''Tenebra Antica'' (horror)



La finestra della cucina era bianca per la luce, un migliaio di mani invisibili batterono all'unisono. Nina si irrigidì. La cucina divenne improvvisamente buia, fuori il vento ululava mentre la pioggia tamburellava contro la finestra.

"Cos'è stato?" urlò Andrew dal soggiorno.

"Non so, è come se qualcosa avesse colpito la casa."

"Doveva succedere proprio adesso, alla fine di questo brano musicale, nel bel mezzo di un accordo."

Nina sentì suo marito nel corridoio che avanzava a fatica verso la cucina.

Fuori stava diventando buio, la luce grigia e fioca della sera si affievoliva.

"Non so come fare a preparare la cena", disse Nina fissando l'elettrodomestico a quel punto inutile. "Stavo per tritare le cipolle."

Andrew si appoggiò al frigorifero. "Prima le tritavi anche senza quell'affare."

"Lo so, ma sono diventata pigra, ormai non riesco più a farne a meno."

Attraversò la stanza, andò lentamente nell'ingresso e aprì la porta, sbirciando nel pianerottolo buio. "è tutto scuro."

"Nina?"

Riconobbe la voce della vicina. "Rosalie?"

"Sì, sono io. Ho guardato fuori un attimo fa. Non c'è una luce accesa in tutta la strada."

"Accidenti!" esclamò Nina. "Stavo preparando la cena."

"Be', il gas funziona, però. Consolati, potevi avere una cucina elettrica."

Nina si schiarì la voce. Il buio la innervosiva, nell'ingresso l'aria sembrava pesante e opprimente. Rientrò in casa e chiuse la porta.

Andrew era ancora in cucina, intento a comporre un numero al telefono.

"Chi chiami?", gli chiese Nina.

"L'azienda dell'energia elettrica. Pronto? Sì, volevo chiedere... va bene, aspetto."

Si appoggiò al muro.

Mentre Nina andava alla finestra il tuono rombò.

Il vento ululava. La pioggia era una cortina d'argento quasi parallela al terreno, tanto era schiaffeggiata dal vento.

"Pronto? Si, volevo solo sapere... Ah. Abitiamo nella Zona Nord. Sì."

Andrew si fermò. "Quando? Ah, va bene. Be', grazie." Riattaccò. "Una delle linee centrali è spezzata, hanno detto che la metteranno a posto tra un'ora o due."

"Mangeremo tardi, stasera. Non posso preparare questo piatto senza il mio elettrodomestico."

"Dai, su, sono sicuro che puoi farcela anche senza elettricità."

"Non riesco nemmeno a vedere cosa faccio."

"Abbiamo delle candele, adesso te ne accendo qualcuna. Abbiamo anche una pila."

Frugò in un cassetto, tirando fuori una scatola di fiammiferi. "Per una sera possiamo vivere senza comodità."

Nina finì di preparare la cena alla luce gialla e tremolante delle candele. Andrew ne aveva messa una sulla stufa, un'altra sul bancone e due sul tavolo, con uno specchio dietro per riflettere la luce.

Rabbrividì. Nonostante il caldo che veniva dal forno, l'aria sembrava insolitamente fredda. Senza la familiare presenza dell'elettricità si sentiva stranamente vulnerabile, incapace di cucinare o di leggere, inoltre senza il phon non poteva nemmeno asciugarsi i folti e lunghi capelli.

La tecnologia l'aveva resa solo più impedita; pensò al passato, immaginando le famiglie che sbrigavano le proprie faccende quando il sole tramontava, leggendo agli altri alla luce del fuoco, stringendosi uno all'altro nella notte.

I suoi nonni, sostenitori del progresso, le avevano sempre detto che al giorno d'oggi le cose andavano meglio, perché quando la gente non poteva leggere di notte, la mente umana era più buia, la televisione non esisteva e non trasmetteva immagini di luoghi lontani, e di conseguenza i pregiudizi erano più diffusi e, senza le attrezzature che adesso tanti danno per scontate, il lavoro era più duro.

Nina non ne era così sicura; secondo lei la civiltà industriale aveva allontanato l'uomo dai valori fondamentali della vita, ingannandolo e facendogli credere di essere in grado di controllare il mondo.

Andrew apparecchiò la tavola, poi mise una radio portatile e un registratore vicino alle candele.

"Non è poi così male, in un certo senso è romantico. Dovremmo farlo più spesso."

"Non hanno ancora riparato la linea?"

"Lo faranno"

"Il cibo nel freezer andrà a male." 

"Non pensare al cibo, resisterà, basta non aprire lo sportello". Strappò una bottiglia di vino e intanto lei serviva i peperoni ripieni.

Mentre portava i piatti in tavola, il tuono rombò di nuovo. I temporali l'avevano sempre spaventata, e il buio oltre la stanza illuminata era pieno di ombre minacciose.

Si sedette davanti allo specchio. L'odore della cera che si scioglieva si mescolava a quello della salsa di pomodoro e delle spezie.

"Abbiamo cibo e persino musica". La voce di Andrew suonava cupa e distante. Un'ombra nera incombeva dietro di lei, pronta a nasconderla con il suo scuro mantello; Nina fissava lo specchio, timorosa di muoversi. Andrew mise una cassetta nel registratore e la musica di Bach inondò la stanza.

La musica aveva un potere calmante, Andrew cominciò a dirigere con la forchetta, "Magnificat", urlò insieme al coro.

Un pugno colpì la porta e Nina sobbalzò. "Chi è?"

"Rosalie."

Si stupì, perché di solito Rosalie bussava con un tocco lieve ed esitante. Quando uscì dalla fioca luce della cucina, l'aria le compresse il corpo ed ebbe di nuovo paura. Aprì la porta.

"Accomodati", le disse, e non aveva ancora finito di parlare che Rosalie era già dentro, ansante, si appoggiava alla parete e si teneva una mano sullo stomaco. Nina la prese per un braccio e la portò in cucina, facendola sedere di fronte ad Andrew.

"Adesso sto bene", disse Rosalie. "è tutto buio. Mi ha davvero spaventata."

"Ora calmati. Vuoi un peperone?"

Rosalie scrollò il capo ma accettò il bicchiere di vino che le offrì Andrew. "Non sarei voluta venire, ma non riuscivo a stare da sola. Stavo per andare da Jeff, ma la radio ha detto di tenersi lontano dalle strade... Il vento sta abbattendo gli alberi."

"Dov'è Lisanne?"

"Passa il weekend da suo padre."

Rosalie sollevò il bicchiere con la mano che tremava e sorseggiò un po' di vino.

"Tutto quello che ho è una pila, quindi non ero molto preparata."

Andrew abbassò la musica; nell'angolo un'ombra sembrava diventare più scura.

"L'ho provato anch'io", disse Nina.

"Quando sono andata ad aprire la porta, mi sono venuti i brividi."

"Sei troppo suggestionabile" le disse Andrew a voce alta.

"Faceva freddo", disse Rosalie con un tono piatto, mentre la luce della candela le tremolava sul viso, dando un bagliore dorato ai suoi capelli color del rame.

"Ero nel soggiorno e ho sentito un punto freddo, proprio nel centro della stanza. Poi gli O'Hara hanno iniziato a urlare uno contro l'altro... riuscivo a sentirli attraverso il pavimento."

"Gli O'Hara litigavano?", chiese Nina stupita.

"Certo. Non immaginavo che la moglie potesse parlare in quel modo. Il soggiorno è diventato più freddo, qualcosa mi soffiava sul collo e mi è sembrato di sentire un sospiro. Poi ho pensato: se non esco di qui, sarò in trappola... non potrò più..."

"Era uno spiffero" Andrew gesticolò con il coltello in mano. "Ci sono sempre delle correnti d'aria in questo palazzo."

"Non era quello, l'aria era immobile."

Nina cercò di sorridere.

"Meno male che non ci sono i miei nonni, starebbero già raccontando delle vecchie storie. Sai, c'è una leggenda che dice che i primi abitanti di questa valle scomparvero, svanirono proprio nei boschi. E una volta..."

Andrew l'ammonì con gli occhi.

"è solo una leggenda, non ci ha mai creduto nessuno."

"Sei cresciuta qui, vero?", le chiese Rosalie.

Nina annuì. "A parte gli anni dell'università, ho vissuto qui tutta la vita."

Gli altri componenti della sua famiglia se ne erano andati verso luoghi caldi e luminosi, mentre lei era rimasta per la paura di vivere fra sconosciuti privi del calore che nasce dalla confidenza.

La cantata di Bach terminò e Andrew spense il registratore con uno scatto.

"Non hanno ancora riparato la linea", disse Nina.

"Probabilmente il temporale è più violento di quanto si aspettassero." La voce di Rosalie echeggiò nella cucina.

La stanza era più buia, la candela della stufa si era consumata. Adesso l'ombra dell'angolo era una figura simile a un uccello deforme, con le punte delle ali che sventolavano.

"Spero", continuò Rosalie, "che abbiate delle altre candele, perché queste non dureranno ancora per molto."

"Nel soggiorno ce n'è una profumata." Andrew si alzò.

"Sarà meglio che vada a prenderla."

"Tieni la pila", gli disse Nina.

"Troverò la strada senza."

Quando Andrew uscì, Nina si girò verso la vicina. Stava per parlare quando vide Rosalie tendere le labbra sui denti, simile a un predatore, con le mascelle pronte ad azzannare e le mani simili ad artigli.

