"Il Ragno" (racconto horror)

Quando Richard Bracquemont, studente di medicina, decise di trasferirsi nella stanza n.7 del piccolo Hotel Stevens, al n.6 di rue Alfred Stevens, già tre persone, in tre venerdì successivi, s'erano impiccate al telaio della finestra di quella stanza.

Il primo era stato un viaggiatore di commercio svizzero. Il suo corpo non venne ritrovato fino a sabato sera, ma i medici stabilirono che la morte dovesse essere avvenuta tra le cinque e le sei del venerdì pomeriggio.

Il corpo era sospeso ad un robusto gancio che era stato conficcato nel telaio della finestra, e che di solito serviva per appendere gli abiti. La finestra era chiusa e l'uomo aveva utilizzato il cordone della tenda come fune. Siccome la finestra era piuttosto bassa, le sue gambe sfioravano il pavimento all'altezza del ginocchio.

Il suicida aveva dovuto di conseguenza esercitare una gran forza di volontà per portare a compimento la sua intenzione. Si venne poi a sapere che l'uomo era sposato ed era padre di cinque figli; che senza dubbio godeva di entrate regolari e piuttosto copiose; che aveva un temperamento allegro, ed era soddisfatto della sua vita.


Non venne trovato nulla, né nel testamento né in qualche altro scritto, che offrisse un qualche minimo indizio a spiegazione del suicidio, né lui aveva mai manifestato intenzioni di tal genere parlando con amici o conoscenti.


Il secondo caso non fu molto differente. L'artista Karl Krause, che lavorava nel vicino Circo come acrobata sulle due ruote, aveva affittato la camera n.7 due giorni dopo il primo suicidio. Quando egli non si presentò allo spettacolo il venerdì successivo, il manager del circo mandò un fattorino al piccolo hotel.


Il fattorino trovò la camera aperta e l'artista appesa al telaio della finestra, nelle medesime circostanze che già avevano caratterizzato il suicidio del viaggiatore di commercio svizzero.


Il secondo suicidio sembrava non meno sconcertante del primo; l'artista era assai popolare, guadagnava bene, aveva solo 35 anni e sembrava godersi la vita al massimo grado. Di nuovo non venne trovato nulla di scritto, né vi fu indizio alcuno che permettesse di risolvere il mistero. L'artista lasciava l'anziana madre, cui era solito inviare un appannaggio di trecento marchi il primo giorno d'ogni mese - unica fonte di reddito della donna.


Per Madame Dubonnet, che gestiva il piccolo ed economico hotel, la cui clientela era formata quasi esclusivamente dagli artisti delle vicende vaudevilles di Montmartre, questo secondo suicidio ebbe conseguenze dolorose. Già molti dei suoi ospiti s'erano trasferiti altrove e altri clienti abituali non si presentarono più. Fece allora appello al commissario della nona circoscrizione, che conosceva bene, ed egli promise di fare il possibile per aiutarla.


Per questo non solo si impegnò con notevole zelo nelle indagini volte a stabilire le ragioni di quei suicidi, ma mise a disposizione della donna un ufficiale di polizia, che si sarebbe trasferito nella misteriosa camera.


Fu il poliziotto Charles-Maria-Chaumié ad offrire volontariamente i suoi servigi per la soluzione del mistero. Vecchio "Marousine", arruolato per undici anni in marina, questo sergente aveva sorvegliato più d'un solitario avamposto a Tonchino e Annam, e aveva salutato più d'una improvvisata delegazione di pirati di fiume, che strisciavano furtivi come gatti nel buio della giungla, con un colpo di fucile di benvenuto. Di conseguenza, si sentiva ben equipaggiato per incontrare il "fantasma" di cui si spettegolava in rue Stevens. Si trasferì nella stanza la domenica sera e si coricò soddisfatto, dopo aver reso i dovuti onori al cibo e alle bevande che Madame Dubonnet gli aveva apparecchiato davanti.


Il mattino e la sera Chaumié faceva una breve visita alla stazione di polizia per fare rapporto. Durante i primi giorni, si limitò a comunicare nei suoi rapporti di non aver notato neppure la più piccola cosa che fuoriuscisse dall'ordinario. Ma il mercoledì sera annunciò che credeva di aver trovato un indizio. Richiesto di fornire maggiori dettagli, domandò a sua volta il permesso di non aggiungere altro, per il momento: disse di non essere certo che l'indizio che pensava di aver scoperto avesse qualcosa a che fare con i due suicidi.

Temeva di fare una figura ridicola, nel caso in cui si fosse trattato solo di un errore. Il giovedì sera parve insieme meno sicuro del giorno prima e decisamente più preoccupato. Ma di nuovo non fece alcun rapporto. Venerdì mattina sembrava eccitato: a metà fra il serio e il faceto, osservò che evidentemente la finestra doveva avere un forte potere d'attrazione. Nondimeno rimase ben fermo nella convinzione che quel fatto non avesse nulla a che fare con i suicidi, e che sarebbe stato solo preso in giro se avesse detto di più. Quella sera non si presentò alla stazione di polizia: lo trovarono più tardi, impiccato al gancio della finestra. 

Persino in quel caso le circostanze esterne, fino al più piccolo dettaglio, furono identiche a quelle riscontrate negli altri due suicidi: le gambe a sfiorare il pavimento, il cordone della finestra utilizzato come fune.

La finestra aveva il fermo, e la porta non era chiusa a chiave; la morte risaliva evidentemente alle sei del pomeriggio. La bocca del morto era spalancata e la lingua penzolava fuori.


In conseguenza di tale terzo suicidio nella camera n.7, tutti gli ospiti lasciarono l'Hotel Stevens nel medesimo giorno, ad eccezione dell'insegnante universitario di tedesco della camera n.16 che sfruttò l'occasione per farsi diminuire la pigione di un terzo. 


Fu ben magra consolazione per Madame Dubonnet che Mary Garden, la famosa star dell'Opéra Comique, si presentasse qualche giorno dopo sulla sua Renault per comprare il cordone rosso della tenda, per una cifra che la padrona dell'hotel fissò in duecento franchi. Naturalmente lei aveva due buone ragioni per comprare il cordone: innanzitutto, le avrebbe portato fortuna; in secondo luogo... be', sarebbe finita sui giornali.


Se tali accadimenti si fossero verificati in estate, diciamo in luglio o agosto, Madame Dubonnet avrebbe potuto pretendere tre volte tanto per quel cordone; in quell'epoca dell'anno i giornali avrebbero riempito colonne su colonne con quel caso per intere settimane. Ma in quel poco propizio momento, con le elezioni, i disordini nei Balcani, un crack bancario a New York, la visita dei regnanti d'Inghilterra, be', come avrebbe potuto un semplice caso di suicidio, trovar spazio su un giornale? Il risultato fu che il mistero di rue Alfred Stevens ottenne meno attenzione di quanta non ne meritasse, e le notizie che ne apparvero sui giornali furono assai concise e sommarie, limitandosi perlopiù a ripetere praticamente i rapporti di polizia, senza esasperazione alcuna.


Furono dunque tali rapporti a costituire l'unica base di conoscenza del mistero a disposizione dello studente di medicina Richard Bracquemont. Egli non apprese nessuno di quei dettagli all'apparenza così incongrui che né il commissario, né alcun altro testimone aveva menzionato ai giornalisti.


Solo in seguito, dopo l'avventura vissuta dallo studente nella stanza, venne ricordato quest'ultimo particolare: quando la polizia aveva tirato giù dal telaio della finestra il corpo del sergente Charles-Maria Chaumié, un grande ragno bianco era strisciato fuori dalla bocca del cadavere.

L'inserviente l'aveva fatto cadere con un colpo esclamando: "Puah! Un'altra di quelle bestiacce!"

Nel corso della successiva autopsia - cioè quella relativa a Bracquemont - l'inserviente raccontò che quando avevano tirato giù il corpo del viaggiatore di commercio svizzero un ragno simile era stato visto strisciare sulle sue spalle. Ma di tutto ciò Richard Bracquemont non sapeva nulla.


Il suo soggiorno nella camera n.7 ebbe inizio solo due settimane dopo l'ultimo suicidio, una domenica. Egli ebbe cura di annotare con precisione la sua esperienza in un diario.



DIARIO DI RICHARD BRACQUEMONT, STUDENTE DI MEDICINA


Lunedì 28 febbraio.


Mi sono trasferito qui ieri sera. Ho disfatto le mie due valigie, ho messo in ordine alcune cose e sono andato a letto.

Ho dormito magnificamente: l'orologio batteva le nove quando un colpo alla porta mi ha svegliato. Era l'affittacamere che mi portava di persone la colazione. Mi riservava evidentemente un'attenzione particolare, a giustificare dalle uova, dal prosciutto e dal superbo caffè che m'aveva portato. Mi sono lavato e vestito, poi ho controllato l'inserviente che rifaceva la mia camera.

Fumavo la pipa mentre lui lavorava.

Dunque, eccomi qui. So bene che questa faccenda è pericolosa, e so anche che farò la mia fortuna se riuscirò a risolvere il mistero.  

E se una volta Parigi valeva bene una messa - difficile, oggi come oggi, acquistarla così a buon mercato - forse adesso vale la pena di rischiare a quel fine la mia piccola vita. è la mia chance, e intendo ricavarne il massimo.

Quanto a questo, molti altri avevano contemplato tale possibilità. Non meno di ventisette persone hanno tentato, chi tramite la polizia, chi tramite l'albergatrice, di ottenere le camere in affitto. Tre di loro erano donne. Per cui c'erano rivali a sufficienza, probabilmente tutti poveri diavoli come me.

Ma io, io l'ho avuta vinta! Perché? Oh be', probabilmente sono stato l'unico a prospettare una "soluzione" alla polizia. Bella soluzione! Naturalmente non era che un bluff.

Anche queste note, com'è ovvio, sono indirizzate alla polizia. E mi diverte notevolmente raccontare a questi gentiluomini, proprio in apertura, che da parte mia non è stato altro che un trucco. Se il commissario è una persona giudiziosa dirà: "Mmmmm... solo perché sapevo che ci stava ingannando gli ho concesso la massima fiducia."

Ma, in fin dei conti, non mi interessa quello che dirà il commissario. Ciò che importa è che ora sono qui. E mi sembra di buon auspicio aver cominciato la mia fatica con uno splendido inganno nei confronti dell'autorità di polizia.


Naturalmente come prima cosa avevo fatto domanda a Madame Dubonnet, ma lei mi aveva detto di rivolgermi alla polizia. Mi sono recato alla stazione ogni giorno per una settimana, e il tutto solo per essere informato che "la mia domanda veniva valutata" e per sentirmi dire di tornare il giorno dopo. Molti dei miei rivali avevano da parecchio gettato la spugna; probabilmente avevano trovato un modo migliore di utilizzare il loro tempo, piuttosto che trascorrere ore e ore di attesa nella decrepita stazione di polizia.

Ma pareva che il commissario fosse proprio irritato per la mia perseveranza, tanto che infine mi disse a bruciapelo che sarebbe stato inutile fossi tornato un'altra volta.

Era molto grato a me e a tutti gli altri volontari per le nostre buone intenzioni, ma la polizia non poteva utilizzare dei "dilettanti". A meno che io non avessi elaborato un preciso piano d'azione...


