"Com'è rosso quel sommacco!".
Irene Barton stava dicendo una serie di cose ovvie, infilando un luogo comune dietro l'altro, perché l'albero le riportava in mente ricordi sgradevoli.
La sua ospite, che non ne era al corrente, continuò imperterrita:
"Sai, Irene, quell'albero mi fa venire i brividi! Non saprei dirti perché, salvo che, uhm, ecco non è un buon albero. Guarda le foglie: sapresti dirmi perché diventano rosse in pieno agosto anziché in ottobre?"
"Certo che ti frullano in testa idee ben strane, May! È un comunissimo albero, benché mi faccia pensare a cose tristi. Il povero Spot, sai. Lo abbiamo sepolto ai piedi dell'albero due giorni fa. Vieni, ti mostro la sua tomba".
Le due donne lasciarono la terrazza dove aveva avuto luogo la breve conversazione e attraversarono lentamente il prato alla cui estremità, singolarmente solitario, cresceva il sommacco. La signora Watcombe, che aveva dimostrato tanto interesse per l'albero, chiese se si trattasse effettivamente di un sommacco, perché le foglie le sembravano "strane" ed i rami tanto contorti e bitorzoluti da renderlo quasi irriconoscibile.
Viste più da vicino, le foglie erano screziate di uno spento color cremisi ed apparivano insolitamente carnose come se la loro crescita rigogliosa denotasse un alcunché di insano nella pianta.
Sostarono qualche istante in silenzio osservando la patetica e piccola tomba; poi la signora Watcombe, con gesto fulmineo, raccolse qualcosa ai piedi dell'albero.
"Irene, guarda! Un tordo morto. Povera bestiola! Che splendide piume e com'è leggero!"
La signora Barton osservò il tordo corrugando le sopracciglia.
"Senti, May, non riesco a capire che cosa stia capitando agli uccelli, a meno che qualcuno non li avveleni. Non facciamo che trovare uccelli morti in giardino, e di solito proprio sotto quest'albero o molto vicino".
È dubbio che la signora Watcombe la ascoltasse; quel mattino sembrava particolarmente distratta e svagata. Stava studiando con aria assorta i rami contorti del sommacco.
"Curioso, davvero curioso, che le foglie cambino colore in questo periodo dell'anno", borbottò. "Mi fa venire in mente la malattia della povera Geraldine. Quest'albero esercitava un fascino straordinario su di lei, come sai. Anche allora, benché si fosse in giugno, le foglie erano già scarlatte.
Ricordo che non aveva neanche finito di fiorire".
"Mia cara May, questa mattina sembra tu abbia in testa soltanto foglie rosse", le rispose Irene incerta se irritarsi o sorridere delle fisime dell'amica.
"Non capisco perché ti interessi tanto il colore delle foglie. Se proprio lo vuoi sapere, si tratta di un effetto del caldo torrido di questi giorni, perché quando ho sepolto il povero, vecchio Spot non una sola foglia era rossa".
La conversazione continuò su questo tono per un po' e, benché si rendesse conto della banalità di quei discorsi, Irene continuò a pensare alla fatale malattia della cugina anche quando la signora Watcombe se ne fu andata.
La tragica notizia era stata un vero e proprio fulmine a ciel sereno. La povera Geraldine, una donna così forte, se n'era andata da un giorno all'altro stroncata da anemia perniciosa.
Sembrava incredibile che la malattia l'avesse portata via in pochi giorni, ancora nel fiore degli anni.
Quell'evento luttuoso aveva avuto un risvolto positivo per Irene e suo marito che avevano potuto lasciare il loro appartamento di periferia, avendo ereditato da Geraldine la sua splendida tenuta di campagna, Cleeve Grange.
Fin dal primo giorno ogni cosa l'aveva riempita di meraviglia e di ammirazione, e si era sentita come una dama nel suo castello. Era felice di vivere là, mentre suo marito Hilary non si era ancora familiarizzato con il posto, dato che gli affari lo trattenevano quasi sempre a Londra.
Nei giorni seguenti, trascorse molto tempo risistemando la nuova casa: spostò quadri e mobili, cambiò le tende. Circa una settimana dopo la visita dell'amica, vide che le foglie del sommacco erano tornate verdi, benché fossero un po' sciupate come se la pianta avesse bisogno d'acqua.
