Algeria: storia, musica, pitture rupestri!


Finalmente ho finito tutto il lavoro sull'Algeria!


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Breve riassunto storico sull'Algeria

L'Algeria offre scenari mozzafiato, un enorme parco nazionale che conserva oltre 15000 petroglifi e pitture rupestri, e le vestigia romane.





Centinaia di milioni di anni fa il Sahara (https://intervistemetal.blogspot.com/2020/07/il-sahara-nel-paleolitico-e-le-donne.html
https://intervistemetal.blogspot.com/2020/02/sahara-le-rovine-romane.html) era occupato da mari interni che ritirandosi lasciavano posto a foreste, savane e paludi. Il processo di desertificazione probabilmente iniziò 50 o 55 milioni di anni fa. Fu quando il Sahara era ricoperto di foreste che comparvero due gruppi umani: gli Oraniani - chiamati così per via del fatto che i resti furono trovati ad Oran - e i Capsiani, provenienti da Qafsah, l'antica Capsa, in Tunisia. è a questo periodo che risalgono le tracce più antiche della storia umana in Algeria. Le pitture e i graffiti rupestri, rinvenuti anche in Niger e in Libia, testimoniano questa fase - per noi oggi incredibile - di un Sahara pieno di vita. Dagli Oraniani e dai Capsiani probabilmente discendono i Berberi.


Più tardi, le postazioni algerine sulla costa suscitarono l'interesse di Fenici, Greci, Romani. https://intervistemetal.blogspot.com/2020/02/sahara-le-rovine-romane.html
è nel'814 a.c che viene fondata la mitica Cartagine, che si sviluppò come impero commerciale. I primi regni berberi si formano proprio quando Cartagine controlla tutta la costa nordafricana: infatti i cartaginesi costrinsero i Numidi e i Mauri (in seguito chiamati Berberi) a rifugiarsi nelle zone desertiche. I Romani si interessarono presto a Cartagine, iniziando le famose "guerre puniche" che posero fine a Cartagine nel 146 a.c. Dall'Algeria provenivano beni di lusso come animali selvatici, oro, olio d'oliva, schiavi, avorio, piume di struzzo e la salsa garum, a base di pesce, considerata molto pregevole nella Roma antica.
L'Algeria divenne islamica nel 669 d.c, ma questo non pose fine agli scontri tra Berberi e Arabi (i primi consideravano gli Arabi brutali e arroganti, i secondi consideravano i Berberi dei primitivi)     
Nel XVI e XVII secoli i pirati che infestavano i mari tra Algeri, Tunisi e Tripoli furono un incubo per le navi europee che attraversavano il Mediterraneo. I Francesi arrivarono in Algeria nel 1830, massacrando i civili e confiscando le terre più fertili e le ricchezze. Dal 1954 al 1962 iniziano le guerre d'indipendenza e l'Algeria diventa indipendente dalla Francia il 25 settembre 1962.




Un altro problema non risolto sono i gruppi terrostici islamici come il GIA, il MIA, il FIS o i GSPC, che colpiscono gli stranieri o i turisti residenti in Algeria, gli intellettuali algerini francofili, i giornalisti o sono contro il Governo se tale Governo concede troppi diritti alle donne o ai Berberi. Il GIA comunque operò attentati anche in Francia: nel 1995 fece esplodere una bomba in metropolitana e dirottò un aereo dell'Air France.
Uno dei problemi più grandi dell'Algeria è la disoccupazione giovanile: la maggior parte dei giovani è disoccupata e passano il tempo appoggiati ai muri (per questo sono chiamati "hittistes", da "hit", muro) a guardare la gente o cercando di vendere qualche souvenir.
Anche la condizione delle donne è problematica: malgrado la Costituzione garantisca la parità tra i sessi, le donne non velate sono spesso state uccise dai militanti islamisti; per vendetta, vennero uccise anche donne con il velo. Un altro problema sono le molestie ai danni delle turiste che viaggiano sole: le donne occidentali vengono considerate "più disponibili" e quindi sono più soggette a ricevere molestie per strada.


Per quanto riguarda la popolazione, l'Algeria è abitata da Arabi, Berberi (1), i Tuareg (i cammellieri nomadi, stanziati nel deserto tra Mauritania e Sudan) (2) e i "Pieds-Noirs" ovvero i franco-algerini. (3) Il più famoso di essi fu Albert Camus.



(1)  Il nome ufficiale è "Amazigh", al singolare, "Imazighen" al plurale. "Berberi" probabilmente deriva da "barbaro", che veniva usato per indicare quelli che non parlavano latino sulla costa nordafricana. A loro volta gli Imazighen sono suddivisi in altri gruppi.
(2) I Tuareg erano noti come "uomini blu" perché portano un velo azzurro, il taguelmoust, che macchia la pelle. Il termine "Tuareg" però sembra derivare dall'arabo "tawarek", che significa "abbandonato da Dio", in riferimento al duro territorio da loro abitato e dal loro essere "poco islamici". Gli stessi Tuareg preferivano chiamarsi "Kel tamashek" ("parlanti la lingua tamashek") o "Kel taguelmoust" ("Gente del velo") o "Imashaghen", "Il popolo libero".
(3) Il termine deriva dal fatto che la popolazione di coloni francesi indossava stivali neri.


I gioielli Tuareg

 
I monili d'argento dei Tuareg sono una vera forma d'arte ricercata dai collezionisti. Il gioiello più famoso è la Croix d'Agadez, una croce stilizzata (*) il cui nome deriva dalla città di Agadez in Niger. Dovrebbero esistere ben 36 tipi di croce, perché ogni gruppo Tuareg realizza il suo tipo.






Queste croci sono potenti talismani contro il malocchio e simboli di fertilità. Venivano anche usate come moneta di scambio per comprare cammelli ed erano indossate dalle donne sposate come simbolo di ricchezza.
Altri monili tuareg sono collane (quelle con ambra provengono dal Niger), amuleti quadrati indossati da donne o anziani come simboli di status sociale (la società tuareg era castale) e pugnali ornamentali con manico di pelle. I fabbri Tuareg occupano un importante posizione nella società tuareg, per la loro comunione col fuoco, il ferro e i metalli. Erano anche medici e intermediari nei negoziati per i matrimoni.


A proposito: anche le donne algerine non tuareg amano indossare grossi gioielli vistosi, quando si sposano:






Questi sono gli abiti tradizionali:




Nota di Lunaria: ci si ricordi che Tanit era rappresentata con la falce di luna, il triangolo e il grappolo d'uva; io non escludo che i gioielli tuareg col triangolo e la mezzaluna rappresentino anche Tanit. (Sui Tuareg vedi anche: http://intervistemetal.blogspot.com/2018/08/marocco-litolatria-gioielli-magici-mano.html)

Musica: 
 
In Algeria, come in tutta l'Africa, la musica tradizionale e non tradizionale è amata e suonata ovunque ed esistono tantissimi artisti. Da parte mia consiglio due band Black Metal (ma se ricordo bene Metal Archives elenca 25 band anche di altri generi):
Orcus (Symphonic Black Metal "vecchio stile" alla primi Dimmu Borgir\Thy Serpent https://intervistemetal.blogspot.com/2018/07/orcus-symphonic-black-metal-dallalgeria.html)  
e Barbaros (Black Metal più old style, sempre sullo stile anni Novanta)  


(*) Nota di Lunaria: la croce non è cristiana, ovviamente. è un simbolo molto antico, già presente nell'arte africana, come le famose bamboline Ashanti, da cui deriva l'Ankh
Anche Astarte veniva rappresentata con l'Ankh.


