"Streghe"

Cinque ragazze, cinque protagoniste diverse che cercano di sperimentare i propri poteri: streghe di ieri e di oggi, streghe buone per le quali la magia è una forza naturale e positiva, da usare per diffondere la gioia attorno a sé, ma soprattutto per acquistare forza, consapevolezza e capacità di amare.

Cinque lunghi racconti fantastici che parlano di fiori fatati, innamorati improbabili, matrimoni insoliti, guarigioni possibili, misteriose scatole che riescono a deviare un'autostrada… Cinque storie da leggere per scoprire in se stesse l'ombra degli incantesimi di cui tutte le donne sono capaci.


"Il Conte Dracula" (1986)

 Per vedere altre copertine: https://intervistemetal.blogspot.com/2022/07/i-librogame.html















La Casa dal Grande Giardino (Gaia Junior)

Non capita a tutti di vivere in una vecchia, immensa casa piena di ricordi, circondata da un grande giardino. Clare abita appunto in un luogo del genere, insieme alle anziane prozie, amabili e stravaganti, che si rimettono spesso al senso pratico della nipote. Ma ben presto Clare comincia a scorgere, tra le ombre del giardino, bizzarre  figure dal volto dipinto, evocate, forse, da un misterioso oggetto trovato in soffitta, che viene da lontano e sembra possedere oscuri poteri.

Tra sogno e realtà, ha inizio una sorprendente avventura che insegnerà alla protagonista il valore della memoria, facendole capire che il passato può dare un senso al presente.


Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/gaia-junior.html


Astercote, il Villaggio Scomparso

 


Mair e Peter sono due ragazzi intraprendenti, alle prese con un mistero che li porterà a vivere un'avventura insolita e un po' paurosa.
Vedranno infatti riapparire Astercote, un villaggio distrutto nel quattordicesimo secolo, mentre un'antica ed inquietante superstizione allunga la sua ombra sul presente.


Le pagine più belle:

A un certo punto, nella notte, al buio, Mair fu svegliata da Tar che uggiolava nella cucina dabbasso. Era l'unica a poterlo sentire, in parte perché la sua stanza era proprio sopra la cucina e in parte perché, per quanto infantile potesse sembrare, lei ancora preferiva tenere aperta la propria porta di notte e lasciar passare quel rassicurante filo di luce dal pianerottolo. (...) Mair si appoggiò allo stipite, rabbrividendo leggermente quando l'aria della notte le arrivò sulle braccia nude (...) Era quasi chiaro, c'era una strana luce diffusa e uniforme che la sconcertò finché non si rese conto che doveva esserci la luna piena nascosta da qualche parte, dietro gli alberi o le case. Guardando verso il villaggio vecchio, vide le case ammucchiate una sull'altra e il campanile della chiesa, la bella pietra che risplendeva pallida, quasi bianca, contro il nero e il grigio degli alberi, della strada, dei cespugli e dell'erba. Pareva un mondo decolorato, immobile, in cui tutto avesse assunto proporzioni in qualche modo più grandi o imponenti che di giorno. La chiesa pareva una cattedrale, le case più grandi, o anche più antiche. Un pipistrello le volò davanti a pochi centimetri, con la sua minuscola sagoma nitida contro il cielo, nero su nero. (...) La luna sbucò fuori, piatto disco giallo sopra gli alberi, unica nota di colore, finalmente, in quel mondo in bianco e nero. (...) Un uomo camminava sotto la luna, in mezzo alla neve, ascoltando quello stesso ululato gemente, che adesso proveniva da ogni parte, si avvicinava e si allontanava di continuo, ed egli era così stanco, così pieno di freddo, poi guardò verso dove sarebbe dovuto essere il bosco e là, sotto la stessa alta luna fluttuante, vide il dito puntato della guglia della chiesa, la guglia di Astercote, e tutto parve normale. Una filza di tetti di paglia inargentati e la sagoma nera della chiesa, e da qualche parte il bagliore arancione del cerchio di una lanterna, e il freddo e la sensazione di spossatezza cominciarono a sparire. Qualcuno, in un qualche tempo, tanto tempo prima, tornava a casa a notte fonda tra la neve ammucchiata a ridosso delle siepi e nella foresta si sentivano degli ululati...



"Contromano" (ghost story)

"Nossignori, non andrò mai contromano", disse Tim.

"No e poi no. Soprattutto intorno ad una chiesa."

"Tu... che cosa?", strillarono gli altri.

"Non ci vado, contromano", ripeté Tim, deciso.

"In senso antiorario, insomma, da destra a sinistra. Non intorno a una chiesa, poco ma sicuro."

"Perché no?"

"Me l'ha detto la nonna. è pericoloso, mi ha detto. Possono succedere cose terribili."

Avevano giocato a nascondino fra le tombe e le lapidi del cimitero che circondava la vecchia chiesa, quasi tutte così alte e imponenti da sembrare fatte apposta per nascondervisi dentro.

Come "base" avevano usato il vecchio monumento ai Caduti e, appena uno di loro veniva avvistato, doveva correre a toccarlo prima che ci riuscisse il ragazzo che era "sotto".

A Tim l'idea non era piaciuta granché.

"è come se si ballasse sulle tombe", aveva protestato prima che gli altri riuscissero a persuaderlo a partecipare al gioco.

Ma ora si erano stancati di giocare e avevano deciso di organizzare una gara di corsa intorno alla chiesa e al cimitero.

E poi Tim se n'era uscito con quella faccenda del "contromano".

"Niente contromano", aveva detto, quando William aveva suggerito di andare in senso antiorario.

"Se proprio dobbiamo fare questa gara, sarà meglio che corriamo in senso inverso."

"E che cosa dovrebbe succedere, se vai contromano?"

"Qualcosa di brutto", rispose Tim, vago. "Non so altro. Ma la nonna..."

"Di tua nonna ce ne facciamo un baffo, vero, ragazzi?", lo interruppe William.

Però, guardandosi intorno, constatò che anche gli altri parevano dubbiosi.

