La Via Emilia e la Strada per Lodivecchio: Melegnano, Occhiò, Sesto Ulteriano

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LA VIA EMILIA

Cronologicamente, nel III secolo a.C, i Romani avevano già varcato il fiume Po. Gli Insubri furono assoggettati come alleati e furono domati nel 194 a.C. Scomparvero nel 49 a.C, ottenendo la cittadinanza romana e romanizzandosi. Il mondo romano era caratterizzato dalla completezza delle reti stradali: la strada romana nasceva da un concetto strategico, militare. L'arrivo dei Romani nell'Italia del Nord determinò la costruzione di strade: la più importante fu la comunicazione tra Roma e il Nord, la Via Flaminia, che partiva da Roma e attraversava l'Etruria, l'Umbria, il Piceno, proseguendo per Pesaro e Rimini, dove iniziava la Via Emilia: partiva da Ariminum (Rimini) con un percorso attraverso Cesena, Forli (Forum Livii), Imola (Castrum Cornelii), Bologna (Bononia), Modena (Mutina), Reggio (Regium Lepidi) Parma, Fidenza (Fidentia), Piacenza (Placentia) Nel corso del tempo fu tracciato il suo prolungamento fino a Milano. Circa due secoli dopo, ai tempi di Augusto, furono istituite sulle grandi vie le stazioni per il cambio dei cavalli, detti "Mutationes" e le stazioni per poter rimanere qualche giorno, dette Mansiones (posti di permanenza).

L'ORIGINE DEL NOME MELEGNANO

Probabilmente il nome "Milium nonum", di origine latina, potrebbe aver creato, nel corso dei secoli, il nome storico di Melegnano, che nel Medioevo era chiamato Meloniano e Meleoniano, forme coniate direttamente da "Milium nonum". I primi storiografi melegnanesi, Coldani (1700) e Saresani (1800) cercavano motivi leggendari per le origini di Melegnano. Secondo Coldani, Malegnano in origine si chiamava "Gnano", era stata fondata da Noè, italianizzato Gnano, ritenuto da Coldani il primo re d'Italia. Secondo Coldani il nome Gnano si conservò fino alle persecuzioni cristiane, quando la matrona lodigiana Savina (nata nel 260, morta nel 311) riuscì a portare a Milano i corpi dei martiri Nabore e Felice, decapitati. Mentre passava sul ponte del Lambro, i dazieri militari romani le intimarono di dichiarare cosa contenesse la botte nella quale aveva messo i corpi dei martiri. Savina rispose che la botte conteneva del miele, come fu accertato dai dazieri, che non si accorsero del miracolo delle ossa e delle carni dei martiri trasformati in miele. Quando Savina, volendo convertirli, li invitò a guardare una seconda volta, videro le ossa e i corpi, e stupiti, rimasero attoniti. Così, con questo miracolo, Savina li convinse a seguire il cristianesimo e ad unirsi a lei nel viaggio verso Milano. Si dice che Savina sia morta a Milano "Ad Sepulcra Sanctorum Naboris et Felicis Martirum Orans", cioè mentre pregava presso il sepolcro dei santi martiri Nabore e Felice. Fu sepolta nello stesso luogo e poi trasportata nella basilica ambrosiana. Il suo sepolcro era oggetto di pellegrinaggi e avvennero delle guarigioni: nel 1640 una donna di Lodi affetta da emorragie, Livia Eufemia Torniella Cadamosti, fece voto a Santa Savina per guarire e quando la donna guarì fece erigere una lapide sul sepolcro con l'iscrizione "Sanctae Savinae Laudensi Matronae, quae sanctos Naborem et Felicem huc a Martyrio per melifluum ostensum Christi apis operosa transvexit, ubi orans in eorum gloriam concessit, Livia Euphemia Torniella Cademusta, matrona laudensis in acerbo stomachi cruciatu opem consecuta votum solvit, anno MDCXL", "A santa Savina, matrona di Lodi che, come un'ape operosa di Cristo, trasportò qui i santi Nabore e Felice, riuscendo a far vedere che erano miele; e qui, glorifica in preghiera Livia Eufemia Torniella Cadamosti, matrona di lodi, essendo guarita da un terribile mal di stomaco, sciolse il suo voto, l'anno 1640." E dalla congiunzione di "Miele" e "Gnano" secondo Coldani, deriva il nome Melegnano: Mele-Gnano. Melegnano o Marignano? Ecco il dilemma che si è dibattuto per secoli. Secondo la toponomastica, il nome Melegnano sarebbe stato, nel periodo romano, "Marinianus", che deriverebbe dalla famiglia dei Marinius; Carpiano deriverebbe da Carpius e Calvenzano da Calventius; Sarmazzano da Sarmatius, Pedriano da Petreius e Balbiano da Balbus.

