"Specchio delle mie brame": recensione

Trama: Nella scuola di Dore c'è una nuova compagna di scuola, Luci, e le due ragazze non tardano a diventare grandi amiche. Troppo amiche, anzi. Perché molti pensano che sia colpa di Luci se Dore è tanto cambiata: fredda, egoista, insensibile, perfino crudele, al punto che il suo ragazzo, Stan, decide di lasciarla e la sua amica Gwen non vuole più avere niente a che fare con lei.

E poi c'è lo specchio, il misterioso specchio che Luci le ha regalato e che riflette un viso dall'espressione diabolica…

Un romanzo appassionante, una fiaba nera e perfida dalla conclusione imprevedibile.

 

Commento di Lunaria: Era da molti anni che volevo leggere "Specchio delle mie brame", non solo per la copertina intrigante, forse la più bella di tutta la serie dei "Super Junior Horror", ma anche per la trama (lo specchio magico e maligno non è stato così sfruttato nella narrativa e nella cinematografia horror, anche se non mancano film al riguardo); eppure, così raro da trovare! Alla fine ho provato a cercarlo in biblioteca senza molta speranza ed incredibilmente lo hanno trovato in un'altra biblioteca. Quando mi è arrivata la mail che il libro era arrivato, sono persino uscita in una giornata freddissima (poco dopo ha nevicato) pur di leggerlo subito e in effetti è molto breve (poco più di 100 pagine) e l'ho finito in un pomeriggio.

Tanta attesa per questo libro: ne valeva la pena? 

Solo in parte.

La storia è originale ma lo stile narrativo è troppo sintetico, didascalico e scarno e le scene horror (quando Dore si guarda nello specchio) che sono la trovata innovativa del romanzo, sono poche. Non viene spiegato perché Luci sia lì (anche se riusciamo a capire chi sia realmente, e qui e lì l'autore ha messo degli indizi che rimandano al diabolico) e anche i rapporti tra Dore e il fidanzato e poi l'amica si susseguono senza un filo logico, con dettagli o scene che risultano superflui in un romanzo horror (tra l'altro i personaggi non sono neanche granché caratterizzati e restano piatti ed amorfi), anche se la trama procede scorrevole. 

Peccato: perché con uno stile di scrittura meno scarno e qualche dettaglio horror in più sarebbe stato sicuramente un romanzo avvincente.

Così com'è, mi ha un po' deluso ma nonostante le pecche, resta comunque una bella storia che consiglio di leggere.

"Cautamente, Dore depose sul comodino lo specchio di plastica. Poi sollevò il pesante specchio d'argento. Il mostro era sparito. Le ricambiava lo sguardo la più bella ragazza del mondo. Pelle bianca come la neve, labbra rosse come ciliegie, occhi azzurri come un giorno d'estate, capelli splendenti come il sole. Era una principessa da fiaba. "Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?", recitò Dore. E scoppiò a ridere. Rise e rise e rise."

Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/lhorror-non-ha-eta.html

"L'Uccell del Gro" e "Il Castello del Sangue" (Barbablu in un'altra versione)

C'era una volta uno stregone che si trasformava in poveraccio, andava a chiedere l'elemosina nelle case  e acchiappava le belle ragazze. Nessuno sapeva dove le portava perché non si rivedevano più.

Un giorno comparve alla porta di un uomo che aveva tre belle figlie; sembrava un povero mendicante malconcio e sulla schiena portava una gerla come se gli servisse a raccogliere le elemosine.

Chiese la carità di un boccone, e quando la maggiore delle tre figlie uscì con un pezzo di pane la sfiorò appena, ma bastò per farla saltare dentro la gerla.

Poi si allontanò a gran passi e la portò nella sua casa, che era in mezzo a una foresta buia. In questa casa tutto era splendido e lo stregone dava alla fanciulla qualsiasi cosa volesse.

"Tesoro mio", disse, "a casa mia starai bene, qui puoi avere tutto quello che brama il tuo cuore."

Passò così qualche giorno, poi disse: "Devo partire e lasciarti sola per un po', Queste sono le chiavi di casa; puoi andare dove vuoi e guardare tutto quello che ti pare eccetto la stanza che si apre con questa chiavetta; lì ti proibisco di entrare, pena la tua vita."

Le consegnò anche un uovo dicendo: "Tienimelo da conto, anzi portalo sempre con te perché perderlo provocherebbe una gran sciagura."

Lei prese la chiave e l'uovo e promise di far tutto bene.

Quando lo stregone fu partito, girò la casa da cima a fondo e guardò ogni cosa. Le stanze splendevano d'oro e d'argento, una magnificenza simile non se l'era mai sognata. 

Ma alla fine giunse alla porta proibita: avrebbe voluto tirar dritto, ma la curiosità non le dava pace. 

Guardò la chiave: era una chiave come un'altra; la infilò nella serratura e la girò appena appena; ed ecco, la porta si spalancò.

E cosa vide appena entrò?

Un grosso catino insanguinato.

Stava al centro della stanza e dentro c'erano corpi umani, tagliati a pezzi; accanto si vedeva il ceppo con sopra la mannaia scintillante.

Lo spavento fu tale che l'uovo le sfuggì di mano e cadde nel catino.

Lo tirò fuori subito e cercò di pulirlo dal sangue, ma era inutile: raschiava e sfregava, ma dopo un attimo ricompariva.

Poco tempo dopo l'uomo fece ritorno e la prima cosa che le chiese fu la restituzione della chiave e dell'uovo.

La fanciulla glieli porse tremando e dalle macchie rosse sull'uovo egli vide che era stata nella camera del sangue.

"Ci sei andata contro la mia volontà, ci tornerai contro la tua, la tua vita è finita", disse.

La gettò a terra, la trascinò per i capelli fino al ceppo dove le tagliò la testa e la fece a pezzi mentre il sangue scorreva dappertutto, infine la buttò nel catino sopra le altre.

"Ora vado a prendermi la seconda", disse lo stregone.

Andò alla solita casa trasformato in pover'uomo e chiese l'elemosina.

Fu la seconda figlia a uscire con un pezzo di pane, lui l'acchiappò come la prima con un solo lieve tocco e se la portò via.

Non le andò meglio: cedette anche lei alla curiosità, aprì la camera del sangue, ci guardò dentro, e al ritorno dello stregone venne uccisa anche lei.

Adesso toccava alla terza sorella, che però era giudiziosa e accorta.

Quando lo stregone le ebbe dato l'uovo e la chiave prima di partire, per prima cosa mise l'uovo al sicuro, poi fece il giro della casa e da ultimò andò nella camera proibita.

Cosa vide! Le sue sorelle assassinate e fatte a pezzi nel catino!

Ma tolte le membra di lì, riuscì a metterle ciascuna a suo posto e quando ci furono tutte, cominciarono a muoversi, si ricongiunsero e le due fanciulle riaprirono gli occhi: erano tornate in vita!

Allora si abbracciarono felici.

Quando lo stregone tornò, subito chiese la chiave e l'uovo e non riuscendo a trovare traccia del sangue nell'uovo, le disse: "Hai superato la prova, sarai la mia sposa."

Adesso non aveva più potere su di lei e doveva fare quello che voleva la fanciulla.

"D'accordo", rispose lei, "ma prima devi portare un cesto pieno d'oro e d'argento ai miei genitori, e portarlo tu stesso sulle spalle; intanto io farò i preparativi per le nozze."

Poi corse dalle sorelle che aveva nascosto in uno sgabuzzino e disse loro: "è arrivato il momento, io vi salverò. E sarà lui stesso, questo scellerato, a riportarvi a casa. Ma appena sarete a casa, mandate della gente in mio aiuto."

Le mise tutte e due nel cesto e le cosparse per bene di oro in modo che non si vedesse più nulla, poi chiamò lo stregone: "Su, porta via questo cesto; ma bada di non fermarti per strada a riposarti, io ti guarderò dalla mia finestrella e non ti perderò di vista."

Lo stregone sollevò il cesto e partì.

Strada facendo, gli pesava talmente che il sudore gli grondava sulla faccia; sedette per riposarsi e subito una voce femminile gridò "Guardo dalla mia finestrella e vedo che ti riposi! Rialzati e cammina!"

Lo stregone credette che fosse la sposa e si rialzò; invece era una delle due sorelle nella cesta.

Dopo un po' riprovò a sedersi ma sentì nuovamente la voce: "Guardo dalla mia finestrella e vedo che ti riposi! Rialzati e cammina!"

E tutte le volte che si fermava, la voce gridava.

Finalmente arrivò a casa delle ragazze e depose la cesta davanti ai genitori.

Intanto la promessa sposa preparava la festa di nozze e invitava gli amici dello stregone.

Poi prese un teschio ghignante con i denti in mostra, lo agghindò mettendogli una ghirlanda di fiori in testa e lo portò alla finestra del solaio a cui lo fece affacciare.

Quanto tutto fu pronto, si tuffò in un barilotto di miele, poi tagliò il piumino e ci si avvoltolò: adesso somigliava ad un uccello strano e nessuno l'avrebbe riconosciuta.

Uscì per strada e incontrò qualcuno degli invitati che le chiesero: 

- Di dove vieni Uccell del Gro?

- Da Gro Groviglio dove sto

- Che fa lì la giovane sposa?

- Da cima a fondo ha spazzato la casa, si affaccia all'abbaino e si riposa.

Alla fine incontrò lo stregone che tornava a casa. Anche lui le chiese:

- Di dove vieni Uccell del Gro?

- Da Gro Groviglio dove sto

- Che fa lì la mia giovane sposa?

- Da cima a fondo ha spazzato la casa, si affaccia all'abbaino e si riposa.

Lo stregone alzò gli occhi, vide il testo agghindato e credendo che fosse la sposa, lo salutò festoso con la mano.

Entrò poi in casa ed entrarono gli invitati ma entrarono anche i fratelli e i parenti della sposa venuti a salvarla.

Chiusero tutte le porte in modo che nessuno potesse uscire e appiccarono il fuoco.

Lo stregone e i suoi invitati bruciarono vivi.

***

UN'ALTRA VERSIONE DI BARBABLU

tratta da


IL CASTELLO DEL SANGUE: da una versione inglese di Barbablu, anche questa citata da Shakespeare in "Molto rumore per nulla", intitolata in Jacobs "Mister Fox". Il tema di Barbablu è quello di una donna che sfugge a un demone in un'ennesima variante del ratto di Persefone, dove Persefone, salvo nella versione "borghese e maschilista" di Perrault, si libera da sola.

Era giovane, bella e ardita; non vi era timore in lei né tristezza né esitazione. Molti uomini la amavano, molti uomini le avevano offerto il loro cuore; ma il cuore di lei non aveva risposto a nessuna parola, a nessuno sguardo, a nessun bacio rubato sotto gli alberi del giardino nelle sere di primavera, e Iosbail, fiera della sua bellezza e lieta della della sua gioventù, viveva nella casa del padre, con la compagnia dei due fratelli.

Un pomeriggio d'autunno era a caccia con loro, ma nell'entusiasmo dell'inseguimento si era allontanata dagli altri, e ora cavalcava, dimentica della caccia, gioiosamente sferzata dal vento della corsa, in sella al cavallo grigio che balzava agilmente su siepi e cespugli, palizzate e ruscelli.