Dennis, per esempio, si era tirato indietro come se gli fosse passata la voglia di prendere parte alla gara. Kevin, le mani sui fianchi, si mordicchiava il labbro inferiore. Pete aveva abbassato gli occhi sul sentiero, come se avesse appena scoperto qualcosa d'interessantissimo in mezzo all'erba.

William conosceva bene quei segni premonitori.

"D'accordo. Vuol dire che andrò da solo. E farò il giro contromano o in senso antiorario o come altro volete chiamarlo", decise.

"E scommetto che non mi succederà un bel niente. Siete dei bei fifoni, a spaventarvi per le chiacchiere di una vecchietta scema."

"Mia nonna non è una vecchietta scema", affermò Tim. "Tu fallo, e vedrai quello che ti succederà."

"Lo farò, eccome", disse William. "E quando tornerò, faremo la gara, d'accordo? Ai blocchi di partenza... pronti... via!" 

E scattò verso sinistra.

Gli altri rimasero a guardarlo, a disagio. Non gli sarebbe successo niente, di sicuro. Non era possibile. Non avrebbero dovuto dare ascolto alle chiacchiere di Tim.

Videro la testa e le spalle di William mentre il ragazzo costeggiava il muro del cimitero. Lo seguirono con lo sguardo quando girò l'angolo, dove il terreno diventava più basso, permettendo loro di scorgere soltanto la sua testa… e poi niente del tutto.

Fra un momento William avrebbe svoltato l'altro angolo e sarebbe tornato indietro. Fino a quel momento, il muro di cinta avrebbe impedito loro di vederlo.

"Ho un'idea", annunciò Pete.

Quando William completò il giro, i suoi amici erano pronti a riceverlo.

"Fatto", disse. "Così ora possiamo farlo tutti insieme. Datemi solo il tempo di riprendere fiato."

Si curvò ansimando, le mani sulle ginocchia, e poi si raddrizzò.

"Su, mettiamoci in riga", disse.

Nessuno si mosse. Continuavano a guardare alla sinistra della chiesa, come se ancora aspettassero il suo arrivo.

"Allora?", sbottò William, spazientito.

Nessuno gli badò. E a quel punto William si rese conto che si erano messi d'accordo di fingere di non vederlo, per farlo spaventare.

"E va bene", disse dopo una breve riflessione. "Se è questo che volete, farò un altro giro."

Partì di nuovo, ma stavolta, quando il muro lo nascose alla vista degli amici, si fermò. Avrebbe restituito loro lo scherzo, pensò, facendo credere di essere sparito per davvero.

Rapidamente, procedette carponi per un po' e alla fine si acquattò dietro una grossa lapide, in attesa.

Di colpo notò una ragazza più o meno della sua età, nascosta dietro le lapide della tomba accanto, che lo fissava incuriosita.

"Ti stai nascondendo?" chiese la ragazza.

William annuì. "Ssst", le sussurrò, "potrebbero sentirti."

"Scusa"

"Che ci fai qui?", bisbigliò ancora William.

"Mi nascondo anch'io, no?"

"Da chi?". William non aveva visto altre ragazze nei paraggi.

"Dalle mie sorelle, naturalmente."

William la squadrò da capo a piedi. Aveva capelli biondi lunghi fino sulle spalle e un abito lungo fino ai piedi.

Le sorelle dovevano essere dall'altra parte del muro, per questo non le aveva viste.

"Perché sei vestita in quel modo?"

"Perché mi piace. Dai, vieni a sederti qui."

William esitò appena un attimo prima di schizzare a raggiungerla.

"Cos'è che non va nel mio vestito, secondo te?", chiese la ragazza.

"Mi sembra scomodo per correre e scavalcare i muri e via dicendo. è troppo lungo..."

"Mai avuto problemi. E poi questa è la moda. Come ti chiami?"

"William"

La conversazione stava diventando noiosa. Ormai era tempo che i suoi amici cominciassero a cercarlo. Kevin sarà il primo a muoversi, ci scommetto, pensò.

Prima avrebbero fatto un giro attorno al muro di cinta, e poi, non riuscendo a trovarlo, avrebbero guardato nel cimitero.

E a quel punto lui sarebbe saltato fuori e li avrebbe spaventati a morte.

Sì, aveva proprio calcolato tutto a puntino.

"Mi chiamo Jane", si presentò la ragazza.

"Ah, sì"

"Prima mi sono nascosta in una tomba... quella laggiù".

Gliela indicò.

William rivolse alla tomba un'occhiata distratta, più che altro per educazione, ma subito dopo la fissò con maggiore attenzione. Era un sepolcro rettangolare di pietra massiccia, che svettava di un metro buono sopra il terreno ed era coperto da una spessa lapide di marmo.

A giudicare dal suo stato, così corroso dalle intemperie, doveva avere almeno un centinaio di anni.

"Come hai fatto a infilarti là sotto?", chiese incredulo.

Nemmeno lui sarebbe riuscito a spostare quella lapide.

"Non è stato facile", ridacchiò la ragazza, "ma ce l'ho fatta. E sono perfino riuscita a richiuderla sopra di me. Era così umida e scivolosa, capisci, che non ho avuto problemi a farla scorrere. Il problema è stato che, una volta dentro, non sono più stata capace di spostarla per uscire."

William la fissò esterrefatto. "E allora come... come hai fatto?"

Che domanda sciocca!, si disse subito dopo. Di certo le sorelle l'avevano scoperta e l'avevano liberata.

"Non ce l'ho fatta", rispose la ragazza sorridendo.

Si alzò e si incamminò nell'erba.

"Jane! Ehi, Jane!", la chiamò William in un sussurro.

"Stai giù o ti vedranno."

"Non possono, stai tranquillo. Dai, vieni."

Stava per alzarsi anche lui, quando di colpo si bloccò, rendendosi improvvisamente conto di quello che lei gli aveva appena detto.

"Che significa che non ce l'hai fatta?", chiese, timoroso.

"Che sono rimasta là sotto. Le mie sorelle non mi hanno trovata, così le sto ancora aspettando. Sono morta di fame, naturalmente. Vieni a vedere dove sono sepolta."

