Nella palude (racconto horror)


"è un posto molto strano", disse Amberville, "anche se non so come definire l'impressione che suscitò in me. A descriverlo sembra un luogo normalissimo: non è altro che un prato di carici, circondato per tre lati da pendii su cui crescono pini giallastri. Un piccolo ruscello vi scorre dal lato libero, e si perde in un cul-de-sac di tifa e terra paludosa. Il ruscello, scorrendo sempre più lentamente, forma una polla stagnante piuttosto estesa, da cui alcuni ontani dall'aspetto malato tentano di ritrarsi, come se non sopportassero la vicinanza. Un salice piangente, morto, si affaccia sullo stagno, e il suo pallido, scheletrico riflesso, si confonde nella feccia verde che ne chiazza le acque. Non ci sono merli, usignoli e nemmeno libellule, come invece capita di trovarne in luoghi simili. Tutto è silenzioso e desolato. Quel posto è maligno, è empio in un modo che semplicemente non posso descrivere. Sono stato spinto a farne uno schizzo quasi contro la mia volontà, poiché qualcosa di così delirante è decisamente estraneo al mio stile. In realtà ho fatto due abbozzi e te li mostrerò, se lo desideri."

Poiché avevo un'alta considerazione dell'arte di Amberville, e da tempo lo ritenevo uno dei più importanti paesaggisti della sua generazione, fui ovviamente ansioso di vedere i disegni. Lui, comunque, non attese che esprimesse a parole il mio interesse, ma aprì direttamente la cartella.

L'espressione del suo volto, i movimenti stessi delle mani esprimevano in modo eloquente uno strano miscuglio di coercizione e ripugnanza mentre tirava fuori e spiegava i due bozzetti ad acquerello di cui aveva parlato.

In nessuno dei due riuscii a riconoscere il luogo ritratto.

Si trattava chiaramente di un angolo che mi era sfuggito durante le mie sporadiche escursioni ai piedi delle colline nei dintorni di Bowman, il villaggio dove avevo acquistato due anni prima un ranch abbandonato e mi ero ritirato per ottenere la solitudine indispensabile alla mia attività letteraria.

Francis Amberville, nei soli quattordici giorni in cui era stato mio ospite, grazie alla sua capacità di apprezzare le potenzialità pittoriche del paesaggio, si era indubbiamente familiarizzato coi dintorni più di quanto fosse accaduto a me. Era sua abitudine andare in giro tutte le mattine armato del materiale per dipingere e in questo modo aveva già trovato il soggetto per più d'un eccellente paesaggio. La sistemazione che avevamo trovato, infine, era conveniente ad entrambi, poiché in sua assenza io potevo applicarmi proficuamente alla mia vecchia Remington.

Esaminai gli acquerelli attentamente. Benché solo abbozzati erano entrambi notevoli, e mostravano la caratteristica grazia ma anche il vigore dello stile di Amberville.

Inoltre fin dalla prima occhiata riconobbi una qualità che sembrava estranea allo spirito abituale dei suoi lavori.

Gli elementi della scena erano quelli che aveva descritto.

In un bozzetto lo stagno era quasi nascosto da un canneto, e il salice morto vi si protendeva sopra da un'angolazione angosciosa, come se qualcosa l'avesse misteriosamente arrestato nella caduta verso l'acqua stagnante.

Sulla riva opposta gli ontani erano tesi nel supremo sforzo di allontanarsi dallo stagno, e infatti mostravano a nudo le radici nodose.

Nell'altro schizzo lo specchio d'acqua campeggiava in primo piano, con l'albero-scheletro che pendeva disperatamente sulla riva.

Sulla sponda più lontana dello stagno le canne sembravano ondeggiare e sussurrare fra loro in un vento morente; quanto all'aguzza barriera di pini all'estremità del prato, era rappresentata come un muro verde cupo che chiudeva il bozzetto, lasciando solo, in cima, un pallido margine di cielo autunnale.

Tutto questo, come anche il pittore aveva riconosciuto, era abbastanza ordinario.

Eppure fui immediatamente colpito dall'orrore che si nascondeva in questi semplici elementi, espresso dal loro insieme come se essi fossero i lineamenti contorti, maligni di un volto demoniaco.

In entrambi gli acquerelli quest'aspetto sinistro era espresso nella stessa maniera, come se il medesimo volto fosse stato ritratto prima di profilo e poi frontalmente. Non riuscivo a isolare i dettagli separati che formavano quell'impressione; ma ugualmente, quando guardavo, l'orrore di una malvagità arcana, uno spettro di disperazione, malignità, squallore mi fronteggiava dal dipinto sempre più apertamente e odiosamente.

Quell'angolo sperduto di mondo sfoggiava una smorfia diabolica, macabra, e si aveva l'impressione che, se avesse potuto parlare, avrebbe proferito le bestemmie di un demone gigante, o i rauchi sberleffi di uno stormo di uccelli del malaugurio.

Era un maleficio completamente al di là della portata dell'uomo, perché era più antico dell'uomo.

Per fantastico che possa sembrare, il prato aveva l'aspetto di un vampiro invecchiato orribilmente tra detestabili infamie. In modo sottile, indefinibile, si intuiva che aveva sete di ben altro che il pigro rigagnolo da cui era bagnato.

"Dov'è questo posto?", chiesi, dopo un minuto o due di silenziosa osservazione. Era incredibile che una cosa del genere potesse esistere veramente, e ugualmente incredibile che una natura positiva come quella di Amberville potesse averne avvertito la qualità misteriosa.

"è una valletta che appartiene alla fattoria abbandonata, a circa un chilometro e mezzo dall'inizio della stradina che conduce al Bear River", rispose.

"Dovresti conoscerla. C'è un piccolo frutteto intorno alla casa, sul pendio più alto della collina; ma la parte bassa, quella che termina nel prato, è terra selvaggia."

Cominciai a visualizzare la località in questione.

"Suppongo che si tratti del vecchio ranch dei Chapman", decisi.

"Nessun altro posto lungo quella strada corrisponde alla tua descrizione."

"Be', a chiunque appartenga quel prato è il posto più orribile che abbia mai incontrato. Ho visto altri paesaggi in cui c'era qualcosa di imbarazzante, ma mai nessuno come questo."

"Forse è infestato", dissi, per metà scherzando.

"Dai particolari che mi dici deve essere proprio il prato in cui il vecchio Chapman fu trovato morto una mattina dalla figlia più giovane. Accadde pochi mesi dopo che mi ero stabilito qui, e tutti pensarono che avesse avuto un attacco di cuore. Il corpo era freddo, e probabilmente era rimasto là tutta la notte, perché la famiglia l'aveva visto sparire all'ora di cena. Non ricordo Chapman molto bene, ma rammento che aveva la reputazione di essere un uomo eccentrico. Poco prima che morisse parecchie persone pensavano che sarebbe diventato pazzo. Ma, come ti ho detto, non ricordo i particolari. In ogni modo, quando morì, la moglie e i figli se ne andarono, e da allora in poi nessuno ha occupato la casa o coltivato il frutteto. Insomma, una tipica tragedia agreste."

"Non credo ai fantasmi", osservò Amberville, che sembrava aver preso sul serio la mia battuta sull'infestazione.

"Ma qualunque sia l'influenza che governa quel posto, non è di origine umana. A pensarci bene, una volta o due ho avuto una sciocca impressione: che qualcuno mi guardasse mentre schizzavo questi bozzetti. Ed è strano, perché me n'ero praticamente dimenticato finché tu non hai tirato fuori quella faccenda dell'infestazione. Mi pareva di vedere quest'osservatore con la coda dell'occhio, ai margini del mio campo visivo. Era un vecchio ribaldo con baffi grigi e sporchi e uno sguardo terribile. è strano che io abbia una così netta impressione di lui senza averlo mai visto veramente... Ho pensato che fosse un vagabondo che si era avventurato nella valletta, ma quando ho alzato gli occhi per guardarlo meglio, semplicemente non c'era. Come se si fosse dissolto nel terreno umido, tra le canne e i carici."

"Quella che mi hai fatto non è una cattiva descrizione di Chapman", dissi. "Ricordo i suoi baffi: erano quasi bianchi, a parte le macchie di tabacco. Un tipo duro e all'antica, se mai ce n'è stato uno. E tutt'altro che socievole. Verso la fine aveva il veleno negli occhi, e questo senza dubbio ha contribuito alle dicerie sull'infermità mentale. Adesso alcuni dei racconti sul suo conto mi tornano improvvisamente in mente: la gente diceva che trascurava sempre più la cura del frutteto, e chi veniva a cercarlo lo trovava di solito in quella valletta, dove se ne stava pigramente a guardare con occhi assenti gli alberi e l'acqua. E questa è un'altra ragione per cui pensarono che stesse uscendo di senno, probabilmente. Ma sono certo di non aver mai sentito dire da nessuno che ci fosse qualcosa di strano o di malevolo in quel prato, né alla morte di Chapman né dopo. è un angolo solitario, e credo che adesso non ci vada proprio più nessuno."

