I capelli femminili nell'estetica poetica di Petrarca, Marino, Tarchetti e dei Cradle of Filth






Uno scritto di Lunaria (sì, lo so, solo io ci posso ficcare dentro i Cradle of Filth in Letteratura xD)

Fonti consultate


 I passaggi tratti da questi libri sono stati messi tra virgolette.

La poesia ha sempre celebrato i capelli muliebri e in questa analisi vedremo soprattutto Petrarca, Marino e Tarchetti.



Avevamo già visto che la raccolta di poesie del Petrarca che è conosciuta col nome di "Canzoniere" consta di 366 componimenti, che daranno origine a sei secoli di letteratura amorosa:  "Nel "Canzoniere" ci sono emozioni, passioni, confessioni, analisi interiori e tutti i toni dell'ansia amorosa: c'è Laura, Laura viva, Laura morta, il ricordo di lei, il pensiero di lei. Ben tre canzoni sono dedicate agli occhi di Laura: gli occhi sono luoghi leggiadri, ove "l'Amor fa nido", "luci beate e liete", "lumi del ciel", "divine luci", "vaghe faville angeliche, beatrici"; vincono angoscia e noia, sospingono sulla via del cielo, riempiono di pensieri alti e soavi, sono sorgente di salvezza, riparo nella tempesta, sede d'ogni conforto e d'ogni speranza. Infine, è mille volte meglio morire in presenza loro piuttosto che rimanere privi di una visione così beatificante;" ma sono le celeberrime "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi" e "Chiare, fresche e dolci acque" a celebrare il trionfo della Bellezza di Laura, trasfigurata nella Natura: "il paesaggio è fatto di chiare acque, rami gentili, erbe, fiori, "aere sacro, sereno". E a tanta bellezza fa eco, nel ricordo, l'immagine femminile, con "le belle membra", il "bel fianco", la "gonna leggiadra", "l'angelico seno". Dai rami scende "dolce nella memoria" una pioggia di fiori e le corolle volteggianti vengono a soffermarsi sul lembo della veste e sulla treccia bionda ("Qual fior cadea sul grembo, qual su le treccie bionde"). Il quadro è di quelli che non si possono più dimenticare: alla fine non desideriamo che di bearci anche noi, con Laura, di quel perpetuo fiorire e rinverdire."

Erano i capei d'oro a l'aura (1) sparsi,
che (2) 'n mille dolci nodi gli avolgea;
e 'l vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi (3);
e 'l viso di pietosi color farsi (4),
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi? (5)
Non era l'andar suo cosa mortale,
ma d'angelica forma (6); et le parole
sonavan altro che pur (7) voce humana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel che'i' vidi; e se non fosse or tale,
piagha per allentar d'arco non sana. (8)

(1) All'aria, alludendo a nome Laura
(2) La quale aura
(3) Che ora sono così scarsi di quell'antico splendore
(4) Colorarsi di pietà
(5) è sottointeso l'amore
(6) Il suo incedere non era di persona ma di angelo
(7) Semplicemente
(8) La ferita prodotta dall'arco non si rimargina per quanto la sua corda sia allentata


Chiare, fresche et dolci acque (1),
ove le belle membra
pose (2) colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque
(con sospir mi rimembra) (3)
a lei di fare al bel fiancho colonna (4);
herba et fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno (5),
aere sacro sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse (6);
date udienza (7) insieme
a le dolenti mie parole extreme.

[...]

Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
ed ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo. (8)
Qual fior cadea su'l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
erano quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde,
qual con un vago errore (9)
girando parea dir: qui regna Amore.

Pace non trovo, et non ò da far guerra; (10)
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.
[...]
Pascomi (11) di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

La vita fugge, e non s'arresta un'ora,
e la morte vien dentro a gran giornate (12)
e le cose presenti e le passate
mi danno guerra (13), e le future anchora

[...]

(1) Del fiume Sorga
(2) Immerse
(3) Mi ricordo sospirando
(4) Appoggiare il bel fianco
(5) Che la donna, con l'angelico seno, ricoperse
(6) Dove Amore con la vista degli occhi di lei mi aprì il cuore
(7) Porgete ascolto
(8) Dalla nuvola dei fiori
(9) Errando per l'aria leggiadramente
(10) Non ho la possibilità di combattere
(11) Mi nutro
(12) A tappe veloci
(13) Mi tormentano




 Per quanto riguarda Giambattista Marino, ci troviamo già nel primo Seicento.