L'acqua e la terra sembravano zampillare dagli zoccoli del cavallo; il prato ondulato, interrotto a tratti da macchie di alberi e cespugli fioriti, si stendeva innanzi a lei, e Iosbail, nella gloria dei colori dell'autunno, bella e fiera nella veste scarlatta, galoppava sui prati e tra gli alberi.

Oltre un folto di alberi il prato scendeva bruscamente alle rive del fiume, in un pendio percorso da dorati cespugli di ginestre. Il cavallo scese il pendio senza esitazione; la bella donna rideva felice, e il vento della corsa le strappò il cappello scarlatto scagliandolo ai piedi del pendio, sulle rive del fiume, le sciolse i capelli che si gonfiarono sulle spalle in una fulva onda tempestosa.

Scorgendo le acque profonde del fiume, il cavallo si impennò, e Iosbail, accarezzandogli il collo madido per acquetarlo, scese agilmente a terra.

Un uomo era davanti a lei, sulle rive del fiume, un uomo giovane dagli occhi chiari; aveva tra le mani il suo cappello scarlatto e glielo porse piegando a terra il ginocchio. "Sei bella come una regina", disse, "e come a una regina mi inchino alla tua bellezza"

Quanti uomini avevano rivolto parole non meno appassionate alla bella Iosbail? Quanti l'avevano guardata con occhi nei quali l'ammirazione non era meno profonda? Pure, il cuore di lei non aveva mai risposto alle parole, agli sguardi, ai baci rubati sotto gli alberi del giardino, nelle sere di primavera, ora si destò alle parole e allo sguardo del cavaliere sconosciuto.

Il suo nome era Gorad, e veniva da terre lontane. Era giovane, era coraggioso alla caccia, ricco e cortese nei modi, e Iosbail lo amava. Il padre di lei acconsentì alle nozze che vennero fissate per gli ultimi giorni d'autunno, prima che le nevi invernali ostacolassero il cammino del corteo nuziale.

Gorad era solito parlare del castello che possedeva, in cui avrebbe condotto la giovane moglie, in cui avrebbero vissuto e si sarebbero amati, ma prima delle nozze non volle mostrarglielo, né pregò il padre o i fratelli di lei di recarvisi.

E Iosbail, bella, ardita e curiosa, risolse di visitare il castello dove il suo bel cavaliere l'avrebbe condotta dopo le nozze.

Un giorno in cui i fratelli e il padre erano a caccia, Iosbail si incamminò dunque in cerca del castello del suo bel cavaliere. Questi gliene aveva spesso parlato e ne aveva magnificato la ricchezza, così che Iosbail non dubitava di saperlo riconoscere. La strada per giungervi, le aveva detto, correva lungo il fiumo sulle cui rive si erano incontrati e amati.

Iosbail scese alle rive cavalcando il cavallo grigio, e lo guidò sul sentiero che correva lungo l'impetuoso corso del fiume.

Il giorno era luminoso, e una nebbia dorata saliva dai prati e si distendeva tra gli alberi.

Iosbail cavalcava da tempo senza scorgere alcun castello presso di sé o lontano all'orizzonte, né strade che vi conducessero.

Il cavallo appariva stanco, il corso del fiume diveniva sempre più impetuoso, la nebbia pareva avanzare al suo fianco e farsi sempre più impenetrabile. Ma, se Iosbail si volgeva a misurare la strada percorsa, vedeva le rive del fiume limpide e dorate e la natura risplendere nella gloria dell'autunno.

Innanzi a lei il sentiero era grigio e deserto, i colori dell'autunno offuscati dall'ombra impenetrabile della nebbia. Il fiume pareva tuttavia serbare vita in quell'immobile paesaggio di morte: le acque ribollivano, frangendosi contro sassi aguzzi, contro pietre dalle forme ignote; le acque ribollivano, e, sebbene non vi fossero raggi di sole né foglie accese dal fulgore dell'autunno a riflettervisi, ribollivano cupe e rossastre.

Un banco di nebbia scaturì innanzi a lei; il cavallo, il grigio che la seguiva nelle più ardite imprese, si impennò rifiutando di proseguire e né la frusta né le carezze valsero a nulla. Iosbail smontò, e legò il grigio a un albero, risoluta a proseguire a piedi; non conosceva né esitazione e a proteggersi aveva con sé lo specchio magico, il dono della madrina.

Entrò in quell'ombra impenetrabile; attorno a lei pareva non vi fosse che il vuoto, e lembi di nebbia si impigliavano tra i suoi capelli, si avvolgevano attorno al viso come a soffocarla, le accecavano lo sguardo. Quando pure avesse voluto ritornare sui suoi passi, non vi era che vuoto alle sue spalle.

Un vento gelido si levò, disperse la nebbia: Iosbail vide innanzi a sé il castello. Proseguendo nel suo corso, il fiume si allargava in un fossato che circondava la tetra costruzione di pietra grigia, le torri che la fiancheggiavano perdute nel vuoto della nebbia. L'aria era gelida, le morte acque del fossato immobili come lastre di piombo; alberi inariditi, tronchi spezzati, spaccati e bruciati dal fulmine parevano segnare la strada che conduceva al castello.

Iosbail si sentì gelare il sangue nelle vene; tuttavia proseguì e raggiunse il ponte che attraversava il fossato; un grande cancello di ferro lo chiudeva, e non vi erano battenti che potessero annunciare un visitatore, chiedere che quelle alte sbarre di nudo ferro si aprissero per lui.

Iosbail alzò gli occhi all'architrave che sovrastava il cancello: sotto il suo sguardo lettere d'oro vi si scolpirono, e Iosbail lesse: "Sii forte".

Attraversò il ponte e giunse al cancello, che silenziosamente si aprì innanzi a lei. Si trovava in un breve passaggio a volte dalle pareti umide di muschio; doveva essere costruito sul fiume, poiché un ribollire di acque vi scorreva sotto. Al termine del passaggio si innalzava una scala dagli alti gradini di pietra; sulla balaustra, a custodire la porta rotonda che si apriva in fondo alla scala, due orridi grifoni, i rostri spalancati e le zampe pronte a artigliare, le grandi ali nere che oscuravano la vista. Iosbail arretrò con un grido di spavento: i grifoni non ebbero un fremito e lei comprese che erano di pietra.

Lungo l'arco della porta vide scolpirsi lettere d'argento e tracciare per lei le parole: "Sii forte, ma non troppo forte".

La porta si aprì silenziosamente innanzi a lei.

Era nel grande atrio del castello, due rampe di scale se ne dipartivano e conducevano a una galleria. Iosbail le salì, percorse la galleria e giunse a una porta alta e tetra. Sull'architrave lettere di sangue si scolpirono tracciando per lei le parole: "Sii forte, ma non troppo forte, che non ti stringa il cuore un orrore di morte".

Ma Iosbail voleva sapere. L'ansia di sapere era in lei più ardente della paura, e si avvicinò senza esitare alla porta di ferro alta e tetra, che si aprì silenziosamente innanzi a lei.

Entrò in una stanza vuota di mobili e di arredi, dove avrebbe voluto non essere entrata; il pavimento era rosso di sangue; corpi insanguinati e sfigurati di quelle che un tempo dovevano essere state donne giovani e belle giacevano ovunque, le vesti strappate, lacere, incrostate di sangue. In una pozza di sangue poco oltre la porta affondava un teschio, e uno scheletro orribilmente contorto era davanti alla finestra, come se la donna fosse stata uccisa in un estremo, disperato tentativo di fuga.

Iosbail fuggì inorridita, percorse correndo la galleria; il respiro le mancava, il cuore le veniva meno. Un solo pensiero le attraversava la mente: in quale luogo, in quale  mondo era entrata, quali invalicabili confini aveva varcato? Poiché non poteva essere, quello, il castello del suo bel cavaliere.

Era giunta alle scale e già aveva iniziato a scenderle correndo, quando sentì, lontano, il suono degli zoccoli di un cavallo. Atterrita, sollevò lo specchio magico: riflesso nel vetro vide il ponte e sul ponte un uomo a cavallo, e nel viso dell'uomo lo specchio le rivelò inesorabilmente il viso del suo bel cavaliere.

L'orrore della certezza fu tale che, per un istante, lo specchio si offuscò e Iosbail non vide più nulla. Era sull'ultimo gradino della scala che dalla galleria scendeva al grande atrio del castello, immobile, paralizzata dall'orrore; sentì dei passi risuonare lontano.

Guardò angosciosamente nello specchio che tornò a farsi limpido e le rivelò il passaggio dalle pareti verdi di muschio e la lunga scala custodita dai grifoni di pietra. Gorad, il suo bel cavaliere, saliva la scala trascinando un corpo inanimato di donna, e al suo passaggio i grifoni di pietra spiegarono le grandi ali nere e lo nascosero alla vista.

Iosbail scese silenziosamente le scale, silenziosamente scivolò nell'atrio. Sentiva i passi risuonare sempre più vicini, e l'orribile battito delle ali dei grifoni di pietra. Si guardò attorno, alla disperata ricerca di un'altra porta dalla quale potesse fuggire: non vide che la porta rotonda dalla quale era entrata, e sentì che i passi si avvicinavano.

Nell'antro sotto la scala, lo specchio magico le rivelò una cassapanca di legno; in quello stesso istante, la porta rotonda girò silenziosamente sui cardini.

Gorad, il suo bel cavaliere, entrò trascinando il corpo inerte e insanguinato. Lo abbandonò a terra e si incamminò risolutamente verso il sottoscala, verso la cassapanca di legno che nascondeva Iosbail.

La giovane donna stringeva con la forza lo specchio magico, che, nel movimento della mano di lei, si mosse e balenò vividamente catturando la luce di un grande anello che scintillava al dito della donna morta. Gorad vide quello scintillio, tornò sui suoi passi e si chinò per sfilare l'anello; ma la mano insanguinata della donna era irrigidita dalla morte e l'anello resisteva.

Sotto lo sguardo inorridito di Iosbail, Gorad sguainò la spada e con un colpo recise la mano.

E volse nuovamente i passi verso il sottoscala.

Iosbail sfilò un anello che aveva al dito, e muovendo l'anello e lo specchio in direzione della galleria creò un così improvviso e scintillante balenìo, che il suo bel cavaliere si volse verso la galleria dove si trovava l'orribile camera insanguinata, si lasciò cadere di mano l'anello infilato ancora al dito della donne morta e salì correndo le scale, verso la galleria e la camera del sangue.

Iosbail uscì allora dal suo nascondiglio, raccolse tremando la mano insanguinata e fuggì dal castello, lungo le scale di pietra, tra i grifoni tornati immobili, sotto la volta del passaggio dalle pareti verdi di muschio, lungo il ponte, lungo la strada segnata dai tronchi spaccati e bruciati.

Fuggì correndo lungo il greto del fiume, attraversò l'ombra impenetrabile della nebbia, fuggì da quell'orrido, cupo regno di morte e di sangue, ritrovò il glorioso splendore dell'autunno, il corso vivo e impetuoso del fiume, il cavallo grigio che la attendeva battendo sul prato con lo zoccolo impaziente.