Naturalmente gli dissi che avevo in mente una certa strategia. Non l'avevo pronta, né avrei saputo spiegarla a parole, ma gli feci questa proposta: gli avrei esposto il mio piano - che era buono, ma pericoloso, e forse avrebbe portato il medesimo esito delle indagini del sergente di polizia - solo nel caso in cui lui mi avesse dato la sua parola d'onore che era pronto a metterlo in pratica. Egli mi ringraziò, ma disse che purtroppo non aveva tempo per cose simili. Mi resi però conto che stavo per aver la meglio su di lui quando mi chiese se non potevo fornirgli almeno qualche dettaglio relativo alla mia linea d'azione.

Mi affrettai ad accontentarlo. Gli raccontai le più solenni sciocchezze, roba di cui io stesso fino a qualche secondo prima non potevo vantare la minima conoscenza.

Non saprei neppure ora dire da dove mi sia arrivata questa insolita, ma assai opportuna, ispirazione. Gli dissi che fra tutte le ore della settimana ve n'era una dotata di un particolare significato.

Era l'ora in cui Cristo lasciava il sepolcro per scendere all'inferno, la sesta ora del pomeriggio dell'ultimo giorno della settimana ebraica.

E poteva essere degno di considerazione, continuai, il fatto che proprio fra le cinque e le sei del venerdì pomeriggio avessero avuto lungo i tre suicidi. Conclusi che per il momento non potevo aggiungere altro, e lo rimandai al Libro dell'Apocalisse di San Giovanni.


Il commissario tenne un'espressione saggia, come se avesse capito tutto, mi ringraziò e mi chiese di ritornare quella sera stessa. Mi presentai al suo ufficio esattamente nell'ora stabilita, e vidi una copia del Nuovo Testamento poggiata sul tavolo davanti a lui. Io, ovviamente, avevo fatto esattamente la stessa cosa del commissario: mi ero letto l'Apocalisse da cima a fondo, e... non ne avevo compreso una parola. Forse il commissario era più intelligente di me: mi disse che, malgrado i miei vaghi accenni, aveva compreso cosa avessi in mente. Aggiunse che era pronto ad approvare la mia richiesta e ad aiutarmi in ogni maniera possibile.


Devo ammettere che il commissario mi è stato proprio di grande aiuto. Si è messo d'accordo con l'albergatrice in modo tale da permettermi di godere ogni agio ed ogni comfort offerto dall'hotel senza spendere neanche un penny. Mi ha dato uno stupendo revolver e una pipa della polizia.


Il poliziotto in servizio ha l'ordine di passare per rue Alfred Stevens con la maggior frequenza possibile, e di fare immediata irruzione nella camera ad un segnale convenuto.

Ma la cosa più importante è stata l'installazione di un apparecchio telefonico collegato direttamente con la stazione di polizia.

Siccome essa dista non più di dieci minuti di cammino dall'hotel, io sono in grado di avere ogni aiuto possibile immediatamente. Con tutto ciò, non vedo di cosa dovrei preoccuparmi...



Martedì 1 Marzo


Non è accaduto nulla, né ieri né oggi. Madame Dubonnet mi ha portato il cordone della tenda di un'altra stanza - sa il Cielo quante di esse sono vacanti. 

Comunque, sembra che lei utilizzi ogni pretesto possibile per venire nella mia stanza: e ogni volta mi porta qualcosa.

Mi ha di nuovo raccontato ogni dettaglio relativo ai suicidi, ma non ho scoperto nulla di nuovo. Per ciò che riguarda le cause di quelle morti, la donna ha una sua personale teoria. Quanto all'artista, lei pensa che abbia avuto una infelice storia d'amore: quando era stato suo ospite l'anno precedente, aveva ricevuto frequenti visite da parte di una giovane donna che quell'anno non si era fatto più rivedere. Ammise di non poter azzardare alcunché sul suicidio del viaggiatore di commercio svizzero, ma d'altra parte uno non può certo comprendere tutto. 

In ogni caso, non aveva dubbi che il sergente si fosse ucciso solo per contrariarla.

Devo dire che le spiegazioni di Madame Dubonnet sono piuttosto insoddisfacenti. Ma preferisco lasciarla parlare: mi aiuta a vincere la noia.



Giovedì 3 marzo


Ancora nulla. Il commissario mi telefona molte volte al giorno, e io gli dico che ogni cosa procede in modo perfetto. Evidentemente questa notizia non lo soddisfa molto. Ho tirato fuori i miei libri di medicina e ho cominciato a lavorare. In questo modo almeno ricaverò qualcosa dal mio volontario esilio.


 

Venerdì 4 marzo, 2 p.m


Una cena magnifica. Madame Dubonnet mi ha portato, insieme con le cibarie, una mezza bottiglia di champagne. è quel tipo di desinare che ottieni prima della tua esecuzione. Già mi considera molto per tre quarti, la donna. Prima di congedarsi si è messa a piangere e mi ha supplicato di andarmene con lei. Evidentemente teme che anch'io possa impiccarmi "solo per contrariarla".

Ho esaminato il cordone nuovo con grande attenzione. Così io dovrei impiccarmi con quell'affare? Be', non posso dire di averne una gran voglia. Il cordone è ruvido e duro, e se ne potrebbe fare un cappio solo con gran difficoltà, bisognerebbe essere potentemente determinati per imitare l'esempio degli altri tre suicidi, e per fare un buon lavoro. Ora sono seduto al tavolo, il telefono alla mia sinistra, il revolver alla mia destra. Non ho la minima paura. Ma sono piuttosto curioso.


6 p.m


Non è successo nulla. Quasi lo scrivo con rimpianto. L'ora cruciale è giunta ed è volata via, così come tutte le altre. Francamente non posso negare che talvolta avverto un certo desiderio di avvicinarmi alla finestra - oh, certo, ma per ragioni ben diverse! 


Il commissario mi ha telefonato una decina di volte tra le cinque e le sei. Era impaziente come me. Madame Dubonnet è soddisfatta: qualcuno ha soggiornato nella camera n.7 per una settimana senza impiccarsi. Un miracolo!


Lunedì 7 marzo


Ormai sono convinto che non scoprirò proprio nulla, e tendo a pensare che i suicidi dei miei predecessori non fossero altro che una semplice coincidenza. Ho chiesto al commissario di riesaminare tutti gli indizi relativi ai tre casi, perché sono convinto che in fin dei conti lì si potrà trovare la soluzione del mistero. 

Ma per quanto mi riguarda, intendo rimanere qui il più a lungo possibile.

Probabilmente non riuscirò a conquistare Parigi, ma nel frattempo vivo nell'hotel gratuitamente, e già sto guadagnando in salute e peso corporeo.

Comunque, la cosa principale è che sto studiando parecchio, e ho notato che procedo rapido e con grande efficacia.

E naturalmente v'è un'altra ragione che mi trattiene qui.



Mercoledì 9 marzo


Ho fatto un altro passo in avanti. Clarimonde..


Già, ma di Clarimonde ancora non ho fatto parola.


Be', lei… lei è la terza ragione che mi spinge a prolungare il soggiorno. E se mi fossi avvicinato alla finestra nell'ora fatale, sarebbe stato per causa sua, certo non per suicidarmi.


Clarimonde - ma perché la chiamo così? Non ho la minima idea di quale sia il suo vero nome: ma ho come l'impressione di doverla chiamare Clarimonde.


E scommetto che prima o poi scoprirò che quello è, effettivamente, il suo vero nome.


Avevo già notato Clarimonde durante i miei primi giorni trascorsi qui.

Vive in un palazzo sull'altro marciapiede di questa stretta strada, e la sua finestra è esattamente a dirimpetto alla mia.

Sta seduta dietro la tenda. Diciamo che lei ha notato me prima che io mi rendessi conto della sua esistenza. Nessuna meraviglia: tutti gli abitanti della strada sanno che io sono qui, e sanno perché ci sono. Ci ha pensato Madame Dubonnet.


Io non sono proprio il tipo di persona che si innamora. Le mie relazioni con le donne sono sempre state assai superficiali.


Quando uno viene da Verdun a Parigi per studiare medicina e ha appena il denaro per procurarsi un pranzo decente ogni tre giorni, be', ha cose ben più importanti dell'amore di cui darsi pensiero.


Io non ho molta esperienza, e probabilmente ho cominciato questa faccenda in maniera piuttosto stupida. In ogni caso, la situazione è abbastanza soddisfacente.


Al principio non ho avuto occasione alcuna di entrare in contatto con la mia strana dirimpettaia.


Dal momento che mi trovavo qui per fare delle indagini, e che probabilmente non avrei avuto nulla di concreto su cui investigare, decisi che potevo ben permettermi di dedicare qualche attenzione anche alla mia vicina. 

Dopo tutto, uno mica può stare sui libri per un'intera giornata. Così sono giunto alla conclusione che, stando almeno alle apparenze, Clarimonde vive a sola nel suo piccolo appartamento. Ha tre finestre, lei, ma siede sempre dietro a quella di fronte alla mia.


Siede lì e fila, fila su una vecchia e piccola rocca. Vidi una volta una rocca simile a quella da mia nonna, ma neppure lei la usava mai.


Era soltanto un cimelio di famiglia che le aveva lasciato qualche prozia o non so chi altro. Non sapevo che quelle cose venissero ancora utilizzate. La rocca di Clarimonde è un oggetto molto piccolo ed elegante, all'apparenza fatto d'avorio. I fili che estrae girando la rocca devono essere estremamente sottili. Siede dietro la tenda tutto il giorno e lavora continuamente, si ferma solo quando fa buio. Ovviamente il buio arriva presto in queste giornate nebbiose. Il gradevole crepuscolo cala in questa stretta strada verso le cinque. Non ho mai visto luce nella sua stanza.


Che aspetto ha? Be', veramente non saprei. I suoi scuri capelli sono ricci e ondulati, e lei è piuttosto pallida.


Il naso è piccino e stretto, le narici fremono. Anche le sue labbra sono pallide e i denti, anche se piccoli, paiono aguzzi come quelli di un animale da preda. Le sue palpebre sono ombrose; ma, quando le pare, i suoi larghi occhi scuri guizzano di luce. Sono cose che percepisco, più che conoscerle veramente. è difficile identificare con chiarezza qualcosa, dietro quelle tende.

Solo un ultimo particolare: lei indossa sempre un vestito nero abbottonato strettamente, con larghe chiazze rosse.

E porta sempre dei lunghi guanti neri, probabilmente per proteggersi le mani mentre lavora.

Vedere le sue nere dita affusolate afferrare e tirare rapide i filamenti faceva uno strano effetto: sembrava quasi che si intrecciassero fra loro, proprio come si contorcono le piccole zampe di un insetto.


Le nostre relazioni? 

Be', sono piuttosto superficiali.


E tuttavia la sensazione è che siano in verità molto profonde. è cominciato con lei che guardava la mia finestra, e io la sua.


Io devo esserle piaciuto, perché un giorno, mentre la guardavo, mi ha sorriso. Naturalmente l'ho fatto anch'io. La cosa andò avanti per parecchi giorni, e noi ci sorridevamo sempre più spesso. A quel punto non è passata ora ch'io non mi sia deciso a salutarla - ma non so, non so cosa mi trattenesse dal mettere in pratica la mia decisione.


Ma finalmente l'ho fatto, oggi pomeriggio. E Clarimonde ha ricambiato il mio saluto. Ovviamente sono stati saluti appena accennati, ma io ho potuto nondimeno vedere chiaramente il suo gesto.



Giovedì 10 marzo


Ieri sera sono rimasto fino a tardi sui miei libri. Sinceramente, non posso dire di esser molto concentrato sullo studio: perdo tempo costruendo castelli sospesi per aria e sognando Clarimonde. Il mio sonno è molto leggero, ma prosegue fino al mattino inoltrato.

