"In Cantina" (racconto horror)

Era una grande cantina, del tutto sproporzionata alla casa che la sovrastava. Il proprietario pensava che probabilmente era stata costruita per un edificio diverso da quello attuale: forse la prima casa era stata bruciata, e la miseria dei nuovi costruttori li aveva costretti a erigere al suo posto una dimora più piccola.

Una scala a chiocciola congiungeva la cantina alla cucina; intorno alla base della scala i successivi proprietari avevano stivato la legna da ardere, le verdure per l'inverno e le più disparate cianfrusaglie. Le cianfrusaglie si erano gradualmente ammassate, in fondo, fino a ergersi a testa alta come una vera e propria barricata d'inutilità. Che cosa si nascondesse dietro a quella barricata, nessuno lo sapeva o se ne preoccupava. Per centinaia di anni nessuno l'aveva attraversata per esplorare i neri meandri della cantina, dietro.

In cima alle scale, a dividere la cucina dalla cantina, c'era una massiccia porta di quercia: e anch'essa era in un certo senso particolare, fuori luogo rispetto al resto della casa.

Era una porta strana, per un'abitazione moderna: spessa, robusta, abilmente incassata, con grossi cardini di ferro battuto e una serratura che era degna del Castello della Disperazione. Se una porta simile fosse servita a difendere la casa dal mondo esterno, sarebbe stata più giustificabile: ma per dividere una cucina dalla cantina sembrava veramente esagerata.

Fin da quando aveva avuto pochi mesi di vita, Tommy era sembrato infelice, in cucina.

Nel salotto, in sala da pranzo, ma soprattutto al piano di sopra, si comportava come un bambino sano e normale; appena lo si portava in cucina cominciava invece a piangere.

I suoi genitori, che erano gente semplice, mangiavano in cucina tranne quando c'erano ospiti; e poiché non erano ricchi, la signora Tucker faceva da sé la maggior parte del lavoro domestico, salvo per l'occasionale aiuto di una domestica per le pulizie del sabato.

Questo ovviamente la costringeva a passare un mucchio di tempo in cucina. 

Tommy rimase accanto a lei, almeno finché non fu capace di camminare, apparendo per la maggior parte del tempo decisamente infelice.

Ma quando imparò a tenersi in piedi non perse tempo a sfuggire dalla cucina. Non appena sua madre gli voltava la schiena, il piccolo si arrabattava più in fretta che poteva verso la porta che dava sulla parte anteriore della casa, la sala da pranzo e il salotto. E una volta fuori sembrava felice, o perlomeno smetteva di piangere; poi, non appena lo riportavano in cucina, le sue urla crescevano al punto che i vicini finirono sinceramente per convincersi che soffrisse di coliche o spasmi, e gli portarono più d'un giochino per distrarlo, e più d'un decotto di salvia.

Ma solo quando il bambino imparò a parlare i Tucker si fecero un'idea di ciò che lo faceva disperare a quel modo, quando era in cucina.

A lungo dovette soffrire in silenzio prima di ottenere un po' di sollievo, ma anche quando spiegò ai genitori di che si trattava essi furono del tutto incapaci di capire. E non c'è da meravigliarsi, perché erano entrambi persone che lavoravano duro, semplici per natura.

Ciò che infine impararono dal loro bambino fu questo: se la porta della cantina era chiusa e assicurata con la pesante serratura di ferro, Tommy riusciva se non altro a mangiare il suo pranzo in pace; se la porta era semplicemente chiusa, ma non a chiave, lui tremava di paura ma se ne stava quieto; ma se la porta era aperta, se anche la più piccola fessura nera rivelava che non era perfettamente serrata, il piccolino di tre anni si metteva a urlare fino allo spasimo, soprattutto se suo padre gli rifiutava il permesso di abbandonare la cucina.

Giocando in cucina il bambino sviluppò due interessanti abitudini: ammassava continuamente stracci, pezzi di carta e schegge di legno contro l'uscio di quercia per riempire lo spazio tra la base della porta e il pavimento.

Ogni volta che la signora Tucker l'apriva ci trovava sempre quelle cianfrusaglie davanti, sistemate da suo figlio.

Questo la seccava, e più di una volta il piccolo fu sculacciato per questo comportamento, ma il castigo non servì assolutamente a frenarlo. L'altra abitudine non era meno singolare: quando la porta era chiusa il bambino si dirigeva quasi spavaldamente verso di essa, e carezzava la vecchia serratura. Anche quando era così piccolo da doversi mettere in punta di piedi per arrivarci con la punta delle dita, la toccava con piccoli colpetti affettuosi; più tardi, quando crebbe, cominciò a baciarla.

Il padre, che vedeva il bambino solo di sera, decise che non c'era alcun senso in quel comportamento, e nei suoi modi rozzi cercò di distrarre il ragazzo da quella follia.

Naturalmente non ci fu alcuno sforzo, da parte di quel sodo lavoratore, per capire i motivi psicologici che si celavano nella condotta di suo figlio: tutto ciò che l'uomo sapeva era che il bambino si comportava in modo veramente bizzarro.

Tommy amava sua madre, e faceva tutto ciò che poteva per aiutarla nei lavori di casa, ma una cosa non avrebbe mai fatto, e non fece mai: prendere qualcosa e portarla in cantina o viceversa.

Se la mamma apriva la grande porta, lui scappava dalla stanza e non tornava se prima non era sicuro che lei l'avesse richiusa.

Non spiegò mai perché si comportasse a quel modo; si rifiutava di parlarne, perlomeno con i genitori, ma questo non faceva molta differenza, perché se ne avesse parlato loro si sarebbero ancora più convinti che c'era qualcosa che non andava nel loro bambino.

Cercarono, come poterono, di far perdere al figlio le sue strane abitudini ma non riuscendoci decisero semplicemente di ignorarle.

O almeno, lo ignorarono finché lui non ebbe sei anni e giunse il tempo di mandarlo a scuola.

A quell'epoca era un ragazzo sano e forte, più intelligente della media dei bambini che vanno in prima elementare.

Il signor Tucker a volte era proprio fiero di lui, e il comportamento del bambino verso la porta della cantina era l'unica incrinatura nell'orgoglio paterno.

Finalmente, poiché nulla serviva a farglielo modificare, i Tucker si decisero a fare visita al medico locale. Fu un evento importante nella vita della famiglia.

"La faccenda è questa, dottor Hawthorn", disse il signor Tucker, un po' imbarazzato.

"Il nostro Tommy è abbastanza grande per andare a scuola, ma si comporta in maniera infantile verso la cantina di casa, e così la mia signora e io abbiamo pensato che voi poteste dirci cosa fare. Devono essere i nervi."

