Nella palude (racconto horror)


"è un posto molto strano", disse Amberville, "anche se non so come definire l'impressione che suscitò in me. A descriverlo sembra un luogo normalissimo: non è altro che un prato di carici, circondato per tre lati da pendii su cui crescono pini giallastri. Un piccolo ruscello vi scorre dal lato libero, e si perde in un cul-de-sac di tifa e terra paludosa. Il ruscello, scorrendo sempre più lentamente, forma una polla stagnante piuttosto estesa, da cui alcuni ontani dall'aspetto malato tentano di ritrarsi, come se non sopportassero la vicinanza. Un salice piangente, morto, si affaccia sullo stagno, e il suo pallido, scheletrico riflesso, si confonde nella feccia verde che ne chiazza le acque. Non ci sono merli, usignoli e nemmeno libellule, come invece capita di trovarne in luoghi simili. Tutto è silenzioso e desolato. Quel posto è maligno, è empio in un modo che semplicemente non posso descrivere. Sono stato spinto a farne uno schizzo quasi contro la mia volontà, poiché qualcosa di così delirante è decisamente estraneo al mio stile. In realtà ho fatto due abbozzi e te li mostrerò, se lo desideri."

Poiché avevo un'alta considerazione dell'arte di Amberville, e da tempo lo ritenevo uno dei più importanti paesaggisti della sua generazione, fui ovviamente ansioso di vedere i disegni. Lui, comunque, non attese che esprimesse a parole il mio interesse, ma aprì direttamente la cartella.

L'espressione del suo volto, i movimenti stessi delle mani esprimevano in modo eloquente uno strano miscuglio di coercizione e ripugnanza mentre tirava fuori e spiegava i due bozzetti ad acquerello di cui aveva parlato.

In nessuno dei due riuscii a riconoscere il luogo ritratto.

Si trattava chiaramente di un angolo che mi era sfuggito durante le mie sporadiche escursioni ai piedi delle colline nei dintorni di Bowman, il villaggio dove avevo acquistato due anni prima un ranch abbandonato e mi ero ritirato per ottenere la solitudine indispensabile alla mia attività letteraria.

Francis Amberville, nei soli quattordici giorni in cui era stato mio ospite, grazie alla sua capacità di apprezzare le potenzialità pittoriche del paesaggio, si era indubbiamente familiarizzato coi dintorni più di quanto fosse accaduto a me. Era sua abitudine andare in giro tutte le mattine armato del materiale per dipingere e in questo modo aveva già trovato il soggetto per più d'un eccellente paesaggio. La sistemazione che avevamo trovato, infine, era conveniente ad entrambi, poiché in sua assenza io potevo applicarmi proficuamente alla mia vecchia Remington.

Esaminai gli acquerelli attentamente. Benché solo abbozzati erano entrambi notevoli, e mostravano la caratteristica grazia ma anche il vigore dello stile di Amberville.

Inoltre fin dalla prima occhiata riconobbi una qualità che sembrava estranea allo spirito abituale dei suoi lavori.

Gli elementi della scena erano quelli che aveva descritto.

In un bozzetto lo stagno era quasi nascosto da un canneto, e il salice morto vi si protendeva sopra da un'angolazione angosciosa, come se qualcosa l'avesse misteriosamente arrestato nella caduta verso l'acqua stagnante.

Sulla riva opposta gli ontani erano tesi nel supremo sforzo di allontanarsi dallo stagno, e infatti mostravano a nudo le radici nodose.

Nell'altro schizzo lo specchio d'acqua campeggiava in primo piano, con l'albero-scheletro che pendeva disperatamente sulla riva.

Sulla sponda più lontana dello stagno le canne sembravano ondeggiare e sussurrare fra loro in un vento morente; quanto all'aguzza barriera di pini all'estremità del prato, era rappresentata come un muro verde cupo che chiudeva il bozzetto, lasciando solo, in cima, un pallido margine di cielo autunnale.

Tutto questo, come anche il pittore aveva riconosciuto, era abbastanza ordinario.

Eppure fui immediatamente colpito dall'orrore che si nascondeva in questi semplici elementi, espresso dal loro insieme come se essi fossero i lineamenti contorti, maligni di un volto demoniaco.

In entrambi gli acquerelli quest'aspetto sinistro era espresso nella stessa maniera, come se il medesimo volto fosse stato ritratto prima di profilo e poi frontalmente. Non riuscivo a isolare i dettagli separati che formavano quell'impressione; ma ugualmente, quando guardavo, l'orrore di una malvagità arcana, uno spettro di disperazione, malignità, squallore mi fronteggiava dal dipinto sempre più apertamente e odiosamente.

Quell'angolo sperduto di mondo sfoggiava una smorfia diabolica, macabra, e si aveva l'impressione che, se avesse potuto parlare, avrebbe proferito le bestemmie di un demone gigante, o i rauchi sberleffi di uno stormo di uccelli del malaugurio.

Era un maleficio completamente al di là della portata dell'uomo, perché era più antico dell'uomo.

Per fantastico che possa sembrare, il prato aveva l'aspetto di un vampiro invecchiato orribilmente tra detestabili infamie. In modo sottile, indefinibile, si intuiva che aveva sete di ben altro che il pigro rigagnolo da cui era bagnato.

"Dov'è questo posto?", chiesi, dopo un minuto o due di silenziosa osservazione. Era incredibile che una cosa del genere potesse esistere veramente, e ugualmente incredibile che una natura positiva come quella di Amberville potesse averne avvertito la qualità misteriosa.

