Archetipi Femminili nelle Fiabe a confronto con "Femminilità"

Concetti tratti da


Pagine 27-28

Secondo Marie von Franz, nel mito il maschile è riuscito ad incarnarsi in un figlio umano, mentre la Dea Madre non è riuscita a farlo (Nota di Lunaria: infatti manca la "Redentrice vera Dea e vera Donna" mentre esiste il "Redentore, vero Dio e vero uomo")  Non essendo riconosciuta la forma della donna non lo fu nemmeno la donna.

Dio si incarna nel Cristo, ma Maria è una donna che non ha alcun collegamento con qualche divinità femminile, al massimo comunica con gli angeli e agisce seguendo il volere divino.

Del resto, la Madonna non possiede caratteristiche feroci e oscure tipiche di tutte le divinità femminili: il culto del femminile venne rimosso nel cristianesimo: Dio poteva essere solo maschile.

Nelle fiabe, quelle cacciate e braccate sono fanciulle belle, dolci, gentili, innocenti. Della matrigna di Cenerentola o di Biancaneve non sappiamo nulla della loro storia biografica, al massimo ci viene raccontata solo la loro ambizione (nel caso della matrigna di Cenerentola, la predilizione per le sgraziate figlie Anastasia e Genoveffa, mentre nella matrigna di Biancaneve è il suo rapporto con lo specchio)

 Pagina 33

"Dentro un grande albero, su un'imponente rupe, nella Brughiera, viveva uno di questi spiriti. Si potrebbe scambiare per una ragazza, ma lei non era solo una ragazza. Lei era una fata."

è Malefica, con corna e ali, piedi come zampe di uccello; è la protettrice della Brughiera, accostabile ad Artemide, per la sua natura indipendente, ma anche a Lilith, la Dea Civetta.

Pagina 71

Il binomio Lilith-Eva diventa simbolo di scissione drammatica dell'Anima Femminile e dell'Anima Maschile.


Nota di Lunaria: io adoro le trousse dedicate alle cattive della Disney!





Altro approfondimento tratto da


"(...) Ma anche a prescindere dai giocattoli e dagli abiti più tipici, ovunque intorno a me erano gli insegnamenti nell'arte di essere femminile, e io li assorbivo tutti: le fiabe, la pubblicità, film, fumetti (...) Mi piaceva essere una bambina, o meglio, mi piaceva essere una principessa delle fate, perché era questo che io allora credevo di essere.
Attraverso un'adolescenza tempestosa e una tempestosa maturità, sempre più la femminilità divenne un'esasperazione, un'estetica sottile e brillante, allo stesso tempo inconsistente in modo elusivo e minuziosamente e pretenziosamente concreta, un rigido codice di comportamento e apparenza, definito da "fai questo-non fare quello", che dentro di me si scontrava con un'inclinazione ribelle. La femminilità era una sfida rivolta a tutto il sesso femminile, una sfida che una giovane donna dotata di orgoglio e di amor proprio non poteva lasciar cadere (...) Perduta la femminilità, una donna portava in fronte il marchio della squalifica. (...) La femminilità è essenzialmente un sentimento romantico, una tradizione nostalgica di limitazioni imposte (...) Non essere abbastanza femminili è considerato un fallimento nell'identità sessuale profonda, o il fallimento di chi non tiene abbastanza a se stessa, perché una donna carente a questo riguardo verrà giudicata - e giudicherà se stessa - mascolina o asessuata, o più semplicemente brutta, nel senso che gli uomini hanno dato a queste parole. (...) Il mondo sorride con favore alla donna femminile: le accorda la sua protezione, e qualche futile privilegio. (...) Si guadagna in femminilità accettando restrizioni (...) La femminilità piace agli uomini perché permette loro di apparire per contrasto più virili (...) Si potrebbe obiettare che anche la mascolinità è spesso uno sforzo per piacere alle donna, ma la mascolinità notoriamente piace grazie ad un'ostentazione di potere e competenza. (...) Propongo questo libro come un passo nella direzione della consapevolezza, nella speranza che un giorno l'ideale femminile non venga più usato per perpetuare la disuguaglianza tra i sessi, né l'esagerazione sia richiesta per affidarsi con sicurezza al genere biologico."

CORPO

"La tirannide di Venere si esercita ogni volta che una donna pensa - o un uomo pensa e dice di una donna - che i suoi fianchi sono troppo larghi, le cosce troppo grosse, i seni troppo piccoli, la vita troppo alta, le gambe troppo corte rispetto al modello erotico di moda."

"A che età inizia questo processo, questa concentrazione ossessiva sulle minuzie del suo fisico, che continuerà ad occupare una parte rilevante delle sue ore di veglia, probabilmente per il resto della sua vita? Quando può dimenticare che c'è un modello di bellezza desiderabile, per ogni singola parte, che il suo corpo viene osservato da altri, che viene soppesato dai ragazzi, dagli innamorati, dai colleghi, dai concorrenti, dai nemici, dagli estranei? Come può restare indifferente alla celebrazione nazionale della diva cinematografica del momento, che sfoggia il corpo più alla moda (...) all'osservazione casuale di un corteggiatore, alla predilezione piena di desiderio del marito, al fischio o al commento ostile sentiti per strada?"

"Una donna che è più alta di un uomo infrange una fondamentale regola femminile: la sua statura gli ricorda che probabilmente è troppo piccolo, inadeguato, insufficiente, per il mondo competitivo degli uomini. Dà un duro colpo alla sua immagine virile, minando alla base la sua posizione da aggressore-protettore"

"Nei secoli passati veniva richiesto alle donne delle classi superiori di sottomettersi a un qualche doloroso artifizio immobilizzante, che abbreviava il respiro o il paso, comprimendo strettamente qualche particolare parte del corpo - vita, bacino, torace, petto, collo, piede - nella convinzione di perfezionare, sostenere, valorizzare una figura naturale esteticamente imperfetta o rozzamente sgraziata. In Oriente la donna era soggetta all'obi giapponese, agli alti collari birmani, alla fasciatura del piede in Cina (1); in Occidente indossava il corsetto con le stecche di acciaio e il busto con le stecche di balena. Ogni strategia di abbellimento restringeva la libertà della donna e indeboliva la sua forza."