"Io l'ho scoperto quasi per caso", disse Amberville.

"Il posto non è visibile dalla strada, per via degli spessi pini, e del resto c'è un'altra cosa strana: quando stamattina sono uscito avevo già la forte e precisa sensazione che avrei scoperto qualcosa di insolito interesse.

Ho tirato dritto verso quella valletta, per dir così, e devo ammettere che la mia sensazione era perfettamente giustificata. Quel luogo mi repelle, ma mi affascina anche. Devo risolvere questo mistero, se c'è una soluzione", aggiunse sulla difensiva.

"Ci tornerò domani mattina presto, coi colori a olio, per cominciare un vero quadro."

Ero sorpreso, perché conoscevo la predilezione di Amberville per la luminosità e la gaiezza nei suoi paesaggi, qualità che avevano indotto i critici a paragonarlo a Sorolla.

"Questo quadro sarà una novità, nella tua produzione", commentai.

"Bisognerà che venga a darci un'occhiata anch'io, prima o poi. Probabilmente un posto così è molto più nel mio stile che nel tuo: sicuramente nasconde una storia sinistra e fantastica, o almeno così sembra dai tuoi schizzi e dalla tua descrizione."

Passarono parecchi giorni. A quell'epoca ero occupato nel penoso e complicato problema di concludere un romanzo, e così rimandai indefinitamente il proposito di visitare la valletta scoperta da Amberville.

Il mio amico d'altra parte era evidentemente tutto preso dal nuovo lavoro: ogni mattina si avviava col cavalletto e i colori a olio, e ogni giorno tornava sempre più tardi, dimenticando l'ora del pranzo che invece prima, nonostante quelle spedizioni, rispettava puntualmente.

Il terzo giorno non si fece vivo fino al tramonto; contrariamente alle sue abitudini non mi mostrò ciò che aveva fatto, e le risposte che diede alle mie domande sul procedere del lavoro furono vaghe ed elusive.

Per qualche ragione non desiderava parlarne.

Fu altrettanto reticente a proposito del prato a cui s'interessava, e posto dinanzi a domande dirette si limitò a ripetere in modo distratto e formale il resoconto che mi aveva fatto dopo aver scoperto il posto la prima volta.

In un modo misterioso e indefinibile sembrava che il suo atteggiamento fosse completamente mutato.

Ma ci furono altri cambiamenti: Amberville sembrava aver perduto la sua vitalità, e spesso lo sorprendevo con la fronte aggrottata, e scorgevo un'ombra equivoca nei suoi occhi sinceri. C'era in lui una malinconia, una morbosità, che, a quanto mi era dato conoscere dai cinque anni della nostra amicizia, non aveva mai posseduto. Forse, se non fossi stato così assorto nei miei problemi, mi sarei chiesto con maggior zelo quale potesse essere la causa di quell'umor nero, che sulle prime attribuii piuttosto superficialmente a qualche problema tecnico che non riusciva a risolvere.

E intanto, era sempre meno l'Amberville che io conoscevo; il quarto giorno, quando rientrò al crepuscolo, avvertii nei suoi modi una scontrosità del tutto estranea alla sua natura.

"Cosa c'è che non va?", azzardai. "Hai pestato un serpente? O è il prato del vecchio Chapman che ti dà sui nervi con la sua tetraggine?"

Per una volta fece lo sforzo di liberarsi della sua malinconia, della reticenza e dell'umor nero.

"è il mistero infernale di quella cosa", dichiarò. "Devo risolverlo, in un modo o nell'altro. Quel posto ha una personalità individuale: è là, come l'anima dentro un corpo umano, ma io non riesco ad afferrarla, né a toccarla. Tu sai che non sono superstizioso, ma, d'altra parte, non sono neppure un ottuso materialista: ho avuto modo di assistere a fatti molto strani, nel corso della vita. Può essere che quella valletta sia abitata da ciò che gli antichi chiamavano un Genius Loci. Più di una volta, prima che tutto questo accadesse, ho sospettato che cose del genere potessero esistere davvero: che potessero risiedere, appartenere, capisci, a qualche luogo particolare. Ma è la prima volta che ho motivo di sospettare che la forza davanti a cui mi trovo è malevola, ostile. Le altre influenze di cui ho avvertito la presenza erano benigne, benché in senso lato, e in un modo vago e impersonale; e se non benigno erano totalmente indifferenti alle faccende umane, forse addirittura inconsapevoli della nostra esistenza. Questa, invece, è orribilmente sveglia e vigile: sento che la valletta - o la forza che vi è imprigionata - mi esanima e mi sonda. Quel posto ha l'aspetto di un vampiro assetato, e aspetta di potermi assorbire in qualche modo, se ne avrà l'opportunità. è un posto senza ritorno in cui si addensa tutto ciò che è male, e sento che uno spirito men che vigile potrebbe esserne preso e irretito. Ma te l'ho detto, non riesco a tenermene lontano."

"Sembra davvero che quel luogo si stia impossessando di te", dissi, completamente sbalordito dalle sue affermazioni e dall'aria di timorosa e morbosa convinzione con cui erano state pronunciate.

Apparentemente non mi aveva udito, perché non replicò alla mia osservazione.

"E c'è un'altra cosa", continuò, con un'intensità febbrile. "Ti ricordi che avevo la sensazione di scorgere con la coda dell'occhio un vecchio che mi guardava? Be', l'ho visto di nuovo, molte volte sempre ai margini del campo visivo; ma negli ultimi due giorno mi è apparso più direttamente, benché in modo strano direi parziale. Talvolta, mentre studio il salice morto con particolare intensità, vedo la sua faccia che mi osserva malignamente, la sua faccia dalla barba sudicia... che fa parte del tronco. Poi si libra tra i rami senza foglie, come se ne fosse stata imprigionata. E qualche volta una mano nodosa, e la manica a brandelli di una giacca, emergono dalla copertura di alghe nello stagno, come se un corpo annegato stesse risalendo in superficie. E un momento dopo, o anche simultaneamente, qualche altro particolare della figura appare tra gli ontani e le canne. Sono sempre apparizioni brevi, e quando cerco di esaminarle da vicino svaniscono come nuvole di vapore e si confondono col paesaggio. Ma quel vecchio farabutto, chiunque o qualunque cosa sia, è solo un elemento ricorrente. Oh, non che sia meno maligno di ogni altra cosa lì intorno, ma sento che non è l'elemento principale dell'orrore."

"Buon Dio!", esclamai. "Certo devi aver visto qualcosa. Se non ti spiace verrò con te e ti terrò compagnia per un po' domani pomeriggio. Il mistero comincia a coinvolgere anche me."

"Certo che non mi spiace. Vieni pure."

I suoi modi avevano riassunto di colpo, e per nessuna visibile ragione, l'innaturale riservatezza dei quattro giorni precedenti. Mi diede uno sguardo furtivo in cui si nascondeva qualcosa di cupo e di poco amichevole. Era come se una barriera oscura, sollevatasi per un momento, fosse di nuovo calata fra di noi, e le ubbie del suo strano comportamento lo assalirono di nuovo; i miei sforzi di tener desta la conversazione ricevettero per tutta risposta una serie di monosillabi, metà burberi, metà distratti. Provavo una crescente preoccupazione, piuttosto che offesa, e per la prima volta cominciai a notare l'insolito pallore del suo viso e la febbrile lucentezza degli occhi.

Sembrava malato, come se una parte della sua esuberante vitalità gli fosse stata strappata e avesse lasciato al suo posto un'energia aliena di dubbia natura, ma certamente meno salutare.

Tacitamente dunque rinunciai a tentare di sottrarlo alla penombra in cui si era ritirato; per il resto della sera finsi di leggere un romanzo, mentre Amberville manteneva il suo contegno svagato.

Mi interrogai su quel mistero finché non venne l'ora di andare a letto, e mi confermai nella decisione di visitare di persona la valletta di Chapman.

Non credevo nel soprannaturale, ma era chiaro che quel posto stava esercitando una deleteria influenza su Amberville.

La mattina dopo, quando mi svegliai, il mio domestico cinese mi informò che il pittore aveva già fatto colazione ed era partito col cavalletto e i colori. Questa nuova prova della sua ossessione mi turbò, ma riuscii lo stesso ad applicarmi per tutta la mattina al mio romanzo.