Avevamo già visto che nel Seicento, con la Poesia Barocca, si supera parzialmente l'ideale estetico-letterario della donna-angelo idealizzata da Dante e Petrarca: "l'ideale femminile coincideva con una figura di donna dai capelli biondi, altera e dolce, bella e fiera, collocata sullo sfondo di una natura primaverile che sembrava voler rendere omaggio alla sua bellezza. Nel Seicento questo modello viene sottoposto ad una serie di variazioni contenutistiche e formali che finiscono per trasformarlo radicalmente. La lirica d'amore si popola di una vasta gamma di tipi femminili: donne bionde, brune, rosse, vecchie, nane, nere, povere, ricche, mendicanti, balbuzienti, occupate a pettinarsi, cucire, bagnarsi nelle acque del mare, ochieggiare dalle persiane accostate. Si verifica insomma un allargamento della tematica amorosa: si cantano non solo donne di tutte le età ma anche singole parti del corpo femminile (nei, labbra, capelli) oggetti (ago, pettine, specchio), addirittura pulci e pidocchi che si annidano nelle chiome dell'amata.
Alle novità dei contenuti corrisponde un arricchimento del linguaggio; per esempio, se i capelli biondi e ondulati della donna vengono definiti "onde dorate", il poeta, sviluppando la metafora, trasforma la chioma femminile in un vero e proprio mare al quale dà movimento e concretezza visiva fino a desiderare di naufragare in esso."

Possiamo quasi dire che il Seicento getta le basi anche per la successiva letteratura gotica, che vede in nomi come Walpole e Ann Radcliffe i suoi celebri esponenti, e che sta alle origini di quello che poi si svilupperà, in tante altre varianti, nel genere horror.



 Infatti, un verso come quello di Marcello Giovanetti, "Loda una chioma nera"

"Chiome, qualor disciolte, in foschi errori de la fronte vi miro in giù cadenti, e velate al mio Sol gli aurei splendori, siete nubi importune, ombre nocenti" (1)

(1) fastidiose

o Ludovico Tingoli: "Brutta donna adorna di gran gioie"

"Costei cui sol di tenebre e d'orrori, Natura acherontea veste e circonda, osa intorno spiegar quanti ne l'onda del Gange e del Pattol (1) nascon fulgor.
Spargono le chiome e 'l labbro ombre e squallori e d'oro e di rubini il braccio abbonda, invece che lo sguardo i rai
(2) diffonda
sfavillano dal sen compri splendori la perla, onde la bocca orba notteggia. A l'orecchia plebea quasi per scherno pende,
ed intorno al nero collo albeggia.
Ma che stupir, s'è pur decreto eterno ch'ove ricco tesoro arde e lampeggia, ivi custode sia spirto d'Averno?"

(1) fiume
(2) raggi

o Claudio Achillini: "Collana di croci nere al collo della sua donna"

"Sparge Amarilli (1) mia
di nere croci del seno il latte
ond'io con la vista nudriva un bel desio.
Deh, che sperar più deggio misero me!
Se veggio scritto, mirando, in sì bel foglio intento
con caratteri infausti il mio tormento?"

(1) è un nome mitologico

già anticipano gli stilemi per le "bellezze orride, gotiche e decadenti" che troveranno i loro massimi esponente in Tarchetti, qui in Italia, e in Poe e che, non a caso, sono "eroine estetiche assolute" nella musica dei Cradle of Filth.
















C'è un sonetto di Marino, "Donna che si pettina" che esemplifica al meglio gli stilemi della letteratura barocca: celebrare una parte del corpo femminile (in questo caso, i capelli) in una situazione quotidiana: pettinarsi.