(1) Immaginare una nobildonna o una cortigiana cinese con al posto dei piedi dei moncherini di 7 cm graziosamente inguainati nelle pantofoline significa capire molte cose riguardo all'assoggettamento violento della donna all'uomo. (...) Un fiore di loto con un'andatura di salice: imprigionato fin dall'infanzia, il minuscolo piede si diceva assomigliasse al loto, un fiore tra i più celebrati, e con il sostegno di un lungo bastone, o appoggiandosi al marito o ad un servitore, la donna camminava come un soffio di vento tra i salici, ondeggiando fluttuante a ogni timido passo. (...) Imponeva un'ingegnosa menomazione di una funzione quotidiana, riducendo la capacità di una donna di muoversi nel mondo circostante; la donna privata dell'equilibrio [era] una creatura più dipendente e timorosa. Per semplice contrasto rendeva l'uomo più capace e saldo - più virile. Faceva apparire romantica, e quindi giustificava, l'andatura vacillante della donna, trasformandola in un'attrattiva sessuale. [il piede di loto, come simbolo di bellezza] instillava in ogni donna un profondo senso di insicurezza, legato alla convinzione che una parte del suo corpo era allo stato naturale assolutamente brutta (il termine corrente in Cina era "piede d'oca") e richiedeva radicali interventi correttivi.
Infine richiedeva la complicità di madre e figlia nell'impresa disperata dell'abbellimento e la trasmissione di valori femminili di arrendevolezza e docilità (...) insegnando alla figlia fin dalla più tenera età che la missione della donna nella vita era, a costo di dolore e lacrime, quella di modificare il proprio corpo e correggere il proprio aspetto nello sforzo supremo di attrarre e soddisfare un uomo."




"In Occidente prevaleva un diverso modo di porsi nei confronti dell'estetica femminile, perché si riteneva che tutto il corpo, dal seno ai fianchi, richiedesse una valorizzazione artistica (...) Sappiamo, dall'arte e dai documenti del '500, che due regine potenti, Caterina de'Medici ed Elisabetta I d'Inghilterra, furono tra le prime ad indossare quell'opprimente ingabbiatura, adottando la corazza dei loro nobili cavalieri per comprimere le loro morbide carni insieme a tutta la cassa toracica. (...) Allacciare il busto era una sfida che metteva a dura prova la capacità di sopportazione della donna (...) L'uso del busto alimentò l'idea che il corpo femminile fosse strutturalmente difettoso e richiedesse il sostegno di congegni artificiali in alcuni punti strategici. Una donna dell'Ottocento, poiché i suoi muscoli erano del tutto atrofizzati a causa della costrizione e dell'inattività, poteva a ragione essere grata al suo corsetto di sostegno senza il quale temeva di afflosciarsi in una massa informe."






"Nella storia dell'Occidente, solo in brevi e vivaci momenti i seni sono rimasti liberi da dispositivi di contenimento indossati sotto gli abiti: Madame Récamier adagiata sul sofà in una tunica greca - ma a godere felicemente del privilegio di questa insolita libertà sono state quasi esclusivamente le donne dal seno piccolo. Nel corso della storia, seni di ogni dimensione e forma sono stati costretti in corsetti  dalla scollatura profonda, spinti all'insù"



"I seni sono una fonte di orgoglio femminile e di identificazione sessuale, ma sono anche causa di competizione, confusione, insicurezza e vergogna. Benché siano una parte del suo corpo, dal loro primo apparire una donna si accorge che i suoi seni vengono reclamati da altri. (...) Nessun'altra parte del corpo umano gode do uno status paragonabile, insieme semipubblico e profondamente privato (...) Senza dubbio fu l'uomo che creò il feticismo delle dimensioni e della forma (...) Il ballonzolio [del seno] mette a disagio; niente è più malinconico dei capezzoli che guardano all'ingiù; un seno cadente è sintomo di vecchiaia; ogni seno è diverso per dimensioni o posizione; girare senza reggiseno è trasandato e provocante."

CAPELLI

"Nel mito, nella letteratura e nell'arte ai capelli biondi sono stati associati la feconda bellezza del sole, la preziosità dell'oro, la purezza della Madonna, l'eccitazione dell'amore mercenario, l'evocazione dell'innocenza pastorale (...) Nella Roma imperiale era di moda tra le prostitute e le ricche matrone indossare parrucche bionde confezionate con capelli che provenivano dalla Gallia ormai sottomessa. (...) Il culto americano della donna bionda raggiunse l'acme negli anni '40 e '50 paradossalmente proprio nel periodo storico che vide il tramonto della Germania nazista e del mito della superiorità ariana. (...) Nella cultura americana i capelli biondi non sono associati a nessuna particolare forza o intelligenza. Al contrario, per alcuni dumb blonde, "stupida bionda", è in effetti un'unica parola. E all'innocente insulsaggine e alla vena gioconda delle bionde viene contrapposta la più forte intensità emotiva delle brune sapienti. (...) Nella democratica America chi appartiene a una minoranza etnica può mostrare di essere arrivato in alto se ha una bionda tra le braccia (...) e per una donna è così facile diventarlo. La plausibilità passa in second'ordine rispetto alla trasformazione istantanea, perché anche una bionda improbabile e finta può guadagnarsi l'ammirazione. (...) Le più tragiche bionde d'America, Jean Harlow e Marilyn Monroe erano palesemente false e celebrate come tali, ragazze con cui spassarsela (finché durarono)"

"è stato inevitabile che i neri d'America, forzatamente esposti ai valori morali ed estetici dei loro padroni bianchi e cristiani, facessero proprio il giudizio secondo cui questa traccia del loro diverso retaggio genetico era scomoda, vergognosa, brutta. La fierezza per la propria capigliatura naturale, diffusasi negli anni '60 con la celebrazione del "Nero è bello" era facile per gli uomini più che per le donne. Emancipata dai pettini roventi e dalle stirature, la moda Afro apparve come simbolo militante del Black Power, ma militanza e femminilità non coesistono facilmente."

ABBIGLIAMENTO

"La moda maschile, al contrario [della moda femminile] cambia solo impercettibilmente da un anno all'altro, e non si rifà mai al passato né nell'ispirazione né nelle tecniche di lancio. è impensabile un "ritorno alla mascolinità" perché la mascolinità si definisce al presente. Una donna, invece, per essere autenticamente femminile - per "salvaguardare" la propria femminilità - nell'abbigliamento, nell'atteggiamento e in ogni altra cosa, deve rivolgersi al passato remoto."

"Benché la connessione tra la soffocante costrizione delle lunghe vesti femminili e le soffocanti limitazioni del ruolo femminile non fosse solo simbolica, il movimento di riforma del vestiario degli anni 1850-60 si trasformò in un tormentoso calvario personale e in una mortificazione politica per le paladine americane dei diritti della donna. Non più di un centinaio di suffragiste osarono presentarsi in pubblico indossando "l'abito razionale", come veniva chiamato, o "Abito Bloomer", perché Amelia Bloomer, vicina di casa a Seneca Falls di Elizabeth Stanton, ne sostenne la causa suo suo giornale riformista. (...) L'abito aveva in qualche modo l'aspetto di un costume turco. La parte inferiore constava di un paio di pantaloni lunghi, stretti alla caviglia e di una sopragonna che arrivava al ginocchio. Al ginocchio! Non più la gonna che strusciava per terra, che faceva inciampare, che veniva calpestata, squarciata o insudiciata. (...) Nelle grandi città le donne venivano seguite da codazzi di uomini e ragazzi che urlavano e schernivano, esprimendo la loro disapprovazione con il lancio di sassi e bastoni (...) Quella che era, alle origini, una questione privata di comodità personale si era trasformata in una dura battaglia politica, per il diritto della donna ad indossare vestiti comodi. (...) In quello che alle suffragiste sembrava solo una gonna corta e una semplice protezione per le gambe, che consentiva loro di muoversi con una scioltezza e una disinvoltura che non avevano mai conosciuto, altri vedevano un paio di detestabili pantaloni, che confermavano le loro peggiori paure: che le suffragette volessero effettivamente essere uomini."