Subito dopo colazione guidai lungo la statale e poi imboccai la stretta stradina che serpeggiava verso Bear River; lasciai la macchina sul colle folto di pini che sovrastava il posto di Chapman. Benché non avessi mai visitato la valletta avevo un'idea abbastanza chiara della sua posizione. Ignorando la via erbosa, semi dimenticata, che correva nella parte superiore della proprietà, m'incamminai verso il basso tra gli alberi, diretto con sicurezza alla piccola valle cieca, e più di una volta vidi, sul pendio opposto, il frutteto morente con i suoi peri e i meli, e il tugurio in rovina che era stato dei Chapman.

Era una calda giornata di ottobre, e la serena solitudine della foresta, la dolcezza autunnale della luce e dell'aria facevano sembrare impossibile ogni congettura su cose maligne e sinistre. Quando giunsi sul fondo del prato ero quasi pronto a ridere dei racconti di Amberville, ma fin dalla prima occhiata il posto mi colpì per la sua tristezza e il suo squallore. Gli elementi della scena erano quelli che il mio amico aveva descritto così bene, anche se a me non riuscì di avvertire l'aura malefica che lui aveva trasfuso nello stagno, nei salici, gli ontani e il canneto dei suoi dipinti.

Amberville mi volgeva la schiena, seduto su uno sgabello pieghevole davanti al cavalletto, che aveva piazzato tra i cespugli d'erba selvatica verde scuro, proprio sopra lo stagno.

Tuttavia non sembrava intento al lavoro: guardava intensamente la scena davanti a lui, con il pennello pigramente rilasciato fra le dita.

L'erba ammortizzava il rumore dei miei passi, e lui non mi sentì avvicinarmi.

Mi affacciai con curiosità sulla sua spalla, per vedere la grande tela a cui stava lavorando. Per quanto potevo giudicare il quadro aveva già raggiunto un raffinato livello di perfezione tecnica; era una resa quasi fotografica dell'acqua schiumante, dello scheletro bianchiccio del salice piangente, degli ontani mezzo sradicati e malevoli, e del canneto. Ma di nuovo vidi nel quadro lo spirito macabro, demoniaco degli schizzi: il prato sembrava aspettare e fissava l'osservatore come una faccia distorta dal male.

Era una sacca di malignità e disperazione, tagliata fuori dal mondo autunnale che la circondava; un angolo malato, per sempre maledetto e solitario.

Guardai di nuovo il paesaggio e vidi che il posto era effettivamente come Amberville lo aveva ritratto: portava la maschera di un vampiro, vigile e malevolo.

E nello stesso momento mi resi conto del silenzio innaturale: non c'erano uccelli, non c'erano insetti, proprio come aveva detto il pittore.

E sembrava che solo venti esausti, moribondi, riuscissero a passare sul fondo di quella conca.

Il sottile ruscello che si perdeva nel terreno paludoso somigliava ad un'anima che precipitasse nella perdizione. Faceva anch'esso parte del mistero, perché non riuscivo a ricordare nessun corso d'acqua sulla parte bassa della collina che giustificasse nel prato lo sbocco di un corso sotterraneo.

La fissità di Amberville e la posizione della testa e delle spalle facevano pensare a un uomo ipnotizzato.

Stavo per manifestargli la mia presenza, ma in quell'istante ebbi la sensazione  che non fossimo soli.

Appena ai margini del mio campo visivo mi sembrò di scorgere una figura in atteggiamento furtivo, come se ci guardasse entrambi.

Mi girai di scatto, ma non c'era nessuno. Poi udii un grido di meraviglia da parte di Amberville, e girandomi di nuovo lo trovai che mi fissava. Sui lineamenti aveva un'espressione di terrore e sorpresa che tuttavia non aveva cancellato completamente lo stupore ipnotico.

"Mio Dio!", disse. "Ho pensato che tu fossi il vecchio!"

Non so se ci dicemmo altro: mi resta tuttavia l'impressione di un vuoto silenzio.

Dopo quell'esclamazione di sorpresa Amberville sembrò ritrarsi in un impenetrabile mondo dell'astrazione e mi parve che non fosse più nemmeno conscio della mia presenza, proprio come se l'identificarmi e il dimenticarmi fossero stati una cosa sola.

Da parte mia avvertivo una costrizione sinistra, opprimente.

Quella scena infame fantastica mi deprimeva oltre misura.

Sembrava addirittura che il terreno paludoso volesse inghiottirmi, mentre i rami degli ontani malati mi facevano cenni invitanti. Lo stagno, su cui il salice ossuto incombeva come un simbolo della morte vegetale, mi bramava ugualmente, follemente, con le sue acque immobili.

Inoltre, e a parte l'atmosfera minacciosa di tutta la scena, mi resi conto che un altro cambiamento era avvenuto in Amberville, un cambiamento che sconfinava con la vera e propria alienazione. Il suo nuovo atteggiamento, di qualunque natura fosse, l'aveva ormai soverchiato e lui era sprofondato definitivamente nel morboso crepuscolarismo di cui ho già parlato; mi sembrò che non ci fosse più nessuna speranza di recuperarlo all'ottimismo e alla giovialità che gli erano connaturate, e pensai che forse un'incipiente follia si stesse impossessando di lui.

Questa possibilità mi atterrì.

Con maniere lente, quasi da sonnambulo, e senza darmi un secondo sguardo, cominciò a lavorare al dipinto; rimasi a guardarlo per un po', senza ben sapere cosa fare o dire.

Per lunghi intervalli si fermava e fissava con sognante intensità qualche particolare del paesaggio, e mi venne la bizzarra idea di un'affinità crescente, una misteriosa relazione tra Amberville e la valletta.

Era come se il prato gli avesse preso una parte dell'anima, dandogli in cambio qualcosa di sé.

Aveva l'aria di un uomo che condivide un segreto orrendo, che è diventato partecipe di una sapienza inumana. 

E in un lampo di orribile chiarezza vidi quel posto come un vampiro, e Amberville come la vittima consenziente.

Non posso dire quanto tempo rimasi laggiù. Alla fine mi avvicinai all'amico e lo scossi per la spalla: "Lavori troppo", dissi, "Stammi a sentire, riposati per un giorno o due."

Si voltò verso di me con lo sguardo stupefatto di chi è perduto in un sogno oppiaceo.

E poi, molto lentamente, questa espressione si mutò in rabbia malevola.

"Va' all'inferno!", ringhiò, "non vedi che ho da fare?"

Allora lo lasciai, perché non mi pareva che ci fosse altro da fare per il momento.

La natura pazzesca di tutta la faccenda bastava a farmi dubitare della mia stessa ragione.

Le sensazioni che il prato mi aveva suscitato (e quelle che avevo provato vedendo Amberville) sottendevano un orrore quale non avevo mai provato in nessun momento della mia vita: non da sveglio, almeno, e in condizioni normali di coscienza.

In fondo al declivio di pini giallastri mi girai un'ultima volta, per un'occhiata d'addio. Il pittore non si era mosso, contemplava ancora la scena del maleficio come un uccello incantato che osserva un serpente mortale.

Se la sensazione che ebbi poi fosse il frutto di un'illusione ottica o meno non so dirlo, ma in quell'istante mi parve di distinguere una debole aura maligna che non era né luce né nebbia scorrere e agitarsi sul prato, avvolgendo ma non alterando la forma del salice, degli ontani, dello stagno.

Furtivamente si allungò, protendendo verso Amberville quelle che sembravano braccia spettrali. Era una immagine molto tenue, e può essere stata benissimo un'illusione, ma fu rabbrividendo che mi allontanai al riparo dei pini alti, benevoli.

Per il resto di quel giorno e per la sera che seguì fui perseguitato dall'orrore, dal mistero che aveva trovato nel prato di Chapman. Credo di aver passato quasi tutto il mio tempo dibattendo invano, tra me, le teorie più diverse, e cercando di convincere la parte razionale della mia mente che tutto ciò che avevo visto e sentito era frutto d'inganno. Ma non arrivai a nessuna conclusione, a parte la convinzione che la salute mentale di Amberville era messa a repentaglio dalla cosa maledetta (di qualunque cosa si trattasse) che era tutt'uno con la valletta.

La malevola personalità di quel posto, l'impalpabile terrore, il mistero e in un certo senso l'allettamento che venivano dal posto di Chapman erano come fili di ragnatele tessuti intorno al mio cervello, e che non poteva strappare col semplice sforzo cosciente.

Comunque presi due decisioni: una fu che dovevo scrivere immediatamente alla fidanzata di Amberville, la signorina Avis, e invitarla da me per tenere compagnia all'artista durante il resto del suo soggiorno a Bowman.

La sua influenza, pensai, poteva forse controbilanciare l'influenza maligna che lo perseguitava. Poiché la conoscevo piuttosto bene l'invito non sarebbe parso fuori luogo.

Decisi di non dire niente ad Amberville: la sorpresa, sperai, gli avrebbe giovato ancora di più.

La seconda decisione fu che non dovevo visitare di nuovo la valletta, se potevo evitarlo.

