"(...) Dobbiamo piuttosto interpretare l'eco suscitata come effetto di rimando della sensazione che quest'opera produsse nell'Europa di fine Ottocento?
Il dramma si conclude con il rifiuto della sua eroina a persistere nella vita matrimoniale accanto al proprio marito, il quale (un caso sfortunato lo rivelerà) è il tetragono emblema di quei "non-valori" dell'essere discussi nei rapporti di coppia, erano, in ogni crisi coniugale, borghesemente sorvolati e accettati: perbenismo, ipocrisia, un senso dell'onore solo di facciata, codardia, ma, soprattutto, disattenzione ai sentimenti di quell'essere umano che il matrimonio aveva consacrato moglie sembrava addirittura essere il cemento dell'unione.
In effetti Helmer, marito di Nora, la protagonista del dramma, non è un mostro: è tenero e premuroso verso la sua "piccola allodola", ma così chiuso nelle sue certezze che il loro cerchio meschino non si allarga neppure di fronte all'atto d'amore che la donna compie per lui. Nora fugge, col suo bagaglio di infelicità. Ma l'abbandono è irreparabile, ed ella parte per comporre se stessa al di fuori di ogni coniugale costrizione.
Nora si allontana con determinazione dai capisaldi del mondo femminile: la casa, il marito, i bambini, la Chiesa, raccogliendo in una borsa le sue poche cose e abbandonando il tetto coniugale.
Nel dramma che si scatena dopo il ricatto, Nora ripercorre la sua vita dall'inizio in un potente dialogo con Helmer, in cui viene alla superficie come suo padre da fanciulla e successivamente il marito da sposa l'hanno delusa, negandole con amore egocentrico la libertà di crescere, di pensare e di agire autonomamente nel bene e nel male.
(...) la ribellione all'ottusa tirannia maschile, anche affollata di vezzeggiamenti e di giochi, le addita. Helmer ha perduto la sua bambola.
Nora è tra le prime eroine allo scadere del repressivo Ottocento a reinventare l'indipendenza delle donne dell'Ovest a infondere loro la speranza di poter essere liberamente se stesse, persone, al di là di una a volte comoda, ma sempre costosissima, protezione maschile. Dice alle donne che esiste una strada verso la libertà, disgiunta, quando esse ne sentano il peso, da ogni forma di supremazia maschile.
(...) "Casa di Bambola" spezza i confini e suggerisce una visione nuova della donna, antesignana del femminismo: non più l'oggetto del desiderio o la bambola del maschio borghese, ma nemmeno l'eroina della purezza, la seduttrice; la donna, invece, come essere libero ed autonomo, non definita dai ruoli che riveste nella società e dalle relazioni che intesse con gli uomini. A costo di doversi dolorosamente negare, come Nora, persino come madre.
Nota: Quando il dramma venne rappresentato in Germania, nel 1880, Ibsen fu obbligato a creare, allo scopo di non scontentare gli spettatori, un finale diverso dall'originale in cui Helmer costringe Nora prima del congedo a dare un ultimo sguardo ai bambini addormentati e in cui ella, incapace di abbandonarli, lasciando cadere la borsa da viaggio, si abbatte al suolo tra gli applausi degli spettatori.

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