"Nell'Inghilterra vittoriana (...) una vera e propria battaglia fu quella condotta tra il 1850 e il 1877 da alcuni gruppi di operaie che lottarono tenacemente per continuare a portare i pantaloni, perché dall'abbigliamento funzionale dipendevano i loro mezzi di sussistenza. Erano le lavoratrici delle miniere di carbone del Lancashire, di Wigan, di Birmingham e del Galles meridionale, le intrepide ragazze che in cima ai pozzi delle miniere setacciavano e trasportavano il carbone che gli uomini avevano portato in superficie (alle donne era già stato proibito di lavorare nei pozzi e nelle gallerie) Con indosso pantaloni, zoccoli e grembiuli di tela di sacco, le trasportatrici di carbone lavoravano con turni di dodici ore, e a conti fatti erano orgogliose della loro fuligginosa indipendenza. Denunce sui giornali e sottocommissioni governative esprimevano periodicamente la loro disapprovazione per le donne delle miniere dal "disgustoso abbigliamento" e venne compiuto più di un tentativo di espellerle dalle miniere, con la pia motivazione che il loro abito da lavoro le privava delle caratteristiche del loro sesso e le degradava."

"Un tocco di allegria è stato introdotto nella storia umana da un certo numero di donne, ambiziose e piene di talento, che decisero di travestirsi con abiti maschili o che per svolgere più comodamente il proprio lavoro adottarono qualche particolare dell'abbigliamento proibito (Nota di Lunaria: quello che oggi viene definito "Drag King", donne che si travestono da uomini per spettacoli) Sia che si trattasse di prendere le armi e combattere per il proprio paese, come Giovanna d'Arco, o di guidare gli schiavi in fuga verso la libertà o attraverso gli acquitrini del Sud, come Harriet Tubman o di girare di notte per i café malfamati per curiosità e gusto dell'avventura, come George Sand, Rose Bonheur che ottenne dalla polizia parigina l'autorizzazione ufficiale a vestire abiti maschili quando si recava al mattatoio per fare schizzi ai cavalli; Calamity Jane che guidò una diligenza nel West; Gertrude Jekyl, grande architetto paesaggista, che indossava stivali militari e grembiule da operaio per sovraintendere ai lavori di trapianto nelle grandi proprietà terriere inglesi"

"Le bambole regalate alle bambine per educarle ai doveri materni le educano anche a divenire consumatrici di moda. Le ore felici impiegate a vestire e svestire una bambola Barbie di tutti i suoi abiti meravigliosi non preparano ad altro che ai grandi magazzini e allo shopping in centro (...) Già nella bibbia e negli scritti dei primi cristiani le donne vengono denunciate come superbe e idolatre per il loro indulgere alle stravaganze della moda. Interi settori di attività del tutto maschili (la caccia alla balena, la cattura degli animali da pelliccia ecc.) sono stati fondati sul bisogno della donna di apparire femminile e seducente, e tuttavia non appena la moda cambiò e le risorse si esaurirono, la donna divenne oggetto di biasimo per la sua vanità. Le donne sono state biasimate per l'annientamento delle balene che fornivano le stecche per i loro corsetti, sono state biasimate per la quasi estinzione degli aironi bianchi che davano le piume per i loro cappellini. Le donne sono state biasimate per la condizione miserabile delle merlettaie di Fiandra e dei lavoratori della seta del Giappone, e oggi le donne vengono biasimate per la strage dei piccoli di foca e leopardi. Tuttavia lo scopo di tutto questo era quello di compiacere l'uomo, perché una donna abbigliata con sfarzosa eleganza coronava il successo maschile."

PELI

"Se una casacca senza maniche, il costume da bagno o un abito estivo lasciano intravedere un'ascella non depilata, si tratta di un'indecorosa inadempienza rispetto agli standard del fascino femminile. Nel contesto di una fragilità artefatta, stona una cosa tanto naturale quanto un ciuffo di peli, e la loro incongrua presenza richiama l'attenzione su alcune spiacevoli realtà anatomiche, del tutto naturali ma così poco femminili: la traspirazione e il suo sgradevole odore."


PELLE

Nota di Lunaria: non condivido proprio per niente queste critiche al make up, ma le riporto lo stesso; da parte mia ci tengo a precisare che:
1) il trucco può essere terapeutico
2) il trucco esprime la propria personalità, unicità ed emozioni
3) anche molti uomini della scena musicale alternativa si truccano quindi non ha alcuna valenza di "sottomissione" bensì di affermazione di sé.

"Se si ritiene che il viso di una donna tragga beneficio dai cosmetici, si vuol certo sottintendere che a una donna non può piacere il proprio viso struccato; che lo vede pallido, senza colori, banale, piatto, un grumo insignificante di carne sciupata, con occhi troppo piccoli, un naso troppo largo, zigomi che non esistono, e una bocca che spontaneamente non riesce a vibrare di desiderio.
è questa la contraddizione centrale della cosmesi, e per me è la più inquietante. Si parla di cosmetici come della prova storica della vanità femminile, ma quello che dimostrano è al massimo l'insicurezza femminile, la costante convinzione che il proprio viso sia di per sé inadeguato.
[...] Le mie amiche abituate a truccarsi sono spavaldamente compiaciute delle proprio strategie femminili di abbellimento (...) Io sono quella che si sente antiquata e sulla difensiva, piena di insicurezze. Con la mia faccia senza trucco, il look spontaneo di un decennio trascorso, appaio retrograda, trasandata e noiosa: sono la femminista sciatta, uscita dalle catacombe, sono la fanatica priva di umorismo che certo non ama il sesso e il piacere.
(...) Il maquillage non deve neanche più sembrare naturale; le donne stanno orgogliosamente celebrando la falsificazione.
(...) La società offre alla donna ben poche ragioni obbiettive per sentirsi una donna di successo quando comincia ad invecchiare."