Ora William stava sudando, e non per il caldo: era un sudore gelido, il suo.

Poi capì. La ragazza scherzava, ovviamente.

Tirò il fiato e si alzò e seguì quella ragazza dai lunghi capelli e dalla lunga veste e che portava - lo notò guardandola più da vicino - un paio di stivaletti neri abbottonati di lato.

Riuscì a leggere soltanto il nome, Jane, e due date prima di distogliere bruscamente lo sguardo dalla lapide che lei gli indicava.

Si guardò freneticamente intorno.

I suoi amici erano entrati nel cimitero e lo stavano cercando dietro ogni lapide, dietro ogni tomba.

Li chiamò a gran voce, ma loro non gli badarono. Cominciarono a sudargli le mani. Avrebbero dovuto vederlo e udirlo benissimo, e invece lo ignorarono completamente.

Inorridito, riportò lo sguardo sulla ragazza: continuava a sorridere, come se sapesse che cos'era successo.

"Vedi?", gli disse, "Adesso siamo praticamente uguali..."

"Oh, perdinci!" gli sfuggì di bocca.

Restò ritto lì, con le mani sulla bocca, mordicchiandosi le nocche e sforzandosi di escogitare un modo per rimettere le cose a posto, per farle tornare normali.

Contromano! Era quella la risposta, era quella la causa di tutto. Adesso sapeva che cosa fare.

Tornò di corsa verso il muro di cinta dietro la chiesa.

"Non andare!", gridò la ragazza; ma lui non le diede retta.

Raggiunse il muro e vi si arrampicò. Atterrito com'era riuscì a superarlo soltanto al secondo tentativo.

Si lasciò cadere sull'erba, poi si rialzò e prese a correre, più veloce che poteva, in senso orario, stavolta, fino a ritrovarsi davanti all'ingresso.

A quel punto chiamò di nuovo i suoi amici e quando li vide voltarsi, si affrettò a correre loro incontro.

"Non riuscivate a trovarmi, eh?", gridò, pregando che potessero sentirlo.

"Dove t'eri cacciato?", strillò Tim.

Sollevato oltre ogni dire, si affrettò a raggiungerli.

Aveva funzionato, dunque.

"Laggiù", rispose, indicando la lapide dietro la quale si era appostato.

Poi si diresse verso la tomba mostrategli da Jane e, con aria indifferente, provò a scoperchiarla. La lapide non si mosse.

William rabbrividì.

"è morta giovane, questa Jane", commentò Pete, leggendo l'iscrizione su una piccola pietra tombale vicino ai suoi piedi. "Aveva più o meno la sua nostra età. Chissà di che cosa è morta..."

"Di fame", rispose William, senza pensarci; poi, prima che potessero chiedergli come facesse a saperlo, aggiunse in fretta "Allora, la facciamo questa gara di corsa o no?" e dopo una breve pausa, riprese, "comunque, tanto per non correre rischi, andremo in senso orario... giusto nel caso che la nonna di Tim abbia ragione."

Andando verso l'uscita, si voltò un'ultima volta. Lei era ancora lì da qualche parte, ne era sicuro, in attesa che le sorelle venissero a salvarla. E la cosa più terribile era che sarebbe stata lì per sempre.

Di colpo, desiderò soltanto allontanarsi da quel posto orribile.

Non ci sarebbe più tornato, decise.

Perché se ci fosse tornato, sapeva che cosa sarebbe potuto accadere.

"D'altro canto", sbottò, "potremo anche lasciar perdere questa storia della corsa. Andiamo a fare qualcosa di più interessante, che ne dite?"


"Buon Natale" (ghost story)

La nonna morì ad ottantacinque anni. Fino a quel momento, era sempre andata a trascorrere il Natale con Kate e i suoi genitori, trattenendosi da loro soltanto per pochi, insopportabili giorni. Non faceva che starsene in poltrona e, incurante del televisore acceso, continuava a blaterare di persone che Kate e i suoi non avevano mai conosciuto e delle quali non importava loro granché.

Insomma, la sua morte fu una liberazione per i genitori di Kate.

"Ora non siamo più obbligati a passare il Natale a casa", disse sua madre.

"E nemmeno dobbiamo sorbirci tutte quelle noiose riunioni di famiglia. Preferirei di gran lunga andare in albergo a spassarmela, tanto per cambiare."

Kate era più che d'accordo: le riunioni di famiglia erano sempre state una vera lagna.

Dato che la nonna stava da loro, arrivavano zio Mike e sua moglie Doreen, latitanti per il resto dell'anno a parte l'inevitabile biglietto di auguri per il compleanno di Kate.

E arrivava anche zio Derek. Sua moglie Jane era il tipo di donna che porta occhiali dalla montatura rossa svirgolata all'insù e vestiti troppo corti per la sua età e le sue gambe cicciute.

Quei due erano decisamente i peggiori e, fra tutti, non facevano che parlare di gente sconosciuta, finché Kate, disperata, non proponeva di giocare a Scarabeo.

Ma a quel punto la nonna cominciava a lamentarsi di non conoscere bene le regole e tutti erano costretti ad aiutarla, mandando all'aria il gioco, anche se Kate era certa che lei lo conosceva perfettamente e che il suo era soltanto un trucco per restare al centro dell'attenzione.

Chissà, si chiedeva Kate, se la nonna era sempre stata così o se era peggiorata con l'età. E si domandava pure com'erano stati i fratelli del padre da piccoli. Era sorprendente che lui fosse così diverso da loro. Forse ce l'aveva messa tutta per distinguersi; o forse somigliava a suo padre, il nonno che Kate ricordava appena.

Comunque, non ci mise molto a escludere questa possibilità.

"Appena sposati, prima che tu nascessi", aveva detto pensosamente suo padre una volta, "la mamma e io non trascorremmo il nostro primo Natale coi nonni. Andammo in albergo, invece. Fu divertentissimo. Ma, al ritorno, ce la fecero scontare."