Pitture rupestri

Così nel romanzo "La rosa del deserto" vengono descritte le pitture rupestri: "Per quasi tre ore Rissa ci ha guidati lungo un labirinto di passaggi e piccole radure tra le rocce continuando a segnalarci con il bastone le rocce sulle quali si trovano pitture in uno stato di conservazione relativamente buono: alcune immagini sono schematiche ma vivaci nel movimento; altre sono molto elaborate, con maschere e vestiti; creature fantasmagoriche, sovrannaturali, con grandi teste rotonde sproporzionate; figurette ballerine, umane ma con corna, maghi, stregoni, demoni o spiriti del male, centinaia di cacciatori, che scagliano le frecce contro antilopi e gazzelle; immense mandrie di buoi, guidate da alti ed eleganti pastori, una straordinaria figura femminile, alta quasi due metri, dai contorni bianchi, in atteggiamento di offerta o preghiera [...] ogni sorta di animali, tori, vacche, capre, leoni giraffe, antilopi, gazzelle, ippopotami"
Centinaia di milioni di anni fa il Sahara era occupato da mari e foreste. Circa 50-55 milioni di anni fa ebbe inizio il processo di desertificazione; i graffiti di Tassili N'Ajjer testimoniano come un tempo il Sahara fosse pieno di vita animale. I graffiti e le pitture rupestri si trovano tra Algeria, Libia, Niger. Queste immagini risalgono a 12000 anni fa e raffigurano animali come giraffe, leoni, elefanti, che popolavano queste lande ora desertiche.
Ma chi incise queste immagini, sulle rocce?
Gli studiosi propendono per gli antenati neolitici dei Tuareg, altri archeologi menzionano altri popoli come i Garamanti. I primi occidentali a studiare l'arte rupestre (pitture e petroglifi\incisioni) del deserto sono stati Heinrich Barth, Gustav Nachtigal e Henri Lhote. 
Il Sahara presenta due tipi principali di arte rupestre: pitture, dette pittogrammi, e incisioni (petroglifi)
Le pitture venivano solitamente eseguite con un pennello fatto di piume o di pelo animale, una spatola ricavata da un pezzo di bastone o osso o direttamente col dito. Gli studiosi ritengono che la pratica di tracciare prima i contorni della figura per poi colorarne l'interno, fosse dovuto all'intento di essere quanto più precisi possibile nelle proporzioni. La maggior parte delle pitture trovate in Algeria sono di colore rosso, ottenuto da una roccia friabile ricca di ferro ossidato (ematite o ocra) che si suppone venisse frantumata e riscaldata fino a trasformarsi in un pigmento fluido. A questo veniva poi aggiunta una sostanza legante liquida, come albume d'uovo o latte, o urina, grasso animale, sangue. è a tali agenti leganti che le pitture devono la loro incredibile longevità.
Le incisioni venivano realizzate con la tecnica della "martellina", ossia martellando la roccia con una pietra appuntita oppure battendo su questa con una seconda pietra. 
Come per le pitture di solito venivano tracciati (spesso graffiati) prima i contorni delle figure che, una volta terminate, venivano rifinite lisciando determinate linee. Altre volte, invece, veniva lisciata la parete di roccia prima di procedere con l'incisione, come a preparare la superficie di lavoro.  Fra i soggetti dell'arte rupestre, ricorrono soprattutto le raffigurazioni umane e animali. Gli esseri umani, stilizzati, sono ritratti in pose diversissime, protagonisti di scene di caccia, di rituali e in accoppiamenti sessuali, mentre gli animali sono raffigurati in movimento, spesso inseguiti da cacciatori.

Periodi dell'Arte Rupestre


Le origini dell'arte rupestre nordafricana vengono individuate quasi 12.000 anni fa (10.000 a.c) nella regione del Sahara centrale, ma è opinione di alcuni storici che molte pitture e incisioni possano essere ben più antiche. Nonostante secoli di esposizione agli agenti atmosferici abbiano reso difficile la datazione di molti stili, quasi tutta l'arte rupestre che si trova nel Sahara algerino è stata classificata e suddivisa in cinque periodi storici distinti.
Il più antico, il "Periodo della Grande Fauna Selvatica" (10.000-6000 a.c) noto anche come "Periodo dei Primi Cacciatori" o "Periodo del Bubalus", dal nome del bufalo gigante che si estinse 5000 anni fa, è caratterizzato dalla raffigurazione di elefanti, giraffe, coccodrilli, ippopotami, rinoceronti, leoni: risale a un'epoca in cui il Sahara era una savana rigogliosa.
Il Periodo delle Teste Rotonde (8000-6000 a.c) si sovrappone in parte al precedente e si distingue per la rappresentazione di figure umane dai corpi informi e dalle grandi teste sferiche dipinte e prive dei tratti somatici del volto. Pitture risalenti a questo periodo sono state ritrovate soltanto nel Tassili N'Ajjer e nella vicina area del Jebel Acacus (Libria) e sono spesso immagini di dimensioni molto grandi. In molti casi le donne sono raffigurate con le braccia alzate, come ad invocare la benedizione delle enormi figure maschili al loro fianco. Si ritiene che in quest'epoca gli abitanti del Sahara centrale fossero ancora un popolo di raccoglitori (entro breve avrebbe fatto la sua comparsa il bestiame addomesticato). Le pitture di questo stile evolvono nel tempo verso maggior realismo e cura dei particolari, per esempio nelle acconciature e negli indumenti.
Il periodo successivo, detto Pastorale o Bovidiano (5500-2000 a.c) coincide con la graduale transizione del clima da temperato ad arido e in questo senso segna l'inizio dell'ere sahariana moderna. Di conseguenza, gli esseri umani sono rappresentati in ruoli dominanti rispetto al mondo naturale, provvisti di lance, insieme al bestiame addomesticato, intenti a celebrare riti o in scene di vita sociale; diminuiscono invece le immagini di animali selvaggi. A questo periodo risalgono anche le prime pitture raffiguranti imbarcazioni e ritratti umani con tratti meno negroidi che fanno pensare ai primi contatti tra gli abitanti del Tassili N'Ajjer e popoli provenienti da altre regioni. Curiosamente gli studiosi sono del parere che a partire da questo periodo si riscontra una diminuzione della qualità artistica delle immagini.
Il Periodo Cabalino (1000 a.c - I d.c) è caratterizzato dalle figure di cavalli e di carri a cavalli, a volte rappresentati in piena corsa, a dimostrazione del fatto che i trasporti erano diventati più veloci ed efficienti consentendo il percorso di tragitti relativamente lunghi. Il bestiame risulta essere il soggetto più ricorrente, mentre gli esseri umani sono raffigurati da due triangoli, uno capovolto sopra l'altro, sormontati da un cerchio al posto della testa. Oltre le pitture, risale a questo periodo anche gran parte della scrittura tuaregh (tifinagh).




Notate che il tifinagh si scrive a mo' di "serpente"



L'ultima fase dell'arte rupestre sahariana fu il cosiddetto Periodo Camelino (200 a.c. - oggi), durante il quale i cammelli divennero le bestie da soma per eccellenza del Sahara, come evidenziato da raffigurazioni d'epoca.
I remoti massicci che si ergono nel deserto dell'Algeria sud-orientale costituiscono un incredibile numero di pitture e di incisioni rupestri, ma l'area di maggiore interesse in assoluto è il Parco Nazionale del Tassili N'Ajjer, il sito di arte rupestre più importante del mondo. Con oltre 15.000 fra petroglifi e pittogrammi distribuiti su una superficie di 80.000 kmq, il Tassili N'Ajjer rappresenta la summa dell'arte rupestre.

Un approfondimento sulla condizione della donna in Algeria e sulle musiciste presso i Tuaregh e i Berberi.

Nella cultura algerina tradizionale, e in quella del Maghreb in generale, la verginità è considerata la maggiore attrattiva femminile: al momento delle nozze la verginità viene pubblicamente verificata e i rapporti prematrimoniali sono ferocemente criticati: la vergogna ricade anche sulla famiglia della donna.
La considerazione della donna è strettamente legata alla sua fecondità e il primo dovere di una donna è quello di procreare.
In età avanzata, la donna algerina acquista maggiore considerazione e libertà. Nella società patriarcale l'esperienza riveste un valore fondamentale.
Un'eccezione è costituita dai Tuareg, presso i quali la donna gode di grande considerazione e libertà. Tutto ciò deriva probabilmente dalla sopravvivenza di un'organizzazione sociale di antichissime origini, di tipo matriarcale. Ancora oggi la discendenza si basa sul criterio matrilineare: il neonato appartiene alla classe sociale e alla tribù della madre e non del padre.
La donna targhi è depositaria delle tradizioni del suo popolo, delle leggende e delle canzoni tramandate di generazione in generazione (*), così come del tifinagh, l'antica scrittura (**) che contraddistingue i Tuareg dalle altre popolazioni dell'Africa settentrionale.

(*) Nota: Sembra che presso egiziani e altri popoli del Maghreb, la musica fosse un'attività da donne e non da uomini; quindi erano le donne ad essere musiciste e a comporre musica. Lo sappiamo sia dalla testimonianza di Diodoro Siculo ma anche da certe raffigurazioni egiziane che mostrano le donne intente a suonare, e non gli uomini.







Inoltre, in Algeria, il Rai, una musica molto popolare, è sempre stato prerogativa soprattutto delle donne, agli inizi del periodo coloniale, anche se attualmente non mancano musicisti uomini, e il più celebre è Khaled. Presso i Tuaregh, le donne suonano ancora l'imzad, uno strumento ad arco ricavato da una mezza zucca svuotata e ricoperta con una pelle. La musica dell'imzad è dolce e struggente.

(**) Ipotizzo che fosse anche una scrittura di tipo esoterico similmente alle rune. Forse era utilizzata per qualche scopo sacrale, come segnalare particolari luoghi sacri. Non tutti i Tuaregh riescono a leggere il tifinagh e questo lascerebbe intendere che alcuni significati esoterici legati a certi simboli non fossero conosciuti da tutti, ma solo da un certo gruppo, in questo caso, le donne-sacerdotesse.


GALLERIA DI IMMAGINI

Amuleti etiopi e Gris Gris










Per approfondimenti vedi qui: http://intervistemetal.blogspot.com/2017/07/magia-nera-iblis-e-black-metalla-scena.html

Graffiti:

















La Dea con le corna



























































Cioran: i miei stralci preferiti

Una raccolta di pensieri e aforismi di Cioran che apprezzo particolarmente. Suggerisco comunque la lettura di tutta la trilogia.






