"La Locanda dell'Orso"

"Ma non avevo alcun timore, posso dirlo con sincerità: l'idea che una banda d'assassini si trovasse celata nel sottopalco non capiva nel mio cervello; e in quanto agli spiriti, mi credevo abbastanza sicuro di me stesso da sfidarli tutti in massa se si presentavano.

Prevedevo però che, dopo tante interruzioni, avrei pensato non poco a ripigliare la mia naturale tranquillità: lasciai perciò la candela accesa (il Vernon aveva portato seco la lanterna) e mi cacciai col capo sotto le lenzuola pronto a fare qualunque tentativo per ritrovare il sonno perduto.

Qualche minuto dopo cominciai a udire il romore (*) del lento lavorio sotto l'impalcatura: mi convinsi sempre maggiormente che ciò non poteva essere che l'opera dei topi e che il miglior partito per me era quello di non badarvi e cercare di dormire.

La volontà che avevo di riuscire nel mio intento mi condusse a quella mezza sonnolenza, durante la quale i romori ci giungono quasi indistinti, e dinanzi agli occhi socchiusi stendesi una specie di nebbia, dietro cui ogni oggetto appare coperto da un velo.

Mi compiacevo quasi in questo stato: affranto, indolenzito, cullato dal romore irregolare e più precipitoso sotto l'impalcatura, mi pareva già di sognare che miriadi di topi giganteschi riescivano (*) a forare il pavimento e si precipitavano a stormi sopra di me.

Ad un tratto uno strepito violento mi tolse da quel dormiveglia, in cui ero caduto. Balzai assiso sul letto, lo strepito si rinnovò più forte, più irritante: volsi lo sguardo in giro, e la più sinistra, la più fantastica apparizione si affacciò ai miei occhi smarriti.

Nell'angolo della camera, ove avevo udito lo strepito, una parte dell'impalcatura di legno erasi sollevata quanto bastava per lasciare passare la testa di un essere strano, mostro o fantasma, il quale mi fissava con occhi tremolanti. Era una testa orribilmente scapigliata, una faccia cadaverica, sparuta, colle gote incavate come quelle di un teschio. Gli occhi sembravano quasi accecati dalla debole luce della candela, e mentre io guardavo inorridito quel ceffo singolare, dalle sua labbra scolorite uscì un gemito prolungato, e la visione sparve, lasciando cadere la tavola del pavimento che aveva sollevata colla sua arruffata cervice.

Intesi quindi altri gemiti ripetuti nel sottopalco; gli uni più forti e sinistri, gli altri più sommessi, più deboli, come se parecchi fossero gli esseri di quella specie esistenti là sotto: finalmente il silenzio si ristabilì e io ricadetti inerte sul letto. Debbo dirlo, un terrore immenso mi aveva colto; dubitavo però, e con ragione, della piena conoscenza di me stesso."

(*) Termini usati nel testo originale

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