MOVIMENTO

"Una donna non è considerata attraente o elegante se non quando rinuncia alla sua libertà di movimento accettando scarpe poco funzionali. Privata di un'andatura sicura, diviene irresistibilmente femminile. (...) Ogni donna sa che indossare scarpe da passeggio o pratiche significa scoraggiare l'attenzione maschile."
(...) Sarebbe anche istruttivo dare un'occhiata a certe pubblicazioni porno, che riservano il posto d'onore ai tacchi a spillo.
Onnipresente è l'immagine della donna legata, imbavagliata e completamente nuda eccetto che per un paio di scarpe a punta di vernice nera.
Oppure l'immagine della dominatrice con la frusta in mano, anche lei in bilico su tacchi a stiletto alti 15 cm.
è tanto irresistibile l'immagine del tacco a spillo che basta ad entrambi gli estremi della fantasia sadomasochistica, simbolo di immobilizzata soggezione e arma che calpesta ed infierisce. (...) La scarpa femminile non è concepita per consentire a chi la indossa di camminare con maggiore comodità (...) una scarpa comoda tradisce una mancanza di attenzione per i sentimenti estetici ed erotici degli uomini.
(...) Se attività sessuale ha da esserci, viene prima la divaricazione delle gambe della donna. Non vi è nulla di nascosto negli organi sessuali maschili, sono in evidenza anche quando le gambe restano unite, e non è necessario divaricarle per consentire l'atto sessuale. Ma mentre il coito e altre attività genitali presuppongono una notevole divaricazione delle cosce perché la donna raggiunga il piacere, il codice femminile di comportamento le vieta di prendere l'iniziativa seguendo i suoi desideri. Il suo femminile impegno è restare a gambe strettamente unite nel nome del pudore e della castità, e salvaguardare il suo "tesoro nascosto" in attesa che il solo uomo giusto (il marito legittimo, l'amante di tutta la vita) agiti la bacchetta magica e celebri il rito dell'apriti sesamo. 
Si tratterebbe di decidere di prendere l'iniziativa quando il codice femminile di comportamento ne esclude persino la possibilità. L'ideologia della passività femminile trova un fondamento più solido nella risolutezza delle cosce serrate che non nelle speculazioni sull'effetto del testosterone sulla libido, l'aggressività e il cervello umano. Le cosce aperte riconoscono la sessualità femminile come forza positiva, capace di farsi valere - di articolare il desiderio per arrivare a soddisfarlo.
L'ideale femminile è spesso romanticamente rappresentato con qualcosa di grazioso e fragile tra le mani: un mazzolino di violette, il bouquet nuziale di fiori d'arancio, il fascio di rose (...) Inoltre, come osservava Colette Guillaumin, le donne sono fisicamente gravate dai cosiddetti "carichi diversi", emblemi di una responsabilità direttiva nell'ambiente domestico (bambini in braccio, cibo o giocattoli, sacchetti...) (...) Molte donne si sentono fisicamente a disagio [se camminano con braccia libere] hanno l'impressione di aver dimenticato qualcosa di indispensabile. (...) "In modo tanto scontato e sottile da non essere percepito neanche dai diretti interessati, spesso il maschio spinge letteralmente la donna ovunque debba andare: tenendo il braccio dietro, la guida nello svoltare l'angolo, attraverso una porta, dentro l'ascensore... (...) ciò avviene con il tocco leggero e gentile ma fermo del provetto cavaliere verso il cavallo meglio addestrato (...) La femminilità incoraggia il fascino dell'arrendevolezza, la condiscendente disponibilità a guadagnare la cerimoniosa protezione maschile (...) l'azione cavalleresca richiede la manifesta evidenza dell'inettitudine femminile."

CONCLUSIONE

"è ancora più negativo, probabilmente, il fatto che la femminilità non è qualcosa che si valorizzi con l'età, perché la giovinezza con la sua ingenuità, la sua disarmante impudenza e la sua dolce promessa di pienezza sessuale incarna il principio femminile nella sua effimera perfezione. (...) La differenza tra i sessi è fondata sul diverso ruolo nella funzione riproduttiva ma mentre l'appartenenza al sesso femminile continuerà ad essere definita in base alla presenza del cromosoma XX e alla conseguente potenzialità riproduttiva, molte donne hanno smesso di fondare la definizione di se stesse sul loro ruolo riproduttivo.
(L'immagine che l'uomo ha di sé non è mai stata vincolata, da un punto di vista anatomico o filosofico (*) al ruolo paterno, perché nell'uomo la funzione riproduttiva non assorbe tempo, energia ed impegno)

(*) Nota di Lunaria: infatti la "verginità" intesa come "organi genitali sigillati, mai usati" è sempre stata più imposta e pretesa alle donne ed costruita "teologicamente parlando" sul simbolismo della "Vergine Maria": donna ridotta solo alle sue parti intime "intatte".
Viceversa, Cristo pur "ritenuto vergine" non viene neanche appellato come tale: "Gesù Cristo il Beato Vergine, preghiamo il Beato Vergine Gesù" non è qualcosa che sia "entrato nella preghiera collettiva".
Non così per Maria, chiamata "La Vergine" per antonomasia, ridotta solo a quello, in un'oggettificazione che rasenta una fissazione ginecologica da sfociare nell'imenelatria.
E la cosa tragica è che i cristiani (specialmente i cattolici) credono davvero di "elevare una donna", magnificandone "l'imene sempre intatto" quando è vero il contrario: un'intera donna ridotta solo ad una "particola di pelle" e a niente più.
Se già non ci fosse l'altrettanto scandalosa idolatria del fallico nell'incarnazione (esclusivamente maschile, ovviamente) del dio cristiano che si fa solo maschio, pur potendo farsi anche donna, snobba il corpo femminile e "per lui" vuole "solo quello maschile", 
a farmi rifiutare il cristianesimo sarebbe stata questa idolatria aberrante di un imene, spacciata come "glorificazione di una donna, la Donna per eccellenza". Sì, la negazione totale della femminilità reale e concreta.
Qualche passo in avanti, nella teologia cattolica, lo si è fatto (oggi è più frequente trovare qualche riflessione striminzita sul Dio Madre, cosa che fino a 30, 40 anni fa era già improbabile), ma purtroppo il cristianesimo continua a restare un'ideologia patriarcale e misogina, e lo resterà fino a che non libereranno Maria da questo riduzionismo ginecologico amandola e celebrandola come donna in sé, e non come "particola di pelle" che sigilla un orifizio.



"Un Mostro in Giardino"


Frances Stein, detta Frankenstein, si sente un po' trascurata dal padre, famoso scienziato, e dai suoi fratelli maggiori: tutti e tre non hanno grande fiducia nelle capacità intellettuali delle donne, e Frances decide di sorprenderli: con un grumo di sostanza gelatinosa sottratta dal laboratorio paterno, si lancia in un insolito esperimento il cui frutto sarà niente meno che... un mostro tutto verde!

Per Frances e i suoi amici cominciano i sotterfugi, le avventure, gli equivoci, e la salvezza del loro nuovo, ingombrante "animale domestico" diventa sempre più problematica, finché Frances ha un'idea provvidenziale...