Brano tratto da "Lettere al Culmine della Disperazione"  

Negli stati depressivi l'uomo si sente essenzialmente come separato dal mondo, come se formasse insieme a quell'astro una dualità irriducibile. Non è forse qui la fonte di quel senso di solitudine, quella sensazione di gettatezza e di abbandono alla morte? Ma prima di tutto perchè esiste il dolore? Sarebbe assurdo rispondere che gli uomini soffrono per comprendere il mondo, come se la sofferenza giustificasse la sua comparsa, la sua esistenza, in forza del suo potere di disvelamento del mondo. Se il cammino che conduce alla conoscenza è così doloroso, chiunque rinuncerebbe ad esso. Il dolore del mondo esiste a causa del carattere irrazionale, bestiale e demoniaco della vita, questa specie di vortice che divora se stesso nella propria tensione. La sofferenza è una negazione della vita racchiusa nella sua struttura immanente. Nel carattere demoniaco della vita è implicata una tendenza verso la negatività, la distruzione, che ostacola ed esaurisce lo slancio dell'imperialismo vitale. Contrariamente ad altre forme inconsce di autodistruzione della vita, quello che avviene attraverso il dolore è il notevole sviluppo della coscienza, il cui intensificarsi è inseparabile dal fenomeno della sofferenza. Poiché il principio demoniaco le è immanente, la vita annulla radicalmente qualsiasi speranza di purificazione possibile, qualsiasi spiritualizzazione in grado di convertire i suoi orientamenti in direzione di un piano ideale. Se la vita è un'immensa tragedia, lo si deve solo a questa immanenza demoniaca. Coloro che la negano e vivono come inebriati dall'aroma delle visioni paradisiache mostrano di essere organicamente incapaci di avvicinarsi consciamente alle radici della vita o al contrario sembrano essersene distolti per privarsi della prospettiva abissale del dramma. Nel dolore l'uomo passa attraverso i sensi.

"Al Culmine della Disperazione"

pagina 36

Colui che non ha mai avuto il sentimento di questa terribile agonia in cui la morte cresce in te per invaderti come un afflusso di sangue, come una forza interiore invincibile che ti soffoca e ti si avvinghia come un serpente provocando orribili allucinazioni, costui ignora il carattere demoniaco della vita e le effervescenze interiori artefici di grandi trasfigurazioni. Solo una cupa ebbrezza può far comprendere perchè si desidera che un simile mondo finisca al più presto. Non l'ebbrezza luminosa dell'estasi, in cui, conquistati da visioni paradisiache, ci si eleva verso una sfera di purezza, dove l'elemento vitale si sublima nell'immaterialità: una tortura folle, pericolosa e distruttiva caratterizza questa ebbrezza cupa, in cui la morte appare in tutta la tremenda seduzione degli occhi di serpente che popolano incubi. Queste sensazioni e queste visioni legano a tal punto all'essenza della realtà, che le illusioni della vita e della morte lasciano cadere la maschera. Un'agonia esaltata mescolerà, in una vertigine spaventosa, la vita alla morte, mentre un satanismo bestiale presterà lacrime al piacere. La vita come agonia prolungata e cammino verso la morte non è che una formulazione diversa della dialettica demoniaca che le fa partorire forme al solo fine di distruggerle con un accanimento cieco. La molteplicità delle forme vitali non converge in un'intenzionalità trascendente, ma genera una folle dinamica in cui si riconosce soltanto il demonismo del divenire e della distruzione. L'irrazionalità della vita si manifesta in questo traboccare di forme e di contenuti, in questo desiderio frenetico di rinnovare aspetti logori senza che ciò significhi un mutamento apprezzabile. Una relativa felicità potrebbe toccare a chi si abbandonasse a questo divenire e cercasse, al di là di ogni problematica torturante, di assaporare tutte le potenzialità dell'attimo senza quel perpetuo confronto che rivela un'insormontabile relatività. L'esperienza dell'ingenuità è la sola salvezza. Ma per coloro che sentono e concepiscono la vita come una prolungata agonia, il problema della salvezza resta un semplice problema. Su questa via non ci sarà salvezza. La rivelazione dell'immanenza della morte sopravviene in genere con la malattia e gli stati depressivi. Certamente, vi sono anche altre vie, ma del tutto accidentali e individuali, con un potere di rivelazione assai minore. Se le malattie hanno una missione filosofica, non può essere che quella di mostrare quanto sia illusorio il sentimento dell'eternità dell'esistenza, e quanto fragile il sogno di un compimento della vita. Le sofferenze ci legano a realtà metafisiche che un uomo normale e in perfetta salute non capirà mai.     

La Bellezza del Fuoco, pagina 103


Il fascino delle fiamme sta nel loro potere di conquistare attraverso uno strano gioco al di là dell'armonia, delle proporzioni e della misura. Il loro impalpabile slancio non simboleggia la grazia e la tragedia, l'ingenuità e la disperazione, il piacere e la tristezza? Non ci sono, nella loro divorante trasparenza, nella loro bruciante immaterialità, la leggerezza e il volo delle grandi purificazioni e dei grandi incendi interiori? Vorrei essere sollevato dalla loro trascendenza, sospinto dal loro impulso delicato e insinuante, vorrei galleggiare su un mare di fuoco, consumarmi in una morte eterea, in una morte irreale. La loro strana bellezza dà l'illusione di una morte pura e sublime, simile a un azzurro aurorale. Non è significativo che attribuiamo una tale  morte solo alle creature alate e leggiadre? La immaginiamo come un incendio di ali, come una morte immateriale. Solo le farfalle muoiono così? E coloro che muoiono delle loro stesse fiamme!?

Pagina 122

Sarà il mio vuoto interiore a inghiottirmi, il mio stesso vuoto. Sentirsi crollare dentro di sé, nel proprio nulla, sentire quanto è rischioso pensare a se stessi, sentirsi cadere nel proprio caos interno! La sensazione di precipitare davvero nel vuoto è assai meno complessa di questa sensazione folle. Rendersi conto delle proprie infinite profondità, da cui risuonano richiami dal demoniaco sortilegio, significa pervenire a una forma insolita di espansione centripeta, in cui il centro dell'essere si sposta, in un gioco indefinito, verso un nulla soggettivo. L'angoscia del crollo fisico non ha il fascino morboso dell'angoscia del crollo interiore. Perchè a quest'ultima si aggiunge la soddisfazione di morire in se stessi, di trovare la morte nel proprio nulla. 
Non c'è nessuno che, uscendo da un dolore o da una malattia, non avverta nel fondo dell'anima un rimpianto, per pallido e vago che sia. Coloro che soffrono intensamente e a lungo, sebbene desiderino ristabilirsi, non riescono a non pensare alla loro eventuale guarigione come a una fatale perdita. Quando il dolore è parte integrante del proprio essere, il suo superamento corrisponde inesorabilmente a una perdita, e non può non provocare rimpianto. Ciò che ho di meglio in me lo devo alla sofferenza; ma le devo anche ciò che perduto. Così non si può amarla nè maledirla.
Se tuttavia si continua a vivere, è solo grazie alla scrittura, che ci sgrava, oggettivandola, di questa tensione infinita. La creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte. Mi sento sul punto di esplodere di tutto ciò che mi offrono la vita e la prospettiva della morte. Mi sento morire di solitudine, d'amore,  di disperazione, di odio e di tutto quanto il mondo può darmi. Come se ogni cosa che vivo mi dilatasse al pari di un pallone pronto a scoppiare. In queste condizioni esasperate si compie una conversazione al niente. Ci si espande interiormente fino alla follia, di là da tutte le frontiere, ai margini della luce, là dove questa è strappata alla notte, e da tale eccesso di pienezza, come in un turbine selvaggio, si è scaraventati dritti nel niente. La vita crea la pienezza e il vuoto, l'esuberanza e la depressione; che cosa siamo davanti alla vertigine interiore che ci consuma fino all'assurdo? Sento la vita scricchiolare in me per eccesso di intensità, ma anche di squilibrio. è come un'esplosione incontrollabile, che può far saltare irrimediabilmente in aria anche te. All'estremo della vita senti che essa ti sfugge, che la soggettività è un'illusione, e che in te si agitano forze di cui non sei responsabile, sottoposte a un dinamismo estraneo a ogni ritmo definito. Ai confini della vita c'è qualcosa che non sia occasione di morte? Si muore di tutto ciò che è come di tutto ciò che non è. Ogni esperienza diventa quindi un salto nel nulla. Quando hai vissuto fino al parossismo, fino alla suprema tensione tutte le cose che ti ha offerto la vita, sei pervenuto a quello stato in cui non c'è più niente che si possa ancora vivere. Anche senza aver dato fondo a tutte le esperienze: basta aver esaurito le principali. E quando ci si sente morire di solitudine, di disperazione o d'amore, le altre emozioni non fanno che prolungare questo amaro corteggio. La sensazione di non poter più vivere dopo tali vertigini deriva anche da una consunzione puramente interiore. Le fiamme della vita bruciano in un crogiolo da cui il calore non può uscire.
Tutti i mistici non ebbero forse, dopo le grandi estasi, il sentimento di non poter più vivere?
Non c'è nulla che giustifichi il fatto di vivere. Dopo essersi spinti al limite di se stessi si possono ancora invocare argomenti, cause, effetti, considerazioni morali ecc? Certamente no. Per vivere non restano allora che ragioni destituite di fondamento. Al culmine della disperazione, solo la passione dell'assurdo può rischiarare di una luce demoniaca il caos.

