Xilografie
























Xilografie (e altro) sulla Stregoneria:
















































Dracula: il libro della sceneggiatura del film

Il romanzo basato sulla sceneggiatura del film "Dracula" di F.F.Coppola NON è basato sul romanzo di Stoker e a tratti si discosta anche dal film come lo conosciamo: è una rilettura, più che non una riproposizione pedissequa del Capolavoro di Stoker... anche questa versione "alternativa" del suo romanzo mi è piaciuto molto! 💜😍

(...) in penombra dove il caso l'aveva condotto era, o meglio, era stata, una cappella. Il luogo appariva assai antico, come minimo risalente al quindicesimo secolo. Larghi tratti delle pareti apparivano scavati in quelle che Harker presto riconobbe come nicchie sepolcrali, loculi sopraelevati; e davanti a un'alta finestra dall'antica vetrata ancora intatta, un semplice altare (scolpita sul suo fronte distinse la parola DRACULEA) sosteneva una grande croce in legno. La parte interiore dell'alto simbolo istoriato era tutta macchiata di sangue rappreso. Per qualche motivo, guardando quella croce dimenticata, gli occhi di Harker si riempirono di lacrime e portò la mano al collo come per cercare il piccolo crocifisso d'argento che non c'era più. In alcuni punti il pavimento di quella buia stanza cavernosa era stato divelto da tempo, e affiorava la terra sottostante, nerastra e come morta. Qualcuno aveva da poco scavato in quel terreno esposto: c'erano delle pale di fabbricazione recente e un badile. E lungo tutto il pavimento dissestato, sistemate in fila, c'erano altre casse di legno, con quella singolare forma di feretro, che evidentemente attendevano di essere caricate sui carri. Una delle casse, con il coperchio al suo posto ma non ancora inchiodato come nelle altre, era in posizione appartata a una certa distanza dal gruppo. (...) Avvicinatosi alla bara che stava un po' discosta dalle altre, Harker afferrò il coperchio, non ancora bloccato, e lo sollevò. Quando lo sguardo gli cadde sul suo contenuto, rimase paralizzato dalla paura e dall'orrore. Dracula, ammantato in una veste adorna di ricami d'oro e ingioiellata, lo stava fissando da lì dentro.




Note storiche su vicoli e mulini a Legnano

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STORIA DI UN VICOLO LEGNANESE

è rimasto quasi integro, con le vecchie case di un paio di secoli fa, un vicolo che taglia a metà la zona storica, cioè la fascia laterale ad ovest del corso Garibaldi: via Gigante, che nei secoli passati si chiamava "Via dello Stallo Aperto".

La via si dipartiva dall'attuale via Vittoria (con la storica casa Sesler) ed immetteva lungo l'attuale via de Gasperi per svoltare a sinistra fino a raccordarsi con via Garibaldi (la "Contrada Mugiato" di una volta)

Via della Vittoria si chiamava, allora, Via del Pan di Meliga e i confini di Legnano finivano lì.

Più oltre, verso Castellanza, c'erano dei campi coltivati a granoturco che si estendevano oltre la zona collinosa di San Martino, fino al convento Sant'Angelo.

La via del Gigante ha conservato il sapore ottocentesco delle casupole arroccate attorno a residenze patrizie che vennero rase al suolo dallo sviluppo industriale.

In questa zona si riconoscevano casupole con i muri sbrecciati, finestrelle di cotto, porticati rinascimentali, colonne in sarizzi.

è anche la via dove è sopravvissuta la Torre Colombera. (https://intervistemetal.blogspot.com/2024/11/la-torre-colombera-finalmente-lho-vista.html)

Dagli acquerelli del Pirovano qualche casa del '400 e '500 c'è stata tramandata nel dipinto e sono queste le uniche testimonianze che ci restano.

Nota di Lunaria: attualmente, è sparito quasi tutto. L'unica cosa che è rimasta è la Torre Colombera (a cui comunque il restauro ha tolto quasi tutto "l'antico", tanto che da fuori non sembra neanche una torre rinascimentale)

Un acquerello del Pirovano rappresenta una casa del 1450 che egli indicava in "via Gigante n.5"; casa con un affresco del Lampugnani, ma che è andato perduto. La casa era abitata da un uomo altissimo, sembra un certo Benedetto, detto "il gigante": da qui il nome della via.