"è una valletta che appartiene alla fattoria abbandonata, a circa un chilometro e mezzo dall'inizio della stradina che conduce al Bear River", rispose.

"Dovresti conoscerla. C'è un piccolo frutteto intorno alla casa, sul pendio più alto della collina; ma la parte bassa, quella che termina nel prato, è terra selvaggia."

Cominciai a visualizzare la località in questione.

"Suppongo che si tratti del vecchio ranch dei Chapman", decisi.

"Nessun altro posto lungo quella strada corrisponde alla tua descrizione."

"Be', a chiunque appartenga quel prato è il posto più orribile che abbia mai incontrato. Ho visto altri paesaggi in cui c'era qualcosa di imbarazzante, ma mai nessuno come questo."

"Forse è infestato", dissi, per metà scherzando.

"Dai particolari che mi dici deve essere proprio il prato in cui il vecchio Chapman fu trovato morto una mattina dalla figlia più giovane. Accadde pochi mesi dopo che mi ero stabilito qui, e tutti pensarono che avesse avuto un attacco di cuore. Il corpo era freddo, e probabilmente era rimasto là tutta la notte, perché la famiglia l'aveva visto sparire all'ora di cena. Non ricordo Chapman molto bene, ma rammento che aveva la reputazione di essere un uomo eccentrico. Poco prima che morisse parecchie persone pensavano che sarebbe diventato pazzo. Ma, come ti ho detto, non ricordo i particolari. In ogni modo, quando morì, la moglie e i figli se ne andarono, e da allora in poi nessuno ha occupato la casa o coltivato il frutteto. Insomma, una tipica tragedia agreste."

"Non credo ai fantasmi", osservò Amberville, che sembrava aver preso sul serio la mia battuta sull'infestazione.

"Ma qualunque sia l'influenza che governa quel posto, non è di origine umana. A pensarci bene, una volta o due ho avuto una sciocca impressione: che qualcuno mi guardasse mentre schizzavo questi bozzetti. Ed è strano, perché me n'ero praticamente dimenticato finché tu non hai tirato fuori quella faccenda dell'infestazione. Mi pareva di vedere quest'osservatore con la coda dell'occhio, ai margini del mio campo visivo. Era un vecchio ribaldo con baffi grigi e sporchi e uno sguardo terribile. è strano che io abbia una così netta impressione di lui senza averlo mai visto veramente... Ho pensato che fosse un vagabondo che si era avventurato nella valletta, ma quando ho alzato gli occhi per guardarlo meglio, semplicemente non c'era. Come se si fosse dissolto nel terreno umido, tra le canne e i carici."

"Quella che mi hai fatto non è una cattiva descrizione di Chapman", dissi. "Ricordo i suoi baffi: erano quasi bianchi, a parte le macchie di tabacco. Un tipo duro e all'antica, se mai ce n'è stato uno. E tutt'altro che socievole. Verso la fine aveva il veleno negli occhi, e questo senza dubbio ha contribuito alle dicerie sull'infermità mentale. Adesso alcuni dei racconti sul suo conto mi tornano improvvisamente in mente: la gente diceva che trascurava sempre più la cura del frutteto, e chi veniva a cercarlo lo trovava di solito in quella valletta, dove se ne stava pigramente a guardare con occhi assenti gli alberi e l'acqua. E questa è un'altra ragione per cui pensarono che stesse uscendo di senno, probabilmente. Ma sono certo di non aver mai sentito dire da nessuno che ci fosse qualcosa di strano o di malevolo in quel prato, né alla morte di Chapman né dopo. è un angolo solitario, e credo che adesso non ci vada proprio più nessuno."

"Io l'ho scoperto quasi per caso", disse Amberville.

"Il posto non è visibile dalla strada, per via degli spessi pini, e del resto c'è un'altra cosa strana: quando stamattina sono uscito avevo già la forte e precisa sensazione che avrei scoperto qualcosa di insolito interesse.

Ho tirato dritto verso quella valletta, per dir così, e devo ammettere che la mia sensazione era perfettamente giustificata. Quel luogo mi repelle, ma mi affascina anche. Devo risolvere questo mistero, se c'è una soluzione", aggiunse sulla difensiva.

"Ci tornerò domani mattina presto, coi colori a olio, per cominciare un vero quadro."

Ero sorpreso, perché conoscevo la predilezione di Amberville per la luminosità e la gaiezza nei suoi paesaggi, qualità che avevano indotto i critici a paragonarlo a Sorolla.

"Questo quadro sarà una novità, nella tua produzione", commentai.

"Bisognerà che venga a darci un'occhiata anch'io, prima o poi. Probabilmente un posto così è molto più nel mio stile che nel tuo: sicuramente nasconde una storia sinistra e fantastica, o almeno così sembra dai tuoi schizzi e dalla tua descrizione."

Passarono parecchi giorni. A quell'epoca ero occupato nel penoso e complicato problema di concludere un romanzo, e così rimandai indefinitamente il proposito di visitare la valletta scoperta da Amberville.

Il mio amico d'altra parte era evidentemente tutto preso dal nuovo lavoro: ogni mattina si avviava col cavalletto e i colori a olio, e ogni giorno tornava sempre più tardi, dimenticando l'ora del pranzo che invece prima, nonostante quelle spedizioni, rispettava puntualmente.

Il terzo giorno non si fece vivo fino al tramonto; contrariamente alle sue abitudini non mi mostrò ciò che aveva fatto, e le risposte che diede alle mie domande sul procedere del lavoro furono vaghe ed elusive.