"Tuo nonno", aggiunse la mamma, "ci disse che il Natale va passato in famiglia, punto e basta. E da come ci trattò tua nonna, sembrava che avessimo commesso un delitto."

"Una bella scocciatura, eh?", Kate era incuriosita.

Di certo, pensava, le altre famiglie non avevano problemi del genere.

"Scocciatura è dir poco! Così, da allora, siamo stati costretti a passare il Natale in famiglia. Prima a casa della nonna; poi, alla morte di tuo nonno, l'intera tribù decise di venire qui", concluse la madre di Kate in tono sarcastico. "Ma ora... ora siamo liberi!"

"Dove pensate di andare?", chiese Kate.

"Nello stesso albergo dove andammo anni fa", rispose suo padre. "Ho già prenotato. Quest'anno passeremo un Natale diverso dal solito, vedrai."

"Ci saranno feste, giochi e balli e moltissime cose interessanti. Ti divertirai", aggiunse sua madre.

Si diressero a sud, lungo la costa, e arrivarono sul posto la vigilia di Natale.

L'atrio dell'albergo era addobbato con stelle filanti, agrifoglio e vischio, e le finestre risplendevano di luci.

"Proprio come me lo ricordavo!", esclamò felice la madre di Kate.

"E guarda", disse più tardi, aprendo la porta della stanza, "ci hanno assegnato la stessa camera di allora. Che coincidenza straordinaria!"

La camera di Kate, più piccola, era di fronte alla loro.

Aveva un'aria vecchiotta e malandata, notò, come pure quella dei genitori.

Il ricordo non coincide mai con la realtà, rifletté saggiamente.

Purtroppo, ben presto anche i suoi se ne resero conto.

"Be', almeno il cibo non è male", commentò tetro il padre.

"Ma è ovvio che l'albergo ha cambiato gestione. Non è affatto come ai vecchi tempi."

Il suo sguardo percorse la sala da pranzo, gremita di vecchietti e gente anzianotta dall'aria imbalsamata.

"è vero", ammise la mamma. "Però forse le cose miglioreranno", aggiunse speranzosa.

Kate pensò che, con l'albergo pieno di gente simile, parlare di feste divertenti era fuori discussione. Non vide una sola persona della sua età.

"L'altra volta, l'albergo era pieno di giovani... come lo eravamo noi", disse suo padre. "Fu tutto un festeggiare e divertirsi, dal primo all'ultimo giorno. Ci dispiacque davvero partire."

Nemmeno se ne parla, di divertirsi qua dentro, pensò Kate.

La sera della Vigilia era in programma una festa danzante a base di vecchi dischi di valzer e fox-trot. Diligentemente, gli anziani ospiti dell'albergo si alzarono e ballarono vacillanti e con aria pochissimo entusiasta.

Infine, il caffè fu servito da immusoniti camerieri vecchi quasi quanto loro.

"Perché non usciamo in cerca di qualcosa di meglio?", propose il padre.

"Ti va, Kate?"

"Preferisco restare qui", rispose lei. "Magari fra un po' l'ambiente si riscalderà. Comunque, è sempre meglio che passare il Natale a casa", aggiunse.

Verissimo. Qualunque cosa era meglio, perfino quel mortorio.

I suoi genitori uscirono alla ricerca di un bar che un tempo avevano frequentato - e lei era pronta a scommettere che anche quello era cambiato, sempre che ancora esistesse - e Kate, dopo essersi trattenuta per un po' nella sala, prese l'ascensore e salì in camera.

Soltanto l'ascensore era ancora quello d'un tempo, identico a come lo ricordavano i suoi: una specie di vecchia, antiquata, gabbia cigolante.

Una volta in camera, Kate si mise a controllare che i regali natalizi da dare ai genitori fossero incartati per bene.

E fu più che sorpresa quando la porta si spalancò di botto ed entrò un ragazzo… in pigiama; un pigiama pesante, notò Kate, a righe rosse.

"Oh, scusa", disse il ragazzo. "Credevo fosse la mia stanza."

Fece per andarsene, poi esitò. "Non ti senti un po' sola? In tutto l'albergo sei l'unica della mia età, per quanto ne so."

Non aveva tutti i torti, decise Kate. Anche se avesse avuto occhiali spessi e fosse stato pelle e ossa e coperto di lentiggini, sarebbe stato meglio di qualunque altro ospite dell'albergo.

E invece era proprio un bel ragazzo, con lunghe ciglia ricurve, pelle liscia, capelli scuri e una bella bocca regolare. E occhi castani, notò Kate.

Peccato che avesse qualche anno meno di lei.

"Credevo davvero che fosse la mia stanza", ripeté lui.

"Come mai sei in pigiama?"

"Perché nessuno delle "singole" ha il bagno in camera; hanno soltanto un lavandino", rispose il ragazzo. "Stavo andando in bagno e, be', sotto sotto speravo d'incontrare uno di quei vecchi stoccafissi... così, a vedermi in giro senza vestaglia gli sarebbe preso un colpo. Invece mi è andata male. Ti spiace se mi siedo?"

Si sedette sul letto. 

"Se vuoi, posso andare a cambiarmi."

"Oh, va bene così", replicò Kate ridendo.

"Non sapevo che fare, e perciò ho pensato che tanto valeva mettersi il pigiama", spiegò il ragazzo. "Mi chiamo Christophe", si presentò, alzandosi per stringerle la mano, e poi tornò a sedersi, perfettamente a proprio agio.

"Io sono Kate."

"Mi ero messo a scrivere un racconto, prima di uscire", le confidò.

"Ne sto buttando giù uno davvero terrificante."

"Come ti viene?"

Christopher scosse la testa. "Mah... il problema è che non so nemmeno dove scriverlo. Mi sto arrangiando con un vecchio quaderno di scuola e una matita."

"Dai, raccontamelo."

"No. Non sono bravo a raccontare le storie. Ti toccherà leggerlo... sempre che riesca a finirlo. Non ho ancora trovato un buon finale, però. Prima, in corridoio, mi era venuta un'idea e così sono corso in camera... e sono finito qui."