Il contratto di nozze tra Iosbail e il suo bel cavaliere doveva venir steso e firmato il giorno successivo, e il padre e i fratelli di lei diedero un gran banchetto per celebrare la cerimonia.

Bella, giovane e ardita, la fulva onda dei capelli imprigionata in una rete d'oro e smeraldi, Iosbail sedeva davanti al suo bel cavaliere, ma era mortalmente pallida, e tra le risate e la gaiezza e i canti del banchetto, lei sola appariva silenziosa e triste.

"Che cosa ti è accaduto?", volle sapere Gorad.

"Ho trascorso una ben triste notte, signore, e tristi sogni l'hanno funestata."

"Tristi sogni annunziano lieti eventi. Narraci i tuoi sogni, perché possiamo trarne gioiosi auspici"

"Ho sognato, Gorad, mio bel cavaliere", prese a narrare la giovane donna, "ho sognato di recarmi al tuo castello, lungo la strada del fiume, un alto castello di pietra grigia, circondato da un fossato; vi conduce un sentiero di tronchi spezzati, bruciati dal fulmine, inariditi."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così"

"Sull'architrave del cancello, prima che io vi entrassi, lettere dorate hanno tracciato per me le parole: Sii forte"

"Non è così, mia cara, né mai è stato così. Il tuo sogno ti ha ingannata."

"Spesso i sogni ingannano, Gorad, mio bel cavaliere, e non i sogni soltanto. Nel sogno io salivo una scala, custodita da orridi grifoni di pietra; la scala conduceva a una porta rotonda, e sull'arco della porta lettere d'argento hanno tracciato per me le parole: Sii forte, ma non troppo forte."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così."

"Io ho tuttavia varcato quella porta, ho salito una scala e sono giunta a un'altra porta in fondo a una galleria, dove lettere di sangue hanno tracciato per me le parole: sii forte, ma non troppo forte, che non ti stringa il cuore un orrore di morte."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così."

"E tuttavia ho varcato anche quela porta, Gorad, mio bel cavaliere, e sono entrata in una camera dove mi ha accolto l'orribile vista di corpi insanguinati, e scheletri, e ossa e sangue sul pavimento e sulle pareti."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così e per nulla al mondo vorrei fosse così."

"Ho sognato allora, Gorad, mio bel cavaliere, di fuggire da quel luogo orribile, di sentire dei passi lungo il ponte e le scale di pietra e di vederti entrare trascinando il corpo insanguinato e inerte di una donna."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così e per nulla al mondo vorrei fosse così."

"Non era che un sogno, Gorad, mio bel cavaliere. Nel sogno io ero nascosta dietro una cassapanca di legno, sotto la volta delle scale e ti vedevo chino sul corpo inerte e insanguinato di quella povera, giovane donna, per sfilarle un anello che aveva al dito; ma l'anello resisteva, e nel sogno, Gorad, mio bel cavaliere, tu sguainavi la spada e con un colpo solo mozzavi la mano con l'anello."

"Non è così, mia cara, né mai è stato così e per nulla al mondo vorrei fosse così."

Iosbail si levò in piedi, bella, giovane e ardita, tempestosa come l'immagine della vendetta; trasse dalla veste la mano insanguinata e la tese verso di lui.

"è così", disse, l'orrore e lo sdegno nella voce "sempre è stato così, ma per nulla al mondo sarà ancora così."

Il padre, i fratelli di Iosbail, i commensali tacevano inorriditi; Gorad sguainò la spada, ma la giovane donna trasse dalla cintura dorata lo specchio magico e lo tese come uno scudo innanzi a sé.

La magia dello specchio implacabilmente rifletteva la verità e l'orrore che dallo specchio affrontò il bel cavaliere quando vide riflesso il suo viso fu tale che il suo perfido cuore si spezzò, e con un grido soffocato Gorad si rovesciò a terra morto.


Recensione a "Horror" (Super Junior Horror)

Antologia di brevi racconti dell'orrore, con protagonisti bambini che si trovano ad affrontare maledizioni e creature del brivido (ma le situazioni delle volte sono troppo terrorizzanti per un pubblico infantile...) che consiglio a tutti gli amanti dei "Piccoli Brividi". 

Ecco qui i titoli e un breve commento.

"La Vasca da Bagno": uno dei racconti migliori, persino troppo "esagerato" per un target di piccoli lettori (ci sono alcuni stralci troppo splatter), con protagonista una ragazzina, Isabel, che dovrà vedersela con una vasca da bagno "infestata"... il tutto rimanda molto ad atmosfere alla "contessa Bathory" (anche se con un protagonista differente)

"Foto Assassine": anche in questo racconto c'è una maledizione che grava su una macchina fotografica; racconto abbastanza originale che i lettori dei Piccoli Brividi ("Foto dal futuro") apprezzeranno.

"Fulmine": due ragazzini alle prese con un pc "che fa da tramite" con uno spettro che sa prevedere i nomi dei cavalli vincenti alle corse; tutto sembra procedere bene, ma quando un malintenzionato vorrà approfittarsene...

"Autobus Notturno": il tema qui è quello dei morti "viaggiatori" che ritornano sulla terra; quando due ragazzini salgono per sbaglio sull'autobus dei defunti…

"L'incubo di Harriet": altro racconto a tinte leggermente splatter che ha a che vedere con una paura infantile molto diffusa: essere venduti dai propri genitori… ma il peggio, per Harriet, deve ancora arrivare!

"Paura": tra i migliori racconti della raccolta, a tinte "horror ecologiste": quando un intero ecosistema si "vendica" di un ragazzino pestifero e maleducato... Lo scenario "agricolo-bucolico", non così sfruttato nella narrativa horror, fa venire in mente racconti come "I Figli del Grano" e "La Festa del Raccolto".

"Una Carriera nei Videogiochi": una sorta di racconto "cyber interattivo" che mi ha ricordato certi film horror anni '90 sui videogame; è molto incentrato sull'azione.

"L'Uomo con la Faccia Gialla": il più straziante (decisamente troppo per un pubblico infantile) nel quale l'orrore (e poi la compassione) nascono, più che non dalla situazione subita dal protagonista, dal "dopo", nel finale.

"L'Orecchio di Scimmia": ispirato alla "Zampa di Scimmia" di Jacobs (e non di Poe, come invece scrive l'autore), ne è una rilettura in versione comica più che non horror; è un racconto abbastanza scarso, che non regge il livello con i precedenti, ma potrebbe essere stato inserito per "sdrammatizzare", alla fine, l'atmosfera più horror dei racconti precedenti.

Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/02/lhorror-non-ha-eta.html


"Il Divoratore di Spettri"

 

I

Follia? Un eccesso di febbre? Vorrei poterlo credere, ma quando mi ritrovo solo dopo il calar del sole nei luoghi deserti dove mi conducono i miei vagabondaggi e odo, attraverso gli spazi sconfinati, gli echi demoniaci di quei ringhi bestiali, di quelle urla e del rumore d'ossa frantumate, rabbrividisco ancora al ricordo della notte maledetta. All'epoca conoscevo molto poco la vita nei boschi, sebbene già allora esercitasse su di me una forte attrattiva. Fino a quella notte avevo sempre preso la precauzione di servirmi d'una guida, ma all'improvviso le circostanze mi costrinsero a mettere alla prova la mia abilità personale. Era mezza estate nel Maine, e, nonostante avessi urgente bisogno di recarmi da Mayfair a Glendale entro mezzogiorno della giornata seguente, non riuscii a trovare una sola persona disposta ad accompagnarmi.

A meno che non prendessi la strada che passava per Potowisset, e in tal caso non sarei giunto in tempo a destinazione, avrei dovuto attraversare fitte foreste; ma quando chiesi una guida incontrai dinieghi e risposte evasive. Sebbene fossi uno straniero, mi sembrava strano che tutti avessero una scusa pronta. Quel villaggio era troppo tranquillo per avere così tanti "affari importanti" e capii che gli abitanti mi mentivano. Tutti avevano "impegni urgenti" o affermavano di averne; e non fecero altro che assicurarmi che la pista attraverso i boschi era molto agevole, correva dritta verso nord, e non avrebbe presentato alcuna difficoltà per un giovanotto sano e robusto come me. Se fossi partito la mattina di buon'ora, aggiunsero, avrei potuto raggiungere Glendale sul far del tramonto, evitando di passare una notte all'aperto.

Anche allora non sospettai nulla.

La prospettiva mi sembrava accettabile e quindi presi la decisione di provarci da solo, lasciando i pigri abitanti del villaggio ai loro affari. Probabilmente ci avrei provato lo stesso, anche se avessi sospettato qualcosa: i giovani sono caparbi, e fin dall'infanzia mi ero sempre fatto beffe delle superstizioni e delle storie delle vecchie comari.

Così, prima del levar del sole, ero già in cammino fra gli alberi, di buon passo, la colazione in mano, la fedele automatica in tasca e la cintura imbottita di fruscianti banconote di grosso taglio. Stando alla distanza che mi era stata indicata e sapendo quanto velocemente potevo camminare, avevo calcolato di giungere a Glendale subito dopo il tramonto; ma ero consapevole che, anche se avessi dovuto passare la notte all'aperto a causa di qualche errore di calcolo, avrei potuto fare affidamento sulla mia esperienza di esperto campeggiatore. Inoltre mi bastava giungere a destinazione entro il mezzogiorno seguente.

Ma fu il tempo a mandare a monte i miei progetti.

Quando il sole salì alto nel cielo, scottava anche attraverso il folto fogliame e a ogni passo bruciava le mie energie. A mezzogiorno avevo già gli abiti inzuppati di sudore e a dispetto di tutta la mia determinazione cominciavo a esitare. Man mano che mi addentravo più profondamente nel bosco, vidi che il sentiero era sempre più ostruito dalla vegetazione e che in certi punti questa lo aveva cancellato completamente. Dovevano essere settimane, forse mesi, che nessuno passava da quelle parti; e cominciai a dubitare di riuscire ad attenermi al programma stabilito. Quando ebbi fame, cercai l'angolo più ombroso che riuscissi a trovare e cominciai a divorare il pranzo che mi ero fatto preparare in albergo: alcuni panini insipidi, una fetta di torta stantia e una bottiglia di vino leggero; indubbiamente, un pasto tutt'altro che sontuoso, ma pur sempre ben accetto a chi si fosse trovato nel mio stato di sfinimento da caldo.

Con quell'afa non mi avrebbe dato soddisfazione neanche fumare, così evitai di tirare fuori la pipa.

Dopo aver finito di mangiare mi distesi sotto gli alberi, deciso a riposarmi un poco prima d'intraprendere l'ultima tappa del viaggio. Suppongo d'esser stato sciocco a bere quel vino, perché, sebbene leggero, si dimostrò abbastanza forte da completare l'opera che quella giornata torrida e opprimente aveva iniziato. La mia tabella di marcia mi consentiva soltanto un sonnellino, ma non avevo neanche fatto in tempo a fare uno sbadiglio premonitore che già dormivo come un sasso.