Non è escluso che questa antica zona di Legnano costituisse un vero e proprio vallo attorno a mura di difesa risalenti al 1257: alcuni tratti dell'antico muraglione sono affiorati durante gli scavi per costruire nuovi edifici nel primo del '900.

esposta in una lavanderia in Corso Garibaldi 💜

MULINI A LEGNANO E L'ANTICO BORGO DI SOTERA

Un gruppo di case agricole arroccate sulla sommità della salita di via Canazza ricorda un'altra delle cascine tipiche del borgo rurale.

Vi è anche una casa nobiliare, Villa Morganti, con una cappella privata nel cortile, ornata di affreschi. (Nota di Lunaria: sono anche riuscita ad entrarci, anni fa)

Legata alla tradizione legnanese, l'attività molitoria, con la Cascina Americana (zona del Castello Visconteo) e la Cascina della Gabinella, che aveva un romantico mulino interrato posto tra due diramazioni del fiume Olona.

Il molino era del '500, di proprietà di Curtio Cotica.

Vi erano poi altre mulini: quello di Ippolito Lampugnano, dei Fratelli Aloisio, di Geronimo Lampugnano e uno appartenente alla mensa arcivescovile.

Tra i nuclei agricoli, la Cassina S.Giorgio, ovvero l'attuale San Giorgio su Legnano, che si staccò da Legnano nella seconda metà del '500.

Nel 1926 venne rinvenuto un piccolo sepolcreto con fittili domestiche, attrezzi in ferro, balsamari in vetro e monete di epoca augustea: da questo si deduce che la zona di S.Giorgio era abitata senza dall'epoca romana imperiale.

Nel 1769 durante gli scavi per la ricostruzione della chiesa, fu ritrovato un frammento con un'antica iscrizione del 1393 dove il villaggio di S.Giorgio era menzionato come "Sotena".

La chiesetta di S.Giorgio sorse nel 1390 e da quel momento Sotena diventò Cascina S.Giorgio.


"Il Castello di Malencontre" di Guy Chantepleure: recensione

Recensione di Lunaria: romanzo oltremodo prolisso e, secondo i nostri standard, ormai anacronistico eppure ha ancora quel fascino "vintage" che cattura e permette di proseguire la lettura fino alla fine. 

Vi si narra del rapporto, prima di amicizia e poi di amore tormentato, di Flavia e Patrizio: lei, una fanciulla che lascia la casa paterna per trasferirsi nel tenebroso castello di Malencontre (sempre descritto con toni gotici alla Ann Radcliffe dei "Misteri di Udolpho", come del resto lascia presagire l'immagine interna) sul quale pende un'infausta fama, lui un giovane instabile, malato, succube del funesto passato della sua famiglia.

Alla fine, quando sarà fatta luce sul delitto che pesa sulla coscienza del giovane Patrizio, scagionandolo, anche l'amore trionferà.


Gli stralci più belli:

"Di questo tragitto nella notte livida, la mia memoria ha conservato una sola impressione: l'immagine precisa del castello di Malencontre come l'ho visto per la prima volta. Mi ricordo di aver veduto un giorno, al museo di Victor Hugo, il curioso disegno fatto dal poeta, di un vecchio maniero fantastico, utilizzando e ritoccando sopra un foglio di carta bianca, il capriccioso contorno di un'enorme macchia di inchiostro nero. Il castello di Malencontre somiglia a quel vecchio maniero dovuto al passatempo di uno scolaro sotto la penna che scrisse "Eviradnus". Eretto in cima a una di quelle rocce nude, così alte e scoscese, che, nelle leggende, soltanto il diavolo ha il potere di costruirvi, nero sotto il cielo lunare contro il quale spiccavano i rudi contorni dei tetti aguzzi delle sue quattro torri, mi è apparso formidabile e irreale come uno spettro. Tale visione fantastica è stata breve: una nuvola ha nascosto la luna; e poi, la strada che seguivamo lascia quasi subito sulla sinistra la roccia di Malencontre, inaccessibile dalla parte del fiume, e la costeggia molto da vicino, per giungervi invece dalla montagna." 

"Un portone alto e massiccio si è schiuso allora con uno stridore complesso di chiavistelli, serrature, grossi catenacci: era quello del castello."