pagina 55


Ora, ognuno porta con sé non solo la propria vita, ma anche la propria morte. La vita non è che una prolungata agonia. La tristezza mi sembra rispecchi qualcosa di questa agonia. Il contrarsi del volto che essa provoca non è un riflesso? Il viso di chi è colpito da un'intensa tristezza mostra dei segni che sembrano scavare nell'essenza stessa dell'essere. In tali segni, negazioni evidenti della bellezza, si legge tanta solitudine e tanto abbandono che ci si chiede se la fisionomia della tristezza non sia una forma sotto la quale la morte si oggettiva. La profondità e la gravità che il volto esprime sono dovute al fatto che queste rughe incidono tanto a fondo da simboleggiare il turbamento e il dramma infinito dell'uomo. Nella tristezza il volto emana una tale inferiorità che il visibile apre una porta sull'anima (Fenomeno che si manifesta anche nelle grandi gioie). La tristezza rende accessibile il mistero. Il mistero della tristezza è tuttavia così inesauribile e ricco, che essa non finisce mai di essere enigmatica. Se si stabilisse una gerarchia dei misteri, la tristezza entrerebbe nella categoria dei misteri inesauribili, senza fine.

pagina 61, 62, 63


Non so che cosa è bene e che cosa è male; ciò che è permesso e ciò che non lo è;
In questo momento, non credo assolutamente a nulla e non ho alcuna speranza. Tutte le manifestazioni e tutte le realtà che conferiscono fascino alla vita mi sembrano prive di senso. Non ho nè il sentimento del passato nè quello del futuro, e quanto al presente, mi sembra un veleno. Non so se sono disperato, perchè la mancanza di ogni speranza può essere anche altro che la disperazione. Nessun aggettivo potrebbe urtarmi, perchè non ho più niente da perdere. Ho perduto tutto!
Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo e avvertire la solitudine del mondo.
Attesto qui, per tutti coloro che verranno dopo di me, che non ho niente in cui credere su questa terra, e che l'unica salvezza risiede nell'oblio. Vorrei scordare tutto, dimenticare completamente me stesso, non sapere più niente di me né del mondo. Le vere confessioni non si scrivono che con le lacrime. Ma le mie basterebbero ad annegare il mondo, come il mio fuoco interiore a incendiarlo. Non ho bisogno di alcun appoggio, di alcun incoraggiamento, né di alcuna compassione, perchè, per quanto io sia il più decaduto degli uomini, mi sento forte, duro e feroce! Sono infatti il solo a vivere senza speranza. Questo è il vertice dell'eroismo, il suo parossismo e il suo paradosso. La follia suprema! Dovrei incanalare tutta la passione caotica e confusa che è in me per dimenticare tutto, per non essere più niente, per sfuggire allo spirito e alla coscienza. Se ho una speranza, è quella dell'oblio assoluto. Ma non si tratta piuttosto di una disperazione? Questa speranza non è la negazione di tutte le speranze a venire? Non voglio sapere niente, neppure il fatto di non sapere niente. Perchè tanti problemi, discussioni e dispiaceri? Perchè una tale coscienza della morte? Fino a quando tutta questa filosofia e tutto questo pensiero? 

pagina 70


Sento che dovrebbe spalancarsi sotto di me un vuoto grande e oscuro che m'inghiottisse per sempre in una notte eterna. E mi stupisco che non accada davvero. In questi momenti, infatti, niente mi sembrerebbe più naturale che sprofondare negli abissi delle tenebre, dove non giungerebbe il più pallido riflesso dell'insulso chiarore del mondo. Non intendo cercare una spiegazione organica a questa mia passione per l'oscurità, giacchè non so trovarne una neppure per l'ebbrezza della luce. Mi domando tuttavia con perplessità quale senso possa esserci in quest'alternanza tra l'esperienza della luce e quella delle tenebre. L'intera concezione della polarità mi sembra insufficiente, perchè nell'inclinazione verso le regioni della notte vi è un'inquietudine ben più profonda, che non può sorgere da uno schema dell'essere, da una geometria dell'esistenza. Il sentimento di essere inghiottito dalla notte, una notte che si spalanca sotto i tuoi piedi, è possibile solo dal momento in cui senti qualcosa gravarti il cervello, un peso in tutto l'organismo che preme con la forza di un'immensità notturna. Come mi inghiottiranno le tenebre sconfinate di questo mondo!

Pagina 96


Come l'estasi purifica dall'individuale e dal contingente, per non lasciare che luce e tenebre quali elementi essenziali, così, nelle notti bianche, di tutta la molteplicità e la varietà del mondo non resta che un motivo ossessivo o un elemento intimo, quando non è la presenza viva di qualcuno. Quale strano sortilegio in queste melodie che durante le notti insonni sorgono da noi stessi, per dispiegarsi simili a un flusso ed estinguersi in un riflusso che non è simbolo di abbandono, ma ricorda piuttosto la leggerezza di un passo indietro di non so quale danza! Il ritmo e l'evoluzione sinuosa di una melodia interiore s'impadroniscono di te, in un incantesimo che non potrebbe essere estatico, perchè in questo frangersi melodico vi è troppo rimpianto. Rimpianto di che cosa? Difficile dare una risposta, giacchè le insonnie sono troppo complicate perchè ci si possa rendere conto di ciò che si è perduto. Forse perchè la perdita è infinita... durante l'insonnia prendono corpo le nostre ossessioni. Solo allora, infatti, si è prigionieri di un pensiero o di un sentimento che s'impongono con prepotenza. Tutto si compie melodicamente, con una modulazione misteriosa. L'essere amato si purifica nell'immaterialità, come si dileguasse in una melodia. Non si è più certi se si tratti di sogno o realtà. Il carattere impalpabile accordato alla realtà da questa conversione melodica provoca nell'anima un'inquietudine e un turbamento che, non abbastanza intensi per sfociare in un'ansietà universale, mantengono un'impronta di carattere musicale. Persino la morte, senza cessare di essere orrenda, appare in questa universalità notturna la cui diafana trasparenza, per quanto illusoria, non è meno musicale. Ma la tristezza di questa notte universale ricorda in tutto e per tutto la tristezza della musica orientale, in cui il mistero della morte prevale su quello dell'amore.  

Pagina 101


Mi sento un uomo senza senso, e non mi dispiace di non averne. Perchè mai dovrebbe rincrescermi, quando il mio caos non mi consente che il caos? In me non c'è la minima velleità di forma, di cristallizzazione o di ideale. Perchè non volo, perchè non mi spuntano le ali? Non nasconde questo mio desiderio una fuga dall'esistenza? Non m'involerei con tutta l'esistenza, con tutto ciò che è essere? Avverto in me una tale fluidità che mi stupisco di non sciogliermi, di non scorrere. Vorrei trasformarmi in un fiume impetuoso che portasse il mio nome e scorresse come una minaccia apocalittica. Riuscirei allora a spegnere il fuoco che mi divora? O le mie fiamme mi prosciugherebbero? In me non vi sono che vapori e scintille, inondazioni di fuoco e incendi d'acqua.
Ho dentro di me una confusione e un caos tali da non sapere come l'animo umano possa sopportarli. Troverete in me tutto ciò che vorrete, assolutamente tutto. Sono un essere degli albori del mondo, in cui il caos primigenio è alle prese col suo folle turbinio. Sono la contraddizione assoluta, il parossismo delle antinomine e il limite delle tensioni; in me tutto è possibile, perchè sono l'uomo che riderà nel momento supremo, davanti al nulla, nell'agonia della fine, nell'istante dell'ultima tristezza.

Pagina 106

Quanto terrore e quanta gioia provo al pensiero di essere bruscamente afferrato nel vorticoso caos degli inizi, nella sua confusione e nella sua paradossale simmetria - la sola simmetria caotica, priva di un'eccellenza forma e di un senso geometrico.
Ma in ogni vertigine c'è una potenzialità di forma, come nel caos ne esiste una di cosmo. Vorrei vivere agli albori del mondo, nel turbinio demoniaco del caos originario. Che niente di ciò che è in me è velleità di forma si realizzi. Che tutto vibri di una primigenia agitazione universale, come un risveglio dal nulla. Non posso vivere che al cominciamento o alla fine del mondo.


Pagina 117


Provo una strana inquietudine, che s'insinua in tutto il mio corpo, cresce come un rimpianto, per mutarsi poi in tristezza. è il timore del futuro della mia esistenza problematica, o la paura indotta dalla mia stessa inquietudine? Giacchè sono afferrato dall'angoscia per la fatalità del mio essere. Potrò continuare a vivere con questi problemi, con questi stati d'animo? Ciò che provo è la vita o un sogno assurdo, un'esaltazione irreale ammantata di impercettibili melodie trascendenti? Non si tesse in me la fantasia grottesca e bestiale di un demone? La mia inquietudine non ricorda un fiore nato nel giardino di una creatura apocalittica? La demonicità del mondo pare essersi concentrata tutta nella mia inquietudine - miscuglio di rimpianti, visioni crepuscolari, tristezze e irrealtà. Ed essa non mi farà spargere una fragranza di fiori sull'universo, ma il fumo e la polvere di un crollo totale. Giacchè tutta la mia esistenza non è che un interminabile crollo.