"Quel bastardo", disse Rosalie a bassa voce. "Fin dal nostro divorzio vuol far credere a Lisanne di essere lui il tipo a posto. Forse proprio adesso le sta dicendo che è stata tutta colpa mia."

Nina si tirò indietro. Rosalie era sempre stata in buoni rapporti con l'ex marito, e il loro divorzio era stato degno di nota proprio per la mancanza di rancore che lo aveva contraddistinto.

"è lui che l'ha voluto", continuò Rosalie.

"Mi ha fatto andare in tribunale con l'inganno e io non me ne sono nemmeno accorta. Pensavo che stesse facendo il gentile, così sono rimasta fregata sugli alimenti... sapeva che non mi sarei opposta."

Nina si sentì in trappola, la cucina sembrava angusta, le pareti troppo vicine. Poi udì un tonfo che proveniva dalla parte anteriore della casa e un urlo.

Balzò in piedi, afferrò la pila sul tavolo e corse nel soggiorno. "Andy?"

Era sdraiato sul pavimento e il viso, illuminato dal raggio della pila, era pallido. "Mi ha colpito qualcosa."

Raccolse un grosso libro e lo posò sul tavolino.

"Stai bene?" gli chiese Nina, inginocchiandosi al suo fianco. Andrew annuì, sfregandosi la testa. "Dovresti mettere un altro scaffale."

"Non ho avuto tempo."

"Allora sbarazzati un po' di quella robaccia."

La voce di Nina era tagliente.

"Sta occupando tutto lo spazio, fra poco dovremo prendere un altro appartamento solo per i libri."

Stava urlando, con il desiderio di spazzare via dagli scaffali quei volumi rilegati e buttarli fuori nella pioggia.

"E non spolveri mai quando è il tuo turno."

Prese fiato, sentendosi stordita, il senso di oppressione si era attenuato.

Una candela danzava nell'oscurità, illuminando il viso di Rosalie.

"Qualcosa non va?"

Nina sospirò mentre Andrew si alzava in piedi. "Mi è caduto un libro in testa. Tutto qui."

Andrew sparecchiò la tavola e mise i piatti sporchi nel lavandino, poi portò i resti delle candele e il registratore nel soggiorno. Accese solo quella profumata, tenendo in serbo le altre.

"Le candele ci basteranno per tre o quattro ore", sentenziò. "Prima di allora avranno riparato la linea."

Nina, che ascoltava il lamento del vento, non ne era così sicura.

Andrew accese il registratore e le voci che cantavano le lodi di Dio tremarono, fallando alcune note, quindi mise mano all'apparecchio e lo spense.

"Non hai nient'altro?", gli chiese Rosalie.

"Ho Vivaldi, Handel e alcuni..."

"Avrei dovuto portare le mie cassette", lo interruppe Rosalie. "Ma purtroppo le ho lasciate in macchina."

Diede un'occhiata alla finestra. "E non esco di certo con questo tempo."

"Non posso dire che mi dispiaccia", commentò Andrew.

Rosalie alzò la testa. "E con questo, cosa vuoi dire?"

"Non sopporto la musica che ascolti in continuazione... se poi si può chiamare musica."

"E cosa le manca?"

"Sono tutti urli e percussioni... un esempio perfetto di primitività e banalità."

"Davvero? Perché pensi che quella musica pasticciata che senti tu sia meglio?"

"Non dire che è pasticciata."

"è noiosa", disse Rosalie. "è sempre uguale."

"Come fai a dirlo?"

"Basta!", urlò Nina. Rosalie sprofondò nel divano, Andrew si sedette sul pavimento e appoggiò un braccio sul tavolino. "Non dobbiamo litigare per stupidaggini simili."

Nina si sentiva lo stomaco chiuso per la tensione, si chiese se non le sarebbe venuta un'indigestione per via dei peperoni ripieni. "è questione di gusti."

Il fulmine per un attimo illuminò la stanza, i baffi neri di Andrew spiccarono sul viso. "Proprio così, è questione di gusti", disse. "Buon gusto o cattivo gusto."

Prima che Rosalie potesse replicare, aveva riacceso il registratore.

Andrew scrollò il capo.

"Mi spiace, Rosalie."

"Non importa. Anche a me spiace."

Nina sentì dei passi sulle scale, poi un colpo alla porta; un bambino strillò. "Vado io", disse Andrew.

Mentre si avviava fuori dalla stanza, Nina si sporse verso Rosalie. "Non intendeva dire quello che ha detto."

"Lo so. Adesso sto bene. All'improvviso ho sentito il bisogno di scagliarmi contro qualcuno."

Andrew stava parlando con chi aveva bussato e Nina riconobbe le voci di Jill e Tony Levitas. La bambina dei loro vicini entrò nel soggiorno, si sedette a un capo del divano e iniziò a succhiarsi il pollice. La musica era lenta e Nina spense il registratore.

"Scusate", disse Jill quando si sedette su una sedia.

"Non volevamo salire ma... non so come dire."

"Avevi la pelle d'oca", disse Rosalie. "Sono venuta qui anch'io per lo stesso motivo."

Jill abbassò la voce. "Il tavolo in sala da pranzo ha iniziato a muoversi... giuro davanti a Dio. Poi Melanie è diventata isterica, diceva che c'era qualcosa in camera sua, e non ha voluto andare a letto. Prima di stasera non ha mai avuto paura del buio."

Rosalie disse: "Gli O'Hara stavano litigando. Ti sembra possibile?"

"Li ho sentiti. Era proprio spiacevole."

"Ho portato i beveraggi", disse Tony, posando una caraffa di vino sul tavolo. Andrew entrò con altri bicchieri e versò il vino, poi si ritirò in un angolo con Tony.

"Stasera avevamo intenzione di uscire", disse Jill. "Poi la baby sitter ha chiamato per dire che non poteva venire perché un albero era caduto sul vialetto di casa. Non che abbia quella grande importanza... probabilmente anche a teatro manco la luce. Così siamo stati bloccati."

Tony e Andrew stavano parlando tra loro.

"Naturalmente il temporale doveva scoppiare proprio la sera che dopo tanti mesi avevamo deciso di uscire", disse Jill amaramente. "E probabilmente passeranno degli anni prima di poter uscire di nuovo. Nina, che ti serva da lezione."

Sui suoi occhiali tremò il riflesso di due fiamme. "Non avere figli prima di aver fatto tutto quello che vuoi fare, perché dopo non puoi più. E non sperare che tuo marito ti aiuti."

"Ho sentito", disse Tony.

"è la verità."

"Ascolta, durante la settimana lavoro. Faccio la mia parte nei weekend."

"Sei tu che a forza di insistere mi hai fatto smettere di lavorare."

"Perché ci sarebbe costato di più se continuavi a farlo."

"E allora? La mia serenità mentale non significa niente per te?"

"Jill! Odiavi quel lavoro."

"Perlomeno ero con degli adulti. Sto regredendo. Adesso lo sforzo intellettuale più grande che faccio è paragonare i meriti di General Hospital con quelli di Sentieri."

"Jill, desideravi un bambino."

"Sei tu che lo volevi."

"Sai qual è il tuo problema?" La voce di Tony era insolitamente acuta. "Non ti sei mai preoccupata di cercare un lavoro che ti piacesse, perché pensavi che qualche uomo si sarebbe preso cura di te. Adesso ti lamenti perché non ti piacciono i lavori di casa. Be', deciditi!"

Melanie si rannicchiò, coprendosi la testa con le mani. Nina si strofinò le braccia, la stanza era fredda. Sentì qualcosa frusciare, poi uno scricchiolio. Molti libri volarono giù dagli scaffali, cadendo sul pavimento; uno la colpì sulla schiena.

Balzò in piedi. Dentro di lei un serpente si srotolò, strisciandole su nella gola. "Maledizione, Andy! Devi tenere così tanti libri?"

Stava di nuovo urlando. Gridava di rado, e in pochi minuti l'aveva già fatto due volte.

Si diresse a grandi passi verso la finestra, scrutando fuori attraverso il temporale. Su una collina in lontananza brillavano delle luci che le ricordavano le stelle; perlomeno la Zona Sud aveva ancora luce.

Riusciva a malapena a distinguere i cinque uomini sul marciapiede sottostante, fermi a bere, incuranti della pioggia che li inzuppava e rotolava giù dalle giacche e dai capelli, dando l'impressione che si stessero sciogliendo. Un uomo tenne la bottiglia di birra per l'imboccatura, poi la gettò oltre la siepe nel cortile davanti alla casa.

"Merda", mormorò Nina. "Qualcuno ha appena gettato una bottiglia nel cortile."

Andrew si avvicinò, spalancò la finestra e poi aprì la controfinestra. Il viso di Nina fu spruzzato di pioggia.

"Ehi", urlò Andrew al di sopra del vento mentre accendeva la pila su quei maleducati. "Raccogli quella bottiglia!" Gli uomini non si mossero. "Non gettare la tua merda nel nostro cortile."

Un altro uomo tirò indietro il braccio; una bottiglia volò, andando a spaccarsi contro un lato della casa.

Un'altra bottiglia seguì la prima, atterrando sui rami del pino. Nina chiuse in fretta la controfinestra. "Chiama la polizia."

"Non puoi", rispose Tony. "I telefoni non funzionano più. Prima di salire da voi ho provato a chiamarvi."

Melanie piagnucolò e iniziò a piangere. "Zitta!", disse Jill. Melanie si lamentò. "Sta' zitta!"

Rosalie si sporse verso la bambina per calmarla, ma Jill le disse: "Lasciala stare!"