II

Quando riaprii gli occhi, le ombre del crepuscolo si addensavano intorno a me. Il vento, accarezzandomi le guance, mi ridestò del tutto quando guardai il cielo vidi con apprensione che s'era ammassata una compatta muraglia di nubi nere, e che l'oscurità era foriera d'un violento temporale. Mi resi conto che non sarei riuscito a raggiungere Glendale prima del mattino seguente, ma la prospettiva di una notte fra i boschi - la mia prima notte di solitario campeggio nella foresta - m'appariva molto sgradevole in quella precaria situazione. Decisi immediatamente di proseguire ancora un poco, sperando di trovare un riparo prima che si scatenasse il temporale. L'oscurità coprì i boschi come una coltre pesante. Le nubi, basse, andavano facendosi sempre più minacciose e il vento, rinforzato, soffiava ormai a raffiche violente. Il bagliore di un lampo lontano illuminò il cielo, seguito da un rombo di malaugurio che presagiva avvenimenti spiacevoli. Poi una goccia di pioggia cadde sulla mia mano protesa e, sebbene continuassi ad avanzare meccanicamente, m'ero rassegnato all'inevitabile. Un istante dopo intravvidi la luce d'una finestra attraverso i tronchi degli alberi e il buio. Desideroso di trovare un riparo, mi affrettai verso di essa… Avesse voluto il cielo che voltassi le spalle e ne fuggissi lontano! C'era una sorta di radura irregolare, all'estremità più lontana della quale sorgeva un edificio, la parte posteriore rivolta verso la foresta primordiale. M'ero aspettato di vedere una baracca o una capanna di tronchi d'albero, ma poco dopo mi fermai stupito quando scorsi una linda e graziosa casetta a due piani; stando alla sua architettura non doveva avere più di una settantina d'anni, ma era in condizioni che testimoniavano le cure più attente e civili. Attraverso i vetri a pannelli d'una finestra del pianterreno brillava una forte luce, e verso di essa - spronato da un'altra goccia di pioggia - affrettai i miei passi lungo la radura. Poi, dopo aver salito alcuni scalini, bussai vigorosamente alla porta. Con sorprendente prontezza rispose una voce profonda e piacevole e proferì una sola parola: "Avanti!" Spingendo la porta, che non era chiusa a chiave, entrai in un corridoio ombroso in cui da una porta aperta sulla destra filtrava un po' di luce. Al di là della porta c'era una stanza tappezzata di libri, la stessa che avevo visto attraverso la finestra.

Quando ebbi richiuso la porta d'ingresso alle mie palle, notai che nella casa aleggiava uno strano odore: debole, vago, indefinibile, mi faceva pensare in qualche modo a un afrore animale. Mi dissi che il mio ospite doveva essere un cacciatore o un trapper dedito alla cattura di animali da pelliccia e che evidentemente lavorava in casa.

L'uomo che aveva parlato sedeva in un'ampia poltrona accanto a un tavolo centrale dal ripiano di marmo; una lunga vestaglia grigia avvolgeva il suo corpo snello. La luce d'una potente lampada Argand ne metteva in risalto i lineamenti, e mentre mi guardava con curiosità lo studiai con altrettanta attenzione. Era straordinariamente bello: il viso sottile e ben rasato; i capelli lucenti d'un biondo chiarissimo spazzolati con cura; lunghe sopracciglia regolari unite in un angolo obliquo sopra il naso; orecchi ben fatti dall'attaccatura bassa e piuttosto arretrata rispetto al volto, grandi e intensi occhi grigi vivaci e luminosi. Quando sorrise per darmi il benvenuto scoprì una splendida chiostra di denti candidi e robusti, e nell'indicarmi una poltrona agitò una mano delicata dalle lunghe dita affusolate, le cui unghie rosee a forma di mandorla erano leggermente curve e curate in modo squisito. Non potei fare a meno di domandarmi come mai un uomo dall'aspetto tanto attraente avesse scelto una vita da recluso.

"Mi spiace disturbarvi", azzardai, "ma ormai ho rinunciato alla speranza di raggiungere Glendale prima di domattina, e sta per scoppiare un temporale. Per questo ho cercato un rifugio."

Quasi a conferma delle mie parole, in quell'istante brillò un lampo abbagliante seguito dal tuono, e il primo rovescio d'una pioggia torrenziale si abbatté contro i vetri della finestra.

Il mio ospite pareva indifferente agli elementi scatenati, e nel rispondermi mi rivolse un altro sorriso.

La sua voce era gradevole e ben modulata, lo sguardo infondeva una calma quasi ipnotica.

"Lei è il benvenuto. Le offrirò tutta l'ospitalità che posso ma temo non sarà gran cosa. Sono invalido a una gamba, quindi dovrà arrangiarsi da sé. Se ha fame, in cucina troverà abbondanza di cibo ma non un servizio inappuntabile!"

Mi parve di cogliere un lievissimo accento straniero nel tono di voce, tuttavia si esprimeva fluentemente e con proprietà di linguaggio.

Quando si alzò notai che era di statura impressionante; si diresse alla porta con lunghi passi claudicanti e solo allora feci caso alle enormi braccia villose che gli pendevano sui fianchi in evidente contrasto con le mani delicate.

"Venga", disse. "Prenda la lampada. Starò comodissimo anche in cucina."

Lo seguii nel corridoio e nella stanza dirimpetto e, dietro sua indicazione, saccheggiai la catasta di legna nell'angolo e il grande armadio a muro. Qualche minuto dopo, mentre il fuoco scoppiettava allegramente, gli chiesi se dovessi apparecchiare per due, ma lui rifiutò cortesemente.

"Fa troppo caldo per mangiare", disse. "Inoltre, ho fatto uno spuntino poco prima del suo arrivo."

Dopo aver lavato i piatti della mia cena solitaria, rimasi seduto per un po' fumando la pipa. Il mio ospite mi rivolse qualche domanda sui villaggi vicini, ma si chiuse in un silenzio imbronciato quando apprese che ero forestiero.

Mentre rifletteva, non potei fare a meno di percepire in lui qualcosa di strano; un che di sfuggente ed estraneo che sarebbe stato difficile analizzare. Di una cosa, tuttavia, ero certo: mi tollerava a causa del temporale; la sua non era genuina ospitalità.

Quanto al nubifragio, sembrava quasi finito. Fuori stava facendosi chiaro, perché c'era luna piena dietro le nuvole e la pioggia a catinelle s'era ridotta a una tenue acquerugiola. Forse, pensai, avrei potuto riprendere il mio viaggio e ne parlai al mio ospite.

"Meglio aspettare fino a domattina", osservò. "Ha detto di essere a piedi e ci sono tre ore buone di cammino fino a Glendale. Di sopra ci sono due camere da letto e se vuole trattenersi può prenderne una."

L'invito mi sembrò sincero e dissipò i dubbi precedenti sulla sua ospitalità: conclusi che il modo di fare un po' brusco era dovuto al lungo isolamento in quel luogo selvaggio. Dopo essere rimasto seduto in silenzio per la durata di ben tre cariche di pipa, alla fine cominciai a sbadigliare.

"è stata una giornata piuttosto faticosa", ammisi, "e credo sia meglio vada a letto. Sa, voglio alzarmi all'alba per rimettermi in cammino."

Il mio ospite, con un gesto del braccio, mi indicò la porta oltre la quale vedevo il corridoio e la scala.

"Porti la lampada con lei", suggerì. "è l'unica che posseggo, ma non mi dispiace davvero starmene seduto al buio. Quando sono solo, non l'accendo quasi mai. Non è semplice procurarsi il petrolio in questi paraggi, e io vado al villaggio molto raramente. La sua stanza è quella a destra, appena in cime alle scale." 

Presi la lampada e voltandomi per augurargli la buona notta dal corridoio notai che nella stanza buia i suoi occhi brillavano come se fossero fosforescenti. Per un attimo mi ricordarono la giungla e i cerchi d'occhi che a volte scintillano oltre il fuoco dell'accampamento.

Poi salii le scale.

Una volta al piano di sopra, sentii il mio ospite attraversare il corridoio zoppicando ed entrare nell'altra stanza a pianterreno.

Mi accorsi che si muoveva con la sicurezza di un gufo, a dispetto del buio: certo che non gli occorrevano lampade.

Il temporale era finito, e quando entrai nella mia stanza la trovai inondata dai raggi della luna piena che filtravano dalla finestra a sud priva di tende e illuminavano il letto.

Con un soffio spensi la lampada, lasciando la casa immersa nell'oscurità attenuata dal chiar di luna, e avvertii un odore pungente; più penetrante di quello del kerosene: l'odore quasi animalesco che avevo sentito appena messo piede in casa. Spalancai la finestra e respirai profondamente l'aria fresca e pura della notte.

Avevo cominciato a spogliarmi ma mi fermai quasi subito, ricordando la cintura imbottita di denaro che portavo in vita. Riflettei che sarebbe stato meglio non essere affrettato o imprudente, perché avevo letto di uomini che avevano approfittato di occasioni simili per derubare e perfino assassinare il forestiero che ospitavano.

Così, dopo aver sistemato le coltri in modo che sembrassero coprire un corpo addormentato, trascinai nell'oscurità non rischiarata dalla luna l'unica poltrona della stanza, caricai la pipa e mi sedetti, preparandomi a vegliare o a riposare, a seconda di quello che sarebbe accaduto.


III

Non doveva essere trascorso molto tempo da quando m'ero seduto, e i miei orecchi sensibili colsero un suono di passi che salivano le scale.

Subito mi si affollarono in mente le vecchie storie di padroni di casa che derubavano gli ospiti, ma dopo qualche istante sentii che i passi erano normali, forti, non dissimulati: chi li produceva non cercava affatto di essere furtivo, mentre quelli del mio ospite - che avevo udito dall'alto delle scale - erano ovattati e claudicanti.

Vuotai la pipa e la rimisi in tasca. Poi impugnai la pistola automatica, mi alzai, attraversai la stanza in punta di piedi e mi appostai nervosamente nell'angolo che la porta, aprendosi, avrebbe nascosto.

L'uscio si aprì e un uomo che non avevo mai visto prima avanzò nella stanza illuminato in pieno dalla luna.

Alto, con le spalle larghe e distinto, aveva il volto seminascosto da una folta barba squadrata e l'attaccatura del collo inguainata in un alto e nero collare rigido come in America non si usava più da tempo; indubbiamente era uno straniero.

Come avesse potuto entrare in casa senza che me ne accorgessi era al di là della mia comprensione, né potevo credere che fosse rimasto nascosto in una delle stanze o nel corridoio a pianterreno.

Mentre lo fissavo negli ingannevoli raggi di luna, mi sembrò di poter vedere attraversi la figura massiccia, ma forse era solo un'illusione provocata dalla sorpresa.

Notando il letto in disordine ma non rendendosi conto che, apparentemente, era già occupato, lo sconosciuto borbottò qualcosa in una lingua straniera e cominciò a spogliarsi.

Dopo aver buttato gli abiti sulla poltrona dove sedevo prima si infilò a letto, si tirò le coperte fino al mento e in pochi secondi respirò con la regolarità d'una persona profondamente addormentata.