Per qualche ragione non desiderava parlarne.

Fu altrettanto reticente a proposito del prato a cui s'interessava, e posto dinanzi a domande dirette si limitò a ripetere in modo distratto e formale il resoconto che mi aveva fatto dopo aver scoperto il posto la prima volta.

In un modo misterioso e indefinibile sembrava che il suo atteggiamento fosse completamente mutato.

Ma ci furono altri cambiamenti: Amberville sembrava aver perduto la sua vitalità, e spesso lo sorprendevo con la fronte aggrottata, e scorgevo un'ombra equivoca nei suoi occhi sinceri. C'era in lui una malinconia, una morbosità, che, a quanto mi era dato conoscere dai cinque anni della nostra amicizia, non aveva mai posseduto. Forse, se non fossi stato così assorto nei miei problemi, mi sarei chiesto con maggior zelo quale potesse essere la causa di quell'umor nero, che sulle prime attribuii piuttosto superficialmente a qualche problema tecnico che non riusciva a risolvere.

E intanto, era sempre meno l'Amberville che io conoscevo; il quarto giorno, quando rientrò al crepuscolo, avvertii nei suoi modi una scontrosità del tutto estranea alla sua natura.

"Cosa c'è che non va?", azzardai. "Hai pestato un serpente? O è il prato del vecchio Chapman che ti dà sui nervi con la sua tetraggine?"

Per una volta fece lo sforzo di liberarsi della sua malinconia, della reticenza e dell'umor nero.

"è il mistero infernale di quella cosa", dichiarò. "Devo risolverlo, in un modo o nell'altro. Quel posto ha una personalità individuale: è là, come l'anima dentro un corpo umano, ma io non riesco ad afferrarla, né a toccarla. Tu sai che non sono superstizioso, ma, d'altra parte, non sono neppure un ottuso materialista: ho avuto modo di assistere a fatti molto strani, nel corso della vita. Può essere che quella valletta sia abitata da ciò che gli antichi chiamavano un Genius Loci. Più di una volta, prima che tutto questo accadesse, ho sospettato che cose del genere potessero esistere davvero: che potessero risiedere, appartenere, capisci, a qualche luogo particolare. Ma è la prima volta che ho motivo di sospettare che la forza davanti a cui mi trovo è malevola, ostile. Le altre influenze di cui ho avvertito la presenza erano benigne, benché in senso lato, e in un modo vago e impersonale; e se non benigno erano totalmente indifferenti alle faccende umane, forse addirittura inconsapevoli della nostra esistenza. Questa, invece, è orribilmente sveglia e vigile: sento che la valletta - o la forza che vi è imprigionata - mi esanima e mi sonda. Quel posto ha l'aspetto di un vampiro assetato, e aspetta di potermi assorbire in qualche modo, se ne avrà l'opportunità. è un posto senza ritorno in cui si addensa tutto ciò che è male, e sento che uno spirito men che vigile potrebbe esserne preso e irretito. Ma te l'ho detto, non riesco a tenermene lontano."

"Sembra davvero che quel luogo si stia impossessando di te", dissi, completamente sbalordito dalle sue affermazioni e dall'aria di timorosa e morbosa convinzione con cui erano state pronunciate.

Apparentemente non mi aveva udito, perché non replicò alla mia osservazione.

"E c'è un'altra cosa", continuò, con un'intensità febbrile. "Ti ricordi che avevo la sensazione di scorgere con la coda dell'occhio un vecchio che mi guardava? Be', l'ho visto di nuovo, molte volte sempre ai margini del campo visivo; ma negli ultimi due giorno mi è apparso più direttamente, benché in modo strano direi parziale. Talvolta, mentre studio il salice morto con particolare intensità, vedo la sua faccia che mi osserva malignamente, la sua faccia dalla barba sudicia... che fa parte del tronco. Poi si libra tra i rami senza foglie, come se ne fosse stata imprigionata. E qualche volta una mano nodosa, e la manica a brandelli di una giacca, emergono dalla copertura di alghe nello stagno, come se un corpo annegato stesse risalendo in superficie. E un momento dopo, o anche simultaneamente, qualche altro particolare della figura appare tra gli ontani e le canne. Sono sempre apparizioni brevi, e quando cerco di esaminarle da vicino svaniscono come nuvole di vapore e si confondono col paesaggio. Ma quel vecchio farabutto, chiunque o qualunque cosa sia, è solo un elemento ricorrente. Oh, non che sia meno maligno di ogni altra cosa lì intorno, ma sento che non è l'elemento principale dell'orrore."

"Buon Dio!", esclamai. "Certo devi aver visto qualcosa. Se non ti spiace verrò con te e ti terrò compagnia per un po' domani pomeriggio. Il mistero comincia a coinvolgere anche me."

"Certo che non mi spiace. Vieni pure."

I suoi modi avevano riassunto di colpo, e per nessuna visibile ragione, l'innaturale riservatezza dei quattro giorni precedenti. Mi diede uno sguardo furtivo in cui si nascondeva qualcosa di cupo e di poco amichevole. Era come se una barriera oscura, sollevatasi per un momento, fosse di nuovo calata fra di noi, e le ubbie del suo strano comportamento lo assalirono di nuovo; i miei sforzi di tener desta la conversazione ricevettero per tutta risposta una serie di monosillabi, metà burberi, metà distratti. Provavo una crescente preoccupazione, piuttosto che offesa, e per la prima volta cominciai a notare l'insolito pallore del suo viso e la febbrile lucentezza degli occhi.