"Fin da quando era piccolo", aggiunse la signora Tucker, riprendendo il filo della conversazione da dove il marito l'aveva lasciato, "Tommy ha avuto una gran paura della cantina. E anche adesso che è un ragazzo grande e grosso non ha la forza di attraversare quella porta, di portarmi giù la roba in cantina, nemmeno per amor mio. Non è normale che un bambino si comporti così, e non parliamo poi di quella mania di otturare gli interstizi con gli stracci o di baciare la serratura; alle volte tempo che diventerà matto, quando crescerà."

Il dottore, ansioso di soddisfare i clienti e rammentando vagamente le lezioni sul sistema nervoso che aveva ascoltato da studente, fece qualche domanda generica, auscultò il cuore del bambino, gli esaminò i polmoni e gli guardò gli occhi e le unghie delle mani.

"Mi sembra un bel ragazzo sano", disse infine.

"Sì, tranne per la porta della cantina", replicò il padre.

"è mai stato malato?"

"Niente, tranne un po' di convulsioni una volta o due, dopo aver pianto fino a diventare blu", rispose la madre.

"Per la paura?"

"Forse. è successo sempre in cucina."

"Perché non andate fuori un momento e mi lasciate parlare col ragazzo?"

E così il dottore sedette, perfettamente a suo agio, davanti al bambino di sei anni che si sentiva del tutto sconcertato.

"Tommy, cosa c'è in cantina che ti fa paura?"

"Non lo so."

"Ma l'hai mai visto?"

"No, signore."

"Allora sentito? Annusato?"

"No, signore."

"Dunque come fai a sapere se c'è qualcosa?"

"Perché c'è."

Questo era il massimo che Tommy era disposto a rivelare, e alla fine la sua apparente ostinazione seccò il medico, come per anni aveva infastidito il signor Tucker.

Il dottore si fece sulla porta e chiamò di nuovo i genitori.

"Pensa che ci sia qualcosa nascosto in cantina", disse.

I Tucker si limitarono semplicemente a guardarsi l'un l'altra.

"Ma è pazzesco", disse finalmente il padre.

"è solo una comune cantina piena di cianfrusaglie, legna da ardere e botti per il sidro", aggiunse la signora Tucker.

"Da quando siamo venuti in quella casa non è passato giorno senza che andassi giù per quelle scale, e so che non c'è niente. Ma il ragazzo si è sempre messo a piangere quando la porta era aperta, sì, me lo ricordo, fin da quando era ancora neonato e lo tenevamo in braccio ha sempre urlato se aprivamo quella porta."

"Pensa che ci sia qualcosa laggiù", ripeté il dottore.

"Per questo vi abbiamo chiesto di vederlo", replicò il padre. "Sono i nervi, ecco cosa."

"Vi dirò cosa fare", disse il dottore. "Lui pensa che laggiù c'è qualcosa, ma se si accorge che si sbaglia e che non c'è proprio un bel niente dimenticherà l'intera faccenda. Finora l'avete assecondato troppo: quel che dovete fare è aprire la porta della cantina e costringerlo a rimanere solo in cucina.

Inchiodatela, se necessario, così che non possa chiuderla. Lasciatelo solo per un'ora, poi tornate e sorridetegli, e mostrategli quanto era sciocco ad aver paura di una cantina vuota. Vi darò qualche tonico per il sistema nervoso e la circolazione: questo aiuterà, ma la cosa importante è dimostrargli che non c'è nulla da temere."

Mentre tornavano a casa, Tommy tentò di scappare dai genitori. Lo acchiapparono dopo una vera e propria caccia, e lo misero in mezzo a loro per il resto del tragitto.

Appena entrati in casa lui scomparve, solo per essere ripescato nella stanza degli ospiti, sotto il letto.

Dato che il signor Tucker aveva già sprecato tutto il pomeriggio, decise di tenere sotto osservazione il ragazzo per il resto del giorno.

Tommy non mangiò niente, nonostante le suppliche della madre infelice.

Quando i piatti furono lavati, il giornale della sera letto, e la pipa fumata, il signor Tucker prese la sua scatola degli attrezzi e ne trasse un martello e parecchi lunghi chiodi.

"Ora vado a inchiodare la porta, Tommy, così non potrai chiuderla, perché è questo che ha detto il dottore, e tu devi essere uomo e stare qui solo in cucina per un'ora. Ti lasceremo la lampada a olio, e quando vedrai che non c'è niente da avere paura starai meglio e sarai un vero uomo, e non un figlio di cui un padre si deve vergognare."

Ma alla fine la signora Tucker baciò Tommy, e pianse e sussurrò a suo marito di non farlo, di aspettare che il ragazzo crescesse ancora un poco; ma non ci fu niente da fare, e lui inchiodò la pesante porta in modo che rimanesse aperta, e  

lasciarono il ragazzo solo con la lampada che bruciava e la grande apertura buia davanti a lui. Tommy la fissava con occhi enormi e ardenti come la fiamma della lampada.

Quello stesso giorno il dottor Hawthorn cenò con un vecchio compagno di studi, che si era specializzato in psichiatria ed era particolarmente interessato ai bambini.

Hawthorn raccontò a Johnson, questo era il suo nome, del caso che gli era capitato, e gli chiese un'opinione. 

Johnson aggrottò la fronte.

"I bambini sono strani, Hawhthorn. Sono un po' come i cani: il loro sistema nervoso sembra più acuto di quello degli adulti. Noi sappiamo che la nostra vista è limitata, e così l'udito e l'olfatto; bene, credo fermamente che esistano forme di vita tali che noi non possiamo né vederle né udirle o percepirne l'odore. Assurdamente noi ci illudiamo che simili creature non esistano perché non possiamo provarne l'esistenza... Be' questo ragazzo potrebbe essere particolarmente acuto. Potrebbe rendersi conto che nella cantina esiste qualcosa che i suoi genitori non sono in grado di percepire. Deve esserci un fondamento nelle sue paure. Ora, io non dico che c'è sicuramente qualcosa in quella cantina: in realtà credo che sia una cantina come tutte le altre, ma il ragazzo, fin dai primi mesi di vita, ha sempre pensato che ci fosse qualcosa, e questo è per lui è altrettanto terribile che se ci fosse davvero.

Quello che mi piacerebbe sapere è: che cos'è che gli fa credere una cosa del genere? Dammi l'indirizzo, domani farò un giro da quelle parti e vedrò di parlare con lui."

"Che ne pensi del consiglio che ho dato loro?"

"Spiacente, vecchio mio, ma credo proprio che tu abbia combinato un pasticcio. Se fossi in te mi fermerei lì, tornando a casa, per accertarmi che non lo seguono davvero. Il bambino potrebbe spaventarsi terribilmente. Capisci, per lui c'è veramente qualcosa laggiù."