Pensai di andare dal mio ospite a chiedere una spiegazione, ma giudicai più opportuno assicurarmi che anche quell'episodio non fosse semplicemente un postumo illusorio del sonno indotto dal vino che avevo bevuto nel bosco.

Mi sentivo ancora debole e scombussolato, e nonostante avessi cenato da poco ero affamato come se non avessi toccato cibo dopo lo spuntino di mezzogiorno.

Mi avvicinai al letto e allungai la mano per afferrare la spalla del dormiente.

Poi, reprimendo un urlo di panico e di estremo sbalordimento, indietreggiai con il cuore che mi pulsava impazzito e gli occhi sbarrati.

Perché le mie dita erano passate attraverso la figura del dormiente afferrando soltanto il lenzuolo sottostante!

Sarebbe inutile analizzare nei dettagli le sensazioni contrastanti e confuse che provai. Quell'uomo era inafferrabile, sebbene continuassi a vederlo, udissi il suo respiro regolare e m'accorgessi che si rigirava sotto le coperte. Quando ero ormai sicuro d'essere impazzito o di essere stato ipnotizzato, udii altri passi sulle scale: soffocati, felpati, leggeri come quelli d'un cane zoppicanti. E lo scalpiccio s'avvicinava sempre più, di più… Poi ancora quel pungente afrore animale, ma adesso due volte più intenso.

Stupefatto e come se sognassi, strisciai di nuovo dietro la porta aperta che mi nascondeva alla vista, agghiacciato fino al midollo, ma rassegnato a qualunque sorte: concepibile o inconcepibile.

Nell'arcano chiar di luna avanzò la forma snella di un grande lupo grigio. Si sarebbe detto che zoppicasse, perché teneva sollevata una delle zampe posteriori come se fosse stato colpito da una pallottola vagante.

La belva volse la testa nella mia direzione e nello stesso istante la pistola mi sfuggì dalle dita tremanti cadendo con fracasso sul pavimento. Quel crescendo di orrori aveva rapidamente paralizzato la mia volontà e la mia coscienza, perché gli occhi che guardavo verso di me da quel muso demoniaco erano fosforescenti come quelli del mio ospite quando mi aveva fissato dal buio della cucina.

Neanche adesso saprei dire se mi vedesse oppure no.

Distolse lo sguardo dalla mia direzione e lo fissò sul letto, ammirando con desiderio la sagoma spettrale del dormiente.

Poi rovesciò la testa all'indietro e da quella gola diabolica uscì il più orribile ululato che mai avessi sentito: un roco e selvaggio richiamo di lupo che per poco non mi fermò il cuore. La figura sul letto si agitò, aprì gli occhi e si ritrasse a quella vista. La belva si rannicchiò fremendo e si avventò alla gola della vittima, mentre l'individuo immateriale gettava un grido d'angoscia e di umano terrore che nessun fantasma delle leggende potrebbe simulare. Le zanne candide lampeggiarono al chiar di luna mentre si serravano sulla vena giugulare dello spettro: il grido morì in un gorgoglio soffocato dal sangue, e gli occhi terrorizzati dell'uomo si fecero vitrei.

L'urlo mi aveva spinto ad agire, e in un secondo raccolsi l'automatica scaricandola contro il lupo mostruoso che mi stava davanti. Ma il rumore che udii fu quello sordo dei proiettili che, non incontrando alcun impedimento, si conficcavano nel muro di fronte.

I miei nervi cedettero. Un cieco terrore mi spinse a correre verso la porta e a voltarmi una sola volta, durante la quale vidi che il lupo aveva affondato le zanne nel corpo della preda.

Fu allora che provai la più inaudita delle sensazioni, e il pensiero devastante che ne seguì.

Il corpo era lo stesso attraverso cui la mia mano era passato qualche minuto prima… eppure, mentre mi precipitavo giù per le scala d'incubo, udii lo scricchiolio delle ossa mangiucchiate.


IV 

Probabilmente non saprò mai come riuscii a trovare la pista per Glendale e a percorrerla.

So soltanto che l'alba mi sorprese sulla collina al limitare dei boschi, con il villaggio dai tetti aguzzi sparso sotto di me e il nastro blu del Cataqua che scintillava in lontananza.

Senza cappello, privo di giacca, cereo in volto, inzuppato di sudore come se avessi passato la notte sotto il nubifragio, esitavo ad entrare nel villaggio, almeno finché non avessi riacquistato un aspetto più ordinato.

Alla fine discesi la collina e attraversai le viuzze dai marciapiedi lastricati su cui s'affacciavano i portoni di stile coloniale; raggiunsi la Lafayette House e il proprietario mi squadrò con aria sospettosa.

"Da dove vieni così di buon ora, figliolo? E perché quell'aspetto sconvolto?"

"Sono appena arrivato da Mayfair attraverso i boschi."

"Tu hai attraversato il Bosco del Diavolo... questa notte... e da solo?"

Il vecchio mi osservava con una strana espressione di orrore e d'incredulità.

"Perché no?", ribattei. "Non ce l'avrei fatta ad arrivare in tempo passando per Potowisset, e dovevo essere qui entro mezzogiorno."

"Ieri notte c'era la luna piena!... Mio Dio!"

Mi sbirciava incuriosito.

"Hai visto Vasili Oukranikov e il conte?"

"Dica, ho l'aria d'uno scemo? Vuole prendermi in giro?

Ma il suo tono era grave come quello di un prete quando rispose: "Devi essere nuovo da queste parti, ragazzo. Altrimenti sapresti tutto del Bosco del Diavolo, della luna piena, di Vasili e il resto."

Mi sentivo tutt'altro che disinvolto, ma sapevo che non dovevo essergli apparso troppo serio dopo le prime risposte.

"Vada avanti... Lei muore dalla voglia di dirmelo. Sono come un asino, tutto orecchi."

Allora, senza tanti fronzoli, mi raccontò la leggenda spogliandola di vitalità e di convinzione per la mancanza di colore, particolari e atmosfera.

Ma dopo quello che m'era successo, non avevo certo bisogno del colore che un poeta avrebbe potuto aggiungere alla storia.

Ricordate ciò cui avevo assistito e non dimenticate che non ne sentii parlare se non dopo che ero fuggito dall'orrore di quelle lugubri ossa divorate.

"Una volta c'erano dei russi sparsi fra qui e Mayfair... Vi giunsero dopo uno di quei complotti nichilisti che abbondavano nella madrepatria.

Vasili Oukranikov era uno di loro: alto, snello,  affascinante, con capelli biondi lucenti e modo squisiti. Tuttavia si mormorava fosse un adoratore del diavolo... un lupo mannaro e un divoratore di uomini.

Si costruì una casa nei boschi circa a un terzo di cammino da qui a Mayfair. Ci viveva solo. Di quando in quando, qualche viaggiatore usciva dalla foresta raccontando la strana storia di un grande lupo con lucenti occhi umani che l'aveva inseguito... Occhi come quelli di Oukranikov. Una notte qualcuno, tirando a casaccio, colpì il lupo e quando il russo tornò a Glandale zoppicava da una gamba. Non occorreva altro: ormai non si trattava più di semplici sospetti, ma di fatti nudi e crudi.

Lui mandò a chiamare il conte a Mayfair… si chiamava Feodor Tchernevsky e aveva comprato la vecchia casa con l'abbaino di Fowler, in State Street.

Voleva che venisse a trovarlo. Tutti misero in guardia il Conte, perché era una brava persona e un ottimo vicino, ma quello rispose che era in grado di badare a se stesso.

Era una notte di luna piena.

Il Conte era coraggioso e si limitò ad avvertire alcuni uomini del posto di raggiungerlo a casa di Vasili se non si fosse rifatto vivo a un'ora ragionevole. Così fecero, e... dimmelo tu, ragazzo, che hai attraversato la foresta di notte!"

"Ma certo", risposi cercando di apparire disinvolto. "Non sono conte ed eccomi qui a raccontarla! Alla fin fine, cosa trovarono gli uomini in casa di Oukranikov?"

"Trovarono il corpo straziato del Conte, ragazzo, e un grande lupo grigio che s'aggirava nei paraggi con le zanne ancora grondanti sangue. Puoi immaginare chi fosse quel lupo. Da allora la gente dice che a ogni luna piena... ehi, ragazzo, ma non hai proprio visto o sentito niente?"

"Proprio niente, nonno! Ma dica, che ne è stato del lupo alias Vasili Oukranikov?" 

"Ahi! Lo hanno fatto fuori, ragazzo... lo imbottirono di piombo, lo seppellirono nella casa e poi la bruciarono... Sai, tutto questo accadde sessanta anni fa, quando io ero ancora uno sbarbatello. Ma ricordo tutto come se fosse ieri."

Mi allontanai, facendo spallucce. Alla luce del giorno tutto mi appariva strano, sciocco e irreale; ma, a volte, quando mi ritrovo in posti deserti dopo il calar del sole, e odo l'eco demoniaca di quelle urla e del ringhio animalesco, e quel detestabile scricchiolio d'ossa divorate, rabbrividisco ancora al ricordo di una certa notte misteriosa.


E in esclusiva... un finale alternativo, scritto da Elena! (https://www.youtube.com/@ElenaM-o5v/posts)

