Visto che è uscito oggi (19 settembre 2025) sono corsa a Rho a comprare il nuovo album dei Paradise Lost! I due singoli usciti mesi fa mi erano piaciuti (e li avevo anche commentati qui https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2025/07/serpent-on-cross-dei-paradise-lost-e-la.html), ma gli album ai Paradise Lost glieli compro quasi sempre sulla fiducia e "a scatola chiusa", perché non hanno mai fatto album orrendi (a parte "Host" che non c'entrava niente con il loro stile... e che difatti non ho 😒)
Grande album, come anche "Medusa" (che è uno dei miei preferiti 💜), sempre con il loro inconfondibile "marchio di fabbrica Gothic Paradise Lostiano"... i Paradise Lost li conobbi sulle leggendarie compilation di Psycho! 😍, quando pubblicarono proprio "Gothic" come singolo ("classic track") su una delle loro compilation dove, ogni mese, presentavano questo o quel gruppo Metal (all'epoca Spotify e Youtube manco esistevano e l'unico modo per quelli della mia generazione di ascoltare band Metal era comprare Psycho! col cd in allegato o "appoggiarsi" a quelli più grandi di me che già avevano centinaia di album)... fu amore al primo ascolto 💜 anzi, in effetti mi pare di ricordare che musicalmente conobbi prima i Paradise Lost che non i My Dying Bride e gli Anathema (gli Anathema devo pure averli sentiti per ultimi! 😅)
L'unica cosa che non mi piace di questo "Ascension" (ma vale anche per gli album precedenti) è la copertina (e il libretto, molto spartano e striminzito) 😖 e l'odioso logo "moderno asettico" 😵
quando il loro VERO logo originale (che non usano più ormai da anni 😭💔) era (è) tanto bello e così appropriato per la loro musica
Adesso me lo ascolterò più e più volte per "assimilarlo" in tutti i suoi aspetti e dettagli che ad un primo ascolto mi sono sfuggiti 😃
Incredibilmente, più per una questione di sfida contro me stessa che non per altro (avevo già raccolto molto materiale la prima volta, il 17 febbraio 2023) sono tornata A PIEDI a Villastanza e Villapia partendo da Parabiago 😁👠
è stata nuovamente una bella esperienza, nel mettermi in cammino, per tutti quei km
Un'affermazione di me stessa, anche fisicamente parlando, concentrandomi sulla marcia che stavo facendo 😁, per tornare a vedere cose che avevo già visto e riportato in una delle ricerche che più mi costò impegno e fatica 😆
La prima volta, però, non avevo "rivendicato" tappa per tappa "Ad Maiorem Metal Gloriam" 😁🤘
Anche perché all'epoca non ero "molto social" 😇
La camminata Parabiago-Villastanza-Villapia fatta il 17 febbraio 2023 mi costò quasi 3 ore di camminata (tra l'altro, perdendomi per ben due volte, una all'andata, l'altra al ritorno! 😂) ma la soddisfazione fu enorme: non solo perché alcune di quelle nicchie, affreschi e altre particolarità artistiche di queste due frazioni di Parabiago non erano mai state fotografate da nessuno (o se lo erano, lo erano con foto di scarsa qualità risalenti a molti anni fa) ma anche perché fu proprio in quel giorno che, animata solo dal mio Orgoglio Lunariale 🤘, volendo dare il massimo (anche in termini di resistenza fisica) non rinunciai all'impresa (avrei potuto tornare indietro ad un certo punto e lasciare perdere, e invece proseguii, sempre con il mio lettore mp3 che mi faceva compagnia) 🥹
Senza contare che in quel periodo non ero neanche "al top della salute fisica", 🥺… e riuscire per davvero a fare tutto fu una motivazione in più per riprendermi, anzi, una dimostrazione plateale che non mi sarei fatta mettere i bastoni tra le ruote da quel problema, lasciandomi alle spalle tutto ciò che mi aveva danneggiato.