Pagina 134

La disciplina dell'infelicità diminuisce le inquietudine, le sorprese dolorose, attenua il tormento e controlla la sofferenza. Un mascheramento aristocratico del logorio interiore, una discrezione dell'agonia sono i requisiti di questa disciplina dell'infelicità, la quale apparentemente scalfisce appena la coscienza nei momenti supremi, affinchè la tragedia sia più dolorosa nel profondo.
Grottesco e disperazione
Tra le numerose forme del grottesco, la più bizzarra, la più complessa, mi sembra quella che affonda le sue radici nella disperazione. Le altre riguardano un parossismo secondario. Comunque - questo è importante - il grottesco è inconcepibile senza un parossismo. Ma c'è un parossismo più profondo, più organico di quello della disperazione? Il grottesco appare solo nel parossismo degli stati negativi, quando una carenza di vita provoca grandi tormenti; e un'esaltazione della negatività.
Non c'è forse un impulso incontenibile verso la negatività in questa smorfia bestiale e paradossale che deforma i tratti del viso per conferire loro una strana espressività, in questo sguardo rapito da luci e ombre lontane, mentre il pensiero segue i contorcimenti di un tale spasmo? La disperazione intensa e irrimediabile non può oggettivarsi che nelle espressioni grottesche. Il grottesco è infatti la negazione assoluta della serenità - stato di purezza, di trasparenza e di lucidità, così lontano dalla disperazione, da cui invece non possono scaturire che il nulla e il caos.


Alcuni Aforismi di Cioran, tratti da "La Caduta nel Tempo".

* Non siamo realmente noi se non quando mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, nemmeno con la nostra singolarità.
* Non coltiviamo il brivido in sé, vagheggiamo ciò che è nocivo.
* Liberarsi dell'ossessione di sé. Nessun imperativo è più urgente.
* Promossi al rango di incurabili, siamo materia dolente, carne urlante, ossa rose da grida, e i nostri stessi silenzi non sono che lamenti strozzati.
* Distruggere significa esercitarsi a non essere niente.
* Il tale è dominato dalla cupidigia, dalla gelosia, dalla vanità? Lungi dal biasimarlo si deve invece lodarlo. Che cosa sarebbe senza di esse? Quasi nulla, vale a dire puro spirito, più precisamente angelo (sterile e inefficace quanto la luce in cui vegeta).
* L'automatismo della malattia è tale che essa non può concepire niente al di fuori di se stessa. A lungo andare, essa non dà più nulla a colui che soffre se non la conferma quotidiana della sua impossibilità di non soffrire.
* Finchè si sta bene non si esiste, più esattamente: non si sa di esistere.
* Non possiamo immaginarci senza di esso né separarlo da noi stessi, dal nostro essere, di cui è la sostanza, anzi la causa.
* L'inferno è quel presente che non si muove, quella tensione nella monotonia, quell'eternità rovesciata che non si apre su niente, nemmeno sulla morte, mentre il tempo che scorreva, che si svolgeva, offriva almeno la consolazione di un'attesa, sia pure funebre.
* Colui che non ne distoglie mai la mente dà prova di egoismo e di vanità; vive in funzione dell'immagine che gli altri si fanno di lui, non può accettare l'idea che un giorno non sarà più niente; poichè l'oblio è il suo incubo di ogni istante.
* La vera vita comincia e finisce con l'agonia.
* Presto egli non sarà più niente. Non era niente neanche prima della malattia. Egli è soltanto nell'intervallo che intercorre tra il vuoto.
* Quell'essere che lui stesso ha demolito ora smania e si agita nella vana speranza di ricostituirlo, come quella di Macbeth, la sua coscienza è devastata, anche lui ha ucciso il sonno, il sonno ove riposavano le certezze... Dopo aver dubitato dei propri dubbi, finisce col dubitare di sé, con lo sminuirsi e con l'odiarsi, col non credere più alla propria missione di distruttore. Una volta reciso l'ultimo legame, quello che lo teneva attaccato a se stesso, e senza il quale perfino l'autodistruzione è impossibile, egli cercherà rifugio nel vuoto primordiale...
Non c'è più alcun argomento che lo attragga o che egli voglia innalzare alla dignità di problema, di flagello...è ridotto a non potersi più rivolgere ad altri che al Non-Creatore, a cui assomiglia, con cui si identifica, e di cui il Tutto, indistinguibile dal Niente, è lo spazio dove, sterile e prostrato, egli trova compimento e riposo.

Mi abbandono allo spazio come la lacrima di un cieco. Di chi sono io la volontà, chi vuole in me? Mi piacerebbe che un demone concepisse una cospirazione contro l'uomo: sarei pronto ad associarmi. Stanco di ingarbugliarmi nelle esequie dei miei desideri, avrei finalmente un pretesto ideale, giacché la Noia è il martirio di quelli che non vivono e non muoiono per nessuna fede.

Dal commento introduttivo a "La Caduta nel Tempo"

Se Dio ha potuto affermare di essere "colui che è", l'uomo, al contrario, potrebbe definirsi "colui che non è". E proprio questa mancanza, questo deficit di esistenza, risvegliando per reazione la sua tracotanza, lo incita alla sfida o alla ferocia. Avendo disertato le sue origini, barattato l'eternità con il divenire, maltrattato la vita proiettando in essa la propria giovane demenza, egli emerge dall'anonimato tramite un susseguirsi di rinnegamenti che fanno di lui il grande transfuga dell'essere.

 Da "Storia e Utopia" (1960)


* Esistere significa accondiscendere alla sensazione, dunque all'affermazione di sé.

* Creare significa trasmettere le proprie sofferenze.

Da "Squartamento"

* Beati tutti coloro che nati prima della scienza, avevano il privilegio di morire alla loro prima malattia.

* Anche quando non accade niente, tutto sembra di troppo.
Che dire allora in presenza di un avvenimento?

* è consolante potersi dire: "La mia vita corrisponde esattamente al genere di arenamento che mi auguravo".
* L'uomo è un Nulla conscio di sé.
* Quando si è votati al tormentarsi, i propri tormenti, per quanto grandi siano, non bastano, ci gettiamo anche su quelli degli altri, ce li appropriamo.
* Lo stato di salute è uno stato di non sensazione, anzi, di non realtà. Non appena si cessa di soffrire, si cessa di esistere.
* L'essere certi che non c'è salvezza è una forma di salvezza. A partire da lì si può organizzare la propria vita come pure costruire una Filosofia della Storia. L'Insolubile come soluzione,
come sola via d'uscita.

* Sopprimevo dal mio vocabolario una parola dopo l'altra. Finito il massacro, una sola superstite: Solitudine.   

Da "La Tentazione di Esistere"

* "Contro che cosa reagire?" Il Nulla era la mia Ostia: tutto in me e fuori di me si transustanziava in spettro.

* Soffrire: il solo modo d'acquisire la sensazione di esistere.
* Più nulla da rovesciare se non se stesso, ultimo idolo da abbattere... le proprie rovine lo attirano.
* Non si distrugge. Ci si distrugge. Mi sono odiato in tutti gli oggetti dei miei odii, ho immaginato miracoli di annientamento...
* Più nulla da cercare se non la ricerca del Nulla.
* Che tutto si fermi dal momento che non riesco a concepire né a fare un passo di più verso un orizzonte qualsiasi. 

Da "Lacrime e Santi"

* Dio ha sfruttato tutti i nostri complessi di inferiorità, a cominciare da quello che ci impedisce di crederci Dèi.

* Dio ha creato il mondo per paura della solitudine. è questa l'unica spiegazione possibile della Creazione. La sola ragione di essere di noi creature è di distrarre il Creatore...
* Poichè non esiste soluzione ad alcun problema, né via d'uscita ad alcuna situazione, non ci rimane che girare a vuoto. Nutriti di sofferenza, i pensieri prendono la forma di aporie, questo chiaroscuro della mente, la somma degli insolubili proietta una tremula ombra sulle cose. La serietà incurabile del Crepuscolo...
* Tutti i declini sono qui con me, per sostenermi...
* Non si vede più niente all'infuori del Niente e questo Niente è Tutto.
* Tutti i Nichilisti hanno avuto a che fare con Dio. Prova supplementare della sua vicinanza al Niente. Dopo aver calpestato tutto, altro non vi resta da distruggere se non quest'ultima riserva del Nulla.
* Credo di non aver mai perso un'occasione di essere triste. (La mia vocazione d'uomo)
* I nostri occhi sanno tutto, imbevuti del Nulla ci assicurano che niente ci può più accadere.
* Questo bisogno di profanare le tombe, di animare i cimiteri, in un'Apocalisse primaverile!
* La non aderenza alla vita genera una voglia di fissità. Si comincia a vedere il mondo in forme rigide, linee definite, contorni morti; quando non provate più quella gioia che nutre il divenire, tutto sfocia in simmetrie; quello che tra i vari tipi di follia, è stato chiamato "Geomatrismo", non sarebbe dunque altro che un eccesso di questa predisposizone all'immobilità che accompagna tutte le depressioni. Il gusto delle forme tradisce una tendenza segreta alla morte. Più siete depressi, più le cose si fissano, nell'attesa di farsi ghiaccio.
 