Quando mi sono avvicinato alla finestra, Clarimonde era seduta dietro la sua. L'ho salutata e lei mi ha fatto un cenno. Mi ha sorriso, e mi ha guardato a lungo.

Io volevo lavorare ma non riuscivo a ritrovare la necessaria pace spirituale. Guardai verso la finestra e fissai la donna. Poi, improvvisamente, notai che anche lei teneva le mani in grembo.

Tirai il cordone della tenda bianca e, praticamente nello stesso momento, lei fece lo stesso. Entrambi, guardandoci, sorridemmo.

Suppongo che siamo rimasti seduti così per un'ora. 

Poi lei ha ripreso a filare.



Sabato 12 Marzo


Le giornate passano rapide. Mangio, bevo, e studio. Mi accendo la pipa e mi chino sui miei libri. Ma non leggo una parola. Naturalmente ci provo, ma so in anticipo che non ne verrà nulla di buono. Allora mi avvicino alla finestra. Saluto Clarimonde, e lei ricambia il mio cenno. Ci sorridiamo e ci guardiamo a vicenda. Per intere ore.


Ieri pomeriggio, alle sei, ho avvertito un certo disagio. L'oscurità è scesa molto presto, e una strana sensazione di paura mi ha assalito. Mi sono seduto al tavolo e ho aspettato. Ad un certo punto ho avvertito un quasi indomabile impulso di avvicinarmi alla finestra - certo non per impiccarmi, ma per guardare Clarimonde. Sono balzato in piedi e mi sono messo dietro la tenda. Mi pareva di non averla mai vista così chiaramente, anche se era già buio fitto. Stava filando, ma i suoi occhi guardavano me. Avvertii una strana sensazione di conforto e insieme una sottile paura.

Poi è suonato il telefono. Ero furioso con quel vecchio stupido del commissario che interrompeva i miei sogni con le sue insulse domande.

Questa mattina è venuto a trovarmi insieme a Madame Dubonnet. Lei sembra soddisfatta di me: per la donna è già una consolazione sufficiente che io sia riuscito a vivere per due intere settimane nella stanza n.7

Ma il commissario vorrebbe ben altri risultati.

Gli ho confidato di aver notato alcune cose strane, e di essere sulle tracce di un indizio molto particolare. Il vecchio scemo ha creduto a tutto quanto gli ho raccontato. Ad ogni buon conto posso ancora rimanere qui per settimane, ed è l'unica cosa che mi interessa.

Non certo per la cucina e la cantina di Madame Dubonnet… buon Dio, come si fa presto a diventare indifferenti a queste cose quando si ha lo stomaco pieno! è solo per quella finestra, che lei odia e teme, e che io amo così teneramente, quella finestra che mi lascia intravedere Clarimonde.

Quando accendo la luce non la vedo più. Ho aguzzato gli occhi per osservare se esce, ma non l'ho mai vista mettere piede in strada. Nella stanza c'è una comoda poltrona e un paralume verde la cui calda luce mi avvolge.

Il commissario mi ha mandato una confezione grande di tabacco.

Non ho mai fumato tabacco così buono. Tuttavia non riesco a lavorare.

Leggo due o tre pagine, e alla fine mi rendo conto di non aver capito nulla del contenuto.

I miei occhi comprendono le singole parole, ma il mio cervello rifiuta di fornirne il significato globale. Curioso. è come se avesse esposto l'insegna "Vietato l'ingresso!".

Come se si proibisse di ammettere ogni pensiero diverso da quell'unico: Clarimonde...

Finalmente spingo i libri da parte, mi stendo sulla mia poltrona e comincio a sognare.



Domenica 13 marzo


Questa mattina sono stato testimone di una piccola tragedia. Stavo passeggiando su e giù per il corridoio mentre l'inserviente rifaceva la mia stanza.

Di fronte alla piccola finestra sul cortile è appesa una ragnatela, e al centro della tela un grosso ragno da giardino. Madame Dubonnet non permette di cacciarlo via: i ragni portano fortuna, e Dio solo sa quanta sfortuna ha già avuto lei, nel suo hotel. Subito notai un altro ragno più piccolo, un maschio, che correva con prudenza sul bordo della ragnatela. A mo' di prova il ragno si avventurò sui filamenti che conducono al centro della stessa: ma in quel momento la femmina si mosse e frettolosamente si voltò.

Il ragnetto corse ad un'altra estremità della tela e tentò di nuovo di avvicinarla. Alla fine il potente ragno femmina nel centro della ragnatela sembrò considerare con favore il corteggiamento, e si fermò.

Il ragno maschio si spinse su uno dei fili della tela - prima leggermente, e poi vigorosamente, tanto che la ragnatela prese a vibrare. Ma l'oggetto del suo desiderio non si mosse.

Allora le si avvicinò velocemente, ma circospezione. Il ragno femmina lo accolse con calma e si fece abbracciare delicatamente, rimanendo assolutamente passivo.

Senza muoversi, i due rimasero appesi per alcuni minuti al centro dell'ampia ragnatela.

Poi vidi il maschio liberarsi lentamente, una gamba dopo l'altra. Sembrava che intendesse allontanarsi in silenzio, lasciando la sua compagnia sola nei suoi sogni d'amore. Improvvisamente la lasciò del tutto e corse fuori dalla tela il più rapidamente possibile. Ma nello stesso momento il ragno femmina parve risvegliarsi e, percorso da un fremito selvaggio, si mese ad inseguire rapido l'altro. Il debole ragno maschio si lasciò cadere appeso ad un filo, ma la femmina lo seguì senza indugio.

Entrambi caddero sul davanzale della finestra: e il maschio, radunando le energie residue, cercò di scappare. Ma era troppo tardi. Il ragno femmina lo strinse nella sua forte presa, lo riportò nella ragnatela e lo sistemò proprio nel centro della rete. E quel medesimo luogo ch'era stato il giaciglio di desideri di passione ora diventava la scena di uno spettacolo completamente diverso. L'amante scalciava invano, tendendo in fuori le sue deboli estremità, cercando di divincolarsi dalla forte presa. Ma la femmina non lo lasciò andare. In pochi istanti lo aveva avvolto completamente in un bozzolo e lui non poteva più muovere nulla. Poi lei conficcò le sue precise tenaglie nel corpo del ragno e succhiò via il fresco sangue del suo amante a lunghe e potenti sorsate. Vidi persino come lei alla fine lasciò la presa del pietoso e irriconoscibile bozzolo - zampe, pelle, fili - e lo gettò con disprezzo fuori dalla ragnatela.


Ecco cos'è l'amore fra queste creature! Be', posso proprio essere felice di non essere un giovane ragno.



Lunedì 14 marzo


è da un pezzo che non do più neppure un'occhiata ai miei libri. Passo l'intera giornata alla finestra. Comincio a sedermici davanti persino quando s'è fatto buio e lei non è più lì.

Ma io chiudo gli occhi e la vedo, in qualche maniera…

Be', questo diario è divenuto qualcosa di completamente diverso rispetto a come lo avevo immaginato. Racconta di Madame Dubonnet, del commissario, di ragni e di Clarimonde. E neppure una parola sulla scoperta che speravo di fare. Ma è colpa mia?



Martedì 15 marzo


Clarimonde ed io abbiamo scoperto un nuovo, strano gioco, e lo giochiamo tutto il giorno. Io la saluto, e lei subito mi saluta di rimando. Quindi io tamburello le dita sul vetro della finestra. Lei ancora non ha avuto tempo di vedermi che comincia a tamburellare a sua volta.

Io le faccio l'occhiolino, lei altrettanto. Io muovo le labbra come se le stessi parlando e lei mi imita.

Poi mi tiro indietro i capelli passandomi una mano sulle tempie, e la sua mano è subito a lato della fronte. Veramente un giochetto da fanciulli. Ne ridiamo tutti e due

Cioè, a dir la verità non ride: compone solo un calmo ed inerte sorriso, proprio come credo sia il mio.

Del resto, tutto ciò non è poi così insensato come pare, non è semplice imitazione: in caso contrario, ho idea che ce ne saremmo stufati entrambi ben presto. Invece dev'esservi implicata una specie di telepatia, di dialogo cerebrale a distanza. Perché Clarimonde esegue i miei stessi movimenti dopo una frazione infinitesima di secondo. è difficile che abbia tempo di vedere le mie azioni e di ripeterle. Talvolta sembra addirittura che il suo movimento sia contemporaneo al mio.

Ecco ciò che mi affascina; fare sempre qualche movimento nuovo, non premeditato. è sorprendente vederla compiere gli stessi miei gesti contemporaneamente. Talvolta tento di ingannarla. Faccio un gran numero di movimenti in rapida successione, e poi li ripeto una seconda volta, poi una terza. Quindi li ripeto la quarta volta, ma variandone l'ordine, introducendo un gesto nuovo, o tralasciandone qualche altro. è come il gioco che i bimbi chiamano "imita il capo". è veramente degno di nota che Clarimonde non faccia mai il minimo errore, anche se talvolta io cambio i movimenti con tale rapidità che lei non ha neppure il tempo di memorizzarli. 

Così trascorro i miei giorni. Ma non ho mai l'impressione di gettare via il tempo in qualche occupazione priva di senso. Al contrario: mi pare di non aver mai fatto nulla di più importante.



Mercoledì 16 marzo


Non è strano che io non abbia mai pensato seriamente a dare alla mia relazione con Clarimonde una base più ragionevole di quella affidata a questi inesauribili giochetti? Ci pensavo l'altra sera. Potrei semplicemente prendere cappello e soprabito, scendere due rampe di scale, cinque passi per attraversare la strada, altre due rampe per salire. Sulla sua porta c'è una piccola targhetta con inciso il suo nome: "Clarimonde"... Clarimonde come? Non lo so: ma il nome Clarimonde c'è di sicuro. Poi potrei bussare, e poi…

Fino a quel punto posso immaginare tutto chiaramente, fino al più piccolo gesto. Ma non riesco a figurarmi cosa ne seguirebbe. Si aprirebbe la porta - fino a lì ci arrivo - ma io rimarrei fermo, in piedi, a guardare dentro la sua stanza, dentro l'oscurità; un'oscurità così fonda che non si potrebbe distinguere alcun oggetto. E lei non verrebbe - nulla verrebbe : nella stanza non ci sarebbe nulla, nulla. Solo oscurità, buia e impenetrabile oscurità.

Talvolta mi sembra quasi che non possa esistere una Clarimonde diversa a quella con cui gioco alla finestra. Non riesco a figurarmela con indosso un cappello, o un vestito diverso da quello nero con le larghe chiazze di rosso; non riesco a immaginarla senza guanti. Se la vedessi per strada, o in qualche ristorante a mangiare, bere, parlare - be', mi scapperebbe da ridere: la cosa sembra così totalmente inconcepibile.

A volte mi chiedo se la amo. Non posso rispondere in coscienza alla domanda: non sono mai stato innamorato. Ma se il sentimento che nutro nei confronti di Clarimonde è... beh, è amore, allora l'amore è veramente diverso, molto diverso da come l'ho osservato in alcuni miei conoscenti, o da come ne ho letto nei romanzi.

è diventato molto difficile descrivere le mie emozioni. Di fatto, è divenuto molto difficile persino pensare a qualcosa che non abbia rapporto con Clarimonde, o almeno con i nostri giochetti. Perché veramente non c'è modo di negarlo: quel gioco è l'unica cosa che assorbe la mia attenzione, l'unica cosa. E questo è ciò che comprendo meno di tutto.


Clarimode - bhè, sì, mi sento attratto da lei. Ma all'attrazione si lega anche un altro sentimento - qualcosa di simile alla paura. Paura?