E così a distanza di 2 anni, ho voluto ritentare l'impresa 😁 e incredibilmente, ci sono riuscita di nuovo! Questa volta però trovate le varie tappe "rivendicate" con alcuni dei miei album Metal preferiti! 🤘
La prima edicola votiva che si vede raggiungendo Villastanza 😍
Dopo che ho raggiunto la chiesa di Villastanza!
La stranissima croce di Villastanza: un ex voto?? chissà! 😳
L'altra edicola votiva a Villastanza!
Sulla strada per raggiungere Villapia...
Chiesa di Villapia!
e l'edicola votiva di Villapia
Infine, le due novità (mi erano sfuggite nel 2023!)
Infine, in stazione... aspettando il treno per Legnano 😆
Prima di allora, quella zona di Legnano (esattamente come Mazzafame) a malapena la conoscevo, e quindi non avevo neanche mai approfondito bene tutta la storia della città...
La cosa curiosa è che una volta scoperte, sia la chiesetta della Ponzella, sia quella di Mazzafame, sono diventate le mie chiesette preferite 😍 e "le vado a trovare" di tanto in tanto, prendendo i due pulman che che portano fin lì (l'H e l'A)
Qui trovate la storia di questa chiesetta poco conosciuta dai legnanesi che vivono "in altri quartieri" 😅
Info tratte da un cartello in loco
Eretta nel 1728 per legato di Carlo Francesco Fassi per dotare la cascina Ponzella ("Poncena") di un luogo di culto, nel 1779 divenne "oratorio di Gesù Crocifisso", arricchito con una pala d'altare attribuita a Carlo Francesco Nuvolone e di pregevoli affreschi. Il soffitto, anticamente in legno, fu rifatto con quattro vele affrescate raffiguranti gli evangelisti.
La cappella destra è arricchita da un Cristo deposto in gesso e una Via Crucis. In origine era presente un crocifisso ligneo non più esistente.
Nel 1979 la facciata, originariamente in mattoni a vista, fu intonacata.
Il campanile fu sostituito tra il 1927 e il 1930 con quello attuale, in stile veneziano e cuspide lavorata in mattoni scalati, dotato di tre campane in origine destinate alla chiesa dei Santi Martiri.
Tra il campanile e la chiesa è visibile la volta di un antico forno comune nel quale i contadini potevano cuocere il pane.
Tra il 1901 e il 1902 a fianco della chiesa, in un'area donata dal marchese Cornaggia, fu realizzata una scuola mista rurale, per gli scolari dei rioni Ponzella, San Bernardino e Mazzafame, in funzione fino al 1927 e poi demolita negli anni '60
La chiesetta della Ponzella nel suo antico splendore campestre 😍💜
Vero, era più da rivendicare con gli album dei Candlemass e degli Abysmal Grief, ma poi finisce che parlo solo di loro 😂 perciò pur non essendo propriamente Doom e lugubri, questa volta ho scelto band "più melodiche e soft" nella malinconia, alcuni degli album migliori di Lacuna Coil (tra l'altro, già citati per rivendicare Cislago 😂 https://intervistemetal.blogspot.com/2025/02/il-sole-di-sbernardino-cislago-e-le.html ), Evanescence e Nightwish
Insomma, la Chiesetta della Ponzella è diventata molto Metal 😁🤘
Lessi Mario Luzi nel 2004 o poco dopo, in un periodo dove ero in full immersion tra poesia e filosofia (e difatti proprio in quel periodo scoprii quelli che poi divennero i miei punti di riferimento fissi, tipo Cioran, Herzen, Quinzio ecc.)