Indirettamente (perché sapevo benissimo che è pazzesco tentare di combattere un'ossessione in modo aperto) avrei dovuto tentare di scoraggiare l'interesse del pittore verso quel posto e condurre la sua attenzione su altri temi. E poi si potevano organizzare gite e diversivi, anche a costo di ritardare il mio lavoro.

L'opaco crepuscolo autunnale mi sorprese in meditazioni di questo genere, ma Amberville non ritornò. Sgradevolissime supposizioni, senza nome né contorni precisi, cominciarono a tormentarmi mentre lo aspettavo e la notte avanzava.

Il pranzo si freddò in tavola. Alla fine, verso le nove, quando già avevo deciso di andare fuori a cercarlo, lui rientrò correndo.

Era pallido, scarmigliato, senza fiato; gli occhi avevano un'espressione dolorosa, come se qualcosa lo avesse atterrito oltre ogni sopportazione.

Non si scusò per il ritardo, né fece alcun riferimento alla mia visita nella valletta. Apparentemente aveva dimenticato l'episodio, perfino il suo cattivo garbo con me.

"Basta!", gridò. "Non tornerò mai più in quel posto, non rischierò più. Di notte è ancor più demoniaco che di giorno. Non posso dirti quello che ho visto, quello che ho avvertito... Devo dimenticarlo, se ci riesco. C'è un'emanazione... qualcosa che si rivela con l'assenza del sole, ma è latente di giorno. Ha tentato di adescarmi, mi ha invitato a rimanere là, stasera, e quasi mi ha avuto... Dio! Non credevo che cose simili potessero avvenire. Quell'orrendo miscuglio di...", s'interruppe, incapace di completare la frase. Aveva gli occhi dilatati dal ricordo di qualcosa che era troppo spaventoso per essere descritto. In quel momento io ricordai gli occhi velenosi del vecchio Chapman, che qualche volta avevo incontrato nel villaggio.

Non mi aveva mai interessato particolarmente, perché l'avevo giudicato un comune contadino, forse con qualche oscura e spiacevole inclinazione.

Ora, quando vidi lo stesso sguardo negli occhi di quel sensibile artista, mi chiesi con un brivido se anche Chapman si era reso conto della forza soprannaturale che infestava il suo prato. Forse ne era stato addirittura vittima, in un modo che sfidava la comprensione umana... In fondo era morto lì, e benché la sua morte non fosse parsa affatto misteriosa, alla luce di ciò che Amberville e io avevamo scoperto la faccenda acquistava un significato di cui nessuno avrebbe potuto sospettare.

"Dimmi ciò che hai visto", suggerii.

A quella domanda un velo sembrò calare fra noi, impalpabile ma tenebroso.

Lui scosse la testa, scontrosamente, e non mi diede risposta. Il terrore, quel sentimento umano che lo aveva ricondotto verso il suo io normale rendendolo momentaneamente comunicativo, adesso lo aveva abbandonato. Un'ombra più nera della paura, un'impenetrabile abisso alieno lo attrasse di nuovo.

Io avvertii un brivido repentino, un brivido dello spirito più che della carne, e una volta ancora ebbi la strana sensazione che esistesse un'affinità tra lui e il prato demoniaco.

Accanto a me, nella stanza illuminata dalla lampada e sotto una maschera d'umanità, sedeva una cosa che non era più completamente umana.

Dei giorni d'incubo che seguirono darò solo un riassunto, perché sarebbe impossibile descrivere l'orrore fantasmagorico, quasi astratto in cui vivevamo e ci muovevamo.

Scrissi immediatamente alla signorina Olcott, pregandola vivamente di farmi visita prima che Amberville andasse via; per assicurarmi il suo assenso feci vaghe allusioni alla mia preoccupazione per la salute di lui e al mio bisogno di aiuto.

Nel frattempo, attendendo la risposta, cercai di distrarre l'artista suggerendo gite in parecchie località di interesse pittorico nelle vicinanze: tutte offerte che declinò bruscamente, con fare sostenuto, anche se il suo atteggiamento era più impenetrabile e misterioso che sinceramente villano.

Praticamente ignorava la mia esistenza, e mi faceva capire chiaramente che desiderava essere lasciato alle sue occupazioni.

Alla fine, disperato, decisi che avrei fatto proprio questo, in attesa dell'arrivo di Avis Olcott. Lui usciva ogni mattina, come al solito, col cavalletto e gli altri attrezzi per dipingere, e tornava verso il tramonto o poco più tardi. Non mi raccontava dove era stato, e io mi trattenevo dal chiederglielo.

La signorina Olcott arrivò tre giorni dopo che avevo spedito la lettera, nel pomeriggio. Era giovane, flessuosa, estremamente femminile e completamente devota ad Amberville. Per la verità penso che ne provasse addirittura un po' di timore.

Le dissi tutto ciò che mi sembrò lecito rivelare e la misi in guardia dal morboso cambiamento che si era verificato nel suo fidanzato, che finsi di attribuire al nervosismo e al superlavoro.

Non potevo menzionare il prato di Chapman e la sua nefasta influenza: era una cosa troppo incredibile, troppo elusiva per servire da spiegazione a una ragazza moderna. Quando vidi l'allarme e lo stupore con cui ascoltava la mia storia mi sorpresi a desiderare che fosse fatta di una tempra più volitiva e decisa, e che fosse meno sottomessa nei confronti di Amberville. Una donna più forte forse l'avrebbe salvato, ma cominciai a chiedermi se Avis avrebbe potuto fare veramente qualcosa per combattere la forza imponderabile che stava trascinando nel baratro il mio amico.

La luna crescente pendeva come un corno intinto nel sangue del crepuscolo quando lui ritornò. Con mio grande sollievo la presenza di Avis sembrò avere un ottimo effetto, e nel momento in cui la vide Amberville uscì dalla scontrosità in cui si trincerava di solito, e che temevo lo avesse assorbito senza remissione.

Tornò quasi a essere l'uomo affabile che conoscevamo.

Forse era tutta scena, in vista di un altro proposito: ma in quel momento io non potevo sospettarlo. Mi congratulai con me stesso per aver trovato quel rimedio sovrano, e d'altra parte la ragazza si sentì chiaramente sollevata, nonostante lo guardasse ancora in modo lievemente sospetto, o ferito, quando lui per qualche istante cedeva alla distrazione o a un momento di ubbia, quasi l'avesse dimenticata. Complessivamente, tuttavia, ci fu una trasformazione che mi sembrò addirittura magica, considerata la sua recente tetraggine e il disinteresse per tutte le cose umane. Dopo aver tenuto loro compagnia per un po', lasciai la coppia sola e mi ritirai.

La mattina dopo mi alzai molto tardi, perché avevo dormito bene.

Avis ed Amberville, appresi, erano usciti insieme, portandosi una colazione preparata dal mio cuoco cinese. Chiaramente l'aveva portata con sé in una delle sue spedizioni artistiche, e mi augurai che la cosa gli giovasse.

Chissà perché non pensai neppure lontanamente che l'avesse portata al prato di Chapman: la sottile ombra maligna di quella faccenda cominciava a svanire dalla mia mente e mi rallegravo per il diminuito peso della responsabilità.

Poi, per la prima volta in una settimana, riuscii a concentrarmi sulla fine del mio romanzo.

I due tornarono al crepuscolo, e mi resi conto immediatamente che mi ero sbagliato in più d'un punto. Amberville si era nuovamente ritirato in una riservatezza sinistra, saturnina. La ragazza accanto a quel pezzo d'uomo, sembrava molto piccola, ed era in condizioni miserabili. Aveva paura, era sbigottita, come se avesse incontrato qualcosa che sfuggiva completamente alla sua comprensione e con la quale era umanamente incapace di confrontarsi.

Dissero entrambi molto poco. Non mi raccontarono dov'erano stati, ma del resto non c'era bisogno di domande per saperlo.

Il silenzio di Amberville, come al solito, sembrava dovuto al fatto che era sprofondato in qualche tetra riflessione, o cupo sogno. Avis invece sembrava vittima di una doppia angoscia: come se, a parte il terrore, le fosse stato proibito di parlare degli eventi del giorno e della sua esperienza. Sapevo che erano andati nel prato maledetto, ma ero tutt'altro che sicuro che Avis avesse percepito l'orrore e la malvagità del posto, o se non era semplicemente atterrita dall'insano mutamento del suo innamorato.

In un caso o nell'altro era ovvio che ne era completamente succube.

Cominciai a imprecare contro me stesso per averla invitata a Bowman, sebbene l'amarezza e il rimorso più grandi dovessero ancora venire.

Passò una settimana, e il pittore e la sua fidanzata continuarono nelle loro quotidiana escursioni: Amberville sempre chiuse nel suo sinistro estraniamento che sfidava ogni approccio, e la ragazza sempre terrorizzata, disperata, costretta e sottomessa. Come sarebbe andata a finire non riuscivo a immaginarlo, ma temevo che la minacciosa svolta nel carattere di Amberville fosse indice di una forma di alienazione, se non peggio ancora.

