Senza Famiglia












Gritli & Signorinette















L'Araldica spiegata in sintesi

Info tratte da

Per distinguere i cavalieri l'uno dall'altro, nel Medioevo, si cominciò a mettere pezzi di stoffa colorata in cima alle lance a cui più tardi si aggiunsero segni distintivi: ecco come nacquero gli stemmi!

Da allora, gli scudi si ornarono di disegni colorati per mostrare a quale famiglia si apparteneva, per quale sovrano o causa ci si batteva.

Anche artigiani, commercianti e corporazioni inventarono i loro stemmi.

Per evitare di riprodurre stemmi già esistenti, fu necessario elencarli: gli araldi, nei loro registri (detti armoriali) iniziarono a catalogare i blasoni.

Prima di ogni battaglia, i cavalieri erano informati sulle insegne effigiate sui drappi, bandiere ed elmi: nacque così l'Araldica, la scienza degli stemmi.

La storia dell'Araldica si può suddividere in:

1) primo periodo: origine delle armi, da Enrico l'Uccellatore alla I crociata

2) Secondo periodo: periodo delle crociate, dall'XI al XIII secolo

3) Terzo periodo: periodo delle Fazioni, dal XIII al XVI secolo

4) Quarto periodo, periodo moderno, dal XVI al XVIII secolo

5) Quinto periodo: periodo contemporaneo.

Lo scudo fu il primo supporto sul quale disegnare le figure dello stemma; la forma leggermente a mandorla servì come base per creare gli stemmi.

Il termine blasone indica la descrizione araldica, ma talvolta era usato come sinonimo di stemma insieme ad arma.

Dall'originaria forma a scudo si passò a diverse altre forme: di forma ovale, quadrato e forme più complesse…

Qui potete vederne diversi (non sapendo se le immagini sono soggette al copyright, vi riporto solo il link: https://s214796.blogspot.com/2016/11/step-10-emblemi.html )

Nel linguaggio araldico, smalto significa colore.

I colori impiegati sono sette: rosso, azzurro, nero, verde, porpora, arancio e marrone; a questi colori vennero associati alcuni sentimenti e valori umani, oltre che la pietra corrispondente.

Rosso = rubino (amore)

Azzurro = zaffiro (lealtà)

Nero = diamante (tristezza)

Verde = smeraldo (gioia, salute, speranza)

Porpora = sovranità 

Agli smalti si aggiungono i metalli: oro (giallo) e argento (bianco).

Le "pellicce" sono la rappresentazione grafica della pelliccia di ermellino e vaio, che venivano usati per foderare i mantelli dei sovrani.

L'ermellino è un piccolo carnivoro il cui pelo diventa bianco in inverno: solo la coda resta nera; nel Medioevo era simbolo di purezza e sullo stemma si riproducono le sue codine, intervallate con regolarità.

Il vaio, esteticamente, ricreava l'effetto di una campanella, e così viene rappresentato sullo stemma.

Il vaio è sempre rappresentato da campane azzurre su fondo argento (bianco); se è composto da altri colori si dice "vaiato".

Per spartire i colori si divide lo scudo in partizioni, sempre in numero pari e parti uguali: le principali partizioni si chiamano troncato, partito, trinciato, tagliato, inquartato in croce di Sant'Andrea o gheronato.

Le pezze sono figure geometriche che appaiono in numero dispari e servono a suddividere lo scudo: sono a forma di bande, sbarre, croci, punte, bordure e in origine erano strisce di stoffa applicate sugli scudi.

Lo stemma può anche "mettersi" il drappo, il cappello, la corona, l'elmo, i lambrecchini svolazzanti (pezzi di stoffa che i cavalieri fissavano all'elmo per proteggere la nuca dal sole).

A volte vengono disegnati un manto (una cappa foderata) o un tendone  detto "padiglione", e ricorda le tende installate sui campi durante le guerre; questi ornamenti a volte sono foderati di ermellino e appesi ad una corona.

La "divisa" riporta un breve motto.