Purtroppo, non possiedo il cofanetto lussuoso che raccoglie le poesie di Mario Luzi (tra i miei poeti preferiti del '900, insieme a Quasimodo e Corazzini; tra l'altro lo preferisco anche a Montale) ma a quel tempo, con la pazienza di una formichina, trascrivevo a mano sui miei quadernetti di appunti TUTTO quello che mi piaceva... poi, quando ebbi un pc tutto mio (nel 2012 o giù di lì) iniziai a ri-trascrivere tutto in formato "digitale". Così, pur non avendo (purtroppo 😔) Mario Luzi in formato "cartaceo", me lo sono conservata in "formato digitale", con le poesie che più mi piacquero.
io e Mary siamo andate a dare un'occhiata al mercatino dell'usato, e Luzi era lì (non nella sua opera mastodontica completa,
ma un libriccino piccolo piccolo con qualche sua poesia) e visto che "avevo già dietro" gli album metal scelti per la Chiesa della Ponzella (tanto per variare un po', ho scelto i primi Lacuna Coil, Nightwish ed Evanescence, altrimenti finisce che cito sempre Candlemass e Abysmal Grief quando faccio questi vlog sulle chiese diroccate 😂) io e Mary abbiamo pensato di "fare il selfie" del libro di Luzi con questi iconici album 😀
Qui trovate le sue poesie più belle, che in effetti ricordano qualcosa dei testi dei primi Lacuna Coil, Nightwish ed Evanescence 💜
"... Dietro un velo di lacrime, il colore ritrattosi nel sangue, tra le frange dei capelli, un ovale di dolore, e non oltre sarai: un viso che piange." ("Diuturna")
"... Gelo, non più gelo, le tristi epifanie per le strade stillanti di silenzio e d'ambra, i riverberi lontani delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane, ombra, non più che un'ombra è la mia vita per le strade, che ingombra il mio ricordo impassibile." ("Maturità")
"Propiziata da oscuri incanti e troppo dolore, mi venivi incontro, uscivi rapida dalla vista fra le piante nebbiose della sera. Un lampo, quasi un'alba sempre attesa. Poi restava la luce della tristezza. Io solo la città con le nubi ancorate agli acroteri.
Le orifiamme sopite dentro il cielo, e con l'intensa opacità d'un suono d'una serpe di suoni fruscianti e morti, un Dio deciso s'estingueva in echi innumerevoli, in figure." ("Labilità")
"Già colgono i neri fiori dell'Ade, i fiori ghiacciati, viscidi di brina, le tue mani lente che l'ombra persuade e il silenzio trascina. Decade sui fiochi prati d'Eliso, sui prati appannati, torpidi di bruma, il colchico struggente più che il tuo sorriso, che la febbre consuma nel vento, il tuo corpo raggia infingardo tra vetri squillanti, stella solitaria, e il tuo passo roco non è più che il ritardo delle rose nell'aria." ("Già colgono i neri fiori dell'Ade")
"...Ed ora che per te morire sempre, più profondamente, per me essere è non dimenticare." ("A un compagno")
"... Rifluiva indi l'informe, indi la vita in ombre di viola dal vuoto costellato di vigilie al mio sguardo senza meta." ("Danzatrice verde")
"Voi librate sugli indachi perversi dei muschiosi angiporti, oasi d'amore, voi città, draghi insorti dal profondo della mia vita. Ancipite e in dolore! Voi nelle rosse epifanie d'infanzia sul sollievo dei ponti e le accalmie nere dell'onda, io vidi sul mio corpo esitanti in un sogno di bandiere, capigliature blu acclini alla notte, le maschere velavano e le grida, uno sguardo, le lacrime interrotte dalle forre, cercava il suo turchino, io così vorrei essere dolce nell'oscuro me stesso. Un viso attinto all'ambiguo sorriso onde si celano la fanciulle finitene nell'ombra." ("Miraglio")