Irene se ne accorse perché si recava ogni giorno sulla piccola tomba del cagnolino, cercando di farvi attecchire dei fiori; ma, a dispetto dei suoi sforzi, non volevano saperne di mettere radici. Sotto il sommacco non cresceva nulla, neanche un filo d'erba.
In un momento di depressione, pensò che soltanto la morte allignava in quell'angolo del giardino, anche se non aveva più trovato uccelli morti, dopo quello scoperto dalla signora Watcombe.
Una sera, poiché in casa il caldo era insopportabile, uscì a passeggiare in giardino, e si diresse meccanicamente verso la piccola tomba sotto il sommacco.
All'incerta luce della luna, il tronco contorto ed i rami del vecchio albero le suggerirono l'immagine di un rustico sedile e, sentendosi stanca, si arrampicò facilmente sul tronco, sistemandosi comodamente nell'incavo formato dalla biforcazione dei rami.
Inspirò profondamente l'aria della notte che sembrava più fresca tra le fronde dell'albero. Si assopì quasi subito e fece un sogno singolarmente vivido: Hilary, concluso un affare a Londra, ritornava a casa; era sera, lo incontrava nei pressi del castello del giardino, e lui la stringeva forte tra le braccia.
Poi, impercettibilmente, il sogno si trasformò in un incubo. Il cielo si fece minacciosamente nero, la stretta delle braccia allarmante, mentre il volto chino sul suo collo per baciarla non era più quello di Hilary, ma una faccia lasciva, malvagia, rugosa e deforme come il tronco di un albero segnato dalle intemperie. Agghiacciata dall'orrore, Irene lottò con tutte le sue forze per sottrarsi a quella stretta mostruosa e si svegliò di colpo gettando un grido.
Per qualche istante il terrore dell'incubo continuò a sopraffarla, e le sembrava che le braccia la stritolassero in una morsa irresistibile.
Finalmente si destò del tutto, scese dall'albero in fretta, attraversò di corsa il prato, raggiungendo la rassicurante porta di casa.
Il mattino dopo, la signora Watcombe tornò a trovarla.
La osservava perplessa.
"Irene, come sei pallida. Ti senti bene?"
"Si, si, è soltanto un po' di stanchezza, sai, il caldo di questi giorni".
La signora Watcombe continuava a studiarla preoccupata, perché il pallore del volto di Irene era davvero impressionante. Per contrasto, una piccola macchia rossa spiccava vistosamente sul suo collo esile, qualche centimetro al di sotto dell'orecchio.
Irene, indovinando la domanda dell'amica, le disse:
"Mi fa un po' male. Devo essermi graffiata ieri sera, quando mi sono addormentata sul sommacco".
"Addormentata sul sommacco!" ripetè la signora Watcombe sorpresa.
"Davvero curioso. Capitava anche alla povera Geraldine prima di ammalarsi, benché alla fine fosse letteralmente terrorizzata da quell'albero. Incredibile: guarda, le foglie sono di nuovo rosse!".
Irene osservo l'albero con una vaga ripugnanza.
La signora Watcombe aveva ragione: le foglie carnose, singolarmente rigogliose, avevano assunto una colorazione scarlatta.
"Ah!" bisbigliò Irene visibilmente turbata e, volgendo le spalle al sommacco, si affrettò a raggiungere la casa. "Mi fa tornare in mente un incubo spaventoso: sono ancora scossa. Vieni, andiamo dentro e parliamo d'altro".
Anche quel giorno il caldo fu insopportabile, e a sera una quiete innaturale gravava sulla campagna riarsa, facendo presagire un violento temporale.
Non si udiva il canto di un uccello, non un alito di vento accarezzava le fronde degli alberi, ogni cosa, immobile e silenziosa, sembrava attendere la pioggia ristoratrice.
L'intervallo fra la cena e l'ora di andare a letto è particolarmente noioso per chi è abituato a stare in compagnia, ed Irene, rimasta sola, si sentì particolarmente nervosa, molto più del solito.
Una cappa d'afa ristagnava sulla casa e, benché porte e finestre fossero spalancate, le sembrava di annaspare in cerca d'un filo d'aria; a un certo punto, non potendone più uscì in giardino.
L'orizzonte era illuminato da vividi lampi, segno che il temporale si stava avvicinando. Non sapendo che fare, passeggiava stancamente, fermandosi, a volte, ad ascoltare l'eco di un tuono in lontananza.