V

Finché un giorno non mi venne in mente di porre fine all'orrido scenario che si ripeteva a ogni luna piena.
Chiunque, dotato di buon senso, avrebbe desistito all'istante, ma non un individuo testardo come me. Quello che spesso veniva scambiato per orgoglio, io avrei osato definirlo la mera conseguenza del mio sconvolgimento emotivo.
Sovvertire la natura di un lupo assetato di sangue sarebbe stato il folle pensiero di un decerebrato, ignaro che a governare il mondo animale sia l'istinto e non la ragione, ma poiché le spoglie della belva celavano sembianze umane, la connotazione di follia andava scemando.
Dopo averci riflettuto parecchio, capii che avrei dovuto scoprire cosa accadde tempo addietro da causare la trasformazione di Vasili Oukranikov in un lupo.
Ricordai le parole del proprietario di Lafayette House e la sua smania di raccontarmi la leggenda sul Bosco del Diavolo, ma nella descrizione dell'aspetto fisico di Vasili e dei complotti dei nichilisti russi non trovai nulla di illuminante. Definire quell'uomo un adoratore del diavolo non bastava a fare di lui una belva sanguinaria incolume ai proiettili.
Mi accinsi ad avviare delle ricerche nel villaggio di Glendale, ma non avevo messo in conto la ritrosia al dialogo degli abitanti, rimasta immutata nonostante il passare degli anni.
Alloggiai in una vecchia locanda e fingendomi un appassionato di anticaglie mi feci indicare il rigattiere più vicino, dove potei finalmente recuperare vecchi giornali a poco prezzo e un buon bicchiere di brandy invecchiato.
Quando ormai le speranze iniziarono a venir meno, un trafiletto ingiallito catturò la mia attenzione: "Furto del famoso rubino di Tula - scomparso il famoso gioiello appartenuto all'ufficiale Aleksandr Andreevič Oukranilov. Misteriosamente scomparso anche il nipote Vasili - coincidenza o concatenamento di cause?..".
Rincuorato per non dover più brancolare nel buio, mi orientai sulla pietra preziosa di cui evidentemente ero l'unico a non sapere nulla e con un pizzico di fortuna riuscii a intrattenere una piacevole conversazione con un artigiano che stava chiudendo una vecchia bottega.
Era un giovane mingherlino, dall'aria furba, che di certo non si sarebbe fatto intimidire da qualche domanda su una vecchia storia, ma quello che venni a sapere andava oltre ogni aspettativa.
Il rubino di Tula apparteneva ai nichilisti russi da generazioni e si mormorava che fosse la pietra dell'immortalità. Era sempre rimasto chiuso in una teca, fino al giorno in cui l'ordine decise di espandersi in vari territori, arrivando fino a Mayfair.
Il capo dei nichilisti, ormai troppo anziano per l'incarico, nominò suo seguace l'ufficiale Aleksandr Andreevič Oukranilov e decise di assegnarli il prezioso rubino come monile personale.
La nomina, non decretata all'unisono come di consueto, suscitò molte perplessità, per non parlare della scelta di affidargli il prezioso gioiello, ma nessuno osò opporsi al volere di colui che aveva dedicato l'intera esistenza al movimento.
Ignari dei feroci dissapori intercorsi tra i due e all'oscuro che l'anello non avesse un rubino incastonato al suo interno bensì sangue sacrificale, continuarono gli incontri clandestini, ma alla prima luna piena, dell'ufficiale si persero le tracce. Per i giorni a venire non si parlò che di un lupo dagli occhi identici ai suoi, che si era spinto fino al villaggio di Glendale e che nessun proiettile era stato in grado di ferire.
Rimasto solo, ebbi la consapevolezza che il sangue sacrificale, sotto l'influsso lunare, riportasse in vita un'antica maledizione.
Mancava un giorno alla luna piena e sentivo la necessità impellente di parlarne con qualcuno, ma non mi fidavo di nessuno e lo stesso valeva per gli abitanti di quel luogo, restii al dialogo per natura e reticenti ad intrattenersi con i forestieri.
Avrei messo ordine nei miei pensieri dopo un pasto caldo alla locanda.
Il cielo minacciava pioggia, così affrettai il passo aspirando volute di tabacco dalla pipa, quando uno stormo di corvi neri attirò la mia attenzione. Gracchiavano all'unisono in cerchi concentrici sulla mia testa e mi ritrovai a seguirli, come se una forza oscura deviasse i miei passi verso un sentiero isolato. Inciampavo nelle sterpaglie mentre la volta celeste squarciata dai lampi come un sudario in brandelli presagiva sciagure ineluttabili.
Fu così che mi ritrovai al cospetto di un monastero diroccato, con le mura nascoste dall'edera, in un tentativo disperato di inghiottirlo nell'oscurità delle sue radici avventizie.


VI

I corvi si erano dileguati e la pioggia scrosciante mi spinse a cercare riparo nel monastero, illuminato dai bagliori intermittenti delle folgori.
Tirai il cordone di una campanella arrugginita più per abitudine che per cortesia, ma il suono sordo si perdette nel frastuono del rovescio e mi decisi a varcare la soglia di un portone dai cardini divelti mossi dal vento.
L'odore di terra umida mi pervase le narici e un sentore di marciò mi portò a frugare nelle tasche alla disperata ricerca di un fazzoletto. Avanzavo nell'oscurità, con le membra intirizzite dal freddo, quando un rumore di passi mi fece sobbalzare.
Rimbombavano nella desolazione di un luogo imponente ormai alla deriva, accompagnati da un puzzo di zolfo che impestava l'aria da farmi girare la testa e quando sentii una mano afferrarmi il braccio perdetti i sensi.
Mi risvegliai con il corpo indolenzito e la mente annebbiata.
Fu in quell'istante che lo vidi. L'anello era sulla mia bocca, al dito di colui che mi teneva la testa in grembo. Sentivo la sua mano seguire i tratti del mio viso, gelida e ossuta come le guglie di un'antica cattedrale e quando mi chiamò per nome la verità dissolse il dubbio con l'irruenza di un cadavere che erompe dalla tomba.
Il sangue fuoriuscì dall'anello, riversandosi sul pavimento, che prese a tremare e si aprì come una voragine pronta a evocare la mostruosità di quel padre che mi era stato proibito nominare.
Mi abbandonò in fasce per una missione a Tula, da cui non fece più ritorno.
Cercai di assemblare frammenti di ricordi e compresi che la sua dipartita era dovuta all'anello e alla sua brama di potere, ma caddi in preda ad un terrore viscerale, che mi precluse l'uso della ragione e mi sentii precipitare nel baratro della follia.
Mi divincolai dalla sua stretta, cercando di trascinarmi in quel pantano di melma gelatinosa, ma il ghigno abbietto sul suo volto senza labbra preannunciava la mia disfatta.
Dal vetro rotto di una finestra, la luna piena splendeva nel cielo nero pece e in quell'istante capii di non avere scampo.
Sentii il suo fiato fetido sul mio collo e due zanne affilate mi forarono la giugulare.
Sapeva di avermi trasmesso l'ambizione di sovvertire le regole e mi aveva scelto per liberarsi di una maledizione che lo avrebbe condannato in eterno.
Mi ritrovai a reclinare la testa all'indietro e a ululare alla luna, mentre la sua figura si polverizzava in un vortice cuneiforme.

A Lovecraft:

Chi l'avrebbe mai detto che qualcuno sarebbe riuscito a farLa rivoltare nella tomba? È sempre stato Lei a renderci le notti insonni e forse è proprio per questo che la mia fervida immaginazione ha preso vita graffiando le pagine d'inchiostro sulle orme di un racconto che si prestava ad avere un seguito.
Non me ne voglia Maestro, è solo un modo per ringraziarLa dell'eredità che ci ha lasciato.

Shiva (Gaia Junior)

Vestita di pelli, agile come un gatto, capace di scuoiare un lupo e di sfuggire alla carica di un rinoceronte, l'orfana Shiva è la protagonista di questo insolito romanzo ambientato nell'Era Glaciale, che ci restituisce gli odori e i suoni della più lontana preistoria, narrandoci la lunga lotta tra i primitivi Neanderthal e i più evoluti Cro-Magnon.

E a favorire un contatto pacifico tra i due popoli, in guerra da sempre, sarà proprio la giovane Shiva, nata e cresciuta in una tribù governata da donne maghe e guerriere, che alla fine riconosceranno in lei, ragazzina strana e solitaria, la loro futura guida sui sentieri della magia.

"Qualcosa la inseguiva. Shiva si fermò, con le narici frementi. Un brevissimo soffio di vento aveva portato fino a lei l'odore acre della belva, tanto fugace che avrebbe anche potuto esserselo soltanto immaginato. Ruotò lentamente su se stessa nel tentativo di scoprire da dove provenisse quell'odore che le aveva fatto gelare il sangue nelle vene. Scrutò con attenzione le sporgenze rocciose, tra gli arbusti, il sottobosco e gli alberi contorti e stentati dov'era andata a far legna. Niente... Dondolò la testa al modo dei felini, sperando che il predatore si decidesse a uscire dal suo nascondiglio e a mostrarsi. Ancora nulla. Ma c'erano almeno cento nascondigli. Era odore di lupo. (...) Alle proprie spalle, sulla destra, udì di muovo il rumore che aveva sentito poco prima, come il rotolio di un ciottolo spostato. Il che significava che il secondo lupo era lì, ancora nascosto, ma impaziente. (...) C'era un'unica possibilità, e Shiva la scelse. Con un urlo selvaggio, si gettò sulla lupa."


Vedi anche https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/gaia-junior.html

Una Strega Biondo Cenere (Gaia Junior)

Bionda, bella e dotata di capacità magiche e misteriose, Sophie potrebbe sembrare davvero una strega, ma, più semplicemente, appartiene ad una società evoluta che ha sviluppato al massimo i poteri psichici. è inevitabile, comunque, che gli abitanti della primitiva riserva di Urstwile finiscano per considerarla una presenza minacciosa, venuta a turbare la loro tranquillità con oscuri malefici. La situazione precipita quando Sophie e Prudence, una ragazza dal carattere acido e bigotto, cominciano a disputarsi il bel Simon: di lì a poco si scatena la caccia alla strega, tra scope che volano e alberi che cambiano di posto…

Un romanzo pieno di fantasiosa ironia, una storia d'amore che è anche un confronto tra due modi di essere donna.


Vedi anche: https://intervistemetal.blogspot.com/2019/11/gaia-junior.html


I pensieri di Lovecraft (sull'umanità e il Cosmo...)

Info tratte da

"Il cosmo è un vortice privo di ordine; un oceano ribollente di forze cieche, nel quale la gioia più grande è l'incoscienza ed il maggior dolore è la consapevolezza" (lettera ad alcuni amici, 6 ottobre 1921)

"Io ho tuttora profondo rispetto per l'intelletto puro. Sono di formazione materialista e meccanicista: credo che il cosmo sia un insieme senza scopo e senza significato di cicli interminabili nei quali si alternano condensazioni e dispersioni delle particelle sub-atomiche; un'entità priva di inizio, di una direzione permanente e di un fine, e consistente soltanto di forze cieche che operano secondo schemi fissi ed eterni inerenti all'eternità stessa. [...] (Lettera a Donald Wandrei del 21 aprile 1927) "

"La nostra razza umana non è che un incidente triviale nella storia della creazione. Negli annali dell'eternità e dell'infinito non ha maggiore importanza di quanta ne abbia il pupazzo di neve d'un bambino negli annali delle tribù e delle nazioni della Terra. Di più: non potrebbe tutta l'umanità essere un errore - una crescita anormale - una malattia del sistema della Natura - un'escrescenza nel corpo dell'infinito progresso, come un porro sulla mano di un uomo? Non potrebbe essere la distruzione dell'umanità quella di tutta la creazione animata, un dono positivo alla Natura nella sua interezza? Che arroganza da parte nostra, creature momentanee, la cui stessa specie non è che un esperimento del Deus Naturae, il pensarci destinati ad un futuro immortale e ad una condizione preminente!... La nostra filosofia è infantilmente soggettiva: immaginiamo che il benessere della nostra razza potrebbe essere un ostacolo al corso predeterminato dell'unione degli universi all'infinito! Come possiamo sapere che quella forma di moto atomico e molecolare che chiamiamo "vita" sia la più alta di tutte le forme? Forse la creatura dominante - la più razionale e simile a Dio di tutte le creature - è un gas invisibile! Chi può affermare che gli uomini hanno un'anima, mentre le rocce non ne hanno?" (Lettera ad un gruppo di amici, dell'8 agosto 1916)