Sembrava malato, come se una parte della sua esuberante vitalità gli fosse stata strappata e avesse lasciato al suo posto un'energia aliena di dubbia natura, ma certamente meno salutare.

Tacitamente dunque rinunciai a tentare di sottrarlo alla penombra in cui si era ritirato; per il resto della sera finsi di leggere un romanzo, mentre Amberville manteneva il suo contegno svagato.

Mi interrogai su quel mistero finché non venne l'ora di andare a letto, e mi confermai nella decisione di visitare di persona la valletta di Chapman.

Non credevo nel soprannaturale, ma era chiaro che quel posto stava esercitando una deleteria influenza su Amberville.

La mattina dopo, quando mi svegliai, il mio domestico cinese mi informò che il pittore aveva già fatto colazione ed era partito col cavalletto e i colori. Questa nuova prova della sua ossessione mi turbò, ma riuscii lo stesso ad applicarmi per tutta la mattina al mio romanzo.

Subito dopo colazione guidai lungo la statale e poi imboccai la stretta stradina che serpeggiava verso Bear River; lasciai la macchina sul colle folto di pini che sovrastava il posto di Chapman. Benché non avessi mai visitato la valletta avevo un'idea abbastanza chiara della sua posizione. Ignorando la via erbosa, semi dimenticata, che correva nella parte superiore della proprietà, m'incamminai verso il basso tra gli alberi, diretto con sicurezza alla piccola valle cieca, e più di una volta vidi, sul pendio opposto, il frutteto morente con i suoi peri e i meli, e il tugurio in rovina che era stato dei Chapman.

Era una calda giornata di ottobre, e la serena solitudine della foresta, la dolcezza autunnale della luce e dell'aria facevano sembrare impossibile ogni congettura su cose maligne e sinistre. Quando giunsi sul fondo del prato ero quasi pronto a ridere dei racconti di Amberville, ma fin dalla prima occhiata il posto mi colpì per la sua tristezza e il suo squallore. Gli elementi della scena erano quelli che il mio amico aveva descritto così bene, anche se a me non riuscì di avvertire l'aura malefica che lui aveva trasfuso nello stagno, nei salici, gli ontani e il canneto dei suoi dipinti.

Amberville mi volgeva la schiena, seduto su uno sgabello pieghevole davanti al cavalletto, che aveva piazzato tra i cespugli d'erba selvatica verde scuro, proprio sopra lo stagno.

Tuttavia non sembrava intento al lavoro: guardava intensamente la scena davanti a lui, con il pennello pigramente rilasciato fra le dita.

L'erba ammortizzava il rumore dei miei passi, e lui non mi sentì avvicinarmi.

Mi affacciai con curiosità sulla sua spalla, per vedere la grande tela a cui stava lavorando. Per quanto potevo giudicare il quadro aveva già raggiunto un raffinato livello di perfezione tecnica; era una resa quasi fotografica dell'acqua schiumante, dello scheletro bianchiccio del salice piangente, degli ontani mezzo sradicati e malevoli, e del canneto. Ma di nuovo vidi nel quadro lo spirito macabro, demoniaco degli schizzi: il prato sembrava aspettare e fissava l'osservatore come una faccia distorta dal male.

Era una sacca di malignità e disperazione, tagliata fuori dal mondo autunnale che la circondava; un angolo malato, per sempre maledetto e solitario.

Guardai di nuovo il paesaggio e vidi che il posto era effettivamente come Amberville lo aveva ritratto: portava la maschera di un vampiro, vigile e malevolo.

E nello stesso momento mi resi conto del silenzio innaturale: non c'erano uccelli, non c'erano insetti, proprio come aveva detto il pittore.

E sembrava che solo venti esausti, moribondi, riuscissero a passare sul fondo di quella conca.

Il sottile ruscello che si perdeva nel terreno paludoso somigliava ad un'anima che precipitasse nella perdizione. Faceva anch'esso parte del mistero, perché non riuscivo a ricordare nessun corso d'acqua sulla parte bassa della collina che giustificasse nel prato lo sbocco di un corso sotterraneo.

La fissità di Amberville e la posizione della testa e delle spalle facevano pensare a un uomo ipnotizzato.

Stavo per manifestargli la mia presenza, ma in quell'istante ebbi la sensazione  che non fossimo soli.

Appena ai margini del mio campo visivo mi sembrò di scorgere una figura in atteggiamento furtivo, come se ci guardasse entrambi.

Mi girai di scatto, ma non c'era nessuno. Poi udii un grido di meraviglia da parte di Amberville, e girandomi di nuovo lo trovai che mi fissava. Sui lineamenti aveva un'espressione di terrore e sorpresa che tuttavia non aveva cancellato completamente lo stupore ipnotico.

"Mio Dio!", disse. "Ho pensato che tu fossi il vecchio!"

Non so se ci dicemmo altro: mi resta tuttavia l'impressione di un vuoto silenzio.

Dopo quell'esclamazione di sorpresa Amberville sembrò ritrarsi in un impenetrabile mondo dell'astrazione e mi parve che non fosse più nemmeno conscio della mia presenza, proprio come se l'identificarmi e il dimenticarmi fossero stati una cosa sola.

Da parte mia avvertivo una costrizione sinistra, opprimente.

Quella scena infame fantastica mi deprimeva oltre misura.