No, non è neppure paura: è più una forma di timore, un indistinto allarme o apprensione che si scatena di fronte a qualcosa che non so definire.


Ed è proprio tale allarme che porta con sé una strana compulsione, un curioso grumo di passioni che mi tiene a distanza da lei e, nello stesso tempo, mi spinge ad esserle più vicino. è come se compissi intorno a lei un ampio giro, a volte avvicinandomi, poi venendo respinto, e quindi mi avvicinassi di nuovo, e di nuovo venissi rapidamente allontanato. Fino a che - e di questo sono assolutamente sicuro - dovrò andare da lei.


Clarimonde è seduta alla sua finestra e sta girando la rocca. Ne trae fili lunghi, esili, infinitamente sottili.

Sembra che lei stia tessendo qualcosa - non so cosa dovrà essere. E non capisco come riesca a lavorare la rete senza ingarbugliare o spezzare il delicato tessuto. Meravigliosi disegni arricchiscono il suo lavoro - disegni di mostri favolosi e di curiosi folletti.


Del resto… ma cosa diavolo sto scrivendo? Quel che importa è che non riesco neppure a vedere ciò che lei tesse; i fili sono troppo sottili. Né può essere d'aiuto la sensazione che il suo lavoro sia esattamente come io lo vedo - come lo vedo quando chiudo gli occhi. Esattamente. Una enorme rete popolata di molte creature - mostri favolosi e curiosi folletti…



Giovedì 17 marzo


Mi trovo in uno strano stato di agitazione. Ormai non parlo più con nessuno: dico appena buongiorno a Madame Dubonnet o all'inserviente. A stento riesco a trovar tempo per mangiare: quel che desidero è solo restar seduto alla finestra e giocare con lei.


è un gioco impegnativo. Veramente.


E ho il presentimento che domani accadrà qualcosa.



Venerdì 18 marzo


Certo, certo. Oggi qualcosa deve accadere… me lo vado ripetendo - eh sì, ormai parlo a voce alta, solo per sentire il suono delle mie parole - per convincermi che è quello il motivo per cui mi trovo qui. Ma la cosa peggiore è che sono spaventato. E la paura che quanto è accaduto in questa stanza ai miei predecessori possa capitare anche a me si mischia con l'altra mia paura: la paura di Clarimonde. Faccio fatica a tenerle separate.


6 p.m


Tempo di scrivere rapidamente un paio di righe, e poi prenderò cappello e soprabito. Quando sono suonate le cinque, non avevo più un briciolo di energia. Oh, adesso so per certo che ciò che deve avere qualcosa a che fare con l'approssimarsi della sesta ora del penultimo giorno della settimana… adesso non rido più dell'impostura con cui ho preso in giro il commissario.


Sedevo alla mia sedia, riuscivo a restarvi solo grazie alla mia forza di volontà. Ma quella cosa mi ha attirato, quasi trascinato alla finestra. Dovevo giocare con Clarimonde. E poi, ecco di nuovo la terribile paura della finestra. Li ho visti appesi lì, tutti: il viaggiatore di commercio svizzero, uomo di ampia struttura fisica, con un collo largo e una ispida barba grigia; l'esile acrobata; il tozzo, robusto sergente di polizia.

Li ho visti tutti e tre, prima uno di seguito all'altro, poi contemporaneamente, appesi al medesimo gancio, con la bocca spalancata e la lingua penzoloni.

Poi ho visto me stesso in mezzo a loro.


Ah, quella paura! Mi resi conto di temere il telaio della finestra e quel terribile gancio proprio come temevo Clarimonde. Possa perdonarmi, ma è proprio così: nella mia vergognosa vigliaccheria continuavo a confondere l'immagine di lei con quella dei tre tipi appesi lì, con le gambe che strisciavano sul pavimento.


Ma la verità è che io non ho mai sentito neppure per un istante il desiderio o l'istinto di impiccarmi: né temevo che l'avrei fatto. No: avevo solo paura della finestra, e di Clarimonde, e di qualcosa di terribile, qualcosa di vago e imprevedibile che incombeva nell'aria. Avevo il patetico e irresistibile desiderio di alzarmi e andare alla finestra. Dovevo farlo…


Poi suonò il telefono. Alzai il ricevitore e prima ancora di sentire una sola parola urlai nella cornetta: "Venite! Venite subito!"

Fu come se il mio lugubre grido avesse immediatamente cacciato tutte le ombre nelle più lontane crepe del pavimento. Subito mi ricomposi. Mi asciugai il sudore dalla fronte e bevvi un bicchiere d'acqua.

Poi meditai su cosa dire al commissario, una volta che si fosse presentato nella mia stanza. Alla fine mi avvicinai alla finestra, salutai Clarimonde e le sorrisi.

Cinque minuti più tardi il commissario era qui. Gli dissi che finalmente avevo compreso la scaturigine dell'intera faccenda; se solo avesse evitato di interrogarmi quello stesso giorno, certamente sarei stato in grado ben presto di fornirgli delle valide spiegazioni. 

La cosa strana era che, mentre gli stavo mentendo, ero nello stesso tempo profondamente convinto di dirgli la verità.

Contro ogni buon senso, sento che questa è la verità.

Probabilmente il commissario ha notato le insolite condizioni del mio umore, specialmente quando mi sono scusato del mio grido al telefono e ho cercato di spiegarlo - senza peraltro trovare una ragione plausibile alla mia agitazione.

Mi ha suggerito con grande gentilezza di non farmi carico di indebite premure nei suoi confronti: era suo dovere rimanere sempre a mia disposizione. Avrebbe preferito fare una dozzina di viaggi a vuoto piuttosto che lasciarmi in attesa nel momento del reale bisogno.

Quindi mi ha invitato a uscire con lui quella sera suggerendo che forse una distrazione mi avrebbe giovato: non era bene rimanersene sempre da solo.


Ho accettato il suo invito, anche se penso che mi sarà difficile uscire: non mi piace lasciare questa stanza.



Sabato 19 marzo 


Siamo andati al Gaieté Rochechouart, al Cigale, al Lune Rousse.

Il commissario aveva ragione: mi è stato utile uscire e respirare un'aria diversa. Subito mi sono sentito un po' a disagio, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato, come se fossi un disertore che corre via, lontano dalla sua bandiera. Ma a poco a poco quella sensazione è svanita: abbiamo bevuto parecchio, abbiamo riso, abbiamo scherzato.


Quando questa mattina mi sono avvicinato alla finestra, m'é sembrato di leggere un rimprovero nello sguardo di Clarimonde. Ma forse me lo sono immaginato: come poteva sapere che ieri sera ero uscito? Del resto, il rimprovero non è durato più d'un istante. Poi lei mi ha sorriso di nuovo.


Abbiamo giocato tutto il giorno.



Domenica 20 marzo


Oggi posso solo ripetermi: abbiamo giocato tutto il giorno.



Lunedì 21 marzo


Abbiamo giocato tutto il giorno.



Martedì 22 marzo


Già, anche oggi la stessa cosa. Assolutamente nulla di nuovo.

Qualche volta mi chiedo perché lo facciamo.

A che scopo? O anche: cosa voglio veramente, a cosa può portare tutto ciò? Non ho mai trovato una risposta a tali domande.

Perché è sicuro che io non voglio altro che questo. Capiti quel che capiti, ogni avvenimento corrisponde precisamente ai miei desideri.

In questi ultimi giorni ci siamo parlati, naturalmente senza spender neppure una parola. Talvolta muoviamo le labbra, talaltra ci guardiamo. Ma ci comprendiamo perfettamente.

Avevo ragione: Clarimonde mi rimprovera d'essere uscito venerdì scorso.

Le ho chiesto perdono e le ho detto di aver compreso che da parte mia è stata un'azione spiacevole e sconsiderata. Mi ha perdonato, e io le ho promesso di non lasciare mai più la finestra.

Ci siamo baciati, premendo le labbra sui vetri a lungo, molto a lungo.



Mercoledì 23 marzo


Ora so che l'amo. Dev'essere amore: lo sento vibrare in ogni fibra del mio essere. è possibile che per altri uomini l'amore sia diverso. Ma mi domando: fra milioni e milioni di persone, ce ne sono due che hanno testa, orecchio o mani uguali? Ognuno è diverso, e alla stessa maniera è ben comprensibile che il nostro amore sia diverso da quello degli altri. So che il mio amore è molto particolare. Ma ciò lo rende forse meno bello? Io sono felice di questo amore.


Se solo non ci fosse quella paura! Qualche volta si assopisce, e allora la dimentico. Ma solo per qualche minuto. Poi si risveglia e non mi abbandona più. Mi sembra un piccolo topolino che lotta contro un enorme, bellissimo serpente, e che tenta di sottrarsi al suo potente abbraccio.

Aspetta, povero e sciocco topino, presto il nostro amore ti divorerà.


Giovedì 24 marzo


Ho fatto una scoperta: non sono io a giocare con Clarimonde - è lei che gioca con me.

è successo così.

Ieri sera, come al solito, pensavo al nostro gioco.

Mi annotai cinque movimenti complessi con cui volevo sorprenderla oggi. Ad ogni movimento ho dato un numero.

Poi mi sono esercitato ad eseguirli più rapidamente possibile, prima in successione, e poi in ordine contrario.

Poi solo i numeri pari, quindi solo i dispari, poi solo le porzioni iniziali dei cinque movimenti.

è stato piuttosto complicato, ma mi ha dato una grande soddisfazione, perché mi ha fatto sentire più vicino a Clarimonde, anche se non la vedevo.

Mi sono esercitato per un'ora, e alla fine i movimenti funzionavano precisi come un orologio.

Questa mattina mi sono avvicinato alla finestra.

Ci siamo salutati e il gioco ha avuto inizio.

Avanti, indietro - era incredibile vedere come rapidamente comprendeva e ripeteva tutti i miei gesti.

Poi bussarono alla porta. Era l'inserviente che mi portava gli stivali.

Li presi e, mentre tornavo alla finestra, lo sguardo mi cadde sul foglio di carta su cui avevo annotato l'ordine dei movimenti. E vidi che, di quelli, non ne avevo eseguito neppure uno.

Ebbi un giramento di testa. Mi afferrai allo schienale della poltrona e mi ci lasciai cadere. Non potevo crederci. Lessi e rilessi il foglio. Ma le cose stavano proprio così: di tutti i movimenti eseguiti alla finestra, neppure uno era mio.

E di nuovo ebbi coscienza di una porta distante che si apriva, in qualche luogo. La sua porta. Io ero davanti ad essa e fissavo… fissavo il nulla, il nulla, la più vuota oscurità.

Quindi seppi che se ne avessi varcato la soglia mi sarei salvato: e realizzai che, in quel momento, avrei potuto farlo. Ma non lo feci. Non lo feci perché sentivo distintamente di tenere in pugno il segreto di quel mistero, di stringerlo saldamente nelle mie mani.

Parigi… mi accingevo a conquistare Parigi!

Per un istante Parigi fu più forte di Clarimonde.

Oh, adesso ho dimenticato tutti quei pensieri. Ora sono certo soltanto del mio amore, e della calma e intensa paura che vi riposa nel cuore.

Ma in quel momento mi sentii improvvisamente forte. Lessi ancora una volta con attenzione i dettagli del mio primo movimento, finché lo ricordai perfettamente. Poi tornai alla finestra.

Prestai grande attenzione a quanto facevo: e non eseguii neppure un gesto di quelli che avevo programmato.

Poi decisi di passarmi il dito indice sul naso. E invece baciai il vetro della finestra.