"Ma non c'è!"

"Forse no. Avrà torto, ma lui non la pensa così."

Il dottor Hawthorn si preoccupò talmente che decise di seguire il consiglio dell'amico. Era una notte fredda, nebbiosa, e il medico gelava, vagando per le strade, ma infine arrivò alla casa dei Tucker.

Si ricordò allora di esserci già stato una volta, tanto tempo prima, quando il piccolo Tommy era venuto al mondo.

C'era una luce nella finestra anteriore, e in un attimo il signor Tucker fu alla porta.

"Sono venuto a vedere Tommy", disse il dottore.

"è solo in cucina", replicò il padre.

"Ha urlato, ma solo una volta, e dopo è rimasto quieto", singhiozzò la signora Tucker.

"Se l'avessi lasciata fare a modo suo lei avrebbe aperto la porta, ma io le ho detto: Mamma è venuto il momento di farne un uomo, del nostro Tommy. E suppongo che adesso si sia reso conto che non c'era niente da temere. Be', l'ora è passata. Forza, andiamo a prenderlo e portiamolo a letto."

"Deve essere stato molto brutto, per il ragazzo", sussurrò la signora Tucker.

Portando una candela l'uomo fece strada alla donna e al dottore, e finalmente aprì la porta della cucina. La stanza era scura.

"La lampada è finita", disse l'uomo. "Aspettate, l'accendo."

"Tommy! Tommy!", gridò la signora Tucker.

Ma fu il dottore a precipitarsi là dove una forma bianca giaceva sul pavimento.

A fatica chiese che gli facessero luce; poi, tremando, esaminò ciò che restava del bambino.

Sconvolto guardò lo spazio scuro, nella cantina. Infine si voltò verso Tucker e sua moglie: "Tommy... Tommy è stato ferito. Penso che sia morto", balbettò.

La madre si chinò sul pavimento e raccolse la cosa fatta a pezzi, mutilata, che solo poco prima era stato suo figlio.

Tucker prese il martello, estrasse i chiodi e chiuse la porta.

Fece scattare la chiave e poi piazzò un grosso chiodo per rinforzare la serratura. Alla fine mise una mano sulla spalla del medico e la scosse.

"Che cosa l'ha ucciso, dottore? Che cosa l'ha ucciso?" gridò.

Hawthorn lo guardò con coraggio, nonostante la paura che gli serrava la gola.

"Come faccio a saperlo, Tucker?", replicò. "Come faccio? Non mi avete detto che non c'era niente, là dentro, in quella cantina?"


Breve Storia della Lebbra (con album dei Death)


Info tratte da

Il viaggiatore che, lasciando dietro di sé il piccolo porto cretese di Haghios Nikolas prende la strada costiera lungo il golfo di Mirabello, risalendo verso il nord, giunge in una dozzina di chilometri ai piedi di un'antica città chiamata Olonte. Di là i suoi occhi scoprono un'insenatura dove piccoli villaggi di pescatori si rintanano al riparo della penisola di Spinalonga. A prima vista nulla di insolito viene a distruggere l'armonia di questo paesaggio di una bellezza eccezionale. Tuttavia, guardando più da vicino, un isolotto situato sulla punta dello sperone roccioso e di cui dalla riva si distinguono malamente le rovine corrose dalla baraggia, ferma più particolarmente l'attenzione, soprattutto quando si sa che servì da lebbrosario per poco più di un mezzo secolo. è facile noleggiare un barca per una modica somma, e recarvisi. Un vecchio prete ortodosso, l'antico cappellano dell'isola, fa visitare i luoghi dei quali resta l'ultimo occupante [Il libro è stato scritto nel 1967. Nota di Lunaria] Dopo aver superato la porta della Marina, il villaggio morto appare con le sue facciate screpolate all'ombra della vecchia cittadella in cui si ammazzarono uno con l'altro, nel corso dei secoli, turchi, greci, veneti. L'attraversa una viuzza che serpeggia, s'innalza, incrocia la chiesa dalle icone sbiadite e arriva al cimitero dopo una breve passeggiata fra una rada vegetazione di fichi d'India e corbezzoli. La minuscola necropoli si compone di una ventina di tombe: quando erano piene, si gettavano i cadaveri nella fossa comune. Quest'ultima offre, a tutta prima, l'aspetto di una cappella, ma aprendone la porta, lo sguardo fa un balzo di dieci metri nelle tenebre e viene a urtare contro una montagna di scheletri mostruosamente aggrovigliati. Appese a due pioli pendono nel vuoto alcune lenzuola. Sulla strada si scoprono degli oggetti familiari che ricordano ciò che fu la vita sull'isola per 52 anni.

La descrizione che ne fece un viaggiatore nel 1928 ritorna alla memoria.

Trascurati, abbandonati a se stessi, i lebbrosi di Spinalonga non tardavano ad immergersi negli eccessi peggiori: mondo infernale che la malattia rendeva più spaventoso per lo spettacolo delle infermità che vi si mettevano in mostra pubblicamente.

Anche i suicidi e gli omicidi non erano rari.

Carlo Nicolle, da cui abbiamo tratto queste parole, concludeva così: "è necessario, per l'onore della Grecia, che la vergogna di Spinalonga scompaia".

E così avvenne nel 1956, quando i malati vennero trasferiti all'ospedale di Haghia Barbara ad Atene. Così, grazie ad una presa di coscienza, la segregazione dei malati di lebbra è progressivamente scomparsa in numerosi paesi, ma esiste ancora in molti altri. Come pure sussistono le leggende riguardo la lebbra (Malattia di Hansen, è il termine corretto, per identificarla, dal nome dello studioso che la identificò nel 1873; la tubercolosi venne identificata da Koch nel 1882).

Perché questa mistica della lebbra, e il suo corollario, il martirio del lebbroso?

Per molto tempo si credette che la civiltà indiana fosse posteriore a quella dell'Egitto e della Mesopotamia ma dopo la scoperta delle vestigia dell'antichissima civiltà a Mohenjo Daro e poi ad Harappa, si può affermare che fosse la primogenita .

Il periodo vedico (2000-1000 a.C) vede la comparsa dei primi scritti, i Veda, insieme di opere letterarie diverse, dove si tratterebbe della Kushta, che qualcuno ha voluto vedere come lebbre; ma è col periodo eroico (1000-500 a.C) che si trova la prima descrizione della lebbra, fra le 1120 malattie enumerate dal medico Sushruta: in un trattato in sanscrito, descrive 18 tipi di piccole lebbre e 7 tipi di grandi. Il contagio di certe malattie era già ammesso in India e si attribuiva a degli agenti invisibili, affermando così il principio della microbiologia. 