Onde dorate, e l'onde eran capelli,
navicella d'avorio (1) un dì fendea; (2)
una man pur d'avorio la reggea (3)
per questi errori preziosi e quelli; (4)

e, mentre i flutti tremolanti e belli
con drittissimo solco dividea, (5)
l'òr de le rotte fila Amor cogliea, (6)
per formarne catene a' suoi rubelli. (7)

Per l'aureo mar, che rincrespando apria
il procelloso suo biondo tesoro,
agitato il mio core a morte gìa. (8)

Ricco naufragio, in cui sommerso io moro, (9)
poich'almen fur, ne la tempesta mia,
di diamante lo scoglio e 'l golfo d'oro! (10)

(1) il pettine d'avorio
(2) solcava, apriva.
(3) la mano della donna, bianca come l'avorio, guidava "la navicella", cioè il pettine
(4) facendola errare qua e là
(5) e mentre con una riga sottilissima divideva quei flutti ondulati e belli, ovvero i capelli della donna
(6) Amore raccoglieva i biondi capelli spezzati
(7) per farne catene con cui imprigionare coloro che si ribellano al suo dominio
(8) il mio cuore agitato andava (gìa) incontro alla morte, attraverso il mare d'oro dei capelli che si apriva rivelando il suo tempestoso tesoro d'oro sul quale si richiudeva (rincrespando) immediatamente. Il pettine, fendendo i biondi capelli ondulati, ne rivela tutta la bellezza ma immediatamente dopo le onde si richiudono sul solco da esso lasciato, e il cuore del poeta muore d'amore di fronte a tanta bellezza
(9) è un naufragio prezioso quello in cui io muoio sommerso
(10) poiché nelle mie sofferenze d'amore, almeno lo scoglio contro il quale si infranse il mio cuore fu duro e prezioso come il diamante (allude probabilmente alla durezza del cuore della donna o alla sua fronte pura e splendente come il diamante) e il golfo in cui annegai fu l'oro (riferimento ai capelli biondi dell'amata)

Come si è visto, Marino ancora usa un linguaggio petrarchesco, "onde dorate", per capelli biondi, che vengono trasfigurati in un "mare d'oro" (e il pettine, diventa, di conseguenza, "una navicella che va errando tra i flutti"). L'immagine è quindi "capelli femminile = mare", che nel corso del componimento assume contorni via via più minacciosi: dalle "onde dorate" si passa ai "flutti tremolanti" per giungere al "procelloso tesoro". Morire d'amore è quindi paragonato al naufragio: "Ricco naufragio, in cui sommerso io moro", che, per quanto tragico, conserva ancora un'eco di bellezza, perché il cuore del poeta innamorato si schianterà contro "uno scoglio di diamante". Viene così riproposta, in maniera più esplicita rispetto a Petrarca, la coppia Amore-Morte, ampiamente presente nella tradizione letteraria e portata alla sua massima espressione perversa nella necrofilia o nel vampirismo: la donna amata resta amata (e amante), anche quando è carne fredda, rigida e immobile deposta su un catafalco nonché "morta vivente" assetata ancora di vita (il sangue) anche nel sepolcro; basterebbe citare la bellezza fatale della vampira Clarimonde nel celebre racconto di Gautier, autore che ha superbamente descritto gli abissi di un amore morboso e necrofiliaco che per quanto venga "dissolto" nel finale, lascia il protagonista tormentato dal rimpianto di averlo perduto; la morta Clarimonde, esente dalla decomposizione, agli occhi di Romualdo è ancora più bella di "una donna vivente" e suscita in lui desideri carnali di amplesso; lei brama il suo sangue di vivo, lui brama il suo corpo di bellissima morta:


"Abbassai le palpebre, deciso a non sollevarle mai più, per sottrarmi a ogni fascino che potesse provenire dall'esterno: perché in realtà mi sentivo sempre più distratto, e sempre meno mi rendevo conto di quel che facevo.
Un istante dopo riaprii gli occhi, perché anche attraverso le palpebre chiuse la vedevo brillare in una rossa penombra, come se stessi fissando il sole. Quanto era bella! I più grandi pittori, anche quando vogliono raffigurare la Madonna, e cercano quindi di rappresentare l'ideale della bellezza, non si avvicinano neppure lontanamente a quella favolosa realtà. Nessuna tavolozza di pittore, nessun verso di poeta avrebbero potuto darne l'idea. Ancora non so se la fiamma che la illuminava provenisse dal cielo o dall'inferno: ma certo veniva o dall'uno o dall'altro.
Man mano che la contemplavo, sentivo schiudersi in me delle porte di cui non sospettavo nemmeno l'esistenza, e la vita mi appariva in una luce tutta diversa. Era come se nascessi a un nuovo essere, a un altro ordine di idee. Un'angoscia spaventosa mi mordeva il cuore, e ogni minuto che passava mi sembrava nello stesso tempo un secondo e un secolo [...] Questa passione, appena nata, si era radicata in maniera incrollabile e non mi veniva nemmeno fatto di pensare alla possibilità di sradicarla. Quella femmina mi dominava ormai interamente: con un solo sguardo aveva fatto di me un altro uomo, mi aveva iniettato la sua volontà. Mi comportavo in modo assurdo, baciavo la mia mano nel punto in cui lei l'aveva sfiorata, stavo ore intere a ripeterne il nome. Appena chiudevo gli occhi, la vedevo così distintamente come se fosse presente, e mi ripetevo di continuo le parole che lei aveva pronunciato sul portale della chiesa: "Sciagurato, che hai fatto?".
Mi rendevo conto dell'orrore della mia situazione, e tutti gli aspetti più tristi del mio stato mi rivelavano con chiarezza: essere prete voleva dire rimanere casto, non fare all'amore, non badare mai né al sesso né all'età, distogliere gli occhi da ogni bellezza, comportarsi come un cieco, strisciare sempre nell'ombra gelida di un chiostro o di una chiesa, non avere contatti che con i moribondi, vegliare cadaveri di sconosciuti, e portare sempre il lutto, con quella sottana nera che, così com'era, avrebbe potuto servire benissimo anche come sudario per avvolgermi nella bara! [...] Mi prese un braccio, e mi guidò verso la camera ardente. Io piangevo quanto lui, perché avevo ormai indovinato che la morta altri non era che la mia Clarimonde, così disperatamente amata.
Mi inginocchiai, senza osar di gettare un'occhiata nel catafalco al centro della stanza, e mi misi a recitare i salmi con fervore, ringraziando Dio di aver posto un sepolcro fra me e quella donna, il che mi permetteva di pronunciare nelle mie preghiere il suo nome, ormai santificato.
Ma a poco a poco il mio fervore diminuì, e cominciai a fantasticare. Quella camera non aveva nulla di una camera mortuaria. Invece dell'atmosfera fetida e cadaverica che si respirava sempre in tali luoghi, un languido profumo d'essenze orientali, un non so quale afrodisiaco odore di donna aleggiava dolcemente nell'aria tiepida. La tenue luce della stanza pareva un'illuminazione sapientemente predisposta per la voluttà, piuttosto che il livido riflesso dei ceri che di solito palpita accanto a un cadavere. Pensavo al caso singolare che mi aveva fatto ritrovare Clarimonde proprio nel momento in cui la perdevo per sempre, e un sospiro di dolore mi sfuggì dal petto.