"Sfuma l'acqua precipite i pendii, più le siepi non ronzano e le more si coprono di bruma. Tu devii dalla tua ombra. A poco a poco è sera. Vaghe, più vaghe, errano dietro un velo di polvere le vespe, i cani ansanti e le viottole: l'aria intorno al melo s'annebbia, un breve spirito trascorre. I ruscelli profumano di miele e di menta svanita sotto i ponti minuscoli ove passi insieme al sole ed ai lenti colori della vita. Dietro i tuoi quieti passi, che mi lasciano qua seduto sull'argine, nel bianco splendore della polvere, che sfugge, che si stacca per sempre dal mio fianco? La voce dei pastori nelle gole dei monti si raggela, dalla selva esce fumo e si tinge di viola, le mie vesti si velano di brina." ("Croce di sentieri")
"... E ciascuno di voi sentitamente solca il gelo d'un vento fatto inerte. Alberi, voi onde fu caro il marmo nella serenità delle leggende, torna in cielo il sorriso. Ma già eterna la vedova di sé, avvolge le tombe, per le campagne spente un corno suona le cacce sulle alture ove s'imperna la Luna..." ("Vino e Ocra")
"La mano al suo tepore abbandonata nelle lacrime spenti i desideri, forse è questa una donna: un tempo esangue, nell'ombra la bontà opaca di ieri: tra le voci dirotte dell'infanzia nei giardini cui fu tetra la vampa i venti sterminati s'effiggiavano nelle mani con una luce rancia. Le nuvole alternavano la sorte dai cristalli alle vergini funeste, nei paesi l'angoscia delle porte sotto la bianca scia delle tempeste. Poi fu il tempo che il tuo volto sorrise lieve sui luminosi erebi d'ansia, altrimenti sulle deserte ghise ora il cielo fingeva le sue ruote. Poi di Luna un inane fianco rosa tese al vento gremito del tuo nome la caducità bianca di chiome, quella povera luce che ci opprime." ("Annunciazione")
"...Senza pausa una ventilazione oscura, errava tra gli alberi, sfiorava nubi e lande; correva ove tendesse vento astrale, deserto tra le prime fredde foglie, portava una germinazione oscura negli alberi, turbava pietre e stelle." ("Monologo)"
"... è questa la nostra regione senza limiti, cogline i fiori tristi, le erbe opache, messe che oscilla intentata; riposa. è quel grano non so che sia pallido nel campo abbandonato dove niente rimane da sperare, ora falcia le reste grigie, il triste velo a perdita d'occhio delle spighe, inoltrati nel folto senza fine." ("Né il tempo")
"S'avvia tra i muri, è preda della luce... forse eri tu, ora è un'apparizione o forse è tutto ciò che non ha pace, o sede, o movimento e non è vero né insostanziale vanità che solo puri specchi tradiscono fremendo. è una vaga figura, non ha requie... è nostra, la credevo una chimera se alcuna ne appariva per miracolo sotto aride pendici inconsolata per vie cupe ove niente vive più, niente se non la speranza del tuono." ("S'avvia tra i muri, è preda della luce")
"Il pensiero della morte m'accompagna tra i due muri di questa via che sale e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo di primavera irrita i colori, stranisce l'erba, il glicine, fa aspra la selce. Sotto cappe ed impermeabili punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo che in un turbine chiaro porta fiori misti a crudeli apparizioni e ognuna mentre ti chiedi che cos'è, sparisce rapida nella polvere e nel vento. Il cammino è per luoghi noti se non che fatti irreali prefigurano l'esilio e la morte. Tu che sei, io che sono divenuto, che m'aggiro in così ventoso spazio, uomo dietro una traccia fine e debole! è incredibile ch'io cerchi in questo o in altro luogo della terra dove è molto se possiamo riconoscerci. Ma è ancora un'età, la mia, che s'aspetta dagli altri quello che è in noi oppure non esiste. L'amore aiuta a vivere, a durare, l'amore annulla e dà principio. E quando chi soffre o langue spera. Se anche spera, che un soccorso s'annunci di lontano, è in lui, un soffio basta a suscitarlo. Questo ho imparato e dimenticato mille volte, ora da te mi torna fatto chiaro, ora prende vivezza e verità. La mia pena è durare oltre quest'attimo." ("Aprile - Amore")