Si distese con le mani dietro la nuca, poi si raddrizzò di scatto e rimbalzò sul letto un paio di volte.

"Questi materassi sono sempre stati troppo morbidi", commentò.

"Vorrei sapere che cosa aspettano a cambiarli."

Dunque è già stato qui, pensò Kate.

Quand'è stata l'ultima volta che sei venuto in quest'albergo?" gli chiese?

"Oh, molto tempo fa. Era estate, e il posto ci piacque tanto che siamo tornati per Natale."

"Con chi sei venuto, ora?", indagò Kate. Per quanto si sforzasse, ripensando agli anziani ospiti dell'albergo non riusciva a capire quali potessero essere i genitori di Christopher.

"Con mamma e papà, naturalmente. Anche loro sono piuttosto vecchiotti."

Seguì un breve silenzio. Poi: "Be', ora devo andare", annunciò Christopher.

"Ecco, tieni un bacio natalizio."

E con sua grande sorpresa, prima che Kate potesse obiettare (non che volesse, sia chiaro), si alzò, la circondò con le braccia e la baciò sulle labbra.

"Ci vediamo", aggiunse, aprendo la porta.

"E il tuo racconto?"

"Te lo darò da leggere domani", le disse, e se ne andò. A Kate la cosa dispiacque.

La mattina seguente, a colazione, lo cercò in sala da pranzo. Aveva già scambiato i regali di Natale coi genitori e si sentiva molto più allegra del giorno prima.

Perfino i vecchietti intorno a lei sembravano avere un aspetto migliore. Però non c'era traccia di Christopher.

E non lo trovò nemmeno dopo colazione. Era una bella giornata, soleggiata e tiepida (tutto il contrario dei Natali trascorsi a casa, lassù al Nord), e prima di pranzo i suoi genitori decisero di fare una passeggiata fino a un punto panoramico rinomato nella zona.

Kate, invece, preferì rimanere in albergo, nella speranza d'incontrare Christopher e magari di convincerlo a uscire con lei.

Così si accomodò su una delle logore poltrone di pelle nell'atrio e aspettò. Addossata alla parete c'era una libreria con gli sportelli di vetro.

Vi si avvicinò, diede un'occhiata dentro e poi la aprì, ma la sua speranza di scoprirvi qualcosa d'interessante da leggere nell'attesa andò delusa: soltanto libri vecchi.

E poi, in fondo allo scaffale più alto, notò qualcosa che non aveva l'aspetto di un libro. Era un vecchio quaderno, o così sembrava. Lo prese per vedere che cosa fosse.

Proprio allora, passò la direttrice dell'albergo. 

"Oh, santo cielo!", esclamò. "Quello non dovrebbe trovarsi lì. Mi stavo giusto chiedendo dove fosse finito", glielo tolse di mano. "Ora lo riporto in ufficio."

"Di chi è?"

La donna si guardò intorno per controllare che non ci fosse gente nei paraggi.

"Apparteneva a un ospite che è stato qui per Natale, molti anni fa. All'epoca l'ascensore non funzionava molto bene, e non facemmo in tempo a farlo riparare. Lui... be', lui entrò di corsa nell'ascensore... cioè, in quello che credeva fosse l'ascensore: precipitò nel vuoto e si spezzò l'osso del collo. Lo ritrovammo giù in fondo al pozzo dell'ascensore, in pigiama. I suoi genitori ne furono sconvolti. Non ho mai avuto il coraggio di spedire loro questo quaderno... apparteneva al ragazzo."

Inorridita, Kate fissò il vecchio quadernetto sciupato e ingiallito dal tempo. Poi si sentì pervadere da una tristezza infinita. Guardò la copertina del quaderno. 

"Christopher Hilton" c'era scritto a matita, in lettere ormai sbiadite.

La direttrice si diresse verso il suo ufficio, portando con sé il quaderno.

Adesso, Kate non avrebbe mai più letto quel racconto.



Cesare Pavese: le poesie


Nell'attesa di aggiornare quanto trascrissi di Cesare Pavese nel lontano 2013, ecco alcune delle sue poesie; è conosciuto soprattutto per i romanzi, ma io di lui ho sempre adorato le poesie, più che non i romanzi.

"Luna d'Agosto"

Al di là delle gaie colline c'è il mare,

al di là delle nubi. Ma giornate tremende

di colline ondeggianti e crepitanti nel cielo

si frammettono prima del mare. Quassù c'è l'ulivo 

con la pozza d'acqua che non basta a specchiarsi,

e le stoppie, le stoppie, che non cessano mai.

E si leva la luna. Il marito è disteso

in un campo, col cranio spaccato dal sole

- una sposa non può trascinare un cadavere come un sacco -

Si leva la luna, che getta un po' d'ombra

sotto i rami contorti. La donna nell'ombra

leva un ghigno atterrito al faccione di sangue

che coagula e inonda ogni piega dei colli.

Non si muove il cadavere disteso nei campi

né la donna nell'ombra. Pure l'occhio di sangue

pare ammicchi a qualcuno e gli segni una strada.

Vengono brividi lunghi per le nude colline

di lontano, e la donna se li sente alle spalle,

come quando correvano il mare del grano.

Anche invadono i rami dell'ulivo sperduto

in quel mare di luna, e già l'ombra dell'albero

pare stia per contrarsi e inghiottire anche lei.

Si precipita fuori, nell'orrore lunare,

e la segue il fruscio della brezza sui sassi

e una sagoma tenue che le morde le piante,

e la doglia nel grembo. Rientra curva nell'ombra

e si butta sui sassi e si morde la bocca.

Sotto, scura la terra, si bagna di sangue.


"Gente che c'è stata"

Luna tenera e brina sui campi nell'alba

assassinano il grano.

Sul piano deserto

qua e là putrefatto (ci vuole del tempo

perché il sole e la pioggia sotterrino i morti)

era ancora un piacere svegliarsi e guardare

se la brina copriva anche quelli. La luna

inondava, e qualcuno pensava al mattino

quando l'erba sarebbe spuntata più verde.