Un Anno col Fantasma


Ambientato nell'Inghilterra del 1910, epoca fatale per le storie di fantasmi, il romanzo racconta la vicenda di una ragazzina solitaria che, desiderosa di un compagno di giochi, evoca con una pratica magica il cugino morto annegato. Da allora George diviene un instancabile compagno di scorribande diurne e notturne, ma anche un amico esigente che pretende sempre più assiduità e presenza fino a rappresentare per Florence un vero incubo, fonte quasi di malattia mentale. La stessa fascinazione, ancora più pericolosa, emanerà da un George cresciuto che, come il protagonista malvagio della ballata del "Cavaliere d'oltremare" cercherà di portare l'amata alla morte. 

Un cavaliere venne d'oltremare,

dall'Oceano arrivò al mio castello,

disse che al Nord sarei stata sua sposa,

il suo più prezioso gioiello.

"Va' da tuo padre e prendigli l'oro

va' da tua madre e prendi gli averi,

e poi rubane due già sellati

dei suoi ben trenta e tre destrieri"

Lei corse dal padre a prendergli l'oro

e di sua madre prese gli averi,

poi fuggirono insieme verso le stalle

dai suoi veloci trentatré destrieri.

Lei salì sul cavallo colore del giglio,

lui montò svelto su quello pezzato, 

per tre ore la riva del fiume correndo

verso il mare, così a perdifiato.

E lui a un tratto: "Smonta, dài, smonta,

piccola Polly, dai, vieni giù,

che in questo mare affogai sei fanciulle

e la settima vittima devi essere tu.

Però togliti prima la veste,

la tua veste così vellutata,

perché penso che è troppo preziosa

per marcire nell'acqua salata."

Lei rispose: "Su, falcia quel cardo

che fiorisce appuntito sul ciglio:

non vorrei mi strappasse i cappelli

o mi ferisse la pelle di giglio."

Lui prese la falce per fendere il cardo

che fioriva sul ciglio; chinato,

lei lo afferra alla vita sottile,

che giù nel gorgo perisca affogato.

"Laggiù affonda, laggiù uomo vile,

uomo perfido, gran sciagurato

che hai ucciso già sei fanciulle:

ma la settima ti ha ripagato!"

Poi montò sul suo bianco destriero,

a briglia sciolta correva correva

finché giunse al palazzo del padre,

che ancora l'alba non si scorgeva.

Il pappagallo dall'alto balcone

udì i suoi passi e le chiese accorato:

"Ti ha forse sviato un sinistro ribaldo

che così a lungo lontano hai indugiato?"

"Su, non ciarlare, mio bel pappagallo,

e il mio segreto non disvelare,

ti darò in cambio una gabbia dorata

e candido avorio su cui riposare."

Il padre svegliato lassù nella torre

udì il pappagallo e si sporse a guardare:

"Che cos'avrai mai, mio bel pappagallo,

che prima del giorno ti metti a parlare?"

"Un gatto è salito in cima alla gabbia

la vita soave voleva strapparmi.

La mia padroncina ho chiamato a gran voce

perché qui corresse a salvarmi".



Il Fantasma del Villino


 La storia di un'inattesa e bellissima amicizia tra Lisetta e Regina, una bambina ebrea che vive da rifugiata, di nascosto, in un villino. Dall'incontro iniziale tra le due bambine (con Lisetta che prende per fantasma Regina) al loro rapporto di complicità fino alla fuga in Svizzera, per salvare Regina dai fascisti.


"L'Ombra del Male" di Slaughter


 "L'Ombra del Male" è la storia drammatica e avvincente della lotta intrapresa da un coraggioso giornalista, Richard Jordan, contro una città del profondo Sud americano dominato dall'odio razziale e contro il suo segreto, un segreto che si trasforma in un incubo contrapponendo padre a figlio, medico a paziente. Su uno sfondo di crescente tensione, con un'indimenticabile galleria di personaggi, Jordan scopre una verità più terribile di quanto osasse pensare a una donna più desiderabile di quanto avesse mai sognato. Inviato nel Sud per "un servizio speciale". Il giornalista si trova alle prese con una realtà che, benché conosciuta, si rivela molto più ostile di quanto immaginato.

Padrone della città e dell'intero Stato, un miliardario deciso a tentare la scalata ai vertici del potere con qualsiasi mezzo, lecito o meno, scatena la folla contro i neri, Jordan deve rinunciare alla sua identità, trasformarsi in una specie di detective per cercare che sta dietro la facciata di rispettabilità e di ricchezza di Walter Case. A rischio della propria vita.




 

L'ultima Estate (Gaia Junior)

Maizon e Margaret sono amiche per la pelle, amiche come lo si può essere a undici anni. E se Maizon è, oltre che intelligente, anche prepotente e vivace, Margaret, più timida e tranquilla, felice di starle vicina e di camminare, cone lei per le strade di Brooklyn, nei caldi giorni d'estate. Ma all'improvviso tutto cambia: il padre di Margaret, gravemente malato, muore, e Maizon vince una borsa di studio per una scuola lontana ed esclusiva, dove dovrà scontare il fatto d'essere nera e fin troppo in gamba. L'estate è finita e non si può più tornare indietro, non si può cancellare il passato ed essere di nuovo bambine; quando le due amiche si ritrovano molte cose sono cambiare, compreso il loro modo di volersi bene.

Una storia delicata e semplice, che marra la vita di tutti i giorni in un quartiere della grande New York e ritrae, con straordinaria efficacia, un intenso rapporto di amicizia al femminile. 


Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/gaia-junior.html


Adamo ed Eva: analisi simbolica

Nota di Lunaria: onde evitare i soliti del mantra "Non è vero niente, te lo sei inventata tu!", metto le pagine da cui ho estratto i concetti.



Ad un livello profondo, la Bibbia non parla che dell'uomo interiore. Adamo non è un uomo davanti ad una donna, e non esiste Eva prima della caduta. Adamo è tutta l'umanità e ciascuno di noi, uomini e donne.

Al sesto giorno della creazione, Adamo viene creato "maschio e femmina". [...] Adamo è creato a immagine di Dio, cosa che non viene detta dell'animale.

[...] La parola "maschio", in ebraico, è la stessa che indica il verbo ricordare, "Zachor", e la parola "femmina", "nqevah" evoca un buco, un contenitore in cui la lettera qof è il conduttore del contenuto, ciò che lega l'increato al creato. (https://intervistemetal.blogspot.com/2018/04/israele-esoterico-2-alfabeto-e-spirito.html)

Nqevah è una matrice in cui il cordone ombelicale, il qof, lega le acque divine "che stanno in alto" al bambino divino, l'immagine di Dio di cui essa è carica nelle "acque che stanno in basso". Cosa significa questo? Che essere maschio significa ricordarsi dell'immagine di Dio nascosta nel profondo di se stessi, partendo alla conquista della propria femminilità interiore, dell'immensa riserva di energia che giace al fondo dell'essere, per penetrarla fino al nome divino che essa racchiude.