"Dato che l'intero piano della creazione è puro caos, e del tutto privo di valore, non vi è necessità di tracciare una linea fra realtà e illusione. Tutto è un mero effetto di prospettiva, ed è meglio e più confortevole cullarsi nell'accettazione di ciò che abbiamo. Nell'arte, non vi è ragione d'osservare il caos dell'universo, perché così completo è questo caos che nessuna narrazione a parole potrà darne il minimo racconto. Io non riesco ad immaginare in altro modo lo schema della vita e delle forze cosmiche, se non come una mazza di punti irregolari riuniti in spirali senza direzione... Io penso che sia meglio per un uomo saggio scegliere una sorta qualsiasi di filosofia che gli sia piacevole, ed abbandonarsi ad essa innocentemente; conscio del fatto che essa non è reale, ma ugualmente consapevole del fatto che, siccome la realtà non esiste, non guadagnerebbe nulla, e perderebbe parecchio nel gettarla lontana da sé..." (Lettera a Frank Belknap Long dell'8 novembre 1923)

"[…] è questo che intendo e pratico come conservatorismo estremo in senso artistico, sociale e politico: un mezzo per sfuggire al tedio, l'inutilità e la confusione d'una lotte senza guida e senza punti di riferimento contro il caos rivelato" (Lettera a Donald Wandrei del 21 aprile 1927)

"Nel gennaio del 1896, la morte di mia nonna gettò la casa in un'atmosfera cupa dalla quale non è mai più uscita. Le vesti nere di mia madre e delle mie zie mi risultavano così paurose e ripugnanti che cominciai ad attaccare con spilli pezzetti di carta o di stoffa colorati alle loro gonne, nel tentativo di sollevarmi. Dovevano stare bene attente prima di uscire di casa o di accogliere un visitatore! Fu allora che la mia vivacità naturale si spense. Cominciai ad avere gli incubi più odiosi, popolati di cose che chiamai "Magri Notturni" (Night Gaunts) (1), con un'espressione inventata da me... In sogno, essi mi trascinavano nello spazio a velocità paurosa, e mi tormentavano e trafiggevano con i loro detestabili tridenti. Sono trascorsi ormai quindici anni - anzi di più - da quando ho visto per l'ultima volta un Magro Notturno, ma ancora oggi, quando sono in mezzo ad un mare di ricordi d'infanzia, sento un brivido di paura ed istintivamente lotto per tenermi sveglio. Questa era la mia sola preghiera nel 1896, ogni notte: "restare sveglio e lontano dai Magri Notturni!" (Lettera a Reinhardt Kleiner, 16 novembre 1916)

"Io agogno l'etereo, il remoto, il crepuscolare, l'ambiguo - detesto sempre di più la vita e ciò che vi è connesso, e desidero ardentemente quei nebulosi reami di spiriti che soltanto un Machen o un Dunsany sanno evocare... Sono uno che odia l'attualità; un nemico del tempo e dello spazio, della legge e della necessità. Sogno un mondo di mistero gigantesco ed affascinante, di splendore e terrore, nel quale non vi siano altri limiti se non quelli della libera immaginazione. La vita fisica e l'esperienza, con la mortificazione della visione artistica che provocano nella maggioranza, sono oggetto del mio più profondo disprezzo... Io mi ribello alla nozione che la vita fisica abbia un qualsiasi valore o significato. Per me l'artista ideale è un gentiluomo che mostra il suo disprezzo per la vita seguitando per le tranquille maniere dei suoi antenati, e lasciando la fantasia libera di esplorare sfere luminose e sorprendenti. Così, vorrei che un autore ignorasse la sua epoca e il pubblico, creando l'arte non per la fama o per gli altri, ma per la sua sola soddisfazione" (Lettera a Frank Belknap Long del 13 maggio 1923)

(1) Che furono di ispirazione per alcune poesie.

"I Magri-Notturni"

Quale abisso li generi, non so.

Ma ogni notte li vedo: creature rugose,

nere, cornute e sottili, con ali fibrose

e code segnate da bifida barba d'inferno.

Il gelido Vento del Nord li porta a legioni,

mi stringono il corpo con lacci e tormenti,

mi conducono in viaggi tremendi

a grigi mondi celati nell'incubo fondo.

Sorvolano i picchi corrosi di Thok,

ignorano le mie grida disperate,

si tuffano nelle acque avvelenate

che fan da coltre al sonno degli Shoggoth.

E almeno emettessero un suono,

o un volto avessero, ch'io potessi scorgere!


"L'Abitatore"

Era già vecchia quando Babele l'Antica sorgeva:

e non si sa quanto a lungo abbia dormito

nel cuore del colle

ove i nostri picconi insistenti, frugando le zolle,

i suoi blocchi di pietra portarono alla luce primeva.

V'erano grandi locali e ciclopiche mura

e lastre spaccate e statue scolpite

d'esseri ignoti vissuti in ere perdute,

di molto più antichi del mondo ove l'uomo dimora.

Poi trovammo quei gradini di pietra gettati

verso un antro sbarrato da una lastra assai forte

che forse serrava un oscuro rifugio di morte

dov'eran racchiusi antichi segreti e graffiti.

La strada ci aprimmo… ma atterriti

dovemmo fuggire

quando udimmo dal basso quei passi pesanti salire…


Stralcio tratto da "Le vicende riguardanti lo scomparso Arthur Jermyn e la sua famiglia"

"La vita è una cosa odiosa e, dallo sfondo che si cela dietro ciò che scorgiamo di essa, sappiamo che si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono mille volte più odiosa. La scienza, che già ci opprime con le sue sconvolgenti rivelazioni, firmerà forse la fine della specie umana - ammesso pure che siamo una specie autonoma - quando fornirà alla nostra conoscenza la chiave di orrori insostenibili che prima o poi si diffonderanno nel mondo. Se sapessimo ciò che realmente siamo, non ci resterebbe che seguire l'esempio di Sir Arthur Jermyn, che si cosparse di petrolio e si diede fuoco nel cuore della notte. (...) Arthur Jermyn si recò da solo nella brughiera e si arse vivo dopo che ebbe visto la cosa contenuta nella cassa giunta dall'Africa. Fu tale cosa, e non le sue singolari fattezze, a indurlo al suicidio."

Il "Mostro" per Lovecraft era l'orrore di una civiltà travolta dalle sue stesse degenerazioni, l'incubo di una cultura soffocata dall'ignoranza traboccante, il gelo ultimo di una sensibilità sociale spenta da una solida massificazione. 

L'"arma" per combattere tutto questo: il Fantastico.

Trent'anni prima di Roger Caillois, Lovecraft teorizza la carica "rivoluzionaria" e disgregatrice del Fantastico.

Nella sua introduzione, Caillois scriveva "[...] tutto appare come oggi e come ieri: tranquillo, banale, senza nulla d'insolito, ed ecco lentamente si insinua o esplode improvviso l'Inammissibile... Nel fondo fantastico il sovrannaturale si rivela come rottur della coerenza universale."

Sono concetti che Lovecraft concretizzò in molti dei suoi racconti tra il 1917 e il 1936.

Tuttavia, Lovecraft avvertì che il "Mostro" non viene soltanto da fuori: "l'orrore che incombe sulla realtà nel suo complesso è riprodotto e sintetizzato nell'incubo individuale. Fra i due esiste qualcosa di più di un rapporto di dipendenza: le due immagini sono identiche, sono la stessa cosa vista da prospettive diverse."

Lovecraft ha mostrato, attraverso le sue orrende metafore (i sogni d'ognuno di noi) che il senso dell'Essere permane anche al di là di qualsiasi struttura formale del futuro, dato che in qualche misura si estende su tutta l'esperienza della specie; esiste, insomma, una struttura che, al di là dell'azione corrosiva del caos, permane intatta ad indicarci sul piano sociale il senso della storia, sul piano individuale il valore della personalità umana.

Questa struttura s'identifica con l'uomo stesso, liberato d'ogni costrizione derivante da una errata educazione, dal dedicarsi a finalità false e meschine, dal mirare ad obiettivi troppo ristretti e limitati: liberato, dunque, dai "monstra" generati da un'imperfetta analisi dell'Essere.

Questo uomo purificato e temperato è per Lovecraft l'esteta, il sognatore, quindi l'artista che può assommare in sé le due caratteristiche (...) Il sogno [diventa] non pura e semplice evasione dal reale, ma riconquista del significato più profondo dell'Essere.

(...) L'ansia del trascendente si riversa così nel desiderio di autoaffermazione sulle forze negative che cercano di ancorarci al divenire quotidiano.

(...) Al di là del mostro bisogna riconoscere l'indomita volontà dell'uomo di realizzarsi malgrado tutto: principalmente, malgrado se stesso.

 Lovecraft trasse da Lord Dunsany l'idea del pantheon di divinità immaginarie; tuttavia, mentre gli dei dunsaniani erano figure destinate a trasmettere un gusto esotico, al massimo con insegnamenti esoterici della Teosofia, le figure-simbolo di Lovecraft incarnano lo spavento, il cieco terrore dell'individuo razionale, posto di fronte ad un abisso cosmico nel quale non può riconoscere le profondità inesplorate della sua stessa psiche.

Al centro dell'infinito siede Azathoth, dio cieco ed idiota, amorfa escrescenza d'abissale confusione, che bestemmia e gorgoglia stordito da un incessante suono di flauti.

Azathoth è il simbolo del caos inconoscibile che si nasconde dietro le apparenze della realtà.

Suo messaggero è Nyarlathotep, una specie di annunciatore del caos, di Anticristo metafisico, la cui sola presenza è sufficiente a diffondere la follia e il disordine.

Yog-Sothoth (il tutto-in-uno e l'uno-in-tutto) è simbolo dell'unicità del reale: per lui non esistono il tempo e lo spazio, essendo contemporaneo a tutti i tempi e presente in tutti gli spazi: completamente insensibile alle passioni umane lo si può evocare per il bene o per il male, purché si posseggano le formule che consentono di comandarlo.

Il grande Cthulhu, mostruosa entità anfibia, dorme in una città sottomarina chiamata R'lyeh: al suo risveglio, tornerà il caos sulla Terra.

Shub-Niggurath, "il capro nero dai mille cuccioli", è l'immagine lovecraftiana di un dio della fertilità: il suo avvento simboleggia il disordine causato dai sensi incontrollati.

Costoro sono gli "Antichi" o "Grandi Antichi" ("Ancient Ones"): un tempo dominavano il nostro pianeta, poi furono scacciati, anche se ne è sempre possibile un ulteriore ritorno, facilitato dagli incauti che nella loro ignoranza spalancano le soglie aprentisi sul lato oscuro della realtà.

Allora, all'avvento del monstrum sul piano universale corrisponde quello della follia a livello individuale.

A questo gruppo originario di Grandi Antichi, Lovecraft aggiunse molte altre divinità, tratte dalle storie scritte in gioventù: Hypnos, dio del sonno, Dagon signore degli Abitatori del Profondo, che vivono nell'oceano e sono alleati a Cthulhu; gli "Abominevoli Uomini delle Nevi di Mi-Go" che popolano l'Altopiano di Leng; Yig, una sorta di Quetzalcoatl.