Nota di Lunaria: a Pedriano ho scoperto una cappella abbandonata piena di ex voto  https://fotoantichelombardia.blogspot.com/2022/10/camporgnano-maderniano-san-martino.html

Se fosse così (per il momento restano delle supposizioni senza documentazione di base), le famiglie che hanno dato il nome storico ai paesi citati, si potrebbe asserire che nel periodo romano la vita melegnanese e nei dintorni fosse organizzata in fondi rustici. Saresani invece riteneva che il nome Gnano derivasse dal dio Giano. Si dice che fu San Giulio a erigere a Melegnano la prima cappella dedicata a San Giovanni. Infine, in dialetto Melegnano diventa Meregnàn, termine di tarda età, quando il latino parlato popolare si scindeva in dialetti locali, e la lettera L in MeLegnano diventò una R nel dialetto, come il nome Caleppio (paese). Probabilmente la zona più antica di Melegnano era l'attuale via Frisi (Nota di Lunaria: dove era presente anche la Madonnina, che purtroppo è stata coperta con delle assi di legno da molti mesi... Purtroppo è stata coperta, anche se scrivendo alla pro loco mi hanno detto che stanno cercando soluzioni.) dove le prime costruzioni erano state edificate con sporgenze di sasso vivo; tutto il livello della strada conduce al ponte, anticamente incominciava a scendere dalle vicinanze del castello, e tanto più si andava verso il fiume, tanto più il terreno si abbassava. Per questo era chiamata "la contrada del basso". Anche Vizzolo probabilmente era di origine romana perché nel 1957 furono rinvenute parecchie monete romane dell'epoca di Valeriano e Gallieno. Il nome Vizzolo deriverebbe da Vicus (nel Medioevo si trova "Vicus Gazolus") cioè "villaggio, rione, strada, villa, podere"

LA STRADA PER LODIVECCHIO

La strada per Lodi fu attiva fino alla metà del 1200 e poi, dopo la fondazione di Lodi nuova nel 1158 per opera del Barbarossa lasciata in disuso. Da Lodivecchio la strada partiva dalla porta milanese e percorreva un rettifilo ancora oggi visibile e che è una strada provinciale, poi piega a nord e continua fino alla località Cascina Codazza, proseguendo arrivando ai confini di San Zenone. Poi passava attraverso la campagna di Sordio (per locum Surdi, per medium Surdi, per medium locum de Surdi) e quindi arrivava a Melegnano, nel luogo detto Itinerario Burdigalense, "ad IX", cioè al nono miglio. Il tratto da Sordio e Melegnano (https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/melegnano-bellissime-foto-e-cartoline.html) fu distrutto: Lodivecchio fu così isolata. Dove sorgesse in Melegnano l'edificio della Mutatio ad IX, non lo sappiamo, però due posti sono probabili: la Casa Bigioggero al ponte del Lambro dove sulle grondaie spiccano due cavallini e la Rampina, appena fuori Melegnano, sulla Via Emilia, nel comune di San Giuliano Milanese.