Da "Sillogismi dell'amarezza"

* è facile essere "profondi": basta lasciarsi sommergere dalle proprie tare.

* Un libro che, dopo aver demolito tutto, non demolisca anche se stesso, ci avrà esasperato invano.
* Se posso lottare contro un accesso di depressione, in nome di quale vitalità dovrei accanirmi contro un'ossessione che mi appartiene, che mi precede? Se sto bene, prendo la via che desidero.
"Malato" non sono più io a decidere: è la mia malattia.

* Tutte le acque sono color dell'annegamento.
* Quando si impara ad attingere nel vuoto a piena mani, non si paventa più il domani.
* Non chiedetemi più il mio programma. Respirare, non ne è già uno?
* Senza la speranza di un dolore più grande non potrei sopportare quello del momento, fosse anche infinito.
* A che è dovuta la sua aria di sufficienza?
Sono riuscito a sopravvivere a molte notti durante le quali mi chiedevo: mi ucciderò all'alba?


Da "Esercizi d'ammirazione"

* Uno dei primi capitoli si intitolava "L'Antiprofeta". In realtà reagivo da profeta, mi attribuivo una missione, dissolvente se si vuole, ma pur sempre una missione. Attaccando i profeti, attaccavo me stesso e... Dio, in conformità col mio principio di allora secondo il quale ci si dovrebbe occupare soltanto di lui e di sé.
* Un'incoercibile voluttà di negare...
* Le ossessioni espresse sono affievolite e per metà superate. Un libro che esce è la tua vita o una parte della tua vita che non ti appartiene più, che ha cessato di opprimerti e logorarti.
* ... della scossa fortificante di uno spirito che ha costruito sull'abisso invece di lasciarvisi cadere, e di coltivarne le angosce.
* (Benjamin Fondane) Sulla sua persona, è vero, i segni della prosperità; solo che tutto in lui era al di là della salute e della malattia, come se l'una e l'altra fossero unicamente delle tappe che aveva superato.
* (Fitzgerald) Ecco l'orrore sopraggiungere come il temporale. E se questa notte prefigurasse quella che segue la morte. Se l'aldilà non fosse che un brivido senza fine sull'orlo di un abisso in cui ci spinge tutto quanto in noi è vile e corrotto, e nel quale ci precedono la viltà e la corruzione del mondo. Nessuna scappatoia, nessuna via d'uscita, nessuna speranza, null'altro che le perpetue ripetizioni del sordido e del semi tragico... O forse attendere indefinitamente ai confini della vita senza potere mai oltrepassare la soglia che ce ne separa. Quando l'orologio suona le 4 non sono più che uno spettro.
* Mi identificavo adesso con gli oggetti del mio orrore e della mia compassione.

Da "Cioran: un Angelo Sterminatore"

* Ho cominciato ad essere "io" grazie all'insonnia, a quella catastrofe alla quale devo tutto e che ha segnato così profondamente la mia gioventù.
* Distruggo me stesso e così voglio: intanto in questo clima asmatico che creano le convinzioni, in un mondo di oppressi, io respiro. Respiro a modo mio.
Chissà? Magari un giorno Lei conoscerà il piacere di puntare un'idea, di spararci contro, di vederla cadere, e poi di ricominciare questo esercizio con un'altra, con tutte.
Questo desiderio di chinarsi su un essere, di distoglierlo dai suoi antichi appetiti, dai suoi antichi vizi, per imporglierne altri nuovi, più nocivi, affinchè perisca a causa loro...
Rivolgersi poi contro se stesso, torturare i vostri ricordi, e le vostre ambizioni, e corrodendo il vostro stesso alito, rendere pestilenziale l'aria per asfissiarsi meglio...
Un giorno magari lei conoscerà questa forma di libertà,
questa forma di respirazione che libera da se stesso e da tutto.

* Ribelli contro Dio, astrazione suprema dell'uomo, il nostro secolo scopre che è l'uomo il vero obiettivo della nostra ribellione.
* Discernere che ciò che siete, non è voi, che quello che avete non è vostro, non essere più complice di niente, nemmeno della propria vita, questo è vedere giusto, questo è scendere fino al Nulla radice del Tutto.
* Anche se fosse un inganno, l'esperienza del vuoto meriterebbe sempre di essere fatta. Ciò che essa propone, ciò che tenta, è di ridurre a niente la vita e la morte al solo scopo di rendercele tollerabili.   

Da "Il Funesto Demiurgo"

* Per smettersi di tormentarsi, bisogna lasciarsi andare a un disinteresse profondo, smettere di preoccuparsi del quaggiù o del lassù, cadere nel menefreghismo dei morti. Come guardare un vivo senza immaginarlo cadavere, come guardare un cadavere senza mettersi al suo posto? Essere supera l'intendimento.
Essere fa paura.

* Come rinunciare a ciò che non ritroveremo mai, a quel niente inaudito e pietoso che porta il nostro nome?
* Soffrire è produrre Conoscenza.
* A furia d'insistere sulle mie miserie passate e future, ho trascurato quelle del presente. Ciò mi ha consentito di sopportarle più agevolmente che se avessi consacrato le mie riserve d'attenzione.
* Vi sono notti in cui l'avvenire si abolisce, e di tutti i suoi momenti sussiste soltanto quello che sceglieremo per più non essere.  

Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe? E’ costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male. Quando vi riesce, ogni volta egli provoca, umilia il suo creatore. E se gli succede d'essere buono non più per calcolo o sforzo, bensì per natura, lo deve a una inavvertenza dall'alto: va a situarsi fuori dall'ordine universale, nessun progetto divino lo aveva previsto. Non si capisce che posto occupi fra gli esseri, e nemmeno se ne sia uno. Sarà un fantasma?   

Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è.
Parassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo ignora, se lo appropria soltanto quando è scomparso. Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande
forza irreale, è il principio che abortì sul nascere: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette
accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l'esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come
minimo una volta; il giorno, avrà vissuto da sonnambulo.  

È difficile, è impossibile, credere che il dio buono, il « Padre », sia implicato nello scandalo della creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio senza scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca
d'immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un'opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile. Manifestamente, il dio buono non era attrezzato per creare: possiede tutto, fuorché l'onnipotenza.  

Grande per le sue deficienze (bontà e anemia vanno
di pari passo), è il prototipo dell'inefficacia: non può
aiutare nessuno... Del resto, ci si aggrappa a lui solo quando ci siamo spogliati della nostra dimensione storica; se la reintegriamo ci è subito estraneo, incomprensibile: non ha niente che affascini, niente di un mostro. È a questo punto che ci volgiamo al creatore, dio inferiore e indaffarato, istigatore d'eventi. Per comprendere come abbia potuto creare dobbiamo figurarcelo preda del male, che è innovazione, e del bene, che è inerzia. Questa lotta fu probabilmente nefasta al male, che dovette subire in essa il contagio del bene: ciò spiega come mai la creazione non riesca a essere interamente cattiva.
Poiché il male presiede a tutto ciò che è corruttibile, ossia a tutto ciò che è vivente, è ridicolo il tentativo di voler dimostrare come, rispetto al bene, contenga meno essere, o addirittura non ne contenga affatto. Coloro che lo assimilano al nulla si figurano di salvare con ciò quel povero dio buono. Non è possibile salvarlo se non avendo il coraggio di disgiungere la sua causa da quella del demiurgo.

Per esservisi rifiutato, il cristianesimo fu costretto durante tutta la sua carriera, a ingegnarsi per imporre l'inevidenza d'un creatore misericordioso: impresa disperata, che ha esaurito il cristianesimo e compromesso il dio che voleva preservare.
Non possiamo impedirci di pensare che la creazione, rimasta allo stadio d'abbozzo, non poteva compiersi, né lo meritava, e che nel suo insieme essa è una colpa: il misfatto famoso commesso
dall'uomo appare quindi come la versione minore d'un misfatto di ben altra gravità. Di che siamo colpevoli, se non di avere seguito più o meno servilmente l'esempio del creatore? La fatalità che fu la sua, ben la riconosciamo in noi: non per nulla siamo venuti fuori dalle mani di un dio infelice e cattivo, un dio maledetto.  