Mi parve di udire un sospiro anche alle mie spalle, e mi voltai istintivamente. Era soltanto l'eco, ma in quel movimento gli occhi mi caddero sul catafalco che prima avevo cercato di non guardare. I drappeggi di damasco rosso lasciavano vedere la morta, distesa con le mani incrociate sul petto. Era avvolta in un sudario di lino, d'un bianco abbagliante che risaltava ancor più accanto al colore sanguigno dei tendaggi, e così lieve che nulla riusciva a nascondere della sagoma seducente del suo corpo. Si sarebbe detta una statua di alabastro, oppure una giovane dormiente, su cui fosse caduta la neve.
Non riuscivo più a trattenermi: quell'aria di alcova mi aveva eccitato, e camminavo a lunghi passi per tutta la stanza, fermandomi di continuo a contemplare la bella defunta, sotto la trasparenza del sudario. Strani pensieri mi passavano per il capo. Immaginavo che non fosse davvero morta, e che tutto fosse una sua manovra per attirarmi nel castello e parlarmi del suo amore.
E poi mi dissi: "Sarà proprio Clarimonde? Che prove ne ho? Quel paggetto nero potrebbe aver cambiato padrona. Sono davvero un pazzo a disperarmi così."
Mi avvicinai al catafalco, e guardai con un'intensità anche più grande la causa dei miei tormenti. Devo confessarlo? La perfezione delle sue forme mi turbava in modo indicibile, e quel suo giacere era così simile a un semplice sonno che chiunque avrebbe potuto restarne ingannato.
Dimenticai che ero venuto in quel luogo per un servizio funebre, e mi figurai come uno sposo per la prima volta nella camera della giovane moglie che si copre il volto, pudica. Sconvolto dal dolore, rapito dalla gioia, tremante a un tempo di timore e piacere, mi chinai verso di lei e sollevai l'angolo del lenzuolo, trattenendo il respiro come per paura di svegliarla.
Era davvero Clarimonde, come l'avevo vista in chiesa il giorno in cui ero stato ordinato prete: era seducente come allora, e la morte sembrava aggiungerle una civetteria supplementare. Rimasi a lungo assorto in quella muta contemplazione e, più la guardavo, meno potevo convincermi che la vita avesse potuto veramente abbandonare quel corpo stupendo. Le toccai lievemente il braccio: era freddo, ma non più della sua mano quando aveva sfiorato la mia sotto il portale della chiesa.
Ah! Che atroce sentimento di disperazione e d'impotenza! Che agonia era per me quella veglia! La notte avanzava, e con l'alba sentivo avvicinarsi il momento della separazione eterna. Non potei impedirmi la triste e suprema dolcezza di deporre un lieve bacio sulle labbra di colei che aveva avuto tutto il mio amore.
O prodigio! Un tenue respiro si mescolò al mio, e le labbra di Clarimonde risposero alla pressione delle mie: i suoi occhi si aprirono, si illuminarono, e lei, sospirando, aprì le braccia e me le passò attorno al collo, con un'aria di estasi ineffabile.
"Romualdo", mi disse con voce profonda e dolce, simile alle vibrazioni finali di un'arpa. "Che fai? T'ho atteso così a lungo che ne sono morta. Ma ormai siamo uniti l'uno all'altra. Potrò vederti e venire da te. Addio, Romualdo, addio. Ti amo, e offro a te questa vita, che tu hai richiamato in me per un istante con un bacio. A presto."
Reclinò la testa, mentre le sue braccia ancora mi circondavano. Un turbine di vento spalancò la finestra ed entrò nella stanza. I lumi si spensero, e io caddi svenuto sul petto della bella defunta [...] Svanì quindi nell'aria come nebbia, e non la rividi mai più. Purtroppo, con le sue ultime parole aveva detto il vero. L'ho rimpianta più di una volta e la rimpiango ancora. Ho acquisito ormai la pace dell'anima, ma a ben caro prezzo: l'amore di Dio non è stato poi eccessivo per sostituire il suo."