"Forse è un'ombra del cuore, l'orrore che disarma e raggela sui vetri lo stupore delle grida chimeriche negli atrii. Arrossano le mele sulle fioche erbe di Parma e il tuo sguardo in altrui sguardi succede. Il colore dei cedri sul marmo ti precede. Ma il vento soffermato sulle oscure lanterne, sul tuo viso riflesso nei miraggi vitrei delle città dimenticate. Si fondono irraggiate dalle bianche lucerne della sera le tue immagini strane mentre eguagli nitente le mutevoli Diane. Nulla più che un chiarore s'avvicina agli spalti, alle corna spettrali dei palazzi, il vuoto s'avvicenda nelle cave specchiere, nella febbre viola dei basalti. La tua forma nell'aria si ripete lungo un prisma ammaliato, è una pallida rete." ("Patio")
"Ma i tuoi capelli blu dimenticati al fuoco dei riflessi lungo i vetri rotanti, la tua immagine fredda dagli occhi nichelati ripetuta da fari sconsolanti...Io ricordo nell'aria l'occhio inerme della Luna e un brio pallido d'ulivi, un'iride addolcita dallo sguardo dell'erme, deposta sopra il vento triste per i declivi.
La forma del silenzio e d'una rosa nel cielo senza occaso,
un viso ch'evitando di piangere riposa nella sua vita restituita al caso. Sfigurata ora penetra una lancia celeste lungo i portici fuggiaschi. I cavalli di febbre nel bagliore dell'arancia trascorrono scabrosi verso i lenti piovaschi." ("Il cuore di vetro")
"Scocca un fulmine bianco di delizia sopra i campi, e la sera si propaga. Eco piange solenne ai tabernacoli d'ombre, non tuoi, d'ombre, di là da un velo son questi ciechi passi che ti portano nel sole calmo, abituato al cielo tra i fiori caldi, le strade tortuose e la polvere. Un grido rosso decade dal folto delle rondini." ("Frammento")
"Prima che questa pena migri altrove, soffrila, è tua, si duole in te la nascita incessante del tutto generato, il moto nella quiete, il divenire in quel che è, che resta sempre uguale... Verità o ricordo? Ricordo o verità? Verità troppo simile al ricordo annulla il tempo, ma ne moltiplica il tormento - squilla una trafittura di rimorso che gela il sangue, raggruma il mondo, reca, anzi, un riflusso dentro, di stellato sangue, ancora non suo, non separato dal gorgo. Poi il limite, poi la circoscritta spoglia, è vero e il dolore ma non l'umiliazione di questo. Oscuramente ricordano essi che lo aspettano, e oscuramente nascondono dalla loro polvere. In fuga su quel cristallo di passata, su quel cielo che il viso ne rimanda, - così tagliano il vento e la febbre del crocicchio, brucia, una, profonde offerte e desiderio, l'accortezza presente la consuma tutta compiutamente. Affondo l'altra nel tuo sguardo divagante, ti mette a parte d'un male antico che neppure lei conosce e porta come retaggio, come retaggio tramanda, due lampi - o una sola vampa? Quel silenzio d'ossame che la segue, quel lontanissimo abbaiare di cani della nascita del giorno, sono segni, questi, della vita che riprende o gemiti d'un desolato suo ritorno? Altro non le riconosce il cuore che il suo indicibile spaesamento." ("Brughiera")
"Fra i visi inorriditi che si volgono per non vedere, il tuo sporge più intenso. Più alta rocca di lagrime confitta nel silenzio, nel deserto di grida soffocate, così il tempo propizio per piangere fugge via, fra i denti si conchiudono i sospiri e recisi dall'anima, sguardi cercano pace e all'estremo nascono parole. Pazienza spegne e fa esigua la fronte, un debole sorriso quasi un'acqua latente scivola sulla bocca inaridita, schianta il volto gelato, la pazzia, ma te! Ecco ritrovo la tua essenza rifluita nel profondo dei gesti famigliari, delle calme abitudini sulle sponde solari: tutto ci resta ancora per soffrire." ("Viso, orrore")
"Nell'ultimo sentore dei giardini già l'alloro è perito, ma una festa rara esulta o s'incanta sulle cime cerchiate di vertigine.