Sembrava addirittura che il terreno paludoso volesse inghiottirmi, mentre i rami degli ontani malati mi facevano cenni invitanti. Lo stagno, su cui il salice ossuto incombeva come un simbolo della morte vegetale, mi bramava ugualmente, follemente, con le sue acque immobili.

Inoltre, e a parte l'atmosfera minacciosa di tutta la scena, mi resi conto che un altro cambiamento era avvenuto in Amberville, un cambiamento che sconfinava con la vera e propria alienazione. Il suo nuovo atteggiamento, di qualunque natura fosse, l'aveva ormai soverchiato e lui era sprofondato definitivamente nel morboso crepuscolarismo di cui ho già parlato; mi sembrò che non ci fosse più nessuna speranza di recuperarlo all'ottimismo e alla giovialità che gli erano connaturate, e pensai che forse un'incipiente follia si stesse impossessando di lui.

Questa possibilità mi atterrì.

Con maniere lente, quasi da sonnambulo, e senza darmi un secondo sguardo, cominciò a lavorare al dipinto; rimasi a guardarlo per un po', senza ben sapere cosa fare o dire.

Per lunghi intervalli si fermava e fissava con sognante intensità qualche particolare del paesaggio, e mi venne la bizzarra idea di un'affinità crescente, una misteriosa relazione tra Amberville e la valletta.

Era come se il prato gli avesse preso una parte dell'anima, dandogli in cambio qualcosa di sé.

Aveva l'aria di un uomo che condivide un segreto orrendo, che è diventato partecipe di una sapienza inumana. 

E in un lampo di orribile chiarezza vidi quel posto come un vampiro, e Amberville come la vittima consenziente.

Non posso dire quanto tempo rimasi laggiù. Alla fine mi avvicinai all'amico e lo scossi per la spalla: "Lavori troppo", dissi, "Stammi a sentire, riposati per un giorno o due."

Si voltò verso di me con lo sguardo stupefatto di chi è perduto in un sogno oppiaceo.

E poi, molto lentamente, questa espressione si mutò in rabbia malevola.

"Va' all'inferno!", ringhiò, "non vedi che ho da fare?"

Allora lo lasciai, perché non mi pareva che ci fosse altro da fare per il momento.

La natura pazzesca di tutta la faccenda bastava a farmi dubitare della mia stessa ragione.

Le sensazioni che il prato mi aveva suscitato (e quelle che avevo provato vedendo Amberville) sottendevano un orrore quale non avevo mai provato in nessun momento della mia vita: non da sveglio, almeno, e in condizioni normali di coscienza.

In fondo al declivio di pini giallastri mi girai un'ultima volta, per un'occhiata d'addio. Il pittore non si era mosso, contemplava ancora la scena del maleficio come un uccello incantato che osserva un serpente mortale.

Se la sensazione che ebbi poi fosse il frutto di un'illusione ottica o meno non so dirlo, ma in quell'istante mi parve di distinguere una debole aura maligna che non era né luce né nebbia scorrere e agitarsi sul prato, avvolgendo ma non alterando la forma del salice, degli ontani, dello stagno.

Furtivamente si allungò, protendendo verso Amberville quelle che sembravano braccia spettrali. Era una immagine molto tenue, e può essere stata benissimo un'illusione, ma fu rabbrividendo che mi allontanai al riparo dei pini alti, benevoli.

Per il resto di quel giorno e per la sera che seguì fui perseguitato dall'orrore, dal mistero che aveva trovato nel prato di Chapman. Credo di aver passato quasi tutto il mio tempo dibattendo invano, tra me, le teorie più diverse, e cercando di convincere la parte razionale della mia mente che tutto ciò che avevo visto e sentito era frutto d'inganno. Ma non arrivai a nessuna conclusione, a parte la convinzione che la salute mentale di Amberville era messa a repentaglio dalla cosa maledetta (di qualunque cosa si trattasse) che era tutt'uno con la valletta.

La malevola personalità di quel posto, l'impalpabile terrore, il mistero e in un certo senso l'allettamento che venivano dal posto di Chapman erano come fili di ragnatele tessuti intorno al mio cervello, e che non poteva strappare col semplice sforzo cosciente.

Comunque presi due decisioni: una fu che dovevo scrivere immediatamente alla fidanzata di Amberville, la signorina Avis, e invitarla da me per tenere compagnia all'artista durante il resto del suo soggiorno a Bowman.

La sua influenza, pensai, poteva forse controbilanciare l'influenza maligna che lo perseguitava. Poiché la conoscevo piuttosto bene l'invito non sarebbe parso fuori luogo.

Decisi di non dire niente ad Amberville: la sorpresa, sperai, gli avrebbe giovato ancora di più.

La seconda decisione fu che non dovevo visitare di nuovo la valletta, se potevo evitarlo.

Indirettamente (perché sapevo benissimo che è pazzesco tentare di combattere un'ossessione in modo aperto) avrei dovuto tentare di scoraggiare l'interesse del pittore verso quel posto e condurre la sua attenzione su altri temi. E poi si potevano organizzare gite e diversivi, anche a costo di ritardare il mio lavoro.

L'opaco crepuscolo autunnale mi sorprese in meditazioni di questo genere, ma Amberville non ritornò. Sgradevolissime supposizioni, senza nome né contorni precisi, cominciarono a tormentarmi mentre lo aspettavo e la notte avanzava.

Il pranzo si freddò in tavola. Alla fine, verso le nove, quando già avevo deciso di andare fuori a cercarlo, lui rientrò correndo.