"Mentre Ambrogio mi faceva attraversare una stanza buia, una porta si è aperta a un tratto, senza richiudersi, e  nell'ombra diventata più trasparente ho intravisto una figura nera, una persona molto alta che usciva percorrendo la galleria da cui io venivo… Era forse Barbablù che incontravo così nelle tenebre?... Un istante dopo, ero nella camera delle Fate…"

"Ho guardato. La luna era riapparsa. Essa lasciava nelle tenebre la massa confusa del versante che mi sta di fronte e non mi permetteva che d'indovinare ai miei piedi, in fondo alla roccia che sembra prolungare le mura del castello, laggiù in fondo, in un abisso mobile e nero, la Salve impetuosa, feroce e rumoreggiante… Un pallido raggio cadeva come un velo sulla torre gemella della torre di mezzogiorno (la torre di ponente senza dubbio) dove si trova, se non erro, la bella sala rotonda dalle seriche tappezzerie, la camera delle Fate. (...) Sullo sfondo della luce ho veduto passare e ripassare un'ombra, l'ombra di una donna alta e snella…"

"Sulla sinistra del castello, di là dalla torre di mezzogiorno, si può scoprire senza dubbio il villaggio di Salvat, il fiume ormai calmo, la valle allargata e i suoi due versanti: dalla facciata dove si apre la mia finestra non si vedono che le asperità della gola, le sue creste irte di punte, i suoi selvaggi colonnati, i suoi crepacci dentellati simili a enormi mascelle, e il fiume furioso, la Salve torrenziale, spumeggiante, che scaturisce dall'alto di una fessura frastagliata e si precipita fra i massi giganti, rimbalza, si contorce fra i sassi neri e la sabbia fulva, e scompare infine come spezzata, dietro il promontorio di Malencontre. Di faccia a me, dall'altra parte del fiume, la vetta rocciosa, scavata, tormentata, scolpita come una cattedrale, sorpassa di parecchi metri le torri del castello; più lontano si abbassa leggermente, e, da un ammasso di blocchi franati sui quali si abbarbicano con aspetto desolato alcuni alberi stenti coi rami spogli, una roccia nuda, convulsa, grottesca, si slancia come sfuggita a qualche inferno. La tragica mole domina tutta la gola con le sue contorsioni dolorose, col suo colore cupo e ardente. Il maraviglioso colore della lava, un nero rossastro che va degradando fino al grigio e al fulvo, è infatti quello di tutte le rocce eruttive che circondano Malencontre, e del materiale stesso che ha servito per la costruzione del castello; ma in nessun luogo questo colore sembra così cupo, così intenso come lungo i fianchi della grande roccia infernale. E il tono cangiante, screziato della bragia non ancora spenta, e Lull, ostinato, vuol vedere in quel corpo di dannato il sinistro focolare di tutti i riflessi di fornace che imporporano i dintorni. Forse il paesaggio di Malencontre è ancora più aspro alla luce solare che sotto i raggi incerti della luna; ma, come avevo previsto, il riposo mi ha reso il mio equilibrio, la luce ha fugato le mie inquietudini, e ho potuto ammirare, senza nessun malessere, questo inquieto mondo di pietre, opera di sconvolgimenti preistorici, di fuoco possente e di acque perseveranti; questa solitudine cataclismatica, il cui mistero ieri sera, nella penombra notturna, m'opprimeva in un mondo assurdo."

"Abbiamo preso, dietro il castello, un sentiero capriccioso che ascende la montagna. Traversiamo un bosco di pini, giriamo intorno a enormi massi di granito coronati da boschi. Poi, il nero fogliame si dirada, si affina in un grazioso ricamo, e giungiamo sopra una piattaforma che porta infissa una vecchia croce di pietra. Di là dominiamo due vallate.  All'orizzonte, la catena del Cantal i cui picchi s'elevano tutti bianchi di neve. Intorno a noi, il paesaggio fantastico delle rocce eruttive, lo scopeto ancor grigio, e le grandi felci rossicce… I fiumi, i torrenti, le cascate scendono coi loro flutti, ricchi e giocondi, che spumeggiano e scintillano. Dei rivoletti d'argento solcano i pendii, delle gocce cristalline cadono dai rami e dalle scanalature di basalto. Dappertutto l'acqua scorre e canta, sulle pietre dei sentieri scoscesi, dall'alto al basso delle rocce. Si direbbe che la montagna, felice e riscaldata, faccia il bagno sotto il sole. E l'aria, l'aria tiepida è già aulente di primavera. Essa ha preso non si sa dove, forse nei paesi dove l'inverno è finito, effluvi che non ha perduti in cammino, prima di giungere nei paesi dove l'inverno regna ancora… Questi freschi aliti della stagione novella, passando sulla fronte di Patrizio, l'hanno dolcemente rasserenata. Stasera, con gli occhi vivi, le guance colorite, le labbra rosse, egli non ha davvero un viso da malato."