L'insetto guizza nell'aria viva di riflessi multipli da città dimenticate. La strada intesse l'eremo infiammato, l'acqua assorbe la vitrea lucentezza, rotta corre il purpureo labirinto la tua voce perduta: vieni, vieni... dal geranio alla rosa settembrina, qui l'anno si ripete in anni illesi, luce in un freddo baleno dalle foglie... piange il tuo passo sempre più romito... quando appare perfetto il nulla, il cielo si rinchiude intorno alle tue spalle... urge ancora alcunché di non compiuto." ("Bimbo, parco, gridi")
"Silenzio della terra, bocche, bocche cucite dalle lacrime: e la morte chiusa e configurata nel silenzio della fronte dell'uomo sotto il cielo compatto. Sulla terra concreta nell'attesa della pioggia e del sole, represso ogni respiro, l'uomo e il vuoto concentrico intorno alle sue spalle, il convolvolo eterno delle strade, silenzio, solitudine dei gesti, inadempiuti, sorrisi inabitati, povertà delle mani richiuse sopra il viso quando la volta inanime d'un grido trattenuto sovrasta le città. Ma lasciamo che parlino di noi, l'acqua, la calma erette delle statue, delle statue dal volto stornato dal richiamo d'una voce che sale d'Acheronte, un orecchio perenne intenderà forse il lamento. Voi dal cavo delle orbite, occhi immoti nel cielo esterefatto, fissità, fissità delle maschere contorte in una smorfia eterna. Siete voi il silenzio ostinato della terra, voi di là dall'estate dei giardini nel sole basso ordito dalle piante, e sempre contro il cielo vi vedremmo esitanti a parlare della morte. Noi l'uno all'altro simili e indistinti nell'attendere numeri non volti, forse in un giorno estremo un'improvvisa malinconia vi renderà la voce grata, s'evocherà qualche figura mobile, più mobile del mio spirito che il mio spirito possa perseguire." ("Un brindisi")
''Cimitero delle Fanciulle''
Eravate:
le taciturne selve aprono al piano
e al sole il vasto seno:
questo è il campo di fieno ove correste.
E dai profondi borghi alta la torre
suona ancora le feste
onde animava ognuna alle finestre
di gioia umana il volto inesistente.
Ma le mani chimeriche e le ciglia
deserte chi solleva più al suo nome
nelle vie silenziose e l'aria come
quando la luna le celesti chiome
odorava di rose fiorentine?
Ma l'amore? e i balconi della sera?
le braccia abbandonate
dal sole alla profonda luce nera
negli orti ove dirada
impallidendo ignota la contrada
chi preme più, chi bacia? Dallo spazio
lontano un vento vuoto
s'alza e parla coi tetti di voi morte.
Ma io sono: ho natura e fede e il tempo
mio umano intercede
per me dalle sostanze eterne amore
ancora, e grave d'esistenza il giorno
s'aggira qui d'intorno mentre tace
il mare delle vostre ombre al mio piede
con un triste e mirifico soggiorno.
L'ora langue sui colli e il cielo fa
di me il limitare dei suoi mondi,
de' miei sguardi infecondi
l'intenta umanità delle sue stelle:
si spengono le celle
delle pievi montane e il sole e i campi,
tinge l'erba infinita
spazia sui vostri inceneriti lampi,
fanciulle morte; passano su di voi
epoche e donne poi come su un'onda
i successivi venti senza sponda
di mare in mare e io tremo innanzi a voi
di questa mia solenne irta esistenza.