Da notare come i Cradle of Filth abbiano intitolato una loro canzone "Amor e Morte"


Infine, termino questa analisi citando Igino Ugo Tarchetti


che in "Fosca", ci lascia una memorabile celebrazione dei capelli femminili appartenenti a "Fosca", tragica eroina letteraria che incarna il sé il disagio femminile, la malattia, la bruttezza di una bellezza sfiorita, che incatena l'uomo e lo travolge.  

Il mio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca.
Un mattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamo tutti uniti e ad un'ora, ma per la colazione vi si andava ad ore diverse, alla spicciolata) e mi trovai solo con essa.
Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, così vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua. Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze, - ché anzi erano in parte regolari, - quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine.
Un lieve sforzo d'immaginazione poteva lasciarne intravedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l'eseguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la proporzione. Tutta la sua vita era ne' suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati - occhi d'una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia, e che, giovinetta, aveva potuto forse esser piaciuta. La sua persona era alta e giusta; v'era ancora qualche cosa di quella pieghevolezza, di quella grazia, di quella flessibilità che hanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi erano così naturalmente dolci, così spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura più che dall'educazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suo viso. Certo ella aveva coscienza della sua bruttezza, e sapeva che era tale da difendere la sua reputazione da ogni calunnia possibile; aveva d'altronde troppo spirito per dissimularlo, e per non rinunziare a quegli artifizi, a quelle finzioni, a quel ritegno convenzionale a cui si appigliano ordinariamente tutte le donne in presenza d'un uomo.
Ma le era presentato da me stesso nell'entrare. Allorchè fui seduto a tavola, ella venne a prender posto vicino a me, e mi disse con dolcezza: "Vi vedo solo, e mi permetto di farvi un poco di compagnia. Desiderava di conoscervi, e di ringraziarvi personalmente dei libri che mi avete mandato. Mio cugino mi aveva parlato di voi, e avrei voluto vedervi un po' prima. Ma come fare? Sono sempre così malata!"
Fui colpito dalla soavità della sua voce, più ancora di quanto nol fossi stato dalla sua bruttezza.
"Ora mi sembrate però guarita." risposi io.
"Guarita!" esclamò ella sorridendo "mi pare di no. L'infermità è in me uno stato normale, come lo è in voi la salute. Vi ho detto che ero malata? Fu un abuso di parole. Ne faccio sempre. Per esserlo converrebbe che io uscissi dalla normalità di questo stato, che avessi un intervallo di sanità. Ho voluto tenermi chiusa parecchi giorni nella mia stanza, ecco tutto; ne aveva le mie ragioni; ho attraversato un periodo di profonda malinconia."
Vedendo che la conversazione minacciava sì presto di trascinarci nel campo delle confidenze, mi astenni dal risponderle.
"Non sapete" riprese ella dopo un istante di silenzio e con tono diverso di voce "che quel romanzo di Rousseau mi ha entusiasmata? Ne conosceva il soggetto, e ne aveva avuto sott'occhi alcuni sunti, ma non l'aveva mai letto."
"Avete avuto troppa premura di restituirmelo, è libro che vuol essere meditato."
"è vero, se il meditarvi sopra non fosse cosa pericolosa."
"Parmi anzi utile."
"Utile sì, certamente. Voleva dire pericolosa per la nostra pace, per noi donne, per... me. Vi sono delle letture che mi fanno male."
"Voi sapete" io dissi per tenermi da capo sulle generali "che Rousseau, così virtuoso nei suoi libri, ha esposto cinque figliuoli alla ruota di Parigi?"
Essa mostrò di non aver compreso quell'artificio; accennò del capo come avesse voluto dire: "altro è l'uomo, altro le sue opere", e riprese:
"Credo che il meditare sui libri e il rileggerli sia cosa sommamente inutile, anzi sommamente nociva; a meno che tutta la vita non se ne leggesse che uno solo, e questo fosse tale da instillarci principi retti, e da fortificarvici. Di libri educativi non ve ne può essere che uno, pena la contraddizione, giacché ogni uomo ha vedute opposte, o per lo meno diverse. Il leggere molti libri, il meditare su molti non ha altro effetto che  quello di renderci dubbiosi sulle nostre idee, incerti nei nostri pensamenti; non si sa più a che cosa credere, e spesso si finisce col non credere più a nulla. Sono convinta che ogni libro che non diverte, fallisce al suo scopo; che ogni libro che fa pensare, nuoce. L'obiettivo d'ogni lavoro letterario dovrebbe essere la fantasia - non la testa che si guasta, non il cuore che sanguina - ma l'immaginazione che si esalta e gioisce. Non avete mai provato l'ebbrezza dell'immaginazione?"