Melegnano, la zona del Lambro in via Frisi













San Giuliano Milanese, Rocca Brivio



Nel 830 comincia a comparire il nome di Melegnano come "Meloniano". Sul tratto di orizzonte romano da Melegnano a Milano si trovano Occhiò e Sesto Ulteriano: Occhiò era l'ottavo miglio da Milano, e Sesto Ulteriano era Sextum ultra ianuas, sesto miglio fuori le mura; vi è anche Sesto Gallo, una cascina a nord di San Giuliano che avrebbe il suo nome attuale dell'indicazione romana geografica sextum milium. Meloniano deriverebbe da Milium Nonum. 

Troviamo notizie di Occhiò per la prima volta in un documento del 3 giugno 823 nella chiesa di S. Martino a Carpiano, trattante delle permute di terreni. Tra i testimoni presenti a quell'atto figura un certo Odeperto de Octabo (Occhiò)

Un'altra segnalazione dell'esistenza di un centro chiamato Occhiò ci viene dall'elenco scritto da Bussero nel XIII secolo, dedicati a S. Giovanni e Paolo e Santa Maria.

Il secondo si riferisce alla chiesa esistente presso il fabbricato della Follazza di Occhiò.

Nel documento di frate Goffredo è scritto "In plebe Sancti Iuliani in loco Ucloe ecclesia Sanctorum Iohannis et Pauli (...) In plebi Sancti Iuliani in loco Ucloe ecclesia Sancte Maria"

Questo ci porta ad alcune riflessioni, prima fra tutte quella del nome: Occhio!

Deriva del limes posto al VIII miglio della via Romana, in corrispondenza del quale, come voleva il sistema di centurizzazione latino, si dipartiva un sentiero campestre che conduceva alla località che oggi chiamiamo Occhiò.

Il nome ebbe diverse trasformazioni: Veloé, Vigloé, Oggiò fino ad Occhiò, tutte derivanti da un unico ceppo onomastico: Octavium.

Il territorio di Occhiò fu quasi tutto di proprietà ecclesiastica.

Oggi esiste ben poco del grosso borgo rurale che fu Occhiò: sono scomparse le case dei Mariani, un rudere, la sua antica chiesa, la cooperativa che ha chiuso i battenti per mancanza di clienti, la scuola, chiusa nel 1959.


















Il Tappeto da Preghiera di Carne (classico dell'Eros cinese)

Ho finito di leggere questo paradossale (molto divertente, a tratti) romanzo erotico cinese, scritto nel 1657, che mi ha persino stupito. Di base, è incentrato sulle peripezie di un libertino e incredibilmente, l'autore si sofferma a descrivere il piacere femminile, e considerato quanto fosse patriarcale l'antica Cina... nel romanzo, troviamo donne anche intraprendenti, e probabilmente non escludo che alcune scene siano delle descrizioni veritiere della condizione femminile del tempo, che era decisamente migliorata rispetto alle dinastie precedenti. Il libro però suscitò scandalo e venne sequestrato.

Notevole, proprio per il suo essere comico e surreale, anche nel fare la parodia del pensiero buddhista e confuciano (che di tanto in tanto viene menzionato dall'autore)

Lo consiglierei agli amanti dei romanzi erotici, specie se ne vogliono uno un po' stravagante (il turpiloquio è praticamente assente e di tanto in tanto l'autore descrive scenette con tocchi stile "poesia cinese", chiamando le parti intime con nomi di fiori)

è stato interessante mettere a confronto l'eros orientale con quello occidentale dei nostri classici! Devo dire che anche se al primo posto continuo a mettere i nostri classici dell'Eros, questo lo metterei comunque in una classifica di romanzi consigliati.




"La Bella Addormentata" di Anne Rice (romanzo erotico)


Nella versione popolare di questa notissima fiaba, un incantesimo crudele tiene la vita di una principessa eternamente in sospeso alle soglie dell'età adulta. Paralizzata da un sonno secolare, priva di coscienza e volontà, la bella attende che un giovane nobile e coraggioso giunga fino a lei e, con un bacio, spezzi il maleficio liberandola dal torpore della fanciullezza. Da questo finale "aperto" prende spunto l'Autrice, per immaginare il seguito: Bella viene svegliata con il bacio dal Principe, che la deflora. Condotta nel suo regno, sarà schiavizzata, ritrovandosi segregata nel castello insieme ad altre principesse e principi, e proverà flagellazioni e rapporti sessuali sadomasochisti dal Principe, dalla Regina sua madre e dai dignitari di corte.