Ai villani che guardano piangono gli occhi.

Per quest'anno al ritorno del sole, se torna,

foglioline bruciate saran tutto il grano.

Trista luna - non sa che mangiare le nebbie,

e le brine al sereno hanno un morso di serpe,

che dal verde fa tanto letame. Ne han dato letame

alla terra; ora torna in letame anche il grano,

e non serve guardare, e sarà tutto arso,

putrefatto. è un mattino che toglie ogni forza 

solamente svegliarsi e girare da vivi

lungo i campi.

Vedranno più tardi spuntare

qualche timido verde sul piano deserto,

sulla tomba del grano, e dovranno lottare

a ridurre anche quello in letame, bruciando.

Perché il sole e la pioggia proteggono solo le erbacce

e la brina, toccato che ha il grano, non torna.


"La notte"

Ma la notte ventosa, la limpida notte

che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,

è un ricordo. Perdura una calma stupita

fatta anch'essa di foglie e di nulla. 

Non resta, di quel tempo di là dai ricordi, che un vago

ricordare.

Talvolta ritorna nel giorno

nell'immobile luce del giorno d'estate,

quel remoto stupore.

Per la vuota finestra

il bambino guardava la notte sui colli

freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:

vaga e limpida immobilità. Fra le foglie

che stormivano al buio, apparivano i colli

dove tutte le cose del giorno, le coste

e le piante e le vigne, eran nitide e morte

e la vita era un'altra, di vento, di cielo,

e di foglie e di nulla.

Talvolta ritorna

nell'immobile calma del giorno il ricordo

di quel vivere assorto, nella luce stupita.


"Incontro"

Queste due colline che han fatto il mio corpo

e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio

di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L'ho incontrata, una sera: una macchia più chiara

sotto le stelle ambigue, nella foschia d'estate.

Era intorno il sentore di queste colline

più profondo dell'ombra, e d'un tratto suonò

come uscisse da queste colline, una voce più netta

e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinnanzi

definita, immutabile, come un ricordo.

Io non ho mai potuta afferrarla: la sua realtà

ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.

Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:

mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto

dell'infanzia vissuta tra queste colline,

tanto è giovane. è come il mattino. Mi accenna negli occhi

tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.

E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta che abbia avuto 

mai l'alba su queste colline.

L'ho creata dal fondo di tutte le cose

che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.


"Mattino"

La finestra socchiusa contiene un volto

sopra il campo del mare. I capelli vaghi

accompagnano il tenero ritmo del mare.

Non ci sono ricordi su questo viso.

Solo un'ombra fuggevole, come di nube.

L'ombra è umida e dolce come la sabbia

di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.

Non ci sono ricordi. Solo un sussurro

che è la voce del mare fatto ricordo.

Nel crepuscolo l'acqua molle dell'alba

che s'imbeve di luce, rischiara il viso.

Ogni giorno è un miracolo senza tempo,

sotto il sole: una luce salsa s'impregna

e un sapore di frutto marino vivo.

Non esiste ricordo su questo viso.

Non esiste parola che lo contenga

o accomuni alle cose passate. Ieri,

dalla breve finestra è svvanito come

svanirà tra un istante, senza tristezza 

né parole umane, sul campo del mare.


"Paesaggio VII"

Basta un poco di giorno negli occhi chiari

come il fondo di un'acqua, e la invade l'ira,

la scabrezza del fondo che il sole riga.

Il mattino che torna e la trova viva,

non è dolce nè buono: la guarda immoto

tra le case di pietra, che chiude il cielo.

Esce il piccolo corpo tra l'ombra e il sole

come un lento animale, guardandosi intorno,

non vedendo null'altro se non colori.

Le ombre vaghe che vestono la strada e il corpo

le incupiscono gli occhi, socchiusi appena

come un'acqua, e nell'acqua traspare un'ombra.

I colori riflettono il cielo calmo.

Anche il passo che calca i ciottoli lento

sembra calchi le cose, pari al sorriso

che le ignora e le scorre come acqua chiara.

Dentro l'acqua trascorrono minacce vaghe.

Ogni cosa nel giorno s'increspa al pensiero

che la strada sia vuota, se non per lei.


"Due sigarette"

Ogni notte è la liberazione. Si guarda i riflessi

dell'asfalto sui corsi che si aprono lucidi al vento.

Ogni rado passante ha una faccia e una storia.

Ma a quest'ora non c'è più stanchezza: i lampioni a migliaia

sono tutti per chi si sofferma a sfregare un cerino.

La fiammella si spegne sul volto della donna

che mi ha chiesto un cerino. Si spegne nel vento

e la donna delusa ne chiede un secondo

che si spegne: la donna ora ride sommessa.

Qui possiamo parlare a voce alta e gridare,

ché nessuno ci sente. Leviamo gli sguardi 

alle tante finestre - occhi spenti che dormono -

e attendiamo. La donna si stringe le spalle

e si lagna che ha perso la sciarpa a colori

che la notte faceva da stufa. Ma basta appoggiarci

contro l'angolo e il vento non è più che un soffio.

Sull'asfalto consunto c'è già un mozzicone.

Questa sciarpa veniva da Rio, ma dice la donna

che è contenta di averla perduta, perchè mi ha incontrato.

Se la sciarpa veniva da Rio, è passata di notte

sull'oceano inondato di luce del gran transatlantico.

Certo, notti di vento. è il regalo di un suo marinaio.

Non c'è più il marinaio. La donna bisbiglia

che, se salgo con lei, me ne mostra il ritratto

ricciolino e abbronzato. Viaggiava su sporchi vapori

e puliva le macchine: io sono più bello.

Sull'asfalto c'è due mozziconi. Guardiamo nel cielo:

la finestra là in alto - mi addita la donna - è la nostra.

Ma lassù non c'è stufa. La notte, i vapori sperduti

hanno pochi fanali o soltanto le stelle.

Traversiamo l'asfalto a braccetto, giocando a scaldarci.


"Dopo"

La collina è distesa e la pioggia l'impregna in silenzio.

