Se è un maleficio, arrostite le ghiande, scoprirete la persona che ha lanciato l'incantesimo, perché sarà colpita da una forte raucedine. 
Perché, tra i tanti sempreverdi, proprio l'agrifoglio e il vischio accompagnano le feste natalizie? La leggenda nordica che ce ne narra l'origine non è molto allegra. Baldur, figlio di Odino, venne ucciso da un suo nemico, Loki, appunto con una freccia tratta da un ramo di vischio. Odino maledisse la pianta, ma la moglie del Dio, piangendo la morte di Baldur, vi fece cadere alcune lacrime, che diventarono perle: così il vischio fu rivalutato, anche se fu allontanato dai templi in favore dell'agrifoglio, il cespuglio accanto al quale era spirato Baldur, reso da Odino sempreverde e dotato di bacche rosse, in ricordo del sangue sparso dal figlio. L'agrifoglio venne subito ammesso nelle chiese cristiane, mentre al vischio ne fu a lungo vietato l'accesso, dato l'uso fattone dalle religioni pagane, che lo avevano rivestito di tanti significati magici. Poiché ciò sia avvenuto, resta un mistero, anche se numerose leggende circondano questo sempreverde. Il vischio è una pianticella parassita di diversi alberi, con foglie verdi e dure e frutti a bacca bianchi. In genere, però, il mito si riferisce al vischio quercino, parassita delle querce che ha foglie più piccole di quello comune. Vischio e querce erano sacri ai druidi, gli antichi sacerdoti celtici, e sacro era il rituale con cui, durante il solstizio d'inverno, i rametti venivano staccati dall'albero: l'operazione veniva effettuata con un falcetto d'oro, e il vischio, per non perdere i suoi poteri occulti, non doveva toccare il suolo, ma essere raccolto in un panno di lino. Plinio ci spiega questo complesso procedimento dicendoci come i druidi ritenessero così di "evirare la quercia". La credenza ci porta alla magia similitudinaria: il liquido appiccicoso del vischio era forse paragonato a quello spermatico, per cui la pianticella era ritenuta apportatrice di fertilità. Curioso è il fatto che tale credenza non sia propria soltanto dell'Europa celtica: la troviamo pure presso gli Ainu dell'antico Giappone, dove anche il rituale per cogliere il vischio era pressapoco uguale a quello dei druidi. "Molti credono ancora oggi che questa pianta abbia il potere di far fruttificare i giardini", ci dice Frazer. "E si sa che qualche donna sterile mangia vischio per avere prole." Anche in molte regioni africane, la pianticella è considerata sacra, apportatrice d'incolumità, tanto che i guerrieri Valo, andando in guerra, ne portavano addosso le foglie per assicurarsi l'invulnerabilità. In Europa troviamo altre credenze: i contadini di molti paesi (compresi alcuni italiani) ritenevano il vischio capace di domare gli incendi, per cui ne appendevano i rami sui tetti delle case.
In Boemia lo si chiamava "scopa del tuono" poichè lo si considerava in grado di allontanare i fulmini. Il vischio è stato usato anche in campo terapeutico: nella Francia meridionale lo si applicava sull'addome dei sofferenti di colite, in Svezia e in Inghilterra lo si pensava atto a preservare dagli attacchi epilettici, mentre in alcune regioni tedesche lo si mette tuttora al collo dei bambini per immunizzarli dalle malattie. Tali credenze - ci dice Frazer - sono forse dovute al fatto che gli uomini di ogni tempo e luogo hanno visto qualcosa di soprannaturale in questa pianta che cresce e prospera senza affondare le radici nella terra. Non sappiamo se la spiegazione sia davvero questa: sta di fatto che la chiesa ha cercato a lungo e inutilmente di far dimenticare i poteri magici del vischio, vedendosi infine costretta ad accettarne l'uso e a inserirlo nella tradizione cristiana. Alla pianticella (come all'agrifoglio) è stato così attribuito il generico simbolo di pace e serenità.


Altro stralcio, preso da "La Dea Bianca" 

"Eracle era anche connesso al culto del Fallo e al rito dell'Evirazione: "Il mito dell'evirazione di Urano ad opera del figlio di Crono [...] Il significato originario è quello dell'eliminazione annuale del vecchio re della quercia da parte del suo successore [...] La cerimonia druidica del taglio del vischio della quercia rappresentava l'evirazione del vecchio re da parte del suo successore essendo il vischio un simbolo eminentemente fallico. Dopo la castrazione il re veniva mangiato eucaristicamente".

Anche la ghianda è un simbolo fallico, così come il fungo.

Infine, una breve citazione anche per la Pizia!

Dopo essersi purificata alla fonte Cassotide e aver fatto fumigazioni di lauro e farina d'orzo, scendeva nel sotterraneo del tempio, dove era conservato l'onfalo (1) e qui saliva sul tripode, entrava in trance e profetava. 
Le sue parole inarticolate erano intepretate dal sacerdozio.
La differenza tra la Pizia e la Sibilla (invasata da Apollo) consisteva nel fatto che la Pizia aveva una manifestazione più controllata nel modo e negli effetti dell'oracolo,




mentre la Sibilla godeva di una maggiore libertà di ispirazione personale, non legata né al sacerdozio né al santuario. La Sibilla profetizzava spesso sventure, e l'immagine famosa che abbiamo è quella di Cassandra.



Su Cassandra c'è un romanzo, di Marion Zimmer Bradley, "La Torcia" (1987), dedicato proprio alla celebre Profetessa destinata a non essere mai creduta.