Era pallido, scarmigliato, senza fiato; gli occhi avevano un'espressione dolorosa, come se qualcosa lo avesse atterrito oltre ogni sopportazione.

Non si scusò per il ritardo, né fece alcun riferimento alla mia visita nella valletta. Apparentemente aveva dimenticato l'episodio, perfino il suo cattivo garbo con me.

"Basta!", gridò. "Non tornerò mai più in quel posto, non rischierò più. Di notte è ancor più demoniaco che di giorno. Non posso dirti quello che ho visto, quello che ho avvertito... Devo dimenticarlo, se ci riesco. C'è un'emanazione... qualcosa che si rivela con l'assenza del sole, ma è latente di giorno. Ha tentato di adescarmi, mi ha invitato a rimanere là, stasera, e quasi mi ha avuto... Dio! Non credevo che cose simili potessero avvenire. Quell'orrendo miscuglio di...", s'interruppe, incapace di completare la frase. Aveva gli occhi dilatati dal ricordo di qualcosa che era troppo spaventoso per essere descritto. In quel momento io ricordai gli occhi velenosi del vecchio Chapman, che qualche volta avevo incontrato nel villaggio.

Non mi aveva mai interessato particolarmente, perché l'avevo giudicato un comune contadino, forse con qualche oscura e spiacevole inclinazione.

Ora, quando vidi lo stesso sguardo negli occhi di quel sensibile artista, mi chiesi con un brivido se anche Chapman si era reso conto della forza soprannaturale che infestava il suo prato. Forse ne era stato addirittura vittima, in un modo che sfidava la comprensione umana... In fondo era morto lì, e benché la sua morte non fosse parsa affatto misteriosa, alla luce di ciò che Amberville e io avevamo scoperto la faccenda acquistava un significato di cui nessuno avrebbe potuto sospettare.

"Dimmi ciò che hai visto", suggerii.

A quella domanda un velo sembrò calare fra noi, impalpabile ma tenebroso.

Lui scosse la testa, scontrosamente, e non mi diede risposta. Il terrore, quel sentimento umano che lo aveva ricondotto verso il suo io normale rendendolo momentaneamente comunicativo, adesso lo aveva abbandonato. Un'ombra più nera della paura, un'impenetrabile abisso alieno lo attrasse di nuovo.

Io avvertii un brivido repentino, un brivido dello spirito più che della carne, e una volta ancora ebbi la strana sensazione che esistesse un'affinità tra lui e il prato demoniaco.

Accanto a me, nella stanza illuminata dalla lampada e sotto una maschera d'umanità, sedeva una cosa che non era più completamente umana.

Dei giorni d'incubo che seguirono darò solo un riassunto, perché sarebbe impossibile descrivere l'orrore fantasmagorico, quasi astratto in cui vivevamo e ci muovevamo.

Scrissi immediatamente alla signorina Olcott, pregandola vivamente di farmi visita prima che Amberville andasse via; per assicurarmi il suo assenso feci vaghe allusioni alla mia preoccupazione per la salute di lui e al mio bisogno di aiuto.

Nel frattempo, attendendo la risposta, cercai di distrarre l'artista suggerendo gite in parecchie località di interesse pittorico nelle vicinanze: tutte offerte che declinò bruscamente, con fare sostenuto, anche se il suo atteggiamento era più impenetrabile e misterioso che sinceramente villano.

Praticamente ignorava la mia esistenza, e mi faceva capire chiaramente che desiderava essere lasciato alle sue occupazioni.

Alla fine, disperato, decisi che avrei fatto proprio questo, in attesa dell'arrivo di Avis Olcott. Lui usciva ogni mattina, come al solito, col cavalletto e gli altri attrezzi per dipingere, e tornava verso il tramonto o poco più tardi. Non mi raccontava dove era stato, e io mi trattenevo dal chiederglielo.

La signorina Olcott arrivò tre giorni dopo che avevo spedito la lettera, nel pomeriggio. Era giovane, flessuosa, estremamente femminile e completamente devota ad Amberville. Per la verità penso che ne provasse addirittura un po' di timore.

Le dissi tutto ciò che mi sembrò lecito rivelare e la misi in guardia dal morboso cambiamento che si era verificato nel suo fidanzato, che finsi di attribuire al nervosismo e al superlavoro.

Non potevo menzionare il prato di Chapman e la sua nefasta influenza: era una cosa troppo incredibile, troppo elusiva per servire da spiegazione a una ragazza moderna. Quando vidi l'allarme e lo stupore con cui ascoltava la mia storia mi sorpresi a desiderare che fosse fatta di una tempra più volitiva e decisa, e che fosse meno sottomessa nei confronti di Amberville. Una donna più forte forse l'avrebbe salvato, ma cominciai a chiedermi se Avis avrebbe potuto fare veramente qualcosa per combattere la forza imponderabile che stava trascinando nel baratro il mio amico.

La luna crescente pendeva come un corno intinto nel sangue del crepuscolo quando lui ritornò. Con mio grande sollievo la presenza di Avis sembrò avere un ottimo effetto, e nel momento in cui la vide Amberville uscì dalla scontrosità in cui si trincerava di solito, e che temevo lo avesse assorbito senza remissione.

Tornò quasi a essere l'uomo affabile che conoscevamo.