Alla fine, quasi senza accorgersene, si ritrovò davanti alla piccola tomba di Spot.
Si sentì ancora più sola e qualche lacrima le rigò il volto, ripensando al cagnolino morto.
Spinta da un misterioso impulso, Irene si arrampicò un'altra volta sull'albero; forse pensava di trovarvi un po' di frescura. In effetti, comodamente seduta nell'incavo dei rami, ben presto chinò il capo addormentandosi. In seguito, non avrebbe saputo dire se si fosse trattato di un incubo o di un sogno ad occhi aperti, nel torbido languire del dormiveglia.
Rifece il sogno della sera prima, ma questa volta fu più spaventoso, perché non ebbe inizio con la rassicurante immagine del giovane marito.
Braccia fortissime, simili a robusti rami, la stringevano in una morsa terribile, tanto che le sembrava di non riuscire neanche a respirare. Il volto orrendo, devastato dal vizio e dalla malvagità, era chino sul suo collo bianco come una fiera sulla preda.
Labbra immonde e fetide cominciarono a mordicchiarle la pelle...
Lottò disperatamente, pazzamente, e le parve che i rami dell'albero, dotati di una misteriosa vitalità, la avviluppassero in una morsa mortale, lacerandole gli abiti.
Un dolore acuto, provocato da qualcosa - forse un ramo - che le si stava conficcando nel collo, la aiutò a riscuotersi dall'incubo terrificante.
Fu il suo stesso urlo a svegliarla e, nel medesimo istante, il fragore di un tuono dissolse completamente l'orrida immagine.
Fuggì in casa sotto una pioggia scrosciante.
Guadagnato l'uscio e giunta trafelata in salotto, Irene si lasciò cadere in una poltrona, annaspando disperatamente per riempirsi i polmoni d'aria: le sembrava di non riuscire a respirare. Finalmente, fresche folate d'aria resero l'atmosfera più sopportabile, ma trascorse più di un'ora prima che trovasse la forza di alzarsi per salire in camera, trascinandosi penosamente per le scale.
Raggiunta la stanza, Irene fu sconvolta da una scoperta tremenda.
Lo specchio le rimandava un'immagine quasi irriconoscibile: era tanto pallida da sembrare completamente dissanguata, gli occhi febbricitanti erano cerchiati da occhiaie violacee, le labbra esangui, profonde rughe la facevano sembrare invecchiata di colpo.
Sul collo bianchissimo spiccava un grumo di sangue secco, dove il giorno prima c'era la macchia rossastra che tanto le doleva. Gli abiti erano stracciati.
Prese uno specchio da toilette per esaminare meglio la piccola ferita che sembrava esserle stata inferta dai denti aguzzi di qualche animale. Massaggiandola delicatamente con le dita, sentì un dolore lancinante…
La signora Watcombe, irrompendo in cucina la mattina seguente per proporre ad Irene una gita nei dintorni, rimase senza fiato vedendo l'aspetto spaventoso dell'amica e insistette per portarla subito da un medico.
Agitatissima, volle ad ogni costo esaminare attentamente la ferita sul collo di Irene, e quindi la accompagnò dal dottore del paese.
Questi sembrò singolarmente colpito dal malanno della sua nuova paziente, ma dichiarò che si trattava di una sciocchezza, ancorché ritenesse indispensabile bendare la ferita.
Giudicò invece più preoccupanti le condizioni di salute di Irene: a suo giudizio, essa soffriva di anemia.
Le consigliò riposo assoluto, nutrimento abbondante, finestre spalancate per respirare sempre aria fresca, e le prescrisse una quantità di tonici e di pillole vitaminiche.
Tuttavia, nonostante il medico si sforzasse di non apparire turbato, era evidente che le condizioni di salute di Irene lo preoccupavano, sicché né le due donne né l'uomo di scienza erano completamente soddisfatti.
Inoltre, non riuscì proprio a rassicurare la sua paziente; Irene era certa di non soffrire di anemia, mentre la signora Watcombe, dal canto suo, era ossessionata da oscuri presagi, indefinibili, ma non per questo meno inquietanti.
Più tardi, salutò Irene come se fosse l'ultima volta che la vedeva e questo non contribuì certo a rassicurare l'amica.
Andandosene, notò che il vecchio sommacco era sempre più rosso e le foglie oscenamente carnose e gonfie, proprio come all'epoca della fatale malattia di Geraldine.