"Qualche volta. Ma credete che i suoi piaceri siano innocenti?"
"O non vi è innocenza, o lo sono. Credo che possiamo non commettere una colpa, ma non possiamo non immaginarla. Non vi è azione senza idea di azione; bisognerebbe escludere il merito di fare o non fare. I traviamenti dell'immaginazione sono naturali, spontanei, direi quasi obbligatori; son essi che costituiscono il valore morale delle nostre azioni."
"Queste teorie hanno tanto di specioso quanto hanno poco di vero" io dissi "ma, se non sono in errore, vostro cugino vi ha accusata con me di far un abuso della lettura."
"Sorvolo sui libri" rispose ella mestamente, "come sarei sorvolata sulla vita, se la vita fosse stata per me. Ho letto una volta di un fiore la sommità del cui calice è sparsa di un polline amaro e velenoso; le farfalle che vi si fermano troppo, vi muoiono; così è di tutte le cose; così è della vita. Non leggo né per imparare, né per pensare - abborro i libri di morale e di metafisica - leggo per dimenticare, per conoscere quali sono le gioie che il mondo dispensa ai felici e per goderne quasi di un eco, tutto ciò che io posso fruire dell'esistenza; fuggire dalla realtà, dimenticare molto, sognare molto. Voi comprenderete" aggiunse ella con aria di mesta ironia, "il bisogno che io ho di attenermi a questo sistema, non avete che a guardarmi."
"E perchè?" risposi io confuso e commosso da quelle parole. "Se siete inferma, guarirete; la vita ha dolcezze per tutti, ne ha di quelle assai intime che né gli uomini, né le sventure ci possono togliere il piacere di beneficiare."
"Beneficiare!" interruppe essa. "Ho provato. Ho gettato i miei gioielli e i miei abiti di seta dinanzi ad una folla di infelici che mi laceravano il cuore collo spettacolo della loro miseria. è dolce, ma non basta. L'esistenza non può essere tutta un sacrificio. La pietà non è che amore passivo, amore morto."
"è però sempre un aspetto dell'amore" io dissi "né lo possiamo credere un affetto solitario se lo vediamo ricompensato dalla gratitudine."
"Credo più presto alla gratitudine dell'amore che a quella del beneficio" rispose ella.
Io tacqui. Successe un istante di silenzio. Ad un tratto - o volesse ella vendicarsi dei tentativi che io aveva fatto per deviare la conversazione da quel soggetto, ora che me ne vedeva infervorato, o si dolesse realmente d'esservisi lasciata andare - proruppe in uno scroscio di risa, e disse:
"Sono pazza io! In che discorso vi ho mai trascinato! Capisco che con me si può camminare impunemente anche su questa china sdrucciolevole; ad ogni modo... è molto tempo che siete arrivato qui? Avete veduto tutta la città? Vi piace?"
"Da pochi giorni... e ho girovagato un poco per le vie. Sono del parere di vostro cugino..."
"Un paese di Barberia?"
"E di Pellirosse!"
Sorridemmo tutti e due, e credo l'una e l'altro per cortesia.
"Siete stato al giardino?"
"Una volta."
"E al castello."
"Vi è un castello?"
"Diamine! Avete visitato il paese ad occhi chiusi. Ho pregato mio cugino di condurmivi stasera. Se volete farci l'onore di accompagnarci..."
"Molto volentieri, ve ne ringrazio" e diceva la più solenne menzogna del mondo. "Dacchè ho lasciato Milano, sono vissuto in un isolamento il più rigoroso, ha paura di ammalarmi di solipsia; ma come uscir fuori di questo paese? La campagna è una landa, una brughiera; non vi è un'ombra, non vi ho ancora veduto un giardino, un fiore; io che vo pazzo dei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto..."
Fosca si alzò senza dir nulla, entrò nella stanza vicina, e ritornò subito, tenendo in mano un mazzetto piccolissimo di fiori che mi offerse senza parlare.
Quell'atto mi sorprese e mi turbò nel più profondo dell'anima. La sua offerta era stata fatta tanto opportunamente, e con tanta delicatezza che ne fui colpito. Ella s'avvide forse del mio turbamento, e si affrettò a dire come per togliermi d'imbarazzo:
"Anch'io amo molto i fiori, e se fossi sana vorrei coltivarne; ma se ne trovano parecchi che sono ingrati, e mi procurano delle terribili emicranie con i loro profumi. Anche la società dei fiori è qualche volta pericolosa." E vedendo che m'era alzato, o aveva preso il mio cappello per uscire, aggiunse avvicinandosi alla finestra che era aperta: "Guardate, abbiamo lì, nel palazzo di fronte, una serra magnifica, delle petunie, una collezione di gardenie..."
Così dicendo ci eravamo appoggiati al parapetto. In quel momento passava sulla via, e proprio in faccia a noi, un convoglio funerario. Ella lo vide, impallidì, retrocesse, si cacciò le mani nei capelli, emise un urlo terribile, e cade rovesciata sul pavimento.
Le sue cameriere accorsero e la trasportarono nelle sue stanze in preda alle convulsioni più violente.
Io uscii da quella casa, quasi insensato.