Le mie offerte di svaghi e passeggiate diversive furono sempre respinte dalla coppia e i miei sforzi per ottenere qualche risposta da Avis trovarono lo stesso muro di ostile elusività che avevo incontrato in lui.

Mi convinsi quindi che Amberville le aveva ingiunto di mantenere il segreto, e forse l'aveva abilmente convinta a diffidare del mio atteggiamento verso di lui.

"Tu non lo capisci", continuava a ripetermi lei. "è un uomo molto emotivo."

Tutta la faccenda era un mistero sempre più pazzesco, e mi sembrava che la ragazza venisse attratta a sua volta, direttamente o indirettamente, nella rete di fantasmi che aveva avviluppato l'artista.

Supposi che Amberville avesse fatto parecchi altri quadri ispirati alla valletta, ma lui non me li mostrò mai, né li menzionò. E il mio ricordo di quel luogo, man mano che il tempo passava, acquistava una vividezza irreale, quasi allucinata.

L'idea incredibile che ci fosse veramente una personalità in quel posto, una personalità malevola e vampiresca, divenne in me un'inconfessata convinzione nonostante gli sforzi della volontà.

Il prato mi ossessionava come uno spettro, orribile e seducente allo stesso tempo.

E allora sentii un desiderio impellente, morboso di visitarlo ancora una volta, per scoprire, se mai era possibile, il suo enigma. Pensavo spesso all'idea di Amberville a proposito di un Genius Loci che abitasse nella valletta, e alle apparizioni umane che sembravano associate a quel luogo.

Inoltre mi chiedevo che cos'era che l'artista aveva visto la sera in cui si era trattenuto nel prato fin dopo il crepuscolo, tornando poi a casa mia terrorizzato. Sembrava che non si fosse più azzardato a ripetere l'esperimento, nonostante la sua evidente soggezione a quell'ignoto allettamento.

La fine giunse improvvisa e senza premonizioni. Alcuni affari mi avevano condotto, un pomeriggio, negli uffici della contea, e non tornai fino a sera tarda.

La luna piena era alta sulle colline scure di pini. Mi aspettavo di trovare Avis e il pittore in salotto, ma non c'erano.

Li Sing, il mio factotum, mi disse che erano ritornati a ora di cena e che un'ora dopo Amberville era uscito di casa silenziosamente, mentre la ragazza era in camera sua. Scesa pochi minuti dopo, lei aveva mostrato un turbamento addirittura eccessivo quando aveva scoperto l'assenza del fidanzato, ed era uscita a sua volta per seguirlo; non aveva detto a Li Sing dove fosse diretta, né quando sarebbe tornata. Tutto questo era accaduto tre ore prima, e nessuno dei due aveva ancora fatto ritorno.

Un nero presagio di sciagura mi afferrò mentre ascoltavo il resoconto di Li Sing, e ben presto capii che Amberville aveva ceduto alla tentazione di una seconda visita notturna al prato maledetto.

Un'attrazione occulta era riuscita in qualche modo a sconfiggere l'orrore della sua prima esperienza, di qualunque cosa si fosse trattato.

Avis, che sapeva dove si sarebbe diretto, temendo per la sua sanità mentale (o piuttosto per la sua salvezza) era andata a cercarlo. Sentivo con sempre maggiore sicurezza che il pericolo li minacciava entrambi, un pericolo innominabile al cui potere, forse, avevano già ceduto.

Nonostante i dubbi e le esitazioni che avevo avuto fino a quel momento, ora non indugiai. Dopo pochi minuti di guida a rompicollo nella morbida luce della luna giunsi al confine della proprietà di Chapman, tra i pini.

Qui, come avevo già fatto la volta precedente, lasciai la macchina e mi precipitai a capofitto attraverso gli alberi.

Lontano, nella valletta, udii, mentre correvo, un singolo grido, acuto per il terrore.

Terminò bruscamente ma fui sicuro che si trattava della voce di Avis, che poi non sentii più.

Corsi disperatamente e uscii nel prato infossato: né Avis né Amberville erano in vista, e mi sembrò a un'occhiata veloce che il posto fosse denso di vapori che si muovevano e si attorcigliavano a spirale, e permettevano solo una visione parziale del salice morto e dell'altra vegetazione. Corsi verso lo stagno schiumante, e avvicinandomi fui colpito da un improvviso, duplice orrore.

Avis e Amberville galleggiavano insieme nell'acqua poco profonda, i corpi parzialmente nascosti dal mantello di alghe.

La ragazza era stretta tra le braccia del pittore, come se lui l'avesse trascinata contro la sua volontà a quell'orribile morte.

La faccia di lei era coperta dalla schiuma verdastra, mentre non potevo vedere quella di Amberville, che era reclinata contro la spalla. Sembrava che ci fosse stata una lotta: ma adesso entrambi erano immobili, perché avevano ceduto al loro destino.

Non fu solo questo spettacolo, tuttavia, che mi indusse a fuggire come un pazzo dalla valletta, senza fare nemmeno il più piccolo tentativo di recuperare i corpi annegati.

Il vero orrore stava nella cosa che, a distanza, avevo scambiato per spirali di nebbia.

Non era nebbia, né alcuna altra cosa che un uomo possa concepire: era un'emanazione maligna, pallida, luminosa che avvolgeva la scena davanti a me nelle febbrili propaggini del suo alone; una proiezione fantasma del pallido salice simile alla morte, degli ontani morenti, delle canne, lo stagno e le sue vittime suicide.

Il paesaggio era ancora visibile attraverso la proiezione, come visto nel filtro di una pellicola, ma sembrava concretizzarsi e materializzarsi sempre più, in un'attività che era innaturale e terribile.

Oltre questo ribollire, come prodotte dalle esalazioni dell'ambiente, vidi spiccare tre volti umani fatti dalla stessa nebulosa materia, né nebbia né plasma. Una delle facce pareva risaltare dal tronco del salice fantasma, la seconda e la terza affioravano tra la schiuma della palude irrisoria, i corpi che si trascinavano informi tra i rami impalpabili. Le facce erano di Chapman, di Francis Amberville e Avis Olcott.

Dietro quest'irreale proiezione di se stesso, il vero paesaggio rivelava la stessa aria infernale, vampiresca che avevo già conosciuto di giorno.

Ma ora sembrava che la valletta non fosse immota, che vibrasse di una vita segreta e malvagia, che si protendesse verso di me con le sue acque schiumanti, con le dita ossute dei suoi alberi, e le facce spettrali che aveva vomitato dal suo fondo letale.

Anche il terrore si paralizzò in me per un momento: rimasi a guardare, mentre la pallida, maledetta esalazione sorgeva più alta sul prato.

Le tre facce umane, attraverso un ulteriore agitarsi della massa fantasmagorica, cominciarono ad avvicinarsi l'una all'altra.

Lentamente, quasi impercettibilmente si fusero in una sola, e divennero un volto androgino, né vecchio né giovane, che infine si dissolse nei rami fantasma del salice: l'artiglio della morte vegetale, che si allungava nel tentativo di afferrarmi.

Incapace di sopportare lo spettacolo, cominciai a correre.

C'è ancora poco da raccontare, perché niente di ciò che potrei aggiungere scioglierebbe l'abominevole mistero: no, sarebbe impossibile. Il prato (o la cosa che ci abita) ha già preteso tre vittime.

Talvolta mi chiedo se ce ne sarà una quarta.

Solo io, sembra, tra tutti i viventi, ho capito il segreto che si nasconde dietro la morte di Chapman, di Avis e Amberville; nessun altro si è imbattuto nel genio maligno della valletta.

Non ci sono mai più tornato, tranne la mattina in cui il corpo dell'artista e quello della ragazza vennero ripescati dallo stagno, e non ho mai preso la decisione di distruggere o comunque di liberarmi dei quattro dipinti a olio e dei due abbozzi ad acquerello fatti da Amberville. 

E, forse, a dispetto di tutto ciò che mi trattiene, visiterò ancora quel luogo maledetto.


Fiera dei vinili e cd a Saronno (21 settembre 2025)

E finalmente, dopo "la pausa estiva", sono riprese le fiere dei vinili e cd! 