"Detesto quell'albero mostruoso!", borbottò.
Quindi, scossa da un'improvvisa premonizione, sussurrò fra sé e sé: "Suo marito deve sapere. Gli telegrafo immediatamente."
Irene, con un comportamento tipicamente femminile, mise a frutto la forzata inattività, progettando una ristrutturazione del solaio, l'unica parte della sua nuova casa che non aveva ancora "esplorato" come si deve.
Tra le cose inutili e bizzarre che lo riempivano e che avrebbe dovuto gettare nella spazzatura, scovò un piccolo quaderno, apparentemente mai usato.
Spinta dalla curiosità, lo raccolse dall'angolo polveroso dov'era finito e lo sfogliò stancamente.
Fu sorpresa di apprendere, da una breve annotazione, che era appartenuto a sua cugina, la quale intendeva usarlo come diario.
C'era una data - che si riferiva proprio a pochi giorni prima della scomparsa della povera ragazza - ma non vi era stata effettuata nessun'altra annotazione, benché scoprisse che le prime due pagine del quaderno erano state strappate.
Stava per riporlo dove lo aveva trovato, quando un pezzetto di carta scivolò fuori dalla copertina inferiore, fluttuando fino a posarsi ai suoi piedi.
Lo raccolse ed impietrì, rimanendo senza fiato leggendo le parole che la cugina vi aveva scritto: "...sommacco mi affascina..."
Quella frase si adattava perfettamente anche a lei.
Era evidente che si trattava del vecchio sommacco solitario all'estremità del giardino; e, non poteva negarlo, la affascinava oscuramente, benché, fino a quel preciso istante, non se ne fosse resa conto.
Raccolto di nuovo il quaderno, sfogliandolo accuratamente con mani tremanti, e, nascosti fra le ultime pagine, scoprì i minuti frammenti di alcuni fogli strappati, evidentemente le prime due pagine di un diario. Esaminò ansiosamente i pezzetti di carta: su alcuni poteva leggere qualche breve parola o parte di una frase, ma altri, più grandi, promettevano maggiori ragguagli sugli ultimi giorni della cugina.
Se li cacciò in tasca frettolosamente e, in preda a uno strano presentimento, si recò di corsa al suo scrittoio trascorrendo il resto del pomeriggio cercando di rimettere insieme le pagine strappate.
Nel frattempo, la signora Watcombe continuava a tormentarsi pensando all'improvvisa malattia di Irene.
Il suo pallore, la sua apatia, la strana ferita sul collo, la allarmavano grandemente, perché erano esattamente gli stessi sintomi accusati da Geraldine pochi giorni prima di morire.
Desiderò ardentemente che il medico condotto del paese non fosse andato in ferie, perché il sostituto, che aveva visitato Irene, non le dava nessun affidamento, e in quei frangenti paziente, parenti e amici avevano bisogno di certezze, non di frasi vaghe.
Sentendosi responsabile di Irene, in quanto sua amica, telegrafò ad Hilary, dicendogli della sua improvvisa malattia e avvertendolo di tornare senza indugi.
Il telegramma giunse puntualmente a destinazione, preoccupandolo assai, cosicché lasciò Londra immediatamente, raggiungendo il paese con il primo treno.
Quella sera era già a Cleeve Grange.
"Dov'è mia moglie?", chiese subito alla domestica appena entrato in casa.
"Di sopra. Si sentiva stanca e ha detto che voleva stendersi un po' a letto."
Salì di corsa nella stanza di Irene, ma vide che era vuota.
Suonò, chiamando la servitù. In un batter d'occhio nella casa regnò una confusione indescrivibile, perché tutti insieme cominciarono a cercare Irene, setacciando l'edificio da cima a fondo.
Nessuna traccia della giovane donna.
Pensando che potesse essere andata a far visita alla signora Watcombe, Hilary stava per avviarsi a quella volta, quando la domestica gli annunciò che la signora Watcombe lo attendeva in salotto.
"Ho visto passare un taxi...", cominciò, ma Hilary la interruppe bruscamente:
"Dov'è Irene?"
"Irene? Mio caro Hilary, ma non è qui?"
"No. Non riusciamo a trovarla. Ho pensato fosse venuta da te."
La signora Watcombe lo fissava sbalordita. Poi impallidì, gridando: "è su quell'albero! Ne sono certa! Presto, Hilary!"
Si lanciò di corsa sul prato, diretta verso il sommacco, seguita dall'uomo.