Forse era tutta scena, in vista di un altro proposito: ma in quel momento io non potevo sospettarlo. Mi congratulai con me stesso per aver trovato quel rimedio sovrano, e d'altra parte la ragazza si sentì chiaramente sollevata, nonostante lo guardasse ancora in modo lievemente sospetto, o ferito, quando lui per qualche istante cedeva alla distrazione o a un momento di ubbia, quasi l'avesse dimenticata. Complessivamente, tuttavia, ci fu una trasformazione che mi sembrò addirittura magica, considerata la sua recente tetraggine e il disinteresse per tutte le cose umane. Dopo aver tenuto loro compagnia per un po', lasciai la coppia sola e mi ritirai.

La mattina dopo mi alzai molto tardi, perché avevo dormito bene.

Avis ed Amberville, appresi, erano usciti insieme, portandosi una colazione preparata dal mio cuoco cinese. Chiaramente l'aveva portata con sé in una delle sue spedizioni artistiche, e mi augurai che la cosa gli giovasse.

Chissà perché non pensai neppure lontanamente che l'avesse portata al prato di Chapman: la sottile ombra maligna di quella faccenda cominciava a svanire dalla mia mente e mi rallegravo per il diminuito peso della responsabilità.

Poi, per la prima volta in una settimana, riuscii a concentrarmi sulla fine del mio romanzo.

I due tornarono al crepuscolo, e mi resi conto immediatamente che mi ero sbagliato in più d'un punto. Amberville si era nuovamente ritirato in una riservatezza sinistra, saturnina. La ragazza accanto a quel pezzo d'uomo, sembrava molto piccola, ed era in condizioni miserabili. Aveva paura, era sbigottita, come se avesse incontrato qualcosa che sfuggiva completamente alla sua comprensione e con la quale era umanamente incapace di confrontarsi.

Dissero entrambi molto poco. Non mi raccontarono dov'erano stati, ma del resto non c'era bisogno di domande per saperlo.

Il silenzio di Amberville, come al solito, sembrava dovuto al fatto che era sprofondato in qualche tetra riflessione, o cupo sogno. Avis invece sembrava vittima di una doppia angoscia: come se, a parte il terrore, le fosse stato proibito di parlare degli eventi del giorno e della sua esperienza. Sapevo che erano andati nel prato maledetto, ma ero tutt'altro che sicuro che Avis avesse percepito l'orrore e la malvagità del posto, o se non era semplicemente atterrita dall'insano mutamento del suo innamorato.

In un caso o nell'altro era ovvio che ne era completamente succube.

Cominciai a imprecare contro me stesso per averla invitata a Bowman, sebbene l'amarezza e il rimorso più grandi dovessero ancora venire.

Passò una settimana, e il pittore e la sua fidanzata continuarono nelle loro quotidiana escursioni: Amberville sempre chiuse nel suo sinistro estraniamento che sfidava ogni approccio, e la ragazza sempre terrorizzata, disperata, costretta e sottomessa. Come sarebbe andata a finire non riuscivo a immaginarlo, ma temevo che la minacciosa svolta nel carattere di Amberville fosse indice di una forma di alienazione, se non peggio ancora.

Le mie offerte di svaghi e passeggiate diversive furono sempre respinte dalla coppia e i miei sforzi per ottenere qualche risposta da Avis trovarono lo stesso muro di ostile elusività che avevo incontrato in lui.

Mi convinsi quindi che Amberville le aveva ingiunto di mantenere il segreto, e forse l'aveva abilmente convinta a diffidare del mio atteggiamento verso di lui.

"Tu non lo capisci", continuava a ripetermi lei. "è un uomo molto emotivo."

Tutta la faccenda era un mistero sempre più pazzesco, e mi sembrava che la ragazza venisse attratta a sua volta, direttamente o indirettamente, nella rete di fantasmi che aveva avviluppato l'artista.

Supposi che Amberville avesse fatto parecchi altri quadri ispirati alla valletta, ma lui non me li mostrò mai, né li menzionò. E il mio ricordo di quel luogo, man mano che il tempo passava, acquistava una vividezza irreale, quasi allucinata.

L'idea incredibile che ci fosse veramente una personalità in quel posto, una personalità malevola e vampiresca, divenne in me un'inconfessata convinzione nonostante gli sforzi della volontà.

Il prato mi ossessionava come uno spettro, orribile e seducente allo stesso tempo.

E allora sentii un desiderio impellente, morboso di visitarlo ancora una volta, per scoprire, se mai era possibile, il suo enigma. Pensavo spesso all'idea di Amberville a proposito di un Genius Loci che abitasse nella valletta, e alle apparizioni umane che sembravano associate a quel luogo.

Inoltre mi chiedevo che cos'era che l'artista aveva visto la sera in cui si era trattenuto nel prato fin dopo il crepuscolo, tornando poi a casa mia terrorizzato. Sembrava che non si fosse più azzardato a ripetere l'esperimento, nonostante la sua evidente soggezione a quell'ignoto allettamento.

La fine giunse improvvisa e senza premonizioni. Alcuni affari mi avevano condotto, un pomeriggio, negli uffici della contea, e non tornai fino a sera tarda.

La luna piena era alta sulle colline scure di pini. Mi aspettavo di trovare Avis e il pittore in salotto, ma non c'erano.

Li Sing, il mio factotum, mi disse che erano ritornati a ora di cena e che un'ora dopo Amberville era uscito di casa silenziosamente, mentre la ragazza era in camera sua. Scesa pochi minuti dopo, lei aveva mostrato un turbamento addirittura eccessivo quando aveva scoperto l'assenza del fidanzato, ed era uscita a sua volta per seguirlo; non aveva detto a Li Sing dove fosse diretta, né quando sarebbe tornata. Tutto questo era accaduto tre ore prima, e nessuno dei due aveva ancora fatto ritorno.