Commento di Lunaria: romanzo erotico interessante oltre che originale, per la scenografia "fiabesca medievaleggiante" e anche molto più spinto di "Storia di O", ma 252 pagine con descrizioni esasperanti di frustate che si ripetono di continuo ad un certo punto fanno l'effetto "ridondante". Ci sono diverse scene abbastanza disturbanti (del resto il racconto si apre con uno stupro, visto che il Principe deflora Bella mentre lei è ancora addormentata) e verso la fine compare anche il masochismo maschile e torture anali nei confronti del principe Alessio (verso cui Bella si sentirà attratta). C'è da dire che tutti i personaggi coinvolti sono sempre consenzienti, ed è proprio questo che fa "l'effetto straniante", visto che il lettore si aspetterebbe di vedere le "vittime" ribellarsi e scappare. Invece no, esattamente come O in "Storia di O" anche Bella è sempre consenziente (e a differenza di "Storia di O" dove non comparivano orgasmi né eccitazione esplicita, Bella è sempre eccitata nel subire le angherie) 


Trattasi di una trilogia, ma non so se in Italia siano stati tradotti anche gli altri due volumi.


Leopold von Sacher-Masoch

in versione aggiornata (😁)


Leopold von Sacher-Masoch nacque nel 1835 a Lemberg, in Galizia. Il nome di questo scrittore fu scelto da Krafft-Ebing per denominare una perversione sessuale, il masochismo. In realtà, Sacher-Masoch fu autore di romanzi storici e di cicli basati sui problemi delle minoranze etniche e sulle donne dominatrici. 

Il primo successo fu "La donna divorziata" (1870); i racconti "L'amore crudele" sono tra i punti più caratteristici della sua produzione. Prendendo spunto da episodi storici, introduce la sua vena di crudeltà e morbosità.

Qualche stralcio, per dare l'idea...

Da "La Zarina Nera": "Sopra la città di Halyts, in Galizia, in cima ai monti che, costeggiando il Dniester, si stendono da sua a est, si ergono le maestose rovine dell'antico castello degli zar. (...) Al tempo in cui si svolse questa vicenda, però, le mura si drizzavano ancora minacciose nel cielo rosso della sera e i muri del palazzo scintillavano nel luccichio del loro splendore orientale. Il grande zar Wladimiro è adagiato ai piedi della sua schiava. La finestra è aperta e la sua grande arcata inquadra il paesaggio invernale in una sontuosa cornice. (...) Le torri isolate di alcuni nobili boiardi emergono come pennoni bluastri; piccoli villaggi sembrano tronchi d'alberi frastagliati e, nel lontano crepuscolo, la cupa linea della selva montuosa spicca sulle nuvole bianche. (...) La bella schiava, sdraiata sui morbidi cuscini, si crogiola dolcemente. Uno dei suoi piedi si appoggia, come su uno sgabello, sul padrone coricato. (...) "T'ho fatto dispiacere, sovrana mia?" "Non chiamarmi sovrana". "Non lo sei, forse? Il più grande degli zar, che comanda milioni di sudditi, davanti al quale gli imperatori di Bisanzio tremano sui loro troni d'oro, non è forse uno schiavo ai tuoi piedi? (...) Non t'amo più del mio dio, forse? A lui offro incenso, fiori, oro e terre. A te offro me stesso. Tu appoggi i piedi su di me come su uno sgabello. Non sono forse tuo?" (...) Per un istante il suo sguardo restò fisso e sperduto. Poi, scuotendo la testa: "Niente", ripeté. "Il sole saluta in me la sovrana. Wladimiro, mio schiavo, in ginocchio!" Lo zar obbedì. "Baciami il piede." E gli tese il piedino nudo, dalle forme pure e bianco come il marmo. Lo zar, estasiato, vi premette le labbra tumide. (...) "Voglio avere l'aspetto di una regina", ordinò lei, "vestita d'ermellino." (...) "E se ti prendessi in parola una seconda volta? Se volessi constatare fin dove arriva il tuo amore? Se ti facessi frustare come uno schiavo, torturare, uccidere? Mi invocheresti, morendo, come un martire il suo dio? Lo zar chinò la testa in silenzio." (...) "Alti dignitari del mio impero", disse lo zar, "nobili boiardi, fedeli servitori della mia casa, ascoltate qual è oggi la mia volontà. Dal sorgere del sole fino al tramonto, rinuncio alla mia sovranità su voi e sull'impero, la rimetto nelle mani di Narda, la mia schiava qui presente. (...) Io, il grande zar, per oggi sono io stesso il suo schiavo e le rendo omaggio in ginocchio." (...) Rimboccando la manica della pelliccia, ella sferzò lo zar in piena faccia [con lo staffile]. (...) "Regna", egli disse. "sarò tuo schiavo". (...) "No", diss'ella ridendo, "sarebbe pericoloso (...) bisogna che cada la tua testa, se io devo regnare, e regnare io voglio. (...) Faccio ciò che voglio. Inebriati della mia crudeltà e della voluttà di morire per mano mia." (...) Tigris [la boia] afferrò con la sinistra i bei capelli ricci dello zar, e, d'un sol colpo, gli troncò la testa. Il sangue si sparse sull'ermellino."