Volevo tamburellare le dita sul telaio, e invece mi passai la mano nei capelli.

Dunque era così: Clarimonde non imitava i miei movimenti, al contrario, ero io a ripetere quanto lei suggeriva. E riuscivo con tale facilità e così rapidamente a seguire i suoi movimenti nel medesimo istante dell'esecuzione, che persino ora ho l'impressione che fosse la mia volontà di guidare il gioco.

Così dunque sono io - proprio io, che ero così orgoglioso di riuscire a modificare il suo pensiero - sono io ad essere completamente in balìa della sua influenza. Solo che tale influsso è così dolce e gentile che nulla al mondo potrebbe essere più rasserenante.

Ho fatto altri esperimenti. Ho infilato entrambe le mani in tasca, ben deciso a non muoverle: poi ho guardato verso di lei. Ho notato che sollevava la mano e sorrideva, rimproverandomi dolcemente con il dito indice.

Mi rifiutavo di muovermi, ma sentii che la mia mano destra volevo tirarsi fuori dalla tasca. Allora infilai le dita ancora più profondamente nella fodera.

Ma, dopo qualche minuto, le mie dita lentamente si rilassarono, la mano uscì dalla tasca, e il braccio si alzò. La rimproverai con l'indice e sorrisi.

Sembrava proprio che non fossi io a far tutte queste cose, ma qualche estraneo che contemplavo da lontano. No, no - non funzionava così

Io, ero io quello che si muoveva, e un estraneo, chissà chi, mi guardava.

Era l'estraneo - l'altro me - che era così forte, che voleva risolvere il mistero grazie a qualche prodigiosa scoperta. Ma quello non ero più io.

Io, be', cosa mi importa della scoperta? Io sono qui solo per obbedire ai suoi comandi, ai comandi della mia Clarimonde, che teneramente amo e temo.


Venerdì 25 marzo


Ho tagliato i fili del telefono. Non sopporto più di essere continuamente disturbato da quel vecchio scemo del commissario, soprattutto quando poi l'ora fatale è a portata di mano…

Dio, perché sto scrivendo tutto questo? Non c'è una parola di vero.

Sembra quasi che qualcun altro guidi la mia penna.

Ma voglio… voglio annotare qui cosa sta accadendo. Mi costa uno sforzo terribile. Ma voglio farlo. Se potrò, per l'ultima volta, fare - ciò che io voglio fare.

Ho tagliato i fili del telefono… perché…

Perché ho dovuto… Ecco, finalmente ci sono! Perché ho dovuto, ho dovuto!

Questa mattina stavamo alla finestra e giocavamo.

Da ieri il nostro gioco s'è un poco modificato. Lei adesso compie alcuni movimenti, e io mi difendo fino a quando mi è possibile.

Alla fine devo arrendermi, incapace di fare qualsiasi cosa se non ciò che lei mi ordina.

Faccio fatica a spiegare quale meraviglioso senso di esaltazione e di gioia mi dà essere conquistato da lei; arrendermi alla sua volontà.

Giocavamo, dunque. Poi, improvvisamente, lei s'è alzata ed è rientrata in camera. C'era un buio così fitto che non potevo vederla: sembrava essere sparita nell'oscurità. Ma dopo poco tempo è tornata indietro portando un telefono da tavolino, in tutto simile al mio.

Sorridendo, si è seduta al davanzale della finestra, ha preso un coltello, ha tagliato il filo, e poi ha rimesso il telefono a posto.

Io ho cercato di difendermi per circa un quarto d'ora.

La mia paura non era mai stata così grande, e mai come quella volta la resa mi fu così gradevole. Alla fine portai l'apparecchio alla finestra, tagliai il filo e quindi lo rimisi a posto sul tavolino.

Ecco com'è andata.

Io sono seduto al tavolo. Ho bevuto il mio tè, e l'inserviente ha appena portato via le tazze. Gli ho chiesto che ora fosse; mi pareva che il mio orologio non seguisse più bene la corsa del tempo. Sono le cinque e un quarto… le cinque e un quarto…

So che se alzo lo sguardo ora, vedrò Clarimonde fare qualche cosa. Qualcosa che anch'io dovrò fare.

Comunque, alzo lo sguardo. Lei è là. Sorride. Bene… se solo riuscissi a staccarle gli occhi di dosso!... Adesso si sta avvicinando alla tenda. Ha preso il cordone… è rosso, come quello alla mia finestra... Sta facendo un nodo, un nodo scorsoio. Poi appende la corda al gancio sul telaio della finestra.

E si siede, si siede e sorride.

...No, non posso più chiamarla paura, questa sensazione. è un terrore folle, che toglie il respiro. Ma non lo cambierei con null'altro al mondo.

è una possente compulsione di natura ignota, sottilmente sensuale nella sua ferocia.

Naturalmente potrei correre alla finestra ed eseguire il compito che lei impone.

Invece tento di difendermi, indugio, lotto con me stesso. Questa disagevole sensazione diviene più forte di momento in momento…

  

Eccomi qui, di nuovo seduto al mio posto. Sono corso alla finestra e ho fatto ciò che lei voleva da me: ho preso il cordone, ne ho fatto un cappio e l'ho appeso al gancio…

E adesso non intendo più alzare lo sguardo. Voglio rimanere qui e tenere gli occhi su questo foglio di carta.

Perché so cosa farebbe, lei, se io la guardassi di nuovo - in questo istante, la sesta ora del penultimo giorno della settimana.

Se la guardo, dovrò obbedire al suo ordine… dovrò... dovrò…

Mi rifiuterò di guardarla.

Improvvisamente scoppio in una fragorosa risata.

No, non sono io che rido; è qualcosa che ride in me.

So il perché: la causa sta in quel "mi rifiuterò..."

Non voglio, io, non voglio, ma so che devo. Devo guardarla… so che devo farlo… e poi… e poi il resto… ormai non desidero che allungare il mio tormento.

Sì, è così… quest'ansia dolorosa è la mia estasi più folle.

Scrivo con furia, scrivo per poter rimanere ancora seduto qui… per allungare questi istanti di tortura, che rendono l'estasi dell'amore simile all'infinito…

Ancora… sì, ancora…

Di nuovo quella paura! So che guarderò Clarimonde, che mi alzerò e mi impiccherò.

Ma non di questo ho paura. Oh no, ciò è gradevole, meraviglioso.

C'è qualcos'altro, invece… qualcosa che ad esso è legato… qualcosa che accadrà dopo. Non so cosa sia, ma si avvicina, si sta avvicinando, ne sono certo… ne sono certo.

Perché l'estasi dei miei tormenti è infinitamente grande - sì, ed è così grande che, di necessità, dovrà seguirne qualcosa di terribile.

Solo, non devo pensare…

Bisogna che scriva qualcosa, non importa cosa… ma devo farlo rapidamente, senza pensare…

Il mio nome - Richard Bracquemont, Richard Bracquemont, Richard - non riesco, non riesco ad andare avanti - Richard Bracquemont - Richard Bracquemont - adesso - adesso - devo guardarla… Richard Bracquemont - devo - no, non più - non più… Richard - Richard Bracque…


Il commissario della nona circoscrizione, dopo aver ripetutamente tentato senza successo di mettersi in comunicazione telefonica con la stanza dell'Hotel Stevens, vi si recò di persona, giungendovi alle sei e cinque minuti.

Nella stanza n.7 trovò il corpo dello studente Richard Bracquemont appeso al telaio della finestra, nella stessa identica posizione dei suoi tre predecessori.

Solo il suo viso aveva un'espressione differente: era una maschera orribile di paura, e i suoi occhi spalancati sembravano in procinto di saltar fuori dalle orbite.

Le labbra tese si stiravano sui larghi denti, che al contrario erano serrati in una disperata e potente stretta.

Fra i denti, maciullato dai morsi e ridotto a brandelli, vi era un grande ragno nero con strane chiazze rosse.

Sul tavolo riposava il diario dello studente. Il commissario lo lesse e immediatamente raggiunse la casa che si trovava di fronte all'hotel.

Lì scoprì che l'appartamento al secondo piano era vuoto, e da parecchi mesi non vi soggiornava nessuno…


"Il Richiamo di Cthulhu" di Lovecraft

Penso che il destino degli uomini sarebbe ancora più crudele di quanto già sia, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro tutte le cose che avvengono in questo mondo. La nostra vita si svolge nei confini di una pacifica isola d'ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell'infinito, e non credo che ci convenga spingerci troppo lontano da essa. Finora le scienze, progredendo passo passo nel campo d'azione proprio a ciascuna, non ci hanno arrecato troppo danno: ma un giorno o l'altro, quando infine si riuniranno le varie parti del sapere, oggi ancora sparse qua e là, si presenterà ai nostri occhi una visione talmente terrificante della realtà e della terribile parte che noi abbiamo in essa, che se non impazziremo dinanzi a una simile rivelazione, tenteremo di fuggire quella vista mortale rifugiandoci nell'oscurità di un nuovo Medioevo.

I teosofi non hanno potuto che affacciare vaghe ipotesi sulla immane vastità del ciclo cosmico, di cui il nostro mondo e la razza umana non sono che momenti effimeri. E le loro allusioni alla sopravvivenza di strani esseri, che esistevano prima dell'uomo, ci gelerebbe il sangue nelle vene, se non fosse per il blando ottimismo di cui, del tutto ingiustificatamente, si rivestono.

Comunque non è di là che mi giunge quell'unica, folgorante immagine di epoche proibite, che mi dà i brividi quando ci penso, e mi fa impazzire quando la sogno. Quell'immagine, come avviene ogni volta che una verità temuta si lascia intravedere, scaturì improvvisa dal casuale incontro di cose che fino ad allora erano rimaste separate, e precisamente da un vecchio articolo di giornale e dagli appunti di un professore che oggi non è più.

Mi auguro che nessun altro mai riesca a completare il quadro; ed è certo che, se vivrò, non aggiungerò mai di mia volontà un altro anello ad una catena già così spaventosa. Del resto suppongo che lo stesso professore non avesse intenzione di rivelare ciò che sapeva, e che avrebbe certo distrutto i suoi appunti, se la morte non lo avesse colto all'improvviso.

La cosa, per quanto mi riguarda, cominciò nell'inverno del 1926-1927, in seguito alla morte del mio prozio Angell, insigne professore di lingue semitiche all'università di Providence, nel Rhode Island.

Il professore Angell era considerato un'autorità in fatto di iscrizioni antiche e molto spesso direttori di importanti musei erano ricorsi al suo sapere. Per questo credo che la sua morte, avvenuta quando egli aveva ormai 92 anni, sia ancor presente nel ricordo di molti.

Nella sua città, l'eco che essa suscitò fu accresciuto dalle cause misteriose che la provocarono. Quando morì, era sceso da pochi minuti dal battello di Newport: cadde a terra d'improvviso, come raccontarono i testimoni, dopo essere stato urtato da un negro, forse un marinaio sbucato da uno di quei vicoletti bui e misteriosi, così frequenti sul ripido pendio della collina, e precisamente da quello che dal porto conduceva alla casa del defunto, in Williams Street.

I medici non riuscirono a scoprire la causa della morte di mio zio: dopo lunghe discussioni, ancora perplessi, finirono per concludere che la fine era da attribuirsi a una lesione al cuore, causatagli dall'avere affrontato a un passo troppo sostenuto per un uomo della sua età quella salita così ripida. A quell'epoca io non ebbi alcun motivo per non accettare la loro diagnosi, ma di recente ho cominciato ad avere dei dubbi... e forse qualcosa di più che semplici dubbi.