   

Leggende sui Boschi

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Molto tempo fa viveva in Inghilterra un re crudele che amava rincorrere a cavallo le giovani fanciulle che capitavano nella campagna intorno al castello e dopo averle catturate e approfittato di loro, le trafiggeva con la sua spada. I genitori delle giovani della zona fecero in modo di mandare lontano le loro figlie, in luoghi più sicuri.

C'era, però, una piccola, giovane fanciulla, in una casa solitaria, che non aveva potuto andarsene.

Sua nonna era troppo povera per pagarle il viaggio e così la teneva nascosta, e tutte e due si guadagnavano la vita filando. La loro casa era vicina al bosco incantato dove nessuno osava entrare, neppure il re malvagio, per timore della grande quercia magica che cresceva nel centro del bosco.

Un giorno che la nonna era malata, la fanciulla fu costretta ad uscire per andare al mercato a vendere la lana, perché non avevano più niente da mangiare.

Prima che la nipote se ne andasse, la nonna la baciò raccomandandole di essere molto cauta e di stare lontana dal bosco magico, benché la strada più breve per andare al mercato passasse proprio di lì.

La fanciulla si mise in cammino e poco dopo vide comparire in lontananza la figura del re a cavallo.

La fanciulla non fuggì ma entrò nel bosco magico.

Nel bosco della quercia ella entrò

e davanti ad essa si inchinò

così la quercia la portò in città

e così giunse in città attraverso il bosco.

Il bosco magico.

Sembrava tutto risolto, ma il re l'aveva vista entrare e l'aveva inseguita.

Nel fitto della boscaglia cavalcò 

e verso la grande quercia se ne andò.

lì giunto estrasse la spada affilata per colpire

ma un grosso ramo gli cadde sul collo facendolo morire.

Nel bosco, nel bosco magico.

Gli uomini del re andarono a cercare il loro signore e quando lo trovarono morto si lanciarono a galoppo verso la quercia magica.

Cavalcarono nel bosco verso la magica quercia

per tagliare la pianta, la grande quercia.

La quercia scricchiolò e il suo richiamo risuonò

e tutti gli alberi del bosco radunò.

Essi si chiusero attorno agli incauti guerrieri

e il bosco si strinse in tutti i suoi sentieri.

Più nessuno ritornò dal bosco,

dal grande bosco magico.

***

Vicino a Wrington si trova una fattoria chiamata Hailstone, "Chicco di grandine" ma c'è chi sostiene dovrebbe chiamarsi Hurlestone, "pietra lanciata", per via della leggenda che racconta di come il diavolo (o per altri, un gigante), raccolse una grande pietra con l'intenzione di lanciarla sulla chiesa di Cranmore.

Sbagliò mira e questa enorme pietra si trova ancora oggi sulla collina di un bosco, detto "Bosco di Hurlestone"; in quello stesso bosco c'è anche la tomba di un gigante.

***

In un prato a sud del paese di Nauders, in Austria, vi era una volta un albero sacro: oggi rimane solo il ceppo.

Il prato si trova su un declivio, a fianco si trova il bosco e sul lato meridionale vi è una collinetta dove un tempo sorgeva un castello: ancora oggi si possono vedere i resti delle mura, che apparteneva al castello dell'albero sacro, un grosso larice.

Si credeva che rapisse i bambini appena nati.

La sua legna non poteva essere raccolta e non si poteva far rumore nei pressi dell'albero.

Una volta un uomo volle provare ad abbatterlo, ma dopo il primo colpo, il tronco cominciò a sanguinare e alcune gocce di sangue caddero anche dai rami.  

Le tracce di sangue rimasero a lungo, così come le ferite inferte al tronco.

Il castello nei pressi dell'albero si riteneva fosse stato colpito da una maledizione e che il suo tesoro fosse sprofondato nel suolo: si pensava che chi avesse camminato nei pressi a tarda ora, avrebbe sentito il tintinnio delle monete.

A guardia di questo leggendario tesoro ci sono tre donne, colpite dalla maledizione, e che solo il ritrovamento del tesoro potrà liberare; queste tre fanciulle compaiono davanti ai viandanti di notte, cercando di farli avvicinare; queste fanciulle possono tramutarsi in serpenti.