Da "Acqua di gioventù": "Tu sai quanto piacere io provi nell'essere crudele. (...) Un giorno in cui facevo decapitare un contadino ribelle, stavo accanto a lui mentre gli tagliavano il collo e il suo sangue mi schizzò sulle mani. Poco tempo appresso, feci la sorprendente scoperta che le rughe ne erano completamente scomparse. (...) Quando un altro delinquente fu condannato a morte, feci colare il suo sangue in questa vasca e mi ci immersi. Un mese dopo, ero completamente ringiovanita. Da allora, ogni notte di luna piena mi immergo in un bagno di sangue umano"

Da "La Venere in Pelliccia":

"Tu non sei più il mio amante, sei il mio schiavo. Prova dunque cosa significa esser nelle mani di una donna. Imparerai a conoscere chi sono! Innanzi tutto assaggerai la frusta, e per davvero, senza che tu abbia commesso colpa alcuna, affinchè ti renda conto di quello che ti aspetta se ti mostrerai maldestro, disobbediente, o ribelle. In ginocchio!" Obbedii. In quello stesso istante Wanda mi colpì con un calcio. Poi si rimboccò lentamente le maniche della giacca di pelliccia e mi colpì sulla schiena. Mi contorsi, sentendo la frusta tagliarmi la carne come un coltello. "Ebbene, ti piace?" chiese Non risposi. "Aspetta un po', ti voglio sentire guaire come un cane sotto la frusta", mi dice minacciosa, e ricominciò a colpire. I colpi mi piovevano rapidi e fitti con una violenza spaventosa sulle spalle, sulle braccia, sulla nuca, e mi mordevo le labbra per non urlare. Poi mi colpì in viso, il sangue caldo prese a scorrere, ma lei rideva e seguitava a frustare." "E contorciti un po', urla, mugola, chiedi grazia. Sono il tuo ideale, ora? Sono Venere in pelliccia? Non ti aspettare nessuna pietà da me."  Continuò a colpirmi, crudele, implacabile, tremenda come un carnefice. Gemevo, pazzo di dolore, e al tempo stesso mi struggevo di voluttà ai suoi piedi. "Chiedi grazia!" m'ingiunse. "è tanto dolce soffrire per mano tua", mormorai. Rise, diabolica, e seguitò a frustare.

"Vieni da me, Gregor" Mi avvicino a quella splendida donna che mai come oggi mi è apparsa così seducente nella sua crudeltà, nel suo disprezzo.  "Ancora un passo" mi ordina "Inginocchiati e baciami il piede" Tende il piede sotto il bordo dell'abito di raso bianco e io, pazzo, vi premo le labbra mentre lei ride, trionfante.