Il bene è ciò che fu o sarà, ciò che mai è.
Parassita del ricordo o del presentimento, preterito o possibile, non può essere attuale, né sussistere di per sé: fino a quando è, la coscienza lo ignora, se lo appropria soltanto quando è scomparso.
Tutto prova la sua insostanzialità; è una grande forza irreale, è il principio che abortì sul nascere: cedimento, fallimento immemoriale, i cui effetti spiccano a mano a mano che si dipana la storia. Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita, qualcosa di innominabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri se non nei nostri ragionamenti. Che l'esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi, chi potrebbe esimersi dal supporlo? Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi, come minimo una volta; il giorno, avrà vissuto da sonnambulo.
È difficile, è impossibile, credere che il dio buono, il « Padre», sia implicato nello scandalo della creazione. Tutto fa pensare che non vi abbia mai preso parte, che essa sia opera di un dio senza
scrupoli, un dio tarato. La bontà non crea; manca d'immaginazione; e per fabbricare un mondo, sia pure abborracciato, ce ne vuole. A rigore, è da un miscuglio di bontà e di cattiveria che può sorgere un atto, o un'opera. Oppure, un universo. A ogni modo, considerando il nostro, è ben più agevole risalire a un dio sospetto che a un dio rispettabile.
Manifestamente, il dio buono non era attrezzato per creare: possiede tutto, fuorché l'onnipotenza. Grande per le sue deficienze (bontà e anemia vanno di pari passo), è il prototipo dell'inefficacia: non può aiutare nessuno... Del resto, ci si aggrappa a lui solo quando ci siamo spogliati della nostra dimensione storica; se la reintegriamo ci è subito estraneo, incomprensibile: non ha niente che affascini, niente di un mostro. È a questo punto che ci volgiamo al creatore, dio inferiore e indaffarato, istigatore d'eventi. Per comprendere come abbia potuto creare dobbiamo figurarcelo preda del male, che è innovazione, e del bene, che è inerzia. Questa lotta fu probabilmente nefasta al male, che dovette subire in essa il contagio del bene: ciò spiega come mai la creazione non riesca a essere interamente cattiva. Poiché il male presiede a tutto ciò che è corruttibile, ossia a tutto ciò che è vivente, è ridicolo il tentativo di voler dimostrare come, rispetto al bene, contenga meno essere, o addirittura non ne contenga affatto.
Coloro che lo assimilano al nulla si figurano di salvare con ciò quel povero dio buono. Non è possibile salvarlo se non avendo il coraggio di disgiungere la sua causa da quella del demiurgo. Per
esservisi rifiutato, il cristianesimo fu costretto durante tutta la sua carriera, a ingegnarsi per imporre l'inevidenza d'un creatore misericordioso: impresa disperata, che ha esaurito il cristianesimo e compromesso il dio che voleva preservare.
Non possiamo impedirci di pensare che la creazione, rimasta allo stadio d'abbozzo, non poteva compiersi, né lo meritava, e che nel suo insieme essa è una colpa: il misfatto famoso commesso  dall'uomo appare quindi come la versione minore d'un misfatto di ben altra gravità. Di che siamo colpevoli, se non di avere seguito più o meno servilmente l'esempio del creatore? La fatalità che fu la sua, ben la riconosciamo in noi: non per nulla siamo venuti fuori dalle mani di un dio infelice e cattivo, un dio maledetto. Predestinati alcuni a credere nel dio supremo ma impotente, altri nel demiurgo, altri infine nel demonio, noi non scegliamo le nostre venerazioni, né le nostre blasfemie.
Il demonio è il rappresentante, il delegato del demiurgo, di cui
quaggiù gestisce gli affari. A dispetto del suo prestigio e del terrore inerente al suo nome, non è che un amministratore, un angelo preposto a un lavoro di basso rango, la storia.
Diversa è la portata del demiurgo: come affronteremmo, lui assente, le nostre prove? Se ne fossimo all'altezza, o semplicemente un poco degni di esse, potremmo astenerci dall'invocarlo. Ma di fronte alle nostre palesi insufficienze ci aggrappiamo a lui, lo imploriamo anzi di esistere: se si scoprisse che è una finzione, quali mai sarebbero l'avvilimento o la vergogna! Su chi altro sgravarci delle nostre lacune, delle nostre miserie, di noi stessi? Per nostro decreto istituito autore delle nostre carenze, ci serve di scusa per tutto ciò che non siamo potuti essere. Quando inoltre attribuiamo a lui la responsabilità di questo universo mancato, assaporiamo un po' di pace: non più incertezze sulle nostre origini o sulle nostre prospettive, bensì una totale sicurezza nell'insolubile, fuori dall'incubo della promessa.


Da "Confessioni e Anatemi"

* Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una crocifissione.

* Kant ha atteso l'estrema vecchiaia per scorgere i lati foschi dell'esistenza e segnalare "lo scacco di ogni teodicea razionale"
...Altri, più fortunati, se ne sono accorti ancora prima di incominciare a filosofare.


* Ho appena sfogliato una biografia. L'idea che tutti i personaggi che vi sono evocati esistano ormai solo in quel libro mi è parsa così insostenibile che mi sono dovuto stendere per evitare un mancamento.

* Settuagenaria, Lady Montagu confessava che da undici anni aveva smesso di guardarsi allo specchio. Eccentricità? Forse, ma solo per quelli che ignorano il calvario del quotidiano incontro con la propria faccia.

* Posso parlare solo di ciò che provo; orbene, in questo momento non provo niente. Tutto mi sembra annullato, tutto è sospeso per me. Cerco di non trarne né amarezza né vanità. "Nel corso delle numerose vite che abbiamo vissute", si legge nel "Tesoro della Vera Legge", "quante volte siamo nati invano, morti invano!"

* Il mal d'orecchie di cui soffriva Swift è in parte all'origine della sua misantropia. Se mi interesso tanto alle infermità degli altri, è per trovarmi subito dei punti in comune con loro. Talvolta ho l'impressione di aver condiviso tutti i supplizi di quelli che ho ammirato.

* è impossibile passare notti bianche ed esercitare un mestiere: se quando ero giovane i miei genitori non avessero finanziato le miei insonnie, mi sarei sicuramente ucciso.

* Ero in preda a un'angoscia di cui non vedevo come sarei riuscito a liberarmi. Suonano alla porta. Apro. Si palesa una signora di una certa età che davvero non aspettavo. Per tre ore mi inflisse una serie di sciocchezze tali che l'angoscia si trasformò in collera. Ero salvo.

* La tirannia distrugge o fortifica l'individuo; la libertà lo rammollisce e ne fa un fantoccio. L'uomo ha più possibilità di salvarsi con l'inferno che col paradiso.

* Aprendo in una libreria i "Sermoni" di Meister Eckhart, leggo che la sofferenza è intollerabile per chi soffre per sé, ma che è leggera per chi soffre per Dio, perché è Dio a portarne il fardello, fosse anche carico della sofferenza di tutti gli uomini.
Non per caso sono capitato su quel passo, giacché s'applica bene a chi non potrà mai scaricare su nessuno tutto ciò che pesa su di lui.


* Secondo la Qabbalah, Dio permette che il suo splendore si affievolisca perché angeli e uomini possano sopportarlo. Come dire che la creazione coincide con un indebolimento della luce divina, con uno sforzo verso l'ombra cui il Creatore ha consentito. L'ipotesi dell'offuscamento volontario di Dio ha il merito di farci aprire alle nostre proprie tenebre, responsabili della nostra irricettività a una certa luce.

* Abuso della parola Dio; la adopero spesso, troppo spesso. Lo faccio ogni volta che giungo a un estremo, e mi occorre un vocabolo per designare ciò che viene dopo. Preferisco Dio a Inconcepibile.

* Un patrimonio davvero nostro: le ore in cui non abbiamo fatto nulla... Sono loro che ci formano, che ci invidividuano, che ci rendono dissimili.

* Sarvam anityam = tutto è transitorio (buddha).
Formula che ci si dovrebbe ripetere ogni ora del giorno, a rischio - meraviglioso - di morirne.


* Bisognava lasciarlo parlare di tutto, e tentare d'isolare le parole folgoranti che gli sfuggivano. Era una eruzione verbale priva di senso, con gesticolamenti di santo istrionico e tocco. Per mettersi al suo livello si doveva farneticare come lui, proferire sentenze sublimi e incoerenti. Un faccia a faccia postumo, fra spettri appassionati.

* Quando si è usciti dal circolo di errori e di illusioni all'interno del quale si svolgono gli atti, prendere posizione è una quasi-impossibilità. Occorre un minimo di stupidità per tutto, per affermare e anche per negare.

* Per scorgere l'essenziale non bisogna esercitare alcun mestiere. Restare tutto il giorno distesi, e gemere...

* Tutto ciò che mi mette in disaccordo con il mondo mi è consustanziale. Ho imparato pochissimo per esperienza. Le mie delusioni mi hanno sempre preceduto.

* Esiste un innegabile piacere nel sapere che tutto quanto si fa non ha alcuna base reale, che è indifferente commettere un atto o non commetterlo. Ciò non toglie che nei nostri gesti quotidiani veniamo a patti con la Vacuità, vale a dire che di volta in volta, e talora nello stesso tempo, riteniamo questo mondo reale o irreale. Mescoliamo così verità pure e verità sordide, e questa mistura, vergogna del pensatore, è la rivincita del vivente.

* "Sento che sei giunto a detestare sia quello che pensano gli altri sia quello che pensi tu stesso", mi ha detto lei di primo acchito dopo tanto tempo che non ci vedevamo. Al momento di ripartire mi ha raccontato un apologo cinese da cui risultava che nulla eguaglia l'oblio di sé. Lei, l'essere più presente, il più carico di energia interiore e di energia in generale, il più attaccato al suo io, il più colmo di sé che si possa concepire - per quale equivoco vanta la cancellazione, al punto di credere di offrirne un esempio perfetto?