La notte era particolarmente buia, e un vento fortissimo li sferzava violentemente. Inciamparono più volte, ma finalmente distinsero il vestito bianco di Irene che risaltava come una macchia chiara sullo sfondo nero del cielo e dell'albero. Giunti a piedi del sommacco, aguzzarono la vista, videro che la donna giaceva profondamente addormentata fra i rami.
Hilary e la signora Watcombe in un attimo le furono accanto; il vento faceva oscillare violentemente il vecchio albero, ed entrambi provarono la sgradevole impressione di dover, letteralmente, strappare la donna all'abbraccio del sommacco.
Finalmente riuscirono a riportarla a terra e, guadagnato il sicuro riparo di casa, la deposero su un divano. Sembrava svenuta, più che addormentata, era pallida come una morta, ed il viso sconvolto rivelava una profonda sofferenza ed un grande terrore.
La fasciatura era sparita e la ferita sul collo si era riaperta, umida di sangue.
Hilary si precipitò a cercare il medico, mentre la signora Watcombe e i domestici portarono Irene in camera sua. Passarono diverse ore prima che riprendesse conoscenza, e, per tutto questo lasso di tempo, il dottore vietò ad Hilary di entrare in camera. Sconcertato e addolorato, si trascinava da una stanza all'altra, finché la sua attenzione fu attratta da alcuni pezzi di carta sulla scrivania nello studio della moglie. Vide che aveva cercato di rimettere insieme dei fogli strappati. Non era riuscita a completare quel paziente lavoro, ma quanto poté leggere, bastò a sconvolgerlo completamente:
"...Il rustico sedile naturale formato dal tronco e dai rami del vecchio sommacco mi affascina. A volte mi ritrovo sull'albero senza accorgermene o vi vengo trascinata contro la mia volontà. Qui ho delle visioni terrificanti! Mi sembra di sprofondare nei più cupi abissi del terrore. Questi incubi cominciano a tormentarmi anche quando non mi trovo sull'albero, e mi sento ogni giorno più debole. Il dottor H. parla di anemia…"
Irene non era andata oltre ed Hilary, senza sapere bene perché, decise di portare a termine quello spaventoso puzzle. Prima che finisse albeggiava.
Stanco ed intirizzito, stava per alzarsi dalla sedia quando udì bussare alla porta, ed entrò la signora Watcombe.
"Irene sta meglio", gli disse subito. "Ora dorme e questa volta è immersa in un sonno naturale. Il dottor Thomson dice che non corre alcun pericolo immediato, ma è molto debole e ha perso parecchio sangue".
"May, dimmi, che significa tutto ciò secondo te? Perché Irene si è ammalata tutto d'un tratto? è sempre stata una ragazza sanissima. Non riesco proprio a capire!"
La signora Watcombe lo guardava con un'espressione innaturalmente grave.
"Anche il dottore confessa di non capirci granché", gli rispose stancamente. "Tutti i sintomi stanno ad indicare che ha subito una forte perdita di sangue, anche se nei casi di anemia acuta o perniciosa..."
"Cristo! Ma non vorrai dirmi che soffre dello stesso male della povera Geraldinе? Non posso crederci!"
"Neanch'io, se è per questo. Oh, Hilary, dimmi pure che sono pazza, ma secondo me c'è di mezzo qualcosa di misterioso; qualche maligna influenza è all'opera.
Tre giorni fa Irene scoppiava di salute e lo stesso Geraldine prima di ammalarsi improvvisamente. E i loro due casi sembrano identici... Irene ha cercato di dirmi qualcosa riguardo un certo diario, ma era troppo esausta per parlare".
"Un diario? Pensi si tratti del diario di Geraldine? Di certo si riferiva ad esso. Ho appena finito di rimetterlo insieme, ma, francamente, mi sembra proprio senza capo né coda".
La signora Watcombe scorse in fretta il foglio rappezzato con la colla che Hilary le porse; poi lo rilesse con grande attenzione.
"Senti, Hilary! Questo passaggio mi sembra molto significativo":
"... Il dottor H. parla di anemia. Prego il cielo abbia ragione, perché a volte i miei pensieri sembrano procedere in una strana e terribile direzione; se avessi il coraggio di confidarmi con qualcuno, di certo direbbe che sto impazzendo. Devo lottare da sola, aggrappandomi all'idea che non è insolito, in persone affette da anemia, coltivare insane fantasie. Se soltanto non avessi letto quelle orribili ed insinuanti parole nel Barrett..."