Io, donna, ad esempio, sono "maschio" se mi ricordo del nome che sono; se, nella potenza dello Spirito santo, faccio risorgere in me questa immagine di Dio e se la realizzo, tenendola in gestazione per i nove mesi di una gravidanza interiore che deve essere la mia vita, fino alla somiglianza.

E un uomo, è "femmina" quanto me attraverso questo grande mare (o madre) interiore, con o senza "d", che Jung ha evidenziato e che a lei tocca "sposare".

Passando dal primo al secondo capitolo della Genesi, si passa dal verbo "creare", "bara'", al verbo "fare", "assoh". Creare significa porre un'alterità, cioè mettere alla vista di Dio. [...] Quando Dio addormenta Adamo, pone davanti a lui la totalità di questo altro "lato" di lui, il suo potenziale incompiuto. [...] Ishah è quella con cui può raggiungere la somiglianza: quest'ultima, in ebraico "demah", è annunciata nel nome del sonno, "tardemah": questo sonno è un favoloso "risveglio"!

E Adamo così svegliato è Ish e Ishah.

Ishah è dunque l'altro lato, non l'estrazione di una costola, Ishah è uno dei suoi lati perché "tseleot" è il plurale di "tselah", "lato, costola" [...]

Quando il serpente tenta di sedurre Ishah, lei gli partecipi la proibizione di toccare il frutto dell'albero, mentre questa proibizione era stata fatta soltanto ad Adamo, prima ancora che lei "nascesse da lui". Lei era sempre stata una parte, un lato di Adamo, prima ancora che questa presenza apparisse alla luce del giorno.

Perché fu necessario che fosse Eva a cadere nella trappola?

Ishah era stata posta di fronte ad Adamo perché egli prendesse coscienza della propria femminilità, delle proprie potenzialità inconsce e le "sposasse".

Il serpente impedirà che questa unione si realizzi isolando Ishah, cioè rivolgendosi all'inconscio dell'uomo e soltanto ad esso.

[...]

Abbiamo appena parlato di Ishah, la sposa. Ma oggi la conosciamo esclusivamente sotto il nome di Eva, nome che si è caricato di una molteplicità di immagini controverse.

[...]

è dopo la caduta che Adamo chiama Eva così. La sposa di Adamo non ha mai rappresentato l'insieme delle donne, ma la femminilità interiore di Adamo, la sua femminilità "oggettivata" perché egli potesse prenderne coscienza.

La situazione dopo la caduta cambia radicalmente.

[...] Adamo, volendo chiamare Eva dal nome della "vita", proietta definitivamente sulla donna "esteriore" gli attributi della vita femminile in lui, che non ha saputo fare propri. 

Vita in ebraico si dice "Hayah" e Eva si dice "Hawah". Cosa avviene nel passaggio dall'uno all'altro vocabolo? La differenza consiste nella sostituzione della lettera yod, simbolo del nome divino, con la lettera vav, simbolo di uno stato animale, stato naturale che è nell'uomo ma che dovrebbe essere superato.

Questa designazione comporta una riduzione sia per Adamo sia per Eva: la donna Hawah viene ridotta alla femminilità biologica mentre Ishah era l'altro lato di Adamo, la sua femminilità interiore carica della sua essenziale maternità, quella che consiste per l'Adamo che ciascuno di noi è nel partorire se stesso, nel far nascere il proprio figlio interiore, cioè un essere pienamente realizzato.

[...] La yod di Hayah è scomparsa nel nome di Eva, e con essa il segreto della vocazione di Adamo alla sua maternità interiore.

[...] La maternità è realmente iscritta nel nome di Adamo. La prima e l'ultima lettera di quel nome, alef e mem, non sono altro che le due lettere che compongono la parola madre! Il nome della lettera centrale, dalet, significa "porta". Adamo è creato per nascere da se stesso e attraversare delle porte.

[e sulla condanna della donna, a Genesi, alla sottomissione e al dolore del parto] Ishah, in questo episodio, non è ancora Eva. Nel confessare a Dio che "il serpente l'ha sedotta", constata che si è lasciata "sposare" da Satana.

Ed è lui, il "nuovo sposo" di cui si parla quando Dio dice "Verso tuo marito si rivolgeranno i tuoi desideri, ed egli ti dominerà".

Prendere questa frase come annuncio della supremazia dell'uomo sulla donna significa fraintenderla completamente. Si parla invece di Satana.

Il nuovo sposo dell'uomo nella sua dimensione di Ishah, in altre parole, nel profondo del suo inconscio, è la forza propriamente satanica del possesso e del potere, degli oggetti di desiderio di cui cerchiamo di impadronirci e sui quali proiettiamo un assoluto... che avremmo dovuto attribuire soltanto all'Assoluto.

Quanto all'apparente condanna "partorirai nel dolore" si tratta del ritorno alla maternità ontologica, dunque, interiore: Dio in questo passo annuncia le conseguenze dolorose della scelta di Adamo, che Adamo stesso ha determinato e di cui soltanto lui - in quanto Ish e Ishah, è responsabile; ma nello stesso tempo è anche l'annuncio di un ritorno possibile a quelle norme ontologiche; doloroso, ma possibile!

PROVE:









  


"Le Ali Spezzate", "Gli Dei della Terra" e "I Segreti del Cuore" di Gibran

è è questo il primo e unico romanzo d'amore di Gibran che non esitò a definirlo una sorta di autobiografia spirituale, sebbene non abbia mai voluto riconoscersi esplicitamente nel protagonista della sua storia.

Il giovane perdutamente innamorato della bellissima Selma grazie alla quale apprende i segreti dell'amore. La passione che lega i due amanti è intensa e dolcissima, fatta di immensa gioia ma anche di infinito dolore: una passione impossibile, che si scontra disperatamente con i tabù della tradizione orientale e con le rigide convenzioni sociali che costringeranno Selma a sposare un altro uomo. 

Nel descrivere il tormentato percorso di questo sentimento, il poeta libanese lascia affondare con grazia la sua prosa magica e solenne tra le profondità e i misteri dell'esistenza umana trascinandoci nella sua incantata spiritualità.

***

Avevo diciotto anni quando l'amore mi aprì gli occhi con i suoi magici raggi e toccò il mio spirito per la prima volta con le sue dita infuocate, e Selma fu la prima donna che risvegliò il mio spirito con la sua bellezza e mi condusse nel giardino del nobile affetto, dove i giorni passano come sogni e le notti come cerimonie nuziali.