I lebbrosi erano così maledetti: "Si nasconda e viva isolato, su un letto di letame con i cani rognosi e gli animali immondi, colui il cui corpo si copre di pustole simili alle bolle infette d'aria che si formano nelle paludi e bucano la superficie. Perché egli offende la luce! Si cacci dal villaggio a colpi di pietre e lo si copra di immondizie, lui, immondizia viva! Che i fiumi divini vomitino il suo cadavere!"

Così l'India appare se non come il primo, almeno come il più antico focolaio conosciuto dalla lebbra.

Prima dell'anno 1000, davanti al numero crescente di malati, la Chiesa prese l'iniziativa a favore di misure caritatevoli nei confronti dei lebbrosi; nel 549 il Concilio d'Orleans, infatti, aveva invitato i vescovi a preoccuparsi dei lebbrosi; è a quest'epoca che risalgono i primi lebbrosari;

Nel X secolo la lebbra era molto diffusa in Inghilterra, Scozia, Irlanda: è proprio dagli anglosassoni che i Vichinghi ne vennero contagiati, portando la lebbra in Norvegia e Danimarca.

Nel Medioevo europeo i massacri di lebbrosi furono a centinaia, visto che la lebbra veniva considerato un castigo di Dio; in Francia, i lebbrosi che avevano infranto le proibizioni che li riguardavano subivano la pena della Xippe: il malato era posto in una gabbia da uccelli, sospesa con una corda al di sopra di una fogna; la gabbia veniva calata nella fogna, poi risaliva e così via. Dopo parecchie immersioni, il disgraziato moriva.

Alla lebbra vista come castigo, si affiancava un carattere espiatorio: il lebbroso è "scelto" per soffrire, come Cristo, come vittima espiatoria; sugli stendardi di certi lebbrosari, alcune volte Cristo era rivestito con gli attributi del lebbroso: gualdrappa, cappuccio, zampa d'oca ricamata sul mantello, una nacchera in mano.

E così, vi furono anche dei santi protettori dei lebbrosi, che si esporranno deliberatamente al contagio: il mai esistito San Lazzaro, San Giorgio, san Francesco d'Assisi, San Giacomo il Maggiore, San Luigi re di Francia, San Martino, San Silvestro I, San Simeone lo Stilita, Santa Adelaide regina d'Italia, Santa Agnese, Santa Caterina da Siena, Santa Elisabetta d'Ungheria, Santa Enimie di Mende (che per sfuggire ad un matrimonio, domandò al Cielo la lebbra, la ottenne ed entrando in convento guarì subito), Santa Ildegarda di Bingen, Santa Radegonda, Sant'Idubergo, Sant'Itta, Sant'Oda, Santa Segolena, San Wandrillo.

Inoltre, confondendo Maria Maddalena e Marta come sorelle di Lazzaro, anche a Maria Maddalena vennero dedicati diversi lebbrosari: "la maddalena" identifica ancora oggi i luoghi in cui c'era un lebbrosario. 

Al giorno fissato per l'estromissione dalla società del lebbroso, il prete inviava al malato la sua divisa: era una tunica a mantello, grigia o nera o scarlatta (in Aquitania). La spalla sinistra e il petto erano ornati di una pezza di stoffa di drappo rosso, qualche volta a forma di zampa d'oca o di cuore; il lebbroso portava un cappello o un cappuccio nero, rosso, bianco, una nacchera in legno e il flabellum ligneum detto anche crotalo che doveva agitare ogni dieci passi di giorno e in continuità di notte; in Germania doveva suonare un corno per avvertire i passanti, e così i lebbrosi tedeschi vennero chiamati "Horngiebroder", "Fratello del corno". Una tazza, un tascapane, un cucchiaio, un barile, un coltello completavano il suo corredo.

I suoi parenti, amici, vicini venivano in processione; a volte la casa dove era vissuto veniva bruciata. Il lebbroso veniva accompagnato in processione, si recava in chiesa, al cimitero, infine al lebbrosario. In chiesa, doveva entrare in una specie di lettiga di corde. Si celebrava l'ufficio dei morti, e il lebbroso doveva avere il volto coperto, come un morto nella sua bara. Lo si conduceva poi al cimitero, e il malato doveva stare in ginocchio in una tomba, la "parva fovea", e poi il sacerdote gli gettava in testa tre palate di terra e gli diceva "Amico mio, tu sei morto al mondo." Poi veniva condotto al lebbrosario: ma non tutti i lebbrosari erano uguali, alcuni erano pensati per nobili e benestanti.

Per concludere questa breve storia della lebbra, citeremo alcune testimonianze dei lebbrosi che in tempi recenti, scrissero della malattia.

Tutti sentirono lo strazio non tanto per la natura del loro male, ma per la sanzione sociale che comportava.

Uno di loro si diede la morte seppellendosi vivo, per paura di trasmettere la lebbra.


Oltrepo' Pavese e Brianza

Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2025/08/brianza-le-immagini-piu-belle.html










































"La Bambina di Neve" (fiaba triste di Hawthorne)

Nel pomeriggio d'una rigida giornata d'inverno, quando il sole tornò a brillare con fredda limpidezza dopo una lunga tempesta, due bambini chiesero alla mamma il permesso di correre fuori a giocare con la neve fresca.

La maggiore tra i due era una bimba che per la sua indole dolce e modesta e perché era considerata molto bella, i genitori e gli amici di casa solevano chiamare Violetta.

Ma suo fratello era noto col nomignolo di Papavero per il colorito acceso del visetto rotondo che faceva pensare alla luce del sole e a grandi fiori vermigli.

Bisogna sapere che il padre di questi due bambini, negoziante in ferramenta, era un uomo ottimo ma straordinariamente prosaico: su tutto quello che si presentava alla sua mente aveva l'abitudine tetragona di formarsi sempre l'opinione del cosiddetto buon senso. Con un cuore tenero come quasi ogni uomo, egli aveva una testa dura e impenetrabile e perciò, forse, vuota come una delle pentole di ferro che vendeva.

Nel carattere della madre, invece, vi era una vena di poesia, un tocco di bellezza ultraterrena: fiore delicato e rugiadoso sopravvissuto alla sua immaginosa giovinezza e che manteneva ancor vivo fra le realtà monotone del matrimonio e della maternità.

Violetta e Papavero, dunque, supplicarono la mamma di lasciarli correre fuori a giocare con la neve fresca; poiché, se cadendo giù dal cielo grigio era sembrata tanto lugubre e cupa, appariva così allegra ora che il sole la illuminava.