Aggiornamento del febbraio 2026: eccoci qui a rivendicare Mario Luzi!
Quando si parla di narrativa dell'orrore è praticamente impossibile evitare un balzo in primo piano di elementi ormai stereotipi quali il morso di un vampiro o l'apparizione di un fantasma, qualche mostro di natura incerta che tende agguati nel buio o qualche morto che ritorna sui suoi passi, eppure l'horror non è un campo che possa essere così facilmente ricondotto all'uso di qualche cliché o racchiuso in una determinata cornice storica. Se i toni orrorifici sono infatti antichi almeno quanto la letteratura, nel senso che spesso troviamo perfino presso gli assiri e gli egizi spunti e motivi capaci di suscitare raccapriccio in chi legge. (...) Ogni tempo e società dimostrano una predilezione tutta particolare per certi elementi orrorifici e non per altri, se nel Medioevo tali elementi erano riconducibili alla presenza del Diavolo, nell'Età Vittoriana bastavano un vecchio spettro o un monaco maledetto a suscitare un tonificante raccapriccio.
Si può facilmente dimostrare che il senso dell'orrore ha sempre accompagnato l'uomo lungo la propria storia come un inevitabile corollario dell'umanissima e archetipale paura dell'ignoto, differenziando i suoi temi e gli oggetti della paura in accordo con il diverso contesto culturale che lo ospitava.
Nel nostro secolo, Freud e ancora prima Charcot sono stati tra i primi ad infierire con vigore e con affilate teorie sul candido e decadente lenzuolo degli spettri dell'Ottocento, instillando il dubbio che gli incubi peggiori fossero proprio quelli dentro la nostra mente, e non le tristi lamie imperversanti nei cimiteri in notti cupe.
Questo non significa che i vampiri e gli altri orrori del secolo scorso siano scomparsi con una sola passata di spugna, ma bensì che in queste pagine non sono presenti né Le Fanu né Algernon Blackwood, così come M. Rhodes James e Lord Bulwer-Lytton poiché la loro personale accezione dell'orrore narrativo appartiene interamente ad un'epoca ormai lontana dal nostro modo di sentire.
(...) Suddivisi per tematiche generali (Animali, Cose, Bambini, Uomini) i racconti presentano diverse interpretazioni di altrettanti casi nei quali l'uomo è posto di fronte ad interventi innaturali nei confronti del proprio ambiente.
(...) In tutte queste opere accanto all'innegabile desiderio di colpire e stimolare la fantasia di chi legge, serpeggia anche l'inconfessato ma implacabile impulso di voler esorcizzare sotto abiti di fantasia qualcosa che è ben più reale... quegli orrori davvero inquietanti che circolano nel mondo moderno magari sotto altri nomi.
Nel Medioevo i rapporti fra l'anima e il corpo appaiono tanto difficili quanto i rapporti tra domenicani e francescani. Tutto il secolo XIII fu fervido di dispute filosofiche e teologiche. E ad alimentare questo fervore non fu estranea la grande rivalità che si sviluppò fra i due grandi ordini cattolici di recente formazione, i francescani a tendenza mistica e i domenicani tendenti a conciliare l'aristotelismo col cristianesimo, e che culminò con la conquista dell'Università di Parigi da parte dei domenicani e di quella di Oxford da parte dei francescani.
Il regime di concorrenza giova sempre allo sviluppo delle idee e anche in questo caso contribuì a produrre, nello stesso XIII secolo, due fra i maggiori filosofi cristiani: il francescano San Bonaventura e il domenicano San Tommaso d'Aquino.
Tanto lontano da Averroè per la fede religiosa, San Tommaso gli è vicino in due punti essenziali: il riferirsi al pensiero di aristotele e l'interesse per il difficile problema della natura dell'anima.
