Trama: "Storia di una Capinera" scritto nell'estate del 1869, è il primo romanzo di Verga. Ambientato in una cornice di vita borghese siciliana, è incentrato sull'infelice vicenda d'amore di una ragazza che la consuetudine dell'ambiente e del costume dell'epoca vogliono destinata al convento. Maria, la giovane protagonista, è una novizia che, trovandosi per cause di forza maggiore fuori dal convento in cui vive, si mette quasi quotidianamente a scrivere all'amica Marianna. Il colera tiene Maria e la famiglia lontani da Catania e dal convento dove, cessati i pericoli del contagio, la fanciulla sarà di nuovo rinchiusa. Per Maria è una parentesi di felicità. Conosce Nino, destinato alla sorellastra Giuditta. Nasce l'amore, ma bisogna partire per Catania, per la clausura. Maria impazzisce e muore, tormentata dalla segregazione e lontana da Nino. Le lettere che ne scaturiscono, nella loro successione cronologica, forniscono l'ordito per la trama. Maria parla di sé, della sua famiglia, della vita che conduce in campagna e soprattutto della gioia dell'amore, benché pudicamente vissuta. Scoprire dentro di sé questo sentimento non avrà però solo il significato di provare una gioia e un turbamento mai vissuti prima. L'amore di Maria si trasformerà infatti prima in passione, poi in gelosia e ossessione, in un viaggio vertiginoso ed inarrestabile verso la follia.
Commento di Lunaria: Un romanzo che ho amato tantissimo e che avrò letto 2 o 3 volte; le prime volte, quando ero adolescente (e mi commosse fino alle lacrime).
Riletto a distanza di così tanti anni, l'ho adorato ancora, provando pena e compassione per la protagonista Maria, che Verga, qui nella sua vena più "romantica ottocentesca" e non verista-rurale ("Vita nei Campi", le novelle ambientate nei campi siciliani), paragona ad una povera capinera, rinchiusa in gabbia, che "aveva piegato la testolina sotto l'ala ed era morta."
"Io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l'ala ed era morta. (...) Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c'era qualcosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete."
Un breve romanzo che si conclude con una beffa: il sistema oppressivo del convento, che porterà alla follia e poi alla morte la povera Maria, "vampirizzata" da questa prigionia claustrale, avendo fame e sete di vita e di amore, a lei negati, spargerà poi lacrime e osanne per "celebrare la sua santità" (si vedano l'ultima lettera, scritta da Suor Filomena, che chiude il romanzo)
Molto belle le descrizioni paesaggistiche, che poi saranno il marchio di fabbrica dello stile di Verga anche per le novelle più rustiche e rurali.
Melodrammatico l'amore (peraltro "virginale") per Nino, che consuma Maria, anche nel rimpianto che se non fosse stata destinata al monastero, forse lui l'avrebbe corrisposta, e che rappresenta la parte più "romantica ottocentesca" del romanzo.
Maria, figura tragica, che solo di sfuggita acquista una valenza protofemminista di denuncia all'usanza barbara di obbligare figli e figlie al convento, descritto come una tomba, un sepolcro, come fece, storicamente parlando, Arcangela Tarabotti: in realtà, Maria, che pur fantastica, nel delirio, di fuggire (anzi, di essere liberata da un Nino che "uccida le sue carceriere" cioè le altre suore) non va mai fino in fondo nel suo proposito, nella fuga, nella ribellione; anzi, basta una predica per "rimetterla a suo posto", terrorizzandola e facendole implorare il perdono di Dio, "per il suo peccato".
Le pagine più belle:
Pagine 83 e 84
"Quante cose ho visto lassù, Marianna! I campi, il mare, quell'immenso mucchio di palazzi, l'Etna laggiù, in fondo... tutte queste cose sembrava che avessero un'aria triste... Avrei voluto vedere un'ultima volta Monte Ilice, la nostra casetta, questo bel castagneto... Non ho potuto vederli... non li vedrò più... ho un gruppo qui nel cuore!... Dalla strada saliva sino al belvedere un frastuono, un rumore di carri, di vetture, di voci, di gente che lavora, che va e viene... Tutta questa gente ha degli affari, delle gioie, delle pene, cammina, lavora, vive... Quegli uccelli che volano lontano... Fra me e tutta questa vita che mi circonda, domani, fra poche ore, si leverà un muro insormontabile, un abisso, una parola, un voto..."
"Sorella mia! Hai udito mai i defunti parlare dalla tomba? Son morta! La tua povera Maria è morta. M'hanno disteso sul cataletto, m'hanno coperto del drappo mortuario, hanno recitato il requiem, le campane hanno suonato... Mi pare che qualche cosa di funereo mi pesi sull'anima, e che le mie membra siano inerti. Fra me e il mondo, la natura, la vita, c'è qualche cosa di più pesante di una lapide, di più muto di una tomba. è uno spettacolo che atterrisce! La morte fra il rigoglio della vita, fra il tumulto delle passioni, il corpo che vede morire l'anima, la materia che sopravvive allo spirito! (...) Sono ancora sbalordita. Mi pare di aggirarmi in un immenso sepolcreto, mi pare che tutto ciò sia un sogno... che non debba essere per sempre, che io debba svegliarmi. (...) Mi pare che io sia stata presente come tutti gli altri ad un funerale, ad una lugubre cerimonia religiosa (...) Tutta quella gente vestita a festa, tutti quei suoni, tutti quei lumi erano per me?... Ed io ho potuto acconsentire a morire?... Ho voluto morire?..."
Pagina 104
"Mi considero come una maledetta; ho paura e ribrezzo di me stessa; sono piena di rimorsi, di terrori; eppure amo ancora il mio Dio, e vorrei potere sfogare ai piedi del crocifisso l'immensurabile angoscia dell'anima mia. Non lo posso, non lo posso... sono maledetta!... La notte!... Se sapessi che notti! Il lume che si spegne, l'ombra che vacilla, i mobili che crepitano, il silenzio che è pieno di sibili e di rumori indistinti, hanno terrori profondi, hanno misteri di sepolcri, ringhio di demoni, ululi di dannati, fruscio di ali maledette; questo corridoio vasto, muto, oscuro, i morti che dormono sotto i nostri piedi, quella chiesa, quelle lampade, quelle pitture, tutto è funereo; si vedono sulle pareti disegnarsi figure mostruose; sul capezzale, ai piedi del crocifisso sta quel teschio informe, si ha paura dell'aria che si respira, del silenzio che ci nasconde sinistri rumori, dello spazio che ne circonda, delle coltri che ci pesano sul corpo..."


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