[...] Oggi, a distanza di molti anni, non mi è rimasto niente di quello splendido sogno eccetto ricordi dolorosi che mi frullano intorno come ali invisibili, colmano di dispiacere il profondo del mio cuore, e mi fanno venire le lacrime agli occhi; e la mia amata, splendida Selma, è morta, e niente rimane per commemorarla eccetto il mio cuore infranto e una tomba circondata di cipressi. Quella tomba e questo cuore sono tutto ciò che rimane a testimonianza di Selma.

Il silenzio che protegge le tombe non rivela il segreto di Dio nell'oscurità della bara, e il fruscìo dei rami le cui radici suggono gli elementi del corpo non racconta i misteri del sepolcro, ma i disperati sospiri del mio cuore annunciano ai viventi il dramma che rappresentarono l'amore, la bellezza e la morte.

O amici della mia giovinezza sparsi nella città di Beirut, quando passate per quel cimitero accanto alla foresta di pini, entratevi in silenzio e camminate lentamente, così che il calpestìo dei vostri piedi non disturbi il sonno dei morti; fermatevi con umiltà presso la tomba di Selma, salutate la terra che racchiude il suo corpo, pronunciate il mio nome con un profondo sospiro e dite a voi stessi: "Qui furono sepolte tutte le speranze di Gibran, che vive prigioniero dell'amore al di là del mare. In questo luogo egli perse la sua felicità, versò tutte le sue lacrime, e dimenticò il suo sorriso."

Presso quella tomba cresce il dolore di Gibran insieme ai cipressi, e su quella tomba ogni notte aleggia il suo spirito a commemorare Selma, unendosi ai rami degli alberi in doloroso lamento, compiangendo la dipartita di Selma, che ieri era una splendida armonia sulle labbra della vita e oggi è un muto segreto nel seno della terra.

O compagni della mia giovinezza! Vi supplico, nel nome di quelle vergini che i vostri cuori hanno amato, di deporre una corona di fiori sulla tomba abbandonata della mia amata, poiché i fiori che deponete sulla tomba di Selma sono come gocce di rugiada che cadono dagli occhi dell'alba sui petali di una rosa appassita.

 

La solitudine ha morbide mani di seta, ma con forti dita afferra il cuore e lo fa soffrire. La solitudine è l'alleata del dolore come pure una compagna di esaltazione spirituale.

L'anima del ragazzo sottoposta ai colpi del dolore è come un giglio bianco appena in boccio.

Trema di fronte alla brezza, apre il cuore allo spuntare del giorno e richiude i petali al giungere delle ombre notturne.

[...] Quel dolore era causato da una sofferenza interiore che mi fece amare la solitudine. Uccise in me l'inclinazione ai giochi e al divertimento. Mi tolse dalle spalle le ali della giovinezza e mi rese simile a uno stagno tra i monti che riflette sulla sua calma superficie le ombre dei fantasmi e i colori delle nubi e degli alberi, ma non trova uno sbocco per passare, cantando, nel mare.


Il profumo dei fiori si confondeva con la brezza quando entrammo nel giardino e ci sedemmo in silenzio su una panca accanto a un albero di gelsomino, ad ascoltare il respiro della natura addormentata, mentre nel cielo azzurro gli occhi di lassù assistevano al nostro dramma.

La luna spuntò dal Monte Sunnin e rischiarò la costa, le colline e i monti; e i villaggi che orlavano la valle sembrarono apparizioni improvvisamente evocate dal nulla. Si vedeva la bellezza di tutto il Libano sotto i raggi argentei della luna. [...] Quella notte vidi un Libano da sogno con gli occhi di un poeta.

Selma, con i raggi della luna che le splendevano sul volto, sul collo, e sulle braccia, sembrava una statua d'avorio scolpita dalle dita di un adoratore di Ishtar, dea della bellezza e dell'amore.


Quella notte, in cui ero rinato, ebbi l'impressione di vedere la morte in viso per la prima volta. Così il sole dà vita ai campi e li uccide col suo calore.


Selma si asciugò le lacrime e disse: "Vedi come il tempo ci ha cambiati! Vedi come il tempo ha cambiato il corso della nostra vita e ci ha abbandonati tra queste rovine. In questo luogo la primavera ci unì in un vincolo d'amore, e in questo luogo ci ha riuniti dinanzi al trono della morte. Come fu bella la primavera, e com'è terribile quest'inverno."




Quando cadde la notte della dodicesima èra,

e il silenzio, alta marea della notte, inghiottì le alture,

i tre Dei nati dalla terra, i Titani signori della vita,

apparvero sui monti.


[…]


Primo Dio: stanco è il mio spirito di tutto quanto esiste.

Non alzerei la mano né per creare un mondo 

né per distruggerlo.


Vorrei non vivere se solo potessi morire

giacché grava su di me il peso di tutte le ère,

e il gemito incessante dei mari mi toglie il sonno.

[…] Se solo potessi strappare la mia divinità dal suo intento

ed esalare la mia immortalità nell'immenso spazio,

e più non essere


[...]


Terzo Dio: Fratelli, miei augusti fratelli,

laggiù, nel boschetto di mirti,

una fanciulla danza alla luna;

ha mille stelle di rugiada tra i suoi capelli

e ha mille ali intorno ai suoi piedi


[…]


Primo Dio: oh, questa pena dell'incessante prescienza,

questa vigile cura del guidare il giorno al crepuscolo

e la notte all'aurora;

questa marea eterna del ricordare e dimenticare;

questo eterno seminar destini e non raccogliere che speranze;

quest'immutabile sollevarsi dell'io alla polvere a un confuso alone,

solo per desiderar la polvere e ricadere col desiderio nella polvere,

e poi con desiderio ancora più grande ricercare ancora quell'alone.



"Noi e voi"

Noi sospiriamo, e dai nostri sospiri

si leva il sussurro dei fiori, lo stormire 

delle foglie e il mormorio dei ruscelli.


"Il Poeta"

(...) A mezzanotte, i fantasmi delle epoche trascorse e gli spiriti delle civiltà dimenticate penetrano attraverso le crepe della grotta per venirmi a trovare… Io li fisso ed essi ricambiano il mio sguardo; io parlo di loro ed essi mi rispondono sorridendo. Poi tento di afferrarli, ma mi sgusciano tra le dita e svaniscono come la nebbia posata sul lago. Sono uno straniero in questo mondo, e non esiste nessuno nell'Universo che capisca la mia lingua. Bizzarri ricordi si formano all'improvviso nella mia mente e i miei occhi danno vita a curiose immagini e a tristi spettri. Cammino nelle praterie deserte, guardando il rapido dei ruscelli, su su dal profondo della valle fino alla vetta del monte; guardo gli alberi spogli fiorire, dar frutto e perdere le foglie in un istante, poi vedo i rami cadere e tramutarsi in serpenti screziati. (...) Sono straniero e rimarrò tale fino a che le ali bianche e amiche della Morte non mi riporteranno nel mio meraviglioso paese. 