Sono stata a quella di Saronno! (il 7 settembre era a Lainate ma ahimè, per me impossibile da raggiungere 😢 mentre Saronno la raggiungo facilmente con due fermate da Castellanza) 

Purtroppo ho avuto qualche difficoltà in questi giorni 🥺 ma sono comunque riuscita a mettermi in viaggio per Saronno 🤘anche se l'evento top resta sempre Busto Arsizio (la fiera di Saronno è più piccolina e tiene quasi solo band Metal molto famose, anche se di tanto in tanto ravanando si trova qualche "band dimenticata" ma in generale se uno cercasse solo Black e Death Metal underground resterebbe deluso)

è sempre bello scambiare pareri e sorrisi con Metallari over 40 e 50enni che si sono praticamente visti "nascere passo dopo passo" band come gli Slayer o i Testament! 🤘 Ed è pure la cosa che mi piace di più di questi eventi, perché ritrovarsi a parlare con sconosciuti ma che riconosci "come fratelli Metallari" dalle t-shirt o dagli acquisti che fanno, ti fa vivere, dal vivo, la fratellanza e l'attitudine Metal 🤘 

Mi sono comprata i Dream Theater e gli Heimdall 🤘🖤 Chi se li ricorda? è subito nostalgia Power Metal! 🥹🖤🤘 

Questo loro album ("The Temple of Theil") uscì nel 1999 😍 🤘e se ricordo bene dovevano averli pubblicati anche sulle compilation di Psycho! (anche perché questo album fu accolto benissimo e infatti io non li ho mai dimenticati)

Sono davvero contenta di averli trovati visto che ci tengo ad avere tutte le band Power Metal del 1998-1999-2000 (mi mancano i Desdemona e i Pandaemonium, però) che furono tra le prime band Metal che conobbi. 🥹🖤🤘

Segnatevi le prossime fiere dei cd e vinili!

- 28 Settembre: Corbetta (a Villa Pagani)

- 5 Ottobre: Chiari (BS) al Circolo ADMR Rock Radio

Ancora da confermare (me le ha dette uno dei rivenditori lì presenti, a mo' di anteprima 😉)

- 19 Ottobre: Busto Arsizio (probabilmente sarà di nuovo al Museo del Tessile, ma vi farò sapere qualche giorno prima)

- 12 Ottobre: Carimate (città che non conosco, vediamo se riuscirò a saperne di più)


Nuovo album dei Paradise Lost: "Ascension"!

Visto che è uscito oggi (19 settembre 2025) sono corsa a Rho a comprare il nuovo album dei Paradise Lost! I due singoli usciti mesi fa mi erano piaciuti (e li avevo anche commentati qui https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2025/07/serpent-on-cross-dei-paradise-lost-e-la.html), ma gli album ai Paradise Lost glieli compro quasi sempre sulla fiducia e "a scatola chiusa", perché non hanno mai fatto album orrendi (a parte "Host" che non c'entrava niente con il loro stile... e che difatti non ho 😒) 



Grande album, come anche "Medusa" (che è uno dei miei preferiti 💜), sempre con il loro inconfondibile "marchio di fabbrica Gothic Paradise Lostiano"... i Paradise Lost li conobbi sulle leggendarie compilation di Psycho! 😍, quando pubblicarono proprio "Gothic" come singolo ("classic track") su una delle loro compilation dove, ogni mese, presentavano questo o quel gruppo Metal (all'epoca Spotify e Youtube manco esistevano e l'unico modo per quelli della mia generazione di ascoltare band Metal era comprare Psycho! col cd in allegato o "appoggiarsi" a quelli più grandi di me che già avevano centinaia di album)... fu amore al primo ascolto 💜 anzi, in effetti mi pare di ricordare che musicalmente conobbi prima i Paradise Lost che non i My Dying Bride e gli Anathema (gli Anathema devo pure averli sentiti per ultimi! 😅) 

L'unica cosa che non mi piace di questo "Ascension" (ma vale anche per gli album precedenti) è la copertina (e il libretto, molto spartano e striminzito) 😖 e l'odioso logo "moderno asettico" 😵

quando il loro VERO logo originale (che non usano più ormai da anni 😭💔) era (è) tanto bello e così appropriato per la loro musica



Adesso me lo ascolterò più e più volte per "assimilarlo" in tutti i suoi aspetti e dettagli che ad un primo ascolto mi sono sfuggiti 😃


2007







Vlog Metal su Villastanza e Villapia! 🤘

Incredibilmente, più per una questione di sfida contro me stessa che non per altro (avevo già raccolto molto materiale la prima volta, il 17 febbraio 2023) sono tornata A PIEDI a Villastanza e Villapia partendo da Parabiago 😁👠

è stata nuovamente una bella esperienza, nel mettermi in cammino, per tutti quei km


Un'affermazione di me stessa, anche fisicamente parlando, concentrandomi sulla marcia che stavo facendo 😁, per tornare a vedere cose che avevo già visto e riportato in una delle ricerche che più mi costò impegno e fatica 😆

La prima volta, però, non avevo "rivendicato" tappa per tappa "Ad Maiorem Metal Gloriam" 😁🤘
Anche perché all'epoca non ero "molto social" 😇

La camminata Parabiago-Villastanza-Villapia fatta il 17 febbraio 2023 mi costò quasi 3 ore di camminata (tra l'altro, perdendomi per ben due volte, una all'andata, l'altra al ritorno! 😂) ma la soddisfazione fu enorme: non solo perché alcune di quelle nicchie, affreschi e altre particolarità artistiche di queste due frazioni di Parabiago non erano mai state fotografate da nessuno (o se lo erano, lo erano con foto di scarsa qualità risalenti a molti anni fa) ma anche perché fu proprio in quel giorno che, animata solo dal mio Orgoglio Lunariale 🤘, volendo dare il massimo (anche in termini di resistenza fisica) non rinunciai all'impresa (avrei potuto tornare indietro ad un certo punto e lasciare perdere, e invece proseguii, sempre con il mio lettore mp3 che mi faceva compagnia) 🥹
Senza contare che in quel periodo non ero neanche "al top della salute fisica", 🥺… e riuscire per davvero a fare tutto fu una motivazione in più per riprendermi, anzi, una dimostrazione plateale che non mi sarei fatta mettere i bastoni tra le ruote da quel problema, lasciandomi alle spalle tutto ciò che mi aveva danneggiato. 

E così a distanza di 2 anni, ho voluto ritentare l'impresa 😁 e incredibilmente, ci sono riuscita di nuovo! Questa volta però trovate le varie tappe "rivendicate" con alcuni dei miei album Metal preferiti! 🤘

La prima edicola votiva che si vede raggiungendo Villastanza 😍 

Dopo che ho raggiunto la chiesa di Villastanza!

La stranissima croce di Villastanza: un ex voto?? chissà! 😳

L'altra edicola votiva a Villastanza!

Sulla strada per raggiungere Villapia...


Chiesa di Villapia!

e l'edicola votiva di Villapia


Infine, le due novità (mi erano sfuggite nel 2023!)




Infine, in stazione... aspettando il treno per Legnano 😆



Impresa precedente: da Vanzago a Mantegazza a piedi 😁




La Chiesetta della Ponzella con album Metal! 🤘

 ... 😁 Ovvero quando due Metallare decidono di metallizzare una chiesetta 😆

Il mio incontro con questa chiesetta, detta "della Ponzella" (in realtà, dedicata a Santa Maria Maddalena), risale al 2021 https://intervistemetal.blogspot.com/2021/09/alla-ricerca-della-chiesetta-perduta.html

Prima di allora, quella zona di Legnano (esattamente come Mazzafame) a malapena la conoscevo, e quindi non avevo neanche mai approfondito bene tutta la storia della città... 

La cosa curiosa è che una volta scoperte, sia la chiesetta della Ponzella, sia quella di Mazzafame, sono diventate le mie chiesette preferite 😍 e "le vado a trovare" di tanto in tanto, prendendo i due pulman che che portano fin lì (l'H e l'A)

Così, visto che era da un po' che non la rivedevo, ho proposto a Mary (per chi si fosse perso i post precedenti, i reportage su Lonate Ceppino, Castiglione Olona e Venegono sono usciti per merito suo https://intervistemetal.blogspot.com/2025/02/il-contado-del-seprio-e-il-castrum-di.html https://intervistemetal.blogspot.com/2025/06/i-cippi-e-i-nuovi-sepolcri-venegono.html) di andare a rivendicare la chiesetta della Ponzella (che lei non conosceva) e così prendendo il pulman, siamo arrivate! 😁





Qui trovate la storia di questa chiesetta poco conosciuta dai legnanesi che vivono "in altri quartieri" 😅