Piove sopra le case: la breve finestra

s'è riempita di un verde più fresco e più nudo.

La compagna non vede la nuda collina

assopita nell'umidità: passa in strada

e la gente che l'urta non sa.

Verso sera

la collina è percorsa da brani di nebbia,

la finestra ne accoglie anche il fiato. La strada

a quest'ora è deserta; la sola collina

ha una vita remota nel corpo più cupo.

Giacevamo spossati nell'umidità

dei due corpi, ciascuno assopito sull'altro.

Una sera più dolce, di tiepido sole

e di freschi colori, la strada sarebbe una gioia.

è una gioia passare per strada, godendo

un ricordo del corpo, ma tutto diffuso d'intorno.

Nelle foglie dei viali, nel passo indolente di donne,

nelle voci di tutti, c'è un po' della vita

che i due corpi han scrdato ma è pure un miracolo.

E scoprire giù in fondo a una via la collina

tra le case, e guardarla e pensare che insieme

la compagna la guardi, dalla breve finestra.

Dentro il buio è affondata la nuda collina

e la pioggia bisbiglia. Non c'è la compagna 

che ha portato con sé il corpo dolce e il sorriso.

Ma domani nel cielo lavato dall'alba

la compagna uscirà per le strade, leggera

del suo passo. Potremo incontrarci, volendo.


"La voce"

Ogni giorno il silenzio della camera sola

si richiude sul lieve sciacquìo d'ogni gesto

come l'aria. Ogni giorno la breve finestra

s'apre immobile all'aria che tace. La voce

rauca e dolce non torna nel fresco silenzio.

S'apre come il respiro di chi stia per parlare

l'aria immobile, e tace. Ogni giorno è la stessa.

E la voce è la stessa, che non rompe il silenzio,

rauca e uguale per sempre nell'immobilità

del ricordo. La chiara finestra accompagna

col suo palpito breve la calma d'allora.

Ogni gesto percuote la calma d'allora.

Se suonasse la voce, tornerebbe il dolore.

Tornerebbero i gesti nell'aria stupita 

e parole povere alla voce sommessa.

Se suonasse la voce anche il palpito breve

del silenzio che dura, si farebbe dolore.

Tornerebbero i gesti del vano dolore,

percuotendo le cose nel rombo del tempo.

Ma la voce non torna, e il sussurro remoto

non increspa il ricordo. L'immobile luce

dà il suo palpito fresco. Per sempre il silenzio

tace rauco e sommesso nel ricordo d'allora.


"Paesaggio VIII"

I ricordi cominciano nella sera

sotto il fiato del vento a levare il volto 

e ascoltare la voce del fiume. L'acqua 

è la stessa, nel buio, degli anni morti.

Nel silenzio del buio, sale uno sciacquo

dove passano voci e risa remote;

s'accompagna al brusio un colore vano

che è di sole, di rive e di sguardi chiari.

Un'estate di voci. Ogni viso contiene

come un frutto maturo un sapore andato.

Ogni occhiata che torna, conserva un gusto

di erba e cose impregnate di sole a sera

sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.

Come un mare notturno è quest'ombra vaga

di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora

e ogni sera ritorna. Le voci morte

assomigliano al frangersi di quel mare.


"Poggio Reale"

Una breve finestra nel cielo tranquillo

calma il cuore; qualcuno c'è morto contento.

Fuori, sono le piante e le nubi, la terra

e anche il cielo. Ne giunge quassù il mormorio.

I clamori di tutta la vita.

La vuota finestra

non rivela che, sotto le piante, ci sono colline

e che un fiume serpeggia lontano, scoperto.

L'acqua è limpida come il respiro del vento,

ma nessuno ci bada.

Compare una nube

soda e bianca, che indugia, nel quadrato del cielo.

Scorge case stupite e colline, ogni cosa

che traspare nell'aria, vede uccelli smarriti

scivolare nell'aria. Viandanti tranquilli

vanno lungo quel fiume e nessuno s'accorge

della piccola nube.

Ora è vuoto l'azzurro

nella breve finestra: vi piomba lo strido

di un uccello, che spezza il brusio. Quella nube

forse tocca le piante o discende nel fiume.

L'uomo stesso nel prato dovrebbe sentirla

nel respiro dell'erba. Ma non muove lo sguardo,

l'erba sola si muove. Dev'essere morto.


"Lo steddazzu"

L'uomo solo si leva che il mare è ancor buio 

e le stelle vacillano. Un tepore di fiato

sale su dalla riva, dov'è il letto del mare,

e addolcisce il respiro. Quest'è l'ora in cui nulla

può accadere. Perfino la pipa tra i denti

pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquio.

L'uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami

e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare

tra non molto sarà come il fuoco, avvampate.

Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno

in cui nulla accadrà. Non c'è cosa più amara 

che l'inutilità. Pende stanca nel cielo

una stella verdognola, sorpresa dall'alba.

Vede il mare ancora buio e la macchia di fuoco

a cui l'uomo, per fare qualcosa, si scalda;

vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne

dov'è un letto di neve. La lentezza dell'ora

è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare

e una lunga giornata cominci? Domani

tornerà l'alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà.

L'uomo solo vorrebbe soltanto dormire.

Quando l'ultima stella si spegne nel cielo,

l'uomo adagio prepara la pipa e l'accende.


Hai viso di pietra scolpita,

sangue di terra dura,

sei venuta dal mare.

Tutto accogli e scruti

e respingi da te

come il mare. Nel cuore

hai silenzio, hai parole 

inghiottite. Sei buia.

Per te l'alba è il silenzio.

E sei come le voci 

della terra - l'urto

della secchia nel pozzo,

la canzone del fuoco,

il tonfo di una mela;

le parole rassegnate

e cupe sulle soglie,

il grido del bimbo - le cose

che non passano, mai.

Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,

dal battuto di terra,

dov'è entrato una volta 

ch'era scalzo il bambino,

e ci ripensa sempre.

Sei la camera buia

cui si ripensa sempre,

come al cortile antico

dove s'apriva l'alba. 