A questi si aggiunsero altri esseri scaturiti dall'immaginazione di alcuni corrispondenti di Lovecraft: i Segugi di Tindalos e Chaugnar Faugn (di Frank B. Long), Nyogtha (di Henry Kuttner), Tsathoggua e Atlach Hacha (di Clark A. Smith) i Lloigor, Zhar e il popolo di Tcho-Tcho, Itaqua e Cthuga (di August Derleth), Glaaki e Daoloth (di R.Campbell), Yibb-Tstll e Shudde M'ell (di Brian Lumley), i Parassiti della Mente (di Colin Wilson)

Grazie agli amici di Lovecraft, che ampliarono il numero di storie, negli anni '30 si crearono ulteriori spunti: le razze preumane, che servivano gli Antichi, i toponimi per "le patrie" di quegli esseri (delle volte reali, come Aldebaran o mitici come Kadath, l'Altopiano di Leng, Arkham, Dunwich...)

Per alimentare i suoi miti, Lovecraft parlò di un libro terribile e maledetto, il Necronomicon dell'arabo pazzo Abdul Alhazred (*), una specie di grimorio universale contenente le formule per entrare in contatto con i Grandi Antichi, evocandoli, aprendo le soglie che permetterebbero loro di ritornare sulla Terra, al quale poi aggiunse i "Manoscritti Pnakotici", gli scritti blasfemi dei fedeli di Cthulhu ("Testo di R'lyeh"), "i Sette Libri Criptici di Hsan" e "i Canti dei Dhol". 

A questi furono aggiunti, dalla cerchia di amici di Lovecraft: "il Libro di Eibon (Liber Ivonis)" di C.A.Smith, gli "Unausspreichlichen Kulten di Von Juntz" di Robert Howard, il "De Vermis Mysteriis" di Robert Bloch, "i Frammenti di Celseno" di August Derleth, i "Cultes des Goules" del Comte D'Erlette, "i Frammenti di G'harne" e il "Cthaat Aquadingen" di Brian Lumley e le "Rivelazioni di Glaaki" di Ramsey Campbell. 

 

(*) che, secondo alcune ipotesi, sarebbe un'"arabizzazione" della frase inglese "all has read", in riferimento al "tutto è stato letto" da Lovecraft stesso, nella sua infanzia e gioventù "segregato" in casa con l'unica compagnia dei libri.


 "L'Arabo Pazzo Abdul Alhazred" fu il primo personaggio a fare la sua comparsa nell'universo letterario lovecraftiano nel racconto "Nameless City" (1921) 

Il secondo racconto che sviluppò il tema fu "The Festival" (1923), nel quale Lovecraft attinse allo sfondo della Nuova Inghilterra, nominando anche per la prima volta il Necronomicon.

La storia successiva fu "The Call of Cthulhu" (1926), dove si manifestarono le strutture della sua personale mitologia dell'orrore.

Lovecraft inizia il racconto con una citazione di Algernon Blackwood: "Di tali grandi poteri o esseri può essere concepibile una sopravvivenza... una sopravvivenza da un periodo immensamente remoto quando... la coscienza si manifestava, forse, in forme che da molto tempo si sono ritirate di fronte alla marea avanzante dell'umanità... forme di cui solo la poesia e la leggenda hanno colto un ricordo fuggevole, chiamandole dei, mostri, esseri mitici di ogni specie."

Il famoso distico dell'arabo pazzo "Non è morto ciò che in eterno può attendere\e col passare di strane ere anche la Morte muore" viene riecheggiato per la prima volta nel rituale cantilenato di una lingua incomprensibile e impronunciabile: "Ph'nglui mglw'nafh Cthulhu R'lyeh wgah'nagl fhtagn" che Lovecraft tradusse così "Nella sua dimora di R'lyeh il morto Cthulhu attende sognando."

In "The Call of Cthulhu" compare anche l'antica Irem, la Città delle Colonne descritta anche in "The Nameless City".

Da qui in poi Lovecraft divenne sempre più consapevole della realtà dei "Miti" e iniziò a svilupparli.

Si può evidenziare un parallelismo tracciato da August Derleth, fra la concezione lovecraftiana del cosmo e il mito ebraico-cristiano della caduta di Satana e della sua perdurante influenza sull'universo. A riprova, Derleth citava il seguente passo tratto da una lettera inviatagli, a suo dire, da Lovecraft:

"Tutti i miei racconti, anche se possono sembrare non collegati fra loro, sono basati su di una leggenda fondamentale, secondo la quale questo mondo fu abitato, un tempo, da un'altra razza che, per aver praticato la magia nera, perse il dominio e venne scacciata, ma vive tuttora al di fuori, sempre pronta a riprender possesso della Terra."

In un'opera successiva, "Cults of Shadows" (1975) Kenneth Grant rivela l'esistenza a Chicago di una società segreta che si ispira ad un insegnamento occulto che sarebbe presente nelle opere di Lovecraft, per trarne in connessione con le dottrine insegnate da Crowley una serie di rituali magico-sessuali destinati a facilitare la presa di contatto con le "divinità dell'abisso".

Queste entità sono chiamate con gli stessi nomi delle entità lovecraftiane e questa società esoterica guidata da Michael Bertiaux prende il nome di "Black Snake", il serpente nero simbolo del Caos e fra le sue congreghe ne ha una chiamata "Lovecraftian Coven".

Secondo Grant e Bertiaux significativo è il racconto "Nyarlathotep" (1921) che in poche pagine racchiude una quantità incredibile di dati simbolici ed esoterici inclusa una profezia sull'avvento dell'Anticristo (in realtà la storia è la trascrizione di un sogno  dello scrittore)

Serge Hutin fu il primo a notare la somiglianza tra le narrazioni di Lovecraft e i resoconti delle esperienze di Aleister Crowley.

In entrambi si riscontra la stessa proliferazione di entità, dai nomi singolari, spesso di intonazione egizia, lo stesso vocabolario nella descrizione di rituali magici ("scala lunare, abissi di luce, confine estremo del mondo") lo stesso tipo di esperienze conseguenti alla celebrazione di rituali occulti, sfasamento del senso temporale… Secondo Hutin, le descrizioni di certi rituali magici in storie come "Orrore a Red Hook" e "I Sogni nella Casa Stregata" sono la narrazione di esperienze realmente vissute.

Nelle lettere di Lovecraft non risulta traccia di simili connessioni ma il fatto che non ne abbia parlato non significa che non ne fosse a conoscenza.

In uno dei racconti fondamentali "L'Orrore di Dunwich" (1928) si descrivono le disastrose conseguenze del porsi in comunicazione con le forze universali, non avendole comprese e non essendo pronti ad affrontare sia la polarità negativa che quella positiva.

L'impresa è compiuta da una famiglia, in più generazioni e la fase principale dell'opera avviene attraverso un rito sessuale nel quale una donna "fornisce il veicolo per l'incarnazione della divinità estranea".

Non sappiamo se Lovecraft fosse al corrente del reale significato della cerimonia connessa con il Tantrismo della Mano Sinistra.

Comunque, la confraternita di P.B.Randolph (cui potrebbe essere ispirato un personaggio di "L'Orrore a Red Hook") usava riti sessuali a questo fine.

Sempre nel racconto lovecraftiano, Lavinia dà alla luce due figli: un mostro orrendo e uno quasi umano, che potrebbe ricordare la carta dei Tarocchi "Il Diavolo", raffigurato mezzo umano e mezzo bestiale, androgino, il Grande Agente Magico, cioè il caos indifferenziato di forza cieca al quale deve fare appello il mago per agire sul reale.

è dunque il principio di mediazione fra questo mondo e l'altro.

Ancora più impressionante è il simbolo racchiuso nella divinità cui Lovecraft dà il nome di Yog-Sothoth. Essa non si trova in un luogo ed in un tempo precisi, determinati, perché coincide con tutto il tempo e coesiste con tutto lo spazio: è quindi il tutto-in-uno e l'uno-in-tutto, e rappresenta contemporaneamente la Soglia e la Chiave della Soglia.

Grazie a Yog-Sothoth si traducono in essere gli effetti della volontà del mago che ne evoca la forza.

Nel romanzo "Il caso di Charles Dexter Ward" (1927) Lovecraft pone all'inizio e alla fine della formula mediante la quale si fa appello alla sua divinità i segni astrologici noti come "Caput Draconis" e "Cauda Draconis".

Secondo Hutin, Lovecraft sarebbe stato adepto di una società esoterica (Eulis Brotherhood)  

Kenneth Grant, discepolo del mago Aleister Crowley e capo dell'Ordo Templi Orientis, è convinto che Lovecraft abbia descritto sotto i velami narrativi quello che definisce "Culto di Crowley", pur ammettendo che Lovecraft non conoscesse né il nome né l'opera di Crowley.

Grant ha tracciato dei paralleli tra rituali, nomi, situazioni ed insegnamenti ricavati da Crowley stesso mediante l'indagine sul piano astrale, ed i simbolismi che traspaiono nelle storie di Lovecraft scritte in base ai suoi sogni.

In "The Magical Revival" (1972) Grant pubblica la seguente tabella comparativa:

LOVECRAFT

Al Azif: il libro dell'Arabo pazzo

(ad esso si fa riferimento come onnipotente in senso magico)


CROWLEY

Al Vel Legis: il Libro della Legge

(Crowley afferma che quest'opera contiene tutti i supremi incantesimi)


LOVECRAFT

I Grandi Antichi (espressione contenuta nei suoi racconti) 


CROWLEY

I Grandi della Notte dei Tempi (frase che si trova ripetuta nei rituali della Golden Dawn)


LOVECRAFT: Yog-Sothoth (nome barbaro che evoca il male estremo)

CROWLEY:  Sut-Thoth, Sut-Typhon (Crowley identifica il suo Angelo Custode in Seth)


LOVECRAFT: Gnoph-Hek (la Cosa Pelosa, evidente riferimento fallico)

CROWLEY: Coph-Nia (un nome barbaro in Al, probabilmente associato ad un concetto fallico)


LOVECRAFT: Il Deserto Gelato (Kadath)

CROWLEY: Il Vagabondo del Deserto (Hadit), uno dei nomi di Crowley


LOVECRAFT: Nyarlathotep (un dio accompagnato da sciocchi suonatori di flauto)

CROWLEY: "Nella mia solitudine giungerà il suono di un flauto" (Crowley nel suo Liber VII)


LOVECRAFT: Shub-Niggurath (Il Capro Nero dai Mille Cuccioli)

CROWLEY: "Io sono il dio orrendo... Cepus, il dio orrendo, incrocio di cane e di orso; Sut-Typhon" (Crowley in "The Book of the Spirit of the God")


LOVECRAFT: L'onnipresente afrore associato a Nyarlathotep

CROWLEY: "Il profumo di Pan che pervade" (Crowley nel Liber VII)


LOVECRAFT: Il Grande Cthulhu che dorme sognando nella sommersa città di R'lyeh

CROWLEY: Il Sonno Primordiale in cui sono immersi i Grandi della Notte dei Tempi


LOVECRAFT: Azathoth (il caos cieco e idiota al centro dell'infinito)

CROWLEY: Azoth (il solvente alchemico), Thoth (Mercurio), Hadit (il caos al centro dell'infinito, Nuit)


LOVECRAFT: Colui che è senza volta (Nyarlathotep)

CROWLEY: Colui che è senza testa (o il "Mai Nato" come Crowley chiamava la sua invocazione favorita)


LOVECRAFT: La Stella a cinque punte

CROWLEY:  La Stella di Nuit, a cinque punte con il cerchio nel mezzo