Quale unico erede ed esecutore testamentario del professore, che era morto vedovo e senza figli, fu mio compito esaminare a fondo le sue carte; trasportai dunque a Boston, a casa mia, tutti gli incartamenti e le cassette raccolti nel suo studio. Gran parte del materiale che riordinai sarà pubblicato tra qualche tempo dalla Società Archeologica Americana; ci fu però, tra le altre, una cassetta che mi lasciò profondamente perplesso, e, senza il minimo desiderio di mostrarla ad altri. Era chiusa a chiave, e tentai invano di forzarla finché non mi venne in mente di esaminare l'anello portachiavi che il professore teneva sempre in tasca. Riuscii così ad aprirla, ma solo per trovarmi di fronte a un ostacolo ancora più complicato e certamente più misterioso del primo. Quale mai poteva essere, infatti, il significato dello strano bassorilievo di argilla che vi trovai, insieme a un fascio di appunti disordinati e a numerosi ritagli di giornale?

Possibile che mio zio, in quell'ultimo periodo della sua vita si fosse lasciato andare fino a prestare fede alle mistificazioni più grossolane? Decisi di ricercare lo stravagante scultore che ritenevo responsabile di aver provocato questo evidente sconvolgimento della pace spirituale di un povero vecchio.

Il bassorilievo aveva all'incirca la forma di un rettangolo: non era più spesso di tre centimetri, e aveva una superficie di dodici per quindici centimetri. Era chiaro che si trattava di un oggetto di fattura moderna, benché i rilievi che portava di moderno non avessero proprio nulla se infatti le stravaganze del cubismo e del futurismo sono infinite e non conoscono limiti, ben di rado esse riproducono quella segreta regolarità che si nasconde nelle antiche scritture pittografiche o geroglifiche. Capivo che quel groviglio di disegni doveva costituire una sorta di scrittura, ma nonostante la familiarità che avevo acquisito con le carte e le varie collezioni di mio zio, non mi riusciva di identificare la specie e nemmeno di collegarla a qualcosa che, seppure vagamente, le fosse affine.

Sopra una serie di segni di apparenza geroglifica, stava una figura ritratta con intenti evidentemente figurativi, benché il modo impressionistico con cui era stata eseguita non permettesse a chi la osservava di farsi un'idea molto chiara della sua natura. Sembrava rappresentare una specie di mostro, o forse ne era soltanto un simbolo, e la sua forma non poteva essere nata che da una fantasia malata. Non mi allontanerò certo troppo dallo spirito di quella strana figura dicendo che in essa la mia sbrigliata immaginazione credette di vedere, allo stesso tempo, una piovra, un drago e una caricatura umana.

Aveva una testa rotonda, irta di tentacoli e posta su di un corpo grottesco e squamoso, da cui spuntavano due ali rudimentali: e c'era qualcosa, in quell'insieme, che rendeva la figura quanto mai spaventosa e ripugnante. Sullo sfondo si intravedevano, appena abbozzate, le linee architettoniche di imponenti costruzioni.

Gli scritti che accompagnavano questo strano oggetto, a parte un fascio di ritagli di giornale, erano tutti di pugno del professor Angell e non avevano alcuna pretesa letteraria. Quello che pareva essere il documento di maggiore importanza portava l'intestazione IL CULTO DI CTHULHU, scritta in stampatello e con caratteri molto chiari, evidentemente per evitare che l'inusitata parola potesse venire letta in modo sbagliato. Il manoscritto era diviso in due parti [...] Gli altri fogli non contenevano che brevi annotazioni: alcuni raccontavano strani sogni fatti da diverse persone; altri erano citazioni da libri e riviste teosofiche (in particolar modo da "L'Atlantide e la Lemuria scomparsa" di W. Scott-Elliott); il resto erano accenni ed antiche società segrete e a culti misteriosi, con riferimenti ad opere ben note tra gli studiosi di mitologia e antropologia, come "Il ramo d'oro" di Frazer e "Magie e sortilegi nell'Europa occidentale" della Murray.

In quanto ai ritagli di giornale, per la maggior parte riguardavano casi di pazzia furiosa o manifestazioni di follia collettiva, verificatisi nella primavera del 1925.

La prima metà del manoscritto principale narrava una storia assai strana. Il 1° marzo 1925 un giovane snello e bruno, dall'aria agitata, si era presentato al professor Angell recando con sé lo strano bassorilievo, di così recente fattura da essere ancora umido.

Il suo biglietto da visita portava il nome di Henry A. Wilocox. Mio zio lo conosceva vagamente: sapeva che apparteneva a una ottima famiglia, che aveva studiato scultura all'istituto di Belle Arti di Rhode Island, e che abitava da solo in un appartamento della Gilles House, nei pressi dell'istituto. Wilcox era un giovane precoce, di riconosciuto talento, ma decisamente eccentrico, che fin dall'infanzia si era fatto notare per la sua abitudine di raccontare storie immaginose e fantastici sogni. Si autodefiniva "psichicamente ipersensibile", ma, per gli altri inquilini del palazzo, era semplicemente "un originale". 

Essendo sempre vissuto piuttosto appartato, era diventato, a poco a poco, uno straniero nella sua stessa città, e ormai non era più in relazione che con uno sparuto gruppo di esteti di altri centri. Perfino il circolo artistico di Providence, preoccupato di mantenere le sue tradizioni di distinzione e buon senso, aveva finito per considerarlo un caso disperato.

Durante la sua visita, continuava il manoscritto del professore, il giovane scultore aveva fatto appello alle conoscenze archeologiche del suo ospite, pregandolo di aiutarlo a decifrare i geroglifici scolpiti sul bassorilievo. Si esprimeva con un tono ricercato e allo stesso tempo immaginoso, che aveva molto della posa e non era certo fatto per attirargli le simpatie. Il professore gli rispose piuttosto duramente, perché l'oggetto era di fattura troppo chiaramente moderna, per poter avere qualcosa a che fare con l'archeologia. Ma le spiegazioni che il giovane allora gli dette, lo colpirono talmente che in seguito poté trascriverle quasi parola per parola. Wilcox parlava con il tono poetico e fantasioso che gli era proprio e che, come io stesso in seguito ho potuto constatare, era la sua più spiccata caratteristica.

"Infatti è di fattura recentissima", confermò, "l'ho modellato io stesso la notte scorsa, dopo aver sognato di fantastiche città; e i sogni sono più antichi della fenicia Tiro, della Sfinge perduta nella sua eterna contemplazione, o di Babilonia dai mille giardini."

Subito dopo cominciò un racconto sconnesso, che, risvegliando in mio zio lontani ricordi, ne suscitò il febbrile interesse.

La sera precedente era stata avvertita una leggera scossa di terremoto, la più intensa che si fosse verificata nella Nuova Inghilterra da qualche anno a quella parte, e Wilcox ne era rimasto profondamente impressionato. Nella notte aveva fatto un sogno fantastico, in cui gli erano apparse immense città popolate da giganteschi blocchi di pietra e di colonne, alte fino al cielo; dalle costruzioni gocciolava una specie di fango verdastro, e su tutto gravava un'atmosfera di orrore. 

I muri e le colonne erano coperti di geroglifici; da qualche parte, non si capiva bene da dove, veniva una voce o, meglio, una sensazione confusa che soltanto la fantasia poteva tramutare in suono. Wilcox aveva tentato di renderlo con un'accozzaglia di lettere quasi incomprensibile: "Cthulhu fhtagn".

Furono proprio queste due parole a far scattare la molla dei ricordi nella memoria del professor Angell, e a metterlo in uno stato di profonda agitazione. Rivolse al giovane diverse domande di carattere quanto mai erudito, e studiò con trepidante attenzione il bassorilievo che Wilcox - come egli stesso raccontò . s'era trovato intento a modellare, semisvestito e rabbrividente, quando il risveglio l'aveva colto di sorpresa.

Più tardi il giovane mi raccontò che il professore aveva attribuito alla propria età avanzata il fatto di non avere riconosciuto subito i geroglifici e il disegno e che gli aveva poi rivolto delle domande in cui lui, Wilcox, aveva capito ben poco, come certi riferimenti a strani culti e associazioni segrete. Quello poi che non gli era assolutamente riuscito di capire, era stata l'insistenza del vecchio nell'assicurargli di mantenere il segreto se lui avesse confessato di appartenere a qualche setta di mistici, antica o moderna che fosse.

Quando infine il professor Angell s'era convinto che lo scultore non aveva assolutamente nulla a che fare con culti e riti segreti, l'aveva pregato più volte di tornare a raccontargli i sogni che, eventualmente, avesse fatto in seguito. La richiesta del professore non era rimasto senza esito: da allora, secondo il manoscritto, il giovane era tornato ogni giorno da lui a riferirgli gli impressionanti particolari dei suoi sogni. In tutti, costantemente, tornavano le rocce enormi, nere e gocciolanti, e tra di esse, da qualche punto indistinto, si elevava la voce misteriosa che con monotonia esasperante emetteva i soliti suoni indecifrabili, le solite parole senza senso. I due suoni che si ripetevano più di frequente erano quelli con le parole "Cthulhu" e "R'lyeh" rendevano con maggiore approssimazione.

Il 23 marzo, così continuava il manoscritto, Wilcox era mancato all'appuntamento; da informazioni assunte presso la sua abitazione si era saputo che, colpito improvvisamente da una febbre misteriosa, era stato trasportato in casa dei suoi, in Waterman Street. Le sue grida, nel cuore della notte, erano state così tremende da svegliare tutti gli altri inquilini del palazzo, e da allora si erano alternati in lui stati di incoscienza e crisi di delirio. 

Mio zio si era precipitato a telefonare alla famiglia e, da quel momento, aveva seguito il caso molto da vicino, tenendosi in contatto col dottor Tobey, che, come aveva saputo, si occupava del malato. A quanto pareva, nella mente febbricitante del giovane si accavallavano le immagini più fantastiche: nel parlarne il dottore stesso ogni tanto rabbrividiva. Non si trattava solo del ripetersi dei sogni angosciosi che egli aveva fatto: nei suoi incubi era apparsa ora una "cosa" gigantesca e altissima, che camminava e si muoveva con difficoltà.

L'ammalato non la descrisse mai completamente, ma da alcune parole che pronunziò nel delirio, e che il dottor Tobey riferì a mio zio, questi si convinse che la "cosa" non era altro che il mostro informe rappresentato nel bassorilievo.

Agli accenni da parte del giovane a questo riguardo, riferì inoltre il dottore, seguiva invariabilmente la sua ricaduta in uno stato di incoscienza. Era strano che la temperatura non fosse molto elevata, perché le condizioni del malato indicavano che si trattava di qualche alterazione organica piuttosto che di disturbi di origine psichica.

Il 2 aprile, verso le tre del pomeriggio, ogni traccia del male scomparve all'improvviso. Wilcox si sedette sul letto, stupitissimo di trovarsi in casa del suioi, e senza la minima idea di che cosa gli fosse successo, in sogno o in realtà, dalla notte del 22 marzo in poi. Tre giorni più tardi, dopo che il medico l'ebbe dichiarato perfettamente guarito, tornò nel suo appartamento.

Da quel monento in poi, però, non fu più di alcun aiuto al professor Angell. Con la guarigione, infatti, le sue strane visioni cessarono, e dopo una settimana di sogni comunissimi e insignificanti, mio zio smise di prenderne nota.