La Sibilla era legata alle fonti sacre e agli antri; Varrone fissa a 10 il numero delle Sibille, localizzandole come Persica, Libica, Delfica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellespontica, Frigia, Tiburtina, distribuite in tre gruppi: greco-ionico, grecoitalico, orientale.

Eraclito così sintetizzava i caratteri della Sibilla: "La Sibilla con bocca invasata pronunzia cose tristi, senza ornamento né profumi e attraversa con la sua voce migliaia di anni per opera del Nume."
E ora venitemi a dire se i cristiani abbiano mai riconosciuto alle donne questo carattere di eccezionale sapienza, tanto nel predire cose fauste, tanto nel predire cose infauste!!! Venitemi a dire se nella società cristiana si è mai riconosciuto un così alto ruolo mistico, profetico, sapienziale alla donna!!!
Perché Sibilla e Pizia non solo predicevano il futuro, la buona sorte e quella cattiva; ma davano spesso anche consigli e soluzioni: erano la bocca stessa della Sapienza.








(1) Onfalo: Il centro rilevato di uno scudo o patera, per estensione, il centro della terra immaginato in un certo luogo per fare onore ad un santuario o ad una città.




A Delfi, il centro era segnato da una pietra cilindrica terminata a forma ovoidale. Questa pietra, simile ad una pietra tombale, ricordava anche la tomba del serpente Pitone vinto da Apollo, cioè la prima fase religiosa di Delfi, quando il santuario era dedicato a Gea; l'onfalo era raffigurato coperto da bende disposte a rete; talora era fiancheggiato da aquile o colombe. Era il simbolo dell'oracolo delfico e perciò su esso si rappresentava Apollo seduto, vero signore del luogo.
L'oracolo delfico ebbe grandi meriti nella storia politica e religiosa della Grecia e i Greci lo consultavano ogni volta che si trattava di intraprendere imprese e progetti.




Perché il cristianesimo proibì alle donne l'accesso al sacerdozio?
I  motivi sono molto semplici... li sintetizzo qui:


1) Mancanza di organo genitale maschile: durante la consacrazione dell'ostia, l'officiante deve fare le veci di cristo per rendere l'ostia "vero corpo di cristo": siccome cristo era un maschio, ne consegue che chi ne fa le veci in terra debba avere il suo stesso organo genitale. Va da sé che 'sta idea serve a lasciar intendere che "dio scelse di nascere con sesso maschile PERCIò il sesso maschile è più nobile, elevato, più degno... non così il femminile, visto che dio non nacque femmina".
LO SA CHIUNQUE ABBIA LETTO TOMMASO D'AQUINO NELLA SUA INTEREZZA.


MA COMUNQUE, PER CHI NON HA VOGLIA DI SCIROPPARSI IL LIBRO DI TOMMASO, CHE è SPESSO COME UN MATERASSO



BASTA COMUNQUE DARE UN'OCCHIATA A QUESTI SCREENSHOT PRESI DA SITI CRISTIANI:






"[La cristologia] per secoli essa non è stata altro che una estensione di Dio, l'onnipotente-maschio. è stato un assunto implicito o spesso esplicito dei teologi che dio non si sarebbe degnato di incarnarsi in un corpo di donna... la percezione liberante deve dunque porre una seria questione all'idea di un'unica incarnazione divina in un essere umano di sesso maschile"



QUESTE COSE LE SA CHIUNQUE ABBIA LETTO QUESTI LIBRI:






NE POTREI CITARE MILIONI DI ALTRI.

E AI CONTESTATORI RICORDO CHE IO, LE COPERTINE DEI LIBRI DI TEOLOGIA CHE HO LETTO IN QUESTI ANNI, LE HO FOTOGRAFATE TUTTE.

T-U-T-T-E. 

2) Perché la femmina è giudicata un animale mestruato sozzo e immondo per il ciclo mestruale: vedi Gerolamo, Paucapalea e Graziano.


3) Perché la femmina è giudicata senza eminenza di grado, ovvero scema e cretina e in perpetuo stato di sudditanza al maschio (per volere stesso di dio, ovviamente...). è l'opinione di Tommaso d'Aquino, tra gli altri. Peraltro il cristianesimo per secoli ha negato che la femmina fosse ad immagine di dio o che "avesse tutta l'immagine di dio" (Imago Dei)

4) Attualmente papa francesco vi fa credere che l'unico motivo per cui voi cristianelle non siete pretesse è solo perché: "Gesù non chiamò alcuna donna", il che poi è anche vero, anche se il papa si dimentica di dire che il mangione gesù e la sua cricca di 12 dementi si facevano mantenere usando i beni delle donne che li sostenevano economicamente e ovviamente il caro papa vip si dimentica anche di dire tutto ciò che la combriccola di teologi della patristica e della scolastica affermarono su voi sozzi animali mestruati e sacchi di letame, cloache sopra un tempio, tre volte deficienti.
Eh, questa galanteria cristiana non la si sente più in giro...


Del resto, ricordatevi sempre la frase più bella del nostro adorabile von Balthy





che sarà molto contento di essere apparso, in tutto il suo splendore teologico, sul mio blog 



Ah, non ci fosse stata Lunaria... la frase più bella dell'opera omnia del nostro Balthasar sarebbe andata perduta... 



Lunaria, del resto, è specializzata nel riportare alla luce le Gemme del pensiero cristiano...
Gemme ormai dimenticate, dagli stessi cristianucoli...




Devo essere io a rinfrescare la memoria...