"C'è qualcosa di positivo nel divorzio", disse Jill. "Almeno, una volta ogni tanto ti liberi di Lisanne. Cosa te ne pare, Tony? Ti darò persino la tutela."

"Chiudi il becco, Jill."

"Ti pagherò il mantenimento della bambina."

Tony attraversò la stanza a grandi passi. "Zitta, maledizione"

"Non so di cosa vi lamentiate", urlò Rosalie. "Vorrei poter dedicare più tempo alla bambina. Quel maledetto di Elliot prima di dirmi che voleva il divorzio si è assicurato di avere qualcun altro a sua disposizione."

Nina si appoggiò contro il davanzale della finestra. Le voci amare sembravano lontane, le parole aspre arrivavano smorzate. La stanza era più calda, come se la rabbia degli amici avesse portato via il freddo. Guardò le ombre tremolanti vicino al divano, stupita che la calma Jill e l'allegra Rosalie potesse avere delle reazioni così violente. Andrew tracannò il vino, prese la caraffa e se ne versò un altro bicchiere.

Un soffio d'aria solleticò l'orecchio di Nina. "Ha bevuto abbastanza." La voce era così bassa che la sentiva a malapena, si guardò intorno in fretta. "Non riuscirà a reggerlo. Non ha mai retto gli alcolici." Prima che potesse capire da dove provenisse la voce, la  rabbia si era impossessata di lei: strinse i pugni. Andrew si inginocchiò, colpendo il registratore. "Queste maledette pile sono scariche. Vanne a prendere delle altre."

Nina gli rispose: "Non ce ne sono più"

"Vuol dire che non ne hai comperate?"

"L'avrei fatto domani", rispose urlando. "Ti aspetti che mi ricordi di tutto?"

Andrew si versò ancora del vino. Nina fece per prendere la bottiglia, ma Andrew gliela strappò di mano.

"Andy, hai bevuto abbastanza."

"Non impicciarti", le rispose tracannando il vino con aria di sfida.

"Andy, smettila. Lo sai che non puoi bere così tanto."

"Faccio quello che mi pare. Non ho bisogno del tuo permesso."

"Diventerà un ubriacone come suo padre", sospirò la voce.

"Diventerai come tuo padre", disse Nina. "A forza di bere finirai all'ospedale"

"Dio mio, è solo un po' di vino!", Andrew esclamò, alzandosi. "Non sai quante volte avrei voluto ubriacarmi e quante volte mi sono trattenuto. Tu e i tuoi continui rimproveri. Lasciami in pace. Vorresti vedermi ubriaco, eh? Solo per dimostrare che avevi ragione."

Nina sentì il rumore di uno schiaffo. "Figlio di puttana!", urlò Jill. "Adesso ti metti a picchiare le donne. Avanti, colpiscimi di nuovo!"

Tony rispose: "La prossima volta non ti prendi solo uno schiaffo."

Nina voleva urlare. La voce si mise di nuovo a sussurrare: "Jill tiene sempre il volume del televisore troppo alto. E Tony si dimentica di tosare il prato. E Melanie lascia i giocattoli sulle scale."

Si tappò le orecchie, ma la sentiva sempre. "Ammettilo", le diceva. "Tu li odi."

"No!", urlò Nina. Melanie aveva smesso di piangere; adesso era Rosalie che singhiozzava angosciata. "Dobbiamo smetterla."

Sentiva un dolore pungente al petto e faceva fatica a respirare. La stanza era più buia, quando fuori il vento soffiava, le pareti scricchiolavano. "Non abbiamo mai litigato prima di stasera... cosa ci succede?"

Il dolore peggiorava; si sedette, stringendosi l'addome. Odiava tutti quelli che si trovavano nella stanza e l'unico modo per liberarsi dell'odio era quello di manifestarlo.

"Ha ragione", disse Tony con la voce che sembrava rauca. Il tavolino si mise a traballare e la candela danzò. Un altro libro volò attraverso la stanza, andando a finire con un tonfo contro il muro. Adesso i sussurri erano così forti che Nina riusciva a malapena qualcos'altro.

"Sapete cos'è?", gracchiò Tony. "Non ho benedetto il vino. I miei genitori mi dicevano sempre di benedire il cibo perché altrimenti avrebbe avuto degli effetti negativi su di me."

Quando cantò una preghiera in ebraico, la sua voce gracidò.

Il dolore di Nina si stava attenuando. Annusò l'aria, prima così opprimente, che adesso sapeva di pulito. "Cosa sta succedendo?"

"Non so", rispose Tony.

"Continua a pregare", disse Andrew. Tony cantò un'altra preghiera. "è questo. Se solo avessimo delle pile... potremmo sentire ancora un po' di Bach."

"Cosa c'entra quello?", chiese Rosalie.

"è musica sacra. Non l'hai notato? Quando sentivamo la cassetta, tutto andava bene. Adesso che Tony prega, non sento più quelle voci."

"Le sentivi anche tu?"

"Penso che le sentissimo tutti."

Nina allungò la mano per prendere quella di Andrew. Tony si fermò per respirare; Rosalie iniziò a cantare "Rock of ages".

"è la mancanza di energia elettrica", continuò Andrew.

"è come se l'elettricità fosse una specie di magia bianca che tiene le cose sotto controllo. Adesso dobbiamo usare una magia più antica."

Nina tremò. Una mano invisibile le compresse la testa, aspettando di spezzarla una volta che fossero finiti i canti. Avevano sempre rimosso le leggende raccontate dai nonni, e persino loro non le prendevano poi tanto sul serio. Adesso ricordava i loro racconti che parlavano di oggetti che volavano attraverso le stanze, di omicidi casuali che di solito avvenivano di notte, di gente che barricava le porte per proteggersi dalle tenebre.

"Non ci credo", disse Tony. "Per l'amore del cielo, siamo nel ventesimo secolo!"

Rosalie adesso cantava "Amazing grace" con la voce che nelle note alte si inceppava.

In cucina un piatto andò in frantumi sul pavimento. La candela sul tavolino si spense.

Nina ebbe la sensazione di essere al centro di un vortice: cose invisibili le turbinavano intorno. Quando Andrew accese la candela, Rosalie continuò a cantare. Nina sentì che le pareti sarebbero crollate su di lei; qualunque cosa fosse, non sarebbe stato scacciato da semplici canzoni e preghiere.

"Dobbiamo uscire di qui", disse Andrew. "La Zona Sud ha ancora l'elettricità, là dovremmo essere al sicuro."

"Non possiamo", rispose Jill. "è troppo rischioso. Hanno detto alla gente di tenersi lontano dalle strade a meno che non si tratti di un'emergenza."

"Questa è un'emergenza. Dovremmo infilarci in macchina e andarcene."

"No", disse Rosalie quando Tony iniziò a cantare. "Qui siamo più al sicuro."

"Fino a quando si continua a cantare." Sugli scaffali i libri cominciarono a saltare. "E forse nemmeno allora."

"Andy ha ragione", disse Nina. Un cuscino d'aria sembrò ingoiare le sue parole.

"Per favore, venite con noi."

Lanciò un'occhiata al divano. "Fate venire almeno Melanie."

"No", disse Jill, avvicinandosi alla bambina e facendole scudo con il braccio.

Nina indietreggiò verso la porta con Andrew.

Nel corridoio il frigorifero vibrò, caddero ancora dei piatti. Prese la borsa, appesa al gancio. "è meglio se guido io. Non puoi guidare con tutto il vino che hai bevuto."

Le parole risuonarono più brusche di quanto avesse voluto; il dolore stava tornando.

Andrew aprì la porta. Nina si voltò a guardare i propri vicini che si stringevano intorno alla candela; adesso una cortina di nebbia la separava da loro. Scivolò nel corridoio e scese le scale buie, tenendosi alla ringhiera. Dietro la porta degli O'Hara regnava un silenzio sinistro.

Quando aprì la porta d'ingresso, il vento gliela strappò quasi di mano, ma lei la tenne saldamente. Andrew le prese la borsa, frugando in cerca delle chiavi della macchina, mentre lei chiuse la porta con una spinta.

Le gettò la borsa e si avviarono in fretta verso la macchina, parcheggiata dall'altra parte della via. Nel prato si era formata una grande pozzanghera che raggiungeva il marciapiede. La pioggia scrosciava su di lei, incollandole i vestiti al corpo. Un uomo nel cortile di casa sua urlava contro il portico. Nina non riusciva a vedere il resto della strada; il cielo, scuro com'era, sembrava più chiaro della terra nera.

I fulmini illuminavano la strada, una sagoma era accucciata vicino alla casa e abbaiava: "Oscar", mormorò, riconoscendo il bassatto tedesco e chiedendosi cosa facesse fuori casa. "Poverino."

Il cane fece il balzo verso di lei e le morse una gamba, poi con gli artigli e le zanne le lacerò i jeans. Nina con la borsa lo colpì sulla testa, mandandolo a sbattere contro la porta.

"Dai, Nina!" corse verso la macchina, salendo al fianco di Andrew e avviando il motore. La pioggia era così fitta che riusciva a vedere solo i tergicristalli che andavano avanti e indietro. Accese i fari e la macchina si mosse lentamente lungo la via. Il lato sinistro della strada era bloccato da un albero caduto, mentre nella corsia di destra c'era un gruppo di persone. Qualcuno stava sogghignando, i fari colsero il bianco dei loro denti e fece luccicare i loro occhi.

Nina suonò il clacson. La folla si precipitò contro la macchina, costringendola a frenare, mentre dei pugni battevano contro i finestrini e la macchina dondolava.

"Continua ad andare!", le urlò Andrew.