Un ordine scritto. "Con la presente il mio schiavo viene convocato per ricevere ordini" Wanda.

Il mattino seguente, con il cuore in tumulto, scosto le portiere di damasco ed entro dalla mia Dea, nella camera da letto ancora immersa in una dolce penombra. "Sei tu, Gregor?" chiede lei, mentre io, im ginocchio davanti al caminetto, mi accingo ad accendere il fuoco. Un fremito m'assale al suono di quella voce amata. Ma non vedo la divina, che si cela, inavvicinabile, dietro i tendaggi del letto. "Sì, graziosa signora" rispondo. "Che ore sono?" "Le nove passate" "La colazione!" Corro a prenderla, e mi inginocchio davanti al letto con in mano il vassoio. "Ecco la colazione, mia signora"

In questo momento è così seducente, così conturbante, che mi sento ribollire il sangue e il vassoio della colazione comincia a tremare. Lei se ne accorge e fa l'atto di afferrare la frusta posata sul comodino. "Sei maldestro, schiavo" dice, aggrottando la fronte. Abbasso il vassoio a terra e tengo il vassoio fermo il più possibile, e lei fa colazione, sbadigliando e stirandosi voluttuosamente nella sua meravigliosa pelliccia.

Un album che a Sacher-Masoch sarebbe piaciuto moltissimo... 😁




Dante e il Femminile

Concetti tratti da

Pagine 82 e 83

Ci si potrebbe chiedere se l'amore di Dante e Beatrice non sia una sorta di via tantrica occidentale? Se fosse così, Dante ne sarebbe il massimo esponente. Anche l'Amor Cortese, la lirica provenzale, il Dolce Stil Novo, i Fedeli d'Amore della tradizione islamica potrebbero essere rilette con questa chiave di lettura. Molto interessante è anche il confronto con i Fedeli d'Amore e il concetto di anfibolia, che non contrappone l'amore umano a quello divino, essendo espressioni di una medesima Realtà. Uno dei più famosi poeti del Sufismo, 'Umar ibn al-Farid non usò il "Lui" (huwa) bensì il "Lei" (hiya) per riferirsi all'Essenza Divina (dhat, femminile in arabo) Secondo questa concezione, l'amore uomo-donna permette di contemplare il Divino in una creatura; il Principio Assoluto è inaccessibile e non può essere contemplato senza un supporto.

Pagina 102 

Citando Ibn Arabi, tutti i fattori che partecipano alla creazione sono femminili e l'intero processo della creazione è governato dal principio della femminilità. L'Essenza, Dhat, che è la fonte primaria di tutti gli esseri ha un nome femminile. La base principale dell'origine di ogni cosa si chiama Madre, Umm, perché questa è la radice da cui si originano tutti i rami. Anche nel Tao, la Via è la Madre delle diecimila cose. Il Senza Nome è il Principio del Cielo e della Terra. Il Nominato è la Madre di "diecimila esseri".

Pagine 103, 104 e 105

Anche il teologo Teilhard de Chardin fu ispirato dalla Beatrice dantesca. La radice dell'Eterno Femminino è Maria, tutta umana, tutta donna, ma anche cosmica e divina (Nota di Lunaria: questo NON è quello che dice la teologia cattolica. Maria non è considerata divina né divinizzata, visto che il solo Gesù Cristo è considerato Dio. Al massimo, a considerare Maria divinizzata\ipostatica nello Spirito Santo sono teologi come Boff, neanche in linea con quello che sostiene la chiesa cattolica) All'Eterno Femminino Teilhard dedicò un libro, incentrandosi su un "Abisso Amoroso Femminile": "Ab initio creata sum", "Sono apparsa fin dalle origini del mondo. Prima di tutti i secoli sono uscita dalle mani di Dio (...) In principio ero solo vapore ondeggiante (...) Per me si accede al cuore totale della creazione, sono la Porta della Terra (...) Più diventerò Donna, più diventerà immateriale e celeste la mia figura... in me l'anima tende a sublimare il Corpo, la Grazia a divinizzare l'anima. Posta fra Dio e la Terra, come un luogo di attrazione comune, io li faccio venire l'uno verso l'altro, appassionatamente (...) Io sono la Vergine Maria, madre di tutti gli esseri umani"

Nota di Lunaria: non ho letto quell'opera di de Chardin, ma probabilmente l'Autore aveva in mente anche la Shekinah tipica della Cabala.