Le figure sono gli elementi non geometrici: animali, vegetali, architetture, paesaggi, utensili (anche armi), lune… i soggetti più frequenti sono il leone (il coraggio) e l'aquila anche con due teste, detta bicipite (forza e sovranità); la croce, emblema di cristianità, il giglio simbolo della Madonna.

Nel XV secolo lo scudo era incorniciato con personaggi (detti "tenenti") o animali ("supporti")

Se gli animali appaiono con gli artigli e la lingua si usano i termini "armato", "imbeccato", "linguato" e "lampassato" (con lingua di fuori, ma solo per l'aquila, tra gli uccelli) per descriverli.

Il merlotto, rappresentato senza zampe e becco, indica una ferita ricevuta sul campo di battaglia: quando è in rosso segnala un nemico ucciso.

La civetta indica la prudenza e la saggezza; il gallo il coraggio, il falcone la dominazione, l'anatra i viaggi, il cigno la sincerità, la colomba la pace, la cornacchia l'ospitalità e il condor il potere che domina.

I pesci sono rappresentati in orizzontale o drizzati sulla coda: rimandano al sapere e alla giustizia; le conchiglie ricordano i pellegrinaggi e i viaggi oltremare.

I serpenti erano molto rappresentati e rimandavano alla prudenza; anche lucertole e rospi trovano posto nell'araldica, per rappresentare il male, essendo associati alla stregoneria.

La salamandra, animale fantastico, un tempo era ritenuto capace di vivere nel fuoco.

Altri animali leggendari sono il grifone (metà leone e metà aquila), l'ippogrifo (dalla testa d'aquila e corpo di cavallo alato), il basilisco (drago con testa di gallo, draghi, liocorni e sirene.

Quando è rappresentato, l'uomo si mostra con una parte del suo corpo: mano (aperta = autorità, chiusa = segreto), testa, occhio o cuore.

Nel Medioevo le piante non erano molto presenti sugli stemmi; solo in tempi recenti troviamo alberi, foglie, rose, frutti, trifogli, spighe sugli stemmi.

In particolare, il fascio di spighe rimanda alla fertilità, la rosa al segreto, il loto alla bellezza, il pomo d'oro all'immortalità.

In araldica, la torre merlata indica una roccaforte: colui che porta una torre sullo scudo vuol dire che ha ben difeso una fortezza;

una serie di torri su uno stemma municipale indica che in quella città esisteva o esiste un castello (Nota di Lunaria: è il caso di Castellanza)

Inoltre: la finestra rimanda alla ricettività, la pagoda all'ascensione spirituale, il ponte al passaggio dalla vita alla morte dell'umano al divino, la porta il passaggio fra due stati e la tomba è il punto di partenza verso l'altro mondo.

Gli stemmi "parlanti" sono come dei rebus: contengono delle figure che formano il nome della casata.

Durante i tornei, gli elmi dei cavalieri erano decorati da piume, corna, rami, animali e ornamenti. Queste decorazioni erano dette "cimieri" e dovevano figurare sugli armoriali. 

Quando una corona sormonta lo scudo si chiama "timbro"

Anche gli ecclesiastici usavano stemmi: il papa aggiunse la tiara a tre corone e le chiavi ("di San Pietro", le chiavi del regno dei cieli), gli arcivescovi aggiungevano un cappello da prete con cordoni e nappe: più nappe vi erano, maggiore era il rango.

Per descrivere uno stemma si usa il linguaggio antico del Medioevo.

Qualche esempio: se uno scudo è solo di un colore si dirà "[colore] pieno": "di giallo pieno, d'arancio pieno" ecc.

Il campo è la superficie dello scudo, il colore del fondo.

Uno scudo con bande bianche e azzurre alternate in numero pari si dirà "Bandato d'azzurro e d'argento"

Quando si guarda uno stemma, la parte sinistra è chiamata "destra" mentre la parte destra sarà "sinistra": nella sua descrizione si sono adottate come destra e sinistra quelle di chi lo porta, non di chi lo vede.

Nel passato gli stemmi ornavano le facciate dei palazzi, monumenti... e tutto questo aiuta a collocare nel tempo un personaggio o un edificio.