"Le ceneri dei secoli e il fuoco eterno"

Era scesa la notte e dominava ovunque il silenzio, mentre la vita era assopita nella Città del Sole, e le lampade si spegnevano nelle case sparse intorno ai templi maestosi situati in mezzo agli ulivi e agli allori. La luna riversava i suoi raggi argentei sulle bianche colonne di marmo che si stagliavano come giganti nel silenzio della notte, facendo la guardia ai templi degli Dei e contemplando con perplessità le torri del Libano che si rizzavano sul fronte delle colline lontane. (...) Trascorsero i secoli, calpestando con piedi invisibili le effimere imprese delle civiltà. La dea dell'Amore e della Bellezza aveva lasciato il Paese, e il suo posto fu preso da una Dea strana e volubile, che distrusse i magnifici templi della Città del Sole e ne demolì gli splendidi palazzi. I floridi frutteti e i fertili campi rimanevano incolti e non restavano che rovine a ricordare alle anime dolenti i fantasmi di ieri, a ripetere agli spiriti afflitti l'eco degli inni di lode. (...) Venne la mezzanotte e, nei profondi solchi scavati dalle tenebre, il cielo gettò i semi del giorno successivo. Gli occhi di Alì erano stanchi dei fantasmi della veglia e la sua mente non ne poteva più della processione di spettri che marciavano nell'orribile silenzio tra le mura distrutte.


"I Segreti del Cuore"

Un maestoso palazzo stava sotto le ali della notte silenziosa, come la Vita sta sotto il manto della Morte. Al suo interno, una fanciulla sedeva ad uno scrittoio d'avorio, col bel capo chino sulla morbida mano, come un giglio che, appassendo, si china sui suoi petali. Si guardò intorno, sentendosi come una misera prigioniera che cerca disperatamente di penetrare con lo sguardo attraverso le pareti della segreta, per vedere la Vita seguire la processione della Libertà. Le ore passavano come gli spiriti della notte, come una processione da cui si levasse il canto lamentoso del suo dolore, e la fanciulla si sentì al sicuro tra le lacrime versate in tormentata solitudine. (...)


da "L'incantevole Uri"

Dove mi conduci, o Incantevole Urì, 

e per quanto ancora dovrò seguirti

su questa irta strada, disseminata

di spine? Per quanto ancora le nostre

anime dolenti dovranno salire e discendere 

da questo sentiero tortuoso e roccioso?

(...)

Fermati, perché siamo giunti a 

quei terribile crocevia in cui

la Morte abbraccia la Vita.

 O Urì, porgimi orecchio! Ero libero

come gli uccelli ed esploravo le

valli e le foreste e volavo nel

vasto cielo. Al vespro mi posavo

sui rami degli alberi a meditare

sui templi e sui palazzi nelle città

delle Nubi Variopinte che il sole

erige al mattino e demolisce

prima del tramonto.

(...)


"Dietro la veste"

Rachel si destò a mezzanotte e fissò attenta qualcosa di invisibile nel cielo della sua camera. Udì una voce più lenitiva del mormorio della Vita e più triste del querulo richiamo dell'abisso, più tenue dello stormire d'ali bianche e più profonda del messaggio delle onde… In essa vibravano la speranza e la vanità, la gioia e l'infelicità, l'amore per la vita ma anche il desiderio di morte. Dunque Rachel chiuse gli occhi e sospirò profondamente, poi in un ansimo disse: "L'aurora è giunta sul limitare della valle; dovremmo andare incontro al sole." Le sue labbra socchiuse parevano riecheggiare una profonda ferita nell'anima.


Da "Morta è la mia gente" (scritta in esilio durante la carestia in Siria)

(...) Ma ahimè,

non sono una spiga di grano cresciuta 

nelle pianure della Siria, né un frutto

maturo nelle valli del Libano; è questa

la mia sciagura, questa la mia tacita

sventura, che porta umiliazioni dinanzi

all'anima mia e ai fantasmi della notte.

(...) Sì, ma la morte della mia gente

è una tacita accusa; è un delitto

concepito dalle menti di invisibili

serpenti…


"Il Corteggio"

(...) I gigli fatti son per la rugiada,

non per il veleno, né per il sangue versato dalla spada.


Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2021/05/il-profeta-di-kahlil-gibran.html

 

"Poteri Occulti" (Super Brividi)

Il giorno in cui compie 13 anni, Maggie va a festeggiare la ricorrenza al luna park con le sue tre migliori amiche ed entra nella tenda della chiromante per farsi leggere la mano. Non l'avesse mai fatto! La donna le dà un responso spaventoso che la turba profondamente. Inoltre, da quel momento, iniziano a verificarsi strani incidenti a diverse persone, ma sempre in presenza di Maggie; in un primo tempo sembrano inspiegabili o per lo meno, dovuti al caso, ma poi comincia a farsi strada un'ipotesi terribile... Maggie è una strega malefica? 




L'albero del Diavolo

Sotto il sole cocente di una torrida estate salentina, il commissario Santoro è alle prese con un nuovo, misterioso delitto su cui indagare: la morte del giovane Rosario, uno strano contadino che porta al polso un rolex e custodisce in banca un piccolo tesoro.

Una mattina il paesino di Borgolo si risveglia con la macabra presenza del corpo dell'uomo appeso all'albero del diavolo, un vecchio platano che secondo la leggenda popolare sarebbe il punto di ritrovo delle streghe durante ogni plenilunio. Se, come rivelano gli esami sul corpo, Rosario non si è suicidato, chi è stato a ucciderlo?

Fra superstizioni e bassezze tutte terrene, fra reticenze e segreti impenetrabili, un rompicapo che porterà il commissario a indagare nei meandri del vizio e della corruzione.



''Il Calore del Sangue'' di Irène Némirovsky

In questo breve ma densissimo romanzo Irène Némirovsky punta il suo sguardo acuminato non già sull'ambiente dell'alta borghesia ebraica in cui è cresciuta né su quello dei ghetti d'Europa orientale, bensì sull'angusto gretto mondo della provincia francese.

Il quadro è, in apparenza, di quieta, finanché un po' scialba agiatezza campagnola: la figlia di due ricchi proprietari terrieri sta per sposare l'erede di un'altra famiglia in tutto e per tutto simile, un bravo ragazzo, come si dice, innamorato e devoto. 

Eppure, bastano poche note stridenti (che l'Autrice è abilissima ad instaurare fin dalle prime pagine) per farci intuire che dietro la compatta, liscia superficie di perfetta felicità agreste, in cui sembra che ogni sentimento si sia come pietrificato, si spalancano voragini insospettate: nessuno, insomma, è al riparo dalla passione, dalla violenza, persino dal delitto, quando è infiammato dal "calore del sangue".

Con la consueta scioltezza narrativa, e la soave crudeltà che le è propria, la Némirovsky ci fa assistere a un lancinante dramma familiare nel corso del quale vedremo, a una a una, cadere tutte le maschere.