Info tratte da un cartello in loco

Eretta nel 1728 per legato di Carlo Francesco Fassi per dotare la cascina Ponzella ("Poncena") di un luogo di culto, nel 1779 divenne "oratorio di Gesù Crocifisso", arricchito con una pala d'altare attribuita a Carlo Francesco Nuvolone e di pregevoli affreschi. Il soffitto, anticamente in legno, fu rifatto con quattro vele affrescate raffiguranti gli evangelisti.
La cappella destra è arricchita da un Cristo deposto in gesso e una Via Crucis. In origine era presente un crocifisso ligneo non più esistente.
Nel 1979 la facciata, originariamente in mattoni a vista, fu intonacata.
Il campanile fu sostituito tra il 1927 e il 1930 con quello attuale, in stile veneziano e cuspide lavorata in mattoni scalati, dotato di tre campane in origine destinate alla chiesa dei Santi Martiri.
Tra il campanile e la chiesa è visibile la volta di un antico forno comune nel quale i contadini potevano cuocere il pane.
Tra il 1901 e il 1902 a fianco della chiesa, in un'area donata dal marchese Cornaggia, fu realizzata una scuola mista rurale, per gli scolari dei rioni Ponzella, San Bernardino e Mazzafame, in funzione fino al 1927 e poi demolita negli anni '60

La chiesetta della Ponzella nel suo antico splendore campestre 😍💜


Vero, era più da rivendicare con gli album dei Candlemass e degli Abysmal Grief, ma poi finisce che parlo solo di loro 😂 perciò pur non essendo propriamente Doom e lugubri, questa volta ho scelto band "più melodiche e soft" nella malinconia, alcuni degli album migliori di Lacuna Coil (tra l'altro, già citati per rivendicare Cislago 😂  https://intervistemetal.blogspot.com/2025/02/il-sole-di-sbernardino-cislago-e-le.html ), Evanescence e Nightwish  


Insomma, la Chiesetta della Ponzella è diventata molto Metal 😁🤘

Mario Luzi rivendicato con alcuni album Metal! 🤘

 ...😁

Lessi Mario Luzi nel 2004 o poco dopo, in un periodo dove ero in full immersion tra poesia e filosofia (e difatti proprio in quel periodo scoprii quelli che poi divennero i miei punti di riferimento fissi, tipo Cioran, Herzen, Quinzio ecc.)

Purtroppo, non possiedo il cofanetto lussuoso che raccoglie le poesie di Mario Luzi (tra i miei poeti preferiti del '900, insieme a Quasimodo e Corazzini; tra l'altro lo preferisco anche a Montale) ma a quel tempo, con la pazienza di una formichina, trascrivevo a mano sui miei quadernetti di appunti TUTTO quello che mi piaceva... poi, quando ebbi un pc tutto mio (nel 2012 o giù di lì) iniziai a ri-trascrivere tutto in formato "digitale". Così, pur non avendo (purtroppo 😔) Mario Luzi in formato "cartaceo", me lo sono conservata in "formato digitale", con le poesie che più mi piacquero.

Visto che dopo il vlog sulla Chiesa della Ponzella (che trovate qui https://intervistemetal.blogspot.com/2025/09/la-chiesetta-della-ponzella-con-album.html), 



io e Mary siamo andate a dare un'occhiata al mercatino dell'usato, e Luzi era lì (non nella sua opera mastodontica completa, 

ma un libriccino piccolo piccolo con qualche sua poesia) e visto che "avevo già dietro" gli album metal scelti per la Chiesa della Ponzella (tanto per variare un po', ho scelto i primi Lacuna Coil, Nightwish ed Evanescence, altrimenti finisce che cito sempre Candlemass e Abysmal Grief quando faccio questi vlog sulle chiese diroccate 😂) io e Mary abbiamo pensato di "fare il selfie" del libro di Luzi con questi iconici album 😀

Qui trovate le sue poesie più belle, che in effetti ricordano qualcosa dei testi dei primi Lacuna Coil, Nightwish ed Evanescence 💜

"... Dietro un velo di lacrime, il colore ritrattosi nel sangue, tra le frange dei capelli, un ovale di dolore, e non oltre sarai: un viso che piange." ("Diuturna")

"... Gelo, non più gelo, le tristi epifanie per le strade stillanti di silenzio e d'ambra, i riverberi lontani delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane, ombra, non più che un'ombra è la mia vita per le strade, che ingombra il mio ricordo impassibile." ("Maturità")

"Propiziata da oscuri incanti e troppo dolore, mi venivi incontro, uscivi rapida dalla vista fra le piante nebbiose della sera. Un lampo, quasi un'alba sempre attesa. Poi restava la luce della tristezza. Io solo la città con le nubi ancorate agli acroteri.

Le orifiamme sopite dentro il cielo, e con l'intensa opacità d'un suono d'una serpe di suoni fruscianti e morti, un Dio deciso s'estingueva in echi innumerevoli, in figure." ("Labilità")

"Già colgono i neri fiori dell'Ade, i fiori ghiacciati, viscidi di brina, le tue mani lente che l'ombra persuade e il silenzio trascina. Decade sui fiochi prati d'Eliso, sui prati appannati, torpidi di bruma, il colchico struggente più che il tuo sorriso, che la febbre consuma nel vento, il tuo corpo raggia infingardo tra vetri squillanti, stella solitaria, e il tuo passo roco non è più che il ritardo delle rose nell'aria." ("Già colgono i neri fiori dell'Ade")

"...Ed ora che per te morire sempre, più profondamente, per me essere è non dimenticare." ("A un compagno")

"... Rifluiva indi l'informe, indi la vita in ombre di viola dal vuoto costellato di vigilie al mio sguardo senza meta." ("Danzatrice verde")

"Voi librate sugli indachi perversi dei muschiosi angiporti, oasi d'amore, voi città, draghi insorti dal profondo della mia vita. Ancipite e in dolore! Voi nelle rosse epifanie d'infanzia sul sollievo dei ponti e le accalmie nere dell'onda, io vidi sul mio corpo esitanti in un sogno di bandiere, capigliature blu acclini alla notte, le maschere velavano e le grida, uno sguardo, le lacrime interrotte dalle forre, cercava il suo turchino, io così vorrei essere dolce nell'oscuro me stesso. Un viso attinto all'ambiguo sorriso onde si celano la fanciulle finitene nell'ombra." ("Miraglio")

"Sfuma l'acqua precipite i pendii, più le siepi non ronzano e le more si coprono di bruma. Tu devii dalla tua ombra. A poco a poco è sera. Vaghe, più vaghe, errano dietro un velo di polvere le vespe, i cani ansanti e le viottole: l'aria intorno al melo s'annebbia, un breve spirito trascorre. I ruscelli profumano di miele e di menta svanita sotto i ponti minuscoli ove passi insieme al sole ed ai lenti colori della vita. Dietro i tuoi quieti passi, che mi lasciano qua seduto sull'argine, nel bianco splendore della polvere, che sfugge, che si stacca per sempre dal mio fianco? La voce dei pastori nelle gole dei monti si raggela, dalla selva esce fumo e si tinge di viola, le mie vesti si velano di brina." ("Croce di sentieri")

"... E ciascuno di voi sentitamente solca il gelo d'un vento fatto inerte. Alberi, voi onde fu caro il marmo nella serenità delle leggende, torna in cielo il sorriso. Ma già eterna la vedova di sé, avvolge le tombe, per le campagne spente un corno suona le cacce sulle alture ove s'imperna la Luna..." ("Vino e Ocra")

"La mano al suo tepore abbandonata nelle lacrime spenti i desideri, forse è questa una donna: un tempo esangue, nell'ombra la bontà opaca di ieri: tra le voci dirotte dell'infanzia nei giardini cui fu  tetra la vampa i venti sterminati s'effiggiavano nelle mani con una luce rancia. Le nuvole alternavano la sorte dai cristalli alle vergini funeste, nei paesi l'angoscia delle porte sotto la bianca scia delle tempeste. Poi fu il tempo che il tuo volto sorrise lieve sui luminosi erebi d'ansia, altrimenti sulle deserte ghise ora il cielo fingeva le sue ruote. Poi di Luna un inane fianco rosa tese al vento gremito del tuo nome la caducità bianca di chiome, quella povera luce che ci opprime." ("Annunciazione")

"...Senza pausa una ventilazione oscura, errava tra gli alberi, sfiorava nubi e lande; correva ove tendesse vento astrale, deserto tra le prime fredde foglie, portava una germinazione oscura negli alberi, turbava pietre e stelle." ("Monologo)"

"... è questa la nostra regione senza limiti, cogline i fiori tristi, le erbe opache, messe che oscilla intentata; riposa. è quel grano non so che sia pallido nel campo abbandonato dove niente rimane da sperare, ora falcia le reste grigie, il triste velo a perdita d'occhio delle spighe, inoltrati nel folto senza fine." ("Né il tempo")

"S'avvia tra i muri, è preda della luce... forse eri tu, ora è un'apparizione o forse è tutto ciò che non ha pace, o sede, o movimento e non è vero né insostanziale vanità che solo puri specchi tradiscono fremendo. è una vaga figura, non ha requie... è nostra, la credevo una chimera se alcuna ne appariva per miracolo sotto aride pendici inconsolata per vie cupe ove niente vive più, niente se non la speranza del tuono." ("S'avvia tra i muri, è preda della luce")