I due bambini abitavano in una città e per giocare non avevano altro terreno che un piccolo giardino davanti alla casa: lo separava dalla strada un muro bianco; un pero e due o tre susini lo ombreggiavano e alcuni cespi di rose crescevano proprio davanti alla finestra del salotto. Ma in quel tempo alberi e piante erano spogli e la neve leggera avviluppava i rami, formando così una specie di fogliamene invernale con un ghiacciolo pendulato qua e là a guisa di frutto.

"Sì, Violetta e mio piccolo Papavero", disse la madre affettuosa, "potete andare a giocare con la neve fresca."

La buona signora avvolse i suoi due tesori in corpetti di lana e giacche imbottite, mise loro una sciarpa, infilò ghette a righe in ogni paio di piccole gambe e grossi guanti di lana alle mani e diede loro un bacio per uno, quasi un talismano per tenere a distanza il Signor Gelo.

E i due bambini scapparono fuori di casa con una corsa e un salto che li portò subito nel bel mezzo di un gran mucchio di neve, da cui Violetta sbucò simile a un fringuello, mentre il piccolo Papavero ne uscì annaspando, col visetto rotondo tutto in fiamme.

Come si divertirono!

A guardarli scherzare nel giardino invernale, si sarebbe pensato che l'oscura e spietata tempesta fosse stata inviata solo per offrire a Violetta e Papavero un nuovo modo di divertirsi; e che essi, a loro volta, fossero creati, come gli uccelli della neve, per godere solo della tempesta e del candido manto che essa distende sulla terra.

Infine, quando si furono imbiancati a vicenda con manate di neve, Violetta, dopo aver riso di gusto per l'aspetto del piccolo Papavero, ebbe un'idea nuova.

"Sembri proprio un fantoccio di neve, Papavero", disse, "se però le tue guance non fossero così rosse. E mi fai venire un'idea! Facciamo un fantoccio con la neve: che rappresenti una bambina, e sarà la nostra sorella e correrà per il giardino e giocherà tutto l'inverno con noi. Non sarebbe carino?"

"Oh sì!", esclamò Papavero, parlando più distintamente che poteva, poiché era ancora piccolo.

"Sarà carino! E mamma la vedrà!"

"Sì", rispose Violetta. "Mamma vedrà la nuova bambina. Ma non dovrà farla entrare nel salotto caldo; perché, sai, alla nostra sorellina di neve il caldo non piacerà."

E immediatamente i bambini si accinsero alla grande impresa di fare un fantoccio di neve che corresse per il giardino; mentre la loro mamma, che sedeva presso la finestra e aveva udito in parte il loro discorso, non poté fare a meno di sorridere della serietà con cui si misero al lavoro.

Sembrava che credessero veramente di non trovare alcuna difficoltà nel fabbricare con la neve una bambina viva.

E, a dire il vero, se mai sia possibile operare miracoli, sarà mettendoci al lavoro proprio con quella semplicità e quella fede con cui Violetta e Papavero si accingevano a compierne uno, senza neanche sospettare che si trattasse di un miracolo. 

Così pensava la madre; e pensava anche che la neve fresca, appena caduta dal cielo, sarebbe un eccellente materiale per creare esseri nuovi, se non fosse tanto fredda.


Il vedere all'opera quei due cari frugoli pieni di vita era una vera delizia! E poi, meravigliava davvero osservare con quanta accortezza e maestria se la cavavano nel loro lavoro.

Violetta aveva assunto la direzione e diceva a Papavero quel che doveva fare, mentre con le sue dita delicate modellava tutte le parti più difficili del fantoccio di neve. In realtà, non sembrava vero che la figura fosse modellata dai bambini, ma anzi che si formasse da sé sotto le loro mani, mentre essi vi giocavano intorno cinguettando. La madre ne fu molto sorpresa; e la sua sorpresa cresceva a mano a mano che seguiva il lavoro.

"Che bambini eccezionali sono i miei!", pensava, sorridendo d'orgoglio materno e sorridendo un po' anche di se stessa per essere tanto fiera di loro.


"Papavero, Papavero!", gridò Violetta al fratello, che era andato in un altro punto del giardino, "portami un po' di quella neve fresca laggiù in quel cantuccio più lontano, dove non l'abbiamo calpestata. Mi occorre per modellare il petto della nostra sorellina di neve. Sai: per il petto bisogna che sia purissima, proprio come è venuta giù dal cielo."

"Eccola, Violetta!", rispose Papavero, col suo tono brusco, ma pur sempre così dolce, mentre si avvicinava annaspando tra i mucchi di neve in parte calpestati.

"Ecco la neve per il suo pettuccio. Oh, Violetta! Come comincia a diventare bella!"

"Sì", fece Violetta, pensosa e calma; "la nostra sorellina di neve è molto carina. Non sapevo che saremmo riusciti a fare una bimba così carina."

Ascoltando i loro discorsi, la madre pensava che sarebbe stato proprio giusto e molto bello che fate o angioletti fossero scesi dal paradiso a giocare, invisibili, con i suoi due tesorini per aiutarli a fare il loro fantoccio di neve, dandogli le fattezze dell'infanzia celeste!

Violetta e Papavero non si sarebbero accorti dei loro immortali compagni di gioco: solo avrebbero veduto la figura divenire bellissima a mano a mano che essi vi lavoravano e l'avrebbero creduta tutta opera loro.

"Se mai i bambini mortali abbiano meritato simili compagni di gioco, sono i miei bambini!", si disse la madre; e di nuovo sorrise del suo orgoglio materno.

Ma l'idea si impossessò ugualmente della sua fantasia, e di quando in quando dava uno sguardo fuori dalla finestra, quasi immaginando di vedere bimbi del paradiso, dai riccioli d'oro, giocare con la sua Violetta e col suo Papavero.

Vi fu, per qualche momento, un mormorio indistinto delle due voci infantili.

"Papavero, Papavero!", gridò Violetta. "Portami quelle leggere ghirlande di neve che si sono posate sui rami più bassi del pero. Mi occorrono per fare i riccioli della nostra sorellina di neve!"

"Eccoli, Violetta!", rispose il bambino. "Com'è carina!"

"Non è un amore?", disse Violetta con tono soddisfatto; "e adesso ci vuole qualche pezzetto di ghiaccio lucido per fare gli occhi scintillanti. Ancora non è finita. Faremo vedere alla mamma com'è bella; ma papà dirà "Sciocchezze! Venite dentro che fa freddo."

"Chiamiamo la mamma perché si affacci", disse Papavero, e si mise a gridare allegramente: "Mamma! Mamma! Affacciati e guarda che bella bambina stiamo facendo!"

La madre posò il lavoro per un momento e si affacciò alla finestra.

