Le circostanze che mi appresto a narrarvi sono del tutto vere. Sono cose che sono successe a me, e i miei ricordi sono molto vivi, tanto che gli eventi che sto per descrivervi potrebbero essere accaduti ieri. Invece sono trascorsi vent'anni da quella notte. Durante quei vent'anni ho raccontato questa vicenda a una sola persona. La riporterò ora con una riluttanza che riesco a vincere a stento. […] Ero stato tutto il giorno fuori con il fucile, e non avevo preso nulla. Il vento soffiava da est, il mese era dicembre, e il luogo un'ampia e desolata palude nell'estremo nord dell'Inghilterra.
Mi ero perso. Non era un posto piacevole in cui perdersi, poiché i primi soffici fiocchi che annunciavano l'arrivo di una bufera di neve avevano cominciato a cadere tra le felci, e tutt'intorno scendeva la sera, mentre il cielo diventava color piombo. Con la mano feci scudo agli occhi, e scrutai con ansia l'oscurità che avanzava, verso un punto in cui la palude violacea si addolciva e si vedeva sorgere delle basse colline, a circa dieci o dodici miglia di distanza.
Da qualsiasi parte guardassi, non vedevo né un fil di fumo né un campicello coltivato, né uno steccato, né un sentiero per il gregge.
Non c'era altro da fare: dovevo continuare il mio cammino, sperando di trovare un rifugio lungo la strada. Così mi rimisi in spalla il fucile e mi spinsi stancamente in avanti. Ero in piedi fin dall'alba, e non avevo toccato cibo dall'ora della colazione.
Intanto, la neve cominciava a scendere con minacciosa regolarità, e il vento era cessato. A quel punto il freddo divenne più intenso e la notte calò velocemente. Per quanto mi riguardava, il mio futuro diventava più incerto man mano che incalzavano le tenebre, e con il cuore pesante pensai alla mia giovane sposa che certo già aspettava alla finestra della nostra piccola locanda, e riflettei sulla sofferenza che le avrebbe portato quella lunga notte che si avvicinava. Eravamo sposati da quattro mesi, avevamo trascorso tra le Highlands tutto l'autunno ed ora alloggiavamo in un villaggetto remoto situato al confine delle grandi paludi inglesi.
[…]
Mi rivolsi al terzo passeggero, che non avevo ancora interpellato, e azzardai un ultimo commento.
"Questa carrozza è in condizioni deplorevoli. Suppongo che la carrozza utilizzata solitamente per la consegna della posta sia in riparazione."
Quello voltò lentamente la testa verso di me, e mi guardò in faccia, senza pronunciare parola. Non dimenticherò mai quello sguardo, per tutta la vita.
Il cuore mi si gelò a quella vista.
Mi si gela ancora quando ci ripenso.
I suoi occhi brillavano di una luce infuocata e innaturale. Il volto livido era quello di un cadavere. Le labbra esangui erano contratte in un'espressione di agonia mortale, e mostravano i denti biancheggianti.
Le parole che stavo per pronunciare mi morirono in gola, e uno strano orrore, un terribile orrore, si impadronì di me. Ormai i miei occhi si erano abituati all'oscurità che regnava all'interno della carrozza, e riuscivo a vedere abbastanza distintamente.
Mi voltai a guardare l'uomo che avevo di fronte. Anche lui mi guardava, e vidi lo stesso terribile pallore sul suo volto, e la stessa luce innaturale nel suo sguardo. Mi passai la mano sulla fronte, poi mi voltai verso il passeggero sul sedile accanto al mio e vidi… oh, cielo! come descrivere quel che vidi? Mi resi conto che non era un uomo vivo… nessuno di loro era vivo, come lo ero io! Una pallida luce fosforescente - un'emanazione di putrefazione - si rifletteva sui loro volti, sulle capigliature ammuffite nelle tombe umide, sui loro abiti macchiati di terra, che cadevano a pezzi; sulle loro mani, che erano quelle di cadaveri seppelliti da tempo. Solo i loro occhi, i loro occhi terribili, vivevano ancora: e quegli occhi mi fissavano minacciosi!
Con un urlo di terrore, un selvaggio e inarticolato grido di aiuto che chiedeva pietà, mi scaraventai verso la porta, tentando invano di aprirla.
In quello stesso istante, breve e vivido come un paesaggio intravisto nel tempo di un temporale estivo, vidi la luna splendente attraverso una nube lacerata e gravida di pioggia… un sinistro segnale si stagliò come un dito levato in segno di avvertimento sul ciglio della strada… un parapetto sfondato… i cavalli che cadevano a capofitto… e il burrone tenebroso sotto di noi. Poi, la carrozza beccheggiò come una nave nella tempesta. Quindi si udì un rumore fortissimo… avvertì un dolore tremendo… e poi, il buio.

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