Spinse il motore a tutto gas, la macchina fece un balzo in avanti e la gente si allontanò. Nina girò a sinistra, verso sud. "Ce la faremo", disse Andrew. "Non abbiamo molta strada da fare."

La macchina si fermò. Nina girò la chiavetta, schiacciando il pedale. "Dannazione" Il motore girò un paio di volte e poi tacque. "Cos'ha?"

"Non so"

"Ti sei dimenticata di portarla in garage. Te l'avevo detto e tu ti sei dimenticata."

"Andy, maledizione!" Lo colpì. Lui le afferrò i pugni, tenendola lontana. Lei cercò di dargli dei calci.

"Nina!", le disse, scrollandola. "Dobbiamo camminare, tutto qui."

"Con questo tempo?"

"Tanto sei già fradicia, dai!"

Scesero dalla macchina e, mentre correvano verso il marciapiede, il vento ululò, facendo quasi cadere Nina. Sentì un forte scricchiolio: un albero cadde, fracassando l'automobile ormai vuota.

Andrew le prese il braccio e la guidò nella via buia.

Una massa scura brulicava davanti ai grandi magazzini; Nina sentì il suono di ventri andati in frantumi. Accanto a lei passarono in fretta due uomini con una cassa di bourbon; poi le sfrecciò vicino anche un ragazzo con un televisore portatile.

Una folla si era accalcata davanti ai magazzini bui. Molta gente era all'interno, occupata a lanciare attraverso le vetrine infrante vestiti, piccoli elettrodomestici e bottiglie a quelli che si trovavano nel parcheggio.

Andrew si fermò, Nina lo tirò per il braccio. "è meglio continuare a camminare!", gli urlò. "La polizia arriverà presto". Sistemi d'allarme alimentati da batterie gemevano e suonavano con fragore e, quando attraverso la vetrina venne scagliato un forno microonde, la ressa di persone acclamò con strepito. Nina si guardò intorno in fretta, chiedendosi dove fosse la polizia.

Un'altra folla tumultuante stava correndo nella loro direzione; improvvisamente Nina e Andrew si trovarono in mezzo alla calca che li spingeva verso i magazzini. Cercò di raggiungere suo marito, ma le mani afferrarono solo l'aria.

"Andy!" Lottò per rimanere in piedi, con la paura di venire calpestata se fosse caduta.

"Andy!"

Un tostapane le volò vicino, andando a colpire un'altra donna, che cadde e sparì dalla sua vista. Alcune persone avevano delle pile, tenendole come se fossero state torce. Una ragazza con le braccia cariche di jeans passò velocissima. Nina si allungò per aggrapparsi a un palo e l'afferrò forte mentre la folla ondeggiava verso il reparto dei liquori. Sentiva i lamenti della gente a terra, sul marciapiede, i lampi illuminavano la scena; Nina pensò di vedere una pozza nera di sangue vicino alla testa di un uomo.

"Andy!"

"Nina"

Andrew era accanto a lei, disteso a terra. Si piegò su di lui, tirandolo, e lui mormorò: "La gamba... è ferita"

Lo fece alzare in piedi, e Andrew si appoggiò pesantemente a lei. Altra gente passò vicino a loro e si unì alla folla che saccheggiava il negozio di elettrodomestici. "Non penso di farcela, faresti meglio a lasciarmi."

"Salvati", le sussurrò la voce.

"No!", urlò Nina. Mentre trascinava Andrew attraverso il parcheggio in direzione della strada, si mise a pregare.

Il vento si era calmato e la pioggia adesso cadeva meno fitta. Mentre Nina procedeva faticosamente con Andrew che continuava a zoppicare, le fronde degli alberi minacciosi la schiaffeggiavano. Mormorava preghiere quasi automaticamente: era stupita, dopo anni che non ne diceva una, di ricordarsene così tante.

Passarono accanto a un prato ingombro di mobili e in lontananza sentirono un urlo. Per un attimo fu accecata da un lampo, e mentre sei bambini si mettevano a ridere, fu colpita da alcuni sassi. Nina schiaffeggiò l'aria con il braccio libero, e quando i bambini se ne andarono, il raggio di luce si spostò dal suo viso.

Scrutò attraverso la pioggia e vide confusamente un bagliore dorato.

"Luce!", disse. "Ci siamo quasi." Adesso riusciva a distinguere i lampioni della strada e cercò di affrettare il passo, ma Andrew la costringeva a rallentare. Nina si ritrovò a dire: "Non mi avrai, mi salverò."

Una strada illuminata, bloccata da un furgone dell'azienda elettrica, si snodava lungo i fianchi di una collina. Nina si avviò verso l'autocarro dove, lì accanto, sotto un lampione, c'era parcheggiata un'auto della polizia. Guidando Andrew in quella direzione, si avvicinò al confine fra il buio e la luce, poi si fermò.

Cercò di fare un passo in avanti ma non ci riusciva; qualcosa la tratteneva. Si protese, ma le ginocchia si bloccarono. 

"No!", urlò.

Un poliziotto, con addosso un impermeabile di gomma, scese dalla macchina e corse verso di lei. "Cosa fa lì", le gridò.

"Ci aiuti", disse, tendendo il braccio. Non riusciva a raggiungerlo, l'uomo l'afferrò, ma cadde all'indietro.

"Non riusciamo a entrare", disse il poliziotto.

"Abbiamo tentato, ci stiamo ancora provando."

"E tu non puoi uscire", sussurrò la voce.

Cercò di nuovo di fare un passo in avanti, ma si sentì rimandare indietro; Andrew scivolò per terra.

"Signora, vorrei aiutarla, ma non posso." 

Le disse il poliziotto agitando le braccia con aria impotente.

Nina si lasciò cadere a terra, cullando Andrew fra le braccia. Improvvisamente la notte apparve più luminosa; ebbe l'illusione di vedere la luce che aveva tanto desiderato. Il vento urlò la propria furia, delle braccia l'afferrarono, ma si tenne stretta ad Andrew.

"Su, signora!" Il poliziotto la stava sostenendo, in qualche modo era riuscito a raggiungerla. La lasciò andare e mise Andrew in piedi, Nina Inciampò e seguì i due uomini verso la macchina, dove un altro poliziotto li stava aspettando.

"Guardate!", urlò.

Nina si voltò. La zona della città in cui abitava splendeva luminosa. Una fitta oscurità si levava dal terreno, poi iniziò a ritirarsi a nord, verso le colline. "Siamo salvi", disse a Andrew. "Siamo salvi". Il poliziotto, mentre fissava la nebbia nera, scrollò il capo.

Sopra di loro delle scintille danzarono lungo la linea elettrica che si spezzò, contorcendosi nella loro direzione come un serpente. Trascinarono Andrew verso la macchina. La Zona Nord era di nuovo buia, e stava diventando sempre più scura e, poco dopo, l'oscurità era così fitta che Nina, al sicuro nella luce, non riusciva ad attraversarla con lo sguardo.

Si era appisolata, e si svegliò con un sobbalzo, si scrollò e scese dalla macchina della polizia.

Aveva smesso di piovere. Nella luce incerta vedeva un medico che stava bendando la gamba di Andrew.

Una folla era ferma nella strada: osservava il velo nero davanti a loro.

"è tornata la luce!", gridò la voce di un uomo.

Mentre il sole spuntava sulle colline alla destra di Nina, la parete nera si ritirò sconfitta.

Qualcuno urlò. Dove prima c'era l'oscurità, rimaneva solo la terra annerita; le tenebre avevano portato via tutto, lasciando solo una distesa vasta e desolata. Nella Zona Nord saccheggiata rimanevano solo le linee elettriche, sentinelle ronzanti della città.

Nina pensò ai propri amici, intrappolati per sempre nelle tenebre. Si chiese dove sarebbe andata l'oscurità. Sapeva la risposta. Si sarebbe ritirata ai confini del mondo, e nella gente che conosceva, e dentro di lei; persino in quel momento la sentiva in agguato, celata nelle ombre della propria mente, create dalle sue paure. Avrebbe aspettato fino a quando la magia bianca fosse di nuovo svanita.


Il Ciclo di Shannara

Inizierò a leggere (parte del) Ciclo di Shannara... mia madre ne ha qualcuno, e pensate che li ha letti mentre era incinta... di me! 