A questo punto terminava la prima parte del manoscritto. Altri appunti, come ho detto, riguardavano sogni che altre persone avevano fatto nello stesso periodo in cui il giovane Wilcox, ammalato, aveva avuto le sue fantastiche visioni. A quanto pareva, mio zio aveva istituito un'ampia rete di informazioni che si estendeva a tutti i suoi conoscenti, o almeno a tutti quelli che aveva pensato di poter interrogare senza che se ne risentissero.

S'era informato dei loro sogni, e della data di ogni loro eventuale "visione" analoga a quella di Wilcox. Con le sue domande aveva provocato reazioni diverse a seconda degli interrogati, ma, tutto sommato, aveva ricevuto più risposte di quante un vecchio professore possa catalogarne senza l'aiuto di un segretario. Le lettere originali non figuravano tra i manoscritti, ma gli appunti di mio zio davano un'idea abbastanza precisa di tutto l'insieme.

Presso i rappresentanti del mondo degli affari, cioè del tradizionale "sale della terra" del New England, l'inchiesta aveva dato risultati quasi totalmente negativi sebbene non mancasse qualche strano sogno paragonabile, sia pure da molto lontano, a quelli di Wilcox. Degno di nota comunque fu il fatto che questi sogni si erano tutti verificati nel periodo dal 23 marzo al 2 aprile, proprio nei giorni del delirio del giovane Wilcox. Anche tra i dotti e gli uomini di scienza i sogni di questo genere erano stati rari; ma in quattro di essi già si faceva cenno di "strani paesaggi archeologici", e in quinto si parlava d'una "cosa deforme" che si muoveva su questi paesaggi. Era stata l'inchiesta svolta tra artisti e scrittori, però, quella che aveva dato i risultati più impressionanti: tanto da potersi supporre che ciascuno di loro sarebbe stato preso da vero panico, se solo avesse potuto avere sotto gli occhi le annotazioni di mio zio. Io tuttavia, non potendo confrontare queste annotazioni con le lettere originali, restai col dubbio che nell'interpretarle il professore si fosse lasciato trascinare dalla propria immaginazione; ovvero che Wilcox, venuto in qualche modo a conoscenza dell'inchiesta, avesse persuaso un certo numero di suoi conoscenti a prendersi deliberatamente gioco del vecchio studioso.

Resta il fatto che, secondo il manoscritto, tra il 28 febbraio e il 2 aprile, quasi metà degli artisti e scrittori interrogati avevano fatto dei sogni molto strani, e quasi un quarto avevano avuto visioni e udito suoni non dissimili da quelli descritti da Wilcox. Alcuni affermavano inoltre di aver provato uno spavento tremendo all'apparire, verso la fine del sogno, di un'enorme "cosa" sconosciuta.

C'era poi un caso che acquistava particolare rilievo per la tragica conclusione che aveva avuto. Un notissimo architetto, che si interessava di teosofia e di occultismo, era improvvisamente impazzito il giorno in cui il giovane Wilcox si era ammalato, ed era morto dopo alcune settimane di delirio, durante le quali non aveva fatto che urlare e implorare di essere protetto contro un certo essere orrendo.

Se mio zio, invece di limitarsi a indicarle con un numero, avesse riferito i nomi delle persone a cui si era rivolto, avrei potuto condurre un'indagine accurata per controllare tutte le risposte; ma, stando le cose a quel modo, non mi riuscì di rintracciare che un numero assai limitato di persone. Tutte però confermarono punto per punto quanto era riportato nel manoscritto.

Quanto ai ritagli di giornale, essi riguardavano, come ho già detto, casi di follia individuale o collettiva che s'erano verificati durante lo stesso periodo 28 febbraio- 2 aprile. Il professor Angell doveva essersi servito di diversi segretari o più probabilmente di un'agenzia, perché questi ritagli era numerosissimi e provenivano da ogni parte del mondo.

C'era la notizia d'un caso di suicidio verificatosi a Londra: un uomo nel cuore della notte, s'era gettato dalla finestra dopo aver urlato "Attenti! L'inferno si avvicina!"

C'era una lettera al Direttore pubblicata da un giornale sudamericano, in cui lo scrivente annunciava di esser certo, in seguito a visioni avute, che un futuro spaventoso si preparava per il mondo. Dalla California giungeva notizia che un certo numero di braccianti agricoli, improvvisamente organizzatisi in setta teosofica, s'erano ritirati su una collina, tutti vestiti di bianco, in attesa di un "grandioso avvenimento".

In India c'erano state rivolte di indigeni al grido di un nome che nessuno aveva comprso, e che gli stessi rivoltosi arrestati avevano poi dichiarato di non ricordare più. A Haiti c'era stato il suicidio collettivo di otto persone, e una quantità di stregoni, in regioni diverse dell'Africa, erano stati arrestati sotto l'imputazione di spaventosi delitti. A New York, nella notte dal 22 al 23 marzo, tre poliziotti erano stati aggrediti e uccisi da un gruppo di filippini presi simultaneamente da amok.

Un pittore irlandese, d'altra parte, aveva presentato al Salon de Printemps un Paesaggio di sogno che aveva lasciato piuttosto freddi i parigini, ma che aveva messo a rumore tutta l'Irlanda occidentale per la sua "manifesta e pazzesca empietà."

Nei ritagli raccolti dal professore infine, era fatta menzione di tali e tanti incidenti verificatisi in quello stesso periodo nei manicomi di tutto il mondo, che ancora non capisco come una simile coincidenza abbia potuto sfuggire alle autorità mediche. Né riesco a capire come lo stesso abbia potuto, in un primo momento, mettere da parte quell'eccezionale documentazione senza preoccuparmene più che tanto. La mia sola giustificazione è che, a quell'epoca, ero ancora convinto che una gran parte della faccenda potesse spiegarsi come una burla del giovane Wilcox.


2.


La seconda parte del manoscritto riguardava fatti precedenti all'incontro di Wilcox con mio zio, e precisamente le ragioni per cui quest'ultimo aveva improvvisamente attribuito tanta importanza alle visioni dello scultore e al suo strano bassorilievo. Il professor Angell aveva infatti già visto una volta, prima di allora, l'infernale figura di quel mostro informe; già una volta s'era lambiccato il cervello su quegli strani geroglifici; e già una volta aveva udito quei suoni sinistri che la parola "Cthulhu" rende più o meno approssimativamente. 

Tutto ciò era accaduto diciassette anni prima, nel 1908, in occasione del convegno annuale della Società Archeologica Americana, tenutosi a St. Louis. Il professor Angell aveva avuto una parte di primo piano in tutte le decisioni che allora vennero prese, cosa logica del resto trattandosi di un uomo della sua autorità e competenza; ed era stato, inoltre, uno dei primi a prendere in considerazione il quesito posto al convegno da una persona che, per quanto profana di archeologia, divenne in breve il centro dell'attenzione generale.

Di mezza età e di aspetto assolutamente comune, questa persona era giunta lì da New orleans, alla ricerca di informazioni che nessuno fino ad allora era stato in grado di fornirle.

Si chiamava John Raymond Legrasse, ed era ispettore di polizia. Aveva portato con sé l'oggetto che formava lo scopo della sua visita: una grottesca statuetta di pietra, tanto antica quanto ripugnante, di cui non ero riuscito a stabilire la provenienza. Il suo interesse per la cosa, spiegò l'ispettore, non aveva niente di archeologico, ed era dettato da motivi puramente professionali. La statuetta in questione era stata trovata alcuni mesi prima nelle paludi boscose a sud di New Orleans, dove reparti di polizia avevano compiuto un'incursione per catturare i membri d'una setta criminosa. Di questa setta, sulla base di vaghe denunce sporte da abitanti della regione, s'era saputo che si riuniva nelle paludi per celebrarvi un culto immondo e sanguinoso. Ed effettivamente giungendo sul posto, la polizia s'era trovata di fronte ad orrori addirittura inimmaginabili. Malgrado gli arresti compiuti, tuttavia, la reale natura e le vere origini di quel culto mostruoso erano rimaste un mistero.

L'ispettore Legrasse, dunque, aveva avuto l'idea di approfittare del convegno di St. Louis per ottenere dagli archeologi qualche lume sull'impressionante statuetta e risalire di lì, in questo modo, alle origini del culto e della setta.

Ma egli non aveva certo immaginato che il suo problema avrebbe suscitato un tale interesse tra i contenuti.

Un sommario esame dell'oggetto era bastato per gettare alcuni degli scienziati presenti, tra cui mio zio, in uno stato di vivo stupore: e ciò per ragioni geologiche ancor prima che archeologiche, in quanto la "pietra" in cui l'oggetto era scolpito non corrispondeva ad alcun minerale sconosciuto. Egualmente sconosciuti erano le stile e il soggetto della scultura, sebbene si trattasse evidentemente di un pezzo antico, e centinaia, anzi migliaia di anni, sembrassero aver lasciato la loro traccia sulla sua superficie opaca e verdastra.

La statuetta finì per passare di mano in mano perché tutti la potessero osservare da vicino. Non più alta d'una ventina di centimetri, rappresentava un mostro dalla figura vagamente umana, ma con una testa irta di tentacoli come quella di una piovra. Il tronco, molle e squamoso, era munito di due ali e terminava in quattro zampe artigliate, con le quali il mostro si teneva afferrato a una specie di piedistallo rettangolare, tutto coperto di caratteri indecifrabili. La testa da piovra era china in avanti, di modo che le punte dei tentacoli sfioravano gli artigli delle zampe anteriori.

Il materiale da cui la statuetta era stata ricavata - un materiale poroso, color verde scuro, a tratti iridescente e striato d'oro - non corrispondeva, come già si è detto, ad alcun minerale conosciuto. I caratteri incisi sulla base erano altrettanto sconcertanti: nessuno tra i presenti, che pure rappresentavano la metà almeno degli esperti di tutto il mondo in tale campo, fu in grado di stabilire una sia pur lontanissima affinità tra quella e una qualunque altra scrittura conosciuta.

Al par del soggetto e del materiale usato, anch'essa sembrava appartenere a un mondo affatto diverso dal nostro, infinitamente antico e lontano, ma dal quale ancora spirava una specie di colossale empietà, di crudeltà e malvagità senza nome.

A un certo punto, tuttavia, uno dei presenti credette di scorgere qualcosa di stranamente familiare in quella figura mostruosa e in quei caratteri indecifrabili. Chiese di esaminare meglio la statuetta, rifletté ancora a lungo, e finalmente, un po' a disagio, raccontò quel poco che credeva di sapere.

Si trattava del compianto William Channing Webb, professore di antropologia all'università di Princeton ed esploratore famoso. Molti e molti anni prima, il professor Webb aveva condotto una spedizione archeologica in Groenlandia e in Islanda alla ricerca di iscrizioni runiche.

Risalendo verso nord la cosa della Groenlandia occidentale, s'era imbattuto in una tribù di esquimesi degeneri, la cui religione, una strano forma di adorazione del demonio, l'aveva fatto rabbrividire per i suoi riti crudeli e ripugnanti. Le altre tribù sapevano ben poco su quelle pratiche misteriose, e inorridivano al solo parlarne.

Secondo loro, comunque, le pratiche stesse risalivano a epoche antichissime, e anzi erano esistite "prima ancora che fosse creato il mondo." Oltre a cerimonie innominabili e sacrifici umani, il culto comprendeva invocazioni collettive al capo dei demoni o tornasuk (questa e altre parole inerenti al culto, il professor Webb le aveva sentite da un vecchio angekok o stregone, e s'era sforzato di trascriverle il più accuratamente possibile)

Ma ciò che aveva colpito Webb più di ogni altra cosa, era stato il feticcio che quella tribù venerava e attorno al quale si scatenava, urlando, quando dietro le cime nevose spintava l'aurora.