Il problema si poteva porre così: se l'anima e il corpo sono due sostanze distinte, che cos'è che le tiene insieme?
Forse una terza sostanza? Ma quale?
Se invece o solo l'anima o solo il corpo è una sostanza, quella dei due che non è sostanza finirà col vanificarsi.
Averroè aveva risolto il problema distinguendo l'anima biologica dall'intelletto conoscente: l'anima fa tutt'uno col corpo, quindi esistono tante anime quanti individui; l'intelletto è invece unico come la luce del sole: serve ad illuminare di conoscenza i singoli individui ma una volta scomparsi gli individui resta unico ed indivisibile, come unica resta la luce del sole se scompaiono i corpi.
San Tommaso imbocca una via diversa: sia l'anima sia il corpo sono due sostanze autonome, ma ciò che le tiene insieme è che entrambe si individuano in singole individualità; così come il corpo di un uomo è un'individualità di tipo materiale ma indissolubile (un braccio non può venir separato dal corpo) altrettanto l'anima è un'individualità di tipo spirituale, per cui si trova tutta sia nella totalità del corpo sia in ciascuna delle sue parti (se mi duole un braccio è come se mi dolesse tutta l'anima): "L'anima è tutta in tutto il corpo e tutta nelle singole parti... Giacché se fosse invece solo forma del tutto e non delle parti, non sarebbe forma sostanziale di tale corpo; sarebbe solo come la forma della casa che, essendo forma del tutto e non delle singole parti, è forma accidentale"
Per S. Tommaso l'anima è tanto strettamente legata al corpo da essere la sua "forma"; però mantiene la sua autonomia per cui può continuare a sussistere anche dopo la morte del corpo.
Ciò è possibile per il principio che ciò che è superiore può sempre assolvere alle funzioni di quel che è inferiore, pur senza identificarsi con esso; per questo l'anima può assolvere a tutte le funzioni richieste dal corpo, pur senza essere condannata con esso.
I Francescani, più votati al misticismo, cercavano di affrontare lo stesso problema per vie meno astratte e cerebrali.
Per San Bonaventura da Bagnorea (1221-1274), il rapporto tra la forma e la materia è anzitutto inscindibile dal fatto che la forma conferisce bellezza alla materia: "ogni essere deve avere una forma; ma soprattutto ciò che ha una forma ha una sua bellezza"
Anche per S. Bonaventura l'anima e il corpo sono due sostanze distinte; però egli ritiene che la loro unione avvenga sotto la spinta del desiderio: da un lato, cioè, l'anima è spinta dall'impulso di perfezionare il corpo, dall'altro il corpo è spinto dal bisogno di esser perfezionato dall'anima.
L'incontro di questi due impulsi permette all'anima di diventare il motore del corpo, cioè la forza che gli conferisce vita e movimento.
(...) Come ogni mistico, S. Bonaventura ritiene che l'impulso fondamentale dell'uomo sia quello di elevarsi il più possibile al di sopra della sostanza corporea; per cui egli ritiene che tre siano "gli occhi dell'uomo": l'occhio della carne con cui vede le cose fuori di lui, l'occhio della ragione con cui vede le cose che sono in lui e l'occhio della ragione con cui vede le cose che sono sopra di lui.
Per S. Tommaso il bello deve avere tre caratteristiche essenziali: la perfezione, l'armonia e la chiarezza che conferisce limpidità. Per S. Bonaventura la bellezza è qualcosa che soprattutto deve emozionare, nella quale i sensi devono essere tramiti dell'anima, ma in cui la chiarezza gioca un ruolo del tutto secondario.
La controversia tra domenicani e francescani era in effetti la controversia fra due opposte maniere di intendere l'eccellenza dell'uomo: per i domenicani l'uomo migliore era il più dotato di intelletto, mentre per i francescani era il più dotato di sensibilità e di fede istintiva, anche quando tali doti fossero in contrasto con le esigenze della ragione.