Un pastore che si avvicinò ad un certo punto ebbe paura e cercò di fuggire ma il sentiero era sparito e dovette farsi strada tra le sterpaglia.

Un contadino che rincasava col fieno, vide sul sentiero vicino al castello una vasca piena di denti bianchi: la scansò; sua moglie che camminava dietro il carro, prese tre denti e se li infilò in tasca col rosario. Giunta a casa, trovò, al posto dei denti, tre pezzi d'oro.

Un terzo, che era giunto nei pressi delle rovine per accendere i fuochi di San Giovanni, venne avvicinato da una di queste donne che gli disse: "Seguimi, e quando saremo nel luogo giusto spogliati. Io mi trasformerò in serpente e mi attorciglierò intorno a te per tre volte. Non devi aver paura, perché solo così potrai sciogliere la maledizione che mi colpisce e avere il tesoro". Il giovane ubbidì, spogliandosi e lasciandosi avvolgere dal serpente per due volte, ma alla terza ebbe paura e il serpente scomparve.

   

Introduzione alla "Cantatrice Calva" di Ionesco

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Eugène Ionesco (1912-1994) nacque a Bucarest. Si trasferì a Parigi nel 1945. 

Conobbe il successo nel 1950 con le sue prime opere concepite come "Antiteatro": "La Cantatrice Calva" e "La Lezione".

Seguirono "Le Sedie", "Il Nuovo Inquilino", "Assassino senza movente", "Il Rinoceronte", "Il Solitario", "L'uomo con le valigie", "Gioco al massacro", "Macbeth", "Questo formidabile bordello".

Per le sue caratteristiche, il teatro di Ionesco, insieme a quello di Samuel Beckett, è stato definito "Teatro dell'Assurdo": i suoi drammi mettono in scena vicende volutamente assurde e senza senso, con personaggi che interagiscono con dialoghi inconcludenti e pieni di banalità (cioè, la massa normaloide dei nostri tempi. Nota di Lunaria)

Dietro la comicità paradossale Ionesco evidenzia la tragicità della condizione umana, ridicolizza i comportamenti borghesi, mostra la riduzione dell'uomo a oggetto come ogni prodotto industriale.

Il teatro di Ionesco, denunciando l'incomunicabilità, è una satira dei mezzi espressivi del teatro e dell'arte.

"La Cantatrice Calva" è una commedia in un atto che fin dal sottotitolo "Anticommedia" mostra l'intenzione di uscire dai canoni tradizionali, anche se ne ricalca la struttura, in apparenza, ma il titolo non ha alcun collegamento col contenuto, le scene si succedono senza un criterio di consequenzialità logica, manca una trama, l'opera si conclude come è cominciata, segnalando la reale inconsistenza della vicenda.

Ionesco trasse ispirazione da un manuale di conversazione per imparare l'inglese, dove lesse una serie di banalità proposte come specchio del mondo reale: ricopiando le frasi per impararle a memoria, la commedia si era scritta "da sola": credeva di aver fatto una tragedia del linguaggio, invece risulto irresistibilmente comica.

Decise di darle il titolo "La Cantatrice Calva" perché, dichiarò, "non essa non compare nessuna cantante, né calva né capelluta."

"La mia intenzione era di svuotare le parole del loro contenuto, di designare il linguaggio, vale a dire di abolirlo. Cercai di trovare i cliché più triti, di esprimere il vuoto, insomma di esprimere l'inesprimibile. Quel testo era proprio un'opera drammatica: non c'era azione, è vero, non c'era intrigo, non c'erano i personaggi, ma un linguaggio che si faceva persone, movimento, ritmi"

La vicenda è costituita soltanto da una conversazione in cui i personaggi parlano senza seguire una logica consequenziale, ripetendo luoghi comuni e banalità stereotipate, mostrando la loro mediocrità piccolo-borghese con le loro ridicole convenzioni.

La commedia è la presentazione di tre momenti successivi della conversazione: prima i coniugi Smith da soli nel salotto della loro casa; poi, con l'arrivo dei coniugi Martin che vengono a far visita, nasce una serata mondana in cui la noia viene mascherata con un finto divertimento per le sciocche storielle raccontate e con un inspiegabile litigio; infine, dopo il passaggio di un estraneo capitato per caso, la conversazione riprende con le stesse battute della prima scena.

L'epilogo è un antiepilogo perché non c'è niente che debba venir concluso.