* Vive i suoi ultimi giorni da mesi, da anni, e parla della sua fine al passato. Un'esistenza postuma. Mi meraviglio che riesca a durare senza mangiare quasi nulla: "Il mio corpo e la mia anima ci hanno messo tanto tempo e accanimento a saldarsi che adesso non riescono a separarsi."
Se non ha la voce di un morente, è perché da molto tempo non è più in vita. "Sono una candela spenta" è la cosa più giusta che abbia detto sulla sua ultima metamorfosi. Quando evocavo la possibilità di un miracolo, "Ne occorrerebbero molti" fu la sua risposta.


* L'appellativo deicida è l'insulto più lusinghiero che si possa rivolgere a un individuo o a un popolo.

* Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti.

* Più si detestano gli uomini, più si è maturi per Dio, per un dialogo con nessuno.

* Ho sbraitato così spesso contro ogni forma di atto che manifestarmi in qualsiasi modo, mi sembra un'impostura, anzi un tradimento. "Eppure Lei continua a respirare".
"Sì, faccio tutto quello che si deve fare. Ma..."


* Mentre mi esponeva i suoi progetti, lo ascoltavo senza poter dimenticare che non avrebbe passato la settimana. Che follia da parte sua parlare di futuro, del suo futuro! Ma una volta fuori, come non pensare che dopotutto non era così grande la differenza fra un mortale e un moribondo? Nel secondo caso l'assurdità di fare progetti è solo un po' più evidente.

* Ci si agita tanto - perché? Per ridiventare ciò che si era prima di essere.

* X., che ha fallito in tutto, si lagnava davanti a me di non avere un destino. - E invece sì. La serie dei suoi insuccessi è così straordinaria che sembra rivelare un disegno provvidenziale.

* I soli avvenimenti notevoli di una vita sono le rotture. Sono anche quelle che svaniscono per ultime dalla nostra memoria.

* Dato che giorno dopo giorno sono vissuto in compagnia del suicidio, sarebbe ingiusto e ingrato da parte mia denigrarlo. Che cosa c'è di più sano, di più naturale? Non lo è invece la brama forsennata di esistere, tara grave, tara per eccellenza, la mia tara.

* Esiste, certo, una melanconia clinica, su cui a volte hanno effetto i rimedi; ma ne esiste un'altra, soggiacente alle nostre stesse esplosioni di allegria, e che ci accompagna ovunque, senza lasciarci soli un momento. Nulla ci permette di liberarci di quella malefica onnipresenza: è il nostro io per sempre di fronte a se stesso.

* [...] Solo ciò che invita al collasso merita di essere ascoltato.

* Ritirarsi indefinitamente in se stessi, come Dio dopo i sei giorni. Imitiamolo, almeno in questo.

* Una fiamma attraversa il sangue. Passare dall'altra parte, aggirando la morte.

* Siccome i nostri difetti non sono accidenti di superficie ma il fondamento stesso della nostra natura, non possiamo emendarcene senza deformarla, senza pervertirla ancora di più.

* A nessuna sorte avrei potuto adattarmi. Ero fatto per esistere prima della mia nascita e dopo la mia morte, ma non durante la mia esistenza.

* Quelle notti in cui ci si persuade che tutti hanno evacuato questo universo, anche i morti, e che si è l'ultimo vivente, l'ultimo fantasma.

* Da nessuna parte il vero; ovunque simulacri, da cui non ci si può aspettare nulla. Perché aggiungere allora a un disinganno iniziale tutti quelli che arrivano dopo e lo confermano con regolarità diabolica, giorno dopo giorno?

* Il puro passare del tempo, il tempo nudo, ridotto a essenza di scorrimento, senza la discontinuità degli istanti, si coglie nelle notti bianche. Tutto scompare. Il silenzio si insinua ovunque. Si rimane in ascolto, ma non si sente nulla. I sensi non si volgono più verso l'esterno. Verso quale esterno? Inabissarsi cui sopravvive quel puro passare attraverso di noi, e che è noi, e che finirà solo con il sonno o con il giorno.

* Ho notato che alla conclusione di qualsiasi scossa interiore le mie riflessioni, dopo un breve slancio, prendevano un andamento penoso e persino grottesco. è stato invariabilmente così nelle mie crisi, decisive o meno. Appena facciamo un balzo fuori della vita, la vita si vendica, e ci riconduce al suo livello.

* Mi è impossibile sapere se mi prendo sul serio o no. Il dramma del distacco sta nel non poterne misurare il progresso. Si avanza in un deserto, e non si sa mai a che punto si è.

* Ero andato lontano per cercare il sole; e il sole finalmente trovato, mi era ostile. E se andassi a gettarmi dall'alto della scogliera? Mentre facevo considerazioni piuttosto tetre, guardando quei pini, quelle rocce, quelle onde, sentii improvvisamente sino a che punto ero attaccato a quel bell'universo maledetto.

* Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.

* Il rimpianto, trasmigrazione in senso inverso, risuscitando a piacere la nostra vita ci dà l'illusione di averne vissute molte.

* Di tutto quello che ci fa soffrire, nulla come il disinganno ci dà la sensazione di raggiungere finalmente il Vero.

* Otteniamo quasi tutto, salvo ciò che speriamo in segreto. Probabilmente è giusto che ciò cui teniamo di più sia irraggiungibile, che l'essenziale di noi stessi e del nostro tragitto resti nascosto e irrealizzato. La Provvidenza ha fatto bene le cose: ciascuno tragga profitto e orgoglio dal prestigio legato alle intime disfatte.

* Quando si cade sotto l'incantesimo della morte, tutto avviene come se la si fosse conosciuta in un'esistenza precedente, e si fosse ora impazienti di ritrovarla al più presto.

* Si va di smarrimento in smarrimento. Questa considerazione è senza importanza, e non impedisce a nessuno di realizzare il suo destino, di accedere insomma allo smarrimento integrale.

* Per solidarietà con un amico appena morto, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciato sommergere da quel mezzo caos che precede il sonno. In capo ad alcuni minuti ho creduto di afferrare quella realtà infinitesimale che ci collega ancora alla coscienza. Ero alla soglia della fine? Un istante dopo, mi trovavo in fondo a un abisso, senza la minima traccia di paura. Non essere più sarebbe dunque così semplice? Probabile, se la morte fosse solo un'esperienza, ma essa è l'esperienza medesima. Che idea, quindi, giocare con un fenomeno che accade una volta sola! L'unico non si sperimenta.

* La prima cosa che mi raccontò un amico perso di vista da molti anni: da lunga data aveva fatto scorta di veleni, ma non era riuscito a uccidersi perché non aveva saputo quale scegliere...

* Tutto ciò che ci affligge ci permette di definirci. Senza indisposizioni, nessuna identità. Fortuna e disgrazia di un organismo cosciente.

* Smarrito quaggiù, come mi sarei smarrito probabilmente ovunque.

* è meraviglioso che ogni giorno ci porti una ragione nuova di sparire.

* In un pianeta incancrenito ci si dovrebbe astenere dal fare progetti, ma se ne fanno sempre, perché l'ottimismo, com'è noto, è una mania degli agonizzanti.

* Le ultime foglie cadono danzando. Occorre una grande dose d'insensibilità per fronteggiare l'autunno.

* E dire che ci si sarebbe potuto risparmiare di vivere tutto quanto si è vissuto!



Dove risiede il vero: nell'appello del Buddha all'esperienza del Nulla, la più nobile di tutte le esperienze, o nell'apologia al suicidio fatta da Porfirio alle prese con Plotino? A ben riflettere entrambi invitano alla rinuncia. Nessuna Soluzione, se non al di fuori dell'esistenza.
Si può anche andare oltre: rifiutare l'idea di soluzione, (1) affondare sempre più nell'impasse capitale che annulla tutte le domande e tutte le risposte e che si chiama noia.
Nessuno ne ha conosciuti i tormenti come Leopardi.

Non contano tanto gli autori che abbiamo letto ma quelli a chi non abbiamo mai smesso di pensare, che sono stati presenti nei momenti essenziali e che con il loro martirio ci hanno aiutato a conoscere il nostro.
(...) per commiserare le nostre miserie alle loro, per sentirsi così vicini a loro nei nostri stati di prostrazione, di abbandono, di orrore.
(...) La noia l'ho provata sempre: la prima esperienza cosciente che ne ho avuto risale a un pomeriggio della mia infanzia, quando ho sentito nel modo più intenso una presenza insieme interna ed esterna: era quella del tempo.
Era in me e al di fuori di me, in entrambi i casi sotto forma di una lacerazione ostile, di un'esclusione folgorante dal paradiso e soprattutto di un'impressione di vacuità letteralmente inesauribile (quest'impressione paradossale è la definizione stessa della noia)


(1) Nota di Lunaria: dal punto di vista esoterico, l'Arcano che rappresenta la rinuncia ma anche "il non far niente" è l'Appeso. https://intervistemetal.blogspot.com/2018/10/esoterismo-16.html

 p.s  chissà se a Cioran sarebbe piaciuto il DSBM...