Ma accadde che il sole - era uno dei giorni più corti dell'anno - era sceso così presso all'orizzonte, che la sua luce occidua giunse obliquamente agli occhi della signora.

Ella ne rimase abbagliata e non poté distinguere bene quel che si trovava nel giardino.

Pure, fra tutto il vivo, accecante barbaglio del sole e della neve fresca, ella vide una figurina bianca che sembrava imitare a meraviglia le fattezze umane.

E vide Violetta e Papavero, li vide ancora al lavoro: Papavero che portava altra neve e Violetta che l'applicava alla figura con tutta l'arte di uno scultore che aggiunge creta al suo modello; la madre pensò tra sé che mai vi era stato prima un fantoccio foggiato con tanta abilità.

Tornò al suo lavoro e si affrettò quanto più possibile: il crepuscolo era vicino e il vestito di Papavero non era ancora finito.

Anche i bambini in giardino continuavano a lavorare attivamente; la madre si divertiva ad osservare come la loro piccola fantasia fosse stata presa dal lavoro e ne fosse trascinata: sembravano credere veramente che la bambina di neve avrebbe corso per il giardino e giocato con loro.

"Che compagna carina che avremo per giocarci insieme tutto l'inverno! Non le vorrai molto bene, Papavero?", disse Violetta.

"Oh sì. E l'abbraccerò stretta, e si siederà vicino a me e berrà un po' del mio latte caldo!"

"Oh no, Papavero!", rispose Violetta con saggia gravità. "Il latte caldo non farebbe bene alla nostra sorellina di neve. I bambini di neve come lei non mangiano che ghiaccioli. No, no, Papavero, non bisogna darle nulla di caldo da bere."

Vi fu un breve intervallo di silenzio poiché Papavero, le cui gambette non si stancavano mai, era andato di nuovo in pellegrinaggio all'altro capo del giardino.

Ad un tratto Violetta gridò tutta allegra: "Guarda, Papavero! Vieni presto! Un riflesso di quella nuvola rosa le ha illuminato le guance, e ora non va più via! Non è bello?"

"Sì, è bel-lo", rispose Papavero, sillabando la parola con aria riflessiva. "Oh Violetta, ma guarda i capelli! Sono come l'oro!"

"Oh cero", fece Violetta tranquillamente, come se fosse una cosa naturale.

"Sai, quel colore viene dalle nuvole dorate che si vedono lassù nel cielo. è quasi finito, ormai. Ma bisogna farle le labbra rosse, più rosse delle guance. Forse, Papavero, diventeranno rosse se noi due le baciamo!"

E la madre udì due piccoli schiocchi vivaci, come se i suoi bambini stessero baciando il fantoccio di neve sulle labbra gelide.

Ma parve che questo non rendesse le labbra della sorellina di neve abbastanza rosse e Violetta propose d'invitarla a baciare a sua volta la guancia vermiglia di Papavero.

"Su, sorellina di neve, dammi un bacio", esclamò Papavero.

"Ecco! ti ha baciato", concluse Violetta, "e ora le sue labbra sono proprio rosse. Ed è anche un po' più colorita!"

"Oh, che bacio freddo!", esclamò Papavero.

Proprio allora una folata del puro vento di ponente passò sul giardino facendo tremare le finestre del salotto e diede un tale senso di gelido inverno che la madre fu sul punto di battere il vetro col dito in cui era infilato il ditale per ordinare ai bambini di rientrare in casa, quando entrambi la chiamarono; sembravano rallegrarsi di un qualche avvenimento che si fosse verificato allora, ma su cui avevano contato fin dal principio.

"Mamma, mamma! Abbiamo finito la nostra sorellina di neve e ora corre per il giardino con noi!"

"Che piccini pieni di fantasia sono i miei bambini!", pensò la madre mentre metteva gli ultimi punti all'abito di Papavero.

"E, quel che è più strano, mi fanno quasi diventare una bambina come loro! Per poco, non posso fare a meno di credere che il fantoccio di neve sia animato!"

Il sole era ormai scomparso dal cielo, lasciando però dietro a sé un ricco retaggio del suo splendore tra quelle nuvole purpuree e dorate che rendono così sontuosi i tramonti invernali.

La buona signora poté guardare nel giardino e vedervi Violetta e Papavero. Ma cosa vide oltre loro? Ebbene, se mi credete, vi era la figuretta esile di una bambina, tutta vestita di bianco, con le guance rosee e i riccioli color d'oro che giocava per il giardino con i due bimbi.

La madre pensò che di certo doveva trattarsi della figlia di uno dei vicini: vedendo Violetta e Papavero in giardino, la piccina doveva aver attraversato la strada per giocare con loro.

E la buona signora andò alla porta di casa, pensando di invitare la piccola nel suo tiepido salotto, poiché calato ormai il sole, l'aria fuori di casa si stava già facendo molto fredda.

Ma, aperta la porta, si fermò un istante sulla soglia, incerta se invitare la bambina ad entrare e perfino se dovesse parlarle.

Anzi, fu quasi in dubbio se fosse proprio una bambina vera o solo una ghirlanda leggera di neve fresca portata qua e là per il giardino dal gelido ponente.

Fra tutti i bambini del vicinato, la signora non riusciva a ricordare quel volto, col suo puro candore, con quella delicata tinta rosea. E in quanto al vestito, che era tutto bianco e palpitava al vento, nessuna donna ragionevole l'avrebbe messo ad una bambina, per mandarla fuori a giocare nel cuore dell'inverno.

Ma per quanto etereo il suo abito fosse, la bambina non soffriva affatto il freddo e danzava sulla neve con tanta leggerezza che la punta dei suoi piedini quasi non vi lasciava orma, mentre Violetta riusciva appena a starle alla pari e Papavero, con le sue gambette corte, era costretto a rimanere indietro.

Ad un tratto durante il gioco, la strana bambina si mise tra Violetta e Papavero e, prendendoli per mano, venne avanti con loro, saltellando allegramente. Ma quasi subito Papavero tirò via la sua manina e cominciò a stropicciarsela come se le dita gli formicolassero dal freddo mentre anche Violetta si liberava, dicendo che era meglio non prendersi per mano.

La damigella in abito bianco non pronunciò parola e continuò a danzare allegramente come prima.

Se Violetta e Papavero non volevano giocare con lei, ella avrebbe trovato un ottimo compagno di giochi nel ponente vigoroso e freddo che continuava a spingerla qua e là per il giardino.

La madre intanto rimaneva sulla soglia, domandandosi come potesse una bambina somigliare tanto a un mulinello di neve o come un mulinello di neve potesse somigliare tanto a una bambina.

Chiamò Violetta e le parlò a bassa voce: "Violetta, come si chiama quella bambina? Abita vicino a noi?"