"Il pensiero della morte m'accompagna tra i due muri di questa via che sale e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo di primavera irrita i colori, stranisce l'erba, il glicine, fa aspra la selce. Sotto cappe ed impermeabili punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo che in un turbine chiaro porta fiori misti a crudeli apparizioni e ognuna mentre ti chiedi che cos'è, sparisce rapida nella polvere e nel vento. Il cammino è per luoghi noti se non che fatti irreali prefigurano l'esilio e la morte. Tu che sei, io che sono divenuto, che m'aggiro in così ventoso spazio, uomo dietro una traccia fine e debole! è incredibile ch'io cerchi in questo o in altro luogo della terra dove è molto se possiamo riconoscerci. Ma è ancora un'età, la mia, che s'aspetta dagli altri quello che è in noi oppure non esiste. L'amore aiuta a vivere, a durare, l'amore annulla e dà principio. E quando chi soffre o langue spera. Se anche spera, che un soccorso s'annunci di lontano, è in lui, un soffio basta a suscitarlo. Questo ho imparato e dimenticato mille volte, ora da te mi torna fatto chiaro, ora prende vivezza e verità. La mia pena è durare oltre quest'attimo." ("Aprile - Amore")

"Forse è un'ombra del cuore, l'orrore che disarma e raggela sui vetri lo stupore delle grida chimeriche negli atrii. Arrossano le mele sulle fioche erbe di Parma e il tuo sguardo in altrui sguardi succede. Il colore dei cedri sul marmo ti precede. Ma il vento soffermato sulle oscure lanterne, sul tuo viso riflesso nei miraggi vitrei delle città dimenticate. Si fondono irraggiate dalle bianche lucerne della sera le tue immagini strane mentre eguagli nitente le mutevoli Diane. Nulla più che un chiarore s'avvicina agli spalti, alle corna spettrali dei palazzi, il vuoto s'avvicenda nelle cave specchiere, nella febbre viola dei basalti. La tua forma nell'aria si ripete lungo un prisma ammaliato, è una pallida rete." ("Patio")

"Ma i tuoi capelli blu dimenticati al fuoco dei riflessi lungo i vetri rotanti, la tua immagine fredda dagli occhi nichelati ripetuta da fari sconsolanti...Io ricordo nell'aria l'occhio inerme della Luna e un brio pallido d'ulivi, un'iride addolcita dallo sguardo dell'erme, deposta sopra il vento triste per i declivi.

La forma del silenzio e d'una rosa nel cielo senza occaso,

un viso ch'evitando di piangere riposa nella sua vita restituita al caso. Sfigurata ora penetra una lancia celeste lungo i portici fuggiaschi. I cavalli di febbre nel bagliore dell'arancia trascorrono scabrosi verso i lenti piovaschi." ("Il cuore di vetro")

"Scocca un fulmine bianco di delizia sopra i campi, e la sera si propaga. Eco piange solenne ai tabernacoli d'ombre, non tuoi, d'ombre, di là da un velo son questi ciechi passi che ti portano nel sole calmo, abituato al cielo tra i fiori caldi, le strade tortuose e la polvere. Un grido rosso decade dal folto delle rondini." ("Frammento")

"Prima che questa pena migri altrove, soffrila, è tua, si duole in te la nascita incessante del tutto generato, il moto nella quiete, il divenire in quel che è, che resta sempre uguale... Verità o ricordo? Ricordo o verità? Verità troppo simile al ricordo annulla il tempo, ma ne moltiplica il tormento - squilla una trafittura di rimorso che gela il sangue, raggruma il mondo, reca, anzi, un riflusso dentro, di stellato sangue, ancora non suo, non separato dal gorgo. Poi il limite, poi la circoscritta spoglia, è vero e il dolore ma non l'umiliazione di questo. Oscuramente ricordano essi che lo aspettano, e oscuramente nascondono dalla loro polvere. In fuga su quel cristallo di passata, su quel cielo che il viso ne rimanda, - così tagliano il vento e la febbre del crocicchio, brucia, una, profonde offerte e desiderio, l'accortezza presente la consuma tutta compiutamente. Affondo l'altra nel tuo sguardo divagante, ti mette a parte d'un male antico che neppure lei conosce e porta come retaggio, come retaggio tramanda, due lampi - o una sola vampa? Quel silenzio d'ossame che la segue, quel lontanissimo abbaiare di cani della nascita del giorno, sono segni, questi, della vita che riprende o gemiti d'un desolato suo ritorno? Altro non le riconosce il cuore che il suo indicibile spaesamento." ("Brughiera")

"Fra i visi inorriditi che si volgono per non vedere, il tuo sporge più intenso. Più alta rocca di lagrime confitta nel silenzio, nel deserto di grida soffocate, così il tempo propizio per piangere fugge via, fra i denti si conchiudono i sospiri e recisi dall'anima, sguardi cercano pace e all'estremo nascono parole. Pazienza spegne e fa esigua la fronte, un debole sorriso quasi un'acqua latente scivola sulla bocca inaridita, schianta il volto gelato, la pazzia, ma te! Ecco ritrovo la tua essenza rifluita nel profondo dei gesti famigliari, delle calme abitudini sulle sponde solari: tutto ci resta ancora per soffrire." ("Viso, orrore")

"Nell'ultimo sentore dei giardini già l'alloro è perito, ma una festa rara esulta o s'incanta sulle cime cerchiate di vertigine.

L'insetto guizza nell'aria viva di riflessi multipli da città dimenticate. La strada intesse l'eremo infiammato, l'acqua assorbe la vitrea lucentezza, rotta corre il purpureo labirinto la tua voce perduta: vieni, vieni... dal geranio alla rosa settembrina, qui l'anno si ripete in anni illesi, luce in un freddo baleno dalle foglie... piange il tuo passo sempre più romito... quando appare perfetto il nulla, il cielo si rinchiude intorno alle tue spalle... urge ancora alcunché di non compiuto." ("Bimbo, parco, gridi")

"Silenzio della terra, bocche, bocche cucite dalle lacrime: e la morte chiusa e configurata nel silenzio della fronte dell'uomo sotto il cielo compatto. Sulla terra concreta nell'attesa della pioggia e del sole, represso ogni respiro, l'uomo e il vuoto concentrico intorno alle sue spalle, il convolvolo eterno delle strade, silenzio, solitudine dei gesti, inadempiuti, sorrisi inabitati, povertà delle mani richiuse sopra il viso quando la volta inanime d'un grido trattenuto sovrasta le città. Ma lasciamo che parlino di noi, l'acqua, la calma erette delle statue, delle statue dal volto stornato dal richiamo d'una voce che sale d'Acheronte, un orecchio perenne intenderà forse il lamento. Voi dal cavo delle orbite, occhi immoti nel cielo esterefatto, fissità, fissità delle maschere contorte in una smorfia eterna. Siete voi il silenzio ostinato della terra, voi di là dall'estate dei giardini nel sole basso ordito dalle piante, e sempre contro il cielo vi vedremmo esitanti a parlare della morte. Noi l'uno all'altro simili e indistinti nell'attendere numeri non volti, forse in un giorno estremo un'improvvisa malinconia vi renderà la voce grata, s'evocherà qualche figura mobile, più mobile del mio spirito che il mio spirito possa perseguire." ("Un brindisi")

''Cimitero delle Fanciulle''

Eravate:

le taciturne selve aprono al piano

e al sole il vasto seno:

questo è il campo di fieno ove correste.

E dai profondi borghi alta la torre

suona ancora le feste

onde animava ognuna alle finestre

di gioia umana il volto inesistente.

Ma le mani chimeriche e le ciglia

deserte chi solleva più al suo nome

nelle vie silenziose e l'aria come

quando la luna le celesti chiome

odorava di rose fiorentine?

Ma l'amore? e i balconi della sera?

le braccia abbandonate

dal sole alla profonda luce nera

negli orti ove dirada

impallidendo ignota la contrada

chi preme più, chi bacia? Dallo spazio

lontano un vento vuoto

s'alza e parla coi tetti di voi morte.

Ma io sono: ho natura e fede e il tempo 

mio umano intercede

per me dalle sostanze eterne amore

ancora, e grave d'esistenza il giorno

s'aggira qui d'intorno mentre tace

il mare delle vostre ombre al mio piede

con un triste e mirifico soggiorno.

L'ora langue sui colli e il cielo fa

di me il limitare dei suoi mondi,

de' miei sguardi infecondi

l'intenta umanità delle sue stelle:

si spengono le celle

delle pievi montane e il sole e i campi,

tinge l'erba infinita

spazia sui vostri inceneriti lampi,

fanciulle morte; passano su di voi

epoche e donne poi come su un'onda

i successivi venti senza sponda

di mare in mare e io tremo innanzi a voi

di questa mia solenne irta esistenza.


Aggiornamento del febbraio 2026: eccoci qui a rivendicare Mario Luzi!