Tu non sai le colline

dove si è sparso il sangue.

Tutti quanti fuggimmo

tutti quanti gettammo

l'arma e il nome. Una donna

ci guardava fuggire.

Uno solo di noi

si fermò a pugno chiuso,

vide il cielo vuoto,

chinò il capo e morì

sotto il muro, tacendo.

Ora è un cencio di sangue

e il suo nome. Una donna

ci aspetta alle colline.

(9 novembre '45)


Di salmastro e di terra

è il tuo sguardo. Un giorno

hai stillato di mare.

Ci sono state piante

al tuo fianco, calde,

sanno ancora di te.

L'agave e l'oleandro.

Tutto chiudi negli occhi.

Di salmastro e di terra

hai le vene, il fiato.

Bava di vento caldo,

ombre di solleone -

tutto chiudi in te.

Sei la voce roca 

della campagna, il grido

della quaglia nascosta,

il tepore del sasso.

La campagna è fatica

la campagna è dolore.

Con la notte il gesto

del contadino tace.

Sei la grande fatica 

e la notte che sazia.

Come la roccia e l'erba

come terra, sei chiusa;

ti sbatti come il mare.

La parola non c'è

che ti può possedere 

o fermare. Cogli

come la terra gli urti,

e ne fai vita, fiato

che carezza, silenzio.

Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole

e nessuno ti parla.

(15 novembre '45)


Sempre vieni dal mare

e ne hai la voce roca,

sempre hai occhi segreti,

d'acqua viva tra i rovi,

e fronte bassa, come 

cielo basso di nubi.

Ogni volta rivivi

come una cosa antica

e selvaggia, che il cuore

già sapeva e si serra.

Ogni volta è uno strappo,

ogni volta è la morte.

Noi sempre combattemmo.

Chi si risolve all'urto

ha gustato la morte

e la porta nel sangue.

Come buoni nemici

che non s'odiano più

noi abbiamo una stessa 

voce, una stessa pena

e viviamo affontati

sotto povero cielo.

Tra noi non insidie,

non inutili cose -

combatteremo sempre.

Combatteremo ancora,

combatteremo sempre,

perchè cerchiamo il sonno

della morte affiancati,

e abbiamo voce roca 

fronte bassa e selvaggia

e un identico cielo.

Fummo fatti per questo.

se Tu od io cede all'urto,

segue una notte lunga

che non è pace o tregua

e non è morte vera.

Tu non sei più. Le braccia

si dibattono invano.

Fin che ci trema il cuore.

Hanno detto un tuo nome.

Ricomincia la morte.

Cosa ignota e selvaggia

sei rinata dal mare.

(19-20 novembre '45)


E allora noi vili

che amavamo la sera

bisbigliante, le case,

i sentieri sul fiume,

le luci rosse e sporche

di quei luoghi, il dolore,

addolcito e taciuto -

noi strappammo le mani

dalla viva catena

e tacemmo, ma il cuore

ci sussultò di sangue, 

e non fu più dolcezza,

non fu più abbandonarsi

al sentiero sul fiume -

- non più servi, sapemmo

di essere soli e vivi.

(23 novembre '45)


Sei la terra e la morte.

La tua stagione è il buio

e il silenzio. Non vive

cosa che più di te

sia remota dall'alba.

Quando sembri destarti

sei soltanto dolore,

l'hai negli occhi e nel sangue

ma tu non senti. Vivi

come vive una pietra,

come la terra dura.

E ti vestono sogni

movimenti singulti

che tu ignori. Il dolore

come l'acqua di un lago

trepida e ti circonda.

Sono cerchi sull'acqua.

Tu ti lasci svanire.

Sei la terra e la morte

(3 dicembre '45)


"In the morning you always come back"

Lo spiraglio

respira con la tua bocca

in fondo alle vie vuote.

Luce grigia i tuoi occhi,

dolce gocce dell'alba

sulle colline scure.

Il tuo passo e il tuo fiato

come il vento dell'alba

sommergono le case.

La città abbrividisce,

odorano le pietre -

sei la vita, il risveglio.

Stella sperduta

nella luce dell'alba,

cigolio della brezza,

tepore, respiro -

è finita la notte.

Sei la luce e il mattino

(20 marzo '50)


I mattini passano chiari

e deserti. Così i tuoi occhi

s'aprivano un tempo. Il mattino

trascorreva lento, era un gorgo

d'immobile luce. Taceva. 

Tu viva tacevi; le cose 

vivevano sotto i tuoi occhi

(non pena non febbre non ombra)

come un mare al mattino, chiaro.

Dove sei tu, luce, è il mattino.

Tu eri la vita e le cose.

In te desti respiravamo

sotto il cielo che ancora è in noi.

Non pena non febbre allora,

non quest'ombra greve del giorno

affollato e diverso. O luce,

chiarezza lontana, respiro

affannoso, rivolgi gli occhi

immobili e chiari su di noi.

è buio il mattino che passa 

senza la luce dei tuoi occhi

(30 marzo '50)


"The night you slept"

Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia -

è un brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t'implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l'alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c'è chi come te attende l'alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l'alba.

(4 aprile '50)


Da "Il mestiere di vivere"

L'uomo comincia a bestemmiare con rabbia e tenacia: con la precisa intenzione di offendere questo dio eventuale, pensa che dopotutto, se c'è, ogni bestemmia è un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui. Poi dio si vendicherà - è il suo sistema - manderà altre disgrazie, metterà all'inferno, ma capovolga il mondo, nessuno gli toglierà il dispiacere provato, la martellata sofferta. Nessuno! è una bella consolazione. E certo ciò rivela che dopotutto questo dio non ha pensato a tutto, è il padrone assoluto, il tiranno, il tutto, l'uomo è una merda, un nulla, e pure l'uomo ha questa possibilità di farlo irritare e scontentarlo, e mandargli a male un attimo della sua beata esistenza. Questa è davvero la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità.

Da "Dialoghi con Leucò": "A che serve passare dei giorni se non si ricordano?"