"Come, mamma cara", rispose Violetta ridendo all'idea che la madre non riuscisse a comprendere una cosa tanto semplice, "questa è la nostra sorellina di neve che abbiamo fatto ora!"

In quel momento uno stormo di uccelli scese volteggiando per l'aria. Com'era naturale, evitarono Violetta e Papavero ma - e questo parve strano - volarono subito verso la bambina dall'abito bianco, aleggiarono ansiosi intorno al suo capo, si posarono sulle sue spalle e sembrarono trattarla come una vecchia conoscenza.

Da parte sua, ella parve contenta di vedere quegli uccelletti.

Violetta e Papavero ridevano del grazioso spettacolo.

"Violetta", disse la madre molto perplessa, "dimmi la verità, senza scherzare. Chi è quella bambina?"

"Ma cara mamma, ti ho detto la verità: è il fantoccio di neve che abbiamo fatto Papavero ed io. Anche Papavero te lo potrà confermare."

Mentre la mamma era ancora esitante su quel che dovesse pensare e dovesse fare, il cancello d'ingresso del giardino si spalancò e il padre di Violetta e di Papavero entrò avvolto in un ampio cappotto di lana blu, con un berretto di pelliccia che gli copriva gli orecchi ed enormi guanti alle mani.

Il signor Lindsey era un uomo di mezza età con un'espressione stanca eppure allegra sul volto arrossato dal vento e dal gelo.

Alla vista della moglie e dei bambini gli occhi gli si illuminarono; subito scorse la piccola estranea candida che correva qua e là per il giardino come una danzante ghirlanda di neve.

"Chi è mai quella bambina? La madre deve essere certamente matta per lasciarla uscire in una giornata rigida come è stata oggi con quel leggero abitino bianco e quelle pantofoline."

"Mio caro", rispose la moglie, "su quella bambina ne so quanto te. Suppongo sia figlia di qualche vicino. Violetta e Papavero insistono che essa è solo un fantoccio di neve che per quasi tutto il pomeriggio sono stati occupati a fabbricare qui nel giardino."

Nel dir questo, la madre gettò un'occhiata verso il punto dove i bambini avevano fatto il loro fantoccio di neve, e quale fu la sua sorpresa nel vedere che di tanta fatica non rimaneva più la minima traccia! Nessun mucchio di neve, nulla!, all'infuori delle impronte di piccoli passi intorno ad uno spazio vuoto.

"Papà caro, non capisci? Questo è il nostro fantoccio di neve, che Papavero ed io abbiamo fatto perché volevamo un altro compagno per giocare. Non è vero, Papavero?" 

"Sì papà", disse il vermiglio Papavero. "Questa è la nostra sorellina di neve, non è bella?"

"Che sciocchezze, bambini!", esclamò l'ottimo e onesto padre che considerava tutte le cose secondo il suo buon senso.

"Andiamo, questa piccola estranea non deve rimanere fuori all'aria rigida un minuto di più. La porteremo nel salotto e le darai una cena di latte caldo col pane. Intanto io mi informerò dai vicini e se sarà necessario manderò il banditore per le strade per dare avviso di una bambina smarrita."

Così dicendo, il brav'uomo pieno di buon cuore si avviò verso la piccola damigella bianca con le migliori intenzioni del mondo.

Ma Violetta e Papavero afferrando ognuno la mano del padre, lo supplicarono ansiosamente di non farla entrare in casa.

"Papà, questa è la nostra bambina di neve! Non può vivere se non respira il vento freddo. Non farla entrare nella stanza calda!"

"Sì, papà", gridò Papavero battendo il piedino in terra, "è la nostra bambina di neve! Non le piacerà il fuoco caldo!"

"Sciocchezze, bambini!", esclamò il padre, in parte infastidito e in parte ridendo di quella che considerava la loro ridicola ostinazione.

"Marito mio!", intervenne a bassa voce la moglie che aveva osservato più da vicino la bambina di neve ed era più perplessa che mai, "vi è qualcosa di molto strano in tutto ciò. Mi giudicherai sciocca... ma... non può essere che qualche invisibile angelo sia stato attirato dalla semplicità e dalla buona fede con cui i nostri bambini si sono messi all'opera? E ne è risultato un miracolo. No, non ridere di me; capisco anch'io che è un'idea sciocca!"

"Mia cara", rispose il marito ridendo di cuore, "sei ancora una bambina come Violetta e Papavero."

Ma ora il premuroso signor Lindsey si era avanzato nel giardino; al suo approssimarsi gli uccelli presero il volo e anche la piccola damigella bianca si ritrasse scuotendo il capo, quasi per dire "Non mi toccate, ve ne prego!", attirando l'inseguitore dove la neve era più alta.

Una volta il buon uomo inciampò e cadde bocconi e nel rialzarsi, con la neve attaccata alla ruvida stoffa del cappotto, parve bianco e gelido come un enorme fantoccio di neve.

E intanto alcuni vicini, vedendolo dalla finestra, si domandarono che cosa gli avesse preso nel correre così nel giardino dietro a un mulinello di neve che il vento spingeva qua e là.

Finalmente, dopo molta fatica, egli riuscì a cacciare la piccola estranea in un angolo donde non poteva assolutamente sfuggirgli.

Era quasi sera, e la moglie, che stava a guardare, fu colpita nel vedere che la bambina di neve luceva e scintillava e sembrava diffondere intorno a sé un alone luminoso; ed era uno scintillio freddo, come di un ghiacciolo sotto la luna. Trovò strano che suo marito non vedesse nulla di notevole nell'aspetto della bambina di neve.

"Vieni qua, strana bambina! Ti ho preso, finalmente!", esclamò il buon uomo prendendola per mano, "e ti farò star bene tuo malgrado! Metteremo un bel paio di calze di lana calda sui tuoi piedini gelati, e avrai un bello scialle pesante per avvolgerti. Vieni dentro."

E col più benevolo dei sorrisi sul volto perspicace, tutto rosso dal freddo, quell'uomo bene intenzionato prese per mano la bambina di neve e la condusse verso la casa.

Ella lo seguì avvilita e di mala voglia: tutto lo scintillio e lo splendore era scomparso dalla sua figura: se poco prima somigliava ad una sera limpida, gelida ed ingemmata di stelle, con un riflesso purpureo sul freddo orizzonte, ora appariva opaca e languida come il disgelo.

Mentre il buon signore Lindsey la conduceva su per i gradini della soglia, Violetta e Papavero con gli occhi pieni di lacrime che si congelavano prima di scendere giù per le guance, lo guardarono in viso e di nuovo supplicarono il padre di non portare in casa la bambina di neve.