Pagine 132 e 133

Nel canto XXIII del Paradiso, per paragonare le schiere trionfanti di Gesù e Maria, Dante fa riferimento a Ecate, e alla Triade Luna-Selene\Diana\Ecate:

"Quale ne' pleniluni sereni

Trivia ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni,

vid'i' sopra migliaia di lucerne

un sol che tutte quante l'accendea,

come fa 'l nostro le viste superne;

e per la viva luce trasparea

la lucente sustanza tanto chiara

nel viso mio, che non la sostenea."


è l'archetipo della Dea che integra la figura della Madre, della Vergine, della Strega. I volti della Dea sono innumerevoli, anche se assunti nel mistero abbagliante di Maria, con Gesù. (Nota di Lunaria: ovviamente questa NON è teologia cristiana e la chiesa rifiuterebbe totalmente una simile idea) Alla Trinità Maschile (Padre, Figlio, Spirito Santo) corrisponde una Trinità Femminile (Maria, Santa Lucia e Beatrice) e una Trinità Femminea (Proserpina\Matelda-Diana-Ecate  https://intervistemetal.blogspot.com/2023/12/le-tre-erinni-nella-divina-commedia.html ) (Nota di Lunaria: idem. Questa idea non è certamente teologia cattolica)

Pagina 166

Beatrice diventa simbolo disincarnato della Teologia, Mistica, Gnosi, Intelletto Agente, Angelo, Chiesa spirituale, [...] non solo figura storica (Bice di Folco Portinari), simboleggiando il mondo femminile.

Pagine 167, 168 e 169

Nella teologia della Commedia, il Cristo-Logos si manifesta anche come Sophia, come parte del femminile del divino, come incarnazione nella donna (...) in una donna storica, che sia Maria di Nazareth (https://intervistemetal.blogspot.com/2024/04/il-simbolismo-delle-nozze-di-cana-in.html) o Beatrice di Firenze.

Nel "Convivio", Dante definisce Maria "femmina veramente e figlia di Ioacchino e d'Adam", figlia del padre storico Gioacchino e dell'Adamo della Genesi. (...) La visione del mondo dantesca è tanto Cristocentrica quanto Sofiano\Marianocentrica. Due soggetti trascendentali, archetipici, fondativi, ma anche incarnati storicamente (Nota di Lunaria: non rappresenta la teologia cristiana, questo pensiero, ma solo quello di Dante o dell'interpretazione dei suoi testi. Sia chiaro.) Dante sembra recuperare certe coppie divine di altre religioni orientali (Shiva-Shakti, Shiva-Parvati) latenti e non espresse nel cristianesimo storico (Nota di Lunaria: non espresse proprio perché tutto il cristianesimo divinizza unicamente il maschile, e non anche il femminile)

(...) C'è da chiedersi se la teologia abbia esaurito il mistero trinitariano, virandolo tutto al maschile. (...) Dante pone al centro del suo viaggio una Trinità Femminile (Maria-Lucia-Beatrice). Lo Spirito Santo potrebbe essere il doppio femminile di Gesù, menzionato come "Il Consolatore" a Gv 16,7. (Nota di Lunaria: sì, però il Consolatore Spirito Santo menzionato in quel passo biblico NON è chiamato al femminile, eh. Anche se so che esistono cattolici che ritengono che lì si parli di Maria che "apparirà nelle mariofanie", Lourdes, Fatima ecc., sì però questa interpretazione al massimo vale solo per i cattolici, non per tutti i cristiani)

Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2023/12/commento-introduttivo-allinferno-di.html