Etimologia di Lozza

Info tratte da

Lozza, che dista 6 km da Varese, è dislocata in tre punti allacciati nel triangolo Lozza inferiore, Lozza superiore e Marcolina. Nei pressi della Marcolina esisteva l'osteria dei nobili Castiglioni, conosciuta come Mercurina, perché sacra a Mercurio, protettore dei viandanti.

Da qui l'uso delle erme, le pietre quadrate sormontate da una testa o due, addossate, che si collocavano nei crocicchi o nelle vie principali, in omaggio alle divinità o per indicazioni delle strade ai viandanti. 

Lozza ha poco più di mille abitanti e le case sono disseminate sulle pendici di un colle.

Tale disposizione consentiva, in passato, l'avvistamento dei nemici: per questo Lozza era posta in una collocazione strategica importante.

Lozza nel latino ecclesiastico suonava "Lotia" ed è forse da accomunare alle parole lombarde di origine celtica: lossa, slossa: il termine indicava la melma mista di fogliame e di seccume ammucchiati presso i ciglioni dei campi e specialmente nelle lupe, le fossette verso la strada, dove dalla via stessa e dai campi scolavano le sostanze letaminacee che erano usate come concime.

Siamo nel campo delle ipotesi, ovviamente; ma l'analogia consente di integrare la supposizione: "lozza" o "lotza" trova riscontro nelle radici "leu", greco "lu-ma" per "sudiciume, contaminazione" e "lu-tro-n" per contaminazione; in latino "lu-tu-m", "fango" e nelle voci "lod" usata dal dialetto celtico della Caledonia, nell'alta Scozia. "Lued" e "luth" della Cornovaglia per indicare il fango mentre in Canton Ticino "slozz" significa fradicio d'acqua; "lozzu", in Corso, "melma, fondaccio dell'olio"; vedi analogia con Lodi "città fondata in terra acquitrinosa".

Perciò queste ipotesi sembrano verosimili per Lozza, se si tiene conto della sua natura geografica e delle abitudini dei Celti; la fascia collinare compresa tra Malnate, Vedano Olona e Lozza è sottoposta da secoli ad una lenta azione di corrosione da parte delle acque che anticamente formavano un ghiacciaio, come sarebbe confermato dalle colline moreniche sulle quali sorge il paese, mentre nelle vallate circostanti, ritiratosi il ghiacciaio, rimase il lago.


 

Ravenna (e dintorni): belle foto vintage

Info tratte da

Fuori di Porta Serrata era subito campagna: una campagna aspra e deserta senza alberi e case ove l'occhio posasse, dentro il polverio di sole che affocava le larghe infinite nel mezzogiorno estivo o nella triste bruma invernale.

Ma al limite di questa terra desolata vi era la cornice impenetrabile del bosco, pini e quercie e ginepri, macchie di verdi diversi cupi o dorati. E al di là del bosco e già preannunciato dalle lame argentee di fiumi e canali era il mare e il suo respiro vasto eterno.

E a penetrare il bosco e a scoprire tre le reti dei canali e dei fiumi l'alternarsi di brughiere e di acquitrini, di valli celate dalle canne, di argini e dune improvvisi specchi lucenti: ecco il lungo lavoro, l'espandersi e il ritrarsi del gran fiume, la sua vita palpitante nei secoli entro l'ampia cerchia della sua foce ritesse nelle memoria ancestrale la storia di una città che viene dalle acque e dal mare.

"Questa città tra le paludi e il mare e tra le foci del Po, si apre attraverso un solo accesso... Nel cuore del regno Romano, si leva sulle rive dello Jonio ed è chiusa dal ritmico succedersi delle maree.

Ad oriente ha il mare: chi vi fa rotta lineare da Corcira e dalla Grecia vede prima l'Epiro, poi la Dalmazia, la Liburnia e l'Istria e infine col suo remo quasi rade Venezia.

A occidente è limitata da paludi, attraversate da un solo passaggio strettissimo lasciatole quasi come porta.