Questo feticcio, scolpito rozzamente su una roccia, comprendeva un disegno disgustoso e una misteriosa iscrizione. E tanto il disegno quanto l'iscrizione - annunciò il professore agli ascoltatori sbalorditi - corrispondevano perfettamente a ciò che ora stava dinanzi ai suoi occhi, sebbene la sua ragione e la sua scienza si rifiutassero di ammettere un qualsiasi rapporto tra un culto groenlandese e i riti d'una setta della Louisiana.

Indifferente a questi scrupoli scientifici, Legrasse cominciò allora a tempestare di domande il dotto antropologo. E poiché aveva avuto cura di annotare le parole pronunciate durante i loro riti dagli uomini arrestati nelle paludi, scongiurò il professore perché si sforzasse di ricordare il più precisamente possibile quanto aveva scritto riguardo ai diabolici riti di quegli esquimesi. Ogni più piccolo particolare fu accuratamente confrontato, e un silenzio atterrito cadde sui presenti quando il poliziotto e lo scienziato dichiararono, perfettamente d'accordo, che non esistevano dubbi sull'identità delle frasi appartenenti ai cerimoniali dei due culti diabolici, praticati in regioni così distanti tra loro. Il canto che sia gli stregoni esquimesi che quelli delle paludi della Louisiana avevano intonato dinanzi ai loro idoli, così simili tra loro, era più o meno questo: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn"

La divisione in parole corrispondeva a pause del canto Ma Legrasse riferì anche il significato che i settari della Louisiana attribuivano alle parole stesse. Alcuni degli arrestati gli avevano detto, infatti, che secondo gli anziani della setta la traduzione della frase era questa "Nella sua a casa a R'lyeh il morto Cthulhu attende sognando."

A questo punto, pregato dai presenti, l'ispettore raccontò con abbondanza di particolari quanto era accaduto nelle paludi.

Il 1° novembre 1907, era giunto alla polizia di New Orleans un drammatico appello dalla regione acquitrinosa che si stende a sud della città. Gli abitanti di quelle terre, gente primitiva quanto misera, erano in preda a un terrore cieco per via di una "cosa" sconosciuta che s'era insinuata tra di loro, "col favore della notte" e ne attribuivano la colpa a una banda di "stregoni e assassini" che si riuniva nella paludi.

Nella loro denuncia essi parlavano di "magia", ma aggiungevano che dieci delle loro donne e dei loro bambini erano scomparsi da quando il tamburo malefico aveva cominciato a rullare lontano, insistente e monotono, tra i boschi oscuri e misteriosi, dove nessuno di loro avrebbe mai osato avventurarsi. Vi si udivano urla raccapriccianti e canti da far gelare il sangue, e non di rado vi si vedevano danzare "fiamme infernali".

Guidate dall'ispettore Legrasse e dal messaggero che aveva recato la denuncia, due squadre di polizia erano salite su autocarri ed erano partite lo stesso pomeriggio.

Quando la strada s'era fatta impraticabile, erano scesi e avevano proseguito a piedi, inoltrandosi in silenzio tra i boschi acquitrinosi dove non giungeva mai la luce del giorno.

Da ogni parte li circondavano radici contorte e sui loro capi pendeva, insidioso, il muschio di Spagna; di tanto in tanto un mucchio di pietre umide e i resti di un muro in rovina parevano accennare a una vita precedente, e rendevano più vivo quel senso di sconforto che gli alberi deformi e gli isolotti coperti di vegetazione acquatica ispiravano.

Erano giunti infine alle abitazioni della gente del luogo: un miserabile agglomerato di capanne, i cui occupanti, in preda a un terrore quasi isterico, s'erano affollati intorno a loro gemendo e piangendo.

Dalle lagune più a sud veniva ora un sordo rullo di tamburi, e di tanto in tanto, quando il vento cambiava direzione, si udivano urla raccapriccianti. Sembrava anche che l'oscurità del sottobosco, da quella parte, fosse a volte interrotta da bagliori rossastri. Benché disperati all'idea di essere lasciati di nuovo soli, gli abitanti del luogo si rifiutarono nel modo più assoluto di muovere anche un solo passo verso quei luoghi maledetti; cosicché all'ispettore Legrasse e ai suo venti uomini non era restato altro da fare che inoltrarsi, senza guida, per sentieri oscuri e appena battuti, che nessuno di loro conosceva, e sui quali pesavano leggende difformi.

Si mormorava dell'esistenza in quel luogo di un lago nascosto che mai occhio mortale aveva visto, e dove abitava un essere enorme dall'apparenza di polipo, informe e bianchiccio, con occhi fosforescenti; la gente del posto, poi, sussurrava che a mezzanotte diavoli simili a pipistrelli volavano fuori dalle loro caverne, nel cuore della terra, per adorarlo.

Dicevano che il mostro viveva lì già prima di D'Iberville, di La Salle, degli indiani, e prima ancora che animali e uccelli fossero venuti a popolare quei boschi. Si sapeva che c'era, ma nessuno l'aveva mai visto; perché il vederlo avrebbe significato la morte.

Il luogo del misterioso culto s'andava intanto avvicinando, e soltanto un pazzo, o un poeta, avrebbe potuto descrivere i suoni che giungevano ora nelle orecchie degli uomini di Legrasse, mentre avanzavano faticosamente attraverso la palude in direzione dei bagliori rossastri e del suono soffocato dei tamburi: una furia animalesca e sfrenata aveva spinto l'orgia a un parossismo di urla e di grida bestiali, che laceravano l'aria ed echeggiavano tra quei boschi oscuri come violenti uragani, scaturiti dagli abissi stessi dell'inferno.

Di tanto in tanto, da questa accozzaglia di urla disordinate, si elevava una specie di coro, la cui voce roca ripeteva all'infinito una specie di coro, la cui voce roca ripeteva all'infinito, in cantilena monotona, sempre la stessa frase: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn"

Raggiunta finalmente una zona dove gli alberi crescevano meno fitti, Legrasse e i suoi uomini si trovarono all'improvviso sulla scena dell'orgia. A quella vista molti di loro barcollarono, uno svenne, e un altro lanciò un grido terribile che venne fortunatamente coperto dalle altre urla che si levavano intorno. Legrasse spruzzò con l'acqua delle palude il viso dell'uomo svenuto, e poi tutti restarono immobili, tremanti e quasi paralizzati dall'orrore.

Proprio in mezzo alla palude, una radura erbosa formava una specie di isolotto sul quale un'orda di gente grigiastra, deforme, urlante e completamente nuda, saltava e si contorceva intorno a un cerchio di fuoco.

Al centro di questo cerchio, quando le fiamme lo permettevano, si intravedeva una colonna di granito alta forse tre metri, sulla cui cima era stata posta la piccola statua che già conosciamo, e che appariva del tutto sproporzionata al suo sostegno.

Da dieci patiboli innalzati a intervalli regolari in modo da formare un ampio cerchio attorno alla colonna avvolta dalle fiamme, pendevano, col capo all'ingiù, i corpi barbaramente seviziati degli infelici scomparsi dal villaggio.

Era all'interno di questo cerchio che i celebranti saltavano e urlavano, muovendosi da sinistra verso destra, di modo che tutto avvenisse tra l'anello di fuoco e quello formato dai corpi degli uccisi.

Forse fu solo uno scherzo giocato da un'immaginazione troppo accesa, o forse un effetto degli echi del bosco, ma uno degli uomini di Legrasse, sostenne poi di avere udito una voce sorda, enorme, sicuramente non umana, rispondere alle urla dei celebranti da qualche punto lontano nel bosco.

In seguito ebbi modo di incontrare e di interrogare personalmente quest'uomo, certo Joseph D.Galvez, il quale mi disse di avere anche udito qualcosa di molto simile al battito soffocato di enormi ali, e di avere intravisto degli occhi luminosi e un'enorme massa bianca al di là degli alberi più lontani. Ma naturalmente pensai, allora, che fosse stato semplicemente suggestionato dai racconti superstiziosi che già circolavano tra gli abitanti del luogo.

Lo sbalordimento e l'orrore non paralizzarono però troppo a lungo gli uomini di Legrasse, che, pistole in pugno, si gettarono coraggiosamente tra quella massa di almeno cento persone in preda ad un'esaltazione spaventosa.

Per alcuni minuti il frastuono e il caso furono indescrivibili, e non poca di quella gente riuscì a fuggire.

Ma alla fine l'ispettore poté contare quarantasette prigionieri, torvi in viso e ancora con la schiuma alla bocca, che obbligò a rivestirsi in tutta fretta ed allinearsi tra due ali di poliziotti.

Cinque dei celebranti giacevano a terra senza vita e due, gravemente feriti, furono trasportati dai loro compagni di prigionia su barelle improvvisate.

Legrasse non dimenticò, d'altra parte, di prendere e di portare con sé la statuetta posta sulla colonna.

L'interrogatorio che seguì alla sede di polizia, dopo un viaggio lungo e faticoso, rivelò che quasi tutti i prigionieri erano o erano stati marinai, e che per la maggior parte si trattava di meticci, sebbene vi fossero anche alcuni portoghesi, un francese e una decina tra neri e indiani.

Lo spaventoso culto che professavano non sembrava però aver niente a che fare con le pratiche magiche dei neri d'Africa né degli indiani d'America. 

Adoravano, a quanto si riuscì a ricavarne, degli esseri detti Grandi Antichi o anche Quelli-di-Prima, vissuti quanto gli uomini ancora non esistevano, e scesi anzi sul nostro pianeta quando era stato appena creato.

Ora questi esseri erano scomparsi, rifugiandosi nelle viscere della terra o sotto i mari; ma avevano trasmesso in sogno i loro segreti al primo uomo: e da allora si era creato un culto che mai più si sarebbe estinto.

Questo culto esistito da sempre, assicurarono fanaticamente i prigionieri, avrebbe continuato a esistere nei più remoti angoli del globo, fino al giorno in cui il grande Cthulhu non avrebbe lasciato la sua oscura dimora nella potente città di R'lyeh, nascosta sotto i mari, per sottomettere nuovamente il mondo al suo potere: "Un giorno quando le stelle saranno favorevoli ed Egli farà sentire il suo richiamo, i suoi seguaci saranno pronti a rendergli omaggio."

Questi seguaci umani, però, non erano del tutto soli sulla terra: esseri misteriosi lasciavano di tanto in tanto il loro regno per venire a visitarli e ad assistere alle loro cerimonie.

Non si trattava tuttavia dei Grandi Antichi: questi nessuno li aveva mai visti.

La statuetta rappresentava il grande Cthulhu, ma nessuno poteva dire se gli altri fossero o no simili a lui.

Nessuno era più in grado ora di decifrare l'antico scritto, ma il suo significato era stato tramandato oralmente di padre in figlio.

Il verso che cantavano non era un segreto: del vero segreto non si parlava mai ad alta voce, vi si accennava unicamente con bisbigli.

Le parole che cantavano non significavano che questo: "Nella sua casa a R'lyeh, il morto Cthulhu attende sognando."

Soltanto due dei prigionieri furono riconosciuti abbastanza sani di mente da poter essere impiccati.

Gli altri vennero internati in manicomi criminali.

Tutti negarono, d'altra parte, di aver partecipato all'assassinio delle vittime di cui si servivano per il loro culto: le stragi, giurarono, venivano compiute da esseri dalle larghe ali nere, che giungevano dalle loro eterne dimore nei boschi stregati.

Di questi esseri mostruosi non fu possibile sapere altro, e neppure ottenerne una descrizione meno sommaria.

 

[continua...] 


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