"Barrett? Che intende dire, May?"
"Aspetta un attimo. Barrett? Ma sì, forse si riferisce a "Traditions of the County" del Barrett. Ho notato che in biblioteca ce n'è una copia. Vieni, andiamo a controllare. Può darsi si riveli una traccia utile."
Trovarono subito il libro, che si aprì alla pagina cui si riferiva Geraldine; infatti aveva sottolineato con la matita un passaggio abbastanza lungo.
"... A Cleeve mi narrarono un'altra di quelle singolari tradizioni che ormai stanno scomparendo rapidamente, con il diffondersi dell'istruzione. Aveva a che fare con l'antica credenza nei vampiri, spiriti di morti malvagi, che di notte potevano assumere forma umana vagando nel paese in cerca di vittime. Le persone sospettate di essere vampiri venivano sepolte con la bocca imbottita d'aglio e veniva loro trapassato il cuore con un paletto di legno per renderle inoffensive, o, quanto meno, per evitare che si allontanassero dal luogo della sepoltura. Circa trent'anni fa, un vecchio mi indicò un albero che si diceva fosse cresciuto da un paletto siffatto. Per quanto ricordo, si trattava di una singolare varietà di sommacco nel giardino del vecchio Grange..."
"Vieni, usciamo", disse la signora Watcombe rompendo il pesante silenzio che gravava nella stanza. "Voglio che tu veda quell'albero".
L'alba imporporava il cielo e i cespugli, le piante, i fiori e la rugiada assumevano una dolce sfumatura rosata.
Soltanto il solitario sommacco, cupo e minaccioso, sembrava non partecipare al tripudio della natura che si stava risvegliando.
Durante la notte la disgustosa colorazione scarlatta delle foglie si era accentuata, tronco e rami risultavano innaturalmente rigogliosi, quasi gonfi, e, nell'insieme, l'albero aveva un aspetto oscenamente carnoso.
La signora Watcombe, osservandolo di lontano, esclamò con voce rauca e impaurita: "Guarda, Hilary! Era proprio così quando... quando morì Geraldine!"
Al cader della notte, l'estremità del giardino appariva stranamente nuda e spoglia. Al posto del vecchio albero c'era un enorme mucchio di ceneri ardenti - enorme perché il sommacco era troppo gonfio di una linfa viscosa e nerastra per bruciare senza l'aiuto di una gran quantità di legna secca.
Passarono molte settimane prima che Irene recuperasse forza sufficiente per recarsi a visitare la piccola tomba di Spot.
E rimase sbalordita scoprendo che il posto era quasi completamente ricoperto da piantine di aglio.
Più tardi Hilary le spiegò che era l'unica pianta ad aver attecchito dove cresceva il sommacco.
APPROFONDIMENTO SUL SOMMACCO
Info tratte da
Nota di Lunaria: non so in altre regioni d'Italia, ma dove sto io (Lombardia) questa pianta è praticamente ovunque, cresce allo stato brado anche all'interno dei giardini delle fabbriche\luoghi abbandonati.
Il Sommacco appartiene alla famiglia delle Anacardiacee; è originario degli Stati Uniti orientali. Questa famiglia comprende due generi coltivati, il Rhus e il Cotinus.
Il Rhus comprende 150 specie di alberi, arbusti e piante rampicanti. Rhus coriaria è detto "il Sommacco dei conciatori" ed è ricco di tannino, che causa intossicazione.
Il fogliame del genere Rhus assume tonalità calde rosso-arancione in autunno; i ramoscelli ricordano le corna dei cervi.
Il Sommacco della Virginia può raggiungere i 4 o 6 metri, acquisendo una forma ad ombrello.
I rami contengono un succo denso e bianco.
Le foglie sono lunghe, composte da foglioline lanceolate ed ellittiche di color verde chiaro.
I fiori sono raccolti in grappoli terminali, di colore giallo e danno frutti a forma di pigna.
La versione Laciniata ha foglie composte, che possono arrivare a 50 cm, che conferiscono l'aspetto di felce.
è resistente ad insetti e malattie e si adatta a terreni aridi, ma per prosperare richiede molto sole.
è una pianta tossica, quindi non deve essere toccata dai bambini.


















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