Un nero presagio di sciagura mi afferrò mentre ascoltavo il resoconto di Li Sing, e ben presto capii che Amberville aveva ceduto alla tentazione di una seconda visita notturna al prato maledetto.

Un'attrazione occulta era riuscita in qualche modo a sconfiggere l'orrore della sua prima esperienza, di qualunque cosa si fosse trattato.

Avis, che sapeva dove si sarebbe diretto, temendo per la sua sanità mentale (o piuttosto per la sua salvezza) era andata a cercarlo. Sentivo con sempre maggiore sicurezza che il pericolo li minacciava entrambi, un pericolo innominabile al cui potere, forse, avevano già ceduto.

Nonostante i dubbi e le esitazioni che avevo avuto fino a quel momento, ora non indugiai. Dopo pochi minuti di guida a rompicollo nella morbida luce della luna giunsi al confine della proprietà di Chapman, tra i pini.

Qui, come avevo già fatto la volta precedente, lasciai la macchina e mi precipitai a capofitto attraverso gli alberi.

Lontano, nella valletta, udii, mentre correvo, un singolo grido, acuto per il terrore.

Terminò bruscamente ma fui sicuro che si trattava della voce di Avis, che poi non sentii più.

Corsi disperatamente e uscii nel prato infossato: né Avis né Amberville erano in vista, e mi sembrò a un'occhiata veloce che il posto fosse denso di vapori che si muovevano e si attorcigliavano a spirale, e permettevano solo una visione parziale del salice morto e dell'altra vegetazione. Corsi verso lo stagno schiumante, e avvicinandomi fui colpito da un improvviso, duplice orrore.

Avis e Amberville galleggiavano insieme nell'acqua poco profonda, i corpi parzialmente nascosti dal mantello di alghe.

La ragazza era stretta tra le braccia del pittore, come se lui l'avesse trascinata contro la sua volontà a quell'orribile morte.

La faccia di lei era coperta dalla schiuma verdastra, mentre non potevo vedere quella di Amberville, che era reclinata contro la spalla. Sembrava che ci fosse stata una lotta: ma adesso entrambi erano immobili, perché avevano ceduto al loro destino.

Non fu solo questo spettacolo, tuttavia, che mi indusse a fuggire come un pazzo dalla valletta, senza fare nemmeno il più piccolo tentativo di recuperare i corpi annegati.

Il vero orrore stava nella cosa che, a distanza, avevo scambiato per spirali di nebbia.

Non era nebbia, né alcuna altra cosa che un uomo possa concepire: era un'emanazione maligna, pallida, luminosa che avvolgeva la scena davanti a me nelle febbrili propaggini del suo alone; una proiezione fantasma del pallido salice simile alla morte, degli ontani morenti, delle canne, lo stagno e le sue vittime suicide.

Il paesaggio era ancora visibile attraverso la proiezione, come visto nel filtro di una pellicola, ma sembrava concretizzarsi e materializzarsi sempre più, in un'attività che era innaturale e terribile.

Oltre questo ribollire, come prodotte dalle esalazioni dell'ambiente, vidi spiccare tre volti umani fatti dalla stessa nebulosa materia, né nebbia né plasma. Una delle facce pareva risaltare dal tronco del salice fantasma, la seconda e la terza affioravano tra la schiuma della palude irrisoria, i corpi che si trascinavano informi tra i rami impalpabili. Le facce erano di Chapman, di Francis Amberville e Avis Olcott.

Dietro quest'irreale proiezione di se stesso, il vero paesaggio rivelava la stessa aria infernale, vampiresca che avevo già conosciuto di giorno.

Ma ora sembrava che la valletta non fosse immota, che vibrasse di una vita segreta e malvagia, che si protendesse verso di me con le sue acque schiumanti, con le dita ossute dei suoi alberi, e le facce spettrali che aveva vomitato dal suo fondo letale.

Anche il terrore si paralizzò in me per un momento: rimasi a guardare, mentre la pallida, maledetta esalazione sorgeva più alta sul prato.

Le tre facce umane, attraverso un ulteriore agitarsi della massa fantasmagorica, cominciarono ad avvicinarsi l'una all'altra.

Lentamente, quasi impercettibilmente si fusero in una sola, e divennero un volto androgino, né vecchio né giovane, che infine si dissolse nei rami fantasma del salice: l'artiglio della morte vegetale, che si allungava nel tentativo di afferrarmi.

Incapace di sopportare lo spettacolo, cominciai a correre.

C'è ancora poco da raccontare, perché niente di ciò che potrei aggiungere scioglierebbe l'abominevole mistero: no, sarebbe impossibile. Il prato (o la cosa che ci abita) ha già preteso tre vittime.

Talvolta mi chiedo se ce ne sarà una quarta.

Solo io, sembra, tra tutti i viventi, ho capito il segreto che si nasconde dietro la morte di Chapman, di Avis e Amberville; nessun altro si è imbattuto nel genio maligno della valletta.

Non ci sono mai più tornato, tranne la mattina in cui il corpo dell'artista e quello della ragazza vennero ripescati dallo stagno, e non ho mai preso la decisione di distruggere o comunque di liberarmi dei quattro dipinti a olio e dei due abbozzi ad acquerello fatti da Amberville. 

E, forse, a dispetto di tutto ciò che mi trattiene, visiterò ancora quel luogo maledetto.


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