Nella plaga settentrionale corre quel ramo del Po chiamato Fossa di Ascone; e a mezzogiorno ancora il Po re dei fiumi, chiamato anche Eridano, che con la settima parte delle sue acque passa per Ravenna; e alla foce offrì un tempo e un porto stupendo, sicuro rifugio a una flotta di 250 navi.

Oggi, dov'era il porto s'aprono ampi giardini pieni d'alberi: dai quali invece di vele pendono pomi..."

Il goto Jordanes vede così nella matrice fluviale ed equorea il sito e la condizione di Ravenna.

E Teodorico, il re ostrogoto, volle la sua tomba in vista delle acque e della pineta donde era giunto:

RAVENNA…

Sepolcro di violenti custodito

da terribili sguardi,

cupa carena grave d'un incarco

imperiale…

…spunta dal naufragio

ai confini del mondo

sopra la riva estrema

Poi è silenzio. Ma ancora, nella memoria corrusca delle testimonianze, intatte entro la tomba dei secoli, e nello scenario che ancora s'accende di trepide luci o fosche sulle rive e nel bosco, il poeta 

"ascolterà nel tuo profondo

sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito

che da lui t'allontana..."

E, quasi lamento sulla dissoluzione di un ambiente fisico che parve generare quello splendore e quel destino di morte,

"ascolterà il grido

dello sparviere, e il rombo

della procella, ed ogni disperato

gemito della selva..."

Il fiume, il mare e la pineta sembrano definire nei secoli la terra e la sua storia e raccogliere la gente che vi abita o che vi giunge, contenere ed isolare le vicende e le passioni, circondare di silenzio la lucida estesi di Pietro Damiano, il canto di Dante, i fantasmi cortesi di Nastagio e del Boccaccio, l'altera giovinezza di Foix, l'ansia fremente di Byron, il coraggio e la pietà di Garibaldi, la costanza rabbiosa e il sacrificio e la lotta dei partigiani di Bulow.

La campagna a occidente di Ravenna che si stende ordinata e ridente come un immenso giardino e si solleva sui colli lungo le vallate del Savio, del Ronco, del Lamone e del Senio fino a toccare la terra toscana; ed è tutta costellata di pievi e di rocche attorno a cui si sono coagulate le genti dei campi e sono sorti paesi e città, legati a un diverso clima, a una natura meno avara, aperti a contatti più vari attraverso la rete di strade affluenti al lungo corso della via Emilia.

Quella campagna, quelle terre che servano insieme il frutto di una più gratificante fatica e la tradizione di una civiltà più gentile.

La via Emilia, come un altro e diverso e diversamente ricco fiume che delimita a occidente la terra di Romagna e la lega ad altre regioni e genti e culture ha costituito la componente, in età diverse, romana e longobarda e franca, che è venuta ad incontrare e a integrare la componente lagunare.

Da queste terre, di così diversa e contrastante natura fisica e vocazione culturale, è sorta nella sua unità varia la Romagna.

E se a Ravenna resta il retaggio opulento dell'Oriente, lo splendore di Bisanzio e un qualche apporto dell'eleganza gentile di Venezia, nelle valli del Senio e del Lamone e del Ronco, dai colli di Casola, di Brisighella, di Castrocaro e più giù nella città che s'attestano sull'Emilia è presente, nelle pietre e nelle vie, la nobile misura toscana congiunta con in solido vigore bolognese.

Ogni vallata, ogni città ha il suo colore che s'è fissato nei secoli e ha dato impronta alla gente e ai costumi.

V'è uno scambio perenne tra i luoghi - ambiente fisico - e la società: che concreta l'identità degli uni e dell'altra; ed è la ragione remota e profonda dei caratteri esteriori e di quelli culturali.

Il richiamo al grande fiume oltre il mare, come, per altre plaghe, alla collina e alle campagne, non è solo una suggestione letteraria.

La verifica è posta tutt'ora nei caratteri ambientali e nelle tempre diverse degli uomini.

E resta - necessariamente - senza assurde graduatorie di valori.













Solo nel mondo