"Non portarla dentro!" esclamò il buon uomo. "Ma sei pazza, mia piccola Violetta! è già così fredda che la sua mano ha quasi gelato la mia, pur con i miei grossi guanti. Volete che muoia assiderata?"

Mentre egli saliva i gradini, la moglie aveva dato un altro lungo sguardo, attento e quasi timoroso, alla piccola estranea candida. Non sapeva neppur lei se fosse un sogno, ma le parve di vedere sul collo della piccina l'impronta delicata delle dita di Violetta. Sembrava proprio che nel modellare la figura, Violetta avesse dato un leggero colpetto con la mano, e avesse poi dimenticato di levigare del tutto la traccia.

"Dopotutto, marito mio", disse la madre, "somiglia in modo strano ad una figura di neve! Io ci credo che sia fatta di neve!"

Una folata del vento di ponente investì la bambina che di nuovo rifulse come una stella.

"Non c'è da meravigliarsi che sembri fatta di neve! è mezza assiderata, povera piccina!", rispose il buon signor Lindsey.

Senza altri discorsi e animato sempre dalle migliori intenzioni, quell'individuo pieno di benevolenza e buon senso condusse la candida damigella, avvilita, sempre più avvilita, al riparo dall'aria gelida, nel suo confortevole salotto.

Una stufa diffondeva un vivo riflesso attraverso il finestrino di mica nello sportello di ferro e faceva fumare e ribollire l'acqua del vaso posatovi sopra.

Un odore caldo e opprimente dilagava per tutta la stanza.

Il salotto, parato di tende rosse alle finestre e con un tappeto di eguale colore, sembrava caldo anche all'apparenza.

Oh, era proprio il luogo migliore per la piccola sconosciuta!

L'uomo di buon senso mise la bambina di neve sul tappeto proprio dinanzi alla stufa che fumava.

"Ora starà bene!" esclamò il signor Lindsey. "Fa come se fossi a casa tua, cara bambina!"

La piccola damigella bianca aveva un'aria triste e avvilita, mentre se ne stava in piedi sul tappeto, investita dal soffio caldo della stufa come da una pestilenza.

Una volta gettò un'occhiata di nostalgia alle finestre e attraverso le tende rosse intravide i tetti coperti di neve, le stelle che brillavano gelide e tutta la deliziosa intensità della notte fredda.

Il vento rigido tamburellava sui vetri, quasi invitandola ad uscire fuori.

Invece la bambina di neve rimaneva avvilita dinanzi alla stufa calda.

Ma per l'uomo di buon senso tutto procedeva bene.

"Mettile subito un bel paio di calze grosse e uno scialle di lana o una coperta e di' a Dora di darle un po' di cena calda appena il latte bolle", disse alla moglie.

"E voi, Violetta e Papavero, fate divertire la vostra amichetta: vedete come è malinconica perché si trova in una casa estranea. Quanto a me, farò un giro tra i vicini per rintracciare la sua famiglia."

La madre, intanto, era andata alla ricerca di uno scialle e delle calze: per quanto fine e delicato, il suo modo di considerare il fatto aveva ceduto, come sempre, all'ostinato realismo del marito.

Senza badare alla rimostranze dei figli, il buon signor Lindsey si avviò chiudendosi con cura alle spalle la porta del salotto. Rialzò il bavero del cappotto fin sulle orecchie e uscì dalla casa; ma era appena arrivato al cancello del giardino che fu richiamato dalle grida di Violetta e Papavero e dai colpi battuti col ditale sulla finestra del salotto.

"Marito, non occorre andare in cerca dei genitori della bambina!", gridava la signora.

"Te l'avevamo detto, papà!", gridarono Violetta e Papavero appena egli fu rientrato nel salotto.

"Hai voluto portarla dentro: e adesso la nostra sorellina di neve si è liquefatta!"

E i loro visini erano già sciolti in lacrime, tanto che il loro papà, vedendo quali strane cose accadono talvolta in questo prosaico mondo, ebbe una gran paura che anche i suoi due bambini potessero liquefarsi!

Al colmo della perplessità, chiese spiegazioni alla moglie, ma ella poté dirgli soltanto che, richiamata in salotto dalle grida di Violetta e Papavero, non aveva trovato altre tracce della bambina bianca, se non i resti di un mucchio di neve, che, davanti ai suoi occhi, si erano liquefatti interamente sul tappeto.

"Ed ecco lì tutto quel che rimane!", aggiunse indicando una pozza d'acqua dinanzi alla stufa.

"Sì, papà!", confermò Violetta, guardandolo con aria di rimprovero, attraverso le lacrime. "Ecco tutto quello che rimane della nostra sorellina di neve!"

"Cattivo, papà!", gridò Papavero, battendo il piede in terra e, tremo a dirlo, scuotendo il pugno verso l'uomo di buon senso.

"Ti avevamo detto che sarebbe accaduto! Perché hai voluto portarla in casa?"

E la stufa, attraverso il finestrino di mica nello sportello di ferro, sembrava fissare il buon signor Lindsey, come un demonio dagli occhi di fuoco, trionfante per il male che aveva commesso!

Questo, direte voi, fu uno dei rari casi che pur talvolta accadono, in cui il buon senso ha torto.

L'insolito racconto della bambina di neve, pur se sembri cosa puerile a quelle specie di sagaci persone cui appartiene il signor Lindsey, si presta nondimeno per trarne in vari modi una morale a tutta loro edificazione.

Una delle sue lezioni, per esempio, potrebbe essere che è dovere degli uomini e specialmente degli uomini benevoli, considerare bene le cose cui si accingono e, prima di agire per i loro filantropici fini, essere ben sicuri di comprendere la natura e tutte le relazioni di quel che hanno per le mani.

Ciò che è assodato come un elemento di bene per un essere, può riuscire assolutamente dannoso per un altro; così il calore del salotto si confaceva abbastanza a bambini di carne e ossa quali Violetta e Papavero; sebbene non fosse affatto molto salubre neanche per loro, e invece comportava addirittura l'annientamento per la sfortunata bambina di neve.

Ma, infine, non vi è nulla da insegnare ad uomini saggi dello stampo del signor Lindsey.

Sanno tutto, oh certo! tutto ciò che è stato e tutto ciò che è e tutto ciò che, per ogni possibilità futura, debba essere.

E se qualche fenomeno della natura o della Provvidenza dovesse trascendere il loro modo di pensare, essi non lo ammetterebbero mai.

"Moglie", disse infatti il signor Lindsey, "guarda quanta neve hanno portato a casa i bambini attaccata alle scarpe! Ha formato una vera pozzanghera, qui davanti alla stufa. Ti prego, di' a Dora di portare degli stracci e di asciugarla!"