La Spada di Shannara (1978)

Le Pietre Magiche di Shannara (1984)

La Canzone di Shannara (1986)

Gli Eredi di Shannara (1990)

Il Druido di Shannara (1991)

La Regina degli Elfi di Shannara (1992)

I Talismani di Shannara (1993)


Gli stralci più belli:

"Il sole tramontava già fra le profondità verdi delle colline a ovest della vallata, e le sue ombre rosse e rosate sfioravano gli angoli più remoti della campagna, quando Flick Ohmsford cominciò la sua discesa. Il sentiero calava giù irregolarmente per il pendio settentrionale, serpeggiando attraverso i massi imponenti che costellavano il terreno, sparendo nelle folte foreste delle pianure per ricomparire a tratti nelle piccole radure e negli spazi liberi della zona dei boschi. Flick seguiva con lo sguardo il percorso familiare mentre avanzava stancamente, un passo dietro l'altro, il sacco buttato sopra una spalla. La sua faccia larga, battuta dal vento, aveva un che di placido, disteso, e solo i grandi occhi grigi rivelavano l'energia che bruciava dietro quella calma apparente. Era giovane, anche se la corporatura robusta e i capelli castani spruzzati di grigio e le sopracciglia folte lo facevano apparire assai più vecchio. Indossava la comoda tenuta da lavoro della gente della Valle e nel sacco portava diversi utensili metallici che sbattevano l'uno contro l'altro, sferragliando. Un'ombra di gelo pervadeva l'aria della sera e Flick si strinse contro la gola il collo della camicia di lana. Lo aspettava un viaggio attraverso foreste e pianure all'infinito, le ultime non ancora visibili quando s'inoltrò nell'oscurità della foresta, dove le alte querce e i tetri noci s'intrecciavano fino a nascondere il cielo notturno, senza nubi. Il sole era ormai tramontato, lasciando il blu profondo del cielo trapuntato di migliaia di amichevoli stelle. Ma gli alberi cancellavano anche queste e Flick rimase solo nell'oscurità e nel silenzio a avanzare lentamente sul sentiero battuto. Lo aveva percorso migliaia di volte e così notò immediatamente quella inconsueta staticità che era scesa come un incantesimo sull'intera vallata. Il ronzio familiare e lo stridio degli insetti che normalmente animavano la pace della notte, le grida degli uccelli che si svegliavano al tramonto per volare alla ricerca di cibo... erano scomparsi.  Flick tendeva l'orecchio per captare qualche suono di vita, ma il suo udito perfetto non intercettava nulla. Scosse la testa, innervosito. Quel silenzio profondo lo inquietava, tanto più che, secondo certe voci, un'orrenda creatura dalle ali nere era stata avvistata solo qualche giorno prima nel cielo notturno della vallata. (...) Fermandosi momentaneamente in una radura illuminata dalla luna, alzò gli occhi verso la profondità del cielo notturno prima di inoltrarsi bruscamente fra gli alberi."

"Il cielo fu improvvisamente oscurato da qualcosa di nero e immenso che si librò sopra di loro e scomparve. Un attimo dopo ripassò di nuovo, descrivendo lentissimi cerchi, ombra quasi immobile che incombeva sinistra sui due viandanti nascosti come si preparasse a avventarsi su di loro. (...) Davanti a lui passò rapidamente la visione di un'immagine nera lampeggiante a tratti di rosso, di mani artigliate e ali immani, una creatura così malvagia da minacciare la sua vita per il semplice fatto di esistere."

"Atterrito in modo indescrivibile, sollevò la testa fino al davanzale e cautamente guardò oltre l'intelaiatura di legno. Vide quasi immediatamente la creatura... una immensa, terribile sagoma nera, che strisciava trascinandosi lentamente attraverso le ombre degli edifici davanti alla locanda, il dorso gibboso ricoperto da un mantello che si sollevava e rigonfiava leggermente mentre quel che nascondeva vi batteva contro. L'orrendo raspare di quel respiro era avvertibile persino a quella distanza e i piedi emettevano un curioso rumore raschiante spostandosi sulla terra scura. Shea si afferrò al davanzale, gli occhi inchiodati sulla creatura che si avvicinava e, un istante prima di abbassare la testa per nascondersi, intravide chiaramente un pendente d'argento a forma di Teschio."

"Ma non erano ancora usciti dalla vallata. Shea si chinò verso il fratello costringendolo a alzarsi, tirandoselo dietro mentre si addentrava nel bosco e cominciava a salire su per il ripido pendio. Flick lo seguiva senza una parola, ormai incapace anche soltanto di pensare, concentrando la vacillante forza di volontà nel tentativo di proseguire il cammino. Il pendio orientale era aspro e insidioso, disseminato di massi, alberi caduti, cespugli e buche. Era Shea a dare il passo, superando gli ostacoli più velocemente che poteva, mentre Flick ne seguiva le orme.  Il cielo cominciò a schiarire e le stelle scomparvero. Davanti a loro, al confine della vallata, nel cielo notturno si accendevano le prime luci dorate che riflettevano vagamente il disegno del lontano orizzonte.  Shea cominciava a stancarsi, il respiro gli si era fatto ansante, soffocato, mentre avanzava a fatica. Dietro di lui, Flick si costringeva a strisciare, trascinando il corpo esausto, mani e braccia cosparse di graffi e di tagli lasciati dalle erbacce aguzze e dai sassi. Quella scalata sembrava senza fine. Si muovevano a passo di lumaca sopra l'aspro terreno, e solo la paura di essere sorpresi li faceva avanzare. Se li avessero individuati, lì, all'aperto, dopo tanti sforzi... Improvvisamente, a circa tre quarti del cammino, Flick lanciò un grido di allarme e cadde a terra senza fiato. Shea si volse, atterrito, e subito vide l'immensa sagoma nera che si innalzava dalla Valle... salendo come un grande uccello in spirali allargate nella luce tenue dell'alba. Il giovane si appiattì contro le rocce, facendo cenno al fratello di nascondersi in fretta e pregando che la creatura non li avesse visti. Rimasero immobili sul pendio mentre il mostruoso Messaggero del Teschio si levava sempre più alto, in una spirale sempre più larga, avvicinandosi al loro nascondiglio. Di colpo il Messaggero diede in un grido agghiacciante, spegnendo in loro l'ultima speranza di salvezza. Caddero nella morsa di quello stesso inspiegabile senso d'orrore che aveva immobilizzato Flick, nascosto nella boscaglia con Allanon, sotto l'immensa ombra nera. Ma questa volta non c'era alcun rifugio. Il terrore crebbe rapidamente, facendosi parossismo, quando la creatura si librò sopra di loro e essi seppero in quel breve istante che stavano per morire. Ma l'istante successivo, il cacciatore nero virò e prese a scivolare verso nord senza deviazioni, rimpicciolendosi costantemente nell'orizzonte fino a scomparire alla vista. I due giovani, pietrificati, rimasero a terra contro le rare erbacce e i sassi sparsi, timorosi che la creatura rifacesse vela su di loro distruggendoli nel momento stesso in cui avessero cercato di muoversi. Ma quando la terribile irragionevole paura si fu smorzata, si alzarono tremando, e silenziosi, sfiniti, ripresero a arrancare verso il sommo della vallata; mancava ormai poco all'orlo di quell'aspro pendio e essi trovarono la forza di correre attraverso il prato fino alla salvezza, le Foreste del Duln. Pochi minuti dopo si persero fra i grandi alberi, e il sole del mattino trovò silenziosa e solitaria la terra che si estendeva fino alla Valle. Quando s'inoltrarono nella foresta i due rallentarono il passo, e infine Flick, che non aveva alcuna idea di dove fossero diretti, lanciò un richiamo a Shea. "Perché stiamo andando da questa parte?", chiese. Udire la propria voce lo turbò dopo tutto quel silenzio.  "Dove stiamo andando, insomma?" "All'Anar, come ci ha detto Allanon. Ci conviene scegliere il percorso che i Messaggeri del Teschio meno si aspettano. Così ci dirigeremo verso le Querce Nere e di là punteremo verso nord, sperando di trovare aiuto lungo la strada." "Aspetta!", esclamò Flick, che improvvisamente aveva capito.  "Tu vuoi dire che stiamo andando a est, passando per Leah, nella speranza che Menion possa aiutarci. Sei impazzito? Perché non ci arrendiamo semplicemente a quella creatura? Sarebbe molto più veloce." Shea allargò stancamente le braccia e si voltò per affrontare il fratello. "Non abbiamo altra scelta! Menion Leah è l'unica persona cui possiamo rivolgerci per un aiuto. Egli conosce le terre al di là di Leah. Può darsi conosca un modo per attraversare le Querce Nere." "Oh, certo. Hai forse dimenticato che l'ultima volta ci siamo persi proprio da quelle parti per colpa sua? Non mi fido di lui!" "Non abbiamo altra scelta", ribadì Shea. "Nessuno ti ha costretto a affrontare questo viaggio, lo sai." Improvvisamente la sua voce si smorzò: "Mi dispiace di aver perso la calma. Ma dobbiamo fare le cose a modo mio, Flick."

"I fratelli raccolsero le loro poche cose e ancora una volta ripresero la lenta, costante marcia verso est, volgendo le spalle alla morente luce del giorno. Nei boschi regnava un silenzio inconsueto, e i due giovani avanzavano cautamente, senza parlarsi, attraverso il manto cupo della foresta notturna, la luna un raggio lontano che affiorava solo a brevi intervalli attraverso l'oscuro intreccio di rami. Flick era soprattutto turbato dal silenzio innaturale della foresta, un silenzio strano ma tristemente familiare al giovane. Di tanto in tanto si fermavano, ascoltando quella quiete profonda; poi, non udendo nulla, riprendevano la marcia, cercando con lo sguardo una radura che si allargasse verso le montagne. Flick detestava quel silenzio opprimente e cominciò a fischiare fra sé, ma fu subito messo a tacere da un cenno ammonitore di Shea. (...) Entrambi si sentivano sollevati ora che erano emersi dalla foresta, dagli alberi mostruosi, soffocanti fino a togliere il respiro, da quello sgradevole silenzio. Forse erano stati più al sicuro fra il manto ombroso della foresta, ma ora si sentivano meglio preparati a affrontare pericoli che li minacciassero direttamente sulla prateria.  (...) Shea si addormentò. Erano passati solo pochi minuti e si ritrovarono entrambi a occhi aperti. Non era stato un rumore a svegliarli, ma il silenzio mortale, sinistro che era caduto all'improvviso. Avvertirono subito la presenza di un altro essere; la sensazione li colpì nel medesimo istante e entrambi balzarono in piedi, senza una parola, i pugnali scintillanti nella debole luce, mentre scrutavano lo spazio circostante. Tutto era immobile. Shea fece cenno al fratello di seguirlo mentre strisciava su per il pendio della piccola valle verso la sommità, così da poter guardare meglio all'orizzonte. Rimasero immobili nella boscaglia, scrutando l'oscurità del primo mattino, aguzzando la vista per individuare cosa fosse in agguato.  Che qualcosa vi fosse, non lo mettevano in dubbio... entrambi avevano provato quella sensazione davanti alla finestra della loro camera da letto. (...) Poi, con un improvviso fruscio di vento e foglie, la sagoma nera del Messaggero del Teschio si levò silenziosamente in lontananza, da una lunga linea di boscaglia alla loro sinistra. La forma confusa sembrò librarsi e incombere pesantemente sopra la terra per diversi lunghi istanti, come incapace di muoversi, stagliandosi contro la debole luce dell'alba nascente. I fratelli si appiattirono contro l'orlo dell'altura, silenziosi come gli stessi boschi, aspettando che la creatura si muovesse.  (...) Una volta ancora l'alba li salvò. Mentre il Messaggero del Teschio si librava silenzioso sopra la prateria, l'orlo dorato del sole del mattino si levò fra le colline orientali e mandò i primi messaggeri del giorno nascente a dardeggiare sulla terra e sul cielo. La luce solare investì la sagoma scura della creatura notturna che si alzò bruscamente nel cielo, roteando sopra la prateria in cerchi sempre più ampi. Il suo grido di morte, di odio agghiacciante, raggelò i teneri rumori del mattino; poi volgendosi a nord, si allontanò velocemente. Un attimo dopo era scomparsa e i due giovani, increduli, felici, rimasero con lo sguardo perduto nel libero cielo del mattino."

"Passarono quella notte accampati in una piccola radura delle Querce Nere, riparati dai grandi alberi e da una densa boscaglia che cancellava lo squallore delle Pianure di Clete. La coltre di nebbia si dissolveva entro la foresta, consentendo di fissare lo sguardo al baldacchino di rami e foglie che si intrecciava alto sopra di loro. Mentre nelle morte pianure non vi era stato segno di vita, fra le querce si udivano nella notte gli insetti, e un brusio di vita animale. Era piacevole udire di nuovo quei suoni, e per la prima volta dopo giorni i tre viaggiatori si sentirono a loro agio.  Ma ancora indugiava in loro il ricordo del viaggio precedente, quando si erano perduti per lunghissimi giorni e avevano corso il rischio di venir divorati dai lupi famelici che si aggiravano nelle profondità della foresta. E le storie di sventurati viaggiatori che avevano tentato di attraversare quella stessa foresta erano troppo numerose per essere ignorate."

"Mentre giacevano supini, lo sguardo rivolto verso l'alto, verso le sommità degli alberi che oscillavano dolcemente, la luce vivida del fuoco sembrava dardeggiare in deboli lingue arancione che davano l'impressione di un altare ardente in un grande santuario. La luce danzava e scintillava contro la ruvida corteccia e il muschio che marezzava di verde i tronchi massicci. Gli insetti della foresta continuavano a ronzare placidamente. Di tanto in tanto qualcuno volava fra le fiamme e estingueva la sua breve vita con un lampo abbagliante." 

"Quando si svegliarono il mattino dopo la foresta era ancora immersa nel buio, e solo deboli tracce di luce filtravano fra le cime delle grandi querce. Una foschia leggera era salita dalle Pianure che si intravedevano oltre il limitare della foresta, squallide e cupe come sempre. Era freddo fra gli alberi... non il gelo umido, penetrante delle Pianure, ma il freddo pungente, frizzante delle prime ore del mattino nella foresta. Consumarono una veloce colazione, poi Flick si preparò a arrampicarsi."

"Tuttavia, il giorno volse rapidamente al termine, si avvertirono i primi segni della notte, e la foresta si stendeva sempre compatta innanzi a loro, senza traccia di radure fra i grandi alberi. E un pesante mantello di nebbia grigia filtrava sempre più denso: una nebbia che essi non conoscevano; non impalpabile come nella pianura, ma di una sostanza quasi fumosa che si incollava al corpo e ai vestiti, si avvinghiava in modo disgustoso. Simile alla pressione di centinaia di mani gelide, vischiose, che cercassero di abbattere i tre viaggiatori, e questi ne provavano una inconfondibile ripugnanza. Menion osservò che quella sostanza fumosa proveniva dalla Palude della Nebbia, poiché ormai stavano raggiungendo i confini della foresta. Ma presto la nebbia si fece così pesante che i tre riuscivano a malapena a vedere a un metro di distanza. Menion rallentò l'andatura e i due compagni gli si tennero vicinissimi per evitare di perdersi. La luce del giorno era ormai svanita e la foresta sarebbe apparsa tenebrosa anche senza la nebbia; ma quel muro di densa umidità rendeva ancor più tetra e impenetrabile l'atmosfera, al punto che era ormai impossibile individuare un sentiero. Era come essere sospesi in una sorta di limbo, dove solo la terra, salda ma invisibile sotto i loro piedi, costituiva una prova di realtà. E infine l'oscurità si fece tale che Menion ritenne opportuno legarsi l'uno all'altro con una corda per evitare di smarrirsi. Egli sapeva che ormai dovevano essere molto vicini alla Palude della Nebbia e scrutava attentamente il grigiore davanti a sé nello sforzo di individuare uno spiraglio. E tuttavia, quando finalmente raggiunse il limitare della Palude, non se ne rese conto se non quando sprofondò fino alle ginocchia nelle dense acque verdastre. La morsa gelida, mortale del fango, e la sua reazione di sorpresa, lo fecero scivolare ancora di più, e solo il suo rapido avvertimento salvò Shea e Flick da un destino analogo. Udendolo gridare, i due tirarono a sé la corda che li teneva legati e salvarono il compagno dall'acquitrino e dalla morte. Uno strato plumbeo, melmoso d'acqua copriva la grande massa di fango sottostante, che risucchiava meno velocemente delle sabbie mobili, ma altrettanto inesorabilmente. Chiunque finisse in quella morsa era condannato a morire in un abisso senza fondo. Da secoli e secoli quella superficie silenziosa invitava i viandanti incauti a attraversarla o a costeggiarla o soltanto a saggiarne le acque opache, e i resti decomposti di quegli infelici giacevano sepolti sotto la placida facciata. I tre viaggiatori rimasero fermi sulla riva, osservandola, inconsciamente inorriditi dal suo cupo segreto. Anche Menion Leah rabbrividì, ricordando il breve viscido abbraccio. Per la magia di un secondo, i morti si schierarono come un mare di ombre innanzi a loro, poi sparirono."

"(...) Presero rapidamente la decisione di proseguire costeggiando la Palude della Nebbia fino a raggiungere la campagna aperta a est, dove avrebbero trascorso la notte. Shea temeva di essere sorpreso allo scoperto dai Messaggeri del Teschio, ma il terrore crescente della Palude metteva in ombra anche quell'ossessione, e suo primo pensiero era allontanarsene quanto più presto possibile. Dopo aver stretto le corde intorno alla vita, i tre ripresero a camminare in fila indiana, lungo le rive irregolari della Palude, gli occhi incollati alla debole traccia di sentiero che serpeggiava davanti a loro. Menion li guidava con prudenza, evitando il groviglio di radici e erbacce che proliferavano lungo l'acquitrino, forme nodose e contorte che parevano vive nell'irreale penombra della nebbia. Talvolta il terreno diventava molle poltiglia, pericolosamente simile a quella della Palude, e bisognava evitarla. Oppure alberi immensi bloccavano la strada, i tronchi pesantemente chini verso la superficie tetra, immota della Palude, i rami inerti, in attesa della morte in agguato là sotto, a pochi centimetri. Se le Pianure di Clete erano una terra morente, la Palude era la morte in attesa... una morte infinita, senza tempo, che non dava segnali o avvertimenti, ma se ne stava immobile, pronta a ghermire,nascosta nel cuore di quella terra che aveva così ferocemente distrutto. All'umidità raggelante delle Pianure si accompagnava la sensazione inspiegabile che la melma densa, stagnante della Palude permeasse anche la nebbia, avventandosi sui viaggiatori. La bruma intorno a loro turbinava lentamente, ma non c'era traccia di vento, nessun fruscio di brezza fra l'erba alta dell'acquitrino o le querce morenti. Tutto era quiete, un silenzio di morte perdurante che non ignorava chi regnasse in quel luogo. Camminavano forse da un'ora quando Shea per primo avvertì qualcosa di inquietante; una sensazione apparentemente inspiegabile lo afferrò gradualmente finché ogni suo senso fu all'erta, nel tentativo di scoprirne l'origine. Camminando in silenzio fra gli altri due, ascoltava intensamente, scrutando prima fra le querce, poi girandosi verso l'acquitrino. Infine concluse con agghiacciante certezza che non erano soli... là fuori, nell'invisibile mondo circostante, perso nella nebbia, era in agguato qualcuno, in grado di scorgerli. Per un breve istante il giovane ne provò un tale terrore che non seppe parlare, né fare un gesto. Muoveva un passo dietro l'altro meccanicamente, la mente paralizzata in attesa che l'indescrivibile accadesse. Ma infine, con uno sforzo supremo, calmò i suoi pensieri disordinati e fece bruscamente fermare gli altri due."

"(...) Le Pianure erano assolutamente piatte, scoperte e visibilmente senza vita. Vi crescevano soltanto alberelli e ciuffi di boscaglia nudi e rinsecchiti come scheletri. Il suolo era compatto, tanto arido a tratti da aprirsi in lunghi crepacci frastagliati. Nessun fremito di vita mentre i viaggiatori proseguivano in silenzio, occhi e orecchie all'erta per captare qualsiasi elemento inconsueto. A un tratto - ormai da tre ore percorrevano le Pianure di Rabb - Dayel fece rapidamente cenno di arrestarsi, lasciando intendere che aveva captato qualcosa dietro di loro, nella lontana oscurità. Rimasero accovacciati e immobili per diversi lunghi istanti, ma nulla accadde. Alla fine, Allanon si strinse nelle spalle indicando di rimettersi in fila, e ripresero la marcia. Raggiunsero i Denti del Drago subito prima dell'alba, il cielo notturno sempre cupo e nuvoloso mentre si fermavano ai piedi delle montagne che si ergevano sul loro cammino come aculei mostruosi di un cancello di ferro." 

"(...) Le montagne cominciarono a circondarli da ogni lato mentre si facevano strada verso la cavità nella rupe. Oltre quel passo poco profondo, s'intravedevano altre montagne, ancora più alte e chiaramente inaccessibili. Shea si fermò per un breve istante, raccolse da terra un frammento sparso di roccia, lo esaminò incuriosito e riprese a camminare. Notò con sorpresa che era piatto e levigato, quasi vitreo d'aspetto, di un nero profondo, rilucente, simile al carbone che aveva visto usare come combustibile in alcune comunità del Sud. Eppure questo appariva più durevole del carbone, quasi fosse stato compresso e levigato per raggiungere la forma attuale. Lo porse a Flick, che lo guardò, si strinse nelle spalle e lo buttò via, senza interesse. Il sentiero cominciò a serpeggiare attraverso enormi agglomerati di massi caduti, al punto che i viandanti persero momentaneamente di vista le montagne circostanti. S'inoltrarono per un po' in quel meandro di rocce, sempre arrampicandosi verso la cavità, e infine raggiunsero una radura fra i macigni da dove si vedevano nuovamente le rupi: erano all'ingresso della cavità e palesemente vicini alla fine della pista che a quel punto doveva ridiscendere o sparire fra le montagne. Fu allora che Balinor spezzò il silenzio con un fischio sommesso, che fece fermare la compagnia. Parlò velocemente con Durin, poi si volse a Allanon e agli altri con espressione allibita."

"(...) Pochi minuti dopo vi si trovarono davanti, fissando esterrefatti il paesaggio che si apriva innanzi a loro. La valle era un deserto barbarico di roccia frantumata e di massi sparsi, neri e luccicanti come il sasso che Shea aveva esaminato sul sentiero. Null'altro era visibile tranne un laghetto dalle acque melmose che scintillava di un nero verdastro ed era agitato da piccoli vortici indolenti come possedesse una propria vita. Shea rimase colpito dallo strano movimento dell'acqua. Nessun vento poteva causarne il lento increspare. Guardò il silenzioso Allanon e, sconvolto, vide una strana luce irradiarsi dal suo volto cupo, severo. Il viandante sembrava perso nei propri pensieri mentre guardava in basso, verso il lago, scrutandone ininterrottamente le acque con una struggente nostalgia che non sfuggì al giovane. "Questa è la Valle d'Argilla, la soglia della Cripta dei Re e la residenza degli spiriti delle ère. Il lago è il Perno dell'Ade... le acque sono funeste ai mortali. Accompagnatemi fino in fondo alla Valle e poi io andrò solo."

"(...) Nel mezzo delle grida raggelanti, con un rombo sordo che risuonava dal cuore della terra, il lago si aprì al suo centro come un gorgo vibrante e dalle acque melmose emerse il sudario di un vecchio, curvo per gli anni. La figura si levò in tutta la sua altezza e parve reggersi sulle acque, il corpo esile, di un grigio trasparente, spettrale, che scintillava come le acque del lago. Flick sbiancò. L'apparizione di quell'orrore finale lo faceva certo che fosse giunto il loro ultimo momento sulla terra. Allanon restava immobile sulla riva, le braccia magre lungo i fianchi, il nero mantello avvolto strettamente intorno alla figura statuaria, il viso rivolto verso l'ombra spettrale che gli si levava dinanzi. Pareva parlassero tra di loro, ma i quattro spettatori nulla udivano se non il risuonare incessante delle grida inumane che si levavano dalla notte ogniqualvolta la figura spettrale compiva un gesto. La conversazione, qualunque ne fosse la natura, non durò che pochi istanti, terminando quando lo spettro si volse improvvisamente verso di loro, levò il braccio lacero, scheletrico, e indicò qualcuno. Shea sentì affondare nel suo corpo indifeso una lama gelida che parve penetrarlo fin nelle ossa, e seppe che, per un breve istante, la morte lo aveva sfiorato. Poi l'ombra si volse e, con un ultimo gesto d'addio a Allanon, affondò lentamente nelle acque nere del lago e sparì. Mentre svaniva le acque ribollirono di nuovo e i gemiti e le grida raggiunsero un agghiacciante diapason prima di spegnersi in un basso gemito di angoscia. Poi il lago rimase immobile e gli uomini si ritrovarono soli. Quando l'alba si levò sull'orizzonte, l'alta figura sulle rive del lago parve oscillare lievemente, quindi si afflosciò a terra. Per un secondo, i quattro esitarono, poi corsero verso il loro capo caduto, scivolando e inciampando sul terreno sconnesso. Lo raggiunsero in pochi secondi e si chinarono cautamente su di lui, incerti sul da farsi. Infine, Durin scosse con precauzione la figura ancora immobile, chiamandolo. Shea gli strofinò le mani, trovandole gelide e di un pallore allarmante. Ma dopo pochi minuti i loro timori svanirono. Allanon si mosse appena e gli occhi infossati si riaprirono. Li guardò per alcuni secondi, poi si tirò lentamente a sedere mentre loro si accovacciavano ansiosi accanto a lui."

"L'alba incombeva sopra i vasti crinali e i picchi dei Denti del Drago. Il calore e la luminosità del sole nascente erano offuscati da bassi banchi di nuvole e da una pesante foschia. Il vento si abbatteva con furia maligna sulle rocce nude, frustando canaloni e dirupi, sconvolgeva la misera vegetazione fin quasi a spezzarla, ma scivolava attraverso la coltre di nuvole e foschia con rapidità sfuggente, lasciandola inspiegabilmente e stranamente immota. L'ululare del vento, simile al ruggito profondo dell'oceano che si abbatte su una spiaggia aperta, avvolgeva le vuote sommità in un bizzarro ronzio che finiva per creare una particolare dimensione del silenzio. Gli uccelli si alzavano e abbassavano seguendo il vento, con grida sparse e ovattate. Pochi erano gli animali a quell'altezza, branchi isolati di una razza particolarmente agguerrita di capre di montagna e piccoli topi pelosi che abitavano i recessi più remoti fra le rocce. L'aria era gelida. La neve copriva le sommità dei Denti del Drago e i cambiamenti stagionali avevano scarso effetto a quella altitudine in cui la temperatura raramente superava lo zero. Erano montagne infide, vaste, torreggianti, incredibilmente massicce. Quel mattino sembravano velate di una bizzarra aspettativa, e agli otto che componevano il gruppo partito da Culhaven non poteva sfuggire il senso di disagio che contagiava i loro pensieri come s'inoltravano faticosamente nel freddo e nel grigiore. Non era soltanto la profezia di Bremen a turbarli, o sapere che avrebbero presto tentato di attraversare la proibita Cripta dei Re. Qualcosa li stava aspettando, qualcosa dotata di pazienza e astuzia, una forza vitale nascosta nel terreno brullo, sassoso, che stavano attraversando, e che, traboccante di odio vendicativo, li osservava mentre avanzavano faticosamente fra le montagne che racchiudevano l'antico regno di Paranor. Si diressero verso nord, in una linea ondulata che si stagliava contro l'orizzonte nebuloso, avviluppati nei mantelli di lana per proteggersi dal freddo, le facce chine contro il vento. I pendii e i canaloni erano ricoperti di macigni sparsi e di crepacci nascosti che rendevano il procedere estremamente pericoloso. Più di una volta, un membro del piccolo gruppo scivolò in una pioggia di sassi e polvere. Ma sempre la cosa nascosta in quel paesaggio non volle mostrarsi, soddisfatta di far sentire semplicemente la propria presenza, aspettando che quella consapevolezza distruggesse lentamente la resistenza degli otto uomini. I cacciatori sarebbero diventati prede. Non ci volle molto tempo. I dubbi cominciarono a corrodere lentamente, insistentemente le menti stanche... dubbi che scaturivano come fantasmi dalle paure e dai segreti che i viandanti celavano in loro stessi. Separati l'uno dall'altro dal freddo e dal ruggito del vento, ogni uomo era lontano dai suoi compagni, e l'incapacità di comunicare accresceva lo sgomento. Solo Hendel ne era immune. La sua natura taciturna, solitaria, gli aveva creato una scorza protettiva contro il dubbio, e la fuga tormentosa dagli Gnomi impazziti al Passo di Giada lo aveva liberato, almeno temporaneamente, da ogni timore della morte. Vi era stato vicino, così vicino che, infine, solo l'istinto l'aveva salvato. Gli Gnomi lo avevano circondato da ogni direzione, sciamando su per il pendio incuranti di un eventuale pericolo, furibondi al punto che solo il sangue avrebbe placato il loro odio. Veloce, era scivolato fra le frange del Wolfsktaag, acquattandosi immobile nella boscaglia, aspettando, a sangue freddo, che gli Gnomi si sparpagliassero tutti intorno finché gliene era capitato uno a tiro." 

"Il grigiore dell'alba scivolò lentamente nel grigiore del mezzogiorno, e la marcia fra i Denti del Drago proseguiva lenta e faticosa. Le creste e i pendii si delineavano e svanivano con una monotonia e uno squallore tali da instillare nelle menti dei viaggiatori affranti l'impressione di non avanzare affatto. Poi s'inoltrarono in un canalone che scendeva bruscamente verso uno stretto sentiero, irrompente fra due enormi pareti rocciose per svanire poi nella foschia. Allanon li guidava nel grigiore turbinante mentre l'orizzonte scompariva e il vento si smorzava. Il silenzio fu brusco e inaspettato, quasi come un sussurro sommesso fra le torri rocciose che sibilasse parole di ammonimento alle orecchie dei viandanti. Poi il passo si allargò leggermente e la foschia si schiarì in una nebbiolina leggera, rivelando un varco cavernoso nella facciata della montagna. L'accesso alla Cripta dei Re. Era tremendo, maestoso, terrificante. Ai due lati del nero ingresso rettangolare due mostruose statue scolpite nella roccia si levavano per oltre trenta metri contro la scura facciata. Le sentinelle di pietra erano plasmate in forma di guerrieri rivestiti d'armatura, con le mani che stringevano l'elsa di enormi spade volte all'ingiù. Le facce barbute, battute dalle intemperie, portavano le cicatrici del vento e del tempo, eppure quegli occhi sembravano vivi, quasi scrutassero gli otto mortali sulla soglia del luogo antico che custodivano. Sopra il grande varco, incise nella roccia, tre parole in una lingua antica di secoli e da tempo dimenticata ammonivano coloro che entravano che quella era la tomba dei morti. Oltre la vasta apertura, tutto era oscurità e silenzio."

"Nelle prime ore del mattino, avvolti in una coltre di silenzio e oscurità e nascosti dalle ombre della foresta che escludeva la luce rassicurante della luna e delle stelle, i sette uomini giunsero finalmente davanti alle rupi di Paranor. Quel momento doveva restare impresso per sempre nelle loro menti (...) La Fortezza era come un castello: mura di pietra antiche di secoli che si levavano in torrette svettanti e in torri a spirale che si immergevano nel cielo con sfida orgogliosa." 

"Il freddo spento, senza gioia del cielo del Nord incombeva in sottili striature di nebbia grigia contro le smorte vette dei picchi che si innalzavano dalla montagna di tenebre: la Fortezza del Signore degli Inganni. (...) Al centro si ergeva la Montagna del Signore degli Spiriti (...) Il sudario di morte che ne dominava le alte sommità diffondeva la sua aura maligna per l'intero paese (...) Era l'ora della Morte e le ultime tracce di vita si disfacevano lentamente nella terra. All'interno del teschio formato da quella montagna solitaria correvano centinaia di caverne senza tempo, le cui mura rocciose mai avevano conosciuto il sole nel grigiore immutabile del cielo. (...) Tutto era silenzio e morte nella nebbia grigia del regno degli spiriti, una cupa atmosfera che segnava la totale estinzione della speranza (...)"

"Intorno a loro la volta celeste era limpida e azzurra alla nuova luce dell'aurora, e il sole si levava con una luminosità accecante sopra le catene montuose a est. Ma a nord, contro l'orizzonte, si ergeva una gigantesca, torreggiante colonna di oscurità, come se tutte le nubi temporalesche della terra vi si fossero addensate formando una tenebrosa barriera. La colonna si levava nell'aria fino a perdersi nell'arco atmosferico dell'orizzonte e si estendeva su tutte le aspre, devastate Terre del Nord, enorme, cupa, terrificante... allargandosi intorno a un centro: il regno del Signore degli Inganni. Sembrava preannunciare l'inesorabile, inevitabile discesa di una notte eterna."

"Guardò il cielo notturno, quasi potesse fornirgli un indizio per la soluzione del problema: i banchi di nuvole restavano saldamente al loro posto, cupi fra la luce della luna e delle stelle e l'oscurità della terra addormentata. La notte era quasi al termine. (...) L'alba venne improvvisa, una grigia luce spenta a oriente, impregnata di bruma e silenzio. (...) Enormi nuvole temporalesche ristagnavano nel cielo come un sudario gettato sopra una terra irrigidita nella morte."

"La ricerca della Spada di Shannara non era più una questione di orgoglio ferito o una missione per ritrovare un misterioso talismano. Era diventato la caccia frenetica, pericolosa, dell'unico strumento che avrebbe consentito loro di restare vivi. La fortezza del Signore degli Inganni si alzava fra i neri picchi che si stagliavano davanti a loro. Alle spalle incombeva la micidiale barriera di nebbia che segnava i confini esterni del Regno del Teschio."

"Nella città di Tyrsis la lunga terribile lotta fra l'essere nato dalla terra e la creatura dello spirito echeggiò con sconvolgente subitaneità. Dalle profondità delle viscere incrostate di roccia la terra cominciò a rumoreggiare, i tremori gorgogliarono fino alla superficie lacerata e devastata con brividi costanti, minacciosi. Sulle basse colline a est di Tyrsis la piccola compagnia di cavalieri elfi si affannava per controllare le cavalcature spaventate, e Flick Qhmsford, disfatto, si guardava intorno mentre la terra veniva scossa da strane vibrazioni. Sulla sommità delle Mura Interne la figura gigantesca, indistruttibile, di Balinor respingeva un assalto dopo l'altro, mentre l'esercito del Nord tentava vanamente di infrangere le difese del Sud, e per diversi minuti le scosse passarono completamente inosservate nella ferocia dello scontro. Sul ponte di Sendic i Troll che già avanzavano verso il nemico si fermarono, guardandosi intorno disorientati mentre le vibrazioni continuavano a crescere d'intensità Menion Leah sussultò quando lunghe fenditure si aprirono nella pietra antica e i difensori del ponte esitarono, pronti a fuggire. I rombi profondi aumentarono trasformandosi con potenza terrificante in una valanga di scosse tonanti che inondarono terra e roccia. Il vento irruppe sul paese con raffiche feroci che si avventarono sull'esercito elfo, sparpagliandolo, mentre accorreva per sostenere Tyrsis. Da Culhaven nell'Anar fin negli angoli più remoti del vasto Ovest, ruggiva un grande vento. Nelle foreste, alberi giganti furono divelti dalle radici e frantumati, e pareti frastagliate di roccia strappate dalle montagne e sbriciolate mentre la forza sconvolgente del vento e del terremoto si abbatteva sulle quattro Terre. Il cielo si era approfondito in una massa nera, compatta, senza nubi, senza sole, vuoto come se la volta celeste fosse stata cancellata di colpo. Enormi strisce frastagliate di lampi lacerarono l'oscurità, intrecciando nel cielo, da un orizzonte all'altro, una rete incredibile di energia elettrica. Era la fine del mondo. Era la fine per ogni forma di vita. L'olocausto promesso sin dall'inizio del linguaggio era finalmente giunto. Ma un attimo dopo tutto finì, smorzandosi all'istante in una quiete totale. Il silenzio incombeva completo, come un sudario, finché, dalle tenebre impenetrabili, si alzarono gemiti e grida che si trasformarono rapidamente in lamenti angosciosi. Nella città di Tyrsis la battaglia fu dimenticata. Soldati del Nord e del Sud videro inorriditi i Messaggeri del Teschio veleggiare verso l'alto come spettri informi, contorcendo gli arti uncinati negli spasimi di una indescrivibile agonia. Si librarono per un attimo visibili a tutti gli uomini, che sbiancarono per l'orrore senza poterne distogliere lo sguardo. Poi le forme alate cominciarono a disintegrarsi, i corpi scuri si dissolsero lentamente in cenere e veleggiarono verso la terra. Qualche secondo dopo non restava che una tenebra vasta e vuota, che cominciò a muoversi, scossa da una enorme raffica impetuosa che la trascinò verso nord, spingendola ai bordi come fossero stati i lembi di una coltre. Dapprima al sud, e poi anche a est e a ovest, il cielo azzurro riapparve all'improvviso e il sole inondò le quattro Terre con abbagliante luminosità. Turbati, i mortali osservavano la tenebra ripiegarsi in una sola nuvola nera, lontano nel nord, librarsi immobile sopra l'orizzonte, quindi calare a terra e scomparire per sempre."

Qui trovate altre belle copertine fantasy https://intervistemetal.blogspot.com/2021/04/copertine-fantasy.html























Un'edizione più recente ha una copertina diversa




La serie di Landover





Non finirei più di citare le band Black, Epic e Power che hanno scritto testi fantasy o impreziosito i loro cd con copertine fantasy... https://intervistemetal.blogspot.com/2017/05/recensione-ai-blind-guardian-e-al-power.html  

Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2018/10/draghi.html

https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/conan.html

Inoltre, ho anche trovato "I Misteri della Jungla Nera" di Salgari (https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/il-corsaro-nero.html)(https://intervistemetal.blogspot.com/2020/10/emilio-salgari.html) e devo dire che lo trovo anche più avvincente del "Corsaro Nero"!

Vi suggerisco di leggere almeno l'incipit https://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/salgari/i_misteri_della_jungla_nera_ed_fabbri_2010/pdf/salgari_i_misteri_della_jungla_nera_ed_fabbri_2010.pdf

Appena lo finirò, farò subito la recensione